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martedì 13 agosto 2013

Stitches

Regia: Conor McMahon
Origine: Irlanda
Anno: 2012
Durata: 86'




La trama (con parole mie): ad animare la festa di compleanno dei dieci anni del piccolo Tom è chiamato Stitches, clown della profonda provincia dalle discutibili capacità.
L'uomo, certo non il migliore in quello che fa, si ritrova vessato dalle cattiverie dei piccoli amici del festeggiato fin dal primo momento in cui varca la soglia della sua casa: la catena di sberleffi e scherzi culmina in un tragico incidente in cui proprio il clown perde la vita, traumatizzando profondamente Tom.
Sei anni dopo, quando i testimoni di quel fatto si ritrovano cresciuti ed ormai preda dei turbamenti adolescenziali, Stitches riemerge dalla tomba in occasione del party organizzato per l'ormai ansioso festeggiato dei tempi della sua morte, animato da una sete di vendetta che lo porterà a cercare - ed uccidere - gli ex piccoli responsabili della sua dipartita.




Sono stato profondamente combattuto, nell'assegnare il voto a Stitches, horror dalla discutibilissima qualità rimbalzato di recente in più di un luogo della blogosfera: se, infatti, il lavoro di Conor McMahon, oltre alle origini irlandesi, da un lato è in grado di sfoggiare un'ironia nera e giocosa - spesso e volentieri autoinflitta, come una ferita - e di riportare alla mente il simpatico e casereccio tentativo nostrano di qualche anno fa de Il bosco fuori, dall'altro presenta al grande pubblico un lavoro talmente artigianale da risultare - per effetti, montaggio, professionalità - a tratti imbarazzante anche e più di una qualsiasi proposta costruita per il piccolo schermo - e non parliamo certo di serial di alta qualità -.
Certo, l'idea di sfruttare lo spauracchio del clown - uno dei babau più intriganti del genere da sempre - sulla carta poteva funzionare, pur se associata al classico plot da slasher con il mostro di turno intento ad eliminare i protagonisti adolescenti uno dopo l'altro, eppure ho trovato Stitches privo del carattere che avrebbe potuto condurlo sulla strada - più spaventosa - di un It o un Nightmare così come su quella decisamente più divertente di Shaun of the dead o del primo Peter Jackson - come giustamente Julez ha fatto notare nel corso della visione, è innegabile l'influenza che opere come Braindead hanno avuto sul regista -.
Un peccato per molti versi, perchè nonostante la povertà indubbia di mezzi l'inventiva - soprattutto nelle uccisioni perpetrate dal redivivo pagliaccio - e le citazioni mai sopra le righe - bellissima quella di Peeping Tom, superclassico nonchè pietra miliare tradotta qui da noi come L'occhio che uccide - rendono quantomeno apprezzabile il tentativo di aggiungere al coro dell'horror europeo anche la voce irlandese, rappresentata purtroppo per McMahon in modo decisamente più efficace dal da non troppo tempo passato su questi schermi Grabbers.
Parlando da un punto di vista cinematografico, infatti, la cosa più interessante per il sottoscritto di questa visione è stata data dalla sorta di cover - dal punto di vista musicale, e non del testo - degli An emotional fish de Gli spari sopra di Vasco, ripescata - ed azzeccatissima - per i titoli di coda.
Un buon modo, comunque, per non rimanere troppo delusi o spiazzati da questo prodotto è considerare di trovarsi di fronte ad uno di quei trash da finta serie b che tanto piacciono ai tipi radical chic pronti a menarsela per non essere sostenitori dei soli titoli d'autore ma anche di proposte più terra terra senza la spocchiosità delle opere appena citate, infarcita di luoghi comuni da teen movies - il protagonista timido che cerca di conquistare il primo amore, tipa figa ma alternativa e sempre e comunque alla mano, il migliore amico cazzone e leale, i bulli pronti a vessare il suddetto protagonista, con l'aggiunta in pieno Glee-style del compare gay esperto di decorazioni ed organizzazione di eventi - e tutto sommato innocua, capace più di strappare una bonaria risata che non un salto sul divano per la paura.
Onestamente non credo che il buon McMahon farà troppa strada nel mondo della settima arte, così come il protagonista Ross Noble - il suo Stitches pare davvero eccessivamente caricaturale e sopra le righe per essere preso sul serio, per quanto strana possa suonare questa affermazione -, ma se proprio avete una serata senza pretese - ma senza, senza pretese - all'orizzonte, ed un'insana voglia di divertiti eccidi in stile adolescenza horror anni ottanta, allora avrete di che trastullarvi senza impegno con questo piccolo anticult made in Ireland.


MrFord


"She says that's the trouble with reality 
it's taken far too seriously
I do hope God is good to me 
and Santa Claus to the children
celebrate
this party's over
I'm going home
celebrate 
this party's over
I'm going home."
An emotional fish - "Celebrate" -


giovedì 16 maggio 2013

It

 

Regia: Tommy Lee Wallace
Origine: USA
Anno: 1990
Durata: 192'


La trama (con parole mie): nel 1960 una piccola cittadina del Maine è sconvolta da una serie di sparizioni ed omicidi che vedono vittime solo ed esclusivamente bambini, e sprofonda nel terrore di un mostro cui non si riesce ad associare un volto. 
Un gruppo male assortito di giovanissimi losers, strettisi attorno alle reciproche sfortune, intuisce che dietro le tragedie che affliggono Derry - questo il nome della località - ci sia ben più dell'operato di un serial killer: infatti, celato dietro la maschera del clown Pennywise, si aggira per le loro strade il terrificante It, essere dall'età indefinita presente da secoli in quei territori e di norma abituato a ritorni giunti dopo un letargo di trent'anni.
Il primo confronto tra Pennywise ed i ragazzini termina con l'apparente sconfitta del primo, che scompare senza lasciare traccia almeno fino al 1990, per l'appunto, a trent'anni di distanza dagli eventi dell'estate che vide nascere "La banda dei perdenti": così l'unico dei suoi membri ad essere rimasto a Derry - e non aver avuto successo, fama e denaro - chiama a raccolta i vecchi compagni in modo che possa essere mantenuta la promessa fatta ai tempi di uccidere It.




Come ormai ben sanno tutti i frequentatori di prima ora del Saloon, una parte importante dei miei recuperi cinematografici è legata all'amarcord di quella che è stata la mia prima formazione come spettatore, avvenuta  a cavallo della seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta, e passata attraverso un bombardamento di action movies ormai mitici ed una serie quasi infinita di horror, che soprattutto d'estate, ai tempi in cui io e mio fratello ci ritrovavamo a casa entrambi, diventava il modo migliore per occupare le mattine in attesa dei pomeriggi passati al parco a giocare a pallone o a cominciare a sentire i primi richiami ormonali: in questo senso, un contributo fondamentale veniva, in un'epoca in cui internet, lo streaming e lo scarico erano praticamente fantascienza, da Paolo, personaggio leggendario da queste parti nonchè ai tempi proprietario con la sua famiglia di una videoteca a due passi dall'allora casa Ford, sempre pronto a consigliare i titoli più tamarri o "spaventosi" che poteva avere a disposizione al sottoscritto nelle assolate mattine delle prime settimane dopo la fine della scuola: uno dei riferimenti in quegli anni, visto per la prima volta a casa di amici e poi passato non so quante centinaia di altre sul nostro videoregistratore, fu It, tratto da un romanzo di dimensioni mastodontiche di Stephen King - che anni dopo iniziai a leggere senza mai terminarlo - divenuto da subito un nostro supercult.
Complice del successo di questo prodotto clamorosamente - anche per quanto riguarda la qualità - televisivo, fu senza dubbio il charachter del "mostro", interpretato da uno scatenato Tim Curry - che anni dopo avrei imparato ad ammirare nel Rocky Horror Picture Show -, perfetto nel prestare un malefico ghigno a Pennywise, senza contare l'atmosfera - soprattutto nella prima parte -, che ricordava avventure strepitose come quelle de I Goonies o Stand by me, anche in questo caso portate a compimento da un gruppo di outsiders clamorosi che non potevano che suscitare, ai tempi come oggi, la simpatia fordiana: e nonostante l'indole da aspirante scrittore mi suggerisse l'identificazione con il protagonista Bill - il cui fratellino Georgie finisce per essere tra le prime vittime di Pennywise in una delle sequenze più spaventose della pellicola -, ricordo di aver avuto fin da subito una certa predilezione per "Cannone" Ben, interpretato nella sua versione adulta dal compianto John Ritter nonchè, sempre nella parte ambientata all'inizio degli anni novanta, dedito ad una certa inclinazione per alcool e donne - evidentemente anche allora intuivo quali sarebbero state le mie debolezze da "adulto" -.
In realtà, e nonostante i limiti che ora mostra rispetto al tempo e alla resa, il lavoro di Wallace risulta ancora legato ai sentimenti del sottoscritto e di una generazione che lo visse praticamente sulla pelle, sentendo i brividi ad ogni tentativo di Pennywise di sfruttare le paure dei suoi avversari - da giovani e da adulti - ed un moto di orgogliosa partecipazione ad ogni impresa della Banda dei perdenti, i cui membri - perfino i meno interessanti come Stan o Eddie - risultano caratterizzati benissimo, oltre che a tratti irresistibili - su tutti Ritchie, vero e proprio motore comico del gruppo -.
Peccato, al contrario, per il netto calo presente nella seconda parte della storia e la rivelazione conclusiva della vera natura di It - decisamente deludente nella sua realizzazione -, nonchè del pessimo faccia a faccia finale tra gli ex ragazzini ed il loro persecutore: la differenza, infatti, in termini di atmosfera e di resa con la prima metà è notevole, e l'impressione è che l'intera operazione abbia perduto mordente strada facendo per lasciare spazio alla parte più consolatoria e positiva della storia - come il finale romantico -.
Il ricordo, comunque, di quelle estati e delle apparizioni di Pennywise - splendida quella attraverso l'album fotografico -, della cena al ristorante cinese dei vecchi membri della Banda dei perdenti trent'anni dopo e del destino di ognuno di loro permetteranno a It di conservare sempre un posto d'onore nell'amarcord del Saloon e del sottoscritto, che è già pronto a condividere con il Fordino appena sarà il momento, quasi si trattasse di un vero e proprio passaggio di testimone, e con il rassicurante monito che, se mai un giorno un Pennywise qualsiasi dovesse avvicinarsi a lui con intenti horrorifici, allora dovrà considerare di fare i conti con un mostro ben peggiore: quello delle bottiglie pronte a sfracellarsi sulla sua testa.


MrFord


"I'll be your clown
behind the glass
go 'head and laugh
cause it's funny
I would too if I saw me
I'll be your clown
on your favourite channel
my life's a circus circus
round in circles
I'm selling out tonight."

Emeli Sandè - "Clown" -




martedì 13 novembre 2012

Ballata dell'odio e dell'amore

Regia: Alex De La Iglesia
Origine: Spagna
Anno: 2010
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Javier non è mai stato un bambino. Almeno non come lo si potrebbe intendere nell'immaginario comune. Suo padre, un clown da risata finito a combattere il regime nel 1937, nel pieno dell'ascesa di Franco, ha lasciato sulle sue spalle l'eredità del mestiere con l'avvertimento per il ragazzo di non intraprendere la sua stessa carriera, concentrandosi invece sul ruolo di maschera triste, maggiormente adatta alla storia personale del giovane.
Nel 1973, nel pieno del viale del tramonto dello stesso Franco, Javier trova lavoro proprio come clown triste in un circo scombinato e sempre ad un passo dal fallimento: qui conosce Natalia, bellissima acrobata legata sentimentalmente a Sergio, pagliaccio da risata che adora i bambini ed è incline ad alcool e violenza, spesso dirottata proprio sulla donna.
Tra quest'ultima e Javier nasce un sentimento di complicità, che porterà inesorabilmente alla rovina non soltanto il circo, ma tutti i suoi componenti, in un crescendo di caos generato dall'amore e dall'odio.





Onestamente, avrei davvero voglia di prendere a sonore bottigliate quel disgraziato di Alex De La Iglesia: lo strambo ed incostante regista iberico, autore di pellicole decisamente fuori dagli schemi come Perdita Durango, torna alla ribalta con quella che sarebbe potuta diventare la sua opera più importante, potente e complessa, costruita interamente sulle spalle cadenti ed il viso martoriato di Javier, clown triste che pare non avere una sola possibilità rispetto all'avere una vita almeno vagamente appagante e felice.
Una sorta di Tim Burton mandato in elettroshock da Tarantino, per intenderci.
E invece che cosa mi combina, quel disperato? Nel corso della prima metà del film tesse i fili per un lavoro profondo e struggente sull'amore che possa essere un parallelo con il dramma che la Spagna visse dalla Guerra Civile alla fine della dittatura franchista - un pò quello che fece Almodovar nel meraviglioso Carne tremula -, definendo i personaggi alla grande ed inserendoli in una cornice curatissima, dark e splatter, romantica e struggente, magica ed estremamente terrena avvalendosi di due appoggi per il protagonista di assoluto rispetto, charachters tridimensionali e traboccanti passione e sesso come Sergio e Natalia.
Poi, preso da un non so quale tipo di fervore dalle venature praticamente action, trasforma quella che era una sorta di poesia scritta con il sangue in un vero e proprio circo di morte, esplosioni, scelte decisamente appariscenti - le deturpazioni che subiscono sia Javier che Sergio - ed un progressivo abbandono della parte più legata ai sentimenti che finisce per impoverire l'intero lavoro dando l'impressione che, una volta disposti i pezzi sulla schacchiera, De La Iglesia si sia ritrovato con l'impressione di non sapere più come utilizzarli.
Certo, la qualità resta alta ed alcuni passaggi assolutamente grotteschi - la parentesi di Javier alle "dipendenze" dei franchisti pare quasi uscita da Bunuel - lasciano piacevolmente sorpresi, eppure la decisione di abbandonare repentinamente la vena "alta" della storia per concentrarsi sulla componente pulp, molto pulp e pure troppo questa volta non ripaga l'autore, che rischia fino all'ultimo - e si salva davvero per poco - di incorrere nelle ire del sottoscritto, per di più costretto alla visione in un letto d'ospedale a seguito del recente intervento alle tonsille.
Un vero peccato, perchè se sviluppata meglio, questa ballata - e in effetti, lo spirito della prima metà pare proprio quello - avrebbe potuto definire uno standard nuovo - e senza dubbio alto - per la parte più aggressiva del Cinema spagnolo, che comincia a sentire la mancanza di qualcuno in grado di assestare colpi bassi e cattivi: resta comunque una visione discreta, curata benissimo dal punto di vista tecnico - splendida la fotografia, perfetto il cast, dalla metamorfosi di Javier alla bellezza mozzafiato di Natalia, resa praticamente irresistibile - e sicuramente spettacolare da molti punti di vista, viziata però inesorabilmente dall'incapacità di imbrigliarla del suo stesso regista.
Oltre a lui merita una sonora vagonata di calci rotanti anche la distribuzione italiana, che porta in sala questo titolo con un ritardo colpevolissimo, e ribadisce per l'ennesima volta la situazione assolutamente scandalosa in cui versa il mercato cinematografico - oltre che alla qualità delle proposte made in Terra dei cachi - del Nostro Paese: arrivati a questo punto non dovremmo neppure scandalizzarci troppo, ma non riesco proprio a trattenermi quando si reiterano allo sfinimento - del pubblico - episodi di questo genere.
Tornando a De La Iglesia e al film, mi sento in ogni caso e nonostante la mia parziale delusione di consigliarne la visione, che risulterà intensa e violenta - non solo in senso fisico - praticamente per ogni tipologia di audience, mettendo sul piatto due argomenti fortissimi come l'Amore - e qui si gioca quasi sempre sul sicuro - e la Storia - considerato che il dramma della Guerra Civile spagnola è spesso sottovalutato dalle nostre parti, intenti a concentrarci sul secondo conflitto mondiale -: armatevi dunque di una certa disposizione d'animo alla sofferenza e alla tristezza - del resto il titolo originale, Balada triste de trompeta, dice tutto -, al sangue e alle lacrime, al sesso e alla morte, e buttatevi a capofitto.
Può anche essere che, non conoscendo Iglesia o non confidando troppo, questa ballata possa ipnotizzarvi più di quanto sia riuscita a fare con il sottoscritto.



MrFord



"Con tanto llanto de trompeta
mi corazón desesperado
mas yo ando recordando
mi pasado
aaah aaah aaah… aay
aaah aaah aaah… aay."
Raphael - "Balada de la trompeta" -


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