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domenica 30 ottobre 2016

El clan (Pablo Trapero, Argentina/Spagna, 2015, 108')




Purtroppo per il genere umano tutto, la Storia insegna quanto e quanto a fondo l'Uomo possa scavare dentro l'abisso e portarne fuori il peggio possibile: dall'antichità fino ad oggi, sono stati innumerevoli gli episodi in cui tutto quanto possa esistere di sano e giusto pare essere stato dimenticato o rimosso dalle menti di intere nazioni, dalla Germania nazista alla dittatura in Argentina che, tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, rappresentò uno dei momenti peggiori che il ventesimo secolo possa ricordare.
Nel corso degli ultimi decenni sono stati in molti a ricordare quanto sia accaduto in quel periodo sul grande schermo, da Polanski con il suo La morte e la fanciulla - anche se, in quel caso, si trattò di una riflessione più generale sull'America latina - a Missing, da Garage Olimpo a questo El clan, incentrato sulle reali vicende della famiglia Puccio, responsabile - in misure diverse - di sequestri ed omicidi durante tutto il periodo della dittatura e non solo: guidati dal patriarca Archimedes, uomo della strada prestato ai Servizi segreti, i Puccio erano specializzati in rapimenti destinati a finire nel sangue, considerato che, una volta pagato il riscatto, le famiglie delle vittime si vedevano recapitare il cadavere del proprio caro, invece che riaverlo ancora vivo.
Agghiacciante esempio di concorso di colpa e complicità - oltre che di silenzio assenso: clamoroso il fatto che la moglie di Archimedes e le due figlie sopportassero quanto accadeva nella loro casa pensando che il tutto fosse "per il bene della famiglia" -, il film di Pablo Trapero è espressione di come si possa trasformare una materia da documentario o film d'autore in una produzione che riesca a parlare anche al grande pubblico, forse un pò troppo morbida considerata la materia trattata e patinata - ho compreso davvero ben poco l'utilizzo di una colonna sonora rock ed energica in pieno stile Blow in parallelo ad immagini e sequenze che più che altro inquietano - ma comunque in grado di fornire un'ulteriore testimonianza di quella che è una macchia indelebile nella Storia dell'Uomo e dei diritti umani, nonchè della terribile verità celata dietro molte delle "sparizioni" di quel periodo.
Purtroppo, infatti, spesso e volentieri i bersagli degli emissari del "governo" sono stati figli o genitori o parenti di chi si poteva permettere qualcosa, o aveva la fortuna di possedere una casa o un'attività, per quanto piccola che fosse, prontamente destinate a finire nelle mani di chi si è arricchito sporcandosi le mani con il sangue altrui - e rabbrividisco al pensiero che oggi possa esistere ancora qualche famiglia, in Argentina, che campa sul possesso di appartamenti o capitali accumulati da qualche aguzzino riuscito a sfuggire alla Giustizia -: in questo senso, El clan è interessante anche e soprattutto per l'analisi delle diverse figure all'interno della famiglia Puccio, partendo dal glaciale Archimedes - interpretato benissimo da Guillermo Francella - fino ai figli Alex - combattuto eppure complice del padre, e forse la figura più triste della vicenda, protagonista di un piano sequenza sull'epilogo davvero da brividi - e Maguila, passando attraverso le figure femminili - lasciate ai margini ma non per questo meno importanti, ed a quella di Guillermo, unico tra gli eredi di Archimedes a fuggire dalla realtà domestica sfruttando il rugby, disciplina molto amata in Argentina - il suo confronto con il fratello maggiore Alex prima della partenza è uno dei passaggi più intensi della pellicola -.
Una produzione non perfetta e non potente quanto avrei voluto, ma perfetta a modo suo per rivolgersi a quella fetta di pubblico e di appassionati che ancora non conosce quanto profondo ed oscuro sia stato il buco nero che inghiottì l'Argentina in quegli anni, e che rappresenta - e deve rappresentare - una ferita incancellabile per l'Uomo.




MrFord




 

sabato 29 novembre 2014

Le irregolari - Buenos Aires Horror Tour

Autore: Massimo Carlotto
Origine: Italia
Editore:
E/O
Anno: 1998

 



La trama (con parole mie): unendo realtà e finzione narrativa, lo scrittore Massimo Carlotto racconta il suo personale diario del viaggio che lo conduce alla scoperta delle sue radici argentine, legate ad un esilio in Sud America del nonno, anarchico antifascista fuggito dall'Italia per una generazione prima di fare ritorno a casa.
Incrociato il cammino con il bus dell'Horror Tour di Buenos Aires ed i racconti della dittatura legati alla tragedia dei desaparecidos, Carlotto entrerà in contatto con le Nonne di Plaza de Mayo, un'associazione impegnata sul fronte dei diritti umani che lavora alacremente per tenere viva la memoria di tutte le vittime di uno dei genocidi più sconvolgenti della Storia.
Proprio attraverso questo incontro lo scrittore avrà modo di riscoprire il suo passato "argentino" e vivere ancora una volta l'energia della gioventù di rivoluzionario.








Fin dai tempi in cui, nel pieno del turbinio adolescenziale, tendevo a sbattermene di tutto e tutti, e finivo per detestare gli amici ed i compagni di scuola presi da un posticcio fervore politico, sono sempre e comunque rimasto molto sensibile rispetto al dramma vissuto dall'America latina, che a partie dagli anni sessanta ha finito per conoscere sulla sua pelle eccidi e dittature troppo spesso e volentieri sponsorizzate da Europa e USA responsabili di alcuni tra i crimini più feroci commessi dall'Uomo dopo la Seconda Guerra Mondiale: da Haiti al Cile, dalla guerriglia nella giungla alle battaglie politiche per i diritti umani, molti uomini, donne e bambini innocenti hanno finito per pagare con la vita la sete di potere e la crudeltà di pochi tiranni ed assassini.
L'Argentina è stata, tra le nazioni sconvolte da questo tipo di violenze, senza dubbio la più colpita e segnata nel corpo e nell'anima: il dramma dei desaparecidos, narrato attraverso Letteratura, Musica e Cinema ancora non è conosciuto come dovrebbe soprattutto da questa parte dell'oceano, considerata la portata e l'entità dei crimini commessi sotto l'egida del regime che soggiogò una delle più grandi nazioni del continente tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta.
Massimo Carlotto, che sulla pelle, nel corso della vita, ha provato il dolore della prigionia ed in testa ha continuato a mantenere vivi gli ideali della "rivoluzione" che, di fatto fallita, segnò la sua generazione e quelle successive, sfrutta i ricordi e questo diario in bilico tra fatti realmente accaduti e fiction narrativa per portare il lettore nel cuore di un vero e proprio Horror Tour tra le vie di Buenos Aires, all'epoca in cui bastava aver alzato la testa per aiutare la persona sbagliata per vedere non solo la propria vita messa a repentaglio, ma i propri cari rapiti, scomparsi, seviziati, torturati, uccisi.
Desaparecidos, anzi.
Pensate a quanto potrebbe essere terribile non avere più alcuna notizia delle persone che amate: avere la consapevolezza della loro morte ma convivere con la speranza, un giorno, di poterle ritrovare.
Pensare di avere perduto mariti, mogli, figli dati in affidamento a coppie fedeli al regime e da loro cresciuti.
Pensate ad un'associazione di donne assolutamente comuni ed accomunate dal dolore di perdite enormi per chiunque: un gruppo fattosi sempre più forte, riuscito a giungere ai quattro angoli del globo affinchè i crimini potessero essere riconosciuti, i colpevoli puniti, le vittime restituite alle loro famiglie.
Un'associazione così forte da finire per essere vittima di uno scisma: da una parte, un gruppo pronto a mediare affinchè i torti possano essere riconosciuti come i resti di ogni morto, di ogni martire, e che oltre alla restituzione possa essere concordato un risarcimento, alla memoria così come a chi è sopravvissuto.
Ed un altro che a mediare non vuole pensare, per il quale i morti sono morti, e che tutto sarà finito - se finito si potrà mai definire - soltanto nel momento in cui ogni colpevole verrà punito e riconosciuto come tale.
Massimo Carlotto racconta anche questo.
Un'altra storia, un altro dramma parte del mosaico che la dittatura ha tracciato sulla pelle dell'Argentina, e nel destino di così tante famiglie che è difficile davvero immaginare.
Questo romanzo non è perfetto, ha limiti di retorica e perde contatto con la sua ossatura principale per seguire le orme del protagonista ed autore: eppure è un'altra lettura fondamentale per cercare, almeno alla lontana, di comprendere uno dei più grandi drammi della Storia dell'Uomo, magari accompagnandolo con buona musica e pellicole come Garage Olimpo, La morte e la fanciulla, The agronomist.
Un dolore necessario affinchè questo non sia mai dimenticato. E non si ripeta.
Affinchè noi, con la memoria ed ogni pensiero o parola, si possa incarnare lo spirito delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo.
Affinchè i desaparecidos, in qualche modo, possano tornare alle loro famiglie, alle loro case, anche grazie a noi.




MrFord




"E così lo torturarono con i ferri e con i vetri
con i fili con il gas con gli strumenti più segreti
ma lui continuò a sorridere e sparì tutto d'un tratto
perché Fango non smentisce la sua anima di spettro."
Ricky Gianco - "Fango" - 





sabato 23 febbraio 2013

Regia: Pablo Larraìn
Origine: Cile
Anno: 2012
Durata:
118'




La trama (con parole mie): siamo nel 1988, e a seguito delle pressioni internazionali il dittatore cileno Augusto Pinochet, che prese il potere con il golpe dell'11 settembre 1973 all'origine di un'ondata di violenze che sconvolse il mondo intero, autorizzò un referendum popolare che avrebbe chiamato i cittadini a scegliere se avrebbe dovuto continuare ad occupare la sua posizione, oppure no.
Nonostante la possibilità di una scontata e schiacciante vittoria del si, i partiti dell'opposizione si rivolsero ad un pubblicitario emergente, Renè Saavedra, per dirigere la loro campagna sfruttando il quarto d'ora giornaliero a disposizione della promozione del no: l'uomo, al contrario di quanto si potessero aspettare gli esponenti della stessa opposizione, decise di basare l'impatto dei loro spazi sull'ottimismo per il futuro, invece che rivangare i drammi del passato.
A cosa avrà portato questa scelta?
E Pinochet ed i suoi avranno posto limiti di libertà di espressione - violenti o no - ai loro rivali?




Sono sempre stato molto sensibile riguardo l'argomento Cile e Pinochet, fin dai tempi in cui mi avvicinai con un certo interesse alla politica e alle evoluzioni sociali nel mondo e non solo qui nella Terra dei cachi e da quando Ken Loach confezionò uno dei migliori corti della raccolta dedicata all'undici settembre mostrando in una lettera aperta agli statunitensi appena feriti dagli attacchi al World Trade Center quello che era stato l'undici settembre cileno benedetto proprio dall'amministrazione a stelle e strisce e concluso con il golpe di Pinochet e la morte del Presidente Allende, uno dei personaggi politici più importanti e stimati dal sottoscritto di tutti i tempi.
Pablo Larraìn, dunque, partiva con un discreto vantaggio nonostante avessi detestato con tutto il cuore il suo Tony Manero, osannato dalla critica quasi ovunque e bottigliato selvaggiamente al Saloon, sfoderando un discorso importante allora come ora, quello della Libertà di un popolo e della Democrazia: non entro nel merito della questione del dittatore che soggiogò il Cile per quasi un ventennio per evitare di rubare troppo spazio alla pellicola, realizzata con un piglio quasi documentaristico - anche nello stile visivo - ed una tecnica invidiabile - ma questa era già stata mostrata nel succitato Tony Manero - da un regista giovane che non ha - giustamente - dimenticato quello che è stato uno dei grandi drammi della sua terra, vinto anche grazie al coraggio di una campagna che, invece che sprofondare nei tristi ricordi ha conservato come punto di forza la voglia di riscatto, di nuovo, di energia, di allegria.
Renè Saavedra, certo ben lontano dall'essere un eroe romantico in stile Guevara, affronta con le armi che ha a disposizione un Potere che non è soltanto costituito, ma oppressione, limitazione alla libertà, alla cultura, alla possibilità di pensare con la propria testa e cercare di costruire una società che possa garantire uguali diritti a tutti i suoi componenti, e proprio da ognuno di loro trarre forza e stimolo per continuare a migliorare: in questo senso la pellicola di Larraìn è importante anche rispetto a quello che tutti noi qui nella blogosfera ci divertiamo a realizzare ogni giorno, lasciando che la nostra voce percorra la rete permettendo confronti, discussioni, riflessioni.
Non sarà potente come altre sue rivali nella corsa alla statuetta per il Miglior Film Straniero, o favorita nella stessa, eppure coinvolge e tocca anche in vista delle imminenti elezioni politiche che chiameranno ognuno di noi alle urne nei prossimi due giorni: il ritratto di Pinochet fornito dagli spot elettorali curati da Saavedra - ed assolutamente fedeli agli originali -, infatti, ricorda - pur risparmiando a noi, qui, le torture, le morti e le sparizioni che dovettero affrontare i cileni - la figura di un certo "Presidente operaio" che ha sconvolto il Nostro Paese negli ultimi vent'anni minando non soltanto la Sua identità politica, ma anche culturale e morale.
Lungi da me fare campagna elettorale, o limitare la libertà di opinione chi ha intenzione, in ogni caso, si sostenerlo - spero quei pochi che bastino per non permettergli di tornare al potere -, ma la scelta di dire "NO", a volte, è importante per costruirsi un futuro migliore, che parta da principi non elitari e che non limiti quello che sarà il mondo che lasceremo ai nostri figli.
E' questa la battaglia che hanno combattuto, civilmente e con la testa ed il cuore, Saavedra ed i suoi compagni, vinta - e non ci sono spoiler, è un fatto storicamente testimoniato - grazie al desiderio di un domani almeno sulla carta migliore: è questo che ha mostrato il film di Larraìn, impegnato principalmente a testimoniare la sua umanità - splendido il rapporto conflittuale ed al contempo di collaborazione tra Renè ed il suo socio, sostenitore del SI -, caratteristica alla base di ogni progresso sociale e non solo.
Certo, non si tratterà di un Capolavoro, o di una pellicola destinata a cambiare la Storia - della settima arte e non -, ma a volte si sente davvero il bisogno di qualcosa che sia "operaio" davvero, e mostri quanto, da uomini e donne liberi, sia importante esprimere il nostro punto di vista, il nostro diritto ed il nostro dovere di conquistare il quotidiano con il cuore, la testa e l'esercizio dell'essere animali sociali.
Con questo spirito, io e il Saloon diremo sempre NO.
Per conquistare il diritto di poter dire SI.
Per quello che conta davvero. E non per quello che ci vorrà essere imposto.


MrFord


"El pueblo unido jamás será vencido,
el pueblo unido jamás será vencido!
De pie, cantar que vamos a triunfar.
Avanzan ya banderas de unidad,
y tu vendrás marchando junto a mí
y así verás tu canto y tu bandera
al florecer la luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá."
Inti Illimani - "El pueblo unido jamas sera vencido" -



martedì 13 novembre 2012

Ballata dell'odio e dell'amore

Regia: Alex De La Iglesia
Origine: Spagna
Anno: 2010
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Javier non è mai stato un bambino. Almeno non come lo si potrebbe intendere nell'immaginario comune. Suo padre, un clown da risata finito a combattere il regime nel 1937, nel pieno dell'ascesa di Franco, ha lasciato sulle sue spalle l'eredità del mestiere con l'avvertimento per il ragazzo di non intraprendere la sua stessa carriera, concentrandosi invece sul ruolo di maschera triste, maggiormente adatta alla storia personale del giovane.
Nel 1973, nel pieno del viale del tramonto dello stesso Franco, Javier trova lavoro proprio come clown triste in un circo scombinato e sempre ad un passo dal fallimento: qui conosce Natalia, bellissima acrobata legata sentimentalmente a Sergio, pagliaccio da risata che adora i bambini ed è incline ad alcool e violenza, spesso dirottata proprio sulla donna.
Tra quest'ultima e Javier nasce un sentimento di complicità, che porterà inesorabilmente alla rovina non soltanto il circo, ma tutti i suoi componenti, in un crescendo di caos generato dall'amore e dall'odio.





Onestamente, avrei davvero voglia di prendere a sonore bottigliate quel disgraziato di Alex De La Iglesia: lo strambo ed incostante regista iberico, autore di pellicole decisamente fuori dagli schemi come Perdita Durango, torna alla ribalta con quella che sarebbe potuta diventare la sua opera più importante, potente e complessa, costruita interamente sulle spalle cadenti ed il viso martoriato di Javier, clown triste che pare non avere una sola possibilità rispetto all'avere una vita almeno vagamente appagante e felice.
Una sorta di Tim Burton mandato in elettroshock da Tarantino, per intenderci.
E invece che cosa mi combina, quel disperato? Nel corso della prima metà del film tesse i fili per un lavoro profondo e struggente sull'amore che possa essere un parallelo con il dramma che la Spagna visse dalla Guerra Civile alla fine della dittatura franchista - un pò quello che fece Almodovar nel meraviglioso Carne tremula -, definendo i personaggi alla grande ed inserendoli in una cornice curatissima, dark e splatter, romantica e struggente, magica ed estremamente terrena avvalendosi di due appoggi per il protagonista di assoluto rispetto, charachters tridimensionali e traboccanti passione e sesso come Sergio e Natalia.
Poi, preso da un non so quale tipo di fervore dalle venature praticamente action, trasforma quella che era una sorta di poesia scritta con il sangue in un vero e proprio circo di morte, esplosioni, scelte decisamente appariscenti - le deturpazioni che subiscono sia Javier che Sergio - ed un progressivo abbandono della parte più legata ai sentimenti che finisce per impoverire l'intero lavoro dando l'impressione che, una volta disposti i pezzi sulla schacchiera, De La Iglesia si sia ritrovato con l'impressione di non sapere più come utilizzarli.
Certo, la qualità resta alta ed alcuni passaggi assolutamente grotteschi - la parentesi di Javier alle "dipendenze" dei franchisti pare quasi uscita da Bunuel - lasciano piacevolmente sorpresi, eppure la decisione di abbandonare repentinamente la vena "alta" della storia per concentrarsi sulla componente pulp, molto pulp e pure troppo questa volta non ripaga l'autore, che rischia fino all'ultimo - e si salva davvero per poco - di incorrere nelle ire del sottoscritto, per di più costretto alla visione in un letto d'ospedale a seguito del recente intervento alle tonsille.
Un vero peccato, perchè se sviluppata meglio, questa ballata - e in effetti, lo spirito della prima metà pare proprio quello - avrebbe potuto definire uno standard nuovo - e senza dubbio alto - per la parte più aggressiva del Cinema spagnolo, che comincia a sentire la mancanza di qualcuno in grado di assestare colpi bassi e cattivi: resta comunque una visione discreta, curata benissimo dal punto di vista tecnico - splendida la fotografia, perfetto il cast, dalla metamorfosi di Javier alla bellezza mozzafiato di Natalia, resa praticamente irresistibile - e sicuramente spettacolare da molti punti di vista, viziata però inesorabilmente dall'incapacità di imbrigliarla del suo stesso regista.
Oltre a lui merita una sonora vagonata di calci rotanti anche la distribuzione italiana, che porta in sala questo titolo con un ritardo colpevolissimo, e ribadisce per l'ennesima volta la situazione assolutamente scandalosa in cui versa il mercato cinematografico - oltre che alla qualità delle proposte made in Terra dei cachi - del Nostro Paese: arrivati a questo punto non dovremmo neppure scandalizzarci troppo, ma non riesco proprio a trattenermi quando si reiterano allo sfinimento - del pubblico - episodi di questo genere.
Tornando a De La Iglesia e al film, mi sento in ogni caso e nonostante la mia parziale delusione di consigliarne la visione, che risulterà intensa e violenta - non solo in senso fisico - praticamente per ogni tipologia di audience, mettendo sul piatto due argomenti fortissimi come l'Amore - e qui si gioca quasi sempre sul sicuro - e la Storia - considerato che il dramma della Guerra Civile spagnola è spesso sottovalutato dalle nostre parti, intenti a concentrarci sul secondo conflitto mondiale -: armatevi dunque di una certa disposizione d'animo alla sofferenza e alla tristezza - del resto il titolo originale, Balada triste de trompeta, dice tutto -, al sangue e alle lacrime, al sesso e alla morte, e buttatevi a capofitto.
Può anche essere che, non conoscendo Iglesia o non confidando troppo, questa ballata possa ipnotizzarvi più di quanto sia riuscita a fare con il sottoscritto.



MrFord



"Con tanto llanto de trompeta
mi corazón desesperado
mas yo ando recordando
mi pasado
aaah aaah aaah… aay
aaah aaah aaah… aay."
Raphael - "Balada de la trompeta" -


lunedì 9 luglio 2012

Il dittatore

Regia: Larry Charles
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 83'




La trama (con parole mie): Aladeen, dittatore del piccolo stato arabo di Wadiya, è messo alle strette dall'ONU rispetto alle sue intenzioni a proposito delle armi di distruzione di massa e alla chiusura al resto del mondo. In procinto di viaggiare a New York per chiarire la sua posizione, il leader ignora che il suo vice Tamir trama alle sue spalle in modo da sostituirlo con un sosia che sia una marionetta pronta a seguire i suoi "consigli" da eminenza grigia, e dichiari ufficialmente il passaggio a Repubblica di Wadiya firmando una costituzione che sia il viatico per le grandi società petrolifere mondiali per mettere finalmente radici in loco.
Aladeen, scampato alla morte e solo sul suolo americano, dovrà trovare il modo di affermarsi di nuovo come vero se stesso ed equilibrare le sorti del suo Paese e del suo governo.




Come ben sapranno, ormai, tutti i frequentatori del saloon di vecchia data - e forse anche quelli più "freschi" -, considerati il pane e salame, Kevin Smith, i buddy movies sbracati da Apatow in giù e gli action più beceri possibili, dalle parti di casa Ford non ci si scandalizza certo per la volgarità o la sguaiatezza di una pellicola.
Al contrario, di solito ci si fanno sopra quattro risate alla facciazza di benpensanti e moralisti.
Esistono però alcuni fenomeni che, pur basati su idee a tratti assolutamente valide ed in grado di strappare qualche momento di ilarità, non riescono neppure lontanamente a convincermi che stia assistendo a qualcosa di particolarmente interessante, degno di nota o anche semplicemente utile per del sano divertimento da zero neuroni: in Italia una reazione di questo tipo è innescata tendenzialmente da cose come I soliti idioti, mentre guardando oltreoceano - o Manica, considerate le origini del loro protagonista - i primi titoli che mi tornano alla mente sono quelli portati sullo schermo dalla premiata ditta Larry Charles/Sacha Baron Cohen.
Fin dai tempi di Ali G non ho mai negato la chance di una visione al lavoro della suddetta coppia, e sempre dai tempi di Ali G non mi pare sia cambiato nulla rispetto al risultato ottenuto: la mancanza di misura ed una volgarità che qui da noi potrebbe essere associabile ai peggiori tra i cinepanettoni finiscono per schiacciare sotto il loro peso anche gli spunti più interessanti e le riflessioni presenti dietro il non sense e lo humour nero.
Il dittatore, ultimo prodotto di quella che potrebbe essere definita una serie, non è da meno: scritto per essere una sorta di parodia della situazione internazionale riferita alle tensioni tra l'Occidente a stelle e strisce e l'Oriente del petrolio ed una critica allo stesso sistema statunitense - uno dei pochi momenti effettivamente efficaci, con la descrizione del protagonista e despota Aladeen di una dittatura, confusa con quello che è, di fatto, il sistema politico e sociale made in Usa e non solo -, finisce per divenire una sorta di caricatura di se stesso almeno quanto il suo protagonista, un Baron Cohen che dai tempi delle sue prime comparse nei panni del già citato Ali G pare non essersi evoluto per nulla, come attore e come comico.
I momenti al limite dell'imbarazzo sono moltissimi, così come le scivolate nel cattivo gusto pronte a minare la credibilità di un film che fa tutto il possibile - e anche di più - per distruggere le poche idee messe sul piatto a suon di volgarità gratuite che, purtroppo, non risultano neppure così simpatiche, irresistibili o divertenti come vorrebbero essere - le leccate di ascelle o le classiche battute sempre attorno a razza e sesso finiscono per stancare quasi subito -, e la stessa struttura della pellicola appare slegata e poco logica - anche in questo caso, sarà pure un film demenziale, ma questo non deve necessariamente significare che debba essere curato in maniera demenziale -.
Osservando le peripezie di Aladeen mi è tornato alla mente un film passato per assurdo come questo ed in realtà tra i titoli più interessanti dello scorso anno, quel Four lions entrato prepotentemente nella classifica dei migliori venti titoli fordiani del 2011: in quel caso Morris prese un argomento scottante e sempre d'attualità come quello della jihad e lo trasformò in un ritratto agghiacciante delle vite che la stessa ha inghiottito soprattutto negli ultimi vent'anni, senza dimenticare, in tutto questo, un tocco sagace nella piena tradizione della comicità britannica.
Quello che Baron Cohen pare essersi ormai lasciato alle spalle per trasformarsi in tutto e per tutto in un prodotto figlio della cultura che spesso e volentieri tende a sbeffeggiare.


MrFord


"I was so right (so right)
so right
thought I could turn emotion
on and off
I was so sure
so sure (I was so sure)
but love taught me
who was, who was, who was the boss."
Diana Ross - "The boss" -


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