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mercoledì 11 ottobre 2017

Twin Peaks - Stagione 3 (Showtime, USA, 2017)




Se torno indietro nel tempo al periodo che si accavallò tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, ricordo bene l'impatto che ebbe Twin Peaks, folle creatura di David Lynch che cambiò radicalmente il mondo delle proposte da piccolo schermo iniziando la rivoluzione che portò, un passo alla volta - e grazie anche alla tempesta che fu Lost anni dopo - alla realtà consolidata attuale in cui i titoli per la televisione finiscono spesso e volentieri per superare in qualità quelli cinematografici.
Ricordo anche l'impatto che ebbe il charachter di Bob sul sottoscritto, diventando l'unico, vero, grande spauracchio per anni e anni, alla faccia di tutti gli horror che avevo divorato a mazzi fin da bambino.
Con Twin Peaks, e la morte di Laura Palmer, terminava in qualche modo l'età dell'innocenza delle produzioni da piccolo schermo, le regole venivano cambiate o sovvertite, la follia entrava a far parte del nostro mondo, ed il Male assumeva sembianze da porta accanto.
Un quarto di secolo dopo, a realizzare i sogni di fan accaniti e completare il puzzle, è giunta questa terza stagione atta a chiarire quello che accadde all'Agente Cooper al termine del finale della season two, chiusa tra il suo doppelganger, il sempre presente Bob, la Loggia Nera e dimensioni parallele varie - andatevi a rileggere il botta e risposta "futuristico" tra Julez, il sottoscritto e Cannibal in coda al post -.
Personalmente, non sapevo cosa aspettarmi dalla visione, in parte perchè la mancanza di un personaggio cardine come Bob si sarebbe sentita - l'attore che lo interpretava, Frank Silva, morì poco tempo dopo le riprese di Fuoco cammina con me -, in parte perchè, nonostante la sua struttura caotica, il finale della season two poteva tranquillamente restare così com'era.
Ed ammetto che non è stato così semplice, raggiungere il diciottesimo episodio.
In questo "nuovo" Twin Peaks, infatti, ci sono alcune cose al limite del geniale ed altre completamente assurde o campate in aria, cose decisamente positive ed altre clamorosamente negative.
Considerato che è impossibile scrivere una recensione normale di un lavoro come questo, analizzerò entrambi i lati della medaglia nel modo più razionale possibile, cominciando con le note dolenti.
Per prima cosa, il fan service: è stato criticatissimo rispetto a prodotti come Game of thrones, quando questo Twin Peaks pare creato ad uso e consumo dei fan; peccato che, per essere fan in grado di godere del servizio, si debba necessariamente essere cultori del lavoro di Lynch e Frost su Laura Palmer e soci a livello maniacale e quasi religioso, pena il cogliere meno la metà delle citazioni e delle strizzate d'occhio dell'Autore.
Segue a ruota il ritmo, assolutamente sfiancante per la sua lentezza in alcuni episodi.
L'evoluzione della storia, poi, passa dal passo alla volta ma non trattenete il fiato dei personaggi e delle varie vicende dell'intera stagione all'accelerata furiosa degli ultimi due episodi, quasi come se gli autori si fossero accorti troppo tardi di essere arrivati a ridosso del termine e si fossero trovati costretti a tagliare corto il più possibile.
Inoltre, questo Twin Peaks non è Twin Peaks: l'atmosfera di tensione e paura costante delle prime due stagioni non viene praticamente neppure sfiorata - se non in un paio di passaggi grazie a Laura e Sara Palmer -, e le location e le storie distanti anche "geograficamente" dalla "ridente" cittadina poco aiutano a tornare davvero per le sue strade, che paiono più che altro uno di quei locali dove si rifugiano gli over cinquanta pieni di nostalgia della loro giovinezza.
A salvare il salvabile, però, pensa Kyle MacLachlan, strepitoso nella tripla parte del Cooper cattivo, quello buono e soprattutto Dougie Jones, il vero asso nella manica della stagione, probabilmente il motivo principale per il quale dopo i primi quattro episodi ho deciso di continuare fino alla fine e gli ultimi due mi sono risultati assolutamente pasticciati ed inutili.
L'impacciato assicuratore di Las Vegas diventa l'emblema della genialità di un regista che ho sempre amato - e che continuerò ad amare - e della parte assolutamente imperdibile di questa stagione, dalla sequenza al casinò - quel mitico "Hellooooo!" sarà uno dei miei cavalli di battaglia per i prossimi mesi - ai due gangsters che lo gestiscono, dalle truffe assicurative al caffè, dalle rivincite di un loser alla magia del nonsense: per quanto mi riguarda, l'effetto dello scarafaggio rovesciato di Dougie non solo è il motore di questo prodotto, ma anche il motivo per il quale Lynch è stato considerato come uno dei grandi degli ultimi trent'anni negli States e non solo.
Curioso pensare come il Twin Peaks di allora fosse rappresentato dall'emblema della paura - almeno per il sottoscritto - Bob, mentre ora è lo spassoso Dougie a farla da padrone: forse sono cambiati i tempi, forse non ho capito nulla di quello che Lynch ha voluto raccontare, forse dovrei chiedermi "in che anno siamo?" come Cooper al termine dell'ultimo episodio, o forse dovrò aspettare altri venticinque anni per vedere dipanata la matassa.
Per il momento, poco importa.
Io tiro la maniglia, grido "Hellooooooo!" e mi butto a vivere.
Gli incubi e le grida li lascio a chi vuole perdersi nel Lato Oscuro.
O nella Loggia Nera.




MrFord

 


 

venerdì 22 luglio 2016

Bomber (Michele Lupo, Italia, 1982, 101')

 


E' davvero curioso che il mio primo post "lungo" dopo l'interruzione di programmazione estiva sia legato ad uno dei film che ho più amato da bambino e cui sono legato maggiormente rispetto alla mitica figura di Bud Spencer, protagonista di decine e decine di visioni sul divano di casa di mio nonno: la scomparsa dell'atleta ed attore che ha rappresentato l'immagine perfetta del "gigante buono" per il Cinema popolare italiano è stata un'occasione speciale anche per tanti di noi nella blogosfera, legati indissolubilmente alla sua figura ed alla portata dei cazzotti che sferrava tra una mangiata epocale e l'altra.
Bomber, nato nel periodo d'oro della saga di Rocky e, di fatto, versione di serie molto b della stessa, in bilico tra l'umorismo da scuola media - che ancora oggi mi fa sbellicare - di Jerry Calà, sequenze mitiche come quella del ballo tirolese ed una malinconia di fondo legata al passato del protagonista interpretato dal vecchio Bud - ricordo il magone delle prime visioni al pensiero delle mani fatte spezzare per garantire la sconfitta a chiunque si ponesse sul cammino del poco sopportabile Rosco Dunn -, è uno di quei film cui non potrò mai non voler bene a prescindere dal suo valore tecnico - bassino, occorre ammetterlo -, di quelli che sei i voti si misurassero con il cuore rischierebbe i quattro bicchieri e tutti a casa, andando fiero di ogni suo aspetto, dalla colonna sonora ai piatti preparati dalla Gegia, dalla parabola del giovane Giorgio, protetto di Bud, al finalone in trionfo con vendetta menata a suon di pugni.
 
 
In un certo senso, cullarsi in visioni di questo tipo è un pò come azionare una macchina del tempo in grado di riportarci ad un'epoca in cui non c'erano troppe domande o sfumature, e le cose apparivano - forse anche per l'età che avevo allora - infinitamente più semplici.
Peccato che, così come per Bud Spencer, anche di Bomber, purtroppo, non se ne fanno più, e per quanto naif ed ingenuo possa apparire agli occhi smaliziati dei figli del Nuovo Millennio, sarò fiero di mostrarlo, un giorno, ai Fordini, sperando che l'esempio del fu Carlo Pedersoli possa essere per loro quello che è stato anche per il loro vecchio.
Un esempio di genuina semplicità, burbera bontà, tanto cuore ed una forza sovrumana data non tanto dalla stazza - comunque notevole -, quanto dalla capacità di raccontare storie d'altri tempi, in cui a vincere erano i buoni e tutti i torti potevano essere raddrizzati a tavola o, al massimo, con una bella scazzottata digestiva.
Altri tempi, altri eroi.
Ma eterno Bud.




MrFord
 
 
 
 
Partecipano alla scazzottata con il vecchio cowboy ed il vecchio Bud anche:
 
Combinazione Casuale - Lo chiamavano Buldozer
Non c'è paragone - Pari e dispari + Altrimenti ci arrabbiamo
Cuore di celluloide - Lo chiamavano Trinità
Director's Cult - Io sto con gli ippopotami
GiocoMagazzino - Il soldato di ventura
In Central Perk - Cantando dietro i paraventi
Solaris - I due superpiedi quasi piatti
Il Bollalmanacco - Non c'è due senza quattro

venerdì 23 agosto 2013

Point break

Regia: Kathryn Bigelow
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 120'




La trama (con parole mie): Johnny Utah è un venticinquenne agente dell'FBI fresco fresco di Accademia che viene assegnato alla sezione rapine in banca di Los Angeles, capitale mondiale del "settore". Affidato all'esperto Agente Pappas, si mette sulle tracce di una banda di professionisti che opera ormai da tre anni, gli Ex-Presidenti, capaci di portare a termine i propri colpi in novanta secondi, ignorando i caveau e rispettando alla perfezione ruoli e regole.
Secondo le teorie di Pappas, gli sfuggenti criminali sono in realtà surfisti, dunque Utah si ritrova catapultato in un'operazione di infiltrazione che lo mette in contatto con la tosta Tyler e la sua vecchia fiamma Bodhi, leader di un gruppo di ragazzi "drogati di adrenalina" dediti alla ricerca dell'onda perfetta: e quelli che per Johnny cominciano a definirsi come due rapporti fondamentali per la vita finiranno per essere anche la chiave dell'indagine.




Sto cominciando ad accarezzare seriamente l'idea di dedicare una rubrica ai "reloaded" del Saloon: non è la prima volta, infatti, che Point break fa capolino da queste parti.
Correva l'estate del 2010, con Julez ci si accingeva a partire per la Croazia, il blog era aperto da pochi mesi e ancora non sapevo - ne pensavo, in tutta onestà - sarebbe diventato quello che è diventato: approfittai di quell'agosto per raccontare di quello che è senza dubbio uno dei film - se non IL film - per eccellenza di ogni mia estate che si rispetti, nonchè indiscusso cult personale visto e rivisto non so neppure esattamente quante volte.
A distanza di tre anni, ed approfittando dell'acquisto dell'edizione in bluray con tanto di contenuti extra buoni per scoprire alcuni retroscena della lavorazione del film - come il fatto che Swayze si cimentò spesso e volentieri con lo skydiving proprio per rendere al meglio sulla scena - ho deciso di riesumare il film simbolo della Bigelow per festeggiare quella che è, senza dubbio, una delle estati più spettacolari della mia vita - credo che mai più capiterà di ritrovarmi a casa per tre mesi ed oltre, neanche fossi tornato ai tempi della scuola, per godermi il Tempo, la Famiglia, il Fordino, Julez ed ogni attimo di quello che non è la quotidianità lavorativa -.
Onestamente non vorrei, però, che questo post diventasse una versione 2.0 della recensione che già feci ai tempi, con l'esaltazione del piano sequenza all'arrivo di Utah nella sede dell'FBI di Los Angeles o dell'inseguimento che porta al primo confronto tra il buon Johnny e la verità sul suo nuovo amico Bodhi - personaggio strepitoso, che acquista spessore ad ogni visione -: certo, i momenti cult si sprecano nei centoventi minuti serratissimi di quello che, con Heat - La sfida, considero come il più grande action degli anni novanta - e forse non solo -, così come le battute che puntualmente finisco per citare a menadito - quella del surfista che si incera i baffi è praticamente un tormentone -, le riprese delle evoluzioni sulla tavola o quelle di skydiving sono da brividi, e pur sapendo come si evolverà la situazione finisco sempre per restare incollato allo schermo come fosse la prima volta, ma vorrei dedicare queste righe all'estate ed al suo concetto di Libertà in movimento, come senza dubbio sarebbe apprezzata anche da charachters come Bodhi e Utah.
Giovani esploratori della vita che, pur dai lati opposti della medaglia, finiscono per incarnare ideali profondamente simili, legati al desiderio di scoprire i propri limiti per superarli, e se possibile, finire per andare ancora oltre: in uno scambio di commenti in coda al primo post pointbreakiano, ricordo che parlai di quanto uno come me finisca per sentirsi legato a Johnny e alla sua anima "da kamikaze" riuscendo al contempo a vedere in Bodhi una nemesi e l'attrazione fatale per la propria anima.
Il confronto tra i due in chiusura - una delle sequenze di amicizia virile più intense del Cinema - a Bells Beach, in Australia, è perfetto nel sintetizzare quello che è l'anelito che muove l'eroe dalla parte della Legge dall'anima ribelle ed il criminale che lotta contro il sistema e sfida Uomo e Natura fino a ritrovarsi a perdere se stesso.
Point break - termine surfistico che indica il punto in cui si rompe l'onda - è anche la frontiera che le anime di personaggi come Utah e Bodhi oltrepassano un pò per istinto, un pò per sfidare il destino e scoprire se saranno capaci di tornare a riva tutti interi, oppure lasciarsi andare al brivido della morte "facendo ciò che si ama".
E alla fine non sono riuscito ad evitare di parlare troppo del film e dei suoi personaggi per concentrarmi sull'estate, ma poco importa: non credo che la stessa possa prendersela davvero.
In fondo è come un'onda che arriva senza preavviso e attende soltanto di essere cavalcata: a questo punto sta a chi pagaia sulla tavola decidere se non sia il caso di lasciarla andare ed attendere - quella perfetta? Quella giusta? O più umanamente una più abbordabile? - o buttarsi con le chiappe strette in un tubo che potrebbe ridefinire la nostra anima quanto il nostro corpo.


MrFord


"It's been a long, long time
and too many miles
of handshaking strangers
parading their smiles
of all the faces that come and go
the only one I really wanna know
I want you
I want you."
Concrete Blonde - "I want you" -



giovedì 16 maggio 2013

It

 

Regia: Tommy Lee Wallace
Origine: USA
Anno: 1990
Durata: 192'


La trama (con parole mie): nel 1960 una piccola cittadina del Maine è sconvolta da una serie di sparizioni ed omicidi che vedono vittime solo ed esclusivamente bambini, e sprofonda nel terrore di un mostro cui non si riesce ad associare un volto. 
Un gruppo male assortito di giovanissimi losers, strettisi attorno alle reciproche sfortune, intuisce che dietro le tragedie che affliggono Derry - questo il nome della località - ci sia ben più dell'operato di un serial killer: infatti, celato dietro la maschera del clown Pennywise, si aggira per le loro strade il terrificante It, essere dall'età indefinita presente da secoli in quei territori e di norma abituato a ritorni giunti dopo un letargo di trent'anni.
Il primo confronto tra Pennywise ed i ragazzini termina con l'apparente sconfitta del primo, che scompare senza lasciare traccia almeno fino al 1990, per l'appunto, a trent'anni di distanza dagli eventi dell'estate che vide nascere "La banda dei perdenti": così l'unico dei suoi membri ad essere rimasto a Derry - e non aver avuto successo, fama e denaro - chiama a raccolta i vecchi compagni in modo che possa essere mantenuta la promessa fatta ai tempi di uccidere It.




Come ormai ben sanno tutti i frequentatori di prima ora del Saloon, una parte importante dei miei recuperi cinematografici è legata all'amarcord di quella che è stata la mia prima formazione come spettatore, avvenuta  a cavallo della seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta, e passata attraverso un bombardamento di action movies ormai mitici ed una serie quasi infinita di horror, che soprattutto d'estate, ai tempi in cui io e mio fratello ci ritrovavamo a casa entrambi, diventava il modo migliore per occupare le mattine in attesa dei pomeriggi passati al parco a giocare a pallone o a cominciare a sentire i primi richiami ormonali: in questo senso, un contributo fondamentale veniva, in un'epoca in cui internet, lo streaming e lo scarico erano praticamente fantascienza, da Paolo, personaggio leggendario da queste parti nonchè ai tempi proprietario con la sua famiglia di una videoteca a due passi dall'allora casa Ford, sempre pronto a consigliare i titoli più tamarri o "spaventosi" che poteva avere a disposizione al sottoscritto nelle assolate mattine delle prime settimane dopo la fine della scuola: uno dei riferimenti in quegli anni, visto per la prima volta a casa di amici e poi passato non so quante centinaia di altre sul nostro videoregistratore, fu It, tratto da un romanzo di dimensioni mastodontiche di Stephen King - che anni dopo iniziai a leggere senza mai terminarlo - divenuto da subito un nostro supercult.
Complice del successo di questo prodotto clamorosamente - anche per quanto riguarda la qualità - televisivo, fu senza dubbio il charachter del "mostro", interpretato da uno scatenato Tim Curry - che anni dopo avrei imparato ad ammirare nel Rocky Horror Picture Show -, perfetto nel prestare un malefico ghigno a Pennywise, senza contare l'atmosfera - soprattutto nella prima parte -, che ricordava avventure strepitose come quelle de I Goonies o Stand by me, anche in questo caso portate a compimento da un gruppo di outsiders clamorosi che non potevano che suscitare, ai tempi come oggi, la simpatia fordiana: e nonostante l'indole da aspirante scrittore mi suggerisse l'identificazione con il protagonista Bill - il cui fratellino Georgie finisce per essere tra le prime vittime di Pennywise in una delle sequenze più spaventose della pellicola -, ricordo di aver avuto fin da subito una certa predilezione per "Cannone" Ben, interpretato nella sua versione adulta dal compianto John Ritter nonchè, sempre nella parte ambientata all'inizio degli anni novanta, dedito ad una certa inclinazione per alcool e donne - evidentemente anche allora intuivo quali sarebbero state le mie debolezze da "adulto" -.
In realtà, e nonostante i limiti che ora mostra rispetto al tempo e alla resa, il lavoro di Wallace risulta ancora legato ai sentimenti del sottoscritto e di una generazione che lo visse praticamente sulla pelle, sentendo i brividi ad ogni tentativo di Pennywise di sfruttare le paure dei suoi avversari - da giovani e da adulti - ed un moto di orgogliosa partecipazione ad ogni impresa della Banda dei perdenti, i cui membri - perfino i meno interessanti come Stan o Eddie - risultano caratterizzati benissimo, oltre che a tratti irresistibili - su tutti Ritchie, vero e proprio motore comico del gruppo -.
Peccato, al contrario, per il netto calo presente nella seconda parte della storia e la rivelazione conclusiva della vera natura di It - decisamente deludente nella sua realizzazione -, nonchè del pessimo faccia a faccia finale tra gli ex ragazzini ed il loro persecutore: la differenza, infatti, in termini di atmosfera e di resa con la prima metà è notevole, e l'impressione è che l'intera operazione abbia perduto mordente strada facendo per lasciare spazio alla parte più consolatoria e positiva della storia - come il finale romantico -.
Il ricordo, comunque, di quelle estati e delle apparizioni di Pennywise - splendida quella attraverso l'album fotografico -, della cena al ristorante cinese dei vecchi membri della Banda dei perdenti trent'anni dopo e del destino di ognuno di loro permetteranno a It di conservare sempre un posto d'onore nell'amarcord del Saloon e del sottoscritto, che è già pronto a condividere con il Fordino appena sarà il momento, quasi si trattasse di un vero e proprio passaggio di testimone, e con il rassicurante monito che, se mai un giorno un Pennywise qualsiasi dovesse avvicinarsi a lui con intenti horrorifici, allora dovrà considerare di fare i conti con un mostro ben peggiore: quello delle bottiglie pronte a sfracellarsi sulla sua testa.


MrFord


"I'll be your clown
behind the glass
go 'head and laugh
cause it's funny
I would too if I saw me
I'll be your clown
on your favourite channel
my life's a circus circus
round in circles
I'm selling out tonight."

Emeli Sandè - "Clown" -




lunedì 26 novembre 2012

Arma letale

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1987
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh è un veterano del Vietnam e poliziotto della Omicidi che ha appena compiuto cinquant'anni, sposato e con tre figli, alla ricerca di quella tranquillità che l'età comincia ad imporgli. Martin Riggs, vedovo, più giovane e alla ricerca di un incontro ravvicinato con la morte che lo ricongiungerebbe alla moglie, fu addestrato fin da ragazzo e proprio in Vietnam per diventare una vera e propria arma, finendo per trasformarsi in una mina vagante.
Quando dalla Narcotici Riggs viene assegnato come partner a Murtaugh, i due si trovano a dover fare i conti con le loro differenze e con un gruppo di trafficanti di droga disposti a tutto pur di mettere a tacere poliziotti zelanti come loro: lo scontro con i criminali coinvolgerà anche la famiglia di Roger, che dovrà imparare a fidarsi del suo instabile collega per poter portare a casa la pelle e proteggere i suoi cari.




Richard Donner avrà sempre un posto d'onore nel cuore del sottoscritto per aver permesso ad una meraviglia come I Goonies di diventare uno dei punti fermi della mia crescita, eppure i primi ricordi che ho rispetto a lui sono quelli - sconvolgenti, per allora - della sequenza d'apertura di Arma letale, supercult inossidabile che vidi per la prima volta quando ancora credo che fosse estraneo alle emittenti televisive il concetto di "parental advisory": facevo le elementari, e pronti via, dopo il classicone Jingle bell rock, partiva al volo una sequenza che vedeva la tipica modella strafatta che, in pieno delirio e mostrando quello che allora mi pareva clamoroso - e che non era nient'altro che un seno nudo - si gettava nel vuoto schiantandosi su una macchina.
Come se non bastasse, di lì a poco feci la conoscenza di Martin Riggs, uno dei personaggi più azzeccati che il folle Mel Gibson abbia mai interpretato, pronto ad ogni piè sospinto non soltanto a togliere di mezzo i criminali di turno ma anche ad infilarsi la canna della pistola in bocca, pronto ad affrescare le pareti con la sua scombinata materia grigia per raggiungere la moglie morta tragicamente.
A fare da contrappeso a questi elementi destabilizzanti giunse in soccorso Roger Murtaugh con la sua famiglia, che in un certo senso fotografava una realtà più simile a quella che vivevo tutti i giorni con i miei e mio fratello, quasi facesse da ancora rispetto al mondo invaso dal caos di Riggs e della storia che avrebbe coinvolto entrambi i poliziotti: ma prima di parlare della trama, o del fatto che, a venticinque anni di distanza, questo poliziesco fracassone e roboante ancora funziona e diverte nonostante alcuni palesi limiti, voglio godermi la sensazione dell'ennesima visione concessa alle avventure dei due protagonisti, alle praticamente innumerevoli scene cult disseminate nelle quasi due ore di durata - il salto di Riggs con l'aspirante suicida, ancora oggi il mio momento preferito, il poligono, la cena a casa Murtaugh, lo scontro con il torturatore, i continui botta e risposta dei due poliziotti - e alla sensazione che Arma letale sarà sempre un porto cui potrò fare ritorno nei momenti di difficoltà, quasi una riserva d'aria in caso di apnea cinematografica.
Per il resto, quello che ci troviamo ancora di fronte è un film solido e convincente, scritto dallo stesso Shane Black che qualche anno dopo avrebbe firmato un'altra pietra miliare - L'ultimo boy scout, appena passato da queste parti - del genere, non privo di difetti ma pane e salame abbastanza per essere altamente credibile anche ora, praticamente in un'altra epoca: oserei dire anzi che, insieme a Danko - che resta comunque superiore -, si possa parlare di una delle migliori espressioni dell'hard boiled made in USA del decennio, simbolo di una certa tipologia di pellicole che ora pare quasi fuori moda ma che, al contrario, è assolutamente perfetta per costruire e cementare ogni rapporto d'amicizia, fratellanza o tra padri e figli che si rispetti, unendo di fatto generazioni appartenenti a realtà differenti grazie ad ironia, follia, qualche sparatoria che non fa mai male e botte senza risparmiarsi - si veda lo scontro finale -, giusto per manifestare il proprio sostegno a chi ci guarda le spalle, ricambiato.
Andrebbe spesa qualche parola anche per l'albino selvaggio interpretato da Gary Busey, mitico interprete di Un mercoledì da leoni ed altrettanto mitico Angelo Pappas di Point break, qui nel ruolo di psicopatico ammazzacristiani dalla prima apparizione destinato alla resa dei conti con "l'arma letale" Mel Gibson: spesso e volentieri, negli action che si rispettano, anche il "cattivo" contribuisce - e non poco - alla riuscita dell'operazione.
Ma si potrebbe costruire una serata intera di bevute, su una visione come questa: per quanto non si parli di Capolavori, o di chissà quali alte opere artistiche, ringrazio che ci siano stati film come Arma letale ad alimentare la mia passione per la settima arte.
Senza di loro, non sarebbe davvero lo stesso.


MrFord


"Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
jingle bells chime in jingle bell time
dancin' and prancin' in Jingle Bell Square
in the frosty air."
Bobby Helms - "Jingle bell rock" -


giovedì 22 dicembre 2011

Ford Awards 2011: serie tv


La trama (con parole mie): ed eccoci giunti ad uno dei momenti più attesi delle classifiche fordiane, dedicato alle serie televisive. 
Quest'anno, a differenza del 2010, ho deciso, per via della grande quantità di materiale disponibile, di applicare lo stesso metro di giudizio tenuto per i libri, sbattendomene bellamente se una serie fosse o no uscita nel corso degli ultimi dodici mesi, affidandomi al contrario a quello che è passato in casa Ford da gennaio ad oggi, indipendentemente dagli anni di produzione. 
Ecco dunque la top ten del piccolo schermo, che vi piaccia o no.


N° 10 - True blood


Sicuramente reduce dalla sua stagione meno incisiva, il titolo southern dedicato a vampiri, sesso, morte e passione resta comunque uno dei più affascinanti proposti dalla mitica Hbo, e a mio parere resiste ai colpi inevitabili che riceve ogni serie tv almeno una volta nel corso della sua esistenza.
Sookie non sarà la mia protagonista ideale, ma i personaggi che popolano il suo mondo continuano inesorabilmente a conquistarmi: spero solo, con l'avvento dell'estate, di assistere ad un ritorno della crudeltà terrificante del buon Russell Edgington.
Ovviamente contrastato da Eric Northman.
Poi, certo, ci sarà sempre Jason. Un mito.

 

N° 9 - Boris


Se c'è una cosa che in Italia sappiamo fare bene sono i prodotti alla cazzo di cane.
Fortunatamente, non tutti lavorano smarmellando, e così si finisce per assistere a qualcosa che potrebbe addirittura essere un piccolo miracolo.
Questo piccolo miracolo si chiama Boris.
Divertente, (auto)ironico, pane e salamissimo.
Come parlare della Terra dei cachi senza far finta di esserne parte.
E 'sti cazzi!


 

N° 8 - Breaking bad


Questa è una vera e propria scommessa.
Breaking bad è osannata ovunque e da chiunque con fervore quasi religioso.
La prima stagione, conclusa da poco, è stata ottima, eppure ancora priva di quello "shining" che trasforma una buona serie in una indimenticabile.
Ma, come mi è già capitato di ripetere, le premesse ci sono tutte.
Di certo, Walter White è un tipo da grandi sorprese.
Vedremo cosa accadrà il prossimo anno.





Sento già Julez che mi chiederà come è possibile che Californication stia avanti a Boris, e tutti gli altri che abbia superato Breaking bad.
Eppure proprio non ce la faccio.
Non riesco proprio a non voler bene a quel vecchio figlio di puttana di Hank Moody.
Un pò perchè ha qualcosa di me - o io di lui, chissà -, un pò perchè assistere alle sue disavventure nell'assolata California è un vero spasso.
E ad ogni stagione migliora.
Che non è mica una cosa da poco.



N°6 - The Shield



Vic Mackie e la Squadra d'assalto sono stati al mio fianco per anni, e di sicuro mi mancheranno.
Una delle mie serie preferite di sempre, che resta al sesto posto semplicemente perchè ormai ho metabolizzato la sua conclusione, vissuta ormai quasi un anno fa.
Di sicuro, considerato il livello altissimo di scrittura, cura dei personaggi, intensità e realismo, si può tranquillamente parlare di uno dei titoli più importanti che il piccolo schermo abbia mai portato nelle nostre case.
L'epilogo, amaro e all'insegna della solitudine, fa calare inoltre il sipario su uno dei personaggi più tosti che ricordi.
Senza se e senza ma, se non l'avete mai visto, recuperatelo.





L'erede dell'appena citato The Shield.
Sicuramente la strada per i Samcro prima di arrivare ai livelli di Mackie e soci è ancora lunga, eppure l'energia di questa serie totalmente fordiana - come direbbe il Cannibale - è clamorosa, il crescendo evidente, e l'attesa per la quarta stagione fremente.
Inoltre, considerato il numero di personaggi e la cura messa dagli autori nel portarli avanti, direi che si tratta della serie corale meglio riuscita dai tempi di Lost.
Date gas, compagni: qui si corre verso la libertà.


N° 4 - Misfits


Qui si comincia a fare sul serio.
Misfits è stata, senza dubbio, la rivelazione più straordinaria non solo di quest'anno, ma degli ultimi quattro o cinque nell'ambito del piccolo schermo.
Dai tempi degli esordi dell'appena citato Lost non mi capitava una folgorazione di questo tipo.
Le prime due stagioni - le trovate qui e qui - sono un vero e proprio Capolavoro.
La terza - ne parlerò prossimamente - solo discreta.
Sarà che è mancato Nathan.
Sarà che il rischio di ubriacarsi del proprio successo è sempre dietro l'angolo.
Fatto sta che, di certo, parliamo di grossi calibri.





Se Misfits è stata una rivelazione nel senso più ampio ed artistico del termine, Friday night lights lo è stata per il cuore e la partecipazione: le vicissitudini dei Dillon Panthers guidati dal solido coach Taylor sono state vero e proprio tripudio di emozioni in casa Ford dalla prima all'ultima puntata, tanto da costringerci a resistere per evitare di bruciare troppo in fretta tutte e cinque le stagioni.
Come nel pieno di una partita giocata all'ultimo secondo, o alla guida di una DeLorean in grado di farci tornare ai tempi del liceo per poi catapultarci al ritorno di fronte a scelte assolutamente adulte, Friday night lights rappresenta, emotivamente, la mia serie di culto assoluto del 2011.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", gridano i Panthers.
E continuerò a gridarlo con loro.





Dovessi pensare alle sole proposte del 2011, questa sarebbe senza ombra di dubbio la serie dell'anno.
Produzione perfetta, ottima regia, personaggi da paura inseriti in un'ambientazione da fare invidia al Signore degli anelli condita da amore, morte e sangue.
Inutile dire che l'attesa per la seconda annata e quel "Winter is coming" è a livelli incredibili.
E che se la potenza sarà la stessa, ci ritroveremo qui, il prossimo dicembre, a festeggiare il suo passaggio al gradino più alto del podio.
Senza dubbio, si tratta del prodotto con il maggior numero di protagonisti - attenzione, non ho detto personaggi, ma protagonisti, badate bene - mai realizzato.
Un quasi Capolavoro.





Ebbene sì.
Ho scelto con il cuore.
Perchè nessuna serie, quest'anno, è riuscita a provocarmi più emozioni di quello che è il miglior prodotto italiano per il piccolo schermo di tutti i tempi.
Da un romanzo strepitoso due stagioni in grado di competere a tutti gli effetti con le grandi produzioni estere, che parlano della nostra Storia e raccontano le vite - e le morti - di un gruppo di ragazzi partiti dal niente ed arrivati in cima con le proprie forze soltanto per cadere, come nella migliore tradizione shakespeariana.
Dal mio favorito Bufalo al Libanese che grida sotto casa di sua madre, dagli intrighi del Potere a quelli del Dandi, una corsa da brividi verso un Liberi liberi da pelle d'oca.
Questi "spari sopra" sono tutti per noi.



I PREMI

Preferito fordiano: Il Bufalo - Romanzo criminale -
Miglior personaggio: Nathan - Misfits -
Miglior sigla: Friday night lights

Uomo dell'anno: Peter Dinklage - Game of thrones -

Donna dell'anno: Emilia Clarke - Game of thrones -

Scena cult: Il Bufalo ruba la bara del Libanese - Romanzo criminale - e la nascita dei draghi - Game of thrones -

Migliore episodio: Season finale - Sons of anarchy - e L'appartamento - Californication -

Miglior tormentone: "A cazzo di cane!" - Boris -

Serie che mi mancherà: The Shield

Cazzone dell'anno: Hank Moody - Californication -

MrFord

"Liberi liberi siamo noi
però liberi da che cosa
chissà cos'è?"
Vasco Rossi - "Liberi, liberi" -


lunedì 28 novembre 2011

Friday night lights Stagione 1

Produzione: Nbc
Origine: Usa
Anno: 2006
Episodi: 22



La trama (con parole mie): a Dillon, in Texas, si vive e sopravvive come in ogni cittadina della provincia americana. La differenza la fanno i Panthers, squadra di football del liceo locale e trampolino di lancio per quelli che potrebbero essere i futuri talenti dell'Nfl.
All'esordio come allenatore c'è Eric Taylor, appena trasferitosi in città con la moglie Tami e la figlia Julie, al primo incarico come head coach di un team, sul quale pesano l'ingombrante presenza di Buddy Garretty, finanziatore principale dei Panthers, e quella dell'intera comunità, legatissima alle imprese agonistiche dei giovani giocatori.
Punto fermo per il coach è il quarterback Jason Street, praticamente il figlio che Taylor non ha mai avuto, leader in campo e fuori: con lui spiccano i runningback "Smash" Williams e Tim Riggins e la giovane riserva Matt Saracen.
Quando, alla prima della partita della stagione, Street sarà costretto ad abbandonare il campo da gioco a causa di un infortunio, toccherà proprio a Saracen prendere in mano la squadra, con la benedizione di Taylor.



Smaltita - più o meno - la delusione per American horror story, Cannibale si è clamorosamente preso la sua rivincita introducendomi - ringrazia sentitamente anche Julez - ad una serie che pare l'archetipo della materia fordiana per eccellenza, e che non era ancora entrata a far parte del novero delle preferite del sottoscritto: Friday night lights - inizialmente battezzata High school team - è stata una vera e propria bomba dall'inizio alla fine di questa più che ottima stagione d'esordio, conquistando da subito uno spazio nel mio cuore di spettatore con il suo giusto equilibrio tra drama e sport, una scrittura ed un lavoro sulla costruzione dei personaggi splendido, uno stile di ripresa che ricorda quello della mia amata The Shield ed un'ambientazione da confine che pesca nell'immaginario Usa da frontiera e losers allo sbando, grandi amori e grandi sogni accanto ad altrettanto clamorose cadute.
Ma la cosa che ha reso già dal pilota Friday night lights un cult assodato è stato l'ottimo rapporto tra l'onestà delle vicende e la capacità delle stesse di entrare in contatto con l'audience, anche grazie ad un cast semplicemente perfetto che da corpo e anima a personaggi a tutto tondo: dal solido Eric Taylor, coach duro eppure paterno alla sua inseparabile moglie Tami, dal timido Matt Saracen al potenzialmente autodistruttivo Tim Riggins - ed anche qui ho trovato il Sawyer della situazione, ovviamente il preferito del sottoscritto nonostante la cotta che Julez ha coltivato per il personaggio dall'inizio fino quasi alla conclusione della stagione -, dallo spaccone Smash al golden boy Jason Street, tutti i protagonisti risultano credibili, e crescono, con i loro errori e le loro esperienze, formandosi ed acquistando sempre più spessore episodio dopo episodio.
Non abbiamo di fronte esperienze eccezionali, storie grandiose, eppure le vicende dei membri dei Panthers e delle persone che stanno loro accanto risultano grandi proprio nel loro essere quotidiane, guadagnate, giocate sul filo e fino all'ultimo secondo come un'indimenticabile partita di football - sport che, pur non seguendo dai tempi dei Miami Dolphins di Dan Marino, mi ha sempre fatto impazzire: se non l'avete fatto, a tal proposito, concedete una visione anche al tostissimo Ogni maledetta domenica -.
Inoltre, all'emozione e all'immediatezza, la serie aggiunge quel tocco di magia che permette allo spettatore di tornare ai tempi del liceo, in cui tutto pareva possibile ed il futuro era - o si sentiva - praticamente nelle mani di chi lo costruiva giorno per giorno senza però dimenticare quanto l'esperienza della maturità possa essere fondamentale nella nostra formazione come individui - in questo senso, il coach Taylor e sua moglie risultano pressochè perfetti, quasi fossero i genitori non soltanto di Julie, ma degli altri personaggi e dell'audience stessa, che trova in loro il sostegno anche e soprattutto nei momenti di maggior tensione di questi ventidue incredibili episodi.
Certo, quest'anno ci sono state la scoperta di Misfits e l'affermazione di Game of thrones, così come l'incredibile esplosione di Romanzo criminale: eppure un insieme di emozioni costante come quello garantito da Friday night lights dalla prima all'ultima puntata non l'avevo ancora provato.
Merito, forse, di una semplicità che si avvicina più alla vita che viviamo ogni giorno, e sentiamo nostra anche quando potrebbe non piacerci, e ci spinge, in un modo o nell'altro, a lottare per lei, sempre, come in attesa di una vittoria che bramiamo, di cui abbiamo bisogno come dell'aria, per mostrare al resto del mondo che siamo qui, e siamo vivi.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
Certamente a Friday night lights non mancano nè l'uno, nè l'altro.
Non mancano ad Eric Taylor, che è solido come una roccia, e sulle spalle porta tutto il peso della pressione di questa piccola, non sempre facile, città. E protegge i suoi ragazzi, come figli.
Non mancano a Tami Taylor, perchè accanto ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna. E tutta la forza del coach passa dalla saggezza di una compagna con palle e fascino da vendere.
Non mancano a Matt Saracen, che da riserva quasi invisibile diviene la star della squadra riuscendo a mantenere la dolcezza dei campioni silenziosi. Senza contare che esce con la figlia del coach, mica roba da poco.
Non mancano a "Smash" Williams, che da fuoriclasse impara a conoscere le proprie debolezze, per maturare e diventare grande forse addirittura prima dei suoi compagni.
Non mancano a Jason Street, che da protagonista assoluto finisce a dover ripartire da zero, e reinventarsi una vita intera. E con la forza della passione per lo sport che ama, a dimenticare rabbia e frustrazione.
Non mancano a Tim Riggins, che da sbandato dedito ad alcool, botte e ragazze rinsalda il legame con il fratello e nella mancanza di una figura paterna si riscopre un futuro padre molto migliore di quanto il suo sia mai stato.
Non mancano a Dillon, che nello sperduto panorama di un Texas troppo grande, tra voci e maldicenze, amarezze e delusioni, trova nella sua squadra un simbolo, una speranza, un sogno.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
E chi vince non dimentica mai quante sconfitte ci sono volute per arrivare in cima.


MrFord


"You can take me outside
you can take me apart
you can take me upstairs
you can take me to hear
you made me love you when
you thought you were so smart
don't try to stop me when
you told me to start."
Elvis Costello - "Inch by inch" -



domenica 6 novembre 2011

Ladyhawke

Regia: Richard Donner
Origine: Usa
Anno:1985
Durata: 121'



La trama (con parole mie): il capitano Etienne Navarre e la principessa Isabeau D'Anjou, innamorati contro il volere del Vescovo di Aquila, sono costretti a vagare per il mondo insieme, eppure senza mai incontrarsi. 
Infatti, grazie ad un maleficio operato dallo stesso alto prelato, durante il giorno la donna si trasforma in falco, mentre la notte riserva all'uomo una mutazione in lupo nero.
A cambiare i loro destini giunge, quasi per caso, il piccolo delinquente dalle mille risorse Philippe Gaston, detto il topo, che scampato alla morte voluta proprio da Aquila in persona e stretta un'alleanza con il vecchio monaco in cerca di redenzione Imperius, rischierà la sua vita affinchè i due possano finalmente tornare a vivere il loro amore.



Spesso e volentieri, da queste parti, si è parlato dei cult che, nel corso degli anni ottanta, hanno segnato le esistenze di chi, allora, viveva il magnifico periodo a cavallo tra infanzia e prima adolescenza, quando le giornate duravano una vita ed i sogni ad occhi aperti non ponevano alcuna condizione al resto delle nostre vite: uno dei registi di riferimento dei tempi era Richard Donner, autore di quella perla indimenticabile chiamata I Goonies, ma anche di un'altrettanto celebrata ed amata pellicola che, con Legend, rappresentò per anni il meglio del fantasy sul grande schermo: Ladyhawke.
Ora, potrà suonare strano, ma per una curiosa serie di coincidenze ho visto per la prima volta questo film soltanto ora, ponendo rimedio ad una lacuna che, effettivamente, andava colmata nel rispetto di quelli che sono stati i primi, fondamentali anni della mia formazione cinematografica.
Il risultato, piacevole ed interessante, è stato però indubbiamente ridimensionato dal fatto di aver deciso di dedicarmi a questa visione solo ora: la pellicola di Donner, infatti, per quanto affascinante, risulta inevitabilmente datata, e la mancanza di un legame affettivo con la stessa rende sicuramente arduo il compito di passare oltre la visione "critica" della stessa, senza contare che, nel genere, si è assistito nel corso degli anni seguenti ad esperimenti simili decisamente più efficaci - La storia fantastica, prima o poi ne parlerò - fino a giungere allo standard segnato dalla trilogia de Il signore degli anelli - anche in questo caso, arriverà il momento di ospitare al saloon anche la gigantesca opera di Peter Jackson -.
Resta il fatto - e questo è indubbio - che Ladyhawke costituisca un più che discreto film di genere, affascinante ed insolito - non mancano le sequenze in cui pare di assistere ad una sorta di rivisitazione fantasy del mondo eighties -, fotografato alla grande da Vittorio Storaro ed arricchito da una colonna sonora d'eccezione firmata Alan Parsons - legata a doppio filo alla sensazione "anni ottanta" cui accennavo poco fa - ed incorniciato da locations meravigliose - la pellicola fu girata quasi completamente in Italia, nonostante l'adattamento in stile francese voluto per non incorrere in eventuali polemiche con la Chiesa dovute alla presenza di un "cattivo" in abito talare -, senza contare che il fascino di un certo tipo di ambientazioni unito ad una storia che unisce romanticismo e battaglia ha il potere di stregare il pubblico di ogni età e gusti cinematografici.
Rispetto ai protagonisti, resta mitico il Matthew Broderick che tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo considerato cult con il suo Ferris Bueller in un ruolo che pare cucito su di lui, mentre il buon Rutger Hauer appare decisamente più a suo agio nelle vesti dell'assassino psicopatico di The hitcher rispetto all'eroe tenebroso ed innamorato; spicca tra i comprimari, senza soffermarsi troppo sull'indiscutibile e consueto fascino sfoderato da Michelle Pfeiffer, un giovane Alfred Molina in un ruolo che ricorda quello dell'orco delle fiabe, un cacciatore che pare uscito dalla parte barbara di un mondo fantasy decisamente "pulito" in tutto il resto degli elementi della pellicola.
Alla fine, dunque, con la polvere che si posa a terra, le spade di nuovo nei foderi e la prospettiva di una storia d'amore che può finalmente ricominciare, posso dirmi soddisfatto di avere finalmente affrontato un vero e proprio "mostro sacro" dei tempi della mia infanzia, pur godendomelo, per certi versi, soltanto a metà: sono sicuro, infatti, che se fosse passato sugli schermi di casa Ford allora, ora sarebbe uno dei must del mio amarcord personale.


MrFord


"A hundred days have made me older
since the last time that I saw your pretty face
a thousand lies have made me colder
and I don't think I can look at this the same
but all the miles that separate
disappear now when I'm dreaming of your face."
3 doors down - "Here without you" -

sabato 1 ottobre 2011

L'odio

Regia: Mathieu Kassovitz
Origine: Francia
Anno: 1995
Durata: 98'



La trama (con parole mie): Vinz, Hubert e Said sono tre ragazzi dalle differenti origini che vivono in una delle turbolente periferie parigine percorse da tumulti razziali e rabbia nei confronti della polizia. 
I focolai di lotta e gli atti di violenza hanno avuto un'impennata che ha portato a scontri sempre più aspri a seguito dei quali è rimasto gravemente ferito Abdel, un giovane del quartiere, e pare che un agente abbia perso la sua pistola.
A trovarla è lo stesso Vinz, che giura agli amici di essere pronto a pareggiare il conto se Abdel dovesse morire a seguito delle ferite riportate.
In un clima di tensione crescente vissuto in equilibrio con le tipiche spacconate da ragazzi, i tre amici vanno e tornano dal centro di Parigi scoprendo una nuova dimensione del loro rapporto nella speranza che quel "fino a qui tutto bene" possa durare il più a lungo possibile.



Esistono alcuni film che, praticamente dal momento della loro uscita, assumono tutti i connotati di cult per definizione, quasi portassero con loro una magia particolare destinata a raggiungere il cuore degli spettatori indipendentemente dai loro gusti, dalla provenienza o dal passare del tempo: L'odio è senza dubbio uno dei membri onorari di questo circolo esclusivo, nonchè una delle pellicole decisamente più importanti degli anni novanta, una sorta di piccolo Pulp fiction europeo che anno dopo anno è stato in grado di conquistare l'audience di sempre nuove generazioni, come ho potuto constatare io stesso quando, neppure troppo tempo dopo la prima visione del sottoscritto, mio fratello ne rimase completamente sedotto e le gesta di Vinz, Hubert e Said divennero un appuntamento almeno settimanale in camera nostra, con la videocassetta che entrava ed usciva dal videoregistratore quasi allo stesso ritmo delle pellicole di Tarantino, Quei bravi ragazzi e Scarface.
A distanza di ormai sedici anni dalla sua uscita, la pellicola di Kassovitz mantiene intatto il fascino di allora, risultando addirittura profetica nell'analisi della situazione di disagio delle periferie - sicuramente aumentato nel corso degli ultimi anni - e ancora attuale nel mostrare le dinamiche che muovono i giovani figli di quello stesso disagio in cerca di un paracadute per la caduta che fa da cornice, sfondo e spessore ai caratteri dei tre protagonisti, tutti consci - chi più, chi meno - del fatto che nulla potrà fermare il loro inesorabile precipitare, e l'unica speranza alimentabile resta quella di finire a terra rompendosi qualche osso, invece di sfracellarsi come l'ultima delle poltiglie sanguinolente.
L'insistita ostentazione di Vinz, la leggerezza di Said e la granitica resistenza di Hubert sono tutto il cuore che gli stessi ragazzi non potranno mai mettere nella vita, perchè il copione già scritto di un film in cui la Torre Eiffel non si spegnerà mai ad un gesto della mano o lo farà, quasi come una beffa, un secondo troppo tardi, prevede che quelli come loro siano l'espressione di una rabbia e di una condizione che pare necessaria all'odierna realtà del mondo, che per ogni centro città dove i videocitofoni nascondono spacciatori folli e citazioni cinefile - da manuale la sequenza della visita ad Asterix - si richiede un tributo in termini di vite spese e consumate da questo odio destinato a creare soltanto altro odio, altra rabbia, altre esistenze bruciate ed insoddisfatte all'ombra di quella che si suppone possa essere modernità.
Ma L'odio - il film, questa volta - è tanto denuncia quanto leggerezza, ed il viaggio dei tre protagonisti diviene un'irresistibile occasione per mostrare le sfaccettature di un'amicizia di formazione che passa dagli spinelli alla musica - da urlo la colonna sonora -, dai cazzotti alle prese in giro, dalle riflessioni sulla vita a quelle cazzate che, vissute con la compagnia giusta, assumono un'aura praticamente mitica fin dal momento che le ha spinte dritte nei ricordi - l'aneddoto del vecchio nel cesso pubblico è un altro momento da antologia -.
L'odio - di nuovo la pellicola - è denuncia e leggerezza, ma - occorre ricordarlo - la cronaca di un'inesorabile precipitare: è la storia dell'uomo che cade da un palazzo da cinquanta piani, e ad ogni piano continua a ripetersi "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene".
Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.
Vinz, Said e Hubert lo sanno bene, perchè l'hanno provato sulla pelle.
E noi, dove finiremo?
Soprattutto, come!?

MrFord

"Encore un jour se lève sur la planète France
je sors doucement de mes rêves, je rentre dans la danse
comme toujours, il est huit heures du soir, j'ai dormi tout le jour
je me suis encore couché trop tard, je me suis rendu sourd."
Saez - "Jeune et con" -
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