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lunedì 23 aprile 2018

Molly's game (Aaron Sorkin, Cina/USA/Canada, 2017, 140')




Esistono persone che, nel corso della propria esistenza, rifuggono con tutte le forze conflitti e tensioni, e trovano la loro dimensione migliore nella tranquillità, lontane dall'occhio del ciclone: altre, al contrario, riescono a dare il meglio soltanto quando la pressione sulle loro spalle cresce, la tensione sale, le chiappe si stringono.
Molly Bloom, probabilmente, in parte per formazione e retaggio - le figure del padre e dei fratelli devono aver influito molto - ed in parte per carattere, fa parte della seconda categoria.
Sciatrice professionista costretta al ritiro dopo un clamoroso incidente divenuta una leggendaria organizzatrice di partite di poker ad alto livello tra celebrità dello spettacolo, dello sport, della finanza e chi più ne ha, più ne metta tra Los Angeles e New York nel primo decennio di questi Anni Zero, questa donna più che cazzuta ha finito per ritrovarsi nel fuoco incrociato di crimine ed FBI, rischiando la vita prima e anni di carcere poi, lottando con le unghie e con i denti - ed un avvocato con le palle - per riguadagnare il proprio posto e divenire un'autrice sfruttando l'avventura più intensa possibile: la sua vita.
Aaron Sorkin, uno degli sceneggiatori più fenomenali degli ultimi anni - autore di script pazzeschi come The Social Network o Moneyball - debutta alla regia con quella che pare la versione "di classe" di Tonya, il ritratto di una donna gettata in pasto ad un mondo dominato dagli uomini e pronta a mostrare tutto il carattere e la volontà necessari per sopravvivere e ritagliarsi un posto sudato e conquistato, poggiandosi sull'interpretazione e la bellezza di Jessica Chastain, una delle favorite assolute del Saloon - se la gioca con Jennifer Lawrence, mica bruscolini - e sulla propria abilità alla macchina da scrivere, e finisce per centrare l'obiettivo al primo colpo, regalando al pubblico una pellicola solida e ben strutturata, avvincente e tesa, forse non esplosiva ma di grandissimo mestiere, segno che per questo autore il percorso potrebbe essere appena iniziato.
Alle spalle, inoltre, un anno importante a livello sociale come è stato il duemiladiciassette, storie come quella di Molly Bloom possono essere un esempio positivo - e non di sfruttamento mediatico, come purtroppo comincia ad accadere troppo spesso - di quanta forza si celi dietro l'universo femminile e di come dovremmo liberarci di tutte le zavorre venute da secoli di storia maschiocentrica per saltare in un futuro in cui si giochi a carte scoperte ed alla pari, che ci piaccia la tranquillità o la tensione, il relax da divano o il batticuore da sport estremo.
In realtà, comunque, Molly's game non è uno spot ruffiano spuntato nell'anno degli scandali molestie ed in cerca di facili approvazioni, quanto il racconto di una persona abituata a vivere sotto pressione e che per la ricerca continua di quella stessa pressione, delle conferme e della sensazione di poter essere all'altezza - bellissimo, in questo senso, l'incipit legato alla questione del "quarto alle Olimpiadi" - aumenta la posta in gioco, fenomeno che da ingordo di vita conosco bene, quantomeno rispetto alle cose che mi piacciono.
Sorkin dipinge sulla Chastain, dunque, un charachter complesso che racchiude le fragilità della ragazza cresciuta da un padre ingombrante - ottimo Kevin Costner, tra l'altro - e la forza di una donna in grado per anni di restare un'eminenza grigia rispettata e al di sopra delle parti in un mondo - quello della ricchezza - popolato fondamentalmente da soli uomini in uno dei campi - il gioco d'azzardo - più maschilisti che si possano immaginare.
E quando, alla fine della corsa su questo ottovolante di parole e sensazioni, si torna a pensare al punto in cui tutto era iniziato, sorge spontanea una domanda: voi cosa preferireste essere?
Quello che arriva quarto alle Olimpiadi, o quello che si rompe tutto in un salto prima di essere il primo, e deve ricominciare tutto da capo?
Volete il divano o il culo stretto?
Io una risposta per me ce l'ho.
E anche Molly.



MrFord



 

lunedì 13 novembre 2017

Thor: Ragnarok (Taika Waititi, USA, 2017, 130')






Dai tempi delle scuole medie sono sempre stato un discreto appassionato di epica, da Omero alle leggende legate a tutte le grandi religioni pagane e politeiste dell'antichità, pantheon asgardiano compreso.
Il mito del Ragnarok - praticamente una versione dell'Apocalisse dei nostri cugini del Nord -, pronto ad incombere, inevitabile come la morte, perfino sugli Dei abitanti di Asgard, mi aveva sempre affascinato, prima da studente e dunque da lettore di fumetti, per quanto, lo ammetto, Thor non sia mai stato - come Superman e tutti gli eroi troppo potenti e troppo divini, per l'appunto - tra i miei preferiti: curioso dunque che, dopo un primo film discreto ed un secondo che mi aveva intrattenuto alla grande, con questo terzo capitolo delle avventure del figlio di Odino le aspettative della vigilia fossero quelle di un Ragnarok formato bottigliate, considerate le peste e corna lette in rete a proposito del lavoro di Taika Waititi - che, al contrario, è un regista interessante del quale andrebbero recuperati Hunt for the wilderpeople e What we do in the shadows -, probabilmente alimentate dai radical senza via di redenzione.
Fortunatamente, questo Ragnarok è stato decisamente meno tempestoso e molto più divertente di quanto potessi sognare, ed il regista neozelandese è riuscito nella non facile impresa di confezionare uno dei film Marvel figli del Cinematic Universe più divertenti e spassosi, in grado di pescare a piene mani dalla tradizione delle pellicole d'avventura anni ottanta, dalla sci-fi, dal fantasy - mi è quasi parso di schiaffarmi un cocktail di Star Wars, Il signore degli anelli e Howard e il destino del mondo in versione buddy movie Nuovo Millennio, per intenderci - e regalare al pubblico un'opera piacevolmente ignorante, che con ogni probabilità se fosse uscita nell'ottantacinque ora sarebbe considerata un piccolo cult, pronta a superare per gradevolezza molti dei Marvel movies recenti per piazzarsi subito dietro il secondo Guardiani della Galassia nella scala di gradimento del sottoscritto, confermando la grande chimica tra i charachters di Thor e Hulk - sfruttato a mio parere perfettamente nella sua chiave più comica -, portando avanti una trama tipica di questo genere con l'eroe sottoposto a prove e difficoltà fino alla "rinascita" finale e regalando anche uno spessore nuovo a Loki, nemesi e fratellastro di Thor, che si conferma come uno dei personaggi più profondi ed affascinanti di questo mosaico al quale si continuano ad aggiungere sempre nuovi pezzi.
Un plauso, dunque, a Taika Waititi, pronto a non farsi schiacciare dalla grande produzione, al piglio scanzonato dell'intera operazione - stupende le comparsate di Matt Damon e dell'ormai forse immortale Stan Lee, creatore di Thor e di quasi tutti i personaggi che hanno fatto la fortuna della Marvel e dei sogni di milioni di lettori di fumetti in tutto il mondo -, alle botte da orbi che partono da un pianeta chissà dove al limitare dell'Universo e finiscono ad Asgard, agli elementi che rimandano ai prossimi step dell'operazione che porterà ad Avengers - Infinity War la prossima primavera ed alla coesione di un cast che probabilmente ha finito per sentirsi così a proprio agio ed in gran scioltezza da regalare una perla dietro l'altra, che si tratti di ruoli principali o secondari.
Forse manca l'approfondimento - in particolare di Hela e del passato di Odino, nonchè del rapporto tra quest'ultimo ed i suoi figli -, ma sinceramente quando un giocattolone è così ben costruito, e soprattutto godibile nel suo sfruttamento, poco importano le introspezioni ed i tecnicismi, le posizioni radical e tutto quello che ne consegue: sinceramente, perdendomi tra le risate, in più di un momento ho desiderato, benchè certe battute mi sarebbero inesorabilmente sfuggite, di avere ancora dieci o dodici anni e ritrovarmi di fronte a questo spettacolo, sognando di spaccare accanto a Hulk o di avere un compagno di lotta potente e dalla battuta pronta come Thor - quel "figlio di" rifilato a Surtur in avvio di pellicola mi ha fatto tornare dritto dritto dalle parti di Deadpool, per intenderci - con il quale sbaragliare l'avanzata del supercattivo - o cattiva, come in questo caso - di turno, correndo incontro alla battaglia come se Grosso guaio a Chinatown ed Il ritorno del re avessero deciso di farsi un giro di giostra nel colorato mondo dei Fumetti.
Urlando, ovviamente, a squarciagola.




MrFord




mercoledì 20 settembre 2017

La torre nera (Nikolaj Arcel, USA, 2017, 95')




Il Re del brivido della Letteratura, Stephen King, ha finito, nel corso della sua lunga carriera, per essere secondo solo a Shakespeare per numero di opere adattate per il grande e piccolo schermo, dalle ciofeche inguardabili ai cult generazionali, passando per vere e proprie pietre miliari - impossibile dimenticare lo Shining di Kubrick, ma anche il Misery di Rob Reiner -: da lettore, soltanto una parte della sua immensa produzione ha finito per arricchire la mia biblioteca, e senza dubbio almeno un paio dei suoi lavori sono tra i miei favoriti - La lunga marcia e Cujo, in particolare -, mentre ricordo che La torre nera, con il suo primo capitolo, osannata come qualcosa di imperdibile da schiere di fan, mi risultò non tanto poco valido, quanto spento e un pò noioso.
Dunque, già in partenza, il destino di un film come questo, massacrato in lungo e in largo, si faceva davvero infausto: certo, Matthew McConaughey nel ruolo dell'Uomo in nero e la Lagertha di Vikings nel cast alzavano almeno in parte l'asticella, ma le aspettative restavano molto basse.
Non mi sarei mai aspettato, però, che il risultato sarebbe stato addirittura inferiore - e di molto - alle aspettative stesse.
Purtroppo Arcel - autore, qualche anno fa, dell'ottimo A royal affair -, importato dalla Danimarca, ha finito per rinfoltire i ranghi delle schiere di registi di belle speranze sputtanati completamente da Hollywood e dai meccanismi delle majors asservite al botteghino: perchè La torre nera è un film come se ne sono già visti - e non di belli - a decine negli ultimi anni, un goffo tentativo di unire l'avventura per ragazzi in stile Divergent, Hunger Games e compagnia al fantasy apocalittico sulla scia di Mad Max, un prodotto sbrigativo, noioso, che io ricordi decisamente lontano dall'atmosfera che si respirava tra le pagine del romanzo, risollevato solo a tratti dal già già citato McConaughey che imperversa in lungo e in largo impartendo ordini ai malcapitati di turno che sono costretti ad obbedire al suo volere.
Ma è troppo poco perfino per uno come il sottoscritto cui il vecchio Matthew ha regalato un sacco di soddisfazioni in questi ultimi anni, da True Detective a Mud, passando per Killer Joe: e mi pare ridicolo che King possa da sempre essersi schierato contro la versione kubrickiana di Shining e rimanere impassibile di fronte a cose davvero di livello infimo come questa, emblema di quel Cinema di cassetta che, come troppo spesso accade ultimamente, è distante anni luce da quello di ben altra caratura targato anni ottanta.
La speranza, ora, è che critiche ed incassi - piuttosto bassi - interrompano sul nascere quella che avrebbe dovuto essere una serie, e che in tutta onestà mi risparmio ben volentieri, con buona pace dei Re del brivido e degli Uomini in nero.
Questo Pistolero ha tutta un'altra strada da compiere.




MrFord




 

giovedì 10 agosto 2017

Thursday's child


Prosegue la marcia della rubrica dedicata alle uscite in sala condotta dal sottoscritto e dal suo antagonista Cannibal Kid attraverso una delle estati più torride ed avare di soddisfazioni cinematografiche che ricordi, che a questo giro pare aver concesso almeno sulla carta qualche chance in più a noi poveri cinefili in cerca di titoli interessanti.
Sinceramente, spero sia così, anche perchè nella puntata di questa settimana abbiamo deciso di includere anche l'unico titolo in uscita il diciassette agosto prossimo, rimandando l'appuntamento alla prossima puntata il ventiquattro.
Nel frattempo, doveste essere al mare, in montagna o in vacanza come concetto, il nostro consiglio - o almeno il mio - è sempre uno: godetevela.



"E questa è la fine che fanno tutti i seguaci di Cannibal Kid!"


La torre nera
(nei cinema da giovedì 10 agosto)

"Ascolta, bello: se ti metti contro Ford, sei finito. Parola di Cannibal."

Cannibal dice: La torre nera è già stato massacrato dalla critica americana. Ma della critica americana c'è da fidarsi quanto di quella fordiana, visto che ad esempio quando è uscito Wonder Woman è stato esaltato come il miglior film degli ultimi 500 milioni di anni. La torre nera invece ha fatto schifo a tutti ma, a vedere dal trailer, sembra che questa volta non abbiano poi tutti i torti.
Io non sono un grande lettore di Stephen King, della sua vasta produzione ho letto poco e tra l'altro nemmeno i suoi romanzi più famosi, però a questo punto mi viene un dubbio. Visto che la maggior parte dei film e pure delle serie tv tratte dalle sue opere non sono un granché e la pellicola migliore, ovviamente Shining, a lui non è manco piaciuta, non è che c'è qualcosa che non va in lui?
Ford dice: ho letto qualche anno fa il primo libro della saga della Torre Nera di Stephen King, un autore a volte in grado di stupire con romanzi pazzeschi ed altre con prodotti decisamente meno riusciti. Personalmente, lego quella lettura più alla seconda categoria, anche se non si tratta certo di un'opera di basso livello. L'idea, dunque, di una trasposizione cinematografica mi ispira poco, anche perchè penso si tratti più di una trovata commerciale che di un vero tentativo di trasformare un romanzo solo discreto in un film assolutamente imperdibile.




Casa Casinò
(nei cinema da giovedì 10 agosto)

"Cannibal, devo fare un paio di tagli alle tue prossime recensioni."

Cannibal dice: Commedia con due comici molto amati soprattutto negli Usa come Will Ferrell e Amy Poehler che ha fatto flop persino negli Usa e mi chiedo quindi quale successo possa ottenere da noi nella settimana di Ferragosto. Io comunque una puntata in questa Casa Casinò la farei lo stesso, sperando mi possa regalare ancora più risate di qualche serioso post di WhiteRussian a caso.
Ford dice: commediola senza senso o motivo di esistere che ovviamente farà sbellicare dalle risate Cannibal e che, dovessi vederla, farà invece schifo al sottoscritto, che ovviamente sarà fatto passare per serioso da Cannibal stesso. Considerato il suo senso dell'umorismo, però, non penso che la cosa mi dispiaccia.


Diario di una schiappa – Portatemi a casa!
(nei cinema e a casa di Ford da giovedì 10 agosto)

"E' stata un'esperienza così terribile che abbiamo pensato stesse guidando Ford."

Cannibal dice: Saga bambinesca con cui non ho mai avuto occasione, e soprattutto voglia, di cimentarmi, lascio l'arduo compito a quella schiappa di Ford, che si godrà la visione facendo finta di fare un favore ai poveri piccoli Fordini.
Ford dice: non ho mai seguito una saga per schiappe come questa, che lascio volentieri a quella schiappa di Cannibal.



Monolith
(nei cinema da sabato 12 agosto)

"Ti prego, Ford: scendi dall'auto. Non guidare."

Cannibal dice: Produzione italiana con protagonista una bella sgnacchera americana come Katrina Bowden tratta da una graphic novel. Sembra un esperimento rischioso, ma intrigante. Il risultato potrebbe essere fallimentare, così come si potrebbe anche rivelare la sorpresa di questo caliente agosto. L'altra sorpresa del mese potrebbe essere Ford che dice finalmente una cosa furba, però su questo non ci conterei troppo.
Ford dice: per me esiste solo il Monolito di 2001. Il resto è un rischio, come quello di accettare consigli soprattutto cinefili da quel curioso individuo che è Peppa Kid.


Atomica bionda
(nei cinema da giovedì 17 agosto)

"E questa la fine che fa Cannibal stesso."

Cannibal dice: Subito dopo Ferragosto, viene sganciata l'Atomica...
Paura eh, Ford?
Sto parlando però di Atomica bionda, il nuovo film di uno dei co-registi del pessimo John Wick con protagonista Charlize Theron. E sembra essere lei, qui in versione più sexy e combattiva che mai, l'arma vincente di una pellicola che per il resto si preannuncia come la classica inutile prevedibile fordianata action spionistica estiva.
Ford dice: di questo film non mi importano regia, riscontri, successo, data di uscita.
Fin dai tempi in cui vidi il trailer, so già che sarà indispensabile per la limonata dura tra Charlize Theron e la protagonista dell'ultimo La mummia, Sofia Boutella. Il resto potrà anche essere una vera schifezza cannibalesca. Ma quello varrà comunque il biglietto.

 

sabato 15 ottobre 2016

Bastille Day - Il colpo del secolo (James Watkins, UK/USA/Francia, 2016, 92')





Qualche anno fa, se qualcuno avesse pronunciato il nome di James Watkins in casa Ford, avrebbe guadagnato senza ombra di dubbio almeno un giro gratis: una visione come quella di Eden Lake, infatti, non solo è in grado di segnare qualsiasi spettatore, ma rappresenta ancora oggi una delle migliori esperienze horror - se così si può definire - che abbia vissuto il sottoscritto in età adulta.
Purtroppo, però, che sia per il successo o chissà per quale altro motivo, il suddetto Watkins, dopo quattro anni di silenzio, incappò in uno degli scivoloni da grande distribuzione più clamorosi dai tempi del merdosissimo The Tourist, che affossò Von Donnersmarck, autore dello strepitoso Le vite degli altri, ovvero The woman in black, ghost story blandissima con protagonista l'ex Harry Potter Radcliffe.
Uno scivolone costato altri quattro anni di silenzio prima di tornare alla ribalta con questo Bastille Day - Il colpo del secolo, una sorta di ibrido tra action, heist e buddy movie dal vago retrogusto anni novanta, un'innocua, goduriosa cazzata che senza dubbio recupera in parte il terreno rispetto al lavoro precedente del regista ma che finisce ancora anni luce dietro a quel fulminante esordio.
Senza però rivangare troppo il passato di Watkins devo ammettere di essermi goduto, questa volta in compagnia della Fordina - che comincia a voler essere intrattenuta almeno quanto il fratello maggiore - le peripezie del borseggiatore trapiantato a Parigi Michael - che in molti riconosceranno come il Rob Stark di Game of thrones - e dell'agente della CIA Brian - cui presta volto e fisicità un sempre convincente Idris Elba - alle prese con un affare che mescola terrorismo, rivolta sociale, rapine e morti ammazzati con un buon ritmo ed un paio di twist non male considerato il valore della pellicola, unici segni davvero degni di nota lasciati dal regista sulla sceneggiatura.
Prodotti di questo tipo, perfetti per le serate senza pretese o, nel mio caso, per i momenti in cui accompagno le sessioni di gioco con i bimbi con titoli da soglia di attenzione bassa in sottofondo, risultano sempre innocui e piacevoli, anche se, invecchiando, quando non trovo la scintilla che dopo gli anni ottanta si è vista sempre meno nelle proposte di grana grossa finisco più per rimpiangere quello che non ho potuto avere nell'ora e mezza canonica di intrattenimento che non a godermi il più possibile ciò che, al contrario, ha funzionato.
Nel caso, comunque, in cui dobbiate approcciare Bastille Day, i consigli sono principalmente questi: non considerate James Watkins come l'autore di quella bomba di Eden Lake, liberate la mente dalle pretese e dalla logica e cercate di divertirvi, ma soprattutto, lasciate i "pensieri cannibali" più lontani possibile dalle vostre menti e dai vostri cuori.
In caso contrario, rischiereste di trovarvi invischiati in una vicenda che potrebbe risultare più pericolosa di quella che affrontano i protagonisti di questo film senza neppure avere la mano lesta di Richard Madden o le botte tonanti di Idris Elba a pararvi il culo.




MrFord




martedì 14 giugno 2016

The Wire - Stagione 1

Produzione: HBO
Origine:
USA
Anno:
2002
Episodi:
13








La trama (con parole mie): nella parte più problematica di Baltimora, dominata dagli uomini dell'apparentemente intoccabile Avon Barksdale, la droga gira stabilmente per le strade, distribuita da più livelli, dai ragazzini pronti a fare il palo sui tetti dei palazzi fino allo stesso Barksdale, che attraverso un complesso sistema di prestanome, donazioni ed agganci risulta fondamentalmente incensurato pur dirigendo i giochi.
Quando il testardo e poco ligio alle regole detective Jimmy McNulty e l'ufficiale Cedric Daniels vengono posti al centro di un progetto che vede una squadra di "scarti" di altre unità o agenti problematici affrontare proprio la questione Barksdale, nessuno dei membri della stessa sa che darà origine ad un cambio epocale nella rotta alla lotta al crimine della città: grazie ad una serie di intercettazioni ed alla determinazione del team, infatti, l'impero del boss verrà messo a dura prova, nonostante i problemi politici e gli spargimenti di sangue.











Tornando indietro nel tempo al periodo della "rinascita" delle serie televisive dei primi Anni Zero, l'unico titolo considerato un vero e proprio cult imprescindibile che mancava all'appello qui al Saloon era The Wire, che potrebbe essere associato per influenza ed importanza a I Soprano - che rimpiango di aver finito prima di aprire il blog e dunque di non averne parlato a caldo - e reputato il "padre" di proposte successive ed altrettanto mitiche come The Shield.
Recuperato più o meno sei o sette anni fa e rimasto congelato anche a causa della scarsa attitudine di Julez al genere hard boiled, è tornato alla ribalta in questo periodo di orari sballati tra la nascita della Fordina, il lavoro ed i tempi stretti della quotidianità: l'impatto sul sottoscritto, considerato che da sempre adoro il genere, è stato ovviamente molto positivo nonostante un'atmosfera decisamente datata - sembra quasi di essere tornati agli Anni Novanta, più che ai primi Zero -, fatto di carne e sangue da strada, charachters decisamente umani nei loro pregi e difetti - dal testardo ed in cerca di sensi di colpa McNulty al combattuto D'Angelo, passando per la tostissima Kima al pezzo di merda con spirito di corpo Rawls - ed un incedere misurato ma ugualmente spettacolare, che rende senza dubbio questa prima stagione di The Wire un modello per tutto quello che il genere ha prodotto in seguito e che, probabilmente, deve ancora produrre.
Oltre a rappresentare, dunque, un ritratto piuttosto fedele dei quartieri difficili di una qualsiasi grande città americana - ma, a ben guardare, non solo - e a mostrare i riflessi e gli interessi che la politica ha e continuerà per sempre ad avere rispetto alle pubbliche relazioni, al successo, ai soldi ed anche al crimine, The Wire racconta vite di uomini e donne destinati a combattere quotidianamente "nella buona e nella cattiva sorte", a prescindere dal lato della barricata che hanno scelto di difendere, ma anche un crocevia per molte carriere già avviate o, ai tempi, ancora agli inizi: dai caratteristi noti come Dominic West, Lance Reddick, Wendell Pierce fino all'ormai decisamente famoso Idris Elba, passando per un giovanissimo Michael B. Jordan, sono tantissimi i volti riconoscibili e funzionali all'interno di questa prima stagione pronta a mantenere un profilo basso senza risparmiare, però, colpi duri e dritti alla bocca dello stomaco, ed a regalare un epilogo che ricorda uno degli assunti più importanti e veritieri de Il gattopardo, "tutto cambia per non cambiare".
Il destino dei protagonisti della lotta tra la squadra di Daniels e l'organizzazione di Barksdale riassunto nell'ultimo episodio, infatti, mostra tutte le contraddizioni ed assurdità della lotta alla droga ed ai giochi politici che, inevitabilmente, ne fanno parte, così come negli anni successivi sarebbero stati raccontati da prodotti divenuti immediatamente cult come il recentissimo Narcos.
La stoffa ed il valore di cui ho sempre sentito parlare rispetto a questo titolo, dunque, sono stati confermati, ed aumentano l'hype per la visione della seconda stagione che, onestamente, spero non giungerà su questi schermi con le stesse tempistiche che hanno caratterizzato la prima: le vicende di McNulty e soci ed il destino dell'impero di Barksdale, infatti, paiono essere solo al principio non solo della loro lotta, ma delle potenzialità che la stessa può esprimere.
E se il buongiorno si vede dal mattino, da queste parti si prospetta davvero una gran bella giornata: anche se la stessa sarà inevitabilmente segnata da pallottole, sangue, lotte di potere e di strada.
Speriamo solo di riuscire ad essere tra quelli che, alla fine, saranno ancora in piedi.





MrFord





"In I come and out you go you get
here we are again now, place your bets
is this the time
the time to win or lose
is this the time
the time to choose."
U2 - "Wire" -





martedì 26 gennaio 2016

Beasts of no nation

Regia: Cary Joji Fukunaga
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 137'






La trama (con parole mie): nel cuore di una innominata nazione africana, il piccolo Agu e la sua famiglia vengono colti di sorpresa dal sopraggiungere di una guerra civile che ne sconvolge la vita. Separato dai suoi cari, in parte fuggiti ed in parte uccisi durante il tentativo di fuga, Agu è reclutato forzatamente da un gruppo di miliziani per la maggior parte composto da bambini come lui o ragazzi poco più grandi agli ordini di un Comandante pronto a seguire l'onda sanguinaria della nuova rivoluzione in atto.
Quando, dopo mesi di lotta, morte e massacri, droga e situazioni traumatiche, Agu ed i suoi compagni vengono richiamati nella capitale dal nuovo leader, le cose cambiano ancora, e per il piccolo esercito giunge il momento di confrontarsi con la possibilità di non riuscire più a smettere di combattere.










La realtà del mondo in cui viviamo, inutile negarlo, è spesso e volentieri tosta e dura da digerire: che si tratti di condizioni sociali invivibili, lavori al limite della follia, guerre, malattie e chi più ne ha, più ne metta, sono molti i luoghi della Terra che non prospettano ai loro abitanti una vita non tanto lontanamente decente, quanto lunga abbastanza per poter quantomeno pensare di aver vissuto.
La realtà dei bambini soldato in alcuni paesi dell'Africa - ma non solo, ovviamente - è una delle più amare da mandare giù non soltanto per chi, come il sottoscritto, ha dei figli, ma penso in generale per qualsiasi adulto sano di mente: senza, però, scadere in pistolotti retorici in proposito, ricordo in questo senso l'analisi splendida di Rebelle, pellicola che qualche anno fa non solo fotografò alla grande il fenomeno, ma lo fece per la prima volta sfruttando lo sguardo di una protagonista femminile.
Si inserisce nello stesso filone questo Beasts of no nation, più che buon prodotto targato Netflix - che sta diventando una delle realtà più felici del piccolo schermo e non solo - firmato dallo stesso Cary Joji Fukunaga divenuto noto prima per la sua trasposizione di Jane Eyre e dunque per True Detective -: l'odissea terrificante del piccolo Agu, divenuto un miliziano e forzatamente "educato" da un comandante che assume una doppia connotazione di padre e padrone - un ottimo Idris Elba, al centro delle recenti discussioni originate dal "solito" Spike Lee a proposito delle candidature agli Oscar "troppo bianche" -, diretta con occhio come al solito efficace dal regista californiano, fotografata splendidamente - la sequenza lisergica della battaglia con Agu sotto effetto di droga o la camminata tra le trincee nel finale sono visivamente indimenticabili - e ben in equilibrio tra racconto pronto a sensibilizzare il grande pubblico e lavoro autoriale è una delle visioni più interessanti uscite sul finire dello scorso anno, che ho recuperato e vissuto con grande partecipazione, ma che, rispetto al già citato Rebelle, ha finito per convincermi in misura minore.
Probabilmente, e paradossalmente a causa dei pregi appena elencati, ho trovato il lavoro di Fukunaga fin troppo patinato ed in equilibrio per essere davvero sentito dal suo autore, che, indubbiamente, risparmia al pubblico l'americanata finto sconvolgente in stile Blood Diamond ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, pur non risparmiando certo passaggi di grande impatto emotivo.
I punti di forza più efficaci restano la riflessione rispetto a questi bambini combattenti, bestie senza paese costrette a combattere fino alla morte - come recita il titolo del film stesso - e la figura del Comandante cui presta volto e fisicità il succitato Elba, in grado di guidare i suoi "uomini" come fossero una sorta di ibrido tra figli, reclute, fratelli di sangue e di lotta ed animali: in questo senso, il suo ruolo di eterno combattente alla ricerca del confronto di forza e dell'affermazione del proprio valore risulta affascinante se messo in relazione con la parte più politica anche di questi sanguinosi conflitti - come si evince dal confronto con il leader della rivoluzione, pronto a relegare il Comandante ad un ruolo di controllo anche a dispetto della volontà di quest'ultimo di continuare a battersi accanto ai suoi "ragazzi" -, che finisce sempre e comunque non solo per essere la causa primaria dei conflitti stessi, ma anche per svilire la lotta di chi li vive in prima linea.
Una prima linea che fagocita anche una volta riusciti ad allontanarsi tutti interi - o quasi - dalla stessa, e rende ancora più selvaggi delle bestie che, in guerra, si è costretti a diventare: bestie che il resto del mondo - quello più vicino alla normalità - dovrà faticare non poco per addomesticare una volta ancora, in cerca di un futuro migliore per entrambe le parti in campo.




MrFord




"I was born into a scene of angriness and greed, and dominance and persecution.
my mother was a queen, my dad I've never seen, I was never meant to be.
and now I spend my time looking all around,
for a man that's nowhere to be found.
until I find him I'm never gonna stop searching,
I'm gonna find my man, gonna travel around."
Iron Maiden - "Wrathchild" - 






venerdì 22 maggio 2015

The gunman

Regia: Pierre Morel
Origine: Spagna, UK, Francia
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): Terrier, un militare del settore privato e cecchino professionista parte di un team che si occupa della sicurezza e del lavoro sporco di una compagnia mineraria nel Congo del pieno della guerra civile, ha una storia d'amore con una donna membro di una delle ONG operanti nel paese, Annie, che non sa nulla del suo effettivo ruolo.
Quando è designato per eliminare il Ministro che si occupa delle attività minerarie ed è costretto a lasciare il paese, Terrier perde anche la sua amata: otto anni dopo, ancora traumatizzato e deciso a redimersi lavorando proprio in Congo alla costruzione di pozzi d'acqua, l'uomo è minacciato da un commando inviato per ucciderlo.
Scampato all'attentato ed insospettitosi, inizia per lui una ricerca che lo condurrà di nuovo in Europa e che lo vedrà ricongiungersi con Annie: riusciranno, però, i due a salvare la pelle?








A volte, quando si affrontano certe visioni che già dalle premesse si prospettano decisamente fallimentari, dovremmo avere una sorta di Grillo Parlante molto poco interiore e molto poco grillo che, con un paio di cazzotti ben assestati, o una bella mossa di wrestling, avrebbe il compito di ricordare a tutti noi quanto siamo stati incredibilmente coglioni.
E con questo The Gunmen sarebbe stato davvero fondamentale, per il sottoscritto: nonostante, infatti, le critiche negative piovute su questa pellicola un pò ovunque, il fatto che dietro la macchina da presa si trovasse il Pierre Morel del primo Taken, che Sean Penn si sia voluto reinventare come fosse una copia sbiaditissima del Jack Bauer di 24 o che ancora Javier Bardem si sia trovato nell'ormai classica ed ipergiogioneggiante posizione del cattivo sopra le righe, ho voluto comunque insistere e rischiare, pur considerandolo fin dall'inizio un riempitivo da giornata di relax in solitaria.
Devo anche ammettere, nonostante tutto, di non essermi incazzato a morte lottando con il desiderio di frantumare una bottiglia contro il televisore come fu con porcate simili come The American, ma di aver considerato, di fatto, The Gunman come una sorta di versione alternativa e poco riuscita di un episodio della già citata 24 o di Blood Diamond, blockbuster a sfondo sociale con protagonista Di Caprio di qualche anno fa: in fondo, il lavoro di Morel è il tipico filmetto action con poche palle come se ne trovano a mazzi nel panorama di un genere che troppo spesso dimentica ironia e coraggio, e tenta di propinare (anti)eroi politically correct - o quasi - se non nelle azioni, quantomeno "idealmente".
La difficoltà maggiore, in questo senso, è digerire il Terrier di Penn, che fin dai primi minuti pare un bravo scolaretto nonostante, di fatto, si occupi di uno dei lavori più sporchi che possano esistere - il mercenario per grandi corporazioni del settore privato pronto, in cambio solo ed esclusivamente di denaro, a commettere le azioni più terrificanti spesso in angoli di mondo già devastati e all'interno dei quali nessuno andrà mai ad indagare -: vederlo dispensare tenerezze ad Annie - la nostrana Jasmine Trinca - e guardare con occhi da padre deluso i suoi commilitoni come se le sue mani non fossero sporche di sangue o considerare di farlo passare per il "buono" neanche ci trovassimo in una pellicola targata Disney per adulti pare davvero fantascienza, anche quando dall'altra parte della barricata troviamo un Bardem più odioso del solito che non si vede l'ora di vedere morto ammazzato.
Per il resto è tutto come ce lo si aspetterebbe: confezione finto patinata, sparatorie confusionarie, un protagonista in piena crisi di mezza età che non vede l'ora di mostrare i muscoli, viaggi da una parte all'altra dell'Europa - ovviamente i luoghi di produzione della pellicola -, la bella in pericolo ed un complotto destinato ad essere smascherato e ribaltato da testa a piedi dal nostro intrepido e redento ex assassino prezzolato tornato sul luogo del delitto per dedicarsi agli scavi di pozzi d'acqua.
Tutto già visto e già sentito, dunque, un pò come quando si approccia un film che si sa già finirà tra i peggiori dell'anno, e con coraggio - o stupidità - si porta avanti l'impresa fino alla fine.
E fino alla prossima volta.
Non ci sono buon senso o grilli parlanti che tengano.




MrFord




"War without end
no remorse No repent
we don't care what it meant
another day Another death
another sorrow Another breath."
Metallica - "No remorse" - 





venerdì 14 febbraio 2014

Ghost rider - Spirito di vendetta

Regia: Neveldine/Taylor
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 96'




La trama (con parole mie): Johnny Blaze, perseguitato dalla maledizione legata al patto con il Diavolo che fece per salvare la vita a suo padre, vive da recluso ai confini dell'Europa dell'Est per evitare che il Rider esca di nuovo allo scoperto. Scovato dal monaco dedito all'alcool Moreau, Blaze è convinto a fare da scorta ad un bambino in fuga in compagnia della madre: il padre del piccolo, infatti, è il Diavolo stesso, che lo concepì sperando di avere un nuovo corpo all'interno del quale albergare esprimendo nella loro pienezza i suoi poteri.
Il confronto con questa inusuale "famiglia" porterà il vecchio Johnny a trovare un equilibrio con la sua natura demoniaca, finendo per sgominare i pericolosi sgherri del Maligno e riscoprire la natura angelica dell'entità che lo possiede.






Era dai tempi dell'indimenticabile Nicholas Cage Day dello scorso anno che speravo di recuperare questo Ghost rider - Spirito di vendetta, a detta di molti appassionati - e tamarri come il vecchio cowboy - divertente abbastanza da far dimenticare lo scempio che fu il primo capitolo del brand, talmente terrificante da eclissare lo spettacolo offerto da uno dei parrucchini di Nicholas Cage più selvaggi di sempre.
Visione archiviata e alle spalle, posso tranquillamente e gioiosamente affermare di essere stato più che felice di superare lo scetticismo e cavalcare questo ottovolante trash e sguaiato dal primo all'ultimo minuto, nonchè una delle tamarrate più clamorose mai prodotte dopo la fine degli anni ottanta: un giocattolone sopra le righe, ironico e divertito, con un Cage assolutamente fuori controllo, una Violante Placido più cagna maledetta del solito e perfino un Christopher Lambert dal volto tatuato che pare un residuato male invecchiato dei tempi del memorabile Highlander - L'ultimo immortale.
Neveldine e Taylor, inossidabile coppia autrice di cose assolutamente memorabili come i Crank ed altre più che dimenticabili come il pessimo Gamer, danno fondo a tutto il loro gusto per il pacchiano sfornando almeno un paio di sequenze memorabili - la pisciata di fuoco del Rider e l'esilarante momento in ambulanza con Carrigan ed il suo tocco mortale alle prese con il pranzo del paramedico che ha appena ucciso -, oltre ad un combattimento finale on the road girato alla grande ed assolutamente godurioso per gli occhi ed il gusto di tutti gli appassionati di action movies come il sottoscritto.
Onestamente ho trovato il massacro operato dalla critica decisamente eccessivo, considerato che pellicole come questa rappresentano un vero e proprio must dell'intrattenimento a neuroni zero, senza contare che l'approccio sguaiato di Neveldine e Taylor riesce in qualche modo anche a svecchiare un personaggio da sempre limitato dal suo essere statico nel processo incontro/giudizio/eliminazione del nemico di turno: Ghost Rider diviene dunque, nelle mani della coppia di registi, una sorta di spaccaculi demoniaco dal sottotesto quasi esclusivamente ironico, aiutato da una CGI realizzata con grande perizia tecnica, in grado di trasformare le battaglie del protagonista in un verso e proprio circo di fuoco, fiamme, proiettili e gran colpi di catena.
Ad ogni modo, se l'azione finisce per farla da padrona praticamente dall'inizio alla fine, il valore aggiunto della pellicola è senza dubbio alcuno il nostro Nicola Gabbia, scatenato come fosse in cocaina piena, occhio spiritato e ghigno da squilibrato, probabilmente conscio della pochezza artistica del film che stava girando ma divertito come un bambino cui sia data la possibilità di vivere in prima persona un fumetto.
E poco importa che la sceneggiatura si regga su raccordi elementari - se non peggio -, che l'ambientazione Est europea sia quella delle più recenti fatiche con protagonista Van Damme e che il risultato - soprattutto in passaggi come quello delle grotte che ospitano Blaze nel momento in cui dovrebbe liberarsi della sua maledizione, o l'assalto al monastero in apertura - vada ben oltre il concetto di trash: Ghost Rider - Spirito di vendetta è un vero e proprio guilty pleasure per gli amanti delle tamarrate prima ancora che per i fan del comic book, e considerato il finale più che aperto, io resto in attesa di un nuovo capitolo, sempre affidato al dinamico duo Neveldine/Taylor, con un Cage ancora più "uncaged".



MrFord



"I am not your rolling wheels
I am the Highway
I am not your carpet ride
I am the sky."
Audioslave - "I am the highway" - 




lunedì 22 luglio 2013

Pacific Rim

Regia: Guillermo Del Toro
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 131'




La trama (con parole mie): siamo in un prossimo futuro, e troviamo gli abitanti della Terra impegnati in una guerra senza esclusione di colpi contro i Kaiji, mostruose e gigantesche creature giunte dalle profondità degli abissi nel nostro mondo grazie ad una falla che garantisce il passaggio delle stesse dalla loro dimensione d'origine alla nostra.
Per poterli fronteggiare, il genere umano ha sviluppato delle armi chiamate Jager, robot giganteschi e potentissimi che soltanto l'unione di due piloti collegati tra loro attraverso menti e ricordi permette di manovrare: quando il giovane e promettente Raleigh Becket perde il fratello in uno scontro abbandona per cinque anni la battaglia dedicandosi come operaio alla costruzione di un muro che dovrebbe tenere lontani i Kaiji senza doverli necessariamente combattere.
Alla scoperta che la struttura non sarà in grado di adempiere allo scopo e che le creature preparano in realtà un'invasione del nostro pianeta, Becket verrà richiamato in servizio dal suo ex comandante per tentare un'ultima, disperata missione pensata per chiudere definitivamente la breccia tra i due mondi. 
I pochi Jager rimasti ed i loro piloti, dunque, si troveranno a tentare di scrivere la parola fine alla guerra.





E' davvero dura, sedersi qui a scrivere un post a proposito di Pacific Rim.
In qualche modo, per poter cominciare decentemente dovrei partire dai tempi della mia infanzia, in cui ai cartoni animati di genere sportivo - su tutti Holly&Benji  e L'Uomo Tigre - si alternavano le visioni legate ai cosiddetti robottoni, da Jeeg a Mazinga, passando per Daltanious, Gordian, Voltron ed il mio personale favorito Daitarn III: erano tempi magici, in cui bastavano venti minuti di giocattoloni a cartoni per sognare mondi infiniti e battaglie intergalattiche contro gli alieni cattivi di turno. In quel periodo fiorirono non soltanto pupazzoni e modellini dei suddetti robot, ma anche videogames come Rampage o King of the monsters targato Neo Geo, classiconi del periodo almeno per il sottoscritto, soprattutto quando d'estate, al mare, si passava buona parte della serata in sala giochi ad inserire un gettone dietro l'altro.
Quando vidi per la prima volta il trailer di Pacific Rim mi parve di vivere il sogno ad occhi aperti di quel bambino magro e piccoletto, un film dagli effetti pazzeschi con protagonisti proprio quei robottoni che per anni - se non decenni - si erano potuti ben rappresentare soltanto nei cartoni animati: se, a questo, si aggiungeva il fatto che dietro la macchina da presa stava un certo Guillermo Del Toro, autore di tamarrate goduriosissime come Blade II, ottimi film da fumetto come i due Hellboy o lo splendido Il labirinto del fauno, il gioco era fatto.
L'hype, dunque, era altissimo, alimentato dal fatto che in questi giorni, in tutta la blogosfera, si sono letti pareri entusiastici e stroncature eccellenti di questo lavoro: il risultato è stato un vero e proprio conflitto interiore che ha portato ad una media purtroppo non esaltante anche nel voto, incontro dell'apparato tecnico e visivo assolutamente spettacolare - roba da far sembrare Cloverfield un filmetto amatoriale - ed un impatto emotivo al contrario piuttosto anonimo, specie per chi ha vissuto gli anni d'oro dei cartoni animati citati in apertura di post con il cuore e gli occhi spalancati che solo i bambini possono avere.
Parliamoci chiaro: Pacific Rim, forte di effetti da capogiro e sequenze da esaltazione totale - al primo ingresso dei fratelli Becket nel loro Jager ho avuto un brivido simile a quello che provavo la sera della vigilia di Natale da piccolo, quando non vedevo l'ora di scartare i pacchi -, manca del cuore in grado di rendere una visione memorabile a livello emozionale così come - purtroppo - dell'ironia perchè la stessa non risulti quel pochino pretenziosa perfino per un tipo pane e salame come il sottoscritto.
Rispetto all'opera di Del Toro, da un lato, mancano dunque sia la profondità e la drammaticità de Il labirinto del fauno, sia la scanzonata guasconeria di Hellboy, mentre allargando il campo al Cinema d'intrattenimento in generale - è impossibile non considerare che la sceneggiatura e la storia, quando si tratta questo genere, finiscono per avere il sapore della minestra riscaldata - non troviamo il pathos di Avatar, l'aura autoriale di District 9 o la fracassoneria di The Avengers.
Per quanto suoni quasi una bestemmia, artisticamente parlando, personalmente mi sono divertito di più a spegnere i neuroni con Battleship che ad attendere il momento della definitiva consacrazione di Pacific Rim, che continuerà ad essere un prodotto di riferimento per il genere - e che già voglio in bluray - ma che non mostra il carattere necessario a soddisfare le aspettative dei fan che, da prima ancora che potesse essere sviluppato il progetto, sognavano con tutto il loro amore di bambini un'intera pellicola dedicata ai robottoni che non fosse lo scempio che Michael Bay operò rispetto ai Transformers.
Certo, in tutto questo ammetto che nel momento in cui nel pieno della battaglia con un terrificante Kaiji lo Jager estrae la spada dal braccio per fare a fette il nemico è stato come se il cervello avesse avuto un orgasmo in bilico tra l'amarcord e le potenzialità del futuro, Charlie Hunnam è un fordiano fatto e finito - oltre che volto di Sons of anarchy -, la lotta nel pieno dell'oceano e quella nella baia di Hong Kong sono da antologia, eppure con tutto questo clamore, a Pacific Rim è mancata proprio quella scintilla.
Quella che, ai tempi, sul grande schermo seppe infiammare Spielberg.
E che, a questo punto, solletica il dubbio che, forse, se questo film fosse finito nelle mani di un certo J. J. Abrams ora penseremmo di essere tutti negli anni ottanta e saremmo qui a gridare a squarciagola: "E ora, con l'aiuto del sole, vincerò! Attacco solare: energia!".


MrFord



"Voi della mia generazione,
che siete cresciuti coi cartoni
GIAPPONESI!
Voi mi dovete spiegare
perché in quei cartoni non si vede mai
TROMBARE!
Solo robot che fan la guerra
GUERRA! 
Ai nemici della terra
TERRA!"
Gem Boy - "Orgia cartoon" -
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