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martedì 14 febbraio 2017

Black mirror - Stagione 3 (Netflix, USA/UK, 2016)




Fin dalla sua prima apparizione sugli schermi del Saloon - ma, e credo di poterlo affermare con sicurezza, non solo - Black Mirror si è imposta come serie di riferimento nell'ambito della fantascienza distopica e proposta di qualità decisamente alta a prescindere dal suo genere: ripescata - sia ringraziata Netflix - dopo due ottime stagioni ed un bellissimo special natalizio, la creatura nata nel Regno Unito ha attraversato la blogosfera con una terza annata che ha raccolto quasi esclusivamente commenti entusiastici, che mi sento di sottoscrivere in pieno.
Considerato che ogni episodio è, fondalmentalmente, un lavoro con una sua identità ed esistenza, passo in carrellata i sei che hanno costituito questo ennesimo, ottimo esperimento a partire da Nosedive, grande apertura con Bryce Dallas Howard protagonista di una parabola legata a doppio filo alla necessità sempre più invasiva di esprimersi e cercare conferma attraverso i social media, profetica ed inquietante soprattutto per chi, come la nostra generazione, ha visto nascere e crescere esponenzialmente proprio il fenomeno del "vorrei ma non posto".
Senza dubbio, principalmente per la profondità del tema, uno dei migliori episodi della stagione.
Playtest, secondo episodio tra i più massacrati in rete, è stato invece per quanto mi riguarda un ottimo esperimento ed un gran bel "gioco", per l'appunto, sia in termini di atmosfera che, una volta ancora, di riflessione sociale: dai videogames in prima persona al gioco online, passando attraverso visori e realtà virtuale, una situazione come quella affrontata dal protagonista della storia non mi pare troppo irrealizzabile o lontana, e come per il primo episodio, alcune grandi invenzioni della nostra società vengono analizzate dal lato più scomodo e tagliente.
Con Shut up and dance l'atmosfera vira verso territori più simili al thriller, portando in campo un gruppo di personaggi in corsa contro il tempo a causa di un ricatto e disposti, affinchè lo stesso decada, ad obbedire più o meno ciecamente agli ordini loro impartiti: una storia violenta ed urbana orchestrata con un ritmo serrato da James Watkins, che forse regala al pubblico il twist meno prevedibile dell'intera stagione e, contemporaneamente, il finale più terribile.
Ma, in tutta onestà, una volta scoperto quantomeno il segreto del protagonista, ho finito per non essere neppure troppo triste.
San Junipero, episodio numero quattro, è stato forse il più incensato dai recensori, e senza dubbio rappresenta quello dal fascino più forte soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha vissuto sulla pelle, almeno in parte, gli anni ottanta ed ora guarda al Cinema ed alla Musica di quell'epoca come ad una sorta di macchina del tempo in grado di vincere ogni malinconia o sensazione di ineluttabilità del trascorrere dello stesso: proprio in questo senso si gioca la riflessione più importante delle due protagoniste e del pubblico, ed il valore di San Junipero stesso.
Curioso come nel corso della visione io dichiarassi a Julez di essere assolutamente favorevole all'idea di passare l'eternità in un posto come quello mentre, con il passare dei giorni dalla visione, l'idea di farlo senza le persone che amo al mio fianco risulti decisamente meno interessante.
Anche a fronte di una possibile rinascita.
Ad ogni modo, grandi, grandi spunti.
Men against fire, riflessione antimilitarista ed intelligente sull'utilizzo della guerra - e soprattutto, delle motivazioni non tanto di chi la ordina, quanto di chi la combatte in prima linea -, è risultato interessante ma, forse, privo del carattere degli altri episodi, tanto da essere considerato dal sottoscritto il più debole della stagione, per quanto di debolezza si possa parlare, quando la qualità complessiva dell'opera è così alta.
A chiudere - almeno per ora - la carrellata Hated in the nation, forse meno attuale di Nosedive o emotivamente coinvolgente di San Junipero eppure, per questo vecchio cowboy, senza ombra di dubbio l'episodio più riuscito: elementi di sci-fi, politica del controllo, tensione alle stelle pur senza violenza eccessiva o azione serrata, un'altra riflessione importante legata all'utilizzo della rete ed agli "haters" che la popolano, la dimostrazione di quanto, a volte, un mezzo grandioso, innovativo ed assolutamente "libero" come internet possa generare istinti anche peggiori di quelli di cui abbiamo tristemente dimostrazione ogni giorno in ogni parte del mondo.
Una chiusura con il botto di una stagione con il botto di una serie che è un botto.
Inutile dire che attendiamo già con ansia il giro di giostra numero quattro.




 MrFord




sabato 15 ottobre 2016

Bastille Day - Il colpo del secolo (James Watkins, UK/USA/Francia, 2016, 92')





Qualche anno fa, se qualcuno avesse pronunciato il nome di James Watkins in casa Ford, avrebbe guadagnato senza ombra di dubbio almeno un giro gratis: una visione come quella di Eden Lake, infatti, non solo è in grado di segnare qualsiasi spettatore, ma rappresenta ancora oggi una delle migliori esperienze horror - se così si può definire - che abbia vissuto il sottoscritto in età adulta.
Purtroppo, però, che sia per il successo o chissà per quale altro motivo, il suddetto Watkins, dopo quattro anni di silenzio, incappò in uno degli scivoloni da grande distribuzione più clamorosi dai tempi del merdosissimo The Tourist, che affossò Von Donnersmarck, autore dello strepitoso Le vite degli altri, ovvero The woman in black, ghost story blandissima con protagonista l'ex Harry Potter Radcliffe.
Uno scivolone costato altri quattro anni di silenzio prima di tornare alla ribalta con questo Bastille Day - Il colpo del secolo, una sorta di ibrido tra action, heist e buddy movie dal vago retrogusto anni novanta, un'innocua, goduriosa cazzata che senza dubbio recupera in parte il terreno rispetto al lavoro precedente del regista ma che finisce ancora anni luce dietro a quel fulminante esordio.
Senza però rivangare troppo il passato di Watkins devo ammettere di essermi goduto, questa volta in compagnia della Fordina - che comincia a voler essere intrattenuta almeno quanto il fratello maggiore - le peripezie del borseggiatore trapiantato a Parigi Michael - che in molti riconosceranno come il Rob Stark di Game of thrones - e dell'agente della CIA Brian - cui presta volto e fisicità un sempre convincente Idris Elba - alle prese con un affare che mescola terrorismo, rivolta sociale, rapine e morti ammazzati con un buon ritmo ed un paio di twist non male considerato il valore della pellicola, unici segni davvero degni di nota lasciati dal regista sulla sceneggiatura.
Prodotti di questo tipo, perfetti per le serate senza pretese o, nel mio caso, per i momenti in cui accompagno le sessioni di gioco con i bimbi con titoli da soglia di attenzione bassa in sottofondo, risultano sempre innocui e piacevoli, anche se, invecchiando, quando non trovo la scintilla che dopo gli anni ottanta si è vista sempre meno nelle proposte di grana grossa finisco più per rimpiangere quello che non ho potuto avere nell'ora e mezza canonica di intrattenimento che non a godermi il più possibile ciò che, al contrario, ha funzionato.
Nel caso, comunque, in cui dobbiate approcciare Bastille Day, i consigli sono principalmente questi: non considerate James Watkins come l'autore di quella bomba di Eden Lake, liberate la mente dalle pretese e dalla logica e cercate di divertirvi, ma soprattutto, lasciate i "pensieri cannibali" più lontani possibile dalle vostre menti e dai vostri cuori.
In caso contrario, rischiereste di trovarvi invischiati in una vicenda che potrebbe risultare più pericolosa di quella che affrontano i protagonisti di questo film senza neppure avere la mano lesta di Richard Madden o le botte tonanti di Idris Elba a pararvi il culo.




MrFord




mercoledì 14 marzo 2012

The woman in black

Regia: James Watkins
Origine: Uk
Anno: 2012
Durata: 95'



La trama (con parole mie): nel pieno dell'Inghilterra vittoriana, un giovane avvocato vedovo intraprende un viaggio nel cuore della brumosa campagna dei paesini isolati e delle case abbandonate per vendere quella che, un tempo, fu la villa di una facoltosa famiglia disgregatasi con la tragedia della morte di un bambino in realtà conteso tra due sorelle.
Arthur Kipps - questo il nome dell'uomo - si trova ad affrontare la diffidenza locale, legata a doppio filo alle misteriose morti di bambini collegate alle apparizioni del fantasma di una donna in cerca di vendetta indissolubilmente legato alle mura della suddetta dimora.
La sua esistenza - e quella di suo figlio - potrebbero non essere più le stesse.



Le previsioni e le aspettative non facevano presagire niente di buono, ma onestamente in fondo speravo che James Watkins, autore dell'incredibile Eden Lake, fosse in grado di sorprendermi ribaltando quello che credevo sarebbe stato il mio giudizio in merito.
Purtroppo per me, così non è stato.
The woman in black, infatti, è un film inesorabilmente brutto, costruito male soprattutto in fase di scrittura, poco avvincente e, sebbene in un paio di momenti in grado di concedere istanti di tensione, nulla che possa essere associato alle pietre miliari nell'ambito delle ghost stories e dell'horror più in generale.
Certo, affidare all'ex Harry Potter Daniel Radcliffe il ruolo di protagonista è un pò come partire già in svantaggio dovendo rimontare due o tre gol fuori casa, eppure non è soltanto questo il problema di una pellicola sostanzialmente insipida: la logica, spesso e volentieri, finisce per latitare all'interno di uno script che fa riferimento a classici del genere - Gli invasati, ma anche Un lupo mannaro americano a Londra, soprattutto nella prima parte, per non parlare di pellicole più recenti e decisamente meno memorabili come The orphanage e The others - senza risultare eccessivamente citazionista ma dando la conferma di uno scarsissimo carattere, mentre Watkins sembra più impegnato ad eseguire il compitino che gli permetta di guadagnarsi il posto fisso con una major, piuttosto che portare a casa un risultato dall'impatto emotivo enorme come il suo precedente e già citato lavoro.
Le stesse sequenze sulla carta più in grado di alzare la tensione nel corso della visione appaiono mal sfruttate anche dal punto di vista tecnico - ad esempio la sincronia delle bimbe suicide nella scena d'apertura -, e l'impressione generale è quella di trovarsi di fronte a situazioni elaborate inesorabilmente a caso gettate nel calderone per giungere al minutaggio necessario per poter essere distribuiti in sala, concentrandosi non sull'insieme ma sulle singole scene, neanche ci trovassimo in un film animato tipo targato Dreamworks.
Anche il finale, che vorrebbe essere originale e lasciare a bocca aperta, risulta più il tentativo maldestro del regista di mettere una pezza ad un'opera che gli appassionati dimenticheranno in fretta, e che, sinceramente, spero non significhi altro che un passo falso momentaneo per l'ottimo regista scozzese, uno dei più promettenti giovani talenti del panorama anglosassone, già rodato come sceneggiatore di The descent 2 prima del suo fulminante esordio dietro la macchina da presa.
Se così non fosse, il nome di Watkins si aggiungerebbe a quelli della piuttosto corposa lista dei cineasti saliti alla ribalta con opere indimenticabili per essere masticati, sedotti e abbandonati - spesso e volentieri proprio dal talento - una volta legatisi ai colossi della distribuzione - Kassovitz, Inarritu, Wong Kar Wai sono solo i più noti -.
E, come sempre in questi casi, sarebbe davvero un peccato.


MrFord


"Lady evil, evil
she's a magical, mystical woman
Lady evil, evil en my mind
she's queen of the night."
Black Sabbath - "Lady evil" -


venerdì 2 marzo 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): ennesima settimana non particolarmente esaltante per le uscite in sala, come al solito radiografata con perizia dal sottoscritto e leggerezza dovuta ad età e lacune cinematografiche da parte del mio antagonista Cannibale.
Certo, tra proposte italiane quasi mai all'altezza e rischi di cadute di registi potenzialmente interessanti, le prospettive non sono affatto buone, ma cosa volete farci? Dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco ed accontentarci di quello che arriva.
Un pò come me, quando mi ritrovo a dover scambiare mail su mail con il suddetto rivale per la programmazione di questa rubrica.

"Forza, Cannibale! Diamo fuoco alle pellicole italiane di scarsa qualità!"
 
Henry di Alessandro Piva


Il consiglio di Ford: torniamo alla pioggia di sangue.
Onestamente, la trama di questo ennesimo sottoprodotto italiano non mi pare neppure male. Eppure c'è sempre il fatto che i sottoprodotti italiani, soprattutto se spinti e presentati come sorte di Capolavori, finiscono per insospettirmi più delle usualmente scombinate scelte cinematografiche del mio antagonista.
A meno di particolari sconvolgimenti, passo.
Il consiglio di Cannibal: meglio Henry Potter?
Io con i sottoprodotti italiani c’ho già sempre a che fare, mi riferisco a quel sottoblogger di Ford. Quindi con questo filmetto non mi ritrovo di fronte a qualcosa di nuovo.
Il trailer non lascia sperare niente di buono, un po’ come quando siete in giro su Google e per sbaglio finite su un sitarello di nome WhiteRussian e non vi sembra un granché, poi cominciate a leggere i post e le cose vanno ancora peggio ahahah… Però c’è quella cagna di Corinna di Boris, ovvero Carolina Crescentini, e come al solito mostra pure le zinne (intendo nel film, non nel sito WhiteRussian). Quindi decidete voi se questo può essere un motivo sufficiente per vederlo (intendo ancora il film, non WhiteRussian che è sconsigliatissimo sempre e comunque!).

"Tieni, Cannibale! Questo è da parte di Ford!"
The woman in black di James Watkins


Il consiglio di Ford: Eden Lake dove sei?
L'autore del tesissimo e tostissimo Eden Lake (http://whiterussiancinema.blogspot.com/2011/06/eden-lake.html) torna con una ghost story da grande produzione che non sta raccogliendo i frutti che avevo sperato per questo talentuoso autore.
Sarà colpa del buon Harry Potter!?!?
Forse, ma la mia curiosità in proposito è parecchio scemata.
Che si tratti dell'ennesimo caso di un regista promettente soggiogato dalle major?
Sinceramente spero di no, ma sento odore di bottigliate. Un pò come quando mi trovo a conversare con il Cannibale.
Il consiglio di Cannibal: The Potter in black? Brrrrr, che paura!
Uh, questo film non vedo l’ora di vederlo, giusto per massacrare ancora un po’ quell’odioso di un Harry Potter che da quando è finita la saga un po’ mi manca.
Non è vero.
Grazie a Ford, una volta tanto fonte di una news interessante e non dei suoi soliti aneddoti da pensionato, scopro però che il regista è quello di Eden Lake e quindi potrebbe non essere la solita cazzatona. Però al giorno d’oggi il nome del regista non è una garanzia sufficiente, vedi le ultime fatiche (per noi spettatori) di Spielberg, Cronenberg, Almodovar e Scorsese… E poi la cosa che potrebbe spaventarmi di più in questo film mi sa che non saranno le atmosfere gotiche, bensì l’interpretazione di Radcliffe Potter!

"Ti ho riconosciuto! Tu sei Cannibal Potter!"
50 e 50 di Jonathan Levine


Il consiglio di Ford: può essere che sia anche 100.
Questo film, già cult per numerosissimi bloggers - tra i quali spicca anche il mio antagonista - ha tutta l'aria di poter diventare il titolo della settimana e non solo.
Un cast che mi ispira e appare ispirato, un tema scomodo affrontato con sregolatezza, e la capacità di far ridere tenendoci pronti a sfoderare i lacrimoni.
Dunque, per una volta, mi schiero con il Cannibale, e vi dico: guardatevelo senza badare alle probabilità!
Il consiglio di Cannibal: da vedere al 100%
Uno dei film più belli di questo inizio d’anno, già da me abbondantemente osannato qui http://pensiericannibali.blogspot.com/2012/01/5050-hey-ci-stai-fifty-fifty-con-me.html
50/50 è un dramma che riesce a essere commedia, o forse una commedia che riesce a essere dramma.
Guardatelo e non ve ne pentirete! Le probabilità che non vi piaccia sono di 1 su 100, e questo 1 su 100 potrebbe essere il solito Ford rompipalle di turno…

"Cannibale, forse è meglio se i capelli te li lasci tagliare da Ford!"

Safe House - Nessuno è al sicuro di Daniel Espinosa


Il consiglio di Ford: nessuno è al sicuro, soprattutto da film come questo!
Il buon Denzellone, nel corso della sua carriera, è stato protagonista allo stesso modo di pellicole memorabili - Inside man, Philadelphia, He got game - e di altre decisamente dimenticabili.
Safe house ha tutta l'aria di poter entrare senza troppi problemi nel club delle seconde, accompagnato da schifezze mortali come Unstoppable.
Se proprio, dunque, volete farvi del male con una copia scialba del già non eccelso Training day, accomodatevi pure.
Ma sarà come scegliere il Cannibale al posto di Ford. Ahahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: cazzata di sicuro
Action-spy-thriller che negli Usa sta riscuotendo un ottimo successo, a me sa di probabile Fordata pazzesca. Ovvero un film tutto inseguimenti, salti ed esplosioni già visto e stravisto.
E comunque Training Day era una discreta figata e, per parafrasare Denzellone in quel film: Ford Kong non è un cazzo in confronto a me!

"Ho ascoltato i consigli del Cannibale, e sono finito a chiedere l'elemosina!"

Gli sfiorati di Matteo Rovere


Il consiglio di Ford: un film così, non lo sfioro neanche con un fiore. Ma con le bottigliate, eccome!
Ennesima proposta italiana che garantisce scarsa qualità.
Si continua a cercare di imitare registi europei di talento e successo sfornando schifezze finto alternative come questa finendo per affossare sempre di più una realtà che qualche decennio fa era la più florida del mondo in ambito cinematografico.
E non solo.
La dolce vita è proprio finita.
Il consiglio di Cannibal: prova a sfiorarmi Ford, e scatta la denuncia!
Il cast di questa ennesima uscita italiana (ben 4 questa settimana!) non è malaccio. Una volta detto questo, il film ha altissime probabilità di essere comunque una di quelle visioni utili per quando voglio massacrare una pellicola come si deve. E in quel caso non è che la sfioro con le mie critiche, ma sono pronto a distruggerla in maniera spietata con la stessa semplicità quasi irrisoria con cui faccio fuori il mio nemico pubblico numero 1 Ford.

"Cannibale, è inutile che continui a provarci: non ti sfioro neanche col pensiero!"
  
Posti in piedi in paradiso di Carlo Verdone


Il consiglio di Ford: io in piedi non ci sto, me ne resto seduto a casa.
Ormai il buon Verdone - che pure da queste parti gode di una discreta stima - non azzecca un film da cinque o sei anni buoni, e i tempi de I compagni di scuola o Bianco, rosso e Verdone sembrano tramontati da un pezzo.
Questa ennesima commediola in versione crisi pare la caricatura di qualche porcata made in Muccinolandia.
Ne faccio anche a meno.
Il consiglio di Cannibal: il Paradiso tu vivrai se i consigli di Cannibal seguirai
Carlo Verdone non realizza film davvero validi da un po’, personalmente l’ultimo che mi ha convinto in pieno è stato Sono pazzo di Iris Blond addirittura del 1996, però comunque il Carletto Bianco, rosso e Fordone riesce a sfornare pellicole sempre (o quasi) almeno dignitose. Non un film da correre a vedere al cinema, a meno che ao’ non siate Verdoniani sfegatati, però prima o poi una visione gliela si può anche concedere.
Per te Ford comunque di posti a sedere ce ne saranno sempre. In Paradiso? No. Al cinema? Nemmeno. Su un aereo? No, finisci dietro nello scomparto animali. All’Inferno? Oh yes! buah ahh ahh

"A Micaè, è arrivato Ford!" "Non vedevo l'ora, ero stanca di avere il Cannibale sempre a ronzarmi attorno!"

Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani


Il consiglio di Ford: non doveva essere "Cannibale deve morire"? No? Siete sicuri?
Ironizzando sulla sorte del mio antagonista - che, ahimè, dovrò tenermi buono essendo il più valido per il ruolo sulla piazza - direi che vado incontro alla seconda pellicola più interessante della settimana, premiata con l'Orso d'oro a Berlino ed in grado di mescolare il sociale - i detenuti di Rebibbia - e Shakespeare - che, come tutti sappiamo, tranne forse il Cannibale, non è proprio l'ultimo degli stronzi -.
Un tentativo lo vale tutto.
Se poi le aspettative non dovessero essere soddisfatte, potrete sempre farvi un giro gratis qui da me.
Il consiglio di Cannibal: voglio Ford tra i detenuti di Rebibbia!
Su chi sia l’ultimo degli stronzi, io una mezza idea ce l’avrei…
Ma di certo non è Shakespeare, benché filmetti come Anonymous abbiano pure il coraggio di avanzare questa ipotesi.
Dei fratelli Taviani non ho mai visto nessun film e questo, complice l’Orso d’oro berlinale, potrebbe essere il primo. Dalle immagini che ho guardato mi sembra una pellicola potenzialmente molto ben girata, non il solito esperimento neorealista di quelli che fanno impazzire Ford e sbadigliare me. Quindi le premesse per una visione interessante ci sono.
E non sto nemmeno a dire che Ford deve morire, perché chi non ha amato un film come The Tree of Life dev’essere già morto dentro uahahah!

"Se devo dare una ripassata al Cannibale non ti do una mano, te ne do due!"

lunedì 26 dicembre 2011

Ford Awards 2011: i film che non vedrete nelle sale italiane

La trama (con parole mie): passati i libri, le serie tv e i videogames, è giunto il turno dei tanto sospirati film, vero e proprio motore del saloon e dei miei sproloqui appassionati.
Quest'anno, con l'idea di invogliare alla visione andando oltre il concetto della sala e soprattutto le limitate prospettive di Casa Nostra e della sua distribuzione, ho istituito la classifica ed i premi legati alle dieci migliori pellicole che il sottoscritto abbia visto nel corso del 2011 e che, con molta probabilità, conosceranno il nostro "mercato" sempre troppo tardi, sempre che un miracolo del genere possa accadere.
Non ci resta, dunque, che sperare nell'home video o nel recupero delle edizioni estere in dvd o bluray di perle come queste: anche perchè ci sono grandi probabilità che questa possa essere la classifica più completa e clamorosamente autoriale dei Ford Awards 2011.


  

di Simon Rumley


 
Una pellicola pessimista e brutale, che danza sul filo del rasoio della Frontiera senza lasciare a noi poveri peccatori un briciolo di speranza, spingendo sull'acceleratore fino quasi a sfiorare l'eccesso per poi riportarci alla realtà dei fatti: queste stelle e strisce non parlano soltanto di Usa, bensì di una cultura occidentale che nasconde le briciole sotto il tappeto del "fin qui tutto bene" e produce vere e proprie tragedie di periferia che finiscono dimenticate e sparse al vento come la cenere di un fuoco lasciato a spegnersi nel deserto.


 


N° 9 - Attack the block
di Joe Cornish


Tanto Red, white and blue risulta perduto e sconfitto, quanto Attack the block è in grado di portare una ventata di freschezza dai vaghi richiami misfitsiani sui nostri schermi: serrato, intelligente, dagli effetti stupefacenti, è senza ombra di dubbio il miglior prodotto figlio delle periferie degli ultimi anni, in barba ai seriosi pistolotti pseudosociali che a volte capita che qualche regista radical chic ci propini.
Non avrà spostato in avanti il confine tracciato da Edgar Wright, ma di sicuro ci si è avvicinato di molto: in un panorama scarno come quello italiota, roba come questo è una manna dal cielo.
Che siano alieni!?!?




N° 8 - Rubber
di Quentin Dupieux



Neppure il tempo di riprendersi dalle roboanti avventure dei giovani inglesi alle prese con gli invasori dello spazio che ci ritroviamo catapultati nel bel mezzo della storia di uno dei più insoliti protagonisti della storia cinematografica recente: uno pneumatico ribelle e violento intento a mettere in atto una vera e propria vendetta contro gli umani che l'hanno costretto ad una vita da "ruota di scorta".
Metacinema e follia da anarchia artistica per un prodotto che potrebbe irritare, ma senza dubbio è portatore di inequivocabile, indiscusso talento.
Senza contare che si finisce per affezionarsi, a questo vecchio pezzo di gomma.





N° 7 - Red state
di Kevin Smith




In casa Ford Kevin Smith non ha certo bisogno di presentazioni.
L'ex bambinone fumettaro amante dei buddy movies e del cazzarismo più spinto deve essersi proprio incazzato, perchè ha confezionato il suo film più profondamente malvagio e pessimista, figlio dell'horror dello stesso confine di Red, white and blue e dell'agghiacciante realtà dei giovani ingoiati da un sistema senza pietà dell'Elephant di Van Sant, sporcando il tutto con quantità ingenti di sangue e proiettili.
Un colpo di pistola dritto dritto al cuore, e senza che ci venga neppure detto perchè.


 


N° 6 - The woman
di Lucky McKee




Il film più femminile e femminista dell'anno, un ritratto violentissimo e potente del confronto tra la cecità subdola di una società maschile e la natura più intima e selvaggia della Donna.
I due protagonisti si sfidano sullo schermo e oltre a chi è più bravo, i temi sono molteplici, attualissimi e raccontati con una forza strabiliante, ed il crescendo finale è uno dei più esaltanti che abbia visto negli ultimi tempi.
Una cosa di questo genere, da noi, non verrebbe neppure prodotta.
Fortunatamente non sono tutti così vigliacchi. O piccoli Uomini intimoriti da una gigantesca Donna.



N° 5 - Troll hunter
di Andrè Ovredal



Dopo essere stata indiscussa protagonista della classifica dedicata ai libri, la Norvegia torna a farsi sentire anche in ambito cinematografico, con questa sorta di mockumentary unico nel suo genere, curioso quanto ostico, in grado di prendere per mano lo spettatore soltanto se quest'ultimo è deciso a lasciarsi guidare, partendo da quella che pare una ricerca alla Blair witch project per finire nella satira politica e nelle immagini strabilianti della sequenza del troll nella pianura di ghiaccio che pare uscita da un altro pianeta.
Con il pepe al culo, non sapete quanto darei per stare lì, di fronte all'incredibile, nel pieno di una fuga che è una scoperta.





N° 4 - Kynodontas
di Giorgos Lantimos



Come dissi ai tempi della visione e del post legato ad essa, ho detestato profondamente Kynodontas.
Eppure, senza se e senza ma, ci troviamo di fronte ad una delle opere più rivoluzionarie della Storia recente della settima arte, un esempio di rottura e sperimentazione dal coraggio spropositato e dalle implicazioni in grado di far dibattere da qui all'eternità.
Può fare impazzire e gridare al miracolo così come essere profondamente, radicalmente, visceralmente odiato.
Credo di essere rientrato nella seconda categoria di spettatori, eppure sarebbe assurdo non riconoscerlo: Kynodontas è l'Inception del Cinema e sul Cinema.




N° 3 - Valhalla rising
di Nicolas Winding Refn



Un altro grande protagonista del 2011 fordiano è senza dubbio Nicolas Winding Refn, che non contento di aver piazzato una zampata come questo profetico, visionario, ipnotico Valhalla rising tornerà a farci visita anche nel momento della classifica dei film usciti in sala nel corso degli ultimi dodici mesi.
Come Kynodontas, anche questo lavoro del regista danese è in grado di suscitare nel pubblico ammirazione quasi cieca - un pò come il protagonista One Eye - e lo schifo più inesorabile: ma, tanto per citare il mio rivale Cannibale, soltanto le grandi opere hanno questo potere.
E Valhalla rising è, inesorabilmente, parte del novero.







N° 2 - Eden lake
di James Watkins



Eden Lake è stato un fulmine a ciel sereno.
Haneke mescolato al survival horror.
Analisi sociale legata alla violenza della cultura del branco.
Vendetta e crudeltà.
Sopravvivenza e protezione del proprio territorio, della propria famiglia, dei propri cari.
Dovesse capitarvi di vederlo in coppia, sono certo proverete una sensazione di profondo disagio: sono i vostri istinti più nascosti che si fanno sentire.
Un film clamorosamente "animale" dalla potenza incredibile.







N° 1 - Mother
di Joon Ho Bong



L'ambito primo posto non poteva non andare ad uno degli autori attualmente più importanti del panorama asiatico, autore di prove sempre più convincenti ed ormai giunto alla definitiva maturità.
Un film disturbante e poetico, in grado di giocare con le nostre emozioni quanto il regista con la macchina da presa, prendere il nostro mondo e rigirarlo come un calzino sporco, senza che si possa fare nulla per impedirlo.
Scene da brividi ed un crescendo così emotivamente potente da far scomodare paragoni che a Oriente non si muovevano ormai da tempo.
Tanti saluti, Park Chan Wook: Joon Ho Bong è il nuovo, vero volto di un Cinema sempre più importante per l'economia artistica della settima arte.




I PREMI

Miglior regia: Joon Ho Bong per Mother
Miglior attore: Sean Bridgers per The Woman
Miglior attrice: Pollyanna McIntosh per The Woman
Scena cult: la vendetta di Jenny da Eden Lake
Fotografia: Valhalla rising
Miglior protagonista: lo pneumatico da Rubber
Premio "lo famo strano": The woman
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": One Eye da Valhalla rising
Migliori effetti: Troll hunter e Attack the block
Premio "profezia del futuro": Kynodontas


MrFord 

"Don't ya love her madly
don't ya need her badly
don't ya love her ways
tell me what you say."
The Doors - "Love her madly" -



domenica 2 ottobre 2011

The descent 2

Regia: Jon Harris
Origine: Uk
Anno: 2009
Durata: 94'





La trama (con parole mie): sopravvissuta all'orrore della spedizione speleologica durante la quale ha visto morire una dopo l'altra le sue compagne, Sarah è ritrovata in stato confusionale da un vecchio abitante della zona degli Appalachi che era stata scelta come meta per l'avventura del gruppo di amiche.
La polizia locale, con tanto di squadre di ricerca, giunta sul posto si concentra principalmente sulla scomparsa di Juno, che la stessa Sarah aveva lasciato in balia dei mostruosi abitanti delle grotte dopo averle reciso i tendini di una gamba a seguito dei tradimenti e dei peccati commessi dall'ormai ex amica.
Lo sceriffo, in particolare, è deciso a costituire un piccolo team da lui guidato e a portare con sè Sarah in modo che possa far loro da guida: inutile dire che, una volta fatto il loro ingresso nel complesso di grotte, i nostri faranno una gran fatica a tornare vivi in superficie.



E' sempre una sensazione strana, quasi di privazione, quando un film che aveva alimentato discrete aspettative finisce per passare praticamente indifferente alla visione: prodotto da Neil Marshall - che aveva firmato lo splendido precedente - e scritto - anche se solo in parte - da James Watkins, il genio del male di Eden Lake, The descent 2 prometteva di essere uno dei rari casi in cui un sequel poteva garantire un risultato almeno vicino a quello della pellicola originale.
Purtroppo, invece, l'opera di Jon Harris è risultata essere soltanto un survival ben confezionato uguale a molti altri nel suo genere, che addirittura, dal punto di vista "etico" analizzato da Marshall, svilisce il lavoro del cineasta scozzese trasformando quella che era stata una vera e propria guerra tra umani al limite nel consueto gioco di sopravvivenza tipico di questo filone dell'horror.
Certo, se visto senza considerare l'ingombrante precedente e, dunque, le sue origini, il prodotto appare onesto, violento al punto giusto, arricchito con una discreta dose di adrenalina ed associabile a cose altrettanto guardabili come Wrong turn, Wolf Creek - il migliore in tempi recenti di questo genere - , o i vecchi slasher anni settanta/ottanta, garantendo dunque perlomeno un livello di soddisfazione decente per i fan del genere: peccato, però, che il background del lavoro di Harris abbia radici in quello di Marshall, decisamente più profondo e dagli strascichi assolutamente più importanti nell'immaginario dello spettatore.
Stupisce, in questo senso, considerato che la produzione era proprio in mano al vecchio Neil, che si sia scelto di banalizzare l'ottima chiusura di The descent puntando sulla sopravvivenza di Sarah e sul suo ritorno nelle stesse grotte, decisione che di fatto trasforma l'anima del primo film in pura e semplice azione, rendendola in qualche modo meno incisiva anche quando si potrebbe - e si vorrebbe - pensare soltanto a godersi questo secondo capitolo per quello che è.
Il ritmo è comunque mantenuto, il trucco - soprattutto per quanto riguarda i voraci "Gollum" delle grotte - migliorato, mentre per fotografia ed impatto delle immagini si resta più di un passo indietro rispetto al precedente.
Ottimo, invece, il lavoro sui personaggi del vecchio e dello sceriffo - charachters assolutamente vintage - e su Juno, rivista in una chiave che la pone in piena ottica da grindhouse tarantiniano e avvolta da un'aura che mescola una certa ironia e tutta l'aggressività che necessita una protagonista come si deve di un survival horror, incarnata anche dalla cazzutissima Sarah, che però, al contrario dell'ex amica, rischia di passare in secondo piano a causa di una certa staticità nel suo continuo lottare per sopravvivere.
Resta la delusione che il tutto sappia di copia sbiadita, senza dubbio, ma allo stesso modo è presente la certezza che, nonostante tutto, il risultato sia comunque superiore a tanti "originali" dello stesso genere.

MrFord

"Dig bury me underneath
everything that I am rearranging
dig bury me underneath
everything that I was slowly changing."
Mudvayne - "Dig" -

venerdì 10 giugno 2011

Eden Lake

La trama (con parole mie): Steve, con l'intento di chiedere alla fidanzata Jenny di sposarlo, prepara una gita in campeggio ad Eden Lake, località nel cuore dell'Inghilterra di provincia che frequentava da ragazzino con notte in tenda, nuoto, spiaggia e tutto quello che ci si aspetterebbe da un ween end romantico in compagnia della propria metà.
Peccato che sulla loro strada si trovi un gruppo di ragazzini cresciuti ai margini della società e pronti a tutto per provocare lo scontro, addirittura fino a giungere all'omicidio seguendo la ritualità da manuale del branco. Per la coppia il viaggio si trasformerà in un incubo quando, per mettersi in salvo, si dovrà essere pronti a tutto per sopravvivere: Un tranquillo weekend di paura incrocia la strada di Haneke e Marshall per quello che, ad oggi, in casa Ford, è il miglior horror dell'anno.


Sbigottimento, inquietudine, frustrazione e rabbia. Tanta, tanta rabbia.
Questa è solo la punta dell'iceberg di quello che è stata la visione di Eden Lake, lavoro del misconosciuto James Watkins, erede dell'ottima e recente produzione di genere britannica che ha in Neil Marshall il suo nome di punta e riferimento: e proprio a Marshall torna il pensiero osservando il viaggio allucinante di Steve e Jenny e la loro lotta per la sopravvivenza, con tutta la fisicità che il regista del favoloso The descent imprime ad ogni suo lavoro velata dall'inquietudine rispetto alla dolorosa realtà, ovvero che l'Uomo sia un elemento ben più instabile e terrificante del più spaventoso dei mostri di fantasia.
Nonostante una trama assolutamente convenzionale ed una partenza che non promette nulla che non sia l'ennesimo survival horror girato in un bosco, Eden Lake decolla già dall'arrivo della coppia nel paese più vicino al lago che da il titolo alla pellicola, momento in cui i due protagonisti scoprono di essere finiti in una realtà da fare invidia all'indimenticabile lavoro di John Boorman Un tranquillo weekend di paura, come intrappolati in una provincia profonda e selvaggia - nell'animo, più che nel corpo - e pronta a fare a pezzi chi invade gli spazi con il piglio apparentemente arrogante del cittadino.
L'incontro con Brett ed il suo "branco" - come piacerebbe chiamarlo a tutti gli studiaperti conosciuti - è poi la scintilla in grado di far scaturire un incendio incontrollato di emozioni e situazioni sempre più terrificanti, dalla sequenza della partecipazione dei ragazzi all'accoltellamento "di gruppo" alla fuga di Jenny, culminata con due sequenze di coraggio inaudito da parte del regista e dalle rimembranze profondamente legate al già citato The Descent, estremamente realistiche e di impatto emozionale altissimo.
Ottimo anche il climax conclusivo, in grado - e rispetto a questo genere, è merce assolutamente rara - di mantenere le promesse costruite scena dopo scena dalla pellicola, così come azzeccatissimo il cast, in primis Brett ed i suoi compagni di massacro, perfetti nei ruoli dei giovani cresciuti e nutriti con il crimine dallo slang incredibilmente simile a quello della Kelly di Misfits.
Peccato soltanto per una sbavatura di logica e sceneggiatura legata al primo tentativo di fuga di Jenny, che invece di darsela a gambe levate e tentare di chiamare la polizia si fa una sonora dormita nascosta tra le radici di un albero manco fossimo in Antichrist.
Ma è davvero l'unica pecca di un prodotto violentissimo e disturbante, in grado di sconvolgere non tanto per il terrore suscitato, quanto per la sua assonanza alla realtà: un homo homini lupus del nuovo millennio, che porta con se tutto il bagaglio dei bambini silenziosi e spietati de Il nastro bianco e si trasforma in tutta la vuota violenza esplosa dai due giovani aspiranti Tony Montana di Gomorra.
Certo, resta una pellicola di genere e non paragonabile ad opere come quelle appena citate, eppure era dai tempi del primo Marshall e di Rob Zombie con i suoi Devil's rejects che non mi capitava di trovare un'atmosfera così inesorabilmente oppressiva e clamorosamente vicina alla realtà come in questo lavoro di James Watkins, cui va tutto il mio plauso per aver davvero tirato fuori due palle che più quadrate non si potrebbe.
E più di un brivido scorre lungo la schiena di chi ha già, o vorrebbe avere, una famiglia, perchè proteggerla potrebbe portare a reazioni anche peggiori di quelle che vedono protagonista la sconvolta Jenny in fuga dai suoi aguzzini: personalmente credo che, in una situazione del genere, lotterei fino alla morte cercando di ammazzarli tutti, senza pietà alcuna. Homo homini lupus, si era detto.
Una cosa che spaventa.
E ancor di più, il fatto che alle spalle di questi ragazzi perduti degni de Il signore delle mosche, ci siano famiglie pronte a difenderli e proteggerli allo stesso modo.
Se l'Uomo è lupo con gli altri uomini, questo è il tempo.
Il tempo dei lupi, per l'appunto.
E torniamo ad Haneke.
Ma questa è un'altra storia.
Intanto, tenete saldo il cuore, e lottate fino in fondo.
Perchè uscire da Eden Lake sarà più difficile di quanto non sembri.


MrFord


"I didn't trust him, cause he smiled at me first
just like the wolf before he bites me
and I didn't go there, I swear that it was cursed
just as if it was to despite me."
Rancid - "The wolf" -


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