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martedì 23 maggio 2017

Insospettabili sospetti (Zach Braff, USA, 2017, 96')




Nel corso delle ultime stagioni cinematografiche la mancanza di nuove idee così come di produzioni, personaggi e situazioni pronti a diventare instant cult ha provocato un fenomeno decisamente curioso, quello della riscossa dei "vecchietti", leggende dello schermo dal punto di vista attoriale o di charachters riproposte in modo da solleticare la fantasia dei nuovi fan e l'amarcord dei vecchi: dalla saga degli Expendables ai ritorni di Rocky e Terminator, passando per operazioni come Il grande match o Stand up guys, chiaramente basate sull'effetto nostalgia.
Inutile dire che, per la maggior parte di questi titoli, il mio livello di esaltazione sia stato piuttosto alto, essendo cresciuto fortunatamente in un decennio - i mitici eighties - che praticamente ha macinato cult uno dietro l'altro: purtroppo, però, ormai il fenomeno ha raggiunto il suo punto di saturazione, e così come per i supereroi - altro genere ultimamente andato alla grandissima - rischia di stancare perfino i fan più accaniti come il sottoscritto.
Questo Insospettabili sospetti - terribile adattamento italiano, come al solito, dell'originale Going in style - fa parte, purtroppo, del novero: nonostante, infatti, la presenza di tre mostri sacri come Morgan Freeman, Alan Arkin e Michael Caine, alcuni passaggi molto divertenti ed una riflessione sociale non banale, il lavoro di Zach Braff - che tutti noi ricorderemo per Scrubs davanti alla macchina da presa, ma non è da dimenticare l'interessante La mia vita a Garden State, realizzato invece come autore - si presenta come inplausibile e poco avvincente nonostante il minutaggio favorevole, finendo per trasformarsi da commedia dissacrante sull'avanzare dell'età e sul riscatto dell'uomo della strada nel più classico dei film buonisti pronti a mettere d'accordo tutti con il più prevedibile finale che si possa immaginare.
Certo, il prodotto funziona, non fa incazzare ed è perfetto per una visione disimpegnata, ma non aggiunge nulla a questo nuovo "genere", ed anzi finisce per confermare i dubbi rispetto ad una saturazione del mercato dello stesso: Michael Caine e soci che scherzano a proposito di quanti anni restano loro da vivere sono sempre mitici da vedere, ma forse è ora di cominciare a valutare di tirare fuori dal cilindro qualche idea nuova che vada oltre il (ri)pescare attori, situazioni e personaggi che siano garanzie e sbatterli sullo schermo sicuri che bastino i loro nomi a portare a casa il risultato.
Ad ogni modo, doveste aver voglia di un film leggero ed innocuo, pronto a riempire una serata in cui il sonno e la stanchezza la fanno da padroni, Insospettabili sospetti farà al caso vostro.
Non aspettatevi troppo, e non pensiate che si possa andare avanti ancora per molto così: e certo non a causa del poco tempo che sulla carta rimane a certi pezzi da novanta.




MrFord



martedì 21 giugno 2016

Viaggio nell'isola misteriosa

Regia: Brad Peyton
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 94'







La trama (con parole mie): il tormentato poco più che adolescente Sean, ancorato al ricordo del nonno scomparso e grande fan dell'opera di Verne e dei vecchi romanzi d'avventura, da sempre in rotta con il patrigno Hank, pensa di aver ricevuto un messaggio proprio dal vecchio parente sperduto proveniente nientemeno che dall'Isola misteriosa, leggendaria località portata su carta proprio da Verne. Accompagnato in un'impresa folle da Hank, che spera in questo modo di rinsaldare il suo legame con il ragazzo, da una guida turistica delle isole del Pacifico verso le quali sono diretti, Gabato, e da Kailani, la figlia di quest'ultimo, Sean scoprirà non solo che il luogo mitico esiste, ma che suo nonno è ancora vivo e sarà accanto a lui in un'avventura incredibile con un obiettivo molto importante: portare a casa la pelle.






Non troppo tempo fa, nel corso di una cena con particolari difficoltà di riproduzione della puntata della serie di turno, in casa Ford ci imbattemmo in un The Rock neppure troppo d'annata - duemiladodici, per l'esattezza, l'anno del suo ritorno al wrestling lottato - ai tempi dell'uscita snobbato selvaggiamente perchè schiavo in termini di realizzazione della moda del 3D in quel periodo particolarmente fastidiosa, Viaggio nell'isola misteriosa, filmaccio d'avventura di grana grossissima del quale non mi preoccupai quasi per nulla.
Il risultato fu una totale esaltazione del più piccolo della tribù - e non sto parlando di me - nell'osservare elefanti ridotti alle dimensioni di maialini e lucertole giganti pronte a fare polpettine dei protagonisti, api ed uccellini paragonabili ad elicotteri ed una serie di saliscendi ed inseguimenti che ci convinsero a recuperarlo per una visione in famiglia pomeridiana di quelle che accompagnano le sessioni di gioco più intensive del sottoscritto insieme al già citato Fordino: dunque, il tempo di ripescare il titolo, ed eccoci pronti ad affrontare un viaggio che pare una versione tamarra, sguaiata e di serie b dei film d'avventura "educativi" che esaltavano noi tutti negli anni ottanta, con buona pace del gusto cinematografico ma tanta spensieratezza e godimento da rutto libero.
In fondo, ho ormai sperimentato sulla pelle che visioni leggere e poco significative come questa assumono i connotati dei titoli perfetti se associati ai pomeriggi di gioco con il Fordino, con il plus, in questo caso, della presenza di animali pronti ad ipnotizzare lui e di The Rock - per ragioni affettive, di simpatia, tamarraggine e wrestling - e Vanessa Hudgens - per motivi senza dubbio più alti - pronti a fare lo stesso con me: e dalla terribile ma a suo modo esilarante sequenza della danza dei pettorali alla splendida versione della casa sull'albero di Michael Caine - che di tanto in tanto mi sorprende trovare nel cast di titoli come questo, soldi intascati a parte -, il film scorre innocuo e diretto dall'inizio alla fine, rispolverando almeno nei titoli grandi romanzi d'avventura come Ventimila leghe sotto i mari o L'isola del tesoro e stuzzicando la meraviglia che un'attrazione da parco divertimenti in stile Universal Studios ispirata a questo titolo potrebbe suscitare nel pubblico se ben realizzata.
Sono ben conscio del fatto che, con ogni probabilità, titoli come questo sono buoni giusto per l'uscita in sala di gruppo con amici non proprio vicini alla settima arte in vena di fare casino o del pomeriggio in famiglia con impegno zero, così come del fatto che i più radical, oltre a The Rock - pronto comunque a farsi beffe di se stesso grazie ai battibecchi con Michael Caine e a sfoderare un'ottima intepretazione musicale a metà pellicola -, potrebbero criticare praticamente tutto - tranne, forse, la già citata Hudgens -, eppure personalmente trovo che proposte come questa siano ottime per arieggiare il cervello e godersi il momento per quello che è, senza pressioni o necessità di attenzioni particolari, ottimi con birra e patatine o come sottofondo se si vuole utilizzare il televisore come una sorta di animale da compagnia.
Inoltre, per quanto neppure lontanamente all'altezza dei grandi classici della mia infanzia, penso che prodotti di questo tipo, se visti con gli occhi dei più piccoli - o dei nonni, chissà - possano assumere un fascino quasi magico che noi adulti nella fase "realizzativa" della vita stentiamo, di fatto, a riscoprire: dunque ben vengano, fintanto che risultano innocui, spassosi e pronti a strappare un sorriso o un grido di giubilo ai più piccoli della brigata.
In fondo, se non ci fossero loro, tutto sarebbe molto, molto più triste.
Ed un mondo senza isole misteriose da scoprire ed esplorare è un pò come il wrestling senza The Rock, o Rosy Bindi al posto di Vanessa Hudgens: una vera occasione sprecata.





MrFord





"Ci trovi nell'atlante cercando Atlantide
il cuore all'equatore
la testa all'Antartide
ed ogni volta che il carrello dell'aereo tocca terra
mi sento ancora a casa e dico “bella”!"
Salmo - "The island" - 






sabato 7 maggio 2016

La vendetta di Carter

Regia: Stephen Kay
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 102'






La trama (con parole mie): Jack Carter, che lasciò la natìa Seattle per Las Vegas e la carriera come uomo di forza di un'organizzazione non proprio pulita, decide di mollare tutto quando la morte sospetta del fratello richiede la sua presenza a casa, fondamentalmente sbattendosene del beneplacito dei suoi capi.
All'arrivo, Jack dovrà riallacciare i rapporti con la moglie e la figlia del defunto fratello e soprattutto scoprire cosa si nasconde dietro la morte di quest'ultimo, che appare tutto tranne l'incidente che vogliono far credere: l'indagine lo porterà a confrontarsi a modo suo con vecchie conoscenze locali e nuovi avversari, senza contare gli inviati giunti da Vegas per riportarlo sulla "retta via".
Inutile dire che le cose non si faranno facili, per chi deciderà di tentare di mettergli i bastoni tra le ruote.










E così, alla fine è arrivato anche per me.
Non avrei mai voluto scriverlo, ma esiste dunque un film che, nonostante il bene che voglio a Stallone, appare talmente brutto da non potersi salvare neppure qui al Saloon.
La vendetta di Carter, evitato come la peste ai tempi - del resto, era in corso il mio periodo estremamente radical di spettatore - e mai più recuperato, si è rivelato un lavoro decisamente a basso cabotaggio dal sapore di telefilm - peraltro neppure di livello - prodotto tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, con uno Sly ingessatissimo pronto a sfoderare una battuta preconfezionata dietro l'altra per cercare di tenersi a galla nel periodo probabilmente più amaro della sua carriera, pessimo dall'inizio alla fine nonostante un discreto livello di tamarraggine ed un cast certo non cagnesco - Mickey Rourke, Rhona Mitra, Michael Caine -, tanto da ricordarmi più un titolo recente qualsiasi tra quelli interpretati da Liam Neeson piuttosto che gli anni d'oro del vecchio e mitico Sly.
Fatta eccezione, infatti, per il dialogo con il responsabile dell'accaduto alla nipote - "Ti prego, Jack, non uccidermi!" "Io non ti uccido. Ti sei ucciso da solo." -, tutto sa di stantìo e già visto, e se perfino un fan appassionato nonchè veterano del genere come il sottoscritto fatica a superare una visione dal minutaggio certo non importante, allora la situazione risulta effettivamente grave, tanto da considerare di non considerare questo Get Carter come parte della filmografia dello Stallone Italiano, in una sorta di disconoscimento esterno volto a rendere il giusto omaggio a quello che, forse, è stato l'action hero più importante della Storia del Cinema, che non dovrebbe conoscere - visti anche i radical sempre pronti a criticarlo come Cannibal Kid - punti bassi come questo firmato dall'anonimo Stephen Kay.
Unica vera consolazione è il fatto di essere a conoscenza della ripresa che ebbe negli anni seguenti la carriera di Stallone, rilanciato prima dagli ultimi capitoli di Rambo e Rocky e dunque dagli Expendables e dal recentissimo Creed: probabilmente, se l'avessi visto ai tempi dell'uscita in sala, avrei patito molto il colpo e, chissà, forse non sarei mai riuscito a vedere l'action allo stesso modo - impossibile, ma non si può mai sapere -.
Dunque, in tutta onestà, proibirei la visione de La vendetta di Carter a tutti i potenziali detrattori di Sly ed ai radical loro amichetti, ma la sconsiglierei anche ai suoi fan più hardcore, che rischiano di vedere sporcata l'immagine di uno dei miti della loro infanzia e della settima arte tutta, oltre che un film action privo di uno degli elementi fondamentali del genere, coltivato in anni recenti sempre di più - e a ragione - soprattutto dal mitico Silvestrone: l'ironia.





MrFord





"R-E-V-E-N-G-E My list of things to do this week
jealousy, misery, gonna give you what you gave to me
make you feel so B-A-D
break you, make you sorry
I hope you cry getting my R-E-V-E-N-G-E."

Taylor Swift - "Revenge" - 








mercoledì 6 gennaio 2016

The last witch hunter

Regia: Breck Eisner
Origine: USA, Cina, Canada
Anno:
2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Kaulder, un guerriero che prese parte alla prima, grande spedizione degli umani volta ad annientare la minaccia della regina delle streghe ottocento anni fa, riuscì proprio in quell'occasione a colpire mortalmente la stessa, guadagnando una maledizione che l'avrebbe reso solo ed immortale, condannato per l'eternità a ricordare la moglie e la figlia, morte proprio a causa della peste scatenata dalla sua nemica.
Affiancato nei secoli da una misteriosa organizzazione legata a doppio filo alla Chiesa e da un assistente personale, Kaulder è stato l'arma dell'umanità ed il collante tra due mondi dopo l'accordo di non belligeranza stipulato dal Consiglio delle streghe e l'Uomo.
Quando, però, una misteriosa forza oscura torna a farsi sentire a New York proprio mentre sta avvenendo l'avvicendamento tra il vecchio ed il nuovo braccio destro di Kaulder, il cacciatore si troverà a dover affrontare un nemico che credeva sepolto, e a capire di chi si potrà fidare per affrontarlo.











In tutta onestà, ero quasi sicuro che la visione di The last witch hunter, action di matrice fantasy con protagonista Vin Diesel - che al di fuori dei panni di Dom Toretto e di Riddick e della convincente prova di Find me guilty di qualche anno fa, non mi ha mai detto qualcosa di più dello zero, come attore - si sarebbe rivelata un disastro delle proporzioni di quella di Hansel e Gretel, con tanto di incazzatura e post votato al massacro.
Al contrario di qualsiasi previsione, invece, ammetto di essermi discretamente goduto questa tamarrata firmata da Breck Eisner, una proposta senza particolari pretese, confezionata ad uso e consumo dello spettatore occasionale ed alla ricerca di un potenziale sequel, dal cast tutto sommato interessante per un prodotto di questo tipo - arma a doppio taglio che, nello specifico, è riuscita sia a valorizzare gente come lo stesso Diesel, la Igritte di Game of thrones Rose Leslie o Elijah Wood, che continuo a detestare, sia a non far apparire troppo assetato di soldi extra il vecchio leone Michael Caine, che personalmente è sempre un piacere vedere sullo schermo - e divertente abbastanza da non risultare troppo tronfia o appesantita - sia ringraziato un minutaggio normale, e non le sbrodolate da due ore e mezza che negli ultimi tempi paiono aver contagiato anche il Cinema di grana grossa -.
Senza dubbio non si potrà mai affermare che si tratti di qualcosa di memorabile o in grado di andare oltre la visione da popcorn e cervello spento, o di un film scritto dignitosamente - la sceneggiatura risulta quantomeno elementare -, eppure mi è parso di avvertire una leggerezza di fondo che ha permesso all'ingranaggio di funzionare sia nell'ambito del puro intrattenimento - la cornice e gli effetti fanno il loro lavoro -, sia nella costruzione di una vicenda vecchia come il mondo - l'eroe maledetto e solitario che scopre, di colpo, non solo la propria vulnerabilità, ma anche che chi avrebbe dovuto guardargli le spalle ha sempre approfittato per piazzarglielo dritto dove non batte il sole: una cosa che non si fa mai, ad un eroe maledetto e solitario, e che di fatto accompagna prevedibilmente dove ogni film di questo tipo deve accompagnare, quasi fosse una spalla per il protagonista che, in bilico tra tamarraggine sopra le righe - l'auto di Kaulder non poteva che essere degna di Dom Toretto - e sapore da tenebroso che viene sempre buono per rimorchiare la bella strega ovviamente non malvagia di turno - che, purtroppo, non regala neanche un "You know nothing, Kaulder Snow" -.
Anche la parte prevalentemente action funziona, dall'incipit che mescola Il signore degli anelli, Vikings e Il trono di spade al presente di narrazione nella parte "oscura" di New York - che penso sia il teatro più gettonato delle catastrofi cinematografiche di Hollywood -, grazie ad un'ottima resa del personaggio della Regina delle streghe e dell'oscuro Belial, che nel suo salmodiare ha ricordato agli occupanti di casa Ford le sequenze di parole senza senso che giochiamo ad inventare insieme al Fordino: e dunque tra un incantesimo ed un paio di cazzotti, colpi di fucile e di spada, tutto scorre agevolmente fino alla conclusione ed alla speranza di Eisner e dei suoi di avere la possibilità di ripescare l'allegra brigata di Kaulder, nonostante il botteghino abbia decisamente espresso il suo parere negativo in merito.
In un certo senso, però, questa potrebbe risultare addirittura un indicazione positiva: quando si tratta di trashoni da neuroni in vacanza, infatti, spesso il pubblico da multisala nel weekend finisce per capirne anche meno dei più inossidabili tra i radical chic.
Nel caso di insuccesso, comunque, il buon Kaulder potrà pigiare sull'acceleratore e tornare ai più sicuri - in termini di incassi e fama planetaria - panni di Dom Toretto.
Non troverà streghe e demoni di fronte a lui, ma di sicuro un certo vecchio cowboy davanti allo schermo.




MrFord




"Who's a heretic now?
Am I making sense?
How can you make it stick?
Waiting 'til the beat comes out
who's a heretic, child?
Can you make it stick, now that I'm on trial
waiting 'til the beat comes out."
Florence + The Machine - "Witch witch" - 





lunedì 10 agosto 2015

Youth - La giovinezza

Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia, Francia, Svizzera, UK
Anno:
2015
Durata:
118'





La trama (con parole mie): Fred Ballinger e Mick Boyle, il primo ex direttore d'orchestra in pensione, il secondo regista pronto ad affrontare il suo film testamento, vecchi amici con ricordi ed esperienze condivise e due figli sposati tra loro, si ritrovano come di consueto tra le Alpi svizzere per una vacanza in un prestigioso albergo che ospita celebrità di tutti i campi.
Proprio entro i confini della località di villeggiatura si incrociano storie che riguardano il presente ed il passato di ognuno dei protagonisti e delle persone che vi si avvicinano nel corso del soggiorno, siano esse artistiche, professionali, emotive, riguardanti il tempo che fu o quello a venire: da Lena, figlia di Fred, lasciata di colpo da Julian, figlio di Mick, pronta a ricominciare a sentire la libertà, passando per il giovane attore Jimmy, fino ai bambini e a Diego Armando Maradona, si osservano le cadute e le ascese di individui che, pur protagonisti, finiscono per essere comparse della grande commedia umana, proprio come Fred e Mick.
Come si approcceranno, i due vecchi compari, all'idea della fine che si avvicina sempre di più?








In condizioni normali, da gestore del Saloon e portatore sanissimo di un certo tipo di approccio alla vita ed al Cinema, dovrei detestare profondamente un regista come Paolo Sorrentino.
Colto, vagamente snob ma ugualmente autoironico, membro di un'elite della settima arte invisa al grande pubblico così come ai critici più radical - gli stessi che, probabilmente, ai tempi de Le conseguenze dell'amore si facevano le seghe sui suoi movimenti di macchina salvo poi voltare le spalle all'autore non appena il successo e l'Academy giunsero a benedire il regista partenopeo -, capace, erede di una tradizione nata prendendo a piene mani dall'immaginario di un signore chiamato Federico Fellini, probabilmente il più grande cineasta che l'Italia abbia mai conosciuto.
Dovrei proprio detestarlo, questo talentuoso figlioccio non autorizzato del Maestro riminese.
Eppure, fatta eccezione per il mezzo scivolone di This must be the place, non ce la faccio proprio.
Ed ogni volta che approccio un suo lavoro, finisco come ipnotizzato e stimolato alla riflessione benchè parta con tutte le riserve ed i dubbi del caso: era accaduto anche con La grande bellezza, e si è ripetuto, inesorabilmente, con questo Youth, che probabilmente in molti speravano di vedere premiato all'ultimo Festival di Cannes.
Le vicende parallele di Fred e Mick, il primo ex direttore d'orchestra burbero ed apatico - almeno a suo dire - ed il secondo regista ancora smanioso di dimostrare il suo valore al mondo, incrociate a quelle degli ospiti di un albergo d'elite nel cuore delle Alpi svizzere, pur concedendo tutto il possibile al Cinema d'essai che spesso e volentieri tanto detesto sono riuscite a colpirmi al cuore per la loro disarmante semplicità, unita alla voglia di raccontarle ed un desiderio di confronto con l'ignoto rappresentato dal passato e dal futuro - bellissima la scena del cannocchiale tra Mick e Lena - cui nessuno di noi - almeno tra quelli che davvero vogliono vivere a fondo - riesce a resistere.
Senza dubbio, prima di apprezzare tutti questi aspetti mi sono trovato a dover superare anche passaggi nati ad uso e consumo di un certo tipo di pubblico intellettualoide e poco sopportabile - la "direzione d'orchestra" della Natura di Fred, su tutti - ed una confezione impeccabile e patinatissima che pare distante anni luce dagli standard che trovano i posti migliori qui al Saloon, eppure dal bellissimo confronto padre/figlia di Fred e Lena a proposito del perchè Julian abbia deciso di lasciarla ad uno straordinario Paul Dano - che non solo non sfigura davanti a due mostri sacri come Caine e Keitel, ma finisce quasi per superarli -, passando per i punti focali di vecchiaia e giovinezza - tematiche in grado di toccare qualsiasi pubblico, in quanto fasi della vita che siamo tutti destinati a sentire sulla pelle, scandite da "un'ultima illuminazione" come potrebbe essere Miss Universo ed il numero di pisciate giornaliere - ed una sequenza che non solo finisce per essere grande, grande Cinema, ma anche per dare un senso all'intero lavoro di Sorrentino, legato a doppio filo agli interrogativi sospesi tra passione e talento: Maradona, el pibe de oro, forse il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi, sformato da una quasi obesità e provato dal fiato corto, che palleggia in modo praticamente fantascientifico con una pallina da tennis.
Basterebbe quel momento, per vedere tutta la grandezza di Youth e del suo regista.
Un passaggio in grado di far passare quella che pare una marchetta da tifoso nostalgico del suo idolo di gioventù una metafora di quello che è il passaggio dalla giovinezza in cui tutto è vicino, conquistabile, divorabile, alla vecchiaia che trova anche nell'impresa più facile difficoltà enormi: eppure, dietro tutto questo, ci sono voglia, desiderio - e di nuovo torna a galla l'inserimento di Dano -, libertà, genio.
Quello che ci aspetta nel mondo, è sempre la giovinezza.
Basta saperla accettare, cogliere, vedere dalla giusta prospettiva.
La stessa che porta Fred e Mick, in due modi diversi, con due percorsi quasi opposti, a mettersi in gioco ancora una volta.
Non si finisce mai di imparare, del resto.
E non si finisce mai di crescere.
E' questo il bello della vita.
E della giovinezza.




MrFord




"May you grow up to be righteous
may you grow up to be true
may you always know the truth
and see the lights surrounding you
may you always be courageous
stand upright and be strong
may you stay forever young
forever young, forever young
may you stay forever young."
Bob Dylan - "Forever young" - 




lunedì 9 marzo 2015

Kingsman: Secret Service

Regia: Matthew Vaughn
Origine: UK
Anno: 2014
Durata: 129'




La trama (con parole mie): l'organizzazione di spie segreta chiamata Kingsman, ispirata ad Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda e pronta a difendere l'Inghilterra ed il mondo, perde uno dei suoi membri più importanti nel corso di una missione che rivela allo stesso gruppo dell'esistenza di un piano che dovrebbe portare caos, morte e distruzione orchestrato da un misterioso villain che pare uscito dai vecchi film di spionaggio.
La selezione del suo giovane sostituto porta Galahad a puntare su Eggsy, ragazzo figlio della provincia inglese e di una situazione decisamente non facile da gestire in famiglia a sua volta rampollo di un Kingsman deceduto anni prima proprio salvandogli la vita: il rapporto tra i due, inizialmente burrascoso, diverrà quello più profondo che si instaura tra Maestro ed Allievo.
Riuscirà Eggsy, grazie alla guida di Galahad, a guadagnarsi il posto al tavolo dei Kingsman?
E soprattutto, riusciranno i "cavalieri" a sconfiggere il nemico?







A volte, forse, per alcuni titoli è semplicemente una questione di momenti sbagliati.
Kingsman: Secret Service, giunto in casa Ford a seguito di roboanti valutazioni su Imdb, recensioni tutto sommato positive raccolte nella Blogosfera anche presso alcuni insospettabili, ha avuto un karma negativo fin dal principio: portato sullo schermo in sostituzione di un'altra visione all'ultimo minuto, umore del sottoscritto lanciato a tavoletta verso l'irritabilità da bottigliate, interpretato da uno degli attori più detestati al Saloon, Colin Firth, ha finito per scampare alle suddette bottigliate giusto grazie ad una messa in scena comunque di livello ed al fatto che non mi aspettavo davvero nulla dal nuovo prodotto del pur talentuoso Matthew Vaughn.
A remare contro Kingsman: Secret Service, a parte gli sbalzi d'umore del sottoscritto, principalmente una durata eccessiva per un giocattolone di questo tipo - ma dove sono finiti i buoni, cari, vecchi film da un'ora e mezza!? - ed il suo essere clamorosamente derivativo, a partire dalle opere precedenti di Mark Millar - autore dell'albo a fumetti che l'ha ispirato - fino ad arrivare ai più recenti exploit di Sherlock Holmes sul grande schermo conditi da un pizzico di Bond, Harry Potter e da richiami che portano alla memoria il Tin Tin di Spielberg in una versione tarantiniana, e per essere più british, targata Guy Ritchie.
A tal proposito, Samuel L. Jackson, idolo del vecchio Quentin, riesce nell'impresa, grazie ad un charachter insostenibile ed un gigioneggiamento spietato, a risultare irritante quanto Colin Firth, salvato in corner da un paio di gag niente male ed un twist a proposito del destino del suo personaggio che, sulla carta, appariva difficilmente praticabile rispetto alle regole che di norma tengono le redini dei blockbuster "d'autore" come questo e che fanno parte delle concessioni che toccano a registi e sceneggiatori rispetto alla grande distribuzione.
Fondamentalmente, comunque, non c'è niente che, di fatto, non vada, in Kingsman: Secret Service, dalla confezione al ritmo, ed il lavoro di Vaughn ha tutte le carte in regola per piacere al pubblico così come a parte della critica: peccato che non abbia avuto abbastanza per stupirmi o mostrare qualcosa di davvero nuovo o inaspettato, e che nonostante la presenza nel cast di mostri sacri come Michael Caine si sia portata sullo schermo semplicemente una versione più "alta" del classico action teen degli ultimi anni costruito attorno ad un protagonista accattivante.
E' probabile che, se fossi stato in un mood più magnanimo o non avessi visto gli Anni Zero produrre da Kick Ass a The Maze Runner, dal già citato Harry Potter a Il mondo di Jonas, mi sarei ritrovato ad unire la mia voce a quella dei sostenitori di Kingsman, che a conti fatti rischia perfino di piacere più ai padri cresciuti a pane e Bond che non ai figli impestati da Twilight, sia per ambientazione e stile che per impegno: ma, stanchezza o predisposizione negativa che fossero, qualcosa non ha funzionato, ed ho finito per trascinarmi al termine delle due ore quasi con il rammarico di non essermelo gustato come avrei fatto se avessi avuto meno visioni alle spalle.
L'esperienza è alla base delle nostre esistenze, ed io ne sono un fervente sostenitore, eppure ci sono casi in cui è indubbiamente più conveniente essere l'Allievo, e non il Maestro: se non altro, tutto appare sotto una luce nuova e divertente, e non si rischia che la storia prenda una piega che non ci saremmo aspettati "da un film come questo".



MrFord



"Come ride with me
Through the veins of history
I'll show you how god
Falls asleep on the job."

Muse - "Knights of Cydonia" -




martedì 18 novembre 2014

Interstellar

Regia: Christopher Nolan
Origine: USA, UK
Anno: 2014
Durata: 169'





La trama (con parole mie): siamo in un futuro prossimo in cui la Terra, in ginocchio a seguito di cambiamenti climatici, vive una profonda crisi legata alle risorse alimentari. Cooper, un ex pilota vedovo diventato agricoltore che vive con i figli Tom e Murph, è convinto dal professor Brand, uno studioso alla ricerca di una soluzione che possa permettere all'umanità di scoprire un'alternativa di vita su un altro pianeta, a prendere parte ad una missione potenzialmente senza un termine che porterà l'equipaggio della nave dallo stesso Cooper condotta attraverso un wormhole vicino a Saturno dall'altra parte dell'universo, sulle tracce di un gruppo di scienziati partiti anni prima alla ricerca di risorse naturali su dodici corpi celesti diversi.
Separatosi a malincuore dalla famiglia, Cooper accetta nella speranza non solo di salvare l'umanità, ma anche di poter tornare a riabbracciare i suoi figli: riuscirà, insieme al suo equipaggio - compresa la figlia dello stesso Brand - ad attraversare Spazio e Tempo riuscendo nell'impresa?






 
Fin da bambino, per quanto negli anni delle superiori non sia certo stato una cima in fisica, l'astronomia ha rappresentato una delle mie più grandi passioni: ricordo ancora - e conservo gelosamente - "Il libro dell'astronomia", tomo di notevoli dimensioni regalatomi per Natale da mia zia quando avevo sette anni all'interno del quale si parlava ancora dell'esplorazione del Sistema Solare grazie alle sonde Voyager, forse le prime ad aver compiuto servizi completi sui pianeti esterni - per intenderci, tutto quello che si può trovare oltre Marte e la fascia degli asteroidi -, quando ancora Plutone non era stato "degradato" a semplice corpo celeste e probabilmente non si aveva idea di cosa fosse un quasar.
Ad alimentare questa passione "spaziale" del sottoscritto fu senza dubbio lo spirito al centro di una discussione tra Cooper ed uno degli scienziati al suo fianco nel corso della missione di salvataggio del mondo, ovvero quello che supera il concetto di studioso e libera l'ispirazione dell'esploratore: fondamentalmente, la scoperta dello spazio profondo e dei suoi silenzi infiniti non è altro che una versione clamorosamente più grande di quello che rappresentò la conquista degli oceani, e l'epoca dei grandi viaggi e dei loro protagonisti, da Magellano a Colombo. 
Seguendo questa linea di pensiero, il lavoro di Christopher Nolan con Interstellar è uno dei più emozionanti, sentiti e visivamente impressionanti che la sci-fi ricordi negli ultimi decenni, un viaggio prima di tutto emozionale e sentimentale che, di fatto, paragona le montagne russe del cuore all'idea di qualcosa di così grande da non poter essere neppure immaginato, l'Universo: un luogo all'interno del quale esistono fenomeni in grado di piegare addirittura il Tempo giungendo ben oltre quella che è la nostra comprensione attuale, e che a volte regalano brividi unici - i già citati quasar, ammassi di stelle pulsanti ai confini del cosmo, riescono a produrre una luce così intensa da essere visibili anche ai nostri telescopi, posti a miliardi di anni luce da loro, permettendo alle singole particelle di viaggiare e giungere a noi dopo un intervallo di tempo che ha avuto inizio quando ancora il Sistema Solare doveva ancora in qualche modo essere immaginato - che neppure la più sfrenata immaginazione visiva e cinematografica potrà mai rendere.
Ma Interstellar non è soltanto questo: è anche un comparto tecnico spaventoso, momenti di impatto enorme - dalle onde gigantesche al Gargantua, passando per Saturno -, mai come prima l'espressione della volontà di quello che, ad oggi, è forse l'erede principale insieme a J. J. Abrams dello Spielberg dei bei tempi, di trovare un punto d'incontro tra autorialità e Cinema popolare, nella speranza di concedere qualcosa ad entrambi e di conseguenza a se stesso.
Ed è un'opera a tratti troppo prolissa e derivativa - inevitabili i riferimenti a Contact, Signs, Inception, Europa Report, Solaris, Stargate e soprattutto l'inarrivabile 2001 -, in grado di regalare momenti di grande impatto emotivo e subito dopo incappare in scivoloni al limite del buonismo hollywoodiano più sfrenato - il confronto finale tra Murph e suo padre -, non sempre limpida a livello di script - ma, con un argomento di questo calibro a livello scientifico, è da mettere in conto - e solo parzialmente convincente a livello di casting - sprecati la Chastain e Affleck, compitino da sei politico per Caine e Lightow, fuori ruolo Damon ed il solo, ormai onnipresente McConaughey a tenere sulle spalle la baracca -.
Come prendere, dunque, Interstellar, attesissimo e celebratissimo ritorno di Christopher Nolan sul grande schermo?
Non come il Capolavoro che, personalmente, ancora attendo dal cineasta inglese, ma neppure come qualcosa di fallimentare o sbagliato.
Ci troviamo di fronte ad un grande prodotto realizzato da un professionista unico e di talento che, da buon illusionista, questa volta non è semplicemente stato in grado di lasciare a bocca aperta con un "prestigio" mozzafiato, quanto, più che altro, con un inganno costruito alla grande.
Eppure, lo spirito che anima questa pellicola ha qualcosa di grande, capace di lasciare non tanto a bocca aperta, quanto a cuore spalancato: è il sapore delle epopee e dei viaggi, lo spirito degli esploratori e dei naviganti, quel "non andarsene docili", "l'amore che muove il sole e le altre stelle", e che soprattutto muove noi, piccoli ed insignificanti esseri al cospetto di un Universo che sarà sempre così enorme anche solo da immaginare da risultare irresistibile e magico.
Perchè il brivido della conquista cresce esponenzialmente tanto più la conquista stessa appare fuori dalla nostra portata.
E l'Universo è ancora fuori dalla portata di Christopher Nolan.
Ma vi assicuro che vederlo tentare è stato come riprendere tra le mani il mio libro dell'astronomia e tornare ai tempi in cui, a sei o sette anni, sognavo un giorno di viaggiare tra quei mondi lontanissimi.
Il Tempo che si piega.
Ci riporta ad essere bambini per tornare al futuro.
E in quasi tre ore di spettacolo sentire il miracolo ed assaggiare la caduta.
La relatività del Tempo - sempre lui - e l'assolutezza della Gravità.
E non c'è Gravità con attrazione più forte dell'amore.
 
 
 
MrFord
 
 
 
"Parlami dell' esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell'amore che si fà in mezzo agli uomini
di viaggiatori anomali in territori mistici...di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete
come Avanguardie di un altro sistema solare."
Franco Battiato - "No time no space" -
 
 
 
 

giovedì 10 aprile 2014

Thursday's child

La trama (con parole mie): alle spalle il ciclone più simile ad un piccolo temporale primaverile che è stato Nymphomaniac - parte prima e soprattutto seconda -, il vecchio Ford ed il finto giovane Cannibal Kid tornano a buttarsi sulle uscite in sala, che questa settimana rischiano di tornare a metterli d'accordo sia in positivo che in negativo. Avremo infatti il ritorno di due registi che, di norma, riescono a raccogliere favori al Saloon come su Pensieri cannibali ed una valanga di inutili proposte italiane e non da evitare come la peste.
Ordinaria amministrazione, dunque.
Speriamo almeno di litigare come si deve tra noi.

"Tiro su un bel cannone per Peppa Kid, così si addormenta e me lo tolgo dai piedi: è così appiccicoso!"
Noah di Darren Aronofsky


Il consiglio di Cannibal: no a Ford
Un film di Darren Aronofsky con Emma Watson?
Ma questo è un sogno che diventa realtà… non fosse che è pure una trasposizione biblica e il protagonista è Russell Crowe. E io odio sia le trasposizioni bibliche che Russell Crowe. Quindi, come la mettiamo?
Se con il precedente film Il cigno nero Darren Aronofsky si era aggiudicato il primo posto tra le pellicole cannibali del 2011, quest’anno il regista rischia di finire al primo posto sì, ma nella classifica delle delusioni. Il trailer apocalittico in stile Roland Emmerich non lascia ben sperare, ma chissà...
Persino Mr. Ford di recente è riuscito a stupirmi in positivo, stroncando quella porcata di Snowpiercer, quindi le vie del signore e del cinema sono davvero infinite.
Il consiglio di Ford: no all'accordo tra Cannibal e Ford
Aronofsky è un regista dal percorso davvero curioso. Detestato e criticato neanche fosse Von Trier dal sottoscritto per tutta la sua carriera, con il Capolavoro The wrestler e l'ottimo Il cigno nero era riuscito a cavalcare l'onda del successo perfino al Salooon. Questo Noah, che sa di marchettone alle majors, non mi fa pensare nulla di buono, senza contare che il trailer è tra i più brutti delle ultime quattro o cinque stagioni: staremo a vedere, più curiosi di scoprire se ancora una volta quest'anno io e Peppa Kid saremo d'accordo oppure no.

"Cannibal, ci hai provato con mia figlia Hermione: ora scatenerò un diluvio di cazzotti su di te!"
Grand Budapest Hotel di Wes Anderson


Il consiglio di Cannibal: Grand Movie in arrivo?
Se il nuovo di Aronofsky è una gigantesca incognita tendente al disastroso, il nuovo di Wes Anderson sembra già essere una maggiore garanzia di qualità. Dopo un gioiellino splendido come Moonrise Kingdom, anche in questo caso c’è un po’ di timore perché fare un altro lavoro allo stesso altissimo livello non è impresa facile per nessun autore, ma le sensazioni in questo caso sono più ottimistiche. Così come sono fiducioso riguardo al fatto che Ford, dopo aver azzeccato la stronzatura di Snowpiercer, possa tornare al più presto a essere le solita capra cinematografica, buahahah!
Il consiglio di Ford: Grand Movie? Speriamo!
Wes Anderson, uno dei re del radicalchicchismo paradossalmente in grado di convincere quasi sempre perfino il sottoscritto - fatta eccezione per Il treno per il Darjeeling -, torna sul grande schermo dopo l'ostico ma ottimo Moonrise Kingdom, finito a sorpresa tra i migliori titoli del duemiladodici del Saloon. Grand Budapest Hotel parte con delle ottime premesse, e nella speranza che possa mantenerle non mi dispiace affatto immaginare la situazione da fantascienza che possa portare me ad osannarlo ed il Cannibale a detestarlo.

"Stia tranquilla, signora. Non ci fermiamo al piano dove albergano quei due bloggers."
Un matrimonio da favola di Carlo Vanzina


Il consiglio di Cannibal: un cinema da favola, quello lontano dai Vanzina
Per contrastare l’accoppiata d’Autore Aronofsky/Anderson, il cinema italiano fresco di Oscar mette in campo due pezzi altrettanto grossi: i fratelli Vanzina. Complimenti!
La storia raccontata dal loro nuovo film è quella di cinque liceali che si ritrovano vent’anni dopo la maturità… Che fantasia! Più che il nuovo Compagni di scuola, mi sa che questo, al massimo, si rivelerà il nuovo Immaturi. Il cast, con gente come Ricky Memphis, Emilio Solfrizzi e Ilaria Spada (ma perché, è un’attrice?), promette persino peggio del solito. L’unica cosa da favola di questo film è che mette d’accordo me e Ford manco fossimo la Regina Cattiva (io) e Biancaneve (lui) in un episodio di Once Upon a Time. Ci mette d’accordo nel non vederlo manco sotto reciproca tortura.
Il consiglio di Ford: una favola sarebbe il Cinema senza i Vanzina.
In una settimana che, possano poi piacere oppure no, vede approdare in sala Aronofsky e Anderson, è desolante scoprire che l'Italia possa mettere in campo solo ed esclusivamente roba infima e telefonatissima di questo genere firmata dai Vanzina, noti ormai in tutto il mondo per essere uno dei marchi di qualità dell'antiCinema.
Non voglio sapere nulla, e neppure augurarlo al Cucciolo. Figuratevi.

"Cosa ne penso di Ford? Tengo la bocca cucita, non si sa mai che mi arrivino le bottigliate!"
Piccola patria di Alessandro Rossetto


Il consiglio di Cannibal: piccola pellicola
Se questa settimana devo prendermela con un film italiano, me la prendo con il fantasiosissimo e originalissimo nuovo sforzo degli sfracelli Vanzina. Questo Piccola patria mi sembra una roba talmente piccola e talmente modesta che non si merita le mie energie più cattive. Quelle le conservo tutte per l’anti-von Trier Ford.
Il consiglio di Ford: piccolo Cinema.
Non mi bastavano i Vanzina, doveva arrivare anche altra robetta made in Italy. Ma davvero non c'è possibilità di migliorare la qualità delle uscite nostrane!?

"Vieni, forza, devi uscire con il Cannibale e Lars Von Trier, niente storie!"
Nessuno mi pettina bene come il vento di Peter Del Monte


Il consiglio di Cannibal: nessuno mi fa girare le palle come il Ford
Nessuno mi pettina bene come il vento è uno di quei film che mi fanno andare giù le mutande già dal titolo. Ma chi è che l’ha scelto? Federico Moccia durante un brainstorming con Alessandro D’Avenia e Nicholas Sparks?
A ciò aggiungiamo un trailer lagnoso, la presenza della nevrotica Laura Morante, una produzione italiana e avremo così servito proprio un bel film. Un bel film da evitare quanto una puntata di Amici di Maria de Filippi con ospite d’onore James Ford.
Il consiglio di Ford: nessuno mi può deludere come Cannibal Kid. Tranne, forse, Lars Von Trier.
Non c'è due, senza tre. Dopo una partenza da urlo, questo weekend di uscite pare essere entrato in un buco nero di quelli da non augurare neppure ai propri peggiori rivali. E come se non bastasse, c'è pure la Morante.
Roba che piuttosto mi farei un intero weekend in compagnia di Katniss Kid.

"Ma chi sono quei due casinisti la dietro!?" "Sono Cannibal e Ford: lasciali perdere, è meglio."
Oculus di Mike Flanagan


Il consiglio di Cannibal: occhio a non vederlo!
Sbaglio o è un periodo particolarmente nero per il genere thriller-horror? Se già qualche tempo fa non se la passava troppo bene, in questi primi mesi del 2014 la situazione si è fatta addirittura drammatica. A provare a risollevare le cose ci pensa questo horrorino, Oculus, cui potrei dare una chance soltanto perché negli ultimi tempi sono girato al largo dal genere manco fosse un Ford assetato di sangue cannibale. Ma mi sa che farò meglio a continuare a stare lontano, sia dal film che dal nuovo chitarrista di Analstacia.
Il consiglio di Ford: oculus alla groupie numero uno di Ford, Peppa Kid!
Considerato lo stato di salute dell'horror, privo di proposte interessanti dai tempi di Conjuring e Dark skies, non penso che Oculus riuscirà nell'impresa di invertire una rotta quasi più drammatica di quella del Cinema nostrano: potrei comunque ripescarlo per una visione da neuroni spenti e bottigliate incombenti, giusto per alimentare la concorrenza - già ben messa - per quanto riguarda il Ford Award dedicato al peggio dell'anno.

Reazione tipica di uno spettatore ad un film di Von Trier.
Mister Morgan di Sandra Nettelbeck


Il consiglio di Cannibal: se Mister Morgan è peggio di Mister Ford è davvero messo male
Michael Caine è uno di quegli attori che proprio non mi dicono niente. Più che non piacermi, mi sta indifferente, cosa che significa che un suo film come protagonista lo scanso con grande piacere. Questa commedia romantica a rischio melodramma potrebbe però essere risollevata dal fatto di essere una produzione francese e di avere come protagonista femminile l’affascinante Clémence Poésy. Quindi che fare, vederlo o non vederlo?
Diciamo che lo metto in lista d’attesa insieme a tutti i film consigliati da Ford. Ovvero quelli che probabilmente non guarderò mai…
Il consiglio di Ford: di Mister ce n'è solo uno, e sono io.
Rispetto tantissimo Michael Caine, uno di quelli che sprizza stile da tutti i pori e funziona in quasi ogni ruolo in cui lo si metta. Eppure questo film non mi dice assolutamente nulla, neanche si trattasse dell'ultimo e spento Von Trier.
Eviterò senza pensarci troppo, giusto per non rovinarmi l'opinione consolidata negli anni del recente Alfred dei Batman nolaniani.

"Se sei già uscita con Ford, ai ti sembrerò un ragazzino al confronto!"
Barry, Gloria e i Disco Worms di Thomas Borch Nielsen

Il consiglio di Cannibal: ma questi sono peggio dei Disco Fords!
Cercare di trovare una logica dietro la distribuzione cinematografica italiana è ormai un miraggio, un po’ come cercare di capire cosa diavolo ci sia dentro la testa di Ford, a parte scimmie urlatrici ed eroi action degli anni ’80 urlatori. Cosa può spingere a fare uscire adesso nelle sale un film d’animazione tedesco-danese del 2008 su un gruppo di vermi appassionati di musica disco davvero non lo so. Che poi potrebbe anche non essere così schifoso, come filmetto d’animazione senza pretese, però se anziché nei cinema l’avessero distribuito direttamente su Rai YoYo non credo che nessuno l’avrebbe presa a male. A parte il patito numero uno di queste bambinate, James Ford.
Il consiglio di Ford: i Disco Worms? Sono gli avversari dei Disco Kids?
Filmetto d'animazione di quelli che è meglio perdere che trovare pronto a chiudere una settimana priva di ogni attrattiva, che promette scintille per poi perdersi inesorabilmente in proposte inutili e di qualità infima.
Onestamente, non comprendo proprio come sia possibile che in Italia non vengano distribuiti titoli da non perdere per ripescare pellicole più che datate e senza alcuna speranza di rimanere nella memoria degli spettatori come questa.
Una logica ancora più assurda di quella che governa le menti malate di Cannibal Kid e del suo amichetto Lars.

"Aiuto! Non farmi portare via da quel bruto di Ford!"

giovedì 30 gennaio 2014

The prestige

Regia: Christopher Nolan
Origine: UK
Anno: 2006
Durata: 130'





La trama (con parole mie): Robert Angier e Alfred Borden sono due illusionisti di belle speranze che sognano una carriera nel mondo dello spettacolo della Londra vittoriana, entrambi mossi da ambizione e talento. Quando un incidente di scena provoca la morte della moglie di Angier la loro rivalità, fino a quel momento latente, esplode in una serie di vendette e rivalse personali che rischiano di costare la carriera e la vita ad entrambi.
Angier, votato allo spettacolo ma meno dotato, e Borden, schivo e caotico nella vita privata così come sul palco eppure strepitoso illusionista, portano dunque in scena una vera e propria guerra che costringerà entrambi a sacrificare tutto quello che possano avere mai amato a costo di avere la meglio sul rivale di sempre.
Ma l'illusione avrà mai fine? E cosa rimarrà quando il sipario sarà calato per l'ultima volta?






Questo post partecipa (almeno questo è quello che credete voi) alle celebrazioni per il Christian Bale Day.


Inizialmente, pensando a questo post, avevo architettato uno di quei trucchi di magia in uno stile che si avvicinerebbe più a quello del mio rivale Cannibale.
Uno di quelli con tanto di promessa, svolta e prestigio, con tanto di voto e recensioni fasulle che rivelassero la verità soltanto alla fine.
Poi è capitato di rimettere mano al dvd di quello che è, in assoluto ed indiscutibilmente, il mio film preferito tra quelli firmati da Christopher Nolan, e decidere che non sarebbe bastato.
In fondo, tra noi due, quello che davvero ci sa fare con il pubblico è lui: una grande intelligenza - e scaltrezza - giornalistica, un piglio multitasking ed il tempo di seguire quelle che sono le tendenze, le mode, gli avvenimenti.
Io sono più simile ad un artigiano, o un operaio, della blogosfera. Mi arrangio con quello che ho.
In qualche modo, lui è l'Angier, ed io il Borden.
Potrebbe suonare ambizioso, o troppo supponente, ma in modi completamente diversi e con casse di risonanza e bacini d'utenza di dimensioni decisamente differenti, si potrebbe pensare che io e lui rappresentiamo i blogger cinematografici "singoli" di maggior riferimento nella blogosfera.
E cosa c'entra, tutto questo, con The prestige ed il Christian Bale Day?
A parte il fatto che il suddetto Bale sia uno degli attori attuali di riferimento per entrambi, nessuno.
Forse.
Perchè forse parliamo della promessa, del modo che avrei di distrarre il lettore da quella che è la realtà di questo post.
Sempre che ce ne sia una.
In fondo, parliamo di illusione.
Guarda attentamente, suggerisce Borden in più di un'occasione.
Ma è davvero questo, quello che vuole il pubblico?
Il pubblico vuole essere ingannato, come lo spettatore una volta entrato in sala.
Ed in questo senso, The prestige è la quintessenza del Cinema come forma di intrattenimento, illusione, magia, sorpresa: ai tempi in cui uscì, lo andai a vedere due volte nel giro di pochi giorni.
La prima con una ragazza che frequentavo ai tempi, una che sapevo sarebbe entrata ed uscita dalla mia vita come molte in quel periodo.
La seconda con Julez. Che allora era la mia amica, la persona cui pensavo nel momento in cui sentivo il bisogno di condividere con qualcuno la scoperta di una qualche meraviglia.
Anche se non lo sapevo, quella sarebbe stata una delle svolte della mia esistenza.
Perchè The prestige è stato indiscutibilmente uno dei più grandi amori cinematografici recenti del sottoscritto: negli ultimi dieci anni, pochi film sono riusciti a colpirmi più di questo intricato thriller vittoriano che incrocia vendetta, amore, morte, passione, dedizione, famiglia, sogni ed ambizioni.
Sceneggiatura, atmosfera, voglia e capacità di sorprendere anche ad una seconda, o terza, o quarta visione, fotografia, decostruzione temporale, incastri ed interpretazioni in grado di funzionare come perfetti meccanismi di un orologio infallibile.
Tutto porta ad una meraviglia incarnata da un climax conclusivo da urlo.
Il numero decisivo di uno spettacolo di magia di quelli impossibili da dimenticare.
Ed eccoci arrivati: il finale.
Il prestigio.
Ricordate American Hustle - e sempre di Bale parliamo -?
E' stato la prova generale per questo.
E questa volta il post fordiano è stato tutto scritto per mano e courtesy of Cannibal Kid.
Osservate attentamente.
Abracadabra.



Cannibal Kid


"Do you think I sacrificed real life
for all the fame of flashing lights?
do you think I sacrifice a real life
for all the fame of flashing lights?"
Kanye West - "Pinocchio Story" - 



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