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lunedì 15 aprile 2019

White Russian's Bulletin



Agli archivi la trasferta newyorkese che, per la gioia del Cannibale, quest'anno risparmia agli avventori del Saloon il resoconto di Wrestlemania 35 - spettacolo pazzesco dal vivo un evento del genere vissuto sulla pelle negli States -, torna il Bulletin con il resoconto delle visioni che hanno accompagnato i viaggi di andata e ritorno dalla Grande Mela e quella che ci ha suggerito di salutarla dall'Italia.


MrFord


LA FAVORITA (Yorgos Lanthimos, Irlanda/UK/USA, 2018, 119')

La favorita Poster


Una delle pellicole più chiacchierate ed incensate dell'ultima Notte degli Oscar ha dovuto aspettare il volo di andata per New York per passare anche dalle parti del vecchio cowboy: avevo lasciato Lanthimos anni fa, con il geniale ma profondamente irritante Dogtooth, e lo ritrovo in una veste stilistica quasi kubrickiana - e per uno come me che adora il Maestro dei Maestri è un grande complimento - raccontare la Guerra come concetto andando ad incastrare in una storia in cui una Guerra fa da cornice la guerra tra due donne più una, o quantomeno per le attenzioni e la posizione che quell'una può garantire.
Strepitose le tre protagoniste, una linea sottile che passa tra la commedia nerissima ed il dramma leggero, la lotta selvaggia ed il soft porno: è preferibile un'amara verità o una piacevole menzogna? Questa è la domanda più difficile alla quale si può tentare di rispondere nel corso della visione rispetto all'amore. 
Perchè rispetto alla guerra, la risposta è una e praticamente certa: si perde sempre, e si perde tutti.




IL RAPPORTO PELICAN (ALAN J. PAKULA, USA, 1993, 141')

Il rapporto Pelican Poster


Di ritorno da New York, con una selezione di titoli decisamente più rosicata - Delta batte nettamente Alitalia sotto tutti i punti di vista -, ho ripiegato prima di dormire non troppo bene per la maggior parte del viaggio su un Classico degli anni novanta che ancora mi mancava, un legal thriller in cui il Denzellone di noi tutti unisce le forze con una Julia Roberts allora agli inizi della sua carriera senza neppure regalare l'emozione della consueta notte di passione tipica dei film del periodo.
La struttura è abbastanza classica, la cornice decisamente nineties ad oggi forse un pò ingenua e datata, la risoluzione forse un pò frettolosa rispetto a quanto potrebbe essere nel romanzo firmato da Grisham - che, però, non ho letto, dunque si rimane nel campo delle teorie -: il risultato, ad ogni modo, è un prodotto solido girato da un vecchio leone - del resto Pakula ci ha regalato quel gioiello di Tutti gli uomini del Presidente -, di quelli che, quando si incontrano in tv, una visione finiscono per assicurarsela sempre.




BOY ERASED - VITE CANCELLATE (Joel Edgerton, Australia/USA, 2018, 115')

Boy Erased - Vite cancellate Poster

Accolto con un certo scetticismo ed una sana dose di jetlag la sera successiva al rientro in Italia, il lavoro di Joel Edgerton come regista e attore legato ad una storia vera e alla riprogrammazione sessuale - raramente ho considerato talmente assurda un'idea quanto questa - è stato una vera e propria sorpresa: non è perfetto, la Kidman e Crowe sono un pò troppo imbrigliati in trucco e parrucco, la risoluzione piuttosto facile e in parte furbetta, eppure sono stato molto toccato come da tutte le pellicole che trattano, in un modo o nell'altro, il tema della paternità.
Ammetto, infatti, che il confronto tra il giovane Lucas Hedges ed il già citato Crowe nella parte finale alla ricerca di un modo per recuperare un rapporto che pare quasi definitivamente compromesso è valso tutta la visione, è riuscito ad emozionarmi e a pensare a quanto profondo è e resta il legame con i propri figli, che siano come li hai sognati, come vorresti o, come più probabile, simili a loro stessi e magari assolutamente diversi da te.




I GUERRIERI DELLA NOTTE (Walter Hill, USA, 1979, 92')

I guerrieri della notte Poster

Ne avevo già parlato, qui al Saloon, qualche anno fa, ma non ho resistito: anche perchè rivedere questo supercult totale firmato da Walter Hill ad un paio di giorni dal ritorno da New York, mappa della metro alla mano e ricordi freschi delle camminate tra Manhattan, Brooklyn e Coney Island è stato come assaporarlo una volta ancora dal principio.
Una lezione quasi senza pari di ritmo, tensione, gestione dei personaggi, irriverenza - per i tempi fu davvero "oltre", tanto da avere il bollino di vietato ai minori -, un mix tra il passato di Arancia meccanica ed il futuro di Tarantino: e la New York della strada e della metro, vissuta con il fiato corto e sempre in corsa, ha tutto il fascino che le luci della Manhattan bene, per quanto ipnotiche, possono solo immaginare di avere.
E' lo stomaco di una delle città più grandi, sognate, filmate e vissute al mondo, nonchè di un Cinema che, nonostante quarant'anni sulle spalle, è ancora pronto a dare lezione al futuro, e ad apparire sempre pronto a battersi: questi Guerrieri non mollano mai.
Neanche quando, finalmente, giungono all'alba della loro Coney.


venerdì 21 luglio 2017

Tom à la ferme (Xavier Dolan, Francia/Canada, 2013, 102')




Quando, sfruttando un regalo di Julez, decisi di affrontare finalmente Xavier Dolan, giovane regista canadese considerato un vero e proprio fenomeno da molta della critica radical del mondo, che già ai tempi di questo Tom à la ferme, suo quarto lungometraggio, e dunque a venticinque anni, aveva già fatto incetta di premi nei Festival più noti - Cannes in particolare -, ammetto di aver avuto una certa paura.
Ai tempi del mio personale periodo radical, infatti, un percorso di questo tipo avrebbe assunto le dimensioni di una sorta di manna dal cielo, ma considerati gli anticorpi sui "falsi miti" cinematografici cresciuti sani e forti nel sottoscritto nel corso degli ultimi anni, il rischio di una tempesta di bottigliate era davvero alto: fortunatamente, con la parte "storica" del suo percorso alle spalle, posso affermare che effettivamente, età o no, Xavier Dolan è un talento puro, forse incontrollato ed imperfetto - a ben guardare, fino ad ora nessuno dei suoi film è davvero ineccepibile - ma assolutamente impossibile da ignorare e dimenticare, che riesce a colpire a fondo neanche - come mi è già capitato di scrivere - portasse dentro la "furia" della giovinezza e la saggezza di qualcuno che la vita l'ha vissuta e provata sulla pelle per molto, molto tempo - è uno dei pochi autori "da grandi" che ho visto in qualche modo catturare, anche se principalmente per l'uso straordinario della musica, perfino i Fordini nel corso delle nostre sessioni di gioco pomeridiane, quando a prescindere dal film che metto mentre sono con loro ignorano tranquillamente quello che passa sulla tv, non rientrando nella categoria "animazione" o supereroi che spaccano tutto -.
Tom à la ferme, prima vera e propria variazione - nonostante i temi trattati restino simili a quelli dei tre film precedenti - del cineasta canadese rispetto al melò "anni novanta" che l'aveva lanciato è un esperimento curioso e a tratti molto disturbante, un thriller che, fosse uscito nel corso dei settanta, avrebbe fatto il paio con i lavori di Polanski, o nei primi ottanta, con l'Almodovàr nella sua versione più "oscura": il ruolo della madre - centrale nella poetica dell'autore -, quello della società con le sue variabili, del confronto tra città e campagna, la risoluzione - o tentativo di risoluzione - della propria sessualità, la ricerca di identità e libertà accompagnano in un viaggio a tratti quasi horror - l'inseguimento nei campi di granoturco, il racconto della rissa nel locale notturno - ma assolutamente passionale e magico - la strepitosa sequenza del tango, un pezzo di Cinema con due palle grandi come granai, roba da brividi veri - lo spettatore, che pur nella messa in scena decisamente semplice e scarna si ritroverà avvinto da una vicenda torbida ed inquietante dal primo all'ultimo minuto, complice il triangolo formato dalle figure di Tom e della madre e del fratello del suo amato, che nel proprio paese nascondeva le sue inclinazioni omosessuali.
Senza dubbio quello di Dolan è un Cinema che può spiazzare o destabilizzare - e subito torna prepotente alla mente l'immagine di chiusura dello sfregiato, che quasi ha riportato alla mente nel sottoscritto il miglior Lynch -, eppure solo apparentemente ostico, difficile ed "alto": in fondo, questo giovane autore porta sullo schermo passioni e pulsioni che vivono ed esplodono nel cervello come sotto l'ombelico di tutti noi, filtrandole attraverso la propria esperienza e sensibilità senza per questo privarle di una notevole universalità, proprio quello che un narratore non dovrebbe mai dimenticare.
Ed è questa, finora, la cosa che più mi ha colpito e conquistato di Xavier Dolan.
La necessità di raccontare storie.
La necessità di essere presente nel raccontarle.
Nel viverle.
Un pò come Tom, che prima di trovare la forza e la volontà di una fuga, del superamento di un dolore profondo, dovrà provare sulla pelle ogni singolo atomo delle sue prigioni, dei suoi sentimenti.
E farlo con la coscienza, stabile o no che sia, di essere lì per sua volontà.
E per sua volontà muoversi oltre.
Con lo stesso spirito resto in attesa di Mommy: per scoprire se, come in molti hanno scritto, detto, dichiarato, Dolan ed il suo Cinema possano compiere un ulteriore passo.
Perchè se così fosse, voglio compierlo al suo fianco.




MrFord




mercoledì 19 luglio 2017

Laurence anyways (Xavier Dolan, Canada/Francia, 2012, 168')




Nel corso di questo personale recupero della filmografia di Xavier Dolan mi è capitato di ripensare ai commenti decisamente prevenuti lasciati in altri blog nel corso di questi anni così come a quanto sia stato curioso ignorare il giovane canadese per timore e poca voglia ed energie mentali per poi recuperare i suoi lavori nell'arco di poco più di un mese: ed è capitato di pensare a quanto sia bello, a volte, essere smentiti.
Laurence anyways, a mio parere e fino a questo momento, è in qualche modo il titolo più debole della filmografia del regista: troppo lungo e dilatato, clamorosamente bello e lirico in alcune sequenze ed assolutamente insistito e posticcio in altre.
Ma poco importa.
Perchè Dolan si fa amare ugualmente, anche quando un suo lavoro - e parliamo di qualcuno che, ai tempi dell'uscita di questo film, aveva ventiquattro anni scarsi - riesce soltanto ad essere imperfetto e tra il discreto ed il quasi buono, piuttosto che una vera e propria bomba.
Perchè Dolan, in barba all'età e neanche fosse il vampiro di una qualsiasi intervista, mostra la sensibilità di una persona che conosce i sentimenti e la vita ben oltre quello che si potrebbe conoscere nel periodo dell'esistenza in cui lui scrisse e diresse questo lavoro.
Laurence anyways, infatti, e come fino ad ora ogni pellicola firmata dal cineasta, a prescindere dalle tematiche legate alla sessualità ed all'importanza della diversità e dell'identità che ci definisce - protagonista di una delle sequenze più clamorose che abbia visto negli ultimi mesi, quella del momento "di gloria" di Laurence dopo la prima lezione a scuola vestito da donna, che ancora una volta dimostra che, Tarantino e Wong Kar Wai esclusi, il giovane Xavier è il più grande regista vivente a saper unire immagini e colonna sonora - è la cronaca di una storia d'amore portata sullo schermo con la passione di un ventenne e la consapevolezza di chi potrebbe avere sessant'anni oppure trecento, in grado di definire le stagioni dell'esistenza e dell'amore stesso con partecipazione e distacco ad un tempo.
Pensare che a produrre tutto questo - e le mie parole sono solo la punta di un enorme iceberg, in questo senso è assolutamente evocativa e potente a recensione di Caden - sia stato qualcuno che era - ed è, a conti fatti - poco più che un ragazzo è clamoroso ed incredibile, nonchè specchio di un talento di quelli destinati a segnare un'epoca, che magari ad oggi non avrà ancora realizzato il suo vero Capolavoro - anche se, nel momento in cui scrivo, non ho ancora terminato il mio percorso di scoperta - ma che è senza dubbio destinato a diventare un riferimento non solo per gli spettatori o per chiunque si trovi travolto - ed è letteralmente così - dai suoi lavori, ma anche per un'epoca priva o quasi di riferimenti che saranno i Maestri del futuro.
La diversità, intellettuale e sessuale, che difende a spada tratta Dolan, probabilmente ben conscio dei limiti di una società comunque ben più elastica di quella vissuta dai suoi protagonisti in questo film, e che riesce ad unire il background dei cult del Vecchio Continente e dei mostri sacri asiatici all'irruenza del nuovo, sono i cardini di una pellicola che metterà alla prova gran parte del pubblico ma che, una volta conclusa, non potrà lasciare altro, nel bene o nel male, che bellezza.
Perchè quando si vive se stessi e chi ci sta intorno così a fondo, anche quando le cose finiscono per andare male e trasformarsi in autunno - si veda il dialogo nel locale, molto simile per tematiche a quello delle protagoniste dell'indimenticabile Vita di Adele, e la strepitosa scena a seguito dello stesso -, non si può che considerare che la salvezza stia proprio lì.
Nella nostra unicità, diversità, vita senza confini.
Nella bellezza.
Poco importano nomi e cognomi.
Ci siamo noi.
E basta.
Anyways.




MrFord




 

martedì 21 febbraio 2017

Moonlight (Barry Jenkins, USA, 2016, 111')




Quanti dolori, piccoli e grandi, nasconde una crescita? Una vita?
Quanto momenti e situazioni ci paiono insormontabili ad un'età per apparire quasi uno scherzo ad un'altra? E quanto di come siamo stati o siamo diventati è influenzato da quello che abbiamo vissuto, dalla strada che abbiamo percorso?
Di norma, associamo i nostri ricordi o i momenti più importanti ad un momento, una canzone, un film, una fotografia, un colore che ci riportino a quando quella ragazza ci appariva il potenziale amore imperituro, o quello con cui passavamo i pomeriggi al parco a far finta di realizzare grandi sogni come il migliore amico di sempre e per sempre.
Eppure, ogni giorno che passa, pur rimanendo noi stessi, finiamo per essere sempre diversi, non tanto perchè cambiamo, quanto perchè, come cantava Bowie, "Time may change me".
O meglio, quello che il tempo ci porta.
Ai tempi dei primi due anni delle superiori - credo i peggiori che abbia vissuto nella vita, in termini intimi e personali - ero timoroso, chiuso e timido, reagivo solo lasciando trapelare in parte la rabbia che provavo dentro, ero il più basso della classe ed un vero fuscello.
Ricordo quando una volta, mentre eravamo in palestra, venne a cercarmi la compagna che mi piaceva di più: i miei "amici" di allora, altri sfigati come me, si prodigarono in buffetti e complimenti, e quando fummo soli, lei non fece altro che chiedermi gli appunti di non ricordo pure quale materia, senza neppure sforzarsi troppo a farmela in qualche modo annusare.
Chi funzionava, allora - considerato lo standard della classe in cui ero -, era un ragazzo che faceva soldi presumo spacciando fumo in zona, che nei tre anni che condivisi con lui mi regalò solo due quasi magie, consigliando ad una ragazza che mi piaceva di mettersi con me - e pensare che io lo detestavo, e cercavo di parlarci il meno possibile - ed una testata in faccia al leccaculo della classe, al terzo anno.
Ricordo anche che, proprio in quel periodo, ebbe un terribile incidente in motorino: stampelle per mesi, denti rotti, diverse fratture. E ricordo che non fui dispiaciuto. Anzi.
Qualche anno fa, per caso, ci incontrammo a Milano la vigilia di natale.
Era imbolsito, aveva perso i capelli, zoppicava ancora e di sicuro non era diventato il boss della droga neppure di una qualche zona di periferia.
Chi mi conosce ora, invece, quasi non crede che io sia ancora quel ragazzino.
Ora che cerco di trasformare la rabbia che avevo in pazienza nello spiegare ai Fordini tutto quello che posso in modo che possano pensare di aver ricevuto qualcosa da me, ed evitarsi almeno qualcuno tra quei momenti in cui ti senti così profondamente sbagliato.
Ora che ho venticinque centimetri e trenta chili in più, i tatuaggi, un certo look, e finisco per risultare, almeno per chi non mi conosce, l'apparente spacciatore.
Nel corso della visione di Moonlight mi sono specchiato in Chiron e ritrovato in Juan, ho odiato Paula e pensato che, fossi stato proprio Chiron, non mi sarei limitato - SPOILER - ad aggredire il bullo che mi perseguitava: l'avrei ammazzato, quel sacco di merda, non avendo niente da perdere.
Nel corso della visione di Moonlight ho visto un "giovane" regista - siamo praticamente coetanei - raccontare una storia con una passione straripante, che prescinde lo stile jazz della narrazione, la fotografia ed i colori.
Nel corso della visione di Moonlight, ho rivisto e sentito tutto il carico da novanta di cose come Guida per riconoscere i tuoi santi.
Le cose che conoscono tutti quelli che si sono dovuti guadagnare, a prescindere dai drammi, ogni pezzetto minuscolo di ciò che sono, anche quando, per farlo, hanno dovuto diventare "cattivi".
Nel corso della visione di Moonlight ho pensato, per un attimo, che non ci sarà gara tra un titolo come questo e cose enormi come Arrival e La La Land.
Eppure, cazzo.
Questo film ha i muscoli.
E se li è tutti guadagnati.
Ed è giusto coccolarlo, abbracciarlo, toccarlo, sentirlo.
Perchè sono cose che chi ha fatto un certo percorso non lascia fare a quasi nessuno.




MrFord




venerdì 17 aprile 2015

The normal heart

Regia: Ryan Murphy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
132'





La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta quando la comunità gay di New York comincia a rendersi conto dell'avvenuta esplosione di una nuova, pericolosa e terribile epidemia che pare continuare a crescere ed essere legata all'attività sessuale. Ned Weeks, attivista e scrittore, decide di iniziare a sensibilizzare non solo le masse ed il governo, ma anche chi, come lui, è omosessuale, lottando senza quartiere in modo che questo morbo possa essere immediatamente isolato e studiato.
Accanto agli amici di una vita guidati dal deciso Bruce Miles e dalla dottoressa Emma Brookner, Weeks prosegue per anni la sua guerra incurante delle scarse doti di diplomatico che mostra, delle amicizie che si incrinano e dei rischi - politici e non - che si assume.
Sostenuto anche dall'amore del compagno Felix, Ned si troverà a superare ogni confine arrivando perfino ad attirare su di lui le antipatie della comunità di cui fa parte, senza per questo rinunciare affinchè il mondo conosca tutti i rischi legati alla diffusione dell'HIV.








Il mio rapporto con Ryan Murphy è sempre stato piuttosto altalenante: il produttore di Nip/Tuck, Glee ed American Horror Story, infatti, è stato in grado, in questi anni, di regalare al sottoscritto ottime soddisfazioni così come di guadagnarsi le bottigliate delle grandi occasioni, ed ogni volta che approccio una sua creatura parto sempre con la guardia alta, per evitare di trovarmi a gestire delusioni troppo cocenti.
Non è il caso di The normal heart, forse la cosa migliore mai portata sullo schermo dall'autore nativo di Indianapolis, un'opera sentita e toccante legata a doppio filo a quelli che sono stati gli anni della realizzazione, da parte del mondo - e non solo di chi era ed è omosessuale - dell'esistenza dell'AIDS, che imperversò selvaggiamente proprio a partire dai primi scampoli di eighties e finì per spazzare via un'intera generazione, o quantomeno segnarla nel profondo.
Sfruttando un cast in ottima forma e costituito da grossi nomi - da Marc Ruffalo e Taylor Kitsch ad una serie di volti noti del piccolo schermo, Matt Bomer e Jim Parsons in primis -, Murphy porta in scena la vera e propria lotta che alcuni esponenti della comunità gay di New York intrapresero affinchè scattasse l'allerta per una malattia che ancora non si conosceva affatto, e che spesso finì per essere sottovalutata o messa in secondo piano rispetto ad una scopata clandestina o che non si era prevista: in questo senso, i personaggi di Ned Weeks e Bruce Miles risultano tra i più interessanti che il piccolo e grande schermo abbiano mai regalato al pubblico riguardo queste tematiche.
Il primo, donchisciottesco e poco diplomatico, talmente deciso a portare a vanti la sua lotta da rendersi nemiche anche le persone al suo fianco, ed il secondo, apparentemente più deciso e forte eppure sempre pronto a mediare, a cercare una soluzione in grado di accordare le parti in causa senza danneggiare eccessivamente l'una o l'altra; il primo dedito ad una storia lunga e molto intensa, il secondo legato a diversi partners, tutti amati e tutti ugualmente destinati a scomparire sotto il suo peso - e quello della malattia -; il primo senza mezze misure, tutto per i sogni in grande e la lotta senza quartiere, il secondo pronto a trovare sempre l'accordo migliore, pur essendo un soldato di professione.
Difficile, nel corso della visione, non trovare momenti in cui prendere le parti di uno o dell'altro, così come non rimanere toccati dalla realtà di voluta disinformazione che probabilmente costò la vita a migliaia di uomini in quel periodo, ed allo stesso tempo non notare le critiche neppure troppo velate mosse alla stessa comunità gay dall'opera, come pronta a riconoscere, almeno in alcuni frangenti, la scarsa combattività dei suoi membri nel perorare una causa che toccava da vicino tutti loro - e non solo, ovviamente -.
L'unica pecca che rende The normal heart "solo" un buon prodotto e non un cult totale è data dal fatto di essere giunto a seguito di pellicole come Philadelphia o Behind the candelabra, decisamente su un altro livello sia dal punto di vista tecnico che emotivo: resta comunque un lavoro più che pregevole, socialmente molto impegnato e coinvolgente, che ricorda più Milk o Dallas Buyers Club che non i classici citati poco sopra.
Restano, comunque, le importanti riflessioni legate alla necessità di lottare per i propri diritti, il proprio riconoscimento, la propria identità - che sia sessuale, razziale o qualunque altro fattore vogliate considerare in merito -, ed una passione grande come quella di Ned, protagonista non sempre piacevole e senza dubbio scomodo, charachter in grado di irritare profondamente eppure assolutamente perfetto come compagno di lotta.
Credo, infatti, che sia sempre grazie a personalità di questo calibro che la Storia prenda direzioni nuove, e che cambiamenti importanti - soprattutto in termini sociali - vengano applicati alle nostre società: senza i Ned Weeks pronti a stringere i denti ed andare avanti anche in barba ai compagni pronti ad abbandonarli, probabilmente ora saremmo ancora qui a chiederci per quale ragione un misterioso morbo finisca per essere così presente e distruggere dall'interno le nostre comunità.
Un morbo che non ha avuto e non ha distinzioni legate a gusti sessuali, razza o credo.
E che, paradossalmente e tristemente, risulta essere molto più democratico di molti dei politici che cercarono di tenerlo sotto silenzio.




MrFord




"Give me time
to realize my crime
let me love and steal
I have danced
inside your eyes
how can I be real
do you really want to hurt me
do you really want to make me cry."
Culture Club - "Do you really want to hurt me?" -




lunedì 19 gennaio 2015

The imitation game

Regia: Morten Tyldum
Origine: UK, USA
Anno:
2014
Durata: 114'





La trama (con parole mie): siamo al principio della Seconda Guerra Mondiale quando Alan Turing, genio assoluto nei campi della matematica e della decrittazione dei codici, viene coinvolto in un progetto segreto della Marina inglese e dell'MI6 che prevede il lavoro di un'equipe specialistica rispetto alla risoluzione del problema costituito da Enigma, il codice tedesco attorno al quale, di fatto, si sarebbe giocata la vittoria nel conflitto.
Omosessuale non dichiarato - ai tempi, in Gran Bretagna, era considerato un reato - e dal carattere spigoloso, Turing incontrerà non poche difficoltà per affermare le sue posizioni e giustificare il tempo, le energie ed i soldi investiti nel progetto che lo vede protagonista: e quando, tra intuizione e caso, il cerchio troverà la sua quadratura, Alan e i suoi dovranno fare buon viso a cattivo gioco in modo da coprire la scoperta più importante dell'intera guerra.








Prima di iniziare a scrivere questo post, trovo giusto chiedere scusa a Morten Tyldum, che dopo Headhunters ha dato conferma del suo talento visivo e narrativo sfornando un prodotto dal respiro internazionale e molto pop, a Benedict Cumberbatch, come sempre talentuoso, al mio passato da obiettore di coscienza, ed al significato profondo di certi ideali politici e civili nei quali sento di credere fortemente.
E anche a The imitation game, che per essere un giocattolone hollywoodiano fatto e finito per piacere dell'Academy, funziona più che bene, è confezionato con perizia ed avvince dal primo all'ultimo minuto.
E mi pare giusto chiedere scusa anche ad Alan Turing: io non sono il governo britannico, e non ho mai avuto alcun motivo per considerare l'omosessualità un reato, o qualcosa che andasse contro Natura.
Tutte queste scuse perchè, di fatto, questo post non tratterà per nulla la critica effettiva del film in questione, che, ci tengo a dirlo, a livello di intrattenimento ha svolto alla grande il suo compito pur essendo ben lontano dal rimanere impresso nella memoria per un effettivo valore artistico o emozionale.
Tutte queste scuse perchè, più o meno a partire dal momento della decrittazione di Enigma - evento fondamentale per lo svolgimento come lo conosciamo della Seconda Guerra Mondiale, per il quale tutti noi dovremmo ringraziare, sia chiaro - l'unica cosa cui ho potuto pensare è stato il parallelo tra questa pellicola ed American Sniper: due titoli usciti - almeno qui in Italia - nello stesso periodo, entrambi candidati all'Oscar come Miglior film - anche se, con ogni probabilità, nessuno dei due vincerà la statuetta -, entrambi legati alla Guerra.
Peccato che, se da un lato la maggior parte della critica si è schierata contro il patriottismo almeno presunto di Eastwood e sull'altrettanto presunta esaltazione della "missione" di Chris Kyle, il cecchino più letale della Storia dell'Esercito USA, dall'altro si sono sprecati elogi e commossi articoli rispetto al ruolo ricoperto da Alan Turing e dai suoi nella loro missione di decifrazione di Enigma.
E la cosa curiosa è data dal fatto che, senza girarci troppo attorno, questi due uomini così diversi hanno, di fatto, e per usare termini militari, compiuto la stessa missione: mossi dal principio di protezione del proprio Paese - o famiglia, o valori, o qualunque cosa vogliate inserire in questa casella -, Kyle e Turing hanno, di fatto, compiuto delle scelte che hanno portato alla morte di qualcuno affinchè un bene "superiore" fosse compiuto.
Anche quando, nel concreto, nessuno saprà mai o potrà mai sapere se effettivamente di bene superiore possa trattarsi.
Certo, da una parte abbiamo cellule terroristiche sfruttate come una scusa da certi politicanti mossi come burattini dall'economia del petrolio e dall'altro Hitler, probabilmente l'incarnazione del Male più riconosciuta del ventesimo secolo, poche centinaia di Marines che obbedivano agli ordini di Bush rispetto a milioni di vite in tutta Europa, eppure il risultato, matematicamente parlando, non cambia nonostante il variare dei fattori: Turing, lontano dalle certezze granitiche di un certamente più semplicistico - in termini intellettuali - Kyle, ha cercato per tutto il resto della sua vita un modo per non finire schiacciato da sensi di colpa che il suo "collega" - in quanto uomo al servizio di un Paese - texano probabilmente non provava, ed ugualmente, benchè non fosse mai sceso sul campo di battaglia fisicamente, dallo stesso ha finito per non tornare mai, proprio come il ragazzone raccontato da Eastwood.
Due personaggi cardine di due conflitti.
Due uomini con le mani ugualmente sporche di sangue.
Ed è qui, che gli interrogativi hanno finito per impazzare, nel sottoscritto.
Perchè un critico dovrebbe esaltare la figura di Turing - empaticamente più appetibile, essendo outsider, loser, nerd e chi più ne ha, più ne metta - rispetto a quella di Kyle? 
Intellettualismo? Deresponsabilizzazione politica? Desiderio di mettersi in qualche modo e comunque al di sopra di tutto quello che è troppo semplice, troppo diretto, troppo privo di ideali "alti" - e poi, quali saranno mai, questi ideali!? -?
In fondo, questi due "eroi" dei loro tempi hanno portato a termine una lotta che non ha risparmiato nessuno di loro, che li ha visti assumere le caratteristiche di simboli oscuri tanto quanto di quelle di leggende - a seconda di quale sia il punto di vista dal quale li si guarda -.
Personalmente, la cosa evidente è che si tratti semplicemente di uomini.
Due uomini molto diversi, certo.
Espressioni di culture ed epoche lontane.
Eppure entrambi capaci di consacrarsi ad una causa - quella che ritenevano giusta - con tutta la loro essenza.
In grado di superare dilemmi morali - e non crediate che le decisioni di Turing e della sua squadra di mantenere segrete le informazioni sacrificando, di fatto, centinaia di civili in nome della vittoria degli Alleati li rendano migliori solo in quanto vincenti di Kyle con il suo paio di centinaia di bersagli abbattuti - che potrebbero spezzare chiunque di noi.
Tranne quelli che la Guerra dimostrerebbe capaci di farlo.
Perchè è questo, la Guerra.
Un Male che porta a galla il Male insito in ciascuno di noi.
Anche quando quello stesso Male - come le capacità - diviene un mezzo fondamentale per salvare le vite di chi abbiamo accanto.
In questo senso, The imitation game è la macchina. Perfetta quanto si vuole, ma una macchina.
American sniper resta, con tutto il peggio che è possibile pensare, l'Uomo.
Ragione e istinto.
E la cosa di cui dovremmo avere paura è che entrambe le cose possono portarci alla vittoria.
Pagando un prezzo comunque troppo alto.




MrFord




"You want the greatest thing
the greatest thing since bread came sliced.
you've got it all, you've got it sized.
like a Friday fashion show teenager
freezing in the corner
trying to look like you don't try."
R. E. M. - "Imitation of life" - 





sabato 18 ottobre 2014

Fucking Amal - Il coraggio di amare

Regia: Lukas Moodysson
Origine: Svezia, Danimarca
Anno: 1998
Durata: 89'





La trama (con parole mie): in una piccola cittadina svedese, due adolescenti vivono destini diametralmente opposti. Elin è considerata una delle più attraenti e ribelli della scuola, cambia ragazzo senza alcuna fatica, insieme alla sorella non esita a buttarsi in feste ed avvenimenti considerati mondani e sogna di abbandonare il paese.
Agnes, trasferitasi da due anni, ancora fatica ad avere amici, coltiva un rapporto non risolto con i suoi genitori e nasconde al mondo il proprio amore per Elin.
Quando, a seguito di una scommessa e di ripicche adolescenziali tra amici e fidanzati di turno, Elin finge di manifestare interesse per Agnes arrivando a baciarla, si innesca tra loro un rapporto che porterà le due ragazze a rivedere completamente il proprio punto di vista ed il rapporto con il mondo.






Esistono alcuni titoli che è un peccato non poter cogliere nel momento giusto della propria vita di spettatori, quando le sensazioni, la vita e qualunque altra cosa sia in ballo in quell'istante potrebbe rendere l'esperienza unica e speciale: è il caso di Fucking Amal, uscito sul finire degli anni novanta e spesso e volentieri incensato dalla critica alternativa come sguardo unico e diverso nel mondo del Dogma nato in Danimarca pochi anni prima, incentrato sui turbamenti adolescenziali delle giovanissime Agnes ed Elin, così diverse tra loro da finire per esercitare l'una sull'altra non solo un'influenza, ma anche un'irresistibile attrazione.
Con ogni probabilità, infatti, se avessi incrociato il mio cammino con quello del lavoro di Moodysson ai tempi della sua uscita, non ancora ventenne, ora considererei questo come uno dei titoli di formazione cui non si smette mai di voler bene, e che finiscono per occupare un posto speciale nella propria galleria di amarcord emozionale: un vero peccato, dunque, averlo recuperato solo ora, per giunta in occasione della Blog War con la mia nemesi Cannibal Kid - e dunque neppure nelle condizioni migliori, considerato di essere costretto, "per doveri di cronaca e personaggio", a sottolinearne più i difetti che non i pregi -, quando i ricordi dell'adolescenza cominciano a diventare vaghi e la sensazione che, ai tempi, per dirla come Guccini, "si è stupidi davvero", e dunque inesorabilmente destinati a propendere per scelte che in seguito verranno altrettanto inesorabilmente rinnegate.
Ad ogni modo, il lavoro del buon Moodysoon è ben svolto, e seppur tecnicamente non eccelso saggiamente costruito attorno alle due splendide protagoniste, una sorta di sorelline minori delle interpreti del più recente ed incisivo La vita di Adele, nonchè attento a portare in scena una problematica ai tempi ancora poco analizzata come quella dei rapporti omossessuali in età non adulta ed all'interno di uno degli ambiti più crudeli che si possano immaginare: quello della scuola.
In questo senso, più che la più timida e complessata Agnes risulta interessante la ribelle Elin, dal rapporto decisamente non risolto con la sorella a quello con i ragazzi fino al legame costituitosi quasi per caso con Agnes stessa, nato da una scommessa e divenuto uno di quei "dolori" destinati a segnare l'adolescenza e, chissà, forse l'intera esistenza di chi lo vive.
Il vero pregio di questo film è proprio da ricercare nella semplicità attraverso la quale il regista sceglie di raccontare questa improbabile storia d'amore, sia che si parli di girato che di narrazione, quasi come fosse un Ken Loach privo del carico di dramma che, di norma, il cineasta anglosassone porta in eredità al suo pubblico: una scelta che mi trovo a condividere, considerato che, con tutti i suoi alti e bassi, l'adolescenza e quello che la stessa comporta - soprattutto le storie d'amore - dovrebbe essere vissuta come una gioia, perchè nient'altro nel corso della vita avrà, in un certo senso, la stessa intensità e portata.
Peccato che, spesso e volentieri, si è troppo stupidi, per l'appunto, per cogliere questa sfumatura nel momento in cui la si ha tra le mani.
Resta dunque da chiedersi se Elin ed Agnes saranno rimaste insieme, se la prima avrà di fatto scoperto la sua attrazione per le ragazze o se, alla lunga, sarà tornata sui suoi passi spezzando il cuore della seconda, o addirittura il contrario.
Oppure poco importa: quello che conta è che le due ragazze siano uscite da quel bagno, incuranti della neppure troppo sottile crudeltà e della malizia dei compagni di scuola, e abbiano camminato a testa alta verso il loro futuro.



MrFord



"I wanna know what love is
I want you to show me
I wanna feel what love is
I know you can show me."
Foreigner - "I wanna know what love is" -



lunedì 26 maggio 2014

La vita di Adele

Regia: Abdellatif Kechiche
Origine: Francia
Anno: 2013
Durata:
179'





La trama (con parole mie): la giovane Adele, diciassettenne di Lille, è ancora al liceo quando scopre l'attrazione per le donne, nonostante le sue prime esperienze siano con ragazzi. Quando conosce Emma, studentessa dell'Accademia di belle arti più grande di lei di qualche anno, sboccia un amore travolgente e passionale destinato ad accompagnare la crescita delle due giovani fino a quando Adele coronerà il sogno di diventare insegnante dopo l'università ed Emma riuscirà ad intraprendere con successo la carriera di pittrice.
Il tempo ed i diversi impegni, però, porteranno le due alla fine della storia, e mentre Emma riuscirà a costruirsi un nuovo inizio, per Adele continuerà ad incombere il vuoto sentimentale, sessuale ed affettivo lasciato dalla vecchia compagna.






Il blu, a quanto si legge in giro, è il colore dell'equilibrio e della tranquillità, delle passioni e dei sentimenti, così come della predisposizione ad aprirsi rispetto all'esterno accettandone i rischi.
La vita di Adele, ultima fatica di quello che, a mio parere, resta uno dei più straordinari - se non il più straordinario - regista europeo attuale, Abdellatif Kechiche, è intinto in questo splendido colore dalle punte dei capelli di Emma al vestito che indossa Adele proprio in chiusura di pellicola, lungo una strada percorsa da sola, che sia per responsabilità, colpa, destino o un tempismo mai dei migliori.
Dovendo togliermi un sassolino dalla scarpa, però, devo ammettere - ed è meglio che lo faccia subito, per evitare di ridimensionare troppo quello che è un film stupendo, giustamente premiato all'ultimo Festival di Cannes ed impreziosito da un'interpretazione doppia delle protagoniste da brividi - che in qualche modo finisce per essere un titolo parzialmente incompiuto: sarà che, nelle intenzioni del regista, il futuro dovrebbe riservare anche i capitoli tre e quattro della vita di Adele - un pò come fece Truffaut con il suo Doinel  ai tempi della Nouvelle Vague -, ma ad una prima parte ai limiti dell'incredibile e del Capolavoro, perfetta nel raccontare i piaceri ed i dolori dell'adolescenza - e legata a sequenze splendide per passione, roba da lasciare con gli occhi sbarrati e l'acquolina in bocca - segue una seconda incapace di tenerne di fatto il passo, fatta eccezione per il faccia a faccia tra Adele ed Emma nel bar e la stupenda chiusura.
Accordato questo calo di tensione, occorre ammettere che, una volta ancora, Kechiche centra il bersaglio grosso, confezionando una delle pellicole più intense, vere e sentite dello scorso anno, che se soltanto non fosse giunto al Saloon in colpevole - del sottoscritto - ritardo avrebbe raggiunto posizioni di rilievo tra i film migliori premiati negli ultimi Ford Awards: certo, non si raggiungono - almeno a caldo - le vette dello straordinario Cous cous, eppure il tocco del cineasta franco/tunisino si sente tutto, dalle inquadrature sul volto di Adele addormentata alle bollenti scene di sesso che vedono coinvolte le due giovani protagoniste - davvero magnifiche -.
Per il resto, assistiamo ad una partecipe e travolgente cronaca di vita quotidiana, dalla sensazione di inadeguatezza alla solitudine, dalla felicità di una primavera sentimentale e sessuale ad una routine che schiaccia anche i sentimenti più forti: la regia di Kechiche, mai invasiva eppure incredibilmente partecipe, sceglie un approccio silenzioso ma efficace, in grado di trasformare il lavoro portato a termine in una sorta di romanzo di formazione di quelli che, visti in momenti particolari della nostra vita, diventano qualcosa di più di una semplice lettura, quanto vere e proprie pietre miliari in grado di formarci come individui.
Ed è quello che fa Adele, un passo dopo l'altro, dalla timidezza legata alla scoperta della propria identità sessuale - giunta anche grazie a delusioni date, come rispetto al primo fidanzato, o ricevute, si veda la compagna di scuola che non ha intenzione di andare oltre un bacio dato più per vezzo che per desiderio: in questo senso, splendida l'intuizione di mostrare Adele il giorno successivo, finalmente decisa ad esternare il desiderio di poter stare con una ragazza, per la prima volta più curata nel look - a quel gesto di ravvivarsi i capelli, così semplice eppure simbolo di una profondità decisamente più grande: un pò come questo film tinto di blu, aereo e fisico ad un tempo, semplice e complesso, estremamente adolescenziale e crudelmente adulto.
Letta da questo punto di vista, Adele diviene un'eroina splendida, assolutamente genuina nella sua normalità, nei sogni di aspirante insegnante che la tengono lontana da un'elite intellettuale radical ma non le impediscono di sperimentare sulla pelle il sapore riscoperto delle ostriche, o la pelle della sua Emma, dal primo ritratto nel parco ai quadri della maturità, all'interno dei quali "Adele c'è sempre".
Così va la vita, in fondo.
Siamo tutti eroi del quotidiano alla scoperta di noi stessi.
E a volte camminare soli lungo una strada che porta verso il futuro può far sentire leggeri e liberi, ed altre soli e disperati.
Personalmente, ho fiducia nel blu e nel futuro.
In Kechiche e soprattutto in Adele.
Perchè è di blu come quello, di bocche arricciate nel sonno e capelli sfiorati, o dita succhiate in preda alla passione, che ci si può innamorare.




MrFord




"Asleep in perfect blue buildings,
beside the green apple sea,
gonna get me a little oblivion, baby,
and try to keep myself away from me."
Counting crows - "Perfect blue buildings" -



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