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lunedì 15 aprile 2019

White Russian's Bulletin



Agli archivi la trasferta newyorkese che, per la gioia del Cannibale, quest'anno risparmia agli avventori del Saloon il resoconto di Wrestlemania 35 - spettacolo pazzesco dal vivo un evento del genere vissuto sulla pelle negli States -, torna il Bulletin con il resoconto delle visioni che hanno accompagnato i viaggi di andata e ritorno dalla Grande Mela e quella che ci ha suggerito di salutarla dall'Italia.


MrFord


LA FAVORITA (Yorgos Lanthimos, Irlanda/UK/USA, 2018, 119')

La favorita Poster


Una delle pellicole più chiacchierate ed incensate dell'ultima Notte degli Oscar ha dovuto aspettare il volo di andata per New York per passare anche dalle parti del vecchio cowboy: avevo lasciato Lanthimos anni fa, con il geniale ma profondamente irritante Dogtooth, e lo ritrovo in una veste stilistica quasi kubrickiana - e per uno come me che adora il Maestro dei Maestri è un grande complimento - raccontare la Guerra come concetto andando ad incastrare in una storia in cui una Guerra fa da cornice la guerra tra due donne più una, o quantomeno per le attenzioni e la posizione che quell'una può garantire.
Strepitose le tre protagoniste, una linea sottile che passa tra la commedia nerissima ed il dramma leggero, la lotta selvaggia ed il soft porno: è preferibile un'amara verità o una piacevole menzogna? Questa è la domanda più difficile alla quale si può tentare di rispondere nel corso della visione rispetto all'amore. 
Perchè rispetto alla guerra, la risposta è una e praticamente certa: si perde sempre, e si perde tutti.




IL RAPPORTO PELICAN (ALAN J. PAKULA, USA, 1993, 141')

Il rapporto Pelican Poster


Di ritorno da New York, con una selezione di titoli decisamente più rosicata - Delta batte nettamente Alitalia sotto tutti i punti di vista -, ho ripiegato prima di dormire non troppo bene per la maggior parte del viaggio su un Classico degli anni novanta che ancora mi mancava, un legal thriller in cui il Denzellone di noi tutti unisce le forze con una Julia Roberts allora agli inizi della sua carriera senza neppure regalare l'emozione della consueta notte di passione tipica dei film del periodo.
La struttura è abbastanza classica, la cornice decisamente nineties ad oggi forse un pò ingenua e datata, la risoluzione forse un pò frettolosa rispetto a quanto potrebbe essere nel romanzo firmato da Grisham - che, però, non ho letto, dunque si rimane nel campo delle teorie -: il risultato, ad ogni modo, è un prodotto solido girato da un vecchio leone - del resto Pakula ci ha regalato quel gioiello di Tutti gli uomini del Presidente -, di quelli che, quando si incontrano in tv, una visione finiscono per assicurarsela sempre.




BOY ERASED - VITE CANCELLATE (Joel Edgerton, Australia/USA, 2018, 115')

Boy Erased - Vite cancellate Poster

Accolto con un certo scetticismo ed una sana dose di jetlag la sera successiva al rientro in Italia, il lavoro di Joel Edgerton come regista e attore legato ad una storia vera e alla riprogrammazione sessuale - raramente ho considerato talmente assurda un'idea quanto questa - è stato una vera e propria sorpresa: non è perfetto, la Kidman e Crowe sono un pò troppo imbrigliati in trucco e parrucco, la risoluzione piuttosto facile e in parte furbetta, eppure sono stato molto toccato come da tutte le pellicole che trattano, in un modo o nell'altro, il tema della paternità.
Ammetto, infatti, che il confronto tra il giovane Lucas Hedges ed il già citato Crowe nella parte finale alla ricerca di un modo per recuperare un rapporto che pare quasi definitivamente compromesso è valso tutta la visione, è riuscito ad emozionarmi e a pensare a quanto profondo è e resta il legame con i propri figli, che siano come li hai sognati, come vorresti o, come più probabile, simili a loro stessi e magari assolutamente diversi da te.




I GUERRIERI DELLA NOTTE (Walter Hill, USA, 1979, 92')

I guerrieri della notte Poster

Ne avevo già parlato, qui al Saloon, qualche anno fa, ma non ho resistito: anche perchè rivedere questo supercult totale firmato da Walter Hill ad un paio di giorni dal ritorno da New York, mappa della metro alla mano e ricordi freschi delle camminate tra Manhattan, Brooklyn e Coney Island è stato come assaporarlo una volta ancora dal principio.
Una lezione quasi senza pari di ritmo, tensione, gestione dei personaggi, irriverenza - per i tempi fu davvero "oltre", tanto da avere il bollino di vietato ai minori -, un mix tra il passato di Arancia meccanica ed il futuro di Tarantino: e la New York della strada e della metro, vissuta con il fiato corto e sempre in corsa, ha tutto il fascino che le luci della Manhattan bene, per quanto ipnotiche, possono solo immaginare di avere.
E' lo stomaco di una delle città più grandi, sognate, filmate e vissute al mondo, nonchè di un Cinema che, nonostante quarant'anni sulle spalle, è ancora pronto a dare lezione al futuro, e ad apparire sempre pronto a battersi: questi Guerrieri non mollano mai.
Neanche quando, finalmente, giungono all'alba della loro Coney.


mercoledì 18 aprile 2018

Wonder (Stephen Chbosky, USA/Hong Kong, 2017, 113')





Anno dopo anno, da appassionato e spettatore ho senza dubbio - anche se il Cannibale obietterà - migliorato il mio gusto e la capacità di analisi critica rispetto ai film che vedo, nonostante a braccetto con queste due caratteristiche stia al calduccio e confortevole uno dei più grandi nemici dell'umanità: il pregiudizio.
Quando Wonder uscì in sala, mesi fa, bollai l'operazione come la solita, bieca, buonista favoletta all'ammeregana strappalacrime in grado di scatenare le bottigliate delle grandi occasioni perfino in uno spettatore pane e stelle e strisce come il sottoscritto, complici il bimbo protagonista e la sua malformazione ed una storia che ricordava molte, d'autore e non, portate alla ribalta nel corso degli anni e molto spesso di successo.
Tenuto nel cassetto per settimane e rispolverato in occasione di un pomeriggio da solo in casa con la Fordina, il lavoro di Stephen Chbosky - regista dell'amatissimo, da queste parti, Noi siamo infinito - si è rivelato una piacevole sorpresa, una piccola favola per famiglie per nulla ruffiana, attuale - analizza problematiche legate al mondo scolastico negli ultimi anni divenute materia sociale chiacchierata ed analizzata - e nonostante l'inevitabile stuzzicare di corde da lacrima facile intelligente ed in grado di toccare perfino uno stronzo in attesa del pretesto buono per distruggerlo come il sottoscritto.
Merito, forse, di una struttura "a capitoli" che permette a tutti i personaggi principali di emergere senza rubare spazio agli altri, incastrandosi quasi fossero tessere di un unico puzzle, o schegge più o meno impazzite di una famiglia che si poggia sul protagonista Auggie e si evolve a seconda delle individuali inclinazioni e caratteri, di un cast azzeccato che porta sullo schermo vicende perfettamente normali - il desiderio della felicità dei figli, l'amicizia, l'amore, l'instabilità adolescenziale, il rapporto con il mondo esterno che inizia a costruirsi dal complicato ecosistema della scuola - senza che appaiano lontane o hollywoodiane nel senso più dorato ed irrealizzabile del termine: il fatto che il catalizzatore sia un bambino come Auggie con i suoi problemi è in realtà solo un pretesto, un mezzo per portare in scena le fragilità ed i punti di forza di un'intera famiglia e delle persone che sono legate ai suoi membri, senza lungaggini o ricatti morali rivolti all'audience.
E perfino con il crescendo finale, che strizza l'occhio a tutti i grandi film dall'alto potenziale retorico eppure entrati nell'immaginario collettivo e nella cultura popolare come L'attimo fuggente o Scent of a woman, tutto scorre con naturalezza senza apparire forzato o ruffiano, alimentato addirittura da una sequenza che, da padre e da spettatore di questo film in compagnia della sua bambina, mi ha quasi commosso - lo spettacolo teatrale di Via, sorella maggiore di Auggie - pensando a quando e se dovesse capitare al sottoscritto di vedere la stessa bimba che ora si aggrappa al mio petto come se fosse il posto più sicuro del mondo muovere i primi passi nella sua giovinezza e al di fuori della propria casa.
Una sorpresa su tutta la linea, dunque, che seppur lontana dai fasti del già citato Noi siamo infinito conferma il talento di Chblosky come narratore delle inquietudini della crescita, ed un potenziale ottimo prospetto per il futuro rispetto al Cinema di formazione e da ragazzi: dalla progressiva esplosione di Auggie rispetto al mondo esterno alla bellissima sequenza della rissa al campeggio - che mi ha riportato alla mente Stand by me -, Wonder riesce nell'intento di sorprendere un pò come quando incontrate qualcuno che pensate di poter sottovalutare e prima che possiate rendervene conto quello stesso qualcuno è diventato la persona più importante della vostra vita.
Una "meraviglia" decisamente non da poco.




MrFord




 

venerdì 28 ottobre 2016

Mother's Day (Garry Marshall, USA, 2016, 118')





E' curioso, iniziare a scrivere un post su un film come Mother's Day, piacevole - a sorpresa, almeno per il sottoscritto -, patinatissima e mainstream commedia dei buoni sentimenti made in USA con un cast di prim'ordine snobbata ai tempi dell'uscita in sala e recuperata solo ora nel corso di una giornata tipica del weekend fordiano attuale, tra piscina per i bimbi, spesa e sessioni di gioco intensive a causa dei primi sentori di brutto tempo autunnale: prendono infatti corpo di colpo due entità simili all'angelo ed al diavolo tipici dei cartoni animati pronti a consigliare il charachter di turno, il primo a dirmi quanto alla fine meno peggio di quello che mi aspettassi si è rivelato questo prodotto, o mi sia piaciuta la vicenda del padre vedovo interpretato da Jason Sudeikis alle prese con le sue due figlie ed il ricordo della moglie, o la visione si sia rivelata leggera abbastanza da permettermi un allenamento pomeridiano insperato mentre il Fordino assemblava uno dei suoi zoo eccezionalmente senza l'aiuto del sottoscritto e le due donne di casa si dividevano il divano, il secondo a ricordare quanto in questi casi mi manca la rubrica estiva del Bullettin, quando un titolo come questo, pur passato senza troppi patemi su questi schermi, sarebbe stato liquidato in una decina di righe al massimo invece che "costringermi" alla stesura di un post intero.
Probabilmente, la verità sta nel mezzo, e questa sorta di film corale di grana grossa è finito per risultare gradevole per le scelte di casting ed il fatto di averlo visto in un classico sabato "da famiglia" di quelli che paiono talmente normali da risultare assolutamente eccezionali da vivere tanto quanto ora finisce per apparire un'impresa titanica scrivere qualcosa che non suoni troppo forzato o tirato per le lunghe: dunque farò accenno alla discreta varietà di registri delle varie storie raccontate - dal comico/grottesco delle due sorelle alle prese con l'improvvisata dei genitori, texani purosangue, all'oscuro del fatto che una delle due sia lesbica e che l'altra sia sposata con un medico di origini indiane, ed entrambe madri al più classico degli intrecci da romcom, passando per la tipica storia dei due giovani innamorati che prima di coronare il loro sogno si troveranno a dover affrontare difficoltà emotive e "materne" -, allo stupore di vedere inserito in un contesto di questo genere un fordiano come Timothy Olyphant, star del cult Justified, che probabilmente sta ad un prodotto di questo tipo quanto il sottoscritto, se non fosse che, come già sottolineato, ha finito per passare la durata della pellicola con i pesi tra le mani.
Senza dubbio se una quindicina d'anni fa mi avessero detto che avrei trascorso un sabato pomeriggio in salotto in pieno contesto di famiglia allenandomi - ai tempi, nonostante sia sempre stato sportivo, il fitness non era proprio in cima alla mia lista - guardando una cosa come questo Mother's Day avrei riso di gran gusto, bersagliando a priori questo film e, in caso mi fosse capitato tra le mani o davanti agli occhi, bersagliandolo ancora di più.
Ma i tempi cambiano, e così noi, senza contare che non penso che Tarkovskij o Welles si adattino ad una visione da palestra con bambini in sottofondo, oltre al fatto che, in quel caso, perdere qualche fotogramma "a causa" di una serie di flessioni alimenterebbe enormi sensi di colpa verso il Cinema: dunque, per questa volta, mi sono goduto anche il lavoro di Garry Marshall, consapevole che faccia parte dei compromessi a loro modo piacevoli che rendono la vita in famiglia - ed i rapporti con chi ci ama, madri comprese - l'avventura che, di fatto, è.




MrFord






domenica 29 maggio 2016

Money monster - L'altra faccia del denaro

Regia: Jodie Foster
Origine: USA
Anno:
2016
Durata:
95'






La trama (con parole mie): Lee Gates, spigliato e senza scrupoli presentatore di uno show televisivo dedicato alla finanza, di settimana in settimana intrattiene e suggerisce al suo pubblico il modo migliore per fare soldi.
Quando Kyle Budwell, che seguendo il consiglio di Gates ha investito i suoi risparmi in un potenziale affare perdendo tutto, in diretta televisiva prende in ostaggio programma ed anchorman giurando vendetta ad un sistema che l'ha privato di ogni cosa, le regole del gioco cambiano, e Gates si ritrova costretto a lottare per la propria sopravvivenza nella speranza che la producer Patty Fenn possa riuscire ad essere determinante come sempre dietro le quinte.
Ma quale verità si nasconde dietro Money monster ed il desiderio di vendetta di Budwell?










Per quanto non lo si voglia mai ammettere apertamente, o non regali la felicità, o la vita eterna, il denaro influenza gran parte della nostra società, costringendoci a fare i conti con i conti, le preoccupazioni, le aspettative, gli status symbol e la voglia di apparire: se non esistesse, o non ne fossimo in una certa misura dipendenti, potremmo essere liberi dai condizionamenti, dalle costrizioni del lavoro, da molte delle regole che, da secoli, sono alla base della civiltà, giuste o sbagliate che siano.
Jodie Foster, attrice dotatissima ma regista non particolarmente brillante, con il suo quarto lungometraggio realizza forse il suo lavoro più interessante, appoggiandosi proprio sull'analisi di questo nodo fondamentale facendo leva da un lato ai riferimenti alla crisi economica che ha attraversato il mondo negli ultimi anni e dall'altro sul ritmo e la leggerezza di un thriller d'azione, o una commedia nera, sfruttando un George Clooney cui pare sia stato chiesto espressamente di restare il più sopra le righe possibile in modo, con ogni probabilità, da rappresentare al meglio il lato predatorio di questo oceano che continuerà a portare il flusso di denaro lungo le stesse correnti mentre i pesci piccoli fanno la fame con gli scarti.
Il confronto tra il presentatore televisivo interpretato dal succitato Clooney ed il ragazzone arrabbiato Kyle Budwell, cui presta volto Jack O'Connell, promettente attore anglosassone già protagonista di prodotti ottimi come '71 e Starred Up, è di fatto quello che ognuno di noi - a meno che chi legge non sia dall'altra parte della barricata - vive sulla pelle ogni giorno, dalle notizie al telegiornale ai conti di fine mese, dagli standard imposti dalla società "social" - agghiaccianti le sequenze in strada con tanto di riprese fatte con gli smartphones ed i conseguenti video da milioni di visualizzazioni su Youtube - alle false speranze date non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro i quali desiderano solamente fare tesoro dei propri risparmi e trasformarli in qualcosa che sia più di una promessa per il futuro.
In questo senso, le accuse di Kyle rivolte ai "veri criminali" pongono l'accento allo stesso modo di altri titoli - comunque più validi - come il recente La grande scommessa o in precedenza Margin Call, Wall Street o Americani sul conflitto sotterraneo che probabilmente sempre esisterà tra chi possiede ed amministra il denaro e chi lavora per ottenere una parte irrisoria dello stesso, finendo spesso fagocitato con i propri averi dalle creature dei burattinai di banche, società d'investimento e televisioni: una condizione, quella di Kyle, fuori dalla Legge e sbagliata ma paradossalmente comprensibile, con la quale si finisce per empatizzare nonostante l'innegabile carisma di Clooney e del suo Lee Gates, gigione e oltre misura.
Il film nel complesso, probabilmente, non resterà nella memoria a differenza di cult come quelli già citati, ma ha il pregio di scorrere rapido come un thriller, e di far riflettere lo spettatore da un nuovo punto di vista nonostante la problematica del rapporto tra società e denaro sia più vecchia del Cinema stesso.
E quando la polvere si è depositata, e l'unica domanda che resta è "Cosa dovremo inventarci lunedì prossimo?", l'inquietudine aumenta: quale prezzo la società e noi che ne costituiamo le fondamenta dovremo pagare affinchè il grande spettacolo possa proseguire?
E soprattutto, fino a quando saremo disposti a pagarlo?





MrFord





"Money, get away
get a good job with more pay and you're O.K.
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" -







mercoledì 27 aprile 2016

Il segreto dei suoi occhi

Regia: Billy Ray
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
111'







La trama (con parole mie): nel pieno della lotta al terrorismo post-undici settembre, un team di investigatori scopre che la figlia di una dei membri dello stesso è stata violentata ed uccisa prima di essere scaricata in un cassonetto accanto ad una moschea già sorvegliata a causa dei possibili legami con cellule pronte ad attaccare Los Angeles.
Quando i sospetti si concentrano su Marzin, un giovane frequentatore della moschea stessa, i coordinatori dell'indagine cercano in tutti i modi di mettere un freno a Ray Kasten, deciso a catturare il colpevole dell'omicidio, in modo da non pregiudicare l'intera operazione: quando i conflitti interni diverranno così evidenti da non poter essere più arginati, Kasten abbandonerà l'incarico ed il tempo trascorrerà.
Tredici anni dopo, convinto di aver ritrovato Marzin sotto un'altra identità, Ray tornerà dai suoi vecchi colleghi in modo da riaprire il caso che ha sconvolto le loro vite: ma le cose non andranno come poteva sperare.










E' universalmente noto ad appassionati e non di Cinema quanto possa essere difficile realizzare sequel all'altezza degli originali, che possano appassionare e convincere senza risultare copie sbiadite degli stessi, conquistare se possibile una parte di pubblico ancora maggiore - discorso già fatto ieri, tra l'altro, rispetto a Il cacciatore e la regina di ghiaccio -.
Allo stesso tempo, penso sia ancora più difficile realizzare un remake che possa in qualche modo eguagliare il livello - quando è buono - del titolo che l'ha ispirato, riuscendo all'occorrenza anche ad aggiungere qualcosa che ne definisca addirittura una profondità maggiore: in questo senso, in tempi recenti l'unico titolo che posso pensare di inserire in questa categoria è il Millennium di David Fincher, in grado di superare - e neppure di poco - il suo epigono scandinavo, ma parliamo, comunque, di merce molto rara.
Il segreto dei suoi occhi, film cileno vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel duemiladieci, per tematiche, tecnica ed intensità emotiva, aveva fatto breccia nel mio cuore ai tempi della sua uscita, lasciando un segno che ancora oggi posso quasi toccare con mano: l'idea di un remake in salsa a stelle e strisce già di partenza risultava, a prescindere dalla così breve distanza temporale dal suo ispiratore, davvero fuori luogo, anche e soprattutto perchè priva della carica che la questione della dittatura di Pinochet garantiva al lavoro originale di Campanella, qui presente in veste di produttore.
Il risultato, senza dubbio ottimamente portato sullo schermo e reso interessante da un cast di prim'ordine - dalla Kidman ad un'ottima Julia Roberts, passando per Chiwetel Ejiofor -, in grado di funzionare discretamente come thriller a sè stante, finisce però per perdere nettamente il confronto, dimostrandosi ad un tempo privo del carattere necessario per risultare in qualche modo memorabile per chi non ha ancora avuto modo di gustarsi l'originale, della tecnica per emularlo - sequenze come quella dello stadio, per quanto ben trasposte, parlano da sole - e soprattutto in grado di far ricredere chi, come questo vecchio cowboy, lo approcciava con il dubbio che non potesse esserne all'altezza.
Non che questo secondo Il segreto dei suoi occhi sia un brutto film - anzi, oserei dire il contrario -, che non coinvolga - del resto, le tematiche restano profonde ed importanti, pur cambiando l'ordine degli addendi, per dirla come ai tempi della scuola - o non catturi l'attenzione quanto basta per rimanerne avvinti: più che altro, pare mancare la scintilla che distingue i grandi film da quelli che si possono guardare - o riguardare - al loro passaggio in tv ma finiscono per essere sempre e comunque pellicole tra le tante, perse nell'oceano di proposte di un genere - come il thriller - decisamente sfruttato soprattutto oltreoceano.
Un risultato a metà, dunque, per Billy Ray ed il suo cast, di quelli che funzionano ma non convincono, non hanno nulla di cui rimproverarsi ma, allo stesso tempo, che possa davvero distinguerli dal resto: sarei comunque eccessivo se affermassi di non essermi goduto la visione - e quasi mi sentirei di consigliarla a tutti coloro che ancora non avessero visto l'originale, fosse anche solo un tentativo per approcciare il genere -, o allo stesso tempo promuoverlo senza riserve.
Va riconosciuto, comunque, a regista ed attori l'impegno profuso ed il coraggio di mostrare una certa comunanza di idee con la pellicola d'ispirazione nonostante, di fatto, in questo caso si parlasse del decisamente più politicamente corretto mercato distributivo statunitense ed internazionale.
Niente di perfettamente riuscito, dunque, ma un tentativo: e, chiedetelo pure a Ray, un tentativo, a volte, è in grado di fare la differenza rispetto a silenzi pesanti come macigni.





MrFord





"I saw you creeping around the garden
what are you hiding?
I beg your pardon don't tell me "nothing"
I used to think that I could trust you
I was your woman
you were my knight and shining companion
to my surprise my loves demise was his own greed and lullabies."
Lana Del Rey - "Big eyes" - 





venerdì 17 aprile 2015

The normal heart

Regia: Ryan Murphy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
132'





La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta quando la comunità gay di New York comincia a rendersi conto dell'avvenuta esplosione di una nuova, pericolosa e terribile epidemia che pare continuare a crescere ed essere legata all'attività sessuale. Ned Weeks, attivista e scrittore, decide di iniziare a sensibilizzare non solo le masse ed il governo, ma anche chi, come lui, è omosessuale, lottando senza quartiere in modo che questo morbo possa essere immediatamente isolato e studiato.
Accanto agli amici di una vita guidati dal deciso Bruce Miles e dalla dottoressa Emma Brookner, Weeks prosegue per anni la sua guerra incurante delle scarse doti di diplomatico che mostra, delle amicizie che si incrinano e dei rischi - politici e non - che si assume.
Sostenuto anche dall'amore del compagno Felix, Ned si troverà a superare ogni confine arrivando perfino ad attirare su di lui le antipatie della comunità di cui fa parte, senza per questo rinunciare affinchè il mondo conosca tutti i rischi legati alla diffusione dell'HIV.








Il mio rapporto con Ryan Murphy è sempre stato piuttosto altalenante: il produttore di Nip/Tuck, Glee ed American Horror Story, infatti, è stato in grado, in questi anni, di regalare al sottoscritto ottime soddisfazioni così come di guadagnarsi le bottigliate delle grandi occasioni, ed ogni volta che approccio una sua creatura parto sempre con la guardia alta, per evitare di trovarmi a gestire delusioni troppo cocenti.
Non è il caso di The normal heart, forse la cosa migliore mai portata sullo schermo dall'autore nativo di Indianapolis, un'opera sentita e toccante legata a doppio filo a quelli che sono stati gli anni della realizzazione, da parte del mondo - e non solo di chi era ed è omosessuale - dell'esistenza dell'AIDS, che imperversò selvaggiamente proprio a partire dai primi scampoli di eighties e finì per spazzare via un'intera generazione, o quantomeno segnarla nel profondo.
Sfruttando un cast in ottima forma e costituito da grossi nomi - da Marc Ruffalo e Taylor Kitsch ad una serie di volti noti del piccolo schermo, Matt Bomer e Jim Parsons in primis -, Murphy porta in scena la vera e propria lotta che alcuni esponenti della comunità gay di New York intrapresero affinchè scattasse l'allerta per una malattia che ancora non si conosceva affatto, e che spesso finì per essere sottovalutata o messa in secondo piano rispetto ad una scopata clandestina o che non si era prevista: in questo senso, i personaggi di Ned Weeks e Bruce Miles risultano tra i più interessanti che il piccolo e grande schermo abbiano mai regalato al pubblico riguardo queste tematiche.
Il primo, donchisciottesco e poco diplomatico, talmente deciso a portare a vanti la sua lotta da rendersi nemiche anche le persone al suo fianco, ed il secondo, apparentemente più deciso e forte eppure sempre pronto a mediare, a cercare una soluzione in grado di accordare le parti in causa senza danneggiare eccessivamente l'una o l'altra; il primo dedito ad una storia lunga e molto intensa, il secondo legato a diversi partners, tutti amati e tutti ugualmente destinati a scomparire sotto il suo peso - e quello della malattia -; il primo senza mezze misure, tutto per i sogni in grande e la lotta senza quartiere, il secondo pronto a trovare sempre l'accordo migliore, pur essendo un soldato di professione.
Difficile, nel corso della visione, non trovare momenti in cui prendere le parti di uno o dell'altro, così come non rimanere toccati dalla realtà di voluta disinformazione che probabilmente costò la vita a migliaia di uomini in quel periodo, ed allo stesso tempo non notare le critiche neppure troppo velate mosse alla stessa comunità gay dall'opera, come pronta a riconoscere, almeno in alcuni frangenti, la scarsa combattività dei suoi membri nel perorare una causa che toccava da vicino tutti loro - e non solo, ovviamente -.
L'unica pecca che rende The normal heart "solo" un buon prodotto e non un cult totale è data dal fatto di essere giunto a seguito di pellicole come Philadelphia o Behind the candelabra, decisamente su un altro livello sia dal punto di vista tecnico che emotivo: resta comunque un lavoro più che pregevole, socialmente molto impegnato e coinvolgente, che ricorda più Milk o Dallas Buyers Club che non i classici citati poco sopra.
Restano, comunque, le importanti riflessioni legate alla necessità di lottare per i propri diritti, il proprio riconoscimento, la propria identità - che sia sessuale, razziale o qualunque altro fattore vogliate considerare in merito -, ed una passione grande come quella di Ned, protagonista non sempre piacevole e senza dubbio scomodo, charachter in grado di irritare profondamente eppure assolutamente perfetto come compagno di lotta.
Credo, infatti, che sia sempre grazie a personalità di questo calibro che la Storia prenda direzioni nuove, e che cambiamenti importanti - soprattutto in termini sociali - vengano applicati alle nostre società: senza i Ned Weeks pronti a stringere i denti ed andare avanti anche in barba ai compagni pronti ad abbandonarli, probabilmente ora saremmo ancora qui a chiederci per quale ragione un misterioso morbo finisca per essere così presente e distruggere dall'interno le nostre comunità.
Un morbo che non ha avuto e non ha distinzioni legate a gusti sessuali, razza o credo.
E che, paradossalmente e tristemente, risulta essere molto più democratico di molti dei politici che cercarono di tenerlo sotto silenzio.




MrFord




"Give me time
to realize my crime
let me love and steal
I have danced
inside your eyes
how can I be real
do you really want to hurt me
do you really want to make me cry."
Culture Club - "Do you really want to hurt me?" -




lunedì 25 agosto 2014

Hook

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 144'


La trama (con parole mie): l'avvocato Peter Banning, uomo di successo, rimane sconvolto quando Capitan Uncino, pirata proveniente dall'Isola che non c'è, fa irruzione nella sua quotidianità, ed in questa realtà, per rapire i suoi figli in modo da costringerlo a fare ritorno e darsi battaglia.
Uncino, infatti, soffre la solitudine e la noia, e ha intenzione di riportare a casa Peter Pan, suo storico nemico e rivale proprio grazie all'esca costituita dai suoi due pargoli: anni prima, infatti, Peter decise di abbandonare l'Isola per costruirsi un'esistenza accanto a Molly ed ai suoi vecchi amici umani, assumendo l'identità di Peter Banning e rimuovendo progressivamente tutti i ricordi del passato legati al luogo incantato in cui è nato.
Riuscirà il vecchio capo dei Bambini perduti a trovare la fantasia necessaria per sconfiggere Uncino e riprendere la sua famiglia?
E che ruolo giocheranno in tutto questo Rufio, nuovo leader che prese il suo posto, e Campanellino?
 




Questo post partecipa alle celebrazioni indette per onorare la memoria di Robin Williams.


 


Poche settimane fa, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della morte di Robin Williams - e del suo suicidio - ha scosso la blogosfera cinefila e non solo: l'interprete di cult come L'attimo fuggente e pezzi di Storia della televisione come Mork&Mindy, infatti, era tra i più amati dal pubblico, appassionato oppure no di settima arte, e lascia un vuoto davvero enorme legato anche ai personaggi che hanno reso così importante la sua carriera, che ho sempre trovato fin troppo poco riconosciuta soprattutto dagli addetti ai lavori.
Quando la scelta di ricordarlo grazie ad uno degli ormai noti "Celebration days" ha avviato l'organizzazione dello stesso, avendo in passato recensito il già citato Dead poets society, il pensiero è andato subito ad Hook, pellicola certo minore di Steven Spielberg che, però, non solo il sottoscritto ha sempre amato molto, ma che in qualche modo rende l'idea di tutto ciò che il buon Robin ha simboleggiato - e continuerà a simboleggiare - per il pubblico: un uomo dalla grande ironia e dirompente fantasia, capace di far toccare le stelle con un dito ed al contempo segnato da una profonda malinconia, una traccia di tristezza che, come una lacrima indelebile, rimane tracciata sul viso come una cicatrice anche nel pieno di una risata.
Il confronto tra il suo Peter Banning pronto a lottare per i propri figli e per ritornare Pan ed Uncino è quello dell'innocenza dell'infanzia e la sua energia contro i dubbi e le ombre dell'età adulta, ma anche della fantasia opposta al realismo - come fu, in precedenza, anche per il cult firmato da Peter Weir -: la sequenza della cena alla tavola dei Bambini perduti, una delle chicche della pellicola nonchè tra le più belle che possa ricordare della mia infanzia di spettatore con il duello verbale ed immaginifico tra Peter e Rufio ben rappresenta un titolo che, forse, non brillerà a livello di qualità complessiva ma che, di fatto, ha segnato la crescita della generazione del sottoscritto, e che mi pareva giusto riprendere tra le mani nel giorno in cui tutti ricordiamo il suo indimenticabile protagonista.
Interessante anche che anche il mio acerrimo nemico Cannibal Kid abbia scelto quest'oggi di recensire Hook, quasi a sottolineare i nostri ruoli all'interno della blogosfera, forse più simili a quelli di Peter e Rufio che non a quelli dello stesso Pan ed Uncino: in fondo, la fantasia e la voglia di esprimere la propria identità e passione uniscono sotto la stessa bandiera - ovviamente dei Bambini perduti - anche personalità diverse come le nostre, ed in fondo lo stesso Robin Williams era in grado con le sue espressioni, la mimica e quegli occhi quasi spiritati di dare voce a questa particolare energia.
Per questo, probabilmente, ci mancherà così tanto, e finiremo a rivedere le pellicole che l'hanno visto protagonista con la stessa gioia venata dalla malinconia che esprimeva con tanta forza.
Mi rendo conto di non stare scrivendo, di fatto, propriamente del film - ma potrebbe essere un bene, considerato che a sequenze splendide come quella già citata della cena con sfida di parole e alla parte
iniziale da favola dark vengono contrapposti passaggi forse eccessivamente zuccherosi, ed una Trilli interpretata da Julia Roberts che non è mai riuscita a convincermi -, ma poco importa: il Peter Pan ritrovato di Robin Williams è genio e sregolatezza, improvvisazione e goduriosa sovversività, dunque trasformare una "fredda" recensione in un omaggio sentimentale mi pare assolutamente un bene.
Per i ricordi che ho di questo film e della mia infanzia.
Per la fantasia e i Bambini perduti.
Per Rufio, Peter e anche per Uncino.
E, ovviamente, per Robin Williams.
Bangarang.
Vola in alto, Capitano.
Seconda stella a destra, e poi dritto fino al mattino.



MrFord



"Sono o non sono il Capitan Uncino?
E allora quando vi chiamo
lasciate tutto e correte
e fate presto perché
chi arriva tardi lo sbrano."
Edoardo Bennato - "Il rock di Capitan Uncino" - 






Salgono sui banchi per Robin Williams anche:

Bollalmanacco - Al di là dei sogni
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
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martedì 4 febbraio 2014

I segreti di Osage County

Regia: John Wells
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'




La trama (con parole mie): alla scomparsa del patriarca Beverly, sposato da una vita con l'arcigna Violet, le tre figlie della coppia e l'intera famiglia Weston si stringono attorno alla donna, cui è stato da poco diagnosticato il cancro.
La scoperta del destino di Beverly ed i giorni che seguiranno porteranno i membri del disfunzionale focolare domestico a confrontarsi gli uni con gli altri rivelando segreti celati da pochi mesi o da decenni: gli scontri che ne conseguiranno permetteranno alle verità taciute di venire a galla e di permettere a Barbara, Ivy e Karen di trovare la forza necessaria ad iniziare il resto delle loro vite.






Come ogni anno, nel periodo che intercorre tra Globes e Oscar cerco sempre di recuperare il maggior numero di pellicole candidate per le categorie principali possibile, in modo da poter avere un quadro più generale di quello che potrei sperare e che, puntualmente, finisce per tradursi in un'attesa disillusa.
I segreti di Osage County - scontato adattamento dell'originale August: Osage County - è giunto al Saloon spinto principalmente delle ottime recensioni riferite al cast, dall'atmosfera da provincia USA profonda - di recente riscoperta grazie all'ottimo Nebraska - e dalla sceneggiatura firmata da Tracy Letts, già autore dello script di uno dei supercult fordiani di queste ultime stagioni, Killer Joe.
Non che nutrissi particolari aspettative in merito, o che pensassi di trovarmi di fronte al film dell'anno - a questo pare avere già pensato Scorsese con lo strepitoso The wolf of Wall Street -, eppure devo ammettere di essere rimasto piuttosto freddo rispetto a questa visione: certo, l'ensemble di attori è strepitosa - nonostante la tanto celebrata Meryl Streep mi sia parsa più gigioneggiante che altro -, da una sorprendente Julia Roberts agli ottimi Chris Cooper e Benedict Cumberbatch, la cornice affascinante per chi, come il sottoscritto, subisce il fascino della Frontiera, sia essa geografica o di concetto, i temi trattati sono profondi - la famiglia come nucleo ribollente del nostro universo di emozioni, siano esse positive oppure no -, la regia pulita, ma qualcosa, in fondo, non mi ha convinto del tutto.
Per prima cosa, l'alone di seriosità che aleggia - e pesa - sulla sceneggiatura, e che pare concentrarsi sul solo dramma lasciando uno spazio fin troppo esiguo alla leggerezza - ed in questo senso, perde molti punti rispetto al già citato Nebraska -, dunque un ritmo certamente non serrato - neppure nei momenti migliori dei botta e risposta tra i protagonisti - pronto a rendere le due ore piene di visione una cavalcata da non affrontare certo a cuor leggero: il risultato è un film "wannabe" dal potenziale inespresso, discreto nel suo insieme - tecnica ed emozione -, in grado di regalare un paio di passaggi decisamente interessanti - il confronto a tavola tra la Streep e la Roberts, Chris Cooper pronto a difendere il figlio in un moto d'orgoglio rispetto alla decisamente più energica consorte - ma per nulla in grado di regalare al pubblico i brividi di pellicole simili come il bellissimo La fortuna di Cookie firmato dal Maestro Altman.
Certo, i titoli che toccano il tema della Famiglia eserciteranno sempre un discreto fascino, sul sottoscritto, specialmente quando al loro servizio sarà possibile trovare attori ed autori in grado di fare la differenza, ma nonostante le premesse mi verrebbe quasi da pensare che I segreti di Osage County sia simile ad una squadra con grandi individualità incapace di esprimere una realtà d'insieme, allo stesso modo del nucleo familiare che porta in scena: e se, a volte, questa particolarità finisce per fare la fortuna di un'opera, in questo caso rende il lavoro di John Wells soltanto un buon prodotto artigianale destinato a non fare breccia e lasciare un segno davvero profondo nell'audience una volta uscita dalla sala.
Resta comunque un film più che godibile narrato con piglio decisamente teatrale - la predilezione di Letts per questo tipo di struttura è evidente, ed anche in questo caso è ben coadiuvato dal regista - interpretato alla grande da tutti i suoi protagonisti - continuo comunque a pensare che la Streep sia stata fin troppo sopravvalutata, e spero ardentemente con non si porti a casa la statuetta come migliore attrice - ed in grado di affrontare problematiche che qualunque tipo di spettatore, appassionato o no di Cinema, saprà riconoscere.
Rispetto a quella che è la realtà della settima arte italiana, poi, direi che è già un lusso anche solo questa amara provincia USA.



MrFord



"Lay down, Sally, and rest you in my arms.
Don't you think you want someone to talk to?
Lay down, Sally, no need to leave so soon.
I've been trying all night long just to talk to you."

Eric Clapton - "Lay down Sally" -





sabato 14 aprile 2012

Biancaneve

Regia: Tarsem Singh
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 106'



La trama (con parole mie): ispirandosi alla fiaba che per prima la Disney rese celebre al Cinema, Tarsem Singh celebra il mito di uno dei personaggi più amati dell'animazione, cercando di raccontarne la storia da un punto di vista più ironico e "adulto" senza rinunciare all'incanto dello sfarzo dai colori pastello delle fiabe.
Peccato che il risultato sia inequivocabilmente quello di ricordare - in peggio, e già era difficile - un'altra storia portata sul grande schermo di recente con l'intenzione di rinverdirne i fasti con un'operazione finita nella quasi catastrofe per il suo regista: Alice in wonderland di Tim Burton.
Il fatto è che Singh non è lo stesso Burton.
Quindi fatevi due conti.



Sono davvero stupito, lo ammetto.
Nei giorni intercorsi tra la mia visione di questo film e la stesura del post ho cominciato a leggere da una parte all'altra della blogosfera opinioni clamorosamente positive di quello che, ad oggi, è senza dubbio un candidato concretissimo alla top five del peggio del 2012 in sala.
Il fatto è che il film di Tarsem Singh è riuscito nella non facile impresa di ricordarmi fin dai primi istanti - oltre a Elio, considerate le sopracciglia "importanti" di Biancaneve - una delle visioni più agghiaccianti delle ultime stagioni, peggior film di un ex grande regista nonchè catasta di banalità involontariamente comiche mascherate da kitsch finto cool: il succitato Alice in wonderland di Tim Burton.
Come se questo non bastasse - e basterebbe, ve lo garantisco -, ad aggravare la posizione del regista del poco interessante ma tutto sommato guardabile in un momento di spegnimento del cervello Immortals ci si mettono un'inguardabile Biancaneve - sopracciglia già citate a parte -, una regina che vorrebbe risultare yeah neanche fosse frutto di una sceneggiatura di Diablo Cody e che pare, al contrario, una zitella in cerca di toy boys uscita dritta dritta da Sex and the city, un principe azzurro in grado di far sembrare l'antagonista del primo Shrek una sorta di Bruce Willis pronto a spaccare culi a destra e a manca, sette nani pescati tra le comparse scartate dai casting per Mongol con i nomi incomprensibilmente stravolti ed un'evoluzione che prende il peggio del Cinema Usa e, contemporaneamente, da quello di Bollywood.
In un periodo in cui i fasti del fantasy sono tenuti vivi principalmente dai serial televisivi grazie alla seconda - e già ottima - stagione di Game of thrones e l'interessante Once upon a time, pellicole come questa paiono più operazioni commerciali vuote ed irritanti che non proposte allettanti per lo spettatore, e più che lasciare a bocca aperta - per l'orrore, ovviamente: pensate che l'idea di mettere mano alle bottiglie per scatenare qualche colpo proibito non mi è neppure passata per la testa, tanto brutto mi è parso questo film - al chiedersi il perchè cose di questo tipo vengano proposte in centinaia di sale ed altre ben più interessanti finiscano nell'oblio - qualcuno ha detto Take shelter!? - non fanno.
E tutto questo senza neppure soffermarsi sui buchi nella cosiddetta sceneggiatura - l'utilizzo della "bestia" e dell'attendente del principe, buono giusto per il siparietto agghiacciante con i nani in apertura e poi praticamente fatto scomparire fino alla conclusione - e soprattutto sulla chiusura, una delle più scandalosamente ed incredibilmente agghiaccianti che abbia visto negli ultimi anni: il post cerimonia nuziale e ovvia sconfitta della regina con tanto di canzoncina e balletto in salsa curry style sono quanto di peggio mi sia capitato davanti agli occhi dai tempi di Da zero a dieci.
E sto parlando di Da zero a dieci.
Non so se ci siamo intesi.
Ora posso provare a capire ogni recensione positiva di questa robaccia, ma davvero, sul balletto finale abbandono ogni ormeggio e proposito: come può essere possibile che possa piacere una cosa simile?
Ditemelo, vi prego.
Oppure no.
Preferisco prendermi una bella sbronza e pensare che tutto sprofondi in un sano e godurioso blackout, neanche mi trovassi in Una notte da leoni.
Se poi dovessero scomparire con la suddetta notte questa Biancaneve, o Tarsem Singh, certo non tornerei a cercarli.


MrFord


"Baby, there's nothing what I want, (oh,oh)
just a piece of wing that what I want (yeah yeah)
I forget all
damn people surrounds me
when I saw you I get dumb."
Lady Gaga - "Fairy" -


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