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domenica 7 febbraio 2016

Maverick

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1994
Durata: 127'






La trama (con parole mie): Bret Maverick, un giocatore di carte abilissimo di mano e di testa, è alla ricerca degli ultimi tremila dollari che gli servono per l'iscrizione ad un torneo di poker pronto a tenersi a bordo di una grande nave da fiume. Cercando di riscuotere vecchi crediti e recuperare il resto del denaro facendo quello che gli riesce meglio - il poker, per l'appunto - si imbatte nell'abile giocatrice e truffatrice Annabelle Bransford e nello sceriffo Zane Cooper, che volenti o nolenti si troveranno coinvolti nelle avventure dello stesso Maverick, pronto a fronteggiare i banditi guidati dal pericoloso Angel, nativi con propositi di vendetta e tutte le insidie della Frontiera pur di giungere al tavolo da gioco tanto agognato.
Ed anche allora, le sorprese ed i guai saranno ben lontani dall'essere finiti.









Per quanto strano possa sembrare almeno ad un'occhiata superficiale al Saloon ed ai suoi occupanti, e per quanto non possa essere considerato un Western classico quanto più una brillante commedia d'avventura, fino a poco tempo fa Maverick mancava alla lista di visioni del sottoscritto ma non da quella di Julez, che è stata più che felice di sposorizzare il recupero di questo lavoro di Richard Donner che pare un incrocio tra La stangata e lo spirito di Arma letale inseriti in una cornice assolutamente piacevole e divertente da vecchio West più guascone che violento e "spietato".
Inutile dire che, per quanto assolutamente votato all'intrattenimento e non particolarmente profondo, Maverick è riuscito a conquistarmi fin dalle prime sequenze grazie, oltre all'ambientazione, ad un ottimo ritmo, ad un Mel Gibson scatenato pronto a portare in scena la sua specialità - quella del cazzaro -, un cast mitico - da James Garner, che fu protagonista della serie televisiva anni cinquanta alla quale il film si ispira, fino all'indimenticato James Coburn, passando per Alfred Molina e Jodie Foster - ed un'ambientazione che non può che sfondare una porta aperta da queste parti, resa ancora più frizzante dai toni da commedia, dalle schermaglie amorose tra Maverick e Annabelle e dalla componente pokeristica, che esercita sempre un certo fascino sul sottoscritto, per quanto non possa certo definirmi un gran giocatore.
Come se tutto questo non bastasse, a Richard Donner vorrò sempre bene - del resto, quando un regista regala al suo pubblico la saga di Arma letale e I Goonies, per quanto mi riguarda avrà il culo parato a vita e anche oltre -, adoro a prescindere le storie di truffe e simili ed i film leggeri ma non per questo privi di senso pronti ad alleggerire le serate più pesanti ed in particolare il minutaggio pur discretamente importante di Maverick non pesa minimamente proprio grazie al continuo rinnovarsi delle situazioni affrontate dal protagonista e dai suoi compagni ed antagonisti.
In questo senso mi è parso quasi di assistere ad uno spettacolo brillante e disimpegnato che pare una versione comedy di road movies western come Il texano dagli occhi di ghiaccio, con rimembranze di Sergio Leone - la sequenza d'apertura con Maverick costretto in una posizione certo non comoda da Angel e la sua banda - ed il giusto equilibrio tra il film di cassetta made in USA e l'intrattenimento in grado di unire nonni, padri, figli e nipoti quasi si fosse tutti sulla stessa barca - che sia, poi, per un torneo di poker o no, poco importa - pronti a stuzzicarsi a vicenda e godersi il fatto di poter condividere un'avventura come se si fosse complici.
La sorpresa del finale e l'evoluzione del rapporto tra i tre protagonisti - Maverick, lo sceriffo e Annabelle -, imprevista e decisamente divertente, così come la finale del torneo, giocata all'ultimo respiro, fanno il resto e confezionano un film d'intrattenimento come se ne facevano a mazzi ai bei tempi e che ora stanno diventando, purtroppo, merce più rara: come i simpatici figli di buona donna come Bret Maverick.





MrFord





"I'm a joker
I'm a smoker
I'm a midnight toker
I sure don't want to hurt no one."
Steve Miller Band - "The joker" - 






domenica 23 dicembre 2012

Arma letale 4

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1998
Durata: 127'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, inseparabili compagni e pilastri - si fa per dire - della Omicidi, non sono più due ragazzini. Lo stesso Riggs, da sempre il più folle e spericolato della coppia, comincia a perdere qualche colpo e pensare più alla famiglia che sta per mettere su rispetto al tentare di oltrepassare perennemente i suoi limiti: Lorna Cole, sua compagna da tempo, è infatti incinta, ed il dubbio se chiederle oppure no di sposarlo è la cosa che tormenta di più lo scombinato Martin, che si appoggia al sempre solido amico Roger per tutte le questioni che riguardino sparatorie e famiglia.
Questa volta la strada dei due, promossi quasi per caso capitani, si incrocia con quella della Triade cinese, che oltre ai traffici di clandestini vorrebbe "importare" negli USA i quattro boss più potenti di Hong Kong, catturati dalla polizia cinese e spediti a Los Angeles grazie ad un generale corrotto.
Inutile dire che i criminali dovranno fare i conti con quella che ormai è, di fatto, la famiglia allargata di Murtaugh - alle prese con il giovane detective Butters, suo futuro genero - e Riggs, pronta a prenderli dal primo all'ultimo a calci nel culo.




Il recupero della saga di Arma letale, da troppo tempo accantonata in casa Ford, è stato una goduria come non me ne capitavano davvero da un sacco di tempo.
Onestamente, penso di essermi addirittura perso, ai tempi, questo quarto film, già troppo concentrato ad entrare nel periodo buio che furono i miei anni da radical chic cinematografico tutto film d'autore e recupero di classici fondamentali con il minor divertimento possibile.
E invece devo ammettere che quest'ultimo - per ora - capitolo rappresenta forse in qualche modo e nella maniera migliore la summa di quella che è l'idea alla base delle avventure di Riggs e Murtaugh, coppia inossidabile e guascona di investigatori della Omicidi che, definitivamente abbandonate le cupe e violente - pur se stemperate dal loro rapporto sempre burrascoso - atmosfere del primo capitolo, si è focalizzata principalmente sulla connotazione ironica dell'azione e del poliziesco unite ad una forte componente legata al concetto di famiglia, da sempre al centro delle vite dei due protagonisti.
Alla già numerosa famiglia del burbero Roger si uniscono per quest'avventura non solo Leo Getz, accanto ai nostri per la terza volta, e la cazzutissima Lorna Cole, ormai compagna fissa di Riggs, ma anche il futuro genero ed apparente corteggiatore di Murtaugh - divertentissimo il siparietto in macchina con Riggs a buttare benzina sul fuoco tra il suo partner ed il giovane collega - Lee Butters, interpretato da un allora ancora poco noto Chris Rock.
A fare da contrappeso alla nutrita squadra dei "buoni" questa volta troviamo la Triade cinese, legata al traffico di esseri umani orchestrato dalle cosiddette "teste di serpente" - così vengono chiamati i responsabili dei viaggi in condizioni disumane di quelli che possono essere considerati come dei moderni schiavi - e capeggiata da un Jet Li nel quasi inedito ruolo del cattivo, pronto a sfoderare una serie di evoluzioni e calci rotanti da fare paura e a tenere testa ai due protagonisti - l'ormai un pò arrugginita "arma letale" Mel Gibson compresa - in più di un'occasione.
Il duello finale a mani nude - o quasi - che vede Riggs e Murtaugh opposti al loro piccolo ma agguerrito avversario è degno delle migliori perle action made in Hong Kong, così come da applausi è l'inseguimento in macchina con tanto di "surf urbano" con tavolino annesso - una dei passaggi a mio parere più riusciti dell'intero franchise, o almeno della sua parte più fisica: non mancano, inoltre, le battute e gli intermezzi comici poggiati principalmente sulle spalle di Joe Pesci e Chris Rock - roba grossolana e di bassissima lega, ma che continua a farmi pisciare sotto dal ridere in barba a qualsiasi pretesa di cultura o presunta tale - ed un lieto fine che pone l'accento sul già affrontato concetto di famiglia - in questo caso molto allargata - tanto caro al mitico Richard Donner - che continuerò a ringraziare in eterno, non fosse altro che per I Goonies e questa serie assolutamente indimenticabile -.
La curiosità di scoprire cosa si potrebbe combinare con un quinto capitolo - ovviamente orchestrato dalla stessa squadra vincente, e chissà, magari impreziosito da un ritorno alla sceneggiatura di Shane Black, creatore dei personaggi e penna dietro il primo film - con tanto di figlio cresciuto di Riggs è molta, specie se gestita con il piglio divertito che ha contraddistinto l'evoluzione di due insoliti e scombinati detectives che per passare da duri hanno preso una strada rischiosa ma impossibile da non condividere come quella dell'autoironia.
E a questo punto, posso proprio dirlo: non si è mai troppo vecchi per certe stronzate.


MrFord


"I seen ya, I seen ya, I seen ya walkin' down in Chinatown
I called ya, I called ya, I called but you did not look around
I pay my, I pay my, I pay my money to the welfare line
I seen ya, I seen ya, I seen ya standing in it everytime."
Smash Mouth - "Why can't we be friends" -



giovedì 13 dicembre 2012

Arma letale 3

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh, dopo anni di onorato servizio, è finalmente ad una settimana dalla pensione quando il suo inseparabile e folle collega Martin Riggs combina un casino tale da far retrocedere entrambi al ruolo di semplici agenti di pattuglia a piedi.
I due, comunque, riusciranno ad inserirsi in un'indagine ad alto rischio che coinvolge un ex poliziotto divenuto un trafficante d'armi pronto a mettere in mano alle gang di quartiere di Los Angeles fucili automatici e proiettili "ammazza-sbirri" dal potenziale devastante.
Al cocktail già esplosivo Murtaugh/Riggs - con il loro sempre bistrattato socio Leo Getz - si aggiungerà l'agente della disciplinare Lorna Cole, donna cazzutissima pronta a dare filo da torcere a Riggs a suon di battute, colpi di arti marziali e numero di cicatrici: ovviamente, per i "cattivi", saranno cazzi amari.





E così continua il revival della saga di Arma letale, tornata di gran moda di recente in casa Ford e riscoperta come rimedio per gli stress da rientro al lavoro e per il sangue amaro da quotidianità troppo arrembante: il terzo capitolo - che io, nella memoria ormai confusa da alcool e antidolorifici da tonsillectomia, pensavo fosse il secondo - riprende di fatto la formula che ha reso questo franchise vincente, nonchè un cult consolidato per almeno una generazione di spettatori, ovvero l'amicizia virile tra i due protagonisti Murtaugh e Riggs attorno alla quale ruotano tutte le vicende - d'azione e non - dello script.
Certo, rispetto al primo film si è persa ormai completamente la componente noir e violenta, sostituita da un impianto decisamente più fracassone e votato all'intrattenimento puro di cui è emblema il personaggio interpretato da Mel Gibson, completamente folle e votato alla cazzata per contratto - si veda, in questo senso, la sequenza con il cane da guardia, una delle più irresistibili ed imbarazzanti della carriera dell'attore e regista australiano -: nonostante questa "commercializzazione", comunque, il prodotto funziona e diverte sempre parecchio, grazie sicuramente anche al ruolo di parte seria della coppia di Murtaugh, alla macchietta che, di fatto, è Leo Getz/Joe Pesci e all'inserimento vincente di Rene Russo, protagonista con il già citato Gibson di una delle scene di "sesso" più note della storia recente della settima arte, nonchè già più volte citata e parodiata - chi non ha mai visto, Arma letale o no, quella sequenza del conteggio delle cicatrici che finisce con una scopata royale, in fondo!?!? -.
La scelta di affiancare una presenza femminile anche al caotico Riggs risulta azzeccata anche nell'ottica generale della saga, che ha una forte componente radicata nei concetti di famiglia e cura dei propri cari - i Murtaugh, di fatto, adottano sia Riggs che Getz -, e pone le basi per quella che sarà una delle sorprese più importanti - per quanto riguarda i personaggi - nel successivo quarto capitolo: c'è spazio inoltre per una riflessione legata alla depressione da pensionamento e alla sensazione che, una volta appeso al chiodo il lavoro - specie se si è così fortunati da averne uno che appassiona -, si possa avere una paura fottuta di non essere utili a niente e nessuno, e ad una sulla violenza nelle strade che, nelle grandi metropoli come Los Angeles, conduce ragazzi giovanissimi alla morte soltanto perchè mossi da un qualche ideale di gloria malriposto.
Ma non pensate che questo Arma letale 3 sia un film da introspezione o contraccolpi particolarmente profondi: il lavoro di Donner è quello di regalare al pubblico la sensazione di essere completamente a suo agio sul divano con snack, salsa piccante ed un bel bicchiere di robusto bourbon pronti a godersi ogni singola follia che i protagonisti riusciranno ad inventarsi per fare il culo al criminale di turno, specie se il malvivente in questione dovesse avere l'insana idea di spostare il "conflitto" su un piano personale.
Dunque troverete già pronte ed impacchettate una prima parte più votata all'ironia e al lato guascone del poliziesco ed una seconda all'interno della quale sarà l'azione a farla da padrona, con un finale ambientato in un cantiere di case in costruzione che permetterà al buon Riggs di sfoderare un altro dei suoi numeri, ed un epilogo che andrà ad omaggiare l'esordio del charachter di Murtaugh, con tanto di torta, candeline, famiglia al completo e vasca da bagno.
Senza dubbio, questi due sbirri apparentemente male assortiti, rappresentano una delle coppie cinematografiche migliori che il genere abbia mai regalato al suo pubblico, ed ora che mi ritrovo ad averli riscoperti difficilmente li abbandonerò, specie in quelle serate in cui sentirò il bisogno di sciogliere i muscoli e rilassarmi senza dover necessariamente rifare i connotati al sacco o a qualcuno a me sgradito.


MrFord


"If the night turned cold
and the stars looked down
and you hug yourself
on the cold cold ground
you wake the morning
in a stranger's coat
no-one would you see
you ask yourself, 'Who'd watch for me?'
My only friend, who could it be?
It's hard to say it
I hate to say it
but it's probably me."
Sting - "It's probably me" -


 

sabato 8 dicembre 2012

Arma letale 2

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, ormai partners affiatati e sempre più casinari, si ritrovano in mezzo ad un traffico che vede coinvolti alcuni diplomatici sudafricani nel pieno degli anni dell'apartheid. Pestati un pò troppi piedi politici, i due si ritrovano a fare da cani da guardia ad un esperto del riciclo del denaro sporco - l'ancor più casinista Leo Getz - che involontariamente con la sua presenza li riporterà sulle tracce degli stessi criminali.
I poliziotti avranno tutto il tempo di scampare ad almeno tre attentati a testa prima di riuscire a mettere alle strette i loro avversari, che si riveleranno essere non soltanto a capo di un traffico decisamente milionario, ma anche i responsabili dell'incidente che provocò la morte della moglie di Riggs, anni prima, evento che scatenò la vena più folle dell'indisciplinato agente.





Ci sono alcuni film che sono un vero e proprio toccasana.
Di recente, riscoprendo una delle saghe più emozionanti e divertenti dell'action tutta come quella di Arma letale, pensavo che i miei ricordi dei tempi avessero ragione e che soltanto il primo capitolo sarebbe stato degno di nota per quel sano intrattenimento tamarro di cui tutti noi ogni tanto necessitiamo: e invece ecco giungere a smentirmi un numero due che non compariva sugli schermi di casa Ford da millemila anni - non ricordavo neppure della presenza di Joe Pesci, figurarsi! - e che ha reso alla perfezione i suoi servizi di svago per un cervello reso un pò fiacco dalle recenti disavventure ospedaliere fordiane - e non parlo soltanto delle mie tonsille ormai nel paradiso delle parti del corpo estratte e buttate in un cestino -.
Ma torniamo alle avventure della premiata ditta Murtaugh e Riggs: con l'abbandono di Shane Black alla sceneggiatura, Donner cerca con questo bis di mantenere la narrazione sugli stessi binari del supercult che diede inizio alla storia pur concedendosi un'atmosfera decisamente più fracassona e scanzonata, affidandosi per questo ad un Mel Gibson così sopra le righe da rasentare in più occasioni il gigionismo estremo.
Quello che, però, è interessante, è che nonostante tutto l'insieme continui a reggere, e ad una vicenda assolutamente figlia dell'immaginario di genere anni ottanta - sparatorie come se piovesse, passaggi non proprio limpidi o troppo semplificati dello script - ritroviamo accostato addirittura un tema di grande attualità ai tempi, ovvero la protesta contro l'apartheid sudafricana, non ancora sconfitta dall'ascesa che avrebbe avuto non troppo tempo dopo Nelson Mandela.
Un risvolto, questo, in grado di dare spessore ad una proposta decisamente ricreativa ed al contempo far ripensare ai bei tempi andati - ricordo, in questo senso, Rambo III con gli USA a sostenere i talebani contro i sovietici, roba che ora sarebbe praticamente fantascienza - quasi fossero una sorta di limbo al quale tornare solo ed esclusivamente grazie a questo tipo di visioni.
Per il resto è tutto un botta e risposta tra i due protagonisti e la spalla aggiunta Leo Getz - che diverrà praticamente il terzo incomodo nei successivi due film del franchise -, battute sguaiate da amicizia virile, prove di forza e follia di Riggs - un personaggio più che mitico, il suo confronto con il capo è tornato ad essere uno dei miei cult totali - ed una robustissima dose di botte e proiettili come si conviene ad ogni proposta di questo genere che si rispetti.
Vi confesso che, addirittura, l'eccesso chiassone e da buddy movie con tanto di voli da finestre e containers di questo secondo giro di giostra è riuscito a sorprendermi a tal punto rispetto ai ricordi che avevo dello stesso da farmi pensare che non sia poi tanto distante - parlando di valore cinematografico - dal primo, e che Richard Donner sia riuscito a mantenere decisamente alto il livello del suo lavoro - parliamo, di fatto, di un mestierante del Cinema, benchè autore di un Classico come I Goonies -, tanto da alimentare nel sottoscritto la voglia di recuperare dopo quindici anni almeno anche i restanti due capitoli, sperando che anch'essi possano trasformarsi in piacevoli, caotiche, scombinate perle come questa.
Dunque, se siete in una di quelle giornate in cui pare non vi resti nient'altro se non ubriacarvi e sbattere la testa contro il muro - o entrambe le cose - un titolo come Arma letale 2 è sempre consigliato per riscoprire quelli che sono alcuni degli assoluti piaceri della vita.
Come i buoni, vecchi film d'azione: vecchi amici che non ti abbandonano mai.
Neppure quando per anni ti dimentichi di loro.
E sono sempre lì, pronti ad accorrere per pararti le chiappe.


MrFord



"He sang a song as on he rode,
his guns hung at his hips
he rode into a cattle town,
a smile upon his lips
he stopped and walked into a bar and laid his money down
but his mother's words echoed again:
Don't take your guns to town son,
leave your guns at home Bill,
don't take your guns to town."
Johnny Cash - "Don't take your guns to town" -



lunedì 26 novembre 2012

Arma letale

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1987
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh è un veterano del Vietnam e poliziotto della Omicidi che ha appena compiuto cinquant'anni, sposato e con tre figli, alla ricerca di quella tranquillità che l'età comincia ad imporgli. Martin Riggs, vedovo, più giovane e alla ricerca di un incontro ravvicinato con la morte che lo ricongiungerebbe alla moglie, fu addestrato fin da ragazzo e proprio in Vietnam per diventare una vera e propria arma, finendo per trasformarsi in una mina vagante.
Quando dalla Narcotici Riggs viene assegnato come partner a Murtaugh, i due si trovano a dover fare i conti con le loro differenze e con un gruppo di trafficanti di droga disposti a tutto pur di mettere a tacere poliziotti zelanti come loro: lo scontro con i criminali coinvolgerà anche la famiglia di Roger, che dovrà imparare a fidarsi del suo instabile collega per poter portare a casa la pelle e proteggere i suoi cari.




Richard Donner avrà sempre un posto d'onore nel cuore del sottoscritto per aver permesso ad una meraviglia come I Goonies di diventare uno dei punti fermi della mia crescita, eppure i primi ricordi che ho rispetto a lui sono quelli - sconvolgenti, per allora - della sequenza d'apertura di Arma letale, supercult inossidabile che vidi per la prima volta quando ancora credo che fosse estraneo alle emittenti televisive il concetto di "parental advisory": facevo le elementari, e pronti via, dopo il classicone Jingle bell rock, partiva al volo una sequenza che vedeva la tipica modella strafatta che, in pieno delirio e mostrando quello che allora mi pareva clamoroso - e che non era nient'altro che un seno nudo - si gettava nel vuoto schiantandosi su una macchina.
Come se non bastasse, di lì a poco feci la conoscenza di Martin Riggs, uno dei personaggi più azzeccati che il folle Mel Gibson abbia mai interpretato, pronto ad ogni piè sospinto non soltanto a togliere di mezzo i criminali di turno ma anche ad infilarsi la canna della pistola in bocca, pronto ad affrescare le pareti con la sua scombinata materia grigia per raggiungere la moglie morta tragicamente.
A fare da contrappeso a questi elementi destabilizzanti giunse in soccorso Roger Murtaugh con la sua famiglia, che in un certo senso fotografava una realtà più simile a quella che vivevo tutti i giorni con i miei e mio fratello, quasi facesse da ancora rispetto al mondo invaso dal caos di Riggs e della storia che avrebbe coinvolto entrambi i poliziotti: ma prima di parlare della trama, o del fatto che, a venticinque anni di distanza, questo poliziesco fracassone e roboante ancora funziona e diverte nonostante alcuni palesi limiti, voglio godermi la sensazione dell'ennesima visione concessa alle avventure dei due protagonisti, alle praticamente innumerevoli scene cult disseminate nelle quasi due ore di durata - il salto di Riggs con l'aspirante suicida, ancora oggi il mio momento preferito, il poligono, la cena a casa Murtaugh, lo scontro con il torturatore, i continui botta e risposta dei due poliziotti - e alla sensazione che Arma letale sarà sempre un porto cui potrò fare ritorno nei momenti di difficoltà, quasi una riserva d'aria in caso di apnea cinematografica.
Per il resto, quello che ci troviamo ancora di fronte è un film solido e convincente, scritto dallo stesso Shane Black che qualche anno dopo avrebbe firmato un'altra pietra miliare - L'ultimo boy scout, appena passato da queste parti - del genere, non privo di difetti ma pane e salame abbastanza per essere altamente credibile anche ora, praticamente in un'altra epoca: oserei dire anzi che, insieme a Danko - che resta comunque superiore -, si possa parlare di una delle migliori espressioni dell'hard boiled made in USA del decennio, simbolo di una certa tipologia di pellicole che ora pare quasi fuori moda ma che, al contrario, è assolutamente perfetta per costruire e cementare ogni rapporto d'amicizia, fratellanza o tra padri e figli che si rispetti, unendo di fatto generazioni appartenenti a realtà differenti grazie ad ironia, follia, qualche sparatoria che non fa mai male e botte senza risparmiarsi - si veda lo scontro finale -, giusto per manifestare il proprio sostegno a chi ci guarda le spalle, ricambiato.
Andrebbe spesa qualche parola anche per l'albino selvaggio interpretato da Gary Busey, mitico interprete di Un mercoledì da leoni ed altrettanto mitico Angelo Pappas di Point break, qui nel ruolo di psicopatico ammazzacristiani dalla prima apparizione destinato alla resa dei conti con "l'arma letale" Mel Gibson: spesso e volentieri, negli action che si rispettano, anche il "cattivo" contribuisce - e non poco - alla riuscita dell'operazione.
Ma si potrebbe costruire una serata intera di bevute, su una visione come questa: per quanto non si parli di Capolavori, o di chissà quali alte opere artistiche, ringrazio che ci siano stati film come Arma letale ad alimentare la mia passione per la settima arte.
Senza di loro, non sarebbe davvero lo stesso.


MrFord


"Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
jingle bells chime in jingle bell time
dancin' and prancin' in Jingle Bell Square
in the frosty air."
Bobby Helms - "Jingle bell rock" -


domenica 6 novembre 2011

Ladyhawke

Regia: Richard Donner
Origine: Usa
Anno:1985
Durata: 121'



La trama (con parole mie): il capitano Etienne Navarre e la principessa Isabeau D'Anjou, innamorati contro il volere del Vescovo di Aquila, sono costretti a vagare per il mondo insieme, eppure senza mai incontrarsi. 
Infatti, grazie ad un maleficio operato dallo stesso alto prelato, durante il giorno la donna si trasforma in falco, mentre la notte riserva all'uomo una mutazione in lupo nero.
A cambiare i loro destini giunge, quasi per caso, il piccolo delinquente dalle mille risorse Philippe Gaston, detto il topo, che scampato alla morte voluta proprio da Aquila in persona e stretta un'alleanza con il vecchio monaco in cerca di redenzione Imperius, rischierà la sua vita affinchè i due possano finalmente tornare a vivere il loro amore.



Spesso e volentieri, da queste parti, si è parlato dei cult che, nel corso degli anni ottanta, hanno segnato le esistenze di chi, allora, viveva il magnifico periodo a cavallo tra infanzia e prima adolescenza, quando le giornate duravano una vita ed i sogni ad occhi aperti non ponevano alcuna condizione al resto delle nostre vite: uno dei registi di riferimento dei tempi era Richard Donner, autore di quella perla indimenticabile chiamata I Goonies, ma anche di un'altrettanto celebrata ed amata pellicola che, con Legend, rappresentò per anni il meglio del fantasy sul grande schermo: Ladyhawke.
Ora, potrà suonare strano, ma per una curiosa serie di coincidenze ho visto per la prima volta questo film soltanto ora, ponendo rimedio ad una lacuna che, effettivamente, andava colmata nel rispetto di quelli che sono stati i primi, fondamentali anni della mia formazione cinematografica.
Il risultato, piacevole ed interessante, è stato però indubbiamente ridimensionato dal fatto di aver deciso di dedicarmi a questa visione solo ora: la pellicola di Donner, infatti, per quanto affascinante, risulta inevitabilmente datata, e la mancanza di un legame affettivo con la stessa rende sicuramente arduo il compito di passare oltre la visione "critica" della stessa, senza contare che, nel genere, si è assistito nel corso degli anni seguenti ad esperimenti simili decisamente più efficaci - La storia fantastica, prima o poi ne parlerò - fino a giungere allo standard segnato dalla trilogia de Il signore degli anelli - anche in questo caso, arriverà il momento di ospitare al saloon anche la gigantesca opera di Peter Jackson -.
Resta il fatto - e questo è indubbio - che Ladyhawke costituisca un più che discreto film di genere, affascinante ed insolito - non mancano le sequenze in cui pare di assistere ad una sorta di rivisitazione fantasy del mondo eighties -, fotografato alla grande da Vittorio Storaro ed arricchito da una colonna sonora d'eccezione firmata Alan Parsons - legata a doppio filo alla sensazione "anni ottanta" cui accennavo poco fa - ed incorniciato da locations meravigliose - la pellicola fu girata quasi completamente in Italia, nonostante l'adattamento in stile francese voluto per non incorrere in eventuali polemiche con la Chiesa dovute alla presenza di un "cattivo" in abito talare -, senza contare che il fascino di un certo tipo di ambientazioni unito ad una storia che unisce romanticismo e battaglia ha il potere di stregare il pubblico di ogni età e gusti cinematografici.
Rispetto ai protagonisti, resta mitico il Matthew Broderick che tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo considerato cult con il suo Ferris Bueller in un ruolo che pare cucito su di lui, mentre il buon Rutger Hauer appare decisamente più a suo agio nelle vesti dell'assassino psicopatico di The hitcher rispetto all'eroe tenebroso ed innamorato; spicca tra i comprimari, senza soffermarsi troppo sull'indiscutibile e consueto fascino sfoderato da Michelle Pfeiffer, un giovane Alfred Molina in un ruolo che ricorda quello dell'orco delle fiabe, un cacciatore che pare uscito dalla parte barbara di un mondo fantasy decisamente "pulito" in tutto il resto degli elementi della pellicola.
Alla fine, dunque, con la polvere che si posa a terra, le spade di nuovo nei foderi e la prospettiva di una storia d'amore che può finalmente ricominciare, posso dirmi soddisfatto di avere finalmente affrontato un vero e proprio "mostro sacro" dei tempi della mia infanzia, pur godendomelo, per certi versi, soltanto a metà: sono sicuro, infatti, che se fosse passato sugli schermi di casa Ford allora, ora sarebbe uno dei must del mio amarcord personale.


MrFord


"A hundred days have made me older
since the last time that I saw your pretty face
a thousand lies have made me colder
and I don't think I can look at this the same
but all the miles that separate
disappear now when I'm dreaming of your face."
3 doors down - "Here without you" -

venerdì 7 ottobre 2011

Solo due ore

Regia: Richard Donner
Origine: Usa
Durata: 105'
Anno: 2006



La trama (con parole mie):  Jack Mosley è un poliziotto stanco, solo e alcolizzato che pare proprio contare i giorni che lo separano dalla pensione per tagliare i ponti con il mondo intero e la feccia che lo abita. 
Una fine turno come un'altra, il suo tenente gli affida una missione di scorta di routine: un paio d'ore di straordinario per scortare un testimone di poco conto, il piccolo delinquente Eddie Bunker, per sedici isolati fino al Tribunale federale, giusto in tempo per registrare una deposizione.
Peccato che la stessa inchioderebbe l'operato di una squadra di poliziotti corrotti e brutali di cui lo stesso Mosley ha fatto parte, ed il suo vecchio compagno Frank Nugent pare deciso a togliere di mezzo Bunker passando anche sul cadavere di Jack, se costretto.
A questo punto a Mosley non resterà che scegliere da che parte stare ed accettarne le conseguenze.



Tra gli appassionati dell'action cresciuti grazie alle perle regalate al genere dagli anni ottanta, credo che nessuno si sia mai perso un passaggio uno di Arma letale, cult dell'epoca impreziosito da un Mel Gibson ancora umano e non in grado di parlare ai castori: già a seguito di questo, Richard Donner dovrebbe avere un posto d'onore nel cuore di ogni fan che si rispetti a scapito anche delle numerose cadute di stile dello stesso giunte nel corso degli anni - e senza dover necessariamente scomodare quello che è il suo Capolavoro: I Goonies -.
Ammetto comunque per primo che, se non fosse stato per il suggerimento di Dembo, ad oggi Solo due ore sarebbe ancora a fare la polvere nel dimenticatoio, e non mi sarei goduto una sana visione piena e corposa come per i vecchi film che ai tempi d'oro mi inchiodavano alla poltrona in attesa di scoprire in quale fracassone modo l'eroe di turno avrebbe tolto le castagne dal fuoco e spedito i cattivi nel posto che competeva loro.
Certo, gli anni passano e l'ispirazione scema, eppure regista e protagonista - un Bruce Willis in grandissimo spolvero - portano a casa il loro risultato confezionando un solido prodotto di (sotto)genere in grado di intrattenere senza pretendere di essere qualcosa in più, regalando alcune sequenze interessanti - la parte all'interno dell'autobus con gli ostaggi, a metà tra Copland e Il negoziatore, è sicuramente tra le più interessanti - e almeno una citazione degna di nota - a un film che omaggia Eddie Bunker non si può non voler bene -.
Ovviamente, lo script e la risoluzione sono telefonatissimi, eppure la narrazione quasi in tempo reale rende l'intera visione estremamente divertente e scorrevole, perfetta per una serata da rutto libero o con gli amici e in pieno rispetto dello spirito che avvolgeva i film di questo genere nel corso della golden age degli eighties.
Oltre ad un Willis in grande spolvero nel ruolo dell'outsider cavallo perdente, si distinguono un discreto Mos Def nel ruolo di Bunker - in una parte che pare cucita addosso all'Eddie Murphy dei tempi di 48 ore -, il David Zayas ormai noto a tutti i fan di Dexter e l'imponente David Morse, che continuo a vedere molto più convincente nei ruoli da personaggio positivo.
Un film assolutamente da evitare per tutti i cannibali di turno ma che regalerà robuste soddisfazioni alla parte fordiana dei cinefili della blogosfera e non, che potranno respirare, almeno in parte, l'atmosfera tutta d'un pezzo che regnava incontrastata sulle loro visioni di bambini.

MrFord

"Disconnect and self destruct one bullet at a time,
what's your rush now?
Everyone will have his day to die."
A perfect circle - "The outsider" -

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