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mercoledì 6 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle i festeggiamenti ed i bagordi legati al compleanno, torna con il giusto e standardizzato ritardo il Bulletin, che se non mi sono perso tra una sbronza e l'altra la memoria di qualche visione recupera due dei titoli dei sabati sera Cinema con i Fordini ed un paio di novità molto chiacchierate di recente, giunte una dal calderone di Netflix e l'altra direttamente dalla sala, prima di chiudere con un ripescaggio targato Prime Video, tanto per sottolineare l'importanza che, ormai, hanno le piattaforme streaming per il Cinema.


MrFord



LA STORIA INFINITA (Wolfgang Petersen, Germania, 1984, 102')

La storia infinita Poster

Nella carrellata di pellicole che attendono i Fordini nel programma "sabato sera Cinema" che con Julez abbiamo inagurato da qualche settimana non poteva mancare uno dei cult assoluti di tutti i nati tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, La storia infinita.
Ricordo ancora quando lo vidi al Cinema all'aperto al mare con mio nonno, abbastanza inquietato dal Nulla e dallo scontro tra Atreyu e Gmork: come scritto nel post per il compleanno, allora mi rivedevo nel timido Bastian che riviveva nella fantasia le gesta tradotte in parole dagli scrittori, mentre ora sono più un ibrido tra lo stesso Atreyu e Falcor, altra creatura cinematografica divenuta mitica.
Nonostante oggi se ne vedano tutti i limiti e rispetto al romanzo perda ovviamente il confronto, il film funziona ancora come favola, e ai Fordini, cresciuti in tutt'altra generazione, è piaciuto molto, incuriositi dal confronto tra Bene e Male e dai "mostri": e la macchina del tempo che innescano i loro occhi nel corso della visione è una vera e propria magia.




WOUNDS (Babak Anvari, USA/UK, 2019, 95')

Wounds Poster


Circolato rapidamente nella blogosfera dopo il tam tam creatosi a seguito della distribuzione su Netflix, Wounds è stato forse il "film di Halloween" per molti degli avventori del Saloon, considerate le contrastanti recensioni lette praticamente in ogni dove: portato sulle spalle da un sempre ottimo Armie Hammer ed ambientato in una New Orleans sotto la quale pare pulsare un mondo di blatte, Wounds parte con un buono spunto e idee interessanti, pur senza inquietare o forzare lo spettatore al jump scare: peccato che, come spesso accade con i film di nicchia ed almeno parzialmente ambiziosi, lo sviluppo e lo scioglimento della trama con conseguenti rivelazioni finiscano per fare acqua - o blatte - da tutte le parti e conducano ad un finale che, in tutta onestà, mi ha lasciato davvero molto perplesso.
Un progetto, dunque, che poteva risultare particolare ed interessante che, invece, si sgonfia minuto dopo minuto fino a risultare perfino fastidioso: peccato, perchè mantenendo forse una maggiore semplicità e buttando meno ingredienti nel calderone qualcosa di abbastanza tosto sarebbe potuto uscire. Qualcosa, quantomeno, diverso da una blatta.
Che potrà essere imbellettata quanto si vuole, ma resterà sempre una blatta.




HOOK - CAPITAN UNCINO (Steven Spielberg, USA, 1991, 142')

Hook - Capitan Uncino Poster


Altro giro per i "sabati sera Cinema", ed altro film cult, questa volta per chi apparteneva alla generazione appena successiva alla mia, come il buon fratello Ford: ricordo che vidi Hook all'inizio dell'adolescenza, catturato dalla bellissima sequenza della gara di insulti alla tavola dei Bimbi Sperduti proprio durante una delle innumerevoli visioni del più giovane - ma non all'apparenza - dei Ford: il lavoro di Spielberg, baracconesco e per famiglie, era e resta un film sottovalutato e magico, che ai più vecchi tra noi ricorda il grandissimo Robin Williams in una delle sue tante interpretazioni, con personaggi cult - Rufio spacca! - e quel qualcosa che incolla allo schermo anche quando si incrocia il suo cammino dopo averlo imparato a memoria.
Prova del suo valore, il fatto che entrambi i Fordini abbiano retto alla grandissima le due ore e venti di visione senza battere ciglio, infilando domande a raffica sui rapporti tra i personaggi ed assaporando un nuovo elemento legato all'amore scoppiato di recente per "Il rock di Capitan Uncino" di Bennato.
E il Bangarang è finalmente arrivato anche ai più piccoli di casa Ford.




TERMINATOR - DESTINO OSCURO (Tim Miller, USA/Spagna/Ungheria/Francia/Germania/Rep. Ceca/Cina/UK/Australia/Nuova Zelanda/Canada, 2019, 128')

Terminator - Destino oscuro Poster


Devo ammettere che l'hype per il nuovo Terminator firmato dal regista di Deadpool con protagonisti Linda Hamilton e Schwarzy era davvero alle stelle, quasi si potesse tornare ai fasti dei primi due episodi del franchise, maltrattato in anni recenti se non per l'ultimo Genysis, primo valido dai tempi del mitico T-1000: e proprio allo strepitoso Judgement Day strizza l'occhio - per usare un eufemismo - questo Destino Oscuro, che mescola apparentemente le carte solo per riportare in gioco trama e situazioni del lavoro di James Cameron, bruciando completamente un personaggio che poteva diventare decisamente interessante come quello dell'umana potenziata Grace catapultandolo in una copia smorta del secondo film della saga prima di immolarlo sull'altare dell'eccessivo carisma dei "vecchi", che per quanto sacrificabili - ma non troppo - diventano ancora una volta gli squali pronti a mangiarsi qualsiasi charachter o situazione anche potenzialmente affascinante.
Una grossa delusione, per gli occupanti di casa Ford e per chi come me vide l'ascesa del T-1000 in sala, cui questo nuovo Rev-9 può giusto giusto pulire le cromature.




AUGURI PER LA TUA MORTE (Christopher Landon, USA, 2017, 96')

Auguri per la tua morte Poster


Giunto in una sera di stanchissima sugli schermi del Saloon - credo di aver battuto ogni record precedente di abbiocchi nel corso di una visione, oltre a quello di essere andato a letto entro le ventitre senza essere malato -, Auguri per la tua morte, una sorta di versione slasher di Ricomincio da capo - apertamente citato a fine pellicola -, nonostante i tracolli da divano appena citati si è rivelato molto più divertente ed interessante di quanto non potesse suonare alla vigilia, finendo per fare fronte ad una certa scontatezza in fase di scrittura con una leggerezza di fondo che non guasta mai, e fa pensare che, in fondo, il regista non debba essere troppo spocchioso.
Interessante anche, pur se in qualche modo abbastanza telefonata, la ricerca dell'assassino da parte della protagonista e le varie modalità di omicidio portate in scena in questa versione "sanguinolenta" del Giorno della Marmotta, pronta a mostrare allo spettatore un pò di cara, vecchia, old school del genere priva di jump scares o trucchetti buoni giusti giusti per i due secondi del salto e poco altro.
Assolutamente imperfetto, ma decisamente meglio di quanto potessi pensare.


domenica 21 febbraio 2016

Jumanji

Regia: Joe Johnston
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 104'






La trama (con parole mie): nel millenovecentosessantanove Alan Parrish, un ragazzino emarginato dai coetanei e schiacciato dalla figura paterna e dal suo ingombrante cognome, storico per la piccola cittadina in cui vive, trova per caso un gioco da tavolo dai poteri magici che fu sepolto ai tempi dei suoi antenati, Jumanji. Ignaro dei poteri dello stesso, inizia una partita con un'amica e finisce intrappolato all'interno del gioco stesso.
Quando, ventisei anni più tardi, due ragazzini appena trasferiti in quella che fu la sua casa con la zia dopo la morte dei genitori ritrovano ed utilizzano Jumanji, per Alan si presenta l'occasione di tornare nella sua vecchia realtà e rimettere a posto le cose con il passato ed il futuro.
Tutto questo, se il gioco lo permetterà.









Gli anni novanta - o almeno la seconda parte degli stessi - furono un periodo piuttosto delicato, per il sottoscritto, come spettatore e non solo: di fatto, l'ingresso nella fase dell'adolescenza che ti fa pensare di avere qualcosa in più di tutti gli altri, il sorgere della passione per la scrittura ed una vera e propria fame di scoperte in termini musicali, letterari e, per l'appunto, cinematografici, mi fece allontanare e non poco da tutte le proposte "ludiche" che ho recuperato con enorme piacere in anni più recenti.
In particolare, nel novantacinque che vide uscire ed affermarsi da subito come un cult per ragazzi Jumanji, io cominciavo a spostare l'attenzione sul filone gangsteristico che di fatto mi avrebbe accompagnato, qualche anno dopo, alla riscoperta del Cinema d'autore e dei Classici, mentre mio fratello, più giovane di sei anni, impazzì letteralmente consumando la vhs a furia di visioni.
Proprio a seguito di una di queste, e probabilmente mentre ero impegnato a giocare o scrivere al computer, avvenne il mio incontro fortuito con la pellicola di Joe Johnston, che passò senza lasciare il segno e non rividi più per oltre vent'anni: la recente visione del sorprendentemente positivo Piccoli brividi, però, ha finito per stuzzicare la curiosità del sottoscritto rispetto ad un recupero di Jumanji, che si è rivelato piacevolissimo e divertente, alimentando addirittura la sensazione di quasi malinconia legata al fatto che probabilmente, se l'avessi visto come si deve all'epoca e me lo fossi goduto quanto mio fratello, a quest'ora probabilmente sarebbe un mio cult dell'infanzia al pari di cose come Labyrinth o La storia infinita.
Certo, rispetto ai supercult appena citati appare invecchiato peggio - un pò come la maggior parte delle produzioni figlie degli anni novanta, oserei dire -, ma resta una pellicola dallo spirito che ricorda quello di pietre miliari come Ritorno al futuro mescolandolo a Hook anche grazie alla presenza dell'indimenticato Robin Williams, che è sempre un piacere enorme rivedere sullo schermo: considerata, poi, la passione sempre crescente del Fordino per gli animali, nel corso di tutta l'entusiasmante partita dei protagonisti a Jumanji ho finito per immaginare cosa accadrebbe se a prendere i dadi in mano per tentare l'impresa fossimo noi abitanti del Saloon.
Senza dubbio, tra scimmie, rinoceronti e chi più ne ha, più ne metta, il più piccolo della tribù finirebbe per avere quasi voglia di rimanere imprigionato in un mondo pericoloso eppure affascinante come il buon Alan, con la differenza che, da questa parte, avrebbe un padre che è più un complice ed un compagno di giochi, che non un severo e quadrato capitano d'industria.
E mentre i tamburi di Jumanji suonano, e nel cuore ho già il terrore per il remake annunciato per il prossimo anno - che rischia di suscitare le ire dei fan almeno quanto quello recente di Point Break -, sono contento di poter tornare indietro nel tempo e recuperare un'avventura che l'adolescenza con tutte le sue contraddizioni mi aveva tolto: in un certo senso, ho rimesso piede anch'io nel mondo dopo tanti anni da un esilio, e senza dubbio meno riluttante di Alan riprendo in mano i dadi e mi lancio senza neppure guardarmi troppo indietro in una nuova, entusiasmante partita.
Del resto, questo è lo spirito che ci mantiene vivi, eterni Peter Pan oppure no. 





MrFord





"Look over your shoulder, ready to run.
Like a good little bitch, from a smoking gun.
I am the game and I make the rules.
So move on out here and die like a fool.
Try to figure out what my moods gonna be.
Come on over sucker, why don't you ask me?
Don't you forget that the price you can pay
cause I am the game and I want to play...."
Motorhead - "The game" - 






sabato 10 gennaio 2015

The angriest man in Brooklyn

Regia: Phil Alden Robinson
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
83'





La trama (con parole mie): Henry Altmann è stato felice, un tempo. Aveva una bella vita, una bella casa, un bel lavoro, una bella famiglia. Le cose andavano tutte come dovevano andare.
Poi, un brutto giorno, il giocattolo ha finito per rompersi. 
E dramma e quotidianità hanno inaridito il cuore dell'uomo, pronto a cedere spazio alla sola rabbia.
Quando, a seguito delle sue prepotenze e di una diagnosi di aneurisma cerebrale, la giovane dottoressa Sharon Gill finisce per punirlo assicurandogli che gli restano soltanto novanta minuti di vita, Henry decide di fare di tutto per chiudere al meglio i conti con le persone che ha amato di più e dalle quali si è con più decisione allontanato nel passato recente: il suo socio e fratello minore, sua moglie e soprattutto il figlio Tommy, che da due anni, ormai, non gli rivolge più la parola.
Riuscirà a farcela prima che il Destino venga a reclamare il suo diritto sulla vita e la morte?








Lo scorso agosto, quando come un fulmine a ciel sereno giunse la notizia della morte di Robin Williams, rimasi molto colpito nell'apprendere che uno dei volti di quella che era stata la mia formazione cinematografica se n'era andato: raramente, pensando alle tante morti celebri di questi anni, ricordo di essere rimasto così segnato.
Dunque, omaggiato il buon vecchio Capitano con un Day tra i più riusciti organizzati da noi cinefili della Blogosfera, ho deciso di cominciare a recuperare, senza fretta, i titoli che lo hanno visto protagonista ancora mancanti all'appello qui al Saloon: tra questi il suo ultimo lavoro, questo The angriest man in Brooklyn trattato non proprio con i guanti dal pubblico e dalla critica, sicuramente traboccante difetti eppure in grado non solo di regalare almeno un paio di sequenze degne dei tempi d'oro del Nostro - il faccia a faccia con il negoziante per trattare l'acquisto della videocamera è una vera chicca -, ma anche, in qualche modo, di fornire una riflessione sull'attore - e, chissà, sull'uomo - oltre ad una serie di riferimenti ai massimi sistemi come i rapporti tra padri e figli, mariti e mogli, membri di una famiglia in generale.
Dunque, se da un lato abbiamo occasione di andare alla scoperta di una sorta di favola indie - per quanto decisamente non delle migliori - con un cast di prim'ordine - oltre al già citato main charachter, troviamo Mila Kunis, Peter Dinklage e Melissa Leo, non proprio degli ultimi arrivati - legata a doppio filo a temi molto cari al genere ed in grado di mescolare dramma e commedia, Un giorno di ordinaria follia con Qualcosa è cambiato, dall'altro, tra le righe, assistiamo di fatto ad una sorta di ultimo grido disperato di un uomo che, probabilmente, aveva deciso che il suo "trattino" era già giunto alla conclusione - emblematico il passaggio in cui Henry/Robin Williams ironizza sulla sua lapide citando anno di nascita e morte del personaggio, coincidenti con quelli che sarebbero stati i suoi -, e con una neppure troppo convinta decisione aveva deciso di abbandonarsi a qualcosa che, probabilmente, non sapremo mai fino in fondo, che si tratti di lui o tantomeno di noi che abbiamo osservato il tutto dall'esterno.
L'importante, di fatto, resta il ricordare i tratti distintivi, le caratteristiche ed il dirompente incedere sullo schermo di un grandissimo interprete, che senza dubbio ci ha lasciati troppo presto chiudendo la sua carriera lontano dall'apice, eppure ancora in grado di emozionare: sia chiaro, The angriest man in Brooklyn è un film tutto sommato mediocre, troppo facile e sommario in alcuni passaggi e troppo retorico in altri, girato non sempre in maniera impeccabile e talmente ricco di difetti da lasciare quasi meravigliato il sottoscritto al pensiero di aver concluso la visione in una certa misura perfino soddisfatto, eppure ad un tempo un titolo cui non sono davvero riuscito a volere male, uno di quei guilty pleasures che, non sappiamo neppure noi per quale motivo, finiscono per conquistare il loro spazio senza neppure fare troppi sforzi.
Con ogni probabilità il pensiero è volato a quello che mi chiedo potrà essere il mio rapporto con il Fordino mano a mano che crescerà, cercando di non fermarsi troppo a fronte del dramma vissuto da Henry e sua moglie, portati all'inizio della loro fine dalla morte del fratello di Tommy: arrivare a non rivolgere la parola a proprio figlio dev'essere straziante, ma perderne uno dev'essere un dolore che non sarà mai possibile quantificare, e che non augurerei neanche al peggiore tra gli uomini.
Senza contare che la rabbia è una cattiva consigliera, e piuttosto che finire come Henry - e a volte, nel corso della mia vita fino ad ora, avrei scommesso che sarebbe andata in quel modo, se non fosse stato per Julez e il Fordino - preferisco godere della lezione lebowskiana ed allargare le spalle quando "non sono io a mangiare l'orso, ma l'orso a mangiare me".
In qualche modo, e senza dubbio secondo un modo di vedere assolutamente personale, Henry pare averlo capito, alla fine.
E ho l'impressione che lo stesso sia stato per Robin Williams.



MrFord



"It's been a bad day.
Please dont take a picture
it's been a bad day.
Please!"
R. E. M. - "Bad day" -



mercoledì 17 settembre 2014

Good Morning Vietnam

Regia: Barry Levinson
Origine: USA
Anno:
1987
Durata: 121'




La trama (con parole mie): siamo a Saigon, nel 1965, e la guerra del Vietnam impazza.
Per risollevare il morale delle truppe viene chiamato a trasmettere l'aviere Adrian Cronauer, popolare dj delle forze armate. L'uomo, decisamente anticonvenzionale in quanto a metodi ed approccio, riscuote da subito un successo clamoroso con la sua "Good morning, Vietnam", ed al contempo attira le antipatie di alcuni degli ufficiali stanziati sul posto e responsabili delle trasmissioni.
Quando il suo legame con una ragazza del luogo e l'amicizia con il fratello di quest'ultima lo mette in pericolo, Cronauer si troverà a dover combattere non solo per la propria libertà di parola e trasmissione, ma per la sua vita e quella dei suoi nuovi amici, arrivando a giocarsi il posto nell'esercito e dietro il microfono.







La recente scomparsa di Robin Williams, oltre a segnare profondamente il sottoscritto - in fondo era stato il volto di almeno un paio di pellicole simbolo della mia crescita - ha risvegliato la curiosità in merito alla riscoperta o al recupero di titoli che l'avevano visto protagonista e che, per colpa o per destino, dalle parti del Saloon ancora non si erano viste: una di esse, se non per qualche spezzone colto nel corso delle numerose visioni concesse invece da mio fratello, è proprio Good morning Vietnam, uscita nel pieno degli anni ottanta e forse all'apice della carriera del suo protagonista e perfettamente ascrivibile alla cerchia dei titoli antimilitaristi in grado di stemperare il dramma attraverso una decisa ironia - non a caso fu paragonato, ai tempi, al MASH di Robert Altman, pur non raggiungendone i livelli -.
Ispirato alla vera storia di Adrian Cronauer e praticamente cucito addosso a Williams - che, di fatto, mise nel personaggio molti dei suoi tratti tipici e dei trademarks in quanto a battute che il pubblico avrebbe ritrovato spesso e volentieri anche in seguito -, il lavoro di Levinson è solido e funzionale, tipico esempio di Cinema USA in grado di accontentare il grande pubblico senza essere snobbato dall'elite legata all'autorialità, meritevole di raccontare una vicenda legata fortemente al Vietnam ma lontana dai drammi bellici che molti grandi Maestri dedicarono a quella che, di fatto, resta una delle cicatrici più profonde nella cultura a stelle e strisce - da Kubrick a Coppola, passando per Stone e Cimino -: interessante, infatti, quanto mostrato rispetto alla vita almeno in parte "pacifica" per le strade di Saigon, ed il rapporto tra i soldati americani ed i locali, dai ristoranti ai corsi di inglese - teatro delle gag migliori di Williams - passando per la lotta legata alle proprie radici dei vietnamiti ed il desiderio di ricominciare a vivere dall'altra parte di quel mondo, nel cuore del sogno americano venduto da quei soldati sempre in bilico tra l'invasione e la voglia di comunicare.
Proprio il linguaggio ed il suo utilizzo come strumento per abbattere le barriere ed agitare le acque si aggiungono alle tematiche più importanti trattate dal lavoro del regista di Sleepers e Piramide di paura, dalle sventagliate di battute a raffica del protagonista alla sua scoperta del mondo celato dalle strade di Saigon, passando alle già citate e spassose lezioni di slang da strada fino al concetto alla base della radio, ovvero un mezzo in grado non solo di divulgare notizie ed informazioni, ma di sfruttare musica e parola affinchè chiunque si trovi in ascolto possa non solo trascorrere del tempo piacevolmente, ma anche prendere spunto ed ispirazione per piccole o grandi imprese.
Certo, ci troviamo di fronte comunque ad un prodotto viziato almeno in parte dal buonismo a stelle e strisce da blockbuster - seppur colto - che non lesina colpi bassi - molto ben riusciti - come l'utilizzo di uno dei pezzi più noti e "da strappo" della Storia della Musica - What a wonderful world di Louis Armstrong -, eppure Good morning Vietnam è uno di quei titoli destinato a rimanere un Classico cui è impossibile non voler bene, quasi fosse lo scatenato Cronauer, che con tutti i suoi eccessi - verbali e non - finisce per segnare il cuore di chiunque si trovi in un modo o nell'altro ad ascoltarlo: dunque, dalle visioni a scuola fino a quelle da serate in famiglia, il lavoro della premiata ditta Levinson/Williams continuerà a funzionare, divertire e, in una certa misura, anche a commuovere.
Perchè in fondo, pur se con un pò di retorica, riesce a parlare della guerra giocando sul sorriso prima che sul dramma, e lo fa con una buona dose di onestà, da titolo pane e salame: se, dunque, un giorno il Fordino dovesse manifestare interesse rispetto all'argomento Vietnam al Cinema, senza dubbio questo sarà uno dei primi film cui penserò.
E non è una cosa da poco.



MrFord



"I see skies of blue,
and clouds of white.
The bright blessed day,
the dark sacred night.
And I think to myself,
what a wonderful world."
Louis Armstrong - "What a wonderful world" - 



lunedì 25 agosto 2014

Hook

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 144'


La trama (con parole mie): l'avvocato Peter Banning, uomo di successo, rimane sconvolto quando Capitan Uncino, pirata proveniente dall'Isola che non c'è, fa irruzione nella sua quotidianità, ed in questa realtà, per rapire i suoi figli in modo da costringerlo a fare ritorno e darsi battaglia.
Uncino, infatti, soffre la solitudine e la noia, e ha intenzione di riportare a casa Peter Pan, suo storico nemico e rivale proprio grazie all'esca costituita dai suoi due pargoli: anni prima, infatti, Peter decise di abbandonare l'Isola per costruirsi un'esistenza accanto a Molly ed ai suoi vecchi amici umani, assumendo l'identità di Peter Banning e rimuovendo progressivamente tutti i ricordi del passato legati al luogo incantato in cui è nato.
Riuscirà il vecchio capo dei Bambini perduti a trovare la fantasia necessaria per sconfiggere Uncino e riprendere la sua famiglia?
E che ruolo giocheranno in tutto questo Rufio, nuovo leader che prese il suo posto, e Campanellino?
 




Questo post partecipa alle celebrazioni indette per onorare la memoria di Robin Williams.


 


Poche settimane fa, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della morte di Robin Williams - e del suo suicidio - ha scosso la blogosfera cinefila e non solo: l'interprete di cult come L'attimo fuggente e pezzi di Storia della televisione come Mork&Mindy, infatti, era tra i più amati dal pubblico, appassionato oppure no di settima arte, e lascia un vuoto davvero enorme legato anche ai personaggi che hanno reso così importante la sua carriera, che ho sempre trovato fin troppo poco riconosciuta soprattutto dagli addetti ai lavori.
Quando la scelta di ricordarlo grazie ad uno degli ormai noti "Celebration days" ha avviato l'organizzazione dello stesso, avendo in passato recensito il già citato Dead poets society, il pensiero è andato subito ad Hook, pellicola certo minore di Steven Spielberg che, però, non solo il sottoscritto ha sempre amato molto, ma che in qualche modo rende l'idea di tutto ciò che il buon Robin ha simboleggiato - e continuerà a simboleggiare - per il pubblico: un uomo dalla grande ironia e dirompente fantasia, capace di far toccare le stelle con un dito ed al contempo segnato da una profonda malinconia, una traccia di tristezza che, come una lacrima indelebile, rimane tracciata sul viso come una cicatrice anche nel pieno di una risata.
Il confronto tra il suo Peter Banning pronto a lottare per i propri figli e per ritornare Pan ed Uncino è quello dell'innocenza dell'infanzia e la sua energia contro i dubbi e le ombre dell'età adulta, ma anche della fantasia opposta al realismo - come fu, in precedenza, anche per il cult firmato da Peter Weir -: la sequenza della cena alla tavola dei Bambini perduti, una delle chicche della pellicola nonchè tra le più belle che possa ricordare della mia infanzia di spettatore con il duello verbale ed immaginifico tra Peter e Rufio ben rappresenta un titolo che, forse, non brillerà a livello di qualità complessiva ma che, di fatto, ha segnato la crescita della generazione del sottoscritto, e che mi pareva giusto riprendere tra le mani nel giorno in cui tutti ricordiamo il suo indimenticabile protagonista.
Interessante anche che anche il mio acerrimo nemico Cannibal Kid abbia scelto quest'oggi di recensire Hook, quasi a sottolineare i nostri ruoli all'interno della blogosfera, forse più simili a quelli di Peter e Rufio che non a quelli dello stesso Pan ed Uncino: in fondo, la fantasia e la voglia di esprimere la propria identità e passione uniscono sotto la stessa bandiera - ovviamente dei Bambini perduti - anche personalità diverse come le nostre, ed in fondo lo stesso Robin Williams era in grado con le sue espressioni, la mimica e quegli occhi quasi spiritati di dare voce a questa particolare energia.
Per questo, probabilmente, ci mancherà così tanto, e finiremo a rivedere le pellicole che l'hanno visto protagonista con la stessa gioia venata dalla malinconia che esprimeva con tanta forza.
Mi rendo conto di non stare scrivendo, di fatto, propriamente del film - ma potrebbe essere un bene, considerato che a sequenze splendide come quella già citata della cena con sfida di parole e alla parte
iniziale da favola dark vengono contrapposti passaggi forse eccessivamente zuccherosi, ed una Trilli interpretata da Julia Roberts che non è mai riuscita a convincermi -, ma poco importa: il Peter Pan ritrovato di Robin Williams è genio e sregolatezza, improvvisazione e goduriosa sovversività, dunque trasformare una "fredda" recensione in un omaggio sentimentale mi pare assolutamente un bene.
Per i ricordi che ho di questo film e della mia infanzia.
Per la fantasia e i Bambini perduti.
Per Rufio, Peter e anche per Uncino.
E, ovviamente, per Robin Williams.
Bangarang.
Vola in alto, Capitano.
Seconda stella a destra, e poi dritto fino al mattino.



MrFord



"Sono o non sono il Capitan Uncino?
E allora quando vi chiamo
lasciate tutto e correte
e fate presto perché
chi arriva tardi lo sbrano."
Edoardo Bennato - "Il rock di Capitan Uncino" - 






Salgono sui banchi per Robin Williams anche:

Bollalmanacco - Al di là dei sogni
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
Combinazione casuale - Jumanji
Director's Cult - Toys
Recensioni Ribelli - L'attimo fuggente
Solaris - L'uomo bicentenario
La fabbrica dei sogni - One Hour Photo
Viaggiando (Meno) - The Angriest Man in Brooklin
In Central Perk - Will Hunting - Genio ribelle
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