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venerdì 16 giugno 2017

Houdini (History Channel, USA/Canada, 2014)






Una delle figure senza dubbio più affascinanti e mitiche del primo Novecento, quantomeno secondo il sottoscritto, è quella di Harry Houdini, padre di tutti gli illusionisti ed esperti della fuga nonché fonte d’ispirazione per alcune pellicole che adoro alla follia come The Prestige.
Ebreo ungherese d’origine ed americano d’adozione, Harry Houdini lavorò prima ancora che sui trucchi sulla sua prestanza fisica, allenando duramente i muscoli in tutto il corpo ed in particolare nella fascia addominale, avvalendosi poi del contributo della moglie nonché assistente e di un tecnico in grado di fornire alcuni tra i numeri più incredibili del tempo – e non solo – come quello della tortura cinese dell’acqua o della scomparsa di un elefante.
Qualche anno fa, History Channel – e in Italia DMAX – portarono sul piccolo schermo un prodotto decisamente interessante con protagonista il notissimo Adrien Brody che raccontasse non solo l'esistenza – e la morte – di Houdini, ma anche e soprattutto la tentazione che il rischio della propria vita rappresentava per il popolarissimo artista, che passò dal vaudeville al Cinema, pilotò aerei e si gettò dai ponti dentro fiumi ghiacciati incatenato per apparire, ogni volta, miracolosamente, salvo di fronte al suo pubblico.
Curioso che, tra una grande impresa e l’altra, correndo sul filo per tutti i cinquantadue anni che visse, Houdini trovò la morte proprio a causa dei suoi leggendari addominali, quando un colpo dato di sorpresa – e dunque impossibile da affrontare preparato come spesso faceva, spavaldamente, l’illusionista, che invitava il suo pubblico a colpirlo con un pugno proprio sulla fascia muscolare tanto celebrata per provarne la forza – gli ruppe l’appendice causando un’infezione della quale ci si accorse troppo tardi proprio a causa della resistenza al dolore dell’illusionista, che non si rivolse immediatamente ad un medico finendo per aggravare oltre misura la sua condizione.
Ma prima che si giunga a questo, il lavoro di Uli Edel e di History Channel si concentra sul legame tra il grande artista e sua moglie, quello ancora più forte con la madre e soprattutto la necessità che lo stesso aveva di sfidare la morte, sia sul palcoscenico che nei panni di persecutore di medium e spiritisti – dopo la morte della genitrice, Houdini fu attivissimo nello smascherare quelli che lui considerava avvoltoi pronti a sfamarsi del dolore della gente -, descrivendo nel frattempo un uomo appassionato, un personaggio romanzesco che – e non ero al corrente di questo suo lato, benchè fan dell’Houdini illusionista – si cimentò anche nello spionaggio internazionale grazie proprio alla sua fama ed agli spettacoli che lo portarono a viaggiare in tutto il mondo.
Una produzione televisiva, dunque, perfetta per i fan del mago ma comunque di qualità più che discreta, in grado di ricordare produzioni ben più grandi come La vera storia di Jack lo Squartatore o lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie e, nonostante la presenza costante della voce
off del protagonista e narratore, scorrevole ed avvincente, pronta a mostrare uno spicchio di un’epoca a tratti oscura eppure ricca di fermenti e cambiamenti che furono nel bene e nel male mitici.
Interessante anche l’interpretazione di Brody, sorprendentemente simile – naso a parte – all’Houdini originale, così come la rivelazione di alcuni trucchi utilizzati dall’illusionista per compiere le sue straordinarie evasioni: l’utilizzo, in questo senso, della stessa tecnica di “vedo non vedo” sfruttata da Nolan nel già citato The Prestige, rende ancora più interessante un’arte ormai passata inevitabilmente di moda rispetto al Cinema ed alle nuove tecnologie ma straordinariamente affascinante, anche perché “quello che l’occhio crede, crede anche la mente”.
Se, a questo, si aggiunge la ricerca dell'evasione di Houdini, e la consapevolezza del fatto che, tentativi e bravura a parte, nessuno di noi sfuggirà mai alla prigione definitiva, il gioco è fatto.
In un certo senso, l’importante è che chi ci ama finisca per non liberarsi di noi neppure di fronte a quello.
Trucco oppure no.



MrFord



 

mercoledì 17 dicembre 2014

Magic in the moonlight

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
97'
 




La trama (con parole mie): Stanley, illusionista tra i migliori al mondo sul finire degli anni venti, viene contattato da un suo vecchio compagno, eterno secondo nell'esercizio della professione di mago rispetto a lui, in modo che si rechi al suo fianco nel Sud della Francia, dove una giovanissima medium americana pare stia circuendo un'agiata famiglia nonchè l'erede della fortuna della stessa.
L'uomo, cinico e misogino, accetta l'invito stimolato dalla sfida di poter smascherare l'ennesima truffatrice e dal suo approccio alla vita, assolutamente razionale e distaccato: quando, però, Sophie farà breccia nel suo cuore, le regole del confronto cambieranno, e Stanley si ritroverà a far fronte non solo alla tempesta dei sentimenti, ma anche e soprattutto ad un approccio con il mondo, la vita e la morte decisamente diverso da quello tenuto nel corso della sua intera esistenza.
Sophie si rivelerà davvero in grado di comunicare con gli spiriti? E vinceranno i sentimenti, o la ragione? 








Personalmente, non sono mai stato in guerra allo stesso modo di alcuni - appassionati compresi - con Woody Allen, così come non ho mai pensato fosse il Maestro indiscusso che altri dichiaravano incondizionatamente fosse: ho sempre pensato che il vecchio Woody avesse regalato grandissime perle alla settima arte senza, di fatto, aver mai centrato il bersaglio grosso, scivolando soprattutto negli ultimi anni spesso e volentieri spinto da una sorta di ingordigia cinematografica - penso sia rimasto l'unico tra i grandi registi a far uscire un titolo a stagione - capace di regalare al pubblico schifezze come Vicky, Christina Barcelona o Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, senza contare To Rome with love, forse il punto più basso della carriera del regista.
E' altrettanto vero, però, che con Match point o Midnight in Paris Allen è stato senza dubbio protagonista di prove clamorose, in grado di riportare anche i fan più hardcore ai tempi d'oro della sua produzione: Magic in the moonlight, sua ultima fatica, sinceramente non partiva con il piede giusto, qui al Saloon.
Colin Firth è uno degli attori meno sopportati a questo bancone, l'idea dell'ennesima commedia romantica dai ritmi blandi lontana dagli indimenticabili Io e Annie o Manhattan non faceva che rendermi nervoso, così come il fatto che tutto potesse suonare come una robetta da camera per vecchie signore all'ora del the.
Fortunatamente per il sottoscritto, archiviata la visione posso dirmi sorpreso in positivo, così come affermare che gli anni venti ed affini e le loro ambientazioni - Accordi e disaccordi, Ombre e nebbia, Scoop - non facciano altro che un gran bene a Woody, che senza eccedere o strafare confeziona un titolo garbato e piacevole, una commedia romantica all'interno della quale sono scandagliati i massimi sistemi senza che gli stessi siano presi o troppo alla leggera o caricati di un peso eccessivo: e perfino il tanto detestato Firth, grazie ad un personaggio antipatico quanto vulnerabile, razionale e preciso quanto preda degli istinti, si conferma una scelta azzeccata, funziona così come una davvero imbruttita Emma Stone, che comunque resta uno dei volti più interessanti che si possano sponsorizzare tra le giovani attrici USA.
L'idea del confronto tra l'idea dell'amore e l'applicazione alla vita dello stesso - ben incarnate dai rapporti tra Stanley e Sophie così come da quello dello stesso illusionista con la fidanzata storica - è ben orchestrata e decisamente profonda, così come il continuo schierarsi del protagonista contro l'illusione e l'illusionarietà dei sentimenti, colpevoli di rendere felici così come di complicare senza possibilità di appello la vita di chiunque decida di abbracciarli.
Da istintivo cronico, trovo possa essere davvero limitante vivere un'esistenza lontano da ogni tipo di sentimento o passione, pur se allo scopo di preservarsi e mantenere un logico e sensato equilibrio, eppure nel corso della visione non sono riuscito a non parteggiare per Stanley, messo all'angolo da una trama più complessa di quanto non si possa credere e pronto ad una ribalta - culminata con il colpo di scena della rivelazione del ruolo di Sophie - capace di aprire la strada al confronto con la zia, senza dubbio il charachter più interessante della pellicola e, forse, specchio delle opinioni dello stesso regista, pronto a lasciarsi andare alla magia dell'amore - e a farsi ingannare da essa - quanto a comprendere l'insensatezza insita per Natura nelle scelte di cuore.
Del resto, se non fossimo passionali non avrebbe senso neppure l'illusionismo.
Così come molte altre cose che danno colore e significato ad esistenze altrimenti piatte, noiose e grigie, fatte di stonatissime serenate eseguite con l'ukulele.
Le stelle non sono certo messe dove sono perchè noi le si stia ad ammirare estasiati, quanto per qualche legge fisica e casualità cosmica: eppure guardarle pensandole tutte come desideri inespressi o realizzati finisce per renderle decisamente più brillanti.
E dovremmo davvero ringraziare che sia così.
Un pò come fa Woody Allen con questo suo Magic in the moonlight.




MrFord




"Dancing in the moonlight
everybody's feelin' warm and bright
it's such a fine and natural sight
everybody's dancing in the moonlight."
Van Morrison - "Dancing in the moonlight" -






giovedì 30 gennaio 2014

The prestige

Regia: Christopher Nolan
Origine: UK
Anno: 2006
Durata: 130'





La trama (con parole mie): Robert Angier e Alfred Borden sono due illusionisti di belle speranze che sognano una carriera nel mondo dello spettacolo della Londra vittoriana, entrambi mossi da ambizione e talento. Quando un incidente di scena provoca la morte della moglie di Angier la loro rivalità, fino a quel momento latente, esplode in una serie di vendette e rivalse personali che rischiano di costare la carriera e la vita ad entrambi.
Angier, votato allo spettacolo ma meno dotato, e Borden, schivo e caotico nella vita privata così come sul palco eppure strepitoso illusionista, portano dunque in scena una vera e propria guerra che costringerà entrambi a sacrificare tutto quello che possano avere mai amato a costo di avere la meglio sul rivale di sempre.
Ma l'illusione avrà mai fine? E cosa rimarrà quando il sipario sarà calato per l'ultima volta?






Questo post partecipa (almeno questo è quello che credete voi) alle celebrazioni per il Christian Bale Day.


Inizialmente, pensando a questo post, avevo architettato uno di quei trucchi di magia in uno stile che si avvicinerebbe più a quello del mio rivale Cannibale.
Uno di quelli con tanto di promessa, svolta e prestigio, con tanto di voto e recensioni fasulle che rivelassero la verità soltanto alla fine.
Poi è capitato di rimettere mano al dvd di quello che è, in assoluto ed indiscutibilmente, il mio film preferito tra quelli firmati da Christopher Nolan, e decidere che non sarebbe bastato.
In fondo, tra noi due, quello che davvero ci sa fare con il pubblico è lui: una grande intelligenza - e scaltrezza - giornalistica, un piglio multitasking ed il tempo di seguire quelle che sono le tendenze, le mode, gli avvenimenti.
Io sono più simile ad un artigiano, o un operaio, della blogosfera. Mi arrangio con quello che ho.
In qualche modo, lui è l'Angier, ed io il Borden.
Potrebbe suonare ambizioso, o troppo supponente, ma in modi completamente diversi e con casse di risonanza e bacini d'utenza di dimensioni decisamente differenti, si potrebbe pensare che io e lui rappresentiamo i blogger cinematografici "singoli" di maggior riferimento nella blogosfera.
E cosa c'entra, tutto questo, con The prestige ed il Christian Bale Day?
A parte il fatto che il suddetto Bale sia uno degli attori attuali di riferimento per entrambi, nessuno.
Forse.
Perchè forse parliamo della promessa, del modo che avrei di distrarre il lettore da quella che è la realtà di questo post.
Sempre che ce ne sia una.
In fondo, parliamo di illusione.
Guarda attentamente, suggerisce Borden in più di un'occasione.
Ma è davvero questo, quello che vuole il pubblico?
Il pubblico vuole essere ingannato, come lo spettatore una volta entrato in sala.
Ed in questo senso, The prestige è la quintessenza del Cinema come forma di intrattenimento, illusione, magia, sorpresa: ai tempi in cui uscì, lo andai a vedere due volte nel giro di pochi giorni.
La prima con una ragazza che frequentavo ai tempi, una che sapevo sarebbe entrata ed uscita dalla mia vita come molte in quel periodo.
La seconda con Julez. Che allora era la mia amica, la persona cui pensavo nel momento in cui sentivo il bisogno di condividere con qualcuno la scoperta di una qualche meraviglia.
Anche se non lo sapevo, quella sarebbe stata una delle svolte della mia esistenza.
Perchè The prestige è stato indiscutibilmente uno dei più grandi amori cinematografici recenti del sottoscritto: negli ultimi dieci anni, pochi film sono riusciti a colpirmi più di questo intricato thriller vittoriano che incrocia vendetta, amore, morte, passione, dedizione, famiglia, sogni ed ambizioni.
Sceneggiatura, atmosfera, voglia e capacità di sorprendere anche ad una seconda, o terza, o quarta visione, fotografia, decostruzione temporale, incastri ed interpretazioni in grado di funzionare come perfetti meccanismi di un orologio infallibile.
Tutto porta ad una meraviglia incarnata da un climax conclusivo da urlo.
Il numero decisivo di uno spettacolo di magia di quelli impossibili da dimenticare.
Ed eccoci arrivati: il finale.
Il prestigio.
Ricordate American Hustle - e sempre di Bale parliamo -?
E' stato la prova generale per questo.
E questa volta il post fordiano è stato tutto scritto per mano e courtesy of Cannibal Kid.
Osservate attentamente.
Abracadabra.



Cannibal Kid


"Do you think I sacrificed real life
for all the fame of flashing lights?
do you think I sacrifice a real life
for all the fame of flashing lights?"
Kanye West - "Pinocchio Story" - 



martedì 23 luglio 2013

Now you see me - I maghi del crimine

Regia: Louis Leterrier
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 115'




La trama (con parole mie): Daniel Atlas, Henley Reeves, Merritt McKinney e Jack Wilder sono illusionisti di strada specializzati ognuno in un diverso campo. Contattati da un misterioso committente, i quattro vengono messi in condizione di dare il via ad uno show pronto a sbancare non solo l'audience, ma anche importanti istituti di credito ed assicurazioni proprio nel corso degli eventi, live divenendo, di fatto, una sorta di novelli Robin Hood.
Quando il detective dell'FBI Dylan Rhodes viene affiancato dall'investigatrice dell'Interpol Alma Dray ed il caso esplode anche sui media, la corsa contro il tempo per fermare i quattro inafferrabili illusionisti diviene una priorità delle alte sfere delle forze dell'ordine, pronte a rivolgersi perfino ad ex maghi divenuti esperti nello smascherare trucchi ed illusioni come Thaddeus Bradley.
Riusciranno i quattro a farsi beffe di chi da loro la caccia ed ultimare un piano decisamente più ambizioso di quello che sembra? E chi muove le fila alle loro spalle?





L'estate, come si sa, è spesso e volentieri simbolo di disimpegno artistico, fisico e mentale, una sorta di inno alla leggerezza che ci riporta ai tempi magici della scuola in cui da giugno a settembre ci si dimenticava di tutto e di tutti per ritrovarsi in una realtà parallela - quella delle vacanze al mare o in montagna - fatta di amicizie, storie e situazioni in grado di regalare l'illusione di qualcosa di magico.
Louis Leterrier, regista di caratura certo non clamorosa, autore di tamarrate amatissime dal sottoscritto come il primo Transporter e dell'Hulk post-Ang Lee nella sua versione Avengers-style, colpito da non so quale folgorazione, riesce nell'impresa di unire lo spirito di questa stagione ad un film fresco, intelligente, ritmato alla grande nonchè, senza dubbio, riferimento per quanto riguarda l'intrattenimento non soltanto del periodo, ma di questa intera prima parte di duemilatredici.
Sfruttando un cast eterogeneo ed in buona forma, Leterrier mescola elementi che ricordano il rocambolesco incedere della saga di Danny Ocean alle riflessioni sulla magia e la fede che furono alla base di cose decisamente buone come Red lights ed ottime come The prestige: certo non ci troviamo dalle parti del filmone di Nolan, eppure Now you see me conserva - e molto bene - una sua dignità fornendo allo spettatore del sano e robusto divertimento che possa partire dal cervello invece che dalla pancia ed una leggerezza che gli permette di toccare argomenti sicuramente importanti senza per questo risultare appesantito nella struttura e nell'evoluzione.
A partire dai quattro protagonisti - mai troppo approfonditi, eppure in grado di essere definiti perfettamente da poche ma efficaci sequenze - fino ai due detectives incaricati della loro cattura - una coppiata Ruffalo/Laurent che funziona molto più di quanto non mi sarei aspettato -, passando per l'esperto "smascheratore" Bradley interpretato da Morgan Freeman, nessuna sbavatura perviene allo spettatore, che avvicinandosi sempre più - come viene più volte suggerito dai "Quattro cavalieri" - non solo finisce inevitabilmente per essere ingannato come illusionismo e magia vogliono, ma per godersi senza pensieri una caccia agli uomini divertentissima e ben orchestrata, che avrà pure la pecca di non avere davvero nessuna sbavatura ma che, di fatto, rispolvera il concetto dell'heist movie da una nuova prospettiva, aggiungendo alla sua ricetta diverse chicche - il confronto finale con "l'occhio" - e regalando almeno un paio di twist che, forse proprio perchè impegnati "ad avvicinarsi troppo" riescono nell'intento di sorprendere e rendere l'evoluzione dello script ancora più interessante, oltre a creare una piacevole empatia con questi curiosi, improvvisati ed insoliti Robin Hood pronti a rubare ai ricchi per dare ai poveri in nome di una vendetta che non è soltanto quella rispetto ad un loro collega smascherato decenni prima, ma della meraviglia - e della voglia di meravigliarsi - rispetto al cinismo e alla razionalità eccessivi, aspetto ovviamente molto apprezzato dalle parti del Saloon.
Leterrier firma dunque la sua opera migliore ed una delle sorprese più piacevoli di questo periodo, in barba ai santoni dell'autorialità eccessiva - qualcuno ha detto Malick!? - ma anche ai solo presunti tamarri da giocattoloni per bambini grandi - vero, Del Toro!? -: niente male per quattro illusionisti di strada passati in breve tempo ad essere idoli delle folle - chi non starebbe dalla loro parte, in fondo!? - nonchè alfieri della rivincita del sogno sulla realtà e dell'illusione della magia rispetto alle solide fondamenta dei massimi sistemi dell'economia attuale.
Potrebbe essere da folli, pensare che il potere di quest'illusione è necessario come l'aria a noi poveri vagabondi della Frontiera, eppure non può che essere così: in fondo non esiste Denaro in grado di comprare il Tempo, e non esiste Sogno - o illusione, perchè no - che non possa superare un'apparente certezza.
Basta guardare più da vicino, e lasciarsi ingannare.
In fondo il viaggio è sempre più importante della sua destinazione.


MrFord


"I never believed in things that I couldn't see
I said if I can't feel it then how can it be
no, no magic could happen to me
and then I saw you."
America - "You can do magic" - 



lunedì 12 novembre 2012

Red lights

Regia: Rodrigo Cortes
Origine: Spagna, USA
Anno: 2012
Durata: 113'




La trama (con parole mie): la studiosa Margareth Matheson ed il suo assistente Tom Buckley si occupano di smascherare i fenomeni cosiddetti paranormali nonchè le persone che sfruttano gli stessi per avere successo ed approfittarsi di chi continua a credere in loro.
Quando, dopo trent'anni di silenzio, torna alla ribalta delle cronache Simon Silver, sensitivo non vedente dai poteri apparentemente inspiegabili e strabilianti, Tom vorrebbe spingere la sua maestra a confrontarsi proprio con la superstar numero uno del mondo che lottano ogni giorno per smontare credenza dopo credenza: la donna, però, memore di uno dei suoi rari momenti di cedimento, rifiuta la sfida propostale dalla giovane spalla con decisione, rivelandosi irremovibile.
Ma la morte incombe sui due scettici del paranormale, e presto Buckley si ritroverà da solo ad affrontare l'apparentemente inattaccabile Silver.





Che si tratti di Cinema o vita vissuta, essere sorpreso è da sempre uno dei piaceri che spero di poter conservare - per goderne -  il più a lungo possibile: trovarsi di fronte a qualcosa in grado di lasciarci a bocca aperta non ha prezzo rispetto alle aspettative deluse, o ancor più al fatto di rimanere indifferente dal primo minuto ai titoli di coda di un film.
Rodrigo Cortes, regista di Red lights, aveva fatto capolino da queste parti qualche anno fa per essere impietosamente bottigliato insieme al suo Buried, una di quelle cose in grado di solleticare i miei colpi più devastanti, e l'idea che tornasse con un thriller superpatinato con tanto dell'ormai in caduta libera Robert De Niro non lasciava presagire niente, ma proprio niente di buono.
Quand'ecco giungere la sorpresa di cui parlavo: non solo l'ultimo lavoro di Cortes è un gran film, diretto con piglio, scandito da un ritmo ottimo, in grado di confermare Cillian Murphy come uno dei volti più interessanti della sua generazione ed al contempo riciclare salvando anche solo parzialmente l'appena citato Bob De Niro, fotografato splendidamente nonchè scritto e montato dallo stesso regista, ma si pone prepotentemente come una delle cose più riuscite degli ultimi mesi, giungendo a scomodare paragoni importanti come quello con il primo Shyamalan - lo stesso che ancora sapeva girare film decenti - e soprattutto con il Christopher Nolan di The prestige.
Il conflitto tra fede e scienza che incarnano la Matheson ed il suo assistente Buckley è rappresentato con intelligenza e sensibilità, inserito in un contesto profondamente legato al thriller sovrannaturale della miglior fattura - e si torna con la memoria a pietre miliari come Gli invasati o Rebecca - che non si risparmia excursus quasi d'azione nonchè una robusta razione di colpi di scena destinati in almeno un paio di occasioni a lasciare lo spettatore impietrito sulla poltrona.
La cosa più interessante, comunque, è la riflessione etica che il lavoro del "redento" - almeno ai miei occhi - Rodrigo lascia sedimentare nel profondo dei cuori dell'audience nel corso della visione ed una volta terminata la stessa: fino a che punto si spinge la fede nel manipolare chi affida le sue speranze alle parole di un sedicente "messia"? E dove è disposta ad arrivare la scienza per affermare la ragione della ragione?
In questo senso una sequenza in particolare è rimasta impressa a fuoco nella memoria del sottoscritto: la dottoressa Matheson, di fronte al letto di suo figlio in coma da decenni ed attaccato alle macchine, rivela al fido Tom il motivo per il quale non si sia mai decisa a far staccare la spina.
"Se fossi sicura che esistesse qualcosa dopo, allora l'avrei lasciato andare il primo giorno".
E' un egoismo profondamente emotivo, quello di Margareth, lo sconvolgimento profondo di una donna che lotta per confutare superstizioni e, in qualche modo, sogni, e ad un tempo si trova a dover seppellire le proprie aspettative, la speranza che il figlio possa un giorno incontrare quel qualcosa che lei stessa, in qualche modo, distrugge caso dopo caso.
Al suo fianco Tom, con la sua volontà irruenta e passionale di fermare l'ascesa del redivivo - ed apparentemente inattaccabile - Silver, di scovare le "red lights" che potrebbero creare una falla nel suo sistema - scoperta interessante, quella dell'utilizzo di intere squadre di persone addette al recupero di informazioni che saranno utili per gli show del sensitivo di turno -, di dimostrare anche per Margareth che la sua battaglia, la loro guerra ha un senso, e tutti i parassiti pronti a dissanguare gente ormai sull'orlo dell'abisso potranno essere visti per quello che sono.
"Io sono un sensitivo", dichiara Tom alla giovane studentessa Sally - Elizabeth Olsen, già convincente in La fuga di Martha - per spiegare la sua particolare predisposizione a comprendere le mosse della donna che è stata sua maestra.
Mi verrebbe da dire, invece, che Tom è sensibile.
E nonostante il dibattersi che lo vedrà trovare una strada pronta a condurlo alla sua vera Natura, prenderà forze ed energie proprio da quella sensibilità che gli permette di andare alla ricerca di qualcosa - o qualcuno - che possa farlo sentire meno solo, e dare una nuova dimensione a tutto il lavoro della dottoressa Matheson.
Anche i più duri di noi, in fondo, sono vulnerabili alla speranza.
Specie quando a solleticarne le carezze sono le vite di chi amiamo, o la nostra.
Ma non bisogna essere ancora più duri, per sopravvivere alla stessa e alla sua indubbia forza distruttrice.
Perchè non c'è armatura - e Margareth ne è testimone - che possa resistere ai suoi colpi.
Occorre essere sensibili. E capire che, a volte, accettare chi siamo può aiutarci a comprendere quello che non siamo.
Fede e Scienza.
In una certa isola sarebbero valse anni di avventure.
Qui sulla terraferma ne richiedono altrettanti di ferite.
Almeno fino a quando non troveremo la nostra Costante.
Quella che Silver crede di possedere.
Quella che Margareth ha osservato spegnersi, anno dopo anno.
Quella che, non senza dolore, Tom scopre di fronte a se stesso prima che agli altri.


MrFord


"And give me something to believe in
if there's a Lord above
and give me something to believe in
oh, Lord arise."
Poison - "Something to believe in" -


lunedì 13 febbraio 2012

Hugo Cabret

Regia: Martin Scorsese
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 126'


La trama (con parole mie): siamo nel cuore della Parigi anni trenta, all'interno di una stazione in cui gli orologi scandiscono il tempo e le vite di chi passa e chi resta.
Hugo Cabret, un giovane orfano figlio di un orologiaio, vive continuando quello che era il lavoro dello zio - regolare gli orologi muovendosi attraverso i passaggi segreti della stazione - accarezzando il sogno di scoprire il segreto di un uomo meccanico che il padre avrebbe voluto riparare prima di morire: per farlo spesso e volentieri il ragazzino ruba pezzi di giocattoli che il vecchio George Melies assembla in un piccolo negozio all'interno della stazione.
Malvisto dallo stesso Melies e dal Capo Ispettore della stazione, Hugo riuscirà a stringere amicizia con la figlia adottiva del negoziante ed accompagnarla nell'avventura che porterà a scoprire il passato di quello che fu uno dei grandi inventori del Cinema ed anche il segreto dell'automa meccanico, finendo per aprire di nuovo il cuore del vecchio cineasta.





Ebbene sì, avete visto bene: sto per bottigliare Scorsese.
Dato che questo inizio anno è stato clamorosamente positivo rispetto alle nuove visioni - da Take shelter, che ci scorderemo di vedere in Italia, a Hesher, che fortunatamente è arrivato in sala - doveva arrivare prima o poi la delusione che mi ricordasse le vittime illustri mietute lo scorso anno qui al saloon - Sorrentino, Polanski, Cronenberg tra gli altri - e spolverasse le bottiglie da troppe settimane clamorosamente poco attive: a sorpresa questo ruolo è toccato proprio al grande Marty, regista che ho sempre amato e che negli ultimi anni pare essersi istituzionalizzato talmente tanto da farmi guardare al suo lavoro con incredulità sempre crescente - già Shutter island mi aveva convinto solo parzialmente, così come The Departed, solido e tosto ma a mio parere sopravvalutato -.
Hugo Cabret, occorre dirlo, è un film dalla confezione impeccabile: tralasciando la questione 3D - che continuo a detestare -, la parte tecnica è una vera meraviglia, dalla fotografia all'uso degli effetti, passando attraverso dolly e carrelli da fare spavento tanto è il talento che sprigionano.
E' anche una bella storia, toccante e magica, ed un omaggio al Cinema delle origini - sembra proprio l'anno dell'amarcord, in questo senso, dato che The artist sarà il suo avversario principale nella notte degli Oscar - e ad uno dei geni assoluti della settima arte, il primo, vero padre dell'illusionismo cinematografico che vedrà poi grandi Maestri svilupparne gli insegnamenti, da Murnau a Welles fino al Nolan dei giorni nostri: George Melies.
Per chi non lo sapesse, questo signore è stato in grado, quando ancora praticamente il Cinema inteso come tale non esisteva - e i Lumiere, altri grandi pionieri, si limitavano ad una sorta di documentarismo - di creare mondi a bizzeffe popolati di creature fantastiche sfruttando ad un livello da fantascienza i mezzi che aveva - pellicola colorata a mano, montaggi rivoluzionari, immagini da rimanere a bocca aperta ancora oggi -, e se dovesse capitarvi, consideratevi in obbligo di acquistare i due dvd che raccolgono quello che resta della sua opera, meraviglie per gli occhi e non solo, roba che gran parte dei registi di oggi ancora si possono soltanto sognare.
Ma torniamo a Hugo Cabret.
Il problema è che, se questo film non fosse stato firmato da Scorsese, questione tecnica a parte, si sarebbe potuto anche considerare carino e piacevole.
Il problema è che, nel corso della visione, mi sono ritrovato a soffocare gli sbadigli in una prima parte davvero bolsa per riprendermi nella seconda soltanto grazie ai momenti in cui il regista si lascia andare agli omaggi al Cinema dei tempi: e di nuovo si torna a Melies.
Ma è davvero possibile che un certo Martin Scorsese, per poter meravigliare il pubblico del 2012, abbia bisogno delle immagini di film realizzati più di cento anni prima?
E' davvero possibile che si sia passati dal De Niro paurosamente ingrassato di Toro scatenato al Sacha Baron Cohen che fu Borat? Certo, come dice giustamente Julez, osservando gli ultimi anni di carriera di Bob De Niro, potrebbe anche essere.
E' davvero possibile che il regista inviso all'Academy figlio della rottura di Taxi driver e Fuori orario sia divenuto una sorta di asso pigliatutto del Red Carpet?
E' davvero possibile che il narratore della violenza selvaggia della strada di Mean streets o Quei bravi ragazzi e di quella elegante ma non meno estrema dei salotti de L'età dell'innocenza si sia piegato ad una storia che pare una versione disneyana delle fiabe di Charles Dickens?
Ad ogni minuto della visione, a fronte di queste domande, ho cercato di trovare la forza per dire no.
Ma negli scintillanti occhioni azzurri di Asa Butterfield e nelle moine Cloe Grace Moretz - che pare l'ombra della fantastica Hit-girl di Kick ass -, così come nella nostalgia canaglia di Ben Kingsley e Christopher Lee non ho visto altro che questo: un regista che è diventato di colpo vecchio, l'ombra di se stesso, ancora impareggiabile dietro la macchina da presa eppure privo della spinta a raccontare qualcosa di cui necessitasse davvero, vinto forse dal desiderio di quella ribalta che gli è mancata per gran parte di una carriera incredibile.
In Hugo Cabret non ho visto nient'altro che un giocattolo dai meccanismi ad orologeria oliati alla perfezione spento come l'esistenza di Melies chiuso in un negozietto, rinnegando i tempi dei film e dell'emozione, incapace di ritrovare il grande artista che fu.
Forse quest'opera, più che un omaggio, è il grido d'aiuto di Scorsese, in cerca del suo personale Hugo ansioso di "rimettere a posto le cose" riparando gli ingranaggi di una macchina che, con l'arrivo dei riconoscimenti inseguiti per decenni, pare aver perso tutto lo smalto e la magia che qui si cercano di raccontare come miracoli, o ricordi di quelli che sono stati i giorni migliori delle vite di chi le ha vissute.
Un film già vecchio in partenza, che non ha nulla a che spartire con le visioni del vero Melies, così potenti da far risollevare le sorti di questo spento Scorsese, ed al contempo in grado di affossarlo proprio nell'involontario confronto.
L'orologio del buon Marty si è fermato.
Quello di Melies non ha mai smesso di andare avanti.
Forse, per l'autore di Casinò e The aviator, è giunta l'ora di una scossa vera.
Un "ritorno al futuro" per non restare prigionieri del passato.


MrFord


"Penso che è stupendo
restare al buio abbracciati e muti ,
come pugili dopo un incontro .
come gli ultimi sopravvissuti .
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti."
Renato Zero - "I migliori anni della nostra vita" -

domenica 5 febbraio 2012

Falstaff

Regia: Orson Welles
Origine: Usa
Anno: 1965
Durata: 113'


La trama (con parole mie): Falstaff, Sir dedito alla vita e a tutte le sue dissolutezze, vaga nell'Inghilterra del primo quattrocento sempre accanto al rampollo reale, che più che al padre, austero sovrano, pare essere legato alle burle, alle beffe e alle sfide al sistema del corpulento frequentatore di osterie che è il suo più fedele compagno.
Quando scoppia la guerra ed il giovane principe è costretto a ravvedersi prendendo ogni responsabilità del suo ruolo, Falstaff si vedrà spinto alla deriva, lontano dalla corte e sempre più vicino ai margini della società, luoghi che hanno visto i suoi anni migliori ma non paiono avere una medicina per la vecchiaia incombente.
Nel momento dell'inconorazione del nuovo re Enrico V, al vecchio imbroglione non resterà altro che la magra consolazione di un cuore spezzato.





Mi sento quasi intimorito, a parlare per la prima volta di un mostro sacro come Orson Welles qui al saloon.
Ricordo quando, anni fa, cominciai - da appassionato di Cinema alle prime armi - a recuperare i suoi film, da Quarto potere in avanti, rimanendo folgorato per l'inventiva, il coraggio, l'abilità tecnica ed il talento di uno dei più grandi Maestri che la settima arte abbia mai regalato al suo pubblico: curioso anche quanto Welles sia stato uno dei più grandi sconfitti dalla stessa, costretto per gran parte della sua vita a lavorare con mezzi di fortuna e cercare finanziamenti e produzioni sudandosi ogni centesimo speso per la realizzazione dei suoi lavori.
Nonostante tutto, e nonostante questo, anche opere come Falstaff o Macbeth - altro magico Capolavoro costruito dal nulla -, palesemente influenzate da limiti tecnici e produttivi enormi, riescono ancora oggi ad abbagliare il pubblico grazie alla magia infusa in loro da uno dei più grandi - se non il più grande - tra gli illusionisti del Cinema: come se non bastasse, il percorso attoriale - ed autoriale - del regista trova una sorta di quasi ideale conclusione proprio nell'interpretazione del personaggio di Falstaff, cucito addosso al vecchio, esiliato - perlomeno dalla geografia hollywoodiana - Orson, un padre artistico per generazioni di spettatori ed autori ripudiato dalla stessa industria dello spettacolo che, in un modo o nell'altro, aveva contribuito a creare dai tempi de La guerra dei mondi, celebre sceneggiato radiofonico e prima grande rivelazione del talento da bugiardo di Welles.
La malinconia di un personaggio guascone ed eccessivo eppure estremamente struggente pervade anche i momenti in tutto e per tutto comici legati al protagonista - il racconto della rapina ai pellegrini, la preparazione alla guerra -, e funge da protezione sia per le sequenze inficiate dalla scarsità di mezzi sia per quelle di potenza incredibile - la battaglia è una delle più violente e ben costruite mai realizzate sul grande schermo, e resta ancora oggi in grado di rivaleggiare per intensità con le più imponenti costruite grazie ad effetti e mezzi tecnologici allora sconosciuti -, nonchè da inesorabile traghettatrice verso un epilogo amarissimo, attraverso il quale Welles trova ugualmente l'energia per quella che pare un'arringa in difesa dell'illusionismo e della settima arte, che giustifica ogni inganno perchè lo perpetra quasi a fin di bene, pronta a meravigliare il suo pubblico grazie alle storie raccontate da cantori eccezionali come lui, capaci delle più dispersive e volgari burle tutte umane ma anche del tocco che soltanto un'illuminazione pura può dare all'arte.
Mescolando nientemeno che le opere di un certo Shakespeare sfruttandolo come fosse un suo sceneggiatore - soltanto Kurosawa è riuscito ad utilizzare il lavoro del Bardo a questi livelli, a parte il qui presente regista del già citato Quarto potere - e la componente più teatrale ed espressionista del suo repertorio, Welles confeziona un'epopea forse non d'immediata comprensione per il pubblico attuale, eppure clamorosamente in grado di toccare temi che ancora oggi sono fondamentali dentro e fuori da una sala, giocando con la giovinezza e l'essere liberi di spirito contrapponendoli all'umanità più selvaggia, mostrando il peggio di sè affinchè si sia liberi di apprezzarne il meglio - come fu per il clamorosamente grande L'infernale Quinlan -, e soprattutto, pur segnato da una tristezza incurabile che traduce sul corpulento personaggio il segno inesorabile del tempo, dichiarando un amore incondizionato per la vita e per il Cinema come sua ingannevole trasposizione.
L'esilio di Falstaff ed il suo declino hanno il sapore di un trionfo rispetto all'esistenza da sovrano retto e perfetto di Enrico V, la vittoria di un perdente di infinito talento che non mi stupirebbe apprendere in grado di ingannare la morte stessa, finendo a caracollare mezzo sbronzo ed in preda alla menzogna di fronte ai mulini a vento della realtà, ridendo di quanto ci si ritrovi costretti a lasciare alle spalle per firmare un compromesso con la vita e dedicarsi a storie che, al contrario, possano giurare sia l'opposto.
Anche quando, chiaramente - e per lui per primo - non è mai stato così.
Ma è questo il potere dell'illusione.
E del Cinema.
Questo è il potere di Orson Welles.
E, mi sa tanto, anche di Shakespeare.
Dunque silenzio in platea compagni di blogosfera, aspiranti voci di un nuovo panorama, amici.
Prestategli orecchio.
Questo è Welles.
Questa è l'illusione.
Questo è il Cinema.


MrFord


"But this isn't truth this isn't right
this isn't love this isn't life this isn't real
this is a lie."
The Cure - "This is a lie" -

venerdì 5 agosto 2011

L'uomo senza sonno

Regia: Brad Anderson
Produzione: Usa, Spagna
Anno: 2004
Durata: 94'



La trama (con parole mie): Trevor Reznik, un operaio che non dorme da più di un anno e si conforta soltanto tra le braccia della prostituta Stevie e grazie a caffè notturni all'aeroporto, non trova pace e risposte per gli strani post it che campeggiano spesso e volentieri sul suo frigorifero e all'atteggiamento assunto dai suoi colleghi di lavoro da qualche tempo a questa parte.
Qualcosa pare iniziare a muoversi quando nella sua vita fa la comparsa il misterioso Ivan, nuovo assunto della fabbrica che pare sapere più di quanto non sembri di quello che sta accadendo.
Inizierà così, per Trevor, la ricerca della verità.
Ma non ci saranno affatto piacevoli scoperte.


Esistono alcuni film che hanno solo la sfortuna di essere arrivati tardi, o portare quel troppo che stroppia le tracce lasciate dalle pellicole che li hanno ispirati: L'uomo senza sonno è sicuramente uno di questi.
Passato agli onori della cronaca principalmente per l'incredibile interpretazione fisica di Christian Bale - che a livello attoriale ha sicuramente fatto meglio, ma in quanto a trasformismo ha qui raggiunto un livello che supererà soltanto con il recente The fighter -, il lavoro di Brad Anderson altro non è che un'astuta riproposizione dei temi analizzati da cult indiscussi quali Memento e Fight club o pellicole decisamente meno note al grande pubblico ma ugualmente efficaci come Identità.
A distanza di anni dalla prima, infatti, questa seconda visione non ha cambiato la mia opinione a proposito del risultato raggiunto dal lavoro di Anderson, che continua a mantenere un discreto livello tecnico senza riuscire a tutti gli effetti - per quanto sia chiaramente nelle sue intenzioni - ad entrare nel novero dei registi che stanno a metà tra il cool e il cult, il grande pubblico e l'autorialità sfrenata: come fu per Session 9 - lavoro comunque superiore a questo -, anche qui tutto, comprese le sequenze migliori, sa di deja vu, e non toglie dagli occhi e dal cuore dello spettatore un pò più consumato immagini in qualche modo già vissute, spesso e volentieri più intensamente.
La responsabilità di questo deficit resta, a mio parere, legata ad uno script poco incisivo e coraggioso, che avrebbe potuto sfruttare gli elementi più noir e gore della vicenda per virare quasi all'horror invece di tentare una via che pare perdersi in un deserto di idee già sentite che sta da qualche parte tra Lynch e Hitchcock, Nolan e Fincher.
Lo stesso personaggio di Ivan, un pò Kurtz e un pò Tyler Durden, appare molto poco sfruttato nella sua inquietante ed ingombrante presenza, e soltanto con il crescendo finale pare muoversi qualcosa di insolito grazie al reiterato confronto tra Trevor e la stessa sua nemesi.
So che dalle mie parole qualcosa dello svolgimento della trama si sarà intuito anche senza aver concesso a questo film una visione, ma vi assicuro che, aguzzando almeno un poco vista ed ingegno, vi basteranno poche scene per scoprire il trucco, e a quel punto il tutto risulterà ridursi alla mera attesa della risoluzione dell'enigma, sostenuta dalla sola, incredibile prova del protagonista, che per interpretare questo ruolo perse una quarantina di chili: il miracolo più evidente legato a L'uomo senza sonno, in effetti, risulta essere il passaggio che Bale ottenne quando, soltanto qualche mese dopo aver terminato le riprese di questa pellicola, si ritrovò in piena forma sul set di Batman begins.
Guarda caso, con Nolan.
E lui sì, che è un vero illusionista.
MrFord

"Step off homes - get out of my way
taxing little girlies from here to L.A.
waking up before I get to sleep
cause I'll be rocking this party eight days a week."
Beastie Boys - "No sleep till Brooklyn" -

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