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sabato 16 marzo 2013

Shining

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno: 1980
Durata: 116' (146')




La trama (con parole mie): Jack Torrance, uno scrittore al lavoro su un nuovo romanzo, accetta l'incarico come custode per la stagione di chiusura dell'Overlook Hotel, una struttura isolata tra i monti, approfittando della cornice per trovare il tempo e la concentrazione adatti per mettersi alla scrivania. Con lui ci sono la moglie Wendy ed il figlio Danny, bambino estremamente sensibile ed in grado di percepire qualcosa che va ben oltre questo mondo, uno "shining" che gli permette di oltrepassare un confine invisibile e che fin dal primo incontro lega il piccolo ad un veterano dell'Overlook, il cuoco Dick Halloran.
I Torrance rimangono dunque soli, ma dopo un inizio nella perfetta normalità l'equilibrio finirà per spezzarsi, terribili visioni cominceranno a tormentare Danny e Jack darà segni sempre più evidenti di una follia omicida che già in passato segnò il destino dell'Hotel.




Esistono pellicole che non avrebbero neppure bisogno di presentazione, recensioni o post che le introducano al pubblico, tanto famose e note sono rispetto alla massa da blockbuster o ai radical chic di nicchia estrema: Shining è senza dubbio una di esse, ennesima prova straordinaria del Maestro Stanley, che con l'inizio degli anni ottanta si cimenta in un genere che ancora non aveva toccato lasciando un segno profondo di quello che sarebbe stato il suo passaggio.
Adattando e rimaneggiando di molto l'omonimo romanzo di Stephen King - che non apprezzò, folle, la versione kubrickiana, sceneggiando di persona una trasposizione orribile e di stampo televisivo una quindicina d'anni dopo -, il vecchio Stan regala all'audience un film che è l'ennesima sinfonia, un gioco di simmetrie ed un manuale di tecnica cucito come un vestito addosso ad una riflessione sul Male e la sua presenza nel cuore dell'Uomo.
Il Jack Torrance di Nicholson - che regala un'interpretazione unica e straordinariamente sopra le righe - è lampi di follia alternati ad una sorniona quiete che dalla bottiglia porta il protagonista ad affrontare se stesso ed il Tempo - quasi fossimo in una versione distorta e sanguinosa del finale di 2001 -, un lupo neppure troppo celato alla caccia dei due agnelli - la moglie Wendy, una Shelley Duvall che dovette affrontare un esaurimento nervoso proprio a seguito della lavorazione del film, ed il piccolo Danny - nel cuore di un labirinto dell'anima che avrebbe esaltato anche il genio di un altro grande Maestro, David Lynch.
Ricordo quanto, da bambino, questo film riuscisse a terrorizzarmi, mescolando l'espressività inquietante del giovanissimo "Doc" di fronte alle visioni scatenate in lui dall'Overlook e alle sue quasi coetanee uccise e fatte a pezzi dal padre in una situazione speculare alla sua tempo prima, il sangue a fiumi pronto ad invadere i corridoi del gigantesco albergo e le lunghe carrellate incollati al triciclo dello stesso Danny, una sorta di danza attorno ai segreti della stanza duecentotrentasette.
Ancora oggi la visione di Shining riesce a turbare e lasciare libero più di un brivido a scorrere lungo la schiena, fino alla base del collo, eppure con il tempo - o all'interno del Tempo - l'ennesimo colpo di genio del Nostro è divenuto più terrificante di quanto non l'avessi visto allora, con gli occhi e l'ingenuità di un ragazzino alla ricerca del terrore e dello spavento: Shining è una lotta per la sopravvivenza, il confronto - pur se esasperato - tra l'innocenza e la freschezza e l'oscurità ed una maturità distorta, il ritratto perfetto di quanto accadde, accade e purtroppo accadrà in tanti Overlook anche e decisamente più circoscritti dell'immensa struttura che Jack progressivamente assume come suo personale territorio di caccia.
Shining è un quadro allucinato e disperatamente reale di quello che è il Male pronto a divorare non soltanto chi lo porta dentro, ma anche e soprattutto le prime vittime possibili, una sorta di versione esplosiva su pellicola dell'incontro tra la psicologia e la violenza domestica: la furia di Torrence, che da "il mattino ha l'oro in bocca" a "sono il lupo cattivo" ferisce con le parole e con l'accetta, è una tempesta che non risparmia nessuno, neppure colui che la scatena, risucchiato in un maelstrom di epoche e visioni che si incrociano andando a formare un ponte che passa dalla velocità di curvatura del già citato 2001 alle inquietanti atmosfere che saranno proprie dell'ultima, grande prova del Maestro, vent'anni dopo questa ennesima perla regalata alla settima arte.
E nelle svolte incrociate del cuore nero della nostra umanità, Kubrick non risparmia nulla ai suoi spettatori, sempre pronto - pur se, in questo caso, avvalendosi di meno ironia del solito - a ricordare che le antiche leggende spesso sono ritratti di contemporanee verità volutamente celate per la paura di scoprire quanto terribili e predatori possiamo indiscutibilmente essere o divenire.
Shining è la paura.
L'orrore, per citare un altro grande Capolavoro del Cinema.
L'orrore del Tempo, di una mente vuota che è l'anticamera di un cuore di tenebra, del sangue versato tra le mura domestiche, dei vecchi miti che vedono genitori divorare i propri figli e lupi banchettare con gli agnelli.
"The silence of the lambs", come si dirà una decina d'anni dopo.
E non tutti gli agnelli hanno uno shining pronto a difenderli.
Resta solo da sperare che visioni come questa possano risvegliarlo in cui non ha ancora avuto la possibilità di mettersi in salvo.



MrFord


"I, I can't get these memories out of my mind,
and some kind of madness has started to evolve.
(ma-ma-ma-ma-ma-ma-ma...)
I, I tried so hard to let you go,
but some kind of madness is swallowing me whole, yeah
(ma-ma-ma-ma-ma-ma-ma...)."
Muse - "Madness" -



martedì 12 marzo 2013

Il Dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi ed amare la bomba

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA
Anno: 1964
Durata: 95'




La trama (con parole mie): il generale Jack D. Ripper, convinto che i comunisti stiano per avviare un piano di offensiva e conquista dell'Occidente, avvia la procedura d'attacco dell'aviazione statunitense che prevede lo sganciamento di ordigni nucleari sugli obiettivi strategici in Unione Sovietica.
Asserragliato nel suo ufficio e contrastato senza troppo successo dall'ufficiale anglosassone Mandrake, il guerrafondaio Ripper scatena così una serie di eventi che arriveranno a coinvolgere i Presidenti di USA e URSS, impegnati ad interrompere il raid prima che lo stesso scateni la letale controffensiva da oltre cortina.
Quando tutto pare essersi sistemato ed i bombardieri si avviano al rientro, a causa di un guasto tecnico il velivolo comandato da T. J. "King" Kong si dirige senza guardarsi indietro sul suo bersaglio, lasciando i leader delle due più grandi potenze inermi ad attendere la fine della civiltà conosciuta.
Ma il Dottor Stranamore, consigliere del Presidente USA ed ex nazista, ha già un piano in mente...



Ho sempre considerato Il Dottor Stranamore come uno degli esperimenti più arditi e clamorosi del Kubrick sceneggiatore, più che regista, nonchè uno degli esempi più fulgidi di antimilitarismo reso satira e pellicola al vetriolo talmente avanti con i tempi da risultare attuale ancora oggi, con le geografie e geometrie politiche mondiali radicalmente cambiate - almeno sulla carta - dai tempi dei favolosi sixties.
Allo stesso modo considero questa pellicola anche una delle più ostiche del Maestro, vuoi per una sua presenza meno "invadente" dietro la macchina da presa, vuoi per tematiche affrontate in modo certo poco convenzionale, vuoi perchè la modernità dei temi affrontati non viaggia di pari passo con la sensazione di avere di fronte la fotografia di un'epoca ormai inesorabilmente al tramonto, protagonista dei libri di Storia ma decisamente lontana dal pubblico attuale, ormai non più avvezzo - fortunatamente - a sentir parlare di minaccia di guerra atomica e di grandi potenze a confronto come poteva essere fino alla caduta del blocco sovietico - anche se, senza dubbio, si potrebbero trovare problematiche gemelle, pur se differenti sulla carta, anche nel nostro presente -.
Senza dubbio, il risultato è e resta un caposaldo assoluto del genere e del Cinema in toto, esempio di pellicola militante e contro - a tutto e a tutti gli effetti - che seppur non agli stessi livelli del Capolavoro Orizzonti di gloria ne raccoglie in qualche modo l'eredità mostrando un aspetto più "leggero" dello stesso senza risparmiarsi di colpire nel segno una certa "casta" di guerrafondai e uomini politici dal pulsante facile che nel corso dei decenni avranno cambiato volto e motivazioni - dalle armi si è passati al denaro, principalmente, e dall'olocausto nucleare a quello dei mercati - ma certo non hanno abbandonato le loro poltrone, ancorati saldamente ad un Potere contro il quale il buon Stanley si è sempre battuto con tutta la potenza del suo incredibile Cinema.
Esempio e modello di questa categoria di personaggi, ancor più dell'arcigno Jack D. Ripper - un fantastico Sterling Hayden - o dell'uomo d'azione tutto fatti e niente domande T. J. "King" Kong, il mefistofelico Dottor Stranamore, interpretato con una verve unica da Peter Sellers - che presta volto anche all'ufficiale anglosassone Mandrake ed al Presidente USA -, residuato del mondo che i nazisti si erano prefigurati ed ancora una volta nelle sale che contano delle nazioni che contano, incapace, nonostante tutti gli sforzi, di celare una Natura che neppure un braccio meccanico è in grado di tenere nascosta all'anima - celebre il passaggio della lotta tra il Dottore ed il tentativo della sua mano destra di elevarsi in piena posa da saluto nazista -.
Il resto è un affascinante mosaico di sequenze d'azione che rimandano ai primi lavori del regista, riprese dei velivoli diretti agli obiettivi strategici che anticipano le danze delle future odissee nello spazio e straordinari scambi di battute - indimenticabile la telefonata tra il capo di stato USA e quello sovietico -, impreziositi da un bianco e nero perfetto e scenografie da urlo - la sala ovale fulcro delle attività di guerra a stelle e strisce è un vero e proprio gioiellino -.
Un altro tassello ed un altro grande prodotto della carriera di uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, che di fatto chiuse un'epoca - per lui e per il mondo della settima arte - e si preparò ad aprirne un'altra non soltanto nuova ed oltre ogni confine, ma densa e traboccante Capolavori anche e più di quanto non fosse stata quella precedente, della quale Il Dottor Stranamore rappresenta senza dubbio uno dei vertici più innovativi e clamorosi.
Come se non bastasse, a quasi cinquant'anni dalla sua realizzazione, questo film riesce ancora a mostrare e dimostrare quanto la stupidità umana si sia resa - e si renda, non crediate - responsabile di molte delle tragedie più grandi che abbiano colpito la nostra civiltà ed il pianeta stesso, e riesce nell'impresa prendendosene gioco senza alzare neppure la voce, mettendo alla gogna l'ignoranza e la sete di potere, due delle piaghe più grandi con le quali siamo costretti a fare i conti ogni giorno e ad ogni livello di questa nostra società tanto stratificata quanto stupidamente semplice.
E non lo dico come fosse un complimento.


MrFord


"I'm gonna brag about it
I'm not gonna stay in school
I'm gonna rob and steal
gonna break every rule
I'm a time bomb, baby
I'm a time bomb, baby
I'm a time bomb, baby
I'm a time bomb, baby."
Ramones -  "Time bomb" -


martedì 17 gennaio 2012

Hunger

Regia: Steve McQueen
Origine: Uk
Anno: 2008
Durata: 96'



La trama (con parole mie): siamo agli inizi degli anni ottanta, e molti irlandesi repubblicani in carcere invocano lo status di prigionieri politici in modo da non essere considerati alla stregua dei comuni criminali attuando spesso e volentieri scioperi legati a privazioni che possano divenire i loro strumenti per combattere dall'interno delle celle.
Bobby Sands, alla ricerca di un impatto sempre maggiore, decide di dare il via ad uno sciopero della fame prolungato che possa finalmente portare un riconoscimento alla condizione sua e dei suoi compagni: lo attenderanno quasi settanta giorni di agonia e lotta.




In attesa che il discusso Shame faccia il suo ingresso al saloon, approfitto dell'occasione per riesumare l'esordio del talentuoso Steve McQueen dietro la macchina da presa, una pellicola d'impatto enorme premiata qualche anno fa a Cannes con la Camera d'oro e ancora oggi oggetto di culto per molti rappresentanti della blogosfera e non.
Questo recupero, tra l'altro, parte con un rimprovero che faccio a me stesso, come una sorta di sonora bottigliata autoinflitta: sono, infatti, stato combattuto fino all'ultimo a proposito del voto da assegnare a questa pellicola, ben conscio del fatto che avrebbe meritato o sonore bottigliate o almeno tre whisky, testimonianza di un valore indiscutibile del risultato dalla stessa raggiunto.
Invece, per una volta indeciso, ho alla fine optato per una più politica valutazione di mezzo che potesse premiarne l'indubbia bellezza estetica e l'interpretazione strepitosa di Michael Fassbender - ai livelli di quella che Christian Bale sfoderò per L'uomo senza sonno - ma segnare allo stesso tempo il limite che il lavoro di McQueen non è stato in grado di superare.
Infatti, se da un lato l'occhio del regista londinese è indiscutibile, così come la sua abilità con la macchina da presa - testimone la terrificante sequenza dell'omicidio del secondino Lohan -, dall'altro il dubbio che tutto sia ridotto ad un mero esercizio di stile è  ricorrente, specie considerata la lentissima prima parte - a tratti addirittura noiosa - in grado di rievocare le meraviglie di Un condannato a morte è fuggito di Bresson senza minimamente riuscire nell'intento di eguagliarne - anche solo parzialmente - la potenza.
Una sensazione simile a quella che risveglia il contenuto etico dell'opera, che ha il grande pregio di mostrare la (dis)umanità di una e dell'altra parte senza riuscire a trasmettere allo spettatore partecipazione emotiva, di qualsiasi genere essa possa essere, rischiando al contrario di rimanere imprigionato nell'algida sensazione di sospensione che avvolge la pur intensa escalation della parte conclusiva, legata a doppio filo all'evolversi dello sciopero della fame di Bobby Sands, una delle tante personalità complesse legate ad una causa che generò veri e propri eroi popolari così come atti di efferatezza sconsiderata, che si trattasse di compiere un attentato o incarcerare senza processo dei sospettati.
Resta comunque strabiliante l'utilizzo della fotografia, vero e proprio strumento di comprensione e specchio dei protagonisti della vicenda, così come il lavoro sul cast, eppure il risultato risulta simile a quello che lascia in bocca e nello stomaco un cocktail presentato alla grande ma decisamente annacquato, in grado soltanto in parte di rendere giustizia ai talenti di regista e protagonista, alla vicenda - umana in particolare - che racconta, ma soprattutto al pubblico: con una dose maggiore di coraggio e di cuore, probabilmente, McQueen sarebbe riuscito a confezionare una pellicola destinata a fare storia, invece della consueta opera prima da regista indipendente di culto che colpisce ma solo e soltanto in superficie.
E' confortante, di contro, fare comunque tesoro delle riflessioni suscitate dalla lotta di Sands e dal racconto degli McQueen e Fassbender: da un lato abbiamo un gruppo di uomini convinto e disposto a lottare fino alla morte affinchè sia riconosciuto loro un diritto che diviene non solo politico, ma addirittura morale, e dall'altra quegli stessi uomini, di fatto terroristi o sostenitori di una guerra che, inesorabilmente, ha mietuto troppe vittime innocenti - da entrambe le parti - e che personalmente non mi sento di giudicare alla stessa stregua dei criminali comuni, bensì decisamente peggio, per quanto indubbiamente perseguitati e vessati essi siano stati, figli di un'epoca e di una geografia - soprattutto religiosa - di violenza inaudita ed assurda.
Il dialogo con il prete - impressionante per lo sforzo richiesto agli interpreti dato il lunghissimo piano sequenza, gestito senza dubbio malissimo rispetto all'economia della scrittura dell'opera, che risulta quasi muta nella prima parte, per poi perdersi in questo confronto così parlato da ricordarmi The sunset limited, per poi tornare all'epica silenziosa con lo sciopero di Sands - racconta così la vicenda di un'Irlanda che noi potremo sempre e soltanto conoscere da spettatori: quello che speravo potesse non essere il punto di vista di Steve McQueen.
Ma a volte, la speranza finisce sepolta sotto troppe intenzioni.
Cattive o buone che siano.

MrFord

"We are the outcasted ancient descendants
the ones who've been calling and
would you still die for the dead yet still living
starved of a time that's now come
we are the children... The hungry children."
Misfits - "The hunger" -

giovedì 13 ottobre 2011

Habemus papam

Regia: Nanni Moretti
Origine: Italia
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): morto un Papa se ne fa un altro, recita il popolare detto. Così, giunto il fatidico momento, il Conclave si riunisce per votare il nuovo pontefice, e dopo alcuni giri di votazioni a vuoto, pare quasi che i favoriti per la carica - nessuno dei quali entusiasta di ricoprirla - decidano di indirizzare la scelta verso un personaggio di comodo, tranquillo e silenzioso, che possa occupare il vuoto come uno stato cuscinetto.
Ma proprio nel momento della benedizione alla folla, il nuovo Papa entra in una profonda crisi depressiva rifiutandosi di comparire alla famosa finestra su Piazza San Pietro, costringendo il Vaticano a rivolgersi ad uno strizzacervelli - il migliore nel suo campo -: i pesanti limiti posti sulle domande da rivolgere al Pontefice, però, inficiano il lavoro dello stesso, che si ritrova confinato con il Conclave fino a quando il Papa si deciderà a fare la sua comparsa in pubblico.
Quest'ultimo, però, non ha alcuna intenzione di rivelarsi, e fugge per le strade di Roma finendo per conoscere - lui, aspirante attore - i membri di una compagnia teatrale alle prese con Cechov.



Nonostante sia uno dei padri nostrani del radicalchicchismo, devo dire di avere sempre avuto un ottimo rapporto con Nanni Moretti.
Dai tempi dei meravigliosi Bianca e La messa è finita ho sempre considerato ottimo il lavoro del cineasta romano, passando attraverso il mitico Caro diario per giungere al recente e per il sottoscritto subito cultissimo Il caimano.
Il tutto nonostante lo scivolone a metà de La stanza del figlio, che nonostante i premi ed il successo ho sempre considerato il più ruffiano e meno interessante tra i lavori del suddetto Nanni.
La mia aspettativa, dunque, per Habemus papam era piuttosto alta, considerati i pareri letti in rete e non solo in proposito: il risultato è stato una sorta di via di mezzo in bilico tra momenti assolutamente magici - la prima dichiarazione del Papa alla moglie, anch'ella psicoanalista, dello stesso protagonista, "io sono un attore", semplicemente straordinaria - altri più leziosi - la tanto decantata sequenza della pallavolo tra gli alti prelati - ed alcuni decisamente poco incisivi - la fuga del Papa, il suo rapporto con la compagnia di teatro, per quanto valida potesse essere l'idea sulla carta -.
Il risultato è sicuramente un buon prodotto, ma decisamente al di sotto delle potenzialità che un regista di questo tipo poteva esprimere con una materia come quella fornita dalla Chiesa: in particolare, nel corso dell'intera visione, ho accarezzato con il pensiero l'idea dello stesso film girato dal Maestro assoluto del grottesco, quel Luis Bunuel cui sicuramente Moretti ha fatto riferimento in ben più di un'occasione nel corso della sua carriera cinematografica, ed il risultato, purtroppo per il Nanni nazionale, abbassa - e non di poco - la valutazione finale di quello che, senza dubbio, sarebbe potuto diventare il suo film più rivoluzionario e rappresentativo.
Per usare paragoni calcistici, si potrebbe quasi pensare che l'autore abbia preferito rifugiarsi in una melina da pareggio piuttosto che lanciarsi in un attacco che, per quanto rischioso - stiamo pur sempre parlando della più grande organizzazione pseudo criminosa della Storia dell'Umanità -, poteva significare l'ingresso in un ideale Olimpo delle produzioni italiote recenti accanto ai meravigliosi Il divo, Vincere e L'uomo che verrà.
Le idee sono presenti, in misura ampia, ed il ritratto che Moretti porta sullo schermo dell'istituzione Chiesa è chiaro ed efficace, eppure i momenti migliori della pellicola appaiono quelli in cui della stessa non vi è traccia, e lo spazio principale viene occupato dall'Uomo, dalla persona scelta per occupare una carica potentissima ed al contempo carica di aspettative schiaccianti - la sequenza del conclave, quasi fantozziana, è un colpo magico - proprio quando una sorta di emancipazione dai propri compiti e dalla vita prende la forma dei sogni mai realizzati in gioventù, di un passato che pare quasi il futuro.
Interprete d'eccezione di questa sensazione di smarrimento e ricerca è Michel Piccoli, grandissimo personaggio che ha fatto epoca nel Cinema d'autore europeo e che anche in questo caso non tradisce le attese, riuscendo a convincere anche un ruvido bottigliatore come il sottoscritto facendolo addirittura passare oltre sue prove passate assolutamente irritanti come quella fornita con il borioso Belle toujours dell'altrettanto borioso Manoel De Oliveira: il vecchio ed appena eletto pontefice, in bilico tra depressione ed ansia, nella sua fuga e nel ricordo dei tempi in cui fu respinto dall'Accademia perchè attore dal talento non abbastanza spiccato è lo specchio di un Uomo che non trova una sua dimensione nell'annosa questione religiosa, e che nell'ottima chiusura afferma la sua incapacità di porsi a simbolo ed interprete di qualcosa che, obiettivamente, per Moretti, è in dubbio quanto per il sottoscritto, ed in un certo senso riprende il discorso - pur se con minore efficacia - del già citato La messa è finita, riuscendo anche a giustificare una minore intensità nel proporsi legata all'età e ad una crescita che difficilmente possiamo fermare, di quelle che ci rendono vulnerabili anno dopo anno rispetto all'idea di confrontarci con il grande salto.
Una sorta di tacito accordo a non esagerare, perchè non si sa mai cosa potremmo trovare.

MrFord

"Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
avrei bisogno di..."

Franco Battiato - "Centro di gravità permanente" - 





venerdì 5 agosto 2011

L'uomo senza sonno

Regia: Brad Anderson
Produzione: Usa, Spagna
Anno: 2004
Durata: 94'



La trama (con parole mie): Trevor Reznik, un operaio che non dorme da più di un anno e si conforta soltanto tra le braccia della prostituta Stevie e grazie a caffè notturni all'aeroporto, non trova pace e risposte per gli strani post it che campeggiano spesso e volentieri sul suo frigorifero e all'atteggiamento assunto dai suoi colleghi di lavoro da qualche tempo a questa parte.
Qualcosa pare iniziare a muoversi quando nella sua vita fa la comparsa il misterioso Ivan, nuovo assunto della fabbrica che pare sapere più di quanto non sembri di quello che sta accadendo.
Inizierà così, per Trevor, la ricerca della verità.
Ma non ci saranno affatto piacevoli scoperte.


Esistono alcuni film che hanno solo la sfortuna di essere arrivati tardi, o portare quel troppo che stroppia le tracce lasciate dalle pellicole che li hanno ispirati: L'uomo senza sonno è sicuramente uno di questi.
Passato agli onori della cronaca principalmente per l'incredibile interpretazione fisica di Christian Bale - che a livello attoriale ha sicuramente fatto meglio, ma in quanto a trasformismo ha qui raggiunto un livello che supererà soltanto con il recente The fighter -, il lavoro di Brad Anderson altro non è che un'astuta riproposizione dei temi analizzati da cult indiscussi quali Memento e Fight club o pellicole decisamente meno note al grande pubblico ma ugualmente efficaci come Identità.
A distanza di anni dalla prima, infatti, questa seconda visione non ha cambiato la mia opinione a proposito del risultato raggiunto dal lavoro di Anderson, che continua a mantenere un discreto livello tecnico senza riuscire a tutti gli effetti - per quanto sia chiaramente nelle sue intenzioni - ad entrare nel novero dei registi che stanno a metà tra il cool e il cult, il grande pubblico e l'autorialità sfrenata: come fu per Session 9 - lavoro comunque superiore a questo -, anche qui tutto, comprese le sequenze migliori, sa di deja vu, e non toglie dagli occhi e dal cuore dello spettatore un pò più consumato immagini in qualche modo già vissute, spesso e volentieri più intensamente.
La responsabilità di questo deficit resta, a mio parere, legata ad uno script poco incisivo e coraggioso, che avrebbe potuto sfruttare gli elementi più noir e gore della vicenda per virare quasi all'horror invece di tentare una via che pare perdersi in un deserto di idee già sentite che sta da qualche parte tra Lynch e Hitchcock, Nolan e Fincher.
Lo stesso personaggio di Ivan, un pò Kurtz e un pò Tyler Durden, appare molto poco sfruttato nella sua inquietante ed ingombrante presenza, e soltanto con il crescendo finale pare muoversi qualcosa di insolito grazie al reiterato confronto tra Trevor e la stessa sua nemesi.
So che dalle mie parole qualcosa dello svolgimento della trama si sarà intuito anche senza aver concesso a questo film una visione, ma vi assicuro che, aguzzando almeno un poco vista ed ingegno, vi basteranno poche scene per scoprire il trucco, e a quel punto il tutto risulterà ridursi alla mera attesa della risoluzione dell'enigma, sostenuta dalla sola, incredibile prova del protagonista, che per interpretare questo ruolo perse una quarantina di chili: il miracolo più evidente legato a L'uomo senza sonno, in effetti, risulta essere il passaggio che Bale ottenne quando, soltanto qualche mese dopo aver terminato le riprese di questa pellicola, si ritrovò in piena forma sul set di Batman begins.
Guarda caso, con Nolan.
E lui sì, che è un vero illusionista.
MrFord

"Step off homes - get out of my way
taxing little girlies from here to L.A.
waking up before I get to sleep
cause I'll be rocking this party eight days a week."
Beastie Boys - "No sleep till Brooklyn" -

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