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martedì 20 febbraio 2018

The Greatest Showman (Michael Gracey, USA, 2017, 105')




Ho sempre subito il fascino dell'idea romantica del circo, di quella parte di ottocento brutta, sporca e cattiva da freak show, alcool, fumo e mistero, così come dal concetto di illusionismo basato sulla volontà del pubblico di farsi ingannare quasi fosse una sorta di antesignano di quello che è, oggi, il Cinema - o il wrestling, sempre per rimanere nell'ambito delle mie passioni più grandi -.
Come se non bastasse, e nonostante forse non si potrebbe pensare, almeno ad un'occhiata superficiale, ho anche sempre avuto un debole per il musical, e da West side story - forse in assoluto il mio preferito - a Moulin Rouge!, passando per il Rocky Horror, molti sono i rappresentanti del genere che ho amato negli anni alla follia.
The Greatest Showman, dunque, aveva dalla sua la possibilità di conquistarmi senza troppo sforzo, nonostante le aspettative non fossero certo alte e l'operazione puzzasse di ruffianata lontano un paio di miglia: ebbene, visione alle spalle, posso dire che Michael Gracy - spalleggiato alla sceneggiatura dal "mitico" Bill Condom, già plurivincitore del Ford Award per il peggior film nei suoi anni legati alla saga di Twilight - ce l'ha messa proprio tutta per farmi detestare una delle pellicole più paracule, patinate e terribilmente melense degli ultimi mesi, tanto da farmi pensare a cosa dovevano essersi bevuto le persone che hanno finito per consigliarlo a Julez neanche si trattasse di un novello Moulin Rouge!, per l'appunto.
Salvate - ma solo per orecchiabilità, sia chiaro - le canzoni decisamente molto pop, il resto è una fiera del già visto, del prevedibile e soprattutto del disneyano nella peggiore accezione del termine, che più che celebrare il diverso ne sfrutta - neanche fosse Barnum - il lato più lacrimevole e retorico, finendo per apparire come una versione lunga ed in costume delle puntate di Glee quando la serie canora era già decaduta e crollata in termini di qualità espressa.
La vicenda - fortemente romanzata - dell'ascesa, delle luci e delle ombre di uno dei primi, veri pionieri del mondo dello spettacolo nella sua concezione moderna, J. P. Barnum - uno Hugh Jackman che pare di plastica, con tutto l'affetto che posso provare per l'attore australiano - risulta pesante e stucchevole fin dal principio, complici la storia d'amore da romanzo rosa di bassa lega con la sua futura moglie, le coreografie delle canzoni - che occupano la quasi totalità del minutaggio del film - e tutto il filotto dei luoghi comuni che possiate immaginare ed applicare ad uno scenario come quello del povero pieno di idee e sogni che riesce nell'impresa di rendere gli stessi realtà e dunque incappa nei più ovvi scivoloni prima di redimersi e tornare in seno alla sua famiglia, con tanto di passeggiata a bordo di elefante finale da brividi - e non per l'emozione -.
Se Barnum - quello vero -, come il Nolan di The Prestige chiedeva al suo pubblico di farsi ingannare e trasportare dall'immaginazione di fronte all'ignoto, al diverso, al costruito per stupire, The Greatest Showman mostra il posticcio, il vuoto, l'inutile: tutto quello che i detrattori di questo tipo di spettacoli usano per contestare gli stessi.
Curioso che il protagonista di entrambi i film - con esiti opposti - sia proprio Jackman, quasi il Destino avesse voluto mostrare i due lati della stessa medaglia: in fondo, costruire un'illusione è tutto sommato semplice. Il difficile è renderla davvero credibile.



MrFord



sabato 18 aprile 2015

American Horror Story - Freak Show

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 13





La trama (con parole mie): torna sul bancone del Saloon Julez, sempre pronta ad affrontare tutti i titoli - che si parli di grande o piccolo schermo - che il sottoscritto finisce per non avere il coraggio di fronteggiare per timore di ritrovarsi di fronte l'ennesima delusione.
Fino ad ora è stato effettivamente così, dunque cosa accadrà con l'ultima stagione della creatura di Ryan Murphy? Sarà una fiera delle bottigliate come fu per l'annata d'esordio o una rivelazione fulminante come Asylum?
O ancora peggio, una robetta come quella mostrata con Coven!?







AMERICAN HORROR STORY FREAK SHOW

Ed ecco a voi, siore e siori, un altro spectaculo spectacular  diludendo!
Sento dal pubblico voci che si levano richiedendo la Suspense?
Ma dico io, siori e siore, credete forse di trovarvi di fronte al grande, irreprensibile Alfred Hitchcock? Ma dico io, siore e siori, credete forse di trovarvi di fronte al mitico Stanley Kubrick?
No cari miei siore e siori (e ora la smetto), lo spettacolo a cui assisteremo stasera è un numero di altissimo alto medio basso bassissimo infimo livello di MAGIA.

Per la preparazione di questo numero avremo bisogno di:
un’attrice bellissima seppur agée che replichi paro paro i personaggi degli AHS precedenti ma con classe e competenza, as usual, e un bellissimo accento tedesco
un giovane attore di grandi capacità e strano fascino
un numero a caso di freak veri o falsi che siano
un ambientazione azzeccatissima nell’intento di inquietare
uno psicopatico che, se non è psicopatico anche nella realtà, merita l’Oscar
una scena riuscita ripetuta ad libitum (Life on Mars)

Con questo numero vogliamo dimostrare a voi, signore e signori del pubblico, come siamo in grado, noi del Freak Show, di prendere questi ingredienti di qualità, cucinarli, condirli, impiattarli e presentarvi… QUESTO PIATTO FA SCHIFO!

Come ci siamo riusciti mi chiedete urlando?
Ma cari signori e signore un mago non svela mai i suoi trucchi! E smettetela di lanciare i pomodori, va bene, va bene, ve lo spiego!

Ebbene, per prima cosa prendete un gruppo di sceneggiatori dediti all’alcool o, in alternativa, che soffrano del morbo di Alzhaimer, tipo Alice.
Fategli scrivere un pezzo di puntata a testa, nella speranza che l’alcool o l’Alzhaimer facciano loro dimenticare i personaggi a metà strada.
Puntate tutto su due o tre scene che comunque siano venute vagamente bene in fase di scrittura e pensate “ma sì, tanto gli spettatori sono dei grandi idioti, con questo zuccherino dovrebbero essere contenti”.
Alla fine, e badate bene, solo alla fine, prendete qualcuno con un cervello semi funzionante, o solamente che sia bravo a memory e fategli chiudere velocemente tutte le sottotrame in modo da avere la giustificazione che voi sì, voi sapevate dove stavate andando quando sembrava che le cose fossero scritte a cazzo. Fate morire ampressa ampress un po’ tutti senza grandi patemi d’animo.

A quel punto spolverate di marketing, sperate nell’effetto tanto l’ho già mangiato una volta e non mi è venuto il cagotto et VOILA’, les jeux sont fait, rien ne va plus.

Siete soddisfatti della spiegazione del trucco cari signori e signore del pubblico? Cos’è quello sguardo omicida acceso su tutti i vostri volti? Signori badate, mi state facendo paura, paura quella vera, aiutooooooo rivoglio l’innocuo American Horror Story Freak Shooooooowwwww.



Julez


 

"E chi li vede strilla oh mamma mia !
gambe in spalla e vola via
e non c'e' camomilla che calmi un po’
ninna ah, ninna uh, ninna oh..."
I Mostriciattoli - "Carletto il principe dei mostri" -



 

martedì 6 maggio 2014

Una notte al Circo de los horrores

La trama (con parole mie): alle spalle passaparola e recensioni ben più che positive come quella di Frank, i Ford hanno approfittato della presenza a Milano della compagnia che porta in scena il Circo de los horrores per concecersi una serata in bilico tra atmosfere spaventose, grottesche, sopra le righe ed assolutamente divertenti consacrate allo spirito di uno dei generi che da sempre, al Saloon, si è amato.
Una serata partita con i tentativi di fuga di Julez e terminata con una standing ovation.






Fin dai tempi della mia infanzia, l'horror è sempre stato uno degli ingredienti principali del cocktail che ha contribuito a formare quello che sono ora, che si parli di Cinema, Musica o, più in generale, di cultura: il Circo, per quanto non abbia mai frequentato l'ambiente, d'altro canto, non ha mai mancato, almeno sul grande schermo, di esercitare il suo fascino grottesco e sinistro, divenuto anche interesse da quando conobbi Julez, che non sono è diplomata in una delle scuole più importanti d'Italia per quanto riguarda l'arte circense, ma anche la fautrice di scoperte come il Cirque du Soleil, assolutamente pazzesco dal punto di vista della tecnica e della narrazione attraverso le singole esibizioni dei suoi artisti.
Proprio il nouveau cirque è alla base anche del Circo de los horrores, portato in scena splendidamente dalla compagnia guidata dallo strepitoso Suso Silva - nel duplice ruolo di anfitrione dello spettacolo nei panni del Nosferatu e clown "mortale", viaggiatore destinato a concludere il suo viaggio tra le braccia dei personaggi sfilati nel corso dello spettacolo -, che per due ore piene ha trasformato il tendone piantato di fronte al Luna Park dell'Idroscalo in un vero e proprio teatro del macabro, della risata e dello spavento.
Fin dal principio l'atmosfera è stata la padrona assoluta della serata: dall'ingresso corredato di monaci dall'aspetto cadaverico pronti a strappare i biglietti in silenzio assoluto all'area antistante il palco, infestata da creature demoniache, mummie, Leatherface impazziti con tanto di motosega, becchini con pale trascinate a peso morto dietro di loro a rendere l'impatto il più possibile spaventoso per la maggior parte delle donne presenti, prese ovviamente di mira dagli attori ad ogni avvisaglia di timore - nel nostro caso, imperdibili la camminata accanto al becchino o l'avvicinarsi del Diavolo, che notata l'inquietudine di Julez ha cercato in tutti i modi di scansarmi per avvicinarla il più possibile - all'ingresso effettivo, reso inquietante dalla tensione che le suddette, insolite presenze potessero di colpo comparire tra le poltrone, in cerca di qualche ultimo spavento prima dell'inizio dello spettacolo.
L'ingresso di Suso, dunque, da il via a quello che è stato un crescendo di surreale coinvolgimento e grande divertimento, in grado di mostrare immediatamente la grande capacità di intrattenitore del leader del Circo, capace di giostrare volgarità, suggestione, carisma da vendere ed empatia immediata con l'audience - dal "Chi ha paura si fotta, in fondo siete venuti qui!" alle leccate di mano alle signore -: da quel momento esibizioni sui tessuti - forse tecnicamente non ineccepibili, ma comunque affascinanti da vedere -, contorsioni da "esorcista", balli a metà tra la capoeira ed il voodoo, fuoco e fiamme, le battutacce del clown Grimo - forse il meno interessante della serata, probabilmente per responsabilità dell'attore, che abbiamo immaginato essere stato assunto direttamente in Italia per questo tour -, voli attaccate ai capelli, impressionanti scambi di mano a mano, il numero "a centrifuga" del medico pazzo - tra i pezzi che hanno convinto di più i Ford -, i siparietti della nana/bambina ed il coinvolgimento del pubblico, rappresentato nel proprio smarrimento dal giovane Emanuele, preso "di mira" da tutti i componenti della compagnia e prestatosi alla grande al gioco dall'esibizione della vampira Debora al finale, hanno trascinato quasi senza respiro dall'inizio alla fine dello show.
Numero dopo numero, all'atmosfera inquietante vengono sapientemente alternati momenti di assoluto ed irrefrenabile divertimento orchestrati dalla versione clown di Suso, protagonista di due sequenze - quella della macchina e quella appena precedente alla chiusura, legata al Cinema - da sbellicarsi dalle risate ed osservare ammirati l'abilità di comunicatore di questo attore da urlo, anticamera di una chiusura dal fascino quasi malinconico in cui, mentre il tempo rivale la sua natura circolare, assistiamo ad una nuova mutazione dello stesso Suso nel Nosferatu che aveva aperto lo spettacolo.
Un'esperienza unica, che forse varrebbe la pena di vivere nella sua versione completa ed originale - dovessimo ricapitare a Barcellona e trovarlo, non ce la faremo scappare - e che omaggia alla perfezione una delle incarnazioni più affascinanti di Cinema e Letteratura, e forse della vita stessa: il lato oscuro della perdizione e del terrore che è anche una rappresentazione dei desideri, della passione, del sangue che ribolle, di tutti i sentimenti che partono dalla pancia e si fanno strada dritti fino al cuore e al cervello, scuotendo per bene quei due rammolliti che pensano di avere sempre il coltello dalla parte del manico.
Qui, signore e signori, c'è una motosega urlante.



MrFord




mercoledì 20 novembre 2013

La strada

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1954
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Gelsomina, una ragazza introversa dalla particolare sensibilità, è spinta dalla madre a divenire l'assistente di Zampanò in sostituzione della sorella defunta. L'uomo, un artista di strada specializzato in numeri che prevedono l'utilizzo della forza bruta dal carattere burbero e spigoloso dedito all'alcool e alla violenza, diviene dunque il maestro ed il padrone della giovane, che spesso e volentieri soffre i suoi modi bruschi.
Quando l'incontro con un altro artista detto il Matto pone Gelsomina di fronte ad una nuova prospettiva della sua esperienza, quest'ultima decide di rimanere accanto a Zampanò quasi si trattasse di una missione, o di una predestinazione: la tragedia, però, è dietro l'angolo, e per l'insolita coppia giunge il momento di affrontare la dura realtà delle rispettive nature.





Tradurre i propri pensieri, le esperienze e le idee in poesia non è mai un'impresa facile, di qualsiasi campo artistico si stia parlando: spesso e volentieri, superando il confine che separa il racconto quotidiano dal lirismo del sogno e dell'interpretazione, si rischia per scivolare nel radicalchicchismo sfrenato - e qui al Saloon tanto osteggiato - oppure nel patetico.
Fortunatamente ogni tanto, nel nostro percorso umano, incrociamo il cammino di nomi come quello di Federico Fellini, tra i pochi registi in grado di riuscire a farsi interprete del significato più puro del termine poesia senza per questo rinunciare alla pancia o al cervello: uno degli esempi più importanti in questo senso è senza dubbio La strada, titolo che diede notorietà assoluta ed internazionale al cineasta riminese e che gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, lanciando di fatto uno stile ed un approccio che sarebbero stati presi d'esempio e modello per i decenni successivi - e lo sono ancora -.
In realtà questa ennesima visione de La strada mi ha condotto - come spesso accade con le opere dei grandi - ad un'altra interpretazione della stessa, meno riferita ai consueti pareri in merito, al mondo del circo, all'amore, al vagabondare, quanto più al complesso rapporto che legò per una vita Fellini e sua moglie, Giulietta Masina: in un certo senso, quello che ho visto questa volta nella storia spesso triste di Gelsomina e Zampanò è stato una sorta di rivisitazione del rapporto tra il regista e l'attrice, inseparabili anche nella morte - la Masina scomparve neppure sei mesi dopo il Maestro - eppure decisamente lontani da un rapporto idilliaco in vita.
Il carattere strabordante del geniale Federico e quello più remissivo di Giulietta, uniti alle avventure che il primo spesso e volentieri si concedeva con le protagoniste che ispiravano i suoi film - su tutte è nota la storia d'amore con Sandra Milo -, i conflitti e le ombre si sono proiettati dal primo all'ultimo su Zampanò e Gelsomina, in perenne lotta eppure necessari l'uno all'altro anche di fronte alla tragedia, e alla morte.
La leggerezza quasi ostentata della ragazza spinta dal Matto a credere che la ragione della sua vita potesse essere effettivamente quella di stare accanto ad una persona "che nessuno avrebbe voluto" e l'aggressività a tratti incontenibile dell'uomo, apparentemente privo di qualsiasi sensibilità o pensiero rivolto a qualcosa che non sia il suo viaggiare ed i numeri da circo, l'alcool e le donne, si incastrano alla perfezione come soltanto i grandi amanti ed i grandi nemici possono riuscire ad incastrarsi, facendo da motore ad una tragedia profondamente realista ed altrettanto aerea nella sua rappresentazione, ritratto non tanto di un Paese - come fu per Amarcord o La dolce vita - quanto della parte "straziata" dello stesso, quella del cuore.
Un film da amare incondizionatamente anche nei suoi momenti più terribili, traboccante la passione per la vita che Fellini non ha mai fatto mancare al suo pubblico, in grado di rendere profondo e tragicamente affascinante proprio Zampanò, talmente forte ed aggressivo da intimorire eppure fragilissimo e solo in uno dei finali più struggenti che il Cinema italiano sia mai riuscito a portare sul grande schermo, così come la delicata Gelsomina, talmente decisa a credere da risultare quasi fastidiosa agli occhi di chi, al contrario, più che alla Fede è dedito alla Vita, eppure incapace di rinunciare alla parte di sogno necessaria per sopportare la realtà.


MrFord


"Lui ti offre la sua ultima carta, 
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, 
quando dice "È quattro giorni che ti amo, 
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". 
E non hai capito ancora come mai, 
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai. 
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" -



martedì 13 novembre 2012

Ballata dell'odio e dell'amore

Regia: Alex De La Iglesia
Origine: Spagna
Anno: 2010
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Javier non è mai stato un bambino. Almeno non come lo si potrebbe intendere nell'immaginario comune. Suo padre, un clown da risata finito a combattere il regime nel 1937, nel pieno dell'ascesa di Franco, ha lasciato sulle sue spalle l'eredità del mestiere con l'avvertimento per il ragazzo di non intraprendere la sua stessa carriera, concentrandosi invece sul ruolo di maschera triste, maggiormente adatta alla storia personale del giovane.
Nel 1973, nel pieno del viale del tramonto dello stesso Franco, Javier trova lavoro proprio come clown triste in un circo scombinato e sempre ad un passo dal fallimento: qui conosce Natalia, bellissima acrobata legata sentimentalmente a Sergio, pagliaccio da risata che adora i bambini ed è incline ad alcool e violenza, spesso dirottata proprio sulla donna.
Tra quest'ultima e Javier nasce un sentimento di complicità, che porterà inesorabilmente alla rovina non soltanto il circo, ma tutti i suoi componenti, in un crescendo di caos generato dall'amore e dall'odio.





Onestamente, avrei davvero voglia di prendere a sonore bottigliate quel disgraziato di Alex De La Iglesia: lo strambo ed incostante regista iberico, autore di pellicole decisamente fuori dagli schemi come Perdita Durango, torna alla ribalta con quella che sarebbe potuta diventare la sua opera più importante, potente e complessa, costruita interamente sulle spalle cadenti ed il viso martoriato di Javier, clown triste che pare non avere una sola possibilità rispetto all'avere una vita almeno vagamente appagante e felice.
Una sorta di Tim Burton mandato in elettroshock da Tarantino, per intenderci.
E invece che cosa mi combina, quel disperato? Nel corso della prima metà del film tesse i fili per un lavoro profondo e struggente sull'amore che possa essere un parallelo con il dramma che la Spagna visse dalla Guerra Civile alla fine della dittatura franchista - un pò quello che fece Almodovar nel meraviglioso Carne tremula -, definendo i personaggi alla grande ed inserendoli in una cornice curatissima, dark e splatter, romantica e struggente, magica ed estremamente terrena avvalendosi di due appoggi per il protagonista di assoluto rispetto, charachters tridimensionali e traboccanti passione e sesso come Sergio e Natalia.
Poi, preso da un non so quale tipo di fervore dalle venature praticamente action, trasforma quella che era una sorta di poesia scritta con il sangue in un vero e proprio circo di morte, esplosioni, scelte decisamente appariscenti - le deturpazioni che subiscono sia Javier che Sergio - ed un progressivo abbandono della parte più legata ai sentimenti che finisce per impoverire l'intero lavoro dando l'impressione che, una volta disposti i pezzi sulla schacchiera, De La Iglesia si sia ritrovato con l'impressione di non sapere più come utilizzarli.
Certo, la qualità resta alta ed alcuni passaggi assolutamente grotteschi - la parentesi di Javier alle "dipendenze" dei franchisti pare quasi uscita da Bunuel - lasciano piacevolmente sorpresi, eppure la decisione di abbandonare repentinamente la vena "alta" della storia per concentrarsi sulla componente pulp, molto pulp e pure troppo questa volta non ripaga l'autore, che rischia fino all'ultimo - e si salva davvero per poco - di incorrere nelle ire del sottoscritto, per di più costretto alla visione in un letto d'ospedale a seguito del recente intervento alle tonsille.
Un vero peccato, perchè se sviluppata meglio, questa ballata - e in effetti, lo spirito della prima metà pare proprio quello - avrebbe potuto definire uno standard nuovo - e senza dubbio alto - per la parte più aggressiva del Cinema spagnolo, che comincia a sentire la mancanza di qualcuno in grado di assestare colpi bassi e cattivi: resta comunque una visione discreta, curata benissimo dal punto di vista tecnico - splendida la fotografia, perfetto il cast, dalla metamorfosi di Javier alla bellezza mozzafiato di Natalia, resa praticamente irresistibile - e sicuramente spettacolare da molti punti di vista, viziata però inesorabilmente dall'incapacità di imbrigliarla del suo stesso regista.
Oltre a lui merita una sonora vagonata di calci rotanti anche la distribuzione italiana, che porta in sala questo titolo con un ritardo colpevolissimo, e ribadisce per l'ennesima volta la situazione assolutamente scandalosa in cui versa il mercato cinematografico - oltre che alla qualità delle proposte made in Terra dei cachi - del Nostro Paese: arrivati a questo punto non dovremmo neppure scandalizzarci troppo, ma non riesco proprio a trattenermi quando si reiterano allo sfinimento - del pubblico - episodi di questo genere.
Tornando a De La Iglesia e al film, mi sento in ogni caso e nonostante la mia parziale delusione di consigliarne la visione, che risulterà intensa e violenta - non solo in senso fisico - praticamente per ogni tipologia di audience, mettendo sul piatto due argomenti fortissimi come l'Amore - e qui si gioca quasi sempre sul sicuro - e la Storia - considerato che il dramma della Guerra Civile spagnola è spesso sottovalutato dalle nostre parti, intenti a concentrarci sul secondo conflitto mondiale -: armatevi dunque di una certa disposizione d'animo alla sofferenza e alla tristezza - del resto il titolo originale, Balada triste de trompeta, dice tutto -, al sangue e alle lacrime, al sesso e alla morte, e buttatevi a capofitto.
Può anche essere che, non conoscendo Iglesia o non confidando troppo, questa ballata possa ipnotizzarvi più di quanto sia riuscita a fare con il sottoscritto.



MrFord



"Con tanto llanto de trompeta
mi corazón desesperado
mas yo ando recordando
mi pasado
aaah aaah aaah… aay
aaah aaah aaah… aay."
Raphael - "Balada de la trompeta" -


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