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sabato 11 giugno 2016

La città dei ladri

Autore: David Benioff
Origine: USA
Anno: 2008
Editore: Neri Pozza







La trama (con parole mie): Lev ha diciassette anni, e vive sulla pelle l'assedio di San Pietroburgo operato dai tedeschi nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. E' una vedetta che con gli amici più stretti ha il compito di controllare i rischi di bombardamento notte dopo notte dal tetto del condominio in cui vive: quando un paracadutista tedesco giunge a terra poco lontano morto per il freddo e Lev si impadronisce di un coltello appartenuto allo stesso, viene arrestato dalla polizia militare russa ed accusato di tradimento. In cella conosce Kolja, di pochi anni più grande di lui, ciarliero e sbruffone, più alto, bello e biondo, il prototipo del cosacco lontano dai tratti di origine ebraica che, al contrario, definiscono lui.
Convinti di essere destinati alla fucilazione, i due ragazzi verranno incaricati invece da un alto papavero dei corpi speciali di recuperare entro pochi giorni dodici uova per la torta nuziale di sua figlia, che si sposerà in barba all'assedio ed agli stenti dei pochi rimasti in città senza badare a spese o restrizioni: il loro destino, dunque, sarà deciso dalla riuscita in quell'impresa.
La ricerca di quelle uova diverrà non solo un'occasione di crescita e di confronto con la dura realtà della guerra, ma anche la possibilità di costruire un'amicizia destinata a durare per sempre.











Ho letto l'incipit de La città dei ladri il giorno successivo all'abbandono senza ritegno di Infinite Jest.
David Foster Wallace, genio riconosciuto della Letteratura, contro David Benioff, sceneggiatore di indubbia furbizia e talento autore de La 25ma ora - script e romanzo - e Game of thrones ma anche di schifezzone come Troy e Wolverine: le origini.
Salotti radical contro supereroi mutanti.
Cultura enciclopedica e citazioni sterminate contro una versione di Stand by me vissuta durante l'assedio di Leningrado - o Stalingrado, o San Pietroburgo, o Piter - attraverso una mescolanza di ricordi e fiction da scrittore.
E mi sono sentito grato e felice.
Perchè tra le righe scorrevoli e semplici di Benioff ho percepito il desiderio di vivere di chi è mosso dalla voglia di raccontare una storia, ma ancor più di provarla sulla pelle, invece che solo ed esclusivamente in testa.
Ed ancora oggi, non solo penso di aver avuto ragione, ma che il mondo sarebbe un posto migliore, se gli artisti o presunti tali di tutti i campi fossero in grado di trasmettere senzazioni in questo modo, come se fossimo ancora sulle ginocchia del nonno, davanti ad un camino acceso, con gli occhi che brillano per quegli scampoli di vita che assumono i connotati di imprese mitiche ed indimenticabili.
Uno dei più grandi rimpianti che ho, ad esempio, rispetto al mio nonno materno - quello dei Western, del wrestling e delle serate passate davanti ai vecchi film -, è di non aver avuto il tempo di potergli chiedere di raccontarmi dell'esperienza nella Seconda Guerra Mondiale, della quale ho testimonianze solo parziali rispetto al naufragio cui sopravvisse e la prigionia, per comprendere cosa fosse stata, per la sua generazione, l'esperienza diretta della guerra.
Questo è uno dei più grandi pregi di questo piccolo, grande racconto ironico e drammatico ad un tempo: Benioff porta sulla pagina la vita, quella che era, è e potrebbe essere in condizioni come quelle vissute dagli abitanti di San Pietroburgo dal quarantuno al quarantaquattro, nell'assedio che fu simbolo dello stoicismo sovietico e delle prime crepe nell'apparentemente invincibile macchina tedesca.
Ma a prescindere dal contesto storico, La città dei ladri è soprattutto un grande romanzo di amicizia e formazione: le figure di Lev e Kolja, nelle quali è impossibile non identificarsi, divengono assoluti protagonisti di un'avventura tanto inquietante quanto magica ed elettrizzante, vissuta attraverso le paure di Lev, non bello, timido e timoroso e Kolja, prestante, sciupafemmine, dalla lingua lunga ed apparentemente pronto a ridere in faccia alla morte in qualsiasi incarnazione possa la stessa presentarsi.
Un'impresa nata dalla richiesta di un privilegiato dal passato ben lungi dall'esserlo, e destinata ad una sorta di beffa anticamera di una vittoria che significa molto più di qualsiasi carriera o successo archiviato nel corso di una vita: e dalle verità rivelate di una città messa in ginocchio da un assedio ai cruenti dettagli del racconto delle ragazze costrette, in campagna, a prostituirsi con gli ufficiali tedeschi, dall'esilarante passaggio legato alla verità sull'arresto per diserzione di Kolja - non sapete quanto mi ci sia ritrovato, in quella fuga dalle trincee alla ricerca di una ragazza da scopare - all'amara rivelazione legata a quelle dodici uova costate così tanti sacrifici, fatica, sudore e sangue, tutto conduce alla cosa più bella che l'Arte possa regalare al mondo, la sensazione di essere stati noi, a vivere quello che è proposto sulla pagina, sullo schermo, su una tela.
Io non sono mai stato - e posso solo ringraziare, per questo - in guerra, non ho dovuto patire la fame o contare i giorni in cui, per denutrizione, sono stato senza cagare, non ho mai ucciso un uomo o trovato costretto a farlo per sopravvivere io stesso, o per portare a termine una missione impartitami.
Non sono mai stato a San Pietroburgo, o in Russia.
Eppure ho sentito Lev e Kolja sulla pelle come se ogni passo in quella neve l'avessi fatto con loro.
Ogni risata, ogni battuta, ogni sogno, ogni amara realtà.
Sono sopravvissuto all'assedio e sono morto al loro fianco.
A Lev e Kolja ho voluto bene come fossero stati amici miei.
E questa è una cosa che non va mai sottovalutata.
In tempi buoni ed in tempi cattivi.
E David Benioff ha reso loro onore, verità o finzione, nel migliore dei modi.




MrFord





"Went to descend to amend for a friend all the channels that have broken down.
now you bring it up, I'm gonna ring it up - just to hear you sing it out.
step from the road to the sea to the sky, and I do believe what we rely on,
when I lay it on, come get to play it on
all my life to sacrifice."
Red Hot Chili Peppers - "Snow (Hey Ho)"-




sabato 16 maggio 2015

L'isola del tesoro

Autore: Robert Louis Stevenson
Origine: UK
Anno: 1883
Editore: Feltrinelli





La trama (con parole mie): Jim Hawkins, giovane figlio del gestore di una locanda nei pressi di Bristol, si ritrova affascinato ed intimorito dall'ultimo ospite dell'Ammiraglio Benbow - questo il nome del locale di proprietà della sua famiglia -, il navigatore e pirata Billy Bones.
L'uomo, scontroso e solitario, è in realtà in fuga dai vecchi compagni perchè in possesso della mappa che condurrebbe al tesoro del leggendario Capitano Flint, uno dei predoni dei mari più terrificanti di sempre: quando, dopo alcune settimane, Bones viene raggiunto e minacciato dai suoi, per Jim inizierà un'avventura che lo porterà lontano dalle coste inglesi dopo aver seppellito il padre e lasciata la madre alla ricerca del famigerato tesoro dall'altra parte del mondo, facendo esperienza come mozzo e crescendo come uomo nel momento in cui l'ambiguo Long John Silver, cuoco di bordo della spedizione, si rivelerà essere l'unico che, ai tempi d'oro, teneva testa a Flint, nonchè il più determinato ad impadronirsi del tesoro stesso.








Di recente, grazie al vero e proprio colpo di fulmine che è stato imbattermi nel personaggio di Long John Silver, il mio amore - mai sopito - per le avventure marinaresche ed i charachters legati profondamente alla vita è rifiorito neanche fosse la primavera del secolo, spingendomi a recuperare il Classico responsabile ed ispiratore del già indirettamente citato La vera storia del pirata Long John Silver: L'isola del tesoro.
Evitato a causa delle imposizioni ai tempi delle superiori e mai più recuperato - al contrario di altre pietre miliari del genere come La linea d'ombra o Tifone -, il lavoro di Stevenson è uno dei più grandi romanzi - e non solo d'avventura o di genere - che mi sia capitato di leggere dai tempi del Capolavoro La figlia del capitano, un classico che si presta a letture ed interpretazioni da angolazioni anche diametralmente opposte tra loro, un magistrale esempio di tensione narrativa costante ed uno spirito che è stato modello per innumerevoli romanzi e film di formazione dall'epoca in cui fu pubblicato agli anni ottanta dei Goonies.
Tutto questo, senza neppure considerare Long John Silver.
Il pirata portato sulla pagina da Stevenson, privo di una gamba eppure agile come la più veloce delle scimmie, amichevole e pieno di attenzioni eppure crudele e selvaggio, gioviale e cortese ed in grado, con la sola voce, di mettere a tecere anche gli uomini più temibili che il mare possa offrire, è uno degli esempi più clamorosi di antagonista - o protagonista? - perfetto, delineato alla perfezione e mostrato con uguale passione dai suoi momenti di trionfo a quelli di sconfitta.
In fondo, è così che va, quando di affrontano il mare, e la vita: "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te", si sarebbe recitato in un film fondamentale per il sottoscritto più di un secolo dopo la stesura dell'incredibile avventura del giovane Jim Hawkins.
Ed è proprio questo che accade, nel corso dell'epopea volta al ritrovamento del tesoro del leggendario Capitano Flint, terrore dei mari in grado di essere messo all'angolo dal solo Silver, suo quartiermastro ed in qualche modo confidente: si assiste ad un continuo ribaltamento di fronti, ad eventi tanto clamorosi ed eccezionali quanto umani e semplici nello svolgimento, alla rappresentazione unica in parole di sapori, odori, sensazioni, ed alla capacità di uno scrittore di trasportare letteralmente i suoi lettori ove desidera, o dove è necessario che siano.
Dalle brume della provincia di Bristol ai paesaggi tropicali dell'Isola del tesoro, passando per le rappresentazioni dell'Hispaniola e del fortino sulla spiaggia dell'isola stessa, il dono più grande della prosa di questo Capolavoro è il potere di trasmettere il brivido dell'avventura, il sapore di una terra che si scopre per la prima volta, dell'ignoto, della sfida: L'isola del tesoro è paragonabile alla prima sbucciatura, o al morso ed alla scoperta del sapore del cocco, o del mango, o del rhum la notte della vostra prima sbronza.
Fortunatamente per Jim Hawkins, a dispetto delle apparenze, al suo fianco e come sua nemesi il ragazzo avrà il privilegio di confrontarsi con Long John Silver, che con le sue luci ed ombre, probabilmente, rappresenta l'esempio migliore di quello che potrebbe essere un Uomo per un giovane pronto ad affacciarsi sull'oceano della vita: perchè nel corso della nostra esistenza, nessuno di noi è esente da colpe o errori, risulta impermeabile ai sentimenti, alle sensazioni e all'istinto, alla voglia di confrontarsi con l'ignoto e, perchè no, anche con il proprio lato oscuro.
Ma a prescindere da quanto di me stesso possa mettere in questa interpretazione di Long John Silver e de L'isola del tesoro, questo romanzo andrebbe recuperato semplicemente per il suo spirito romantico e votato all'esplorazione, alla vita, al desiderio di muovere sempre un passo oltre, anche quando quello stesso passo apparirà avventato e lontano da ogni logica.
Un barbarico YAWP della Letteratura ingenuo e volenteroso come Jim, passionale ed oscuro come John Silver.
Quasi come se il Bambino e l'Uomo si incontrassero davvero, uno di fronte all'altro, per una volta nella vita.
Come un viaggio nel tempo.
Come il viaggio.
Quello che ognuno di noi compie.
A prescindere dal tesoro destinato ad essere ritrovato.




MrFord




"Mondo di uomini,
fatto di uomini
pronti a rincorrere il vento.
Partono deboli,
tornano uomini;
erano mille e son cento.
Mondo di uomini,
fatto di uomini soli.
Dimmi la bianca balena stasera dov'è;
nella tempesta infinita non c'è.
Mondo di uomini
fatto di uomini soli."
Enrico Ruggeri - "Bianca balena" - 





venerdì 15 maggio 2015

La vera storia del pirata Long John Silver

Autore: Bjorn Larsson
Origine:
Svezia
Anno:
1995
Edizione: Iperborea





La trama (con parole mie): il pirata John Silver, detto Long, detto Barbecue, tra i protagonisti de L'isola del tesoro, raccontato attraverso la "sua" penna per quelle che sono state le gesta dell'intera esistenza di uno dei fuorilegge del mare più noti della Letteratura, dalla giovinezza ed i primi incarichi sulle coste britanniche alla schiavitù, dal cervello affilato come un rasoio alle battaglie più cruente, dai viaggi per mare accanto al feroce capitano Flint alla famigerata Isola del tesoro, fino alla vecchiaia passata a ricordare i tempi che furono, e celebrare l'inno alla vita che ha caratterizzato l'intera sua esistenza.
Crimini contro l'umanità ed un'umanità fin troppo pronunciata per una delle epopee più ribollenti e vitali raccontate su pagina, dalle Indie ai Caraibi, passando per il Madagascar e l'Africa, in bilico tra Storia e Fiction.








Chiunque mi abbia conosciuto una volta alle spalle la sbornia adolescenziale legata al mantra "meglio bruciare subito che spegnersi lentamente" sa bene che, quando si parla di esperienza e di esistenza, mi mostro più deciso che mai: non ho alcuna intenzione di morire prima dei centotre anni - almeno - e da qui dovranno venire a strapparmi mentre mi aggrapperò con le unghie e con i denti a qualsiasi cosa avrò davanti in quel momento.
Ho sempre amato vivere, più di ogni altra cosa e da prima ancora di saperlo.
E quanto incontro opere come La vera storia del pirata Long John Silver, non posso che tributare omaggio e rendermi conto di quanto nel profondo siano in grado di toccarmi.
Era dai tempi di Barry Lyndon, infatti, che non provavo una tale empatia per un personaggio di fiction.
Questo perchè, a prescindere dall'ambientazione piratesca - che comunque mi si conface -, dai crimini, dai luoghi geografici e qualunque cosa ci si possa mettere di mezzo - non ultimo il fatto che, senza ombra di dubbio, John Silver sia l'incredibile, straripante parto della fantasia di Robert Louis Stevenson riportato alla grandezza da Bjorn Larsson, autore di un romanzo che andrebbe assegnato nelle scuole come fratello di sangue del suo Classico predecessore, di cui parlerò domani - ho sentito questo romanzo d'avventura ed il suo spirito sotto la pelle, quanto e più che se l'avessi scritto, e ancora oltre, vissuto per essere raccontato su pagina.
In fondo, a prescindere dagli aneddoti e dalle cronache delle vicissitudini di quello che, forse, è il miglior pirata letterario di sempre, dalla gamba amputata e l'origine del soprannome Barbecue ai guanti indossati per evitare di essere riconosciuto come marinaio, la questione è che ho sentito Long John Silver così vicino da essere felice di leggere le "sue" righe come se fossi stato io a metterle su pagina, come se fosse quella la mia vita.
Ed è proprio la vita, il cardine dell'intesa che, fin dai primi capitoli, ha reso questa lettura la più straordinaria degli ultimi anni, a dispetto di Nesbo, Lansdale, McCarthy, Winslow e tutti gli autori che ho più amato: se dovessi pensare a qualcosa in grado di toccarmi allo stesso modo, dovrei tornare indietro al Capolavoro Il potere del cane, o a Meridiano di sangue, e non renderei ad ogni modo l'idea.
Questo è inequivocabilmente il mio romanzo.
John Silver, con la sua strenua volontà di rimanere in vita, sempre e comunque, e vivere il più possibile, è il ritratto dell'umanità che io stesso apprezzo di più, e cerco di applicare alla mia esistenza un giorno dopo l'altro: dagli uomini di saldi principi agli approfittatori, passando per tutti quelli che, purtroppo per loro, non si rendono neppure conto della fortuna occorsa capitando da queste parti per avere l'occasione di intraprendere un viaggio straordinario come quello che tutti noi abbiamo la possibilità di intraprendere, nessuno ha il potere di godersi ogni giorno come gli individui della risma di questo viaggiatore perenne.
John Silver è passione, energia, voglia incontrollata di non arrendersi neppure di fronte all'evidenza o alla sconfitta: una voce ed un approccio da inferi ed un sorriso sardonico ed irresistibile pronti ad essere sfoggiati all'occorrenza, una resistenza senza pari, la voglia di compiere sempre un passo oltre, come se ogni giorno fosse una preda da azzannare alla gola, e sfruttare dal primo all'ultimo secondo.
Ed io adoro John Silver.
Io sono John Silver, se non fosse che, se non all'occorrenza o all'ordine di qualche capitano, lui cerchi sempre di evitare l'alcool, e rimanere lucido abbastanza per cavarsi da qualsiasi impiccio.
Come lui, trovo che considerare la vita un peso sia un peccato mortale, così come annoiarsi o ritrovarsi imprigionati dal non fare nulla.
Sono un ingordo, un peccatore, uno che non ne ha mai abbastanza.
E John Silver è l'emblema di tutto questo.
John Silver che preferisce un cappio al collo ma le spalle libere, sempre.
Che non si farà mai eleggere capitano, perchè l'unica persona che potrà e dovrà avere il potere di destituirlo deve essere John Silver stesso, e non un consiglio, o un gruppo di possibili avversari assetati di potere e ricchezze, o anche di amici e compagni.
John Silver che, come il sottoscritto, si attaccherebbe alla vita con le unghie e con i denti, vendendo cara la pelle come spero un giorno di fare di fronte a me stesso, a chi amo e a chiunque possa o non possa esserci dall'altra parte.
Quello che è certo, è che vorrei davvero trovarmi in quello che molti sperano possa essere il paradiso per prendermi gioco di chi pensava che non ci sarei mai arrivato, e di esserci arrivato con tutta la fatica che quelli come questo vecchio cowboy ed il più vecchio e scaltro Long John possono aver compiuto in questo senso.
E salutare i beati con una risata beffarda, perchè si troverebbero tra le mani una bomba pronta ad esplodere, il catalizzatore degli istinti più bassi e non dichiarati di ognuno di loro.
Quando ho chiuso questo libro ho pensato immediatamente a quanto avrei assaporato ogni parola del post e della recensione, quanto sentita sarebbe stata, quanto incredibilmente importante avrei dichiarato fosse stato questo viaggio: eppure mi rendo conto che non ci sono possibilità di trasmettere quello che La vera storia del pirata Long John Silver mi ha regalato.
Perchè questo straordinario romanzo si può soltanto vivere sulla pelle.
E condividere e godere a fondo soltanto se, nello spirito, si nutre una sorta di comunione d'intenti con il vecchio Barbecue: che, a ben guardare, è la più semplice del mondo.
Vivere.
Sempre e comunque.
A qualsiasi prezzo.
Tranne la libertà.
Tranne l'essere se stessi.
Tranne godere della vita stessa.
Essere i capitani della propria anima, come diceva qualcuno.
E non c'è essere al mondo che possa esserlo della mia, se non me stesso.
Come di quella di Long John Silver.
E per questo, alzando il calice, propongo un urrà.
Anzi due.
Uno per lui, ed uno per me.




MrFord




"Long John Silver, ring in his ear,
he's the hero, make that clear.
Does the same thing his father did,
sailing around the Caribbean,
robbing kings with his talking parrot,
this time I think he's on the high side."
Jefferson Airplane - "Long John Silver" - 




sabato 29 novembre 2014

Le irregolari - Buenos Aires Horror Tour

Autore: Massimo Carlotto
Origine: Italia
Editore:
E/O
Anno: 1998

 



La trama (con parole mie): unendo realtà e finzione narrativa, lo scrittore Massimo Carlotto racconta il suo personale diario del viaggio che lo conduce alla scoperta delle sue radici argentine, legate ad un esilio in Sud America del nonno, anarchico antifascista fuggito dall'Italia per una generazione prima di fare ritorno a casa.
Incrociato il cammino con il bus dell'Horror Tour di Buenos Aires ed i racconti della dittatura legati alla tragedia dei desaparecidos, Carlotto entrerà in contatto con le Nonne di Plaza de Mayo, un'associazione impegnata sul fronte dei diritti umani che lavora alacremente per tenere viva la memoria di tutte le vittime di uno dei genocidi più sconvolgenti della Storia.
Proprio attraverso questo incontro lo scrittore avrà modo di riscoprire il suo passato "argentino" e vivere ancora una volta l'energia della gioventù di rivoluzionario.








Fin dai tempi in cui, nel pieno del turbinio adolescenziale, tendevo a sbattermene di tutto e tutti, e finivo per detestare gli amici ed i compagni di scuola presi da un posticcio fervore politico, sono sempre e comunque rimasto molto sensibile rispetto al dramma vissuto dall'America latina, che a partie dagli anni sessanta ha finito per conoscere sulla sua pelle eccidi e dittature troppo spesso e volentieri sponsorizzate da Europa e USA responsabili di alcuni tra i crimini più feroci commessi dall'Uomo dopo la Seconda Guerra Mondiale: da Haiti al Cile, dalla guerriglia nella giungla alle battaglie politiche per i diritti umani, molti uomini, donne e bambini innocenti hanno finito per pagare con la vita la sete di potere e la crudeltà di pochi tiranni ed assassini.
L'Argentina è stata, tra le nazioni sconvolte da questo tipo di violenze, senza dubbio la più colpita e segnata nel corpo e nell'anima: il dramma dei desaparecidos, narrato attraverso Letteratura, Musica e Cinema ancora non è conosciuto come dovrebbe soprattutto da questa parte dell'oceano, considerata la portata e l'entità dei crimini commessi sotto l'egida del regime che soggiogò una delle più grandi nazioni del continente tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta.
Massimo Carlotto, che sulla pelle, nel corso della vita, ha provato il dolore della prigionia ed in testa ha continuato a mantenere vivi gli ideali della "rivoluzione" che, di fatto fallita, segnò la sua generazione e quelle successive, sfrutta i ricordi e questo diario in bilico tra fatti realmente accaduti e fiction narrativa per portare il lettore nel cuore di un vero e proprio Horror Tour tra le vie di Buenos Aires, all'epoca in cui bastava aver alzato la testa per aiutare la persona sbagliata per vedere non solo la propria vita messa a repentaglio, ma i propri cari rapiti, scomparsi, seviziati, torturati, uccisi.
Desaparecidos, anzi.
Pensate a quanto potrebbe essere terribile non avere più alcuna notizia delle persone che amate: avere la consapevolezza della loro morte ma convivere con la speranza, un giorno, di poterle ritrovare.
Pensare di avere perduto mariti, mogli, figli dati in affidamento a coppie fedeli al regime e da loro cresciuti.
Pensate ad un'associazione di donne assolutamente comuni ed accomunate dal dolore di perdite enormi per chiunque: un gruppo fattosi sempre più forte, riuscito a giungere ai quattro angoli del globo affinchè i crimini potessero essere riconosciuti, i colpevoli puniti, le vittime restituite alle loro famiglie.
Un'associazione così forte da finire per essere vittima di uno scisma: da una parte, un gruppo pronto a mediare affinchè i torti possano essere riconosciuti come i resti di ogni morto, di ogni martire, e che oltre alla restituzione possa essere concordato un risarcimento, alla memoria così come a chi è sopravvissuto.
Ed un altro che a mediare non vuole pensare, per il quale i morti sono morti, e che tutto sarà finito - se finito si potrà mai definire - soltanto nel momento in cui ogni colpevole verrà punito e riconosciuto come tale.
Massimo Carlotto racconta anche questo.
Un'altra storia, un altro dramma parte del mosaico che la dittatura ha tracciato sulla pelle dell'Argentina, e nel destino di così tante famiglie che è difficile davvero immaginare.
Questo romanzo non è perfetto, ha limiti di retorica e perde contatto con la sua ossatura principale per seguire le orme del protagonista ed autore: eppure è un'altra lettura fondamentale per cercare, almeno alla lontana, di comprendere uno dei più grandi drammi della Storia dell'Uomo, magari accompagnandolo con buona musica e pellicole come Garage Olimpo, La morte e la fanciulla, The agronomist.
Un dolore necessario affinchè questo non sia mai dimenticato. E non si ripeta.
Affinchè noi, con la memoria ed ogni pensiero o parola, si possa incarnare lo spirito delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo.
Affinchè i desaparecidos, in qualche modo, possano tornare alle loro famiglie, alle loro case, anche grazie a noi.




MrFord




"E così lo torturarono con i ferri e con i vetri
con i fili con il gas con gli strumenti più segreti
ma lui continuò a sorridere e sparì tutto d'un tratto
perché Fango non smentisce la sua anima di spettro."
Ricky Gianco - "Fango" - 





lunedì 18 agosto 2014

Open - La mia storia

Autore: Andre Agassi
Origine: USA
Anno: 2009
Editore: Einaudi


  
La trama (con parole mie): a partire dall’ormai considerato classico match contro Baghdatis agli US Open del 2006, prossimo al ritiro, Andre Agassi, uno tra i tennisti più noti e vincenti della Storia di questo sport, racconta la sua vita dai tempi in cui, bambino, si confrontava con l’autorità schiacciante del padre, suo primo maestro, all’adolescenza trascorsa lontano dagli amici di Las Vegas, nell’accademia di Nick Bollettieri, in Florida, per giungere alle prime vittorie importanti e agli alti e bassi personali e sportivi di una vita intera. 
Il matrimonio con Brooke Shields e quello con Steffi Graf, la vita di un uomo bambino con un’infanzia da recuperare a quella di un padre che non vorrebbe mai imporre la sua disciplina ai figli come è stato fatto con lui. 
Perché Andre Agassi odia il tennis. E in questo libro racconta la sua vita, e non il suo sport.






Fin da bambino, sono sempre stato affascinato dallo sport in generale e dai suoi eroi, probabilmente a causa dell’amore incondizionato che mio padre ha per qualsiasi disciplina agonistica e non a partire dall’adorato – e tuttora praticato – ciclismo: ricordo i primi anni da tifoso calcistico, il Milan di Sacchi e l’avvento di Baggio, la Formula Uno con i duelli tra Senna e Prost – benchè tifassi la Benetton di Nannini e rimpiangessi di non essere nato prima per esaltarmi alle imprese di Gilles Villeneuve -, Carl Lewis, Greg Lemond, e tanti altri personaggi che cominciarono ad affascinarmi fin dalle elementari.
Non sono mai stato, però, un accanito tifoso di tennis: forse perché non avevo mai avuto modo di praticarlo, ma fatta eccezione per qualche match guardato in tv ed i nomi principali del circuito, non mi sono mai trovato particolarmente attratto dalle battaglie che uomini e donne ai tempi quasi esclusivamente di bianco vestiti combattevano fino allo stremo delle forze. 
Eppure, tra tutti quei campioni che parevano più o meno uguali, uno svettava grazie non solo ad un look unico, ma ad uno stile ed un modo di porsi che non avevo mai visto applicare a questa disciplina: Andre Agassi.
Ricordo che, colpevole la pronuncia del nome, pensavo fosse francese – e se anche avessi puntato sugli USA, mai avrei pensato a Las Vegas -, e che, come spesso e volentieri lo definiva la stampa, fosse il ribelle in tutto e per tutto dei piani alti delle classifiche mondiali. 
Un ragazzo problematico con uno stile e risultati assolutamente non lineari, probabilmente destinato a bruciarsi.
Come tutti ben sappiamo – e fortunatamente – il buon Andre non solo è riuscito a resistere a critiche e sconfitte concludendo una carriera tra le più impressionanti della Storia del tennis, ma a trovare una sua identità che andasse ben oltre l’immagine ed il look, divenendo un punto di riferimento per colleghi e tifosi in tutto il mondo: dai suoi duelli con il rivale di sempre Pete Sampras alle numerose rinascite, la sua carriera è senza dubbio una tra le più emozionanti e toccanti che si possano anche soltanto immaginare.
Ma non è di tennis, che vorrei parlare qui.
Non solo perché Andre odia il suo sport – come non manca di sottolineare tra queste pagine -, ma perché Open è il racconto di una vita, a prescindere da quello che il suo protagonista ha ottenuto grazie ad un talento unico e a duro lavoro, spesso non piacevole. 
E qui al Saloon, quando si parla di vita con partecipazione, commozione, sentimento, le porte si aprono in men che non si dica.
Sono stato felice come raramente quest’anno leggendo un libro di essere letteralmente trascinato dalle pagine di un racconto simile a quello che potrebbe condurre un amico di fronte ad un bicchiere, in una di quelle serate in cui si ha voglia di ripercorrere il viaggio che ci ha portati fino a dove ci troviamo, ed altrettanto di scoprire che il mio istinto, quando lo elessi a mio favorito tra gli eroi della racchetta, non aveva sbagliato.
Andre Agassi è una persona che mi piacerebbe, se la conoscessi. 
Una persona con la quale si potrebbe stabilire un contatto. 
Perché, nonostante si sia diversi, certe cose finiscono per passare attraverso meccanismi terribilmente simili: l’accettazione di se e la fatica che la stessa comporta, dai pregi ai difetti che portiamo con noi, la capacità di passare da momenti di euforia e commozione e vittorie memorabili ad altri salati e brucianti come le lacrime, o le sconfitte peggiori. Non importa su quale terreno, non importa in quale campo. E non importa il tennis. Qui si parla di esperienza, di passione, di sentimenti.
Di vita, per l’appunto.
Di voglia di viverla e raccontarla.
I trofei, i titoli, la distanza geografica, i destini ed i percorsi differenti, i soldi, nulla importa.
L’impressione che ho avuto, leggendo Open, è che potrei senza problemi fare parte della squadra di Andre.
E Andre della mia.
La scoperta di una storia che prosegue senza che abbia un senso, una soddisfazione condivisa con le persone che amiamo di più, e solo con loro, un’amicizia unica, la sensazione di avere qualcuno che ti copre le spalle, qualcuno da conquistare, qualcuno da amare e da crescere: leggendo Open, mi è parso di vedere l’Agassi che conta.
Che non è il tennista, a dispetto di tutte le sue vittorie sul campo.
Ma l’uomo. Quello che si è formato, che ha vinto e perso, che ha guardato dentro se stesso e ha deciso cosa lasciare alle spalle e cosa portare avanti, fino alla prossima destinazione.
E sono stato felice che l’abbia condiviso. 
Proprio come se fossimo stati in un tavolo d’angolo in qualche bar sperduto lungo la Frontiera. Proprio come avrebbe ascoltato la mia.
Perché partite come quelle che giochiamo ogni giorno valgono infinitamente più di quanto il solo conto dei successi e delle sconfitte il nostro lavoro ci riservi.
Numeri chiusi contro esperienze senza confini.
Corpo, cuore e menti aperte. Pronti a muovere sempre un passo in avanti.
Open.
Come la testa, senza dubbio prima di un qualsiasi torneo.



MrFord



"Yeah i laugh and i jump
and i sing and i laugh
and i dance and i laugh
and i laugh and i laugh
and i can't seem to think
where this is
who i am
why i'm keeping this going
keep pouring it out
keep pouring it down
and the way the rain comes down hard
that's the way i feel inside."
The Cure - "Open" - 



venerdì 16 maggio 2014

Skagboys

Autore: Irvine Welsh
Origine: UK
Anno: 2012
Editore: Guanda




La trama (con parole mie): siamo nella prima metà degli anni ottanta, in Scozia, e la scombinata squadra formata da Mark Renton, Sick Boy, Spud e Begbie veleggia ancora nella post adolescenza, assistendo agli scioperi e alle lotte dei minatori del periodo Tatcher, alle partite di calcio al pub ed affrontando i primi dilemmi della crescita. I sogni e gli interrail delle estati da universitario di Mark si mescolano alle scorribande da improvvisato playboy di Sick Boy e alle risse di Begbie, fino a quando l'eroina non porta la rivoluzione della dipendenza nelle vite di quasi tutti loro.
Da quel momento sarà una continua lotta - o un lento arrendersi - non solo alla loro nuova compagna, ma anche rispetto all'inserimento in una società già dilaniata da problemi economici, di integrazione e di occupazione.






Il mio rapporto con Irvine Welsh ed i suoi più noti e celebrati - soprattutto al Cinema - protagonisti dev'essere destinato ad essere piuttosto burrascoso e ben poco lineare: quando vidi per la prima volta Trainspotting, nel periodo del suo boom e nel pieno dell'adolescenza, lo trovai enormemente sopravvalutato, e finii per apprezzarlo soltanto una decina d'anni dopo, quando tornai ad affrontare la pellicola di Boyle ispirata al romanzo di maggior successo di Welsh con occhi decisamente diversi.
Skagboys, prequel a quelle stesse vicende, romanzo fiume che esplora gli anni precedenti alle scorribande cinematografiche di Renton, Spud, Sick Boy e Begbie - insieme a tutti i loro amici e nemici -, per non essere da meno, è stato una lettura da vero patimento: oltre seicento pagine che sono pesate come macigni non tanto per i loro contenuti, quanto per quello che, probabilmente, è un problema di empatia tra il sottoscritto e l'autore scozzese, incapace di coinvolgermi quanto un titolo così impegnativo in termini di lunghezza richiederebbe per non assumere le connotazioni di una vera e propria montagna da scalare - specie se, ad incombere, ci si trova ad avere in attesa una cinquina di romanzi di autori decisamente più "amici", primo fra tutti Lansdale -.
Non che sia scritto male, o che non valga l'esperienza, intendiamoci: il lavoro di Welsh sulle adolescenze degli "eroi" di Trainspotting è una drammatica, spassosa, grottesca, tristissima fotografia dell'Inghilterra tatcheriana, degli anni bui dell'eroina e dell'HIV, di Edinburgo capitale europea del contagio, dei sogni infranti di una generazione letteralmente spazzata via a più livelli ed inesorabilmente - agghiaccianti le liste di nomi di infetti, che abbracciano qualsiasi sesso, età, condizione sociale e situazione familiare - ma anche dell'energia ribelle dell'adolescenza, della voglia di scoprire e sperimentare, del sesso e della vita il più selvaggi possibile e della violenza - verbale e fisica - come unico mezzo per potersi confrontare con un mondo adulto che pare sordo e repressivo.
E' stato dunque un dispiacere patire così tanto la lettura e ritrovarmi a contare le pagine rimanenti alla conclusione, o a preferire qualche ricerca su Spotify alla lettura immersiva che di norma mi concedo nei quotidiani viaggi in treno: restano le immagini evocative e potenti dell'apertura - con Renton in compagnia del padre ad uno sciopero del sindacato dei minatori -, le caratteristiche dei protagonisti - curioso pensare a Sick Boy come ad uno sciupafemmine a colpo sicuro e a Begbie, interpretato ai tempi dal secchino Robert Carlysle e tra le pagine un palestrato in pieno stile wrestling con pesanti tratti mediterranei -, lo stupendo viaggio attraverso l'Europa di Mark, il funerale di suo fratello Davie e la vicenda legata all'ex poliziotto e gestore di pub responsabile della morte di Coke, punito decisamente troppo tempo dopo e per motivi assolutamente diversi da Billy, fratello maggiore sempre di Renton, e l'idea di un momento storico decisamente terribile per chi, soprattutto per età, avrebbe semplicemente voluto guadagnare il suo spazio nel mondo.
La cosa più agghiacciante - per certi versi ben oltre l'eroina e l'HIV - è il paragone che è sorto quasi naturale tra i tempi di crisi di allora e quelli che oggi viviamo: lavoro ai minimi storici, netta separazione tra "elite" ricca e gente comune al limite della povertà, giovani senza prospettive, governanti neppure lontanamente in grado di garantire possibilità ad altri che non siano loro stessi, con i culi serenamente poggiati sulle poltrone.
C'è soltanto da sperare che non torni ad allargarsi a macchia d'olio una chance - ovviamente fittizia - di fuga da una prigione che, in realtà, potrebbe solo finire per essere l'anticamera ad una ben peggiore.
Perchè in quel caso, solo i duri bastardi come Begbie potrebbero pensare di uscire indenni dalle lusinghe dei paradisi artificiali che, passata la luna di miele e dimenticata la poesia, finiscono per lasciare soltanto rovine.



MrFord



"But I never said I would stay to the end
so I leave you with babies and hoping for frequency
screaming like this in the hope of the secrecy
screaming me over and over and over."
The Cure - "Disintegration" - 




venerdì 22 novembre 2013

Player one

Autore: Ernest Cline
Origine: USA
Anno: 2010
Editore: ISBN Edizioni




La trama (con parole mie): Wade Watts è un diciottenne del prossimo futuro, figlio di un mondo decisamente duro e del popolo costretto alla sopravvivenza, che trova la sua realizzazione soltanto nel tempo passato collegato ad OASIS, una simulazione virtuale di vita all'interno della quale, grazie al suo avatar Parzival, può sperare in un futuro migliore. Quando James Halliday, geniale inventore della piattaforma, muore dando il via ad una sorta di caccia al tesoro che prevede per il vincitore il premio di diventare il suo erede - nel controllo di OASIS e finanziariamente -, Wade coltiva il sogno di uscire per sempre dalla povertà e dall'anonimato mettendo a frutto la sua incredibile conoscenza di videogiochi e cultura degli anni ottanta, l'epoca che vide Halliday crescere.
L'avventura che ne deriva sarà la più grande che il giovane abbia mai affrontato, e lo porterà non solo a salvare il suo mondo - almeno quello virtuale - ma anche a scoprire che la realtà nasconde il segreto più prezioso di tutti.




Cominciamo ad essere in pochi, ormai, nell'epoca dell'espansione delle nuove realtà "smart" e delle console di gioco di ultima generazione basate sul gioco online, a ricordare i bei tempi del VIC-20, dell'Atari o del Commodore 64, che precedettero i primi Sega a otto bit: era il pieno dei gloriosi anni ottanta, ero alle elementari e ricordo una notte passata ad attendere che il Commodore di un mio compagno di classe caricasse la cassetta di Ghouls and ghosts, che riuscimmo a sfruttare per un'oretta prima che suo padre si svegliasse e ci rispedisse dritti a letto dopo una sfuriata.
Vennero poi il Master System ed il Mega Drive, che portavano, di fatto, la meraviglia della sala giochi nel salotto di casa, ed interminabili partite a Shinobi, Double dragon, Alex Kidd, Rampage.
Giochi semplici almeno quanto i cartoni animati che giungevano a frotte da Giappone e USA, visti allora come realtà lontane ed esotiche, dai robot giganti ai campi di calcio destinati a non finire mai.
E poi i film dai Goonies a Karate Kid, passando per War games e Ritorno al futuro, senza dimenticare i primi ascolti delle band di parrucconi rock del tempo, dagli Europe a Bon Jovi.
E Dungeons&Dragons.
Ero in terza elementare, quando cominciai a dilettarmici, a casa di un amico con un fratello che era "già alle medie": e tra un Librogame ed un cambio di compagnia, la passione dei giochi di ruolo rimase, accanto a quella per i fumetti.
Ma questo è un post dedicato alla recensione di un romanzo - stupendo, tra le altre cose, forse addirittura il miglior titolo fantasy del nuovo millennio - o un viaggio nell'amarcord del vecchio cowboy?
In realtà entrambe le cose, perchè Player one è un omaggio sentito ed emozionante di un ragazzo cresciuto a quei tempi, Ernest Cline - classe '72, dunque un pò più grandicello del sottoscritto -, collezionista di tutto quello che riporta agli eighties e geek all'ultimo stadio, pronto a raccontare la straordinaria avventura di Wade Watts, diciottenne di un futuro più prossimo che remoto dominato dalla realtà alternativa di OASIS, piattaforma che simula un'esistenza a tutti gli effetti pronta a sostituire una realtà decisamente poco piacevole per i più, e da una gara indetta dal multimilionario James Halliday, inventore della stessa OASIS pronto a lanciare una strepitosa caccia al tesoro affinchè la sua creatura ed il patrimonio accumulato grazie ad essa possano finire nelle mani di un cercatore - ed un giocatore - meritevole ed il più equilibrato possibile.
Ha così inizio una delle avventure più incredibili vissute nel corso della mia esistenza da lettore, un viaggio attraverso scenari ispirati a videogames, serie televisive, fumetti, giochi di ruolo, film e tutto quello che ancora oggi fa sospirare noi "ragazzi degli anni ottanta" per la nostalgia di un periodo unico, magico, sopra le righe quanto mitico praticamente per antonomasia.
La ricerca dei Gunter e la caccia all'Easter Egg di Halliday regala, oltre ad una manciata di personaggi splendidi - Wade, Art3mis, Aech, Shoto e Daito, goonies del virtuale, losers in una realtà che non sa che fare di loro e vincenti assoluti all'interno di OASIS -, ambientazioni dal fantasy al tecnologico estremo, scenari da 1984 ed esaltazione da bambini - nel momento della prima messa in moto del Leopardon con gli AC/DC pompati nell'abitacolo ho avuto un brivido lungo la schiena, neanche fossi salito a bordo di una macchina del tempo, altro che lo spompato Pacific rim! -, senza dimenticare l'importante analisi del rapporto tra la felicità che può dare una simulazione e quella che, pur dopo aver collezionato delusioni e sofferenze, arriva dalla vita vera.
Perchè è questo, il succo di Player one.
Dacci dentro, vivi al massimo i tuoi sogni, ma non dimenticarti che quello che vale sta dall'altra parte dello schermo, e passa attraverso ogni cosa che si possa toccare e della quale fare esperienza sulla pelle, e non solo attraverso la simulazione, e l'immaginazione.
Forse è proprio a questo che ci hanno preparato gli anni ottanta, e forse è proprio questo che omaggia questo libro meraviglioso.
Dunque infilatevi jeans e maglietta, inforcate i Rayban, inserite una cassetta nello stereo della vostra DeLorean, preferibilmente 2112 dei Rush, e volate verso l'orizzonte: l'importante è che sappiate bene dove atterrare una volta svegli.

MrFord

"We've taken care of everything
the words you hear, the songs you sing
the pictures that give pleasure to your eyes.
It's one for all and all for one
we work together, common sons
never need to wonder how or why."
Rush - "The temples of Syrinx" - 



mercoledì 27 marzo 2013

Altri libertini

Autore: Pier Vittorio Tondelli
Origine: Italia
Anno: 1980
Editore: Feltrinelli




La trama (con parole mie): sei racconti che, dal cuore pulsante dell'Emilia, guardano a Bologna, Milano, l'Europa negli anni delle contestazioni, gioventù ribelli e ribollenti che si forgiano in bilico tra amori, sesso, droga, viaggi, gioie e dolori.
Il ritratto naif e passionale di una generazione che si gioca tutto giorno per giorno ed esprime il suo sapere attraverso la sete di esperienza più che di nozioni, e prende forma grazie ai protagonisti di storie che si incrociano e rimbalzano e pulsano neanche fossero le nostre.
Dagli sperduti posti ristoro della Bassa a Bruxelles, da Piazza Grande a Correggio, stagioni irripetibili come soltanto quelle della nostra formazione sanno e possono essere: la primavera e l'estate della vita nella loro massima espressione di desiderio.




A volte capita che si incroci il cammino di un autore in grado, fin da subito – o quasi – di apparirci come familiare, vicino, quasi avessimo condiviso con lui grandi bevute, mangiate, nottate, o uno di quei viaggi della perdizione – o del ritrovamento di se stessi – tipici dei periodi della vita in cui abbiamo bisogno, in qualche modo, di ricominciare.
Avevo già sentito parlare di Pier Vittorio Tondelli, uno dei “ragazzi perduti” della generazione di grandi artisti che il fermento degli anni settanta produsse attorno a Bologna – un po’ come Andrea Pazienza, per citarne un altro dalla genialità e dal destino simili a quelli dello scrittore di Correggio – sia nella blogosfera – Zio Scriba ne è l’esempio più clamoroso – che tra amici, ma è stato mio fratello ad introdurmi nel suo mondo: da anni, infatti, per il Ford più giovane il buon Tondelli è un idolo consolidato ed indiscusso, una specie di Rino Gaetano della letteratura che, partendo dal naif, riesce ad aprire un mondo al lettore fatto di viaggi e sogni radicati profondamente nel quotidiano.
Con questo Altri libertini è iniziata dunque la mia scoperta di un vero e proprio spirito affine, un compagno di brindisi che, come il sottoscritto, crede profondamente nell’esperienza come maestra di vita nonché modo migliore per mettere a frutto quelli che possono essere stati gli insegnamenti raccolti nel corso dei nostri anni e della strada percorsa fino ad ora.
Se, infatti, con i primi due racconti l’impressione avuta era quella di una sorta di antologia un po’ nostalgica di un periodo sicuramente più caotico di questo ma anche più sanguigno e magico – una sorta di Amarcord felliniano da strafatti -, con il terzo – chiamato proprio Il viaggio – l’intero lavoro assume una dimensione ed uno spessore clamorosamente grandi, riuscendo a parlare direttamente al cuore di quel momento della vita in cui tutto è ancora da scrivere, e se non finisci male può anche darsi che alla fine lo scriverai, in un modo o nell’altro, quanto e più di romanzi generazionali come Il giovane Holden o Siddartha.
Le peripezie vissute dal protagonista accanto al quasi inseparabile amico Gigi tra Bruxelles, Milano e Correggio, o la storia con Dilo, studente romano conosciuto a Bologna suonano non tanto come i manifesti dell’epoca delle grandi contestazioni, quanto come la fotografia di un’esistenza che prende forma, semplice e magica come soltanto la vita vissuta può e deve essere: in uno dei passaggi fondamentali del racconto, proprio in un confronto con Gigi, l’alter ego dell’autore confessa “la scuola si sistemerà solo quando non ci sarà più: ho imparato più da un pompino che da vent’anni di esami”.
Lo spirito di Tondelli è tutto qui.
Vivi, a fondo e il più possibile, annusando l’aria in cerca del tuo odore e viaggiando veloce per scappare dagli scoramenti – come nel meraviglioso racconto di chiusura, Autobahn, che ricorda l’altrettanto stupendo pezzo dei Kraftwerk – che il mondo riserva e riserverà sempre: in questo modo anche il destino, a volte, ti verrà incontro allungandoti una mano, e non per piazzare uno schiaffo. Anzi, potrebbe essere che ci scappi un colpo di fortuna, dei soldi piovuti nel parcheggio di un posto di ristoro o una scopata liberatoria, o la forza di tutta quella magia della Bassa che rese grande il già citato Fellini e avrebbe fatto la fortuna di un altro noto abitante di Correggio qualche anno dopo, Luciano Ligabue, che pare aver costruito i suoi primi dischi – quelli belli, per intenderci – proprio su figure come quella del troppo presto scomparso Pier Vittorio.
Perché troppo presto se n’è andato davvero, questo ragazzaccio assetato di vita.
Eppure di una cosa sono certo, nonostante abbia affrontato soltanto uno dei suoi lavori: lo scoramento non l’ha raggiunto neppure con la morte sicuramente prematura, ed il suo odore ancora pervade pagine che sono una vera festa per lo stomaco, gli occhi, il sesso e tutti quegli organi che fanno dei giorni, degli amori, dell’andare oltre o cercare di stare dentro la fortuna loro e di quelli che li portano e li seguono.
Certo, a volte può capitare che la corsa non conduca a nulla di buono, o che il nostro Ronzinante a motore finisca per spiaccicarsi da qualche parte con noi dentro, ma la posta è troppo alta per rinunciare, e da ogni riga di Altri libertini è evidente che questo Tondelli lo sapeva bene: succhiare tutto il midollo della vita, che sia dalla strada, da una bottiglia, da un cazzo o da una vagina.
O da un bacio di quelli che tolgono il respiro e si ricordano finchè si campa.
Ed è sempre un piacere incontrare qualcuno che sente la vita sulla pelle proprio come te.
“E ti vedi con una che fa il tuo stesso giro, e ti senti in diritto di sentirti leggero”, cantava Ligabue.
Ed è così che mi sono sentito tra queste pagine.
E non è affatto roba da poco.
Pier Vittorio, devo ringraziare mio fratello per avermene fatto trovare un altro.
E devo ringraziare anche te.
Perché quando sulla pelle passa il brivido del capirsi al volo non si può fare proprio altro.


MrFord


"Ci han concesso solo una vita
soddisfatti o no qua non rimborsano mai
e calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza abbastanza
se per ogni sbaglio avessi mille lire
che vecchiaia che passerei
strade troppo strette e diritte
per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po'
che andare va bene però
a volte serve un motivo, un motivo
certi giorni ci chiediamo e' tutto qui?
E la risposta e' sempre sì."
Ligabue - "Non è tempo per noi" -


sabato 14 luglio 2012

In fondo alla palude

Autore: Joe Lansdale
Origine: Usa
Anno: 2000
Editore: Fanucci




La trama (con parole mie): 1933. Siamo nel pieno del Texas orientale, nella cittadina di Marvel Creek, la Grande Depressione che ancora fa sentire gli effetti del suo passaggio anche a qualche anno di distanza e le tensioni razziali a fare da miccia alle rivalità di paese.
Il giovane Harry, quasi adolescente, e la sorellina Tom, per caso scoprono nelle Terre basse in bilico tra boschi rigogliosi e paludi il cadavere orribilmente torturato di una donna di colore: è l'inizio di un'indagine che vede coinvolti, oltre ai piccoli protagonisti, la loro famiglia - il padre, Jacob, oltre che barbiere ed agricoltore, è il tutore locale della legge - e i conoscenti, che porterà alla scoperta di un vero e proprio mostro, un serial killer che non sarà disposto a fermarsi di fronte alla razza o all'età delle sue vittime.
Per Harry sarà la fine del mondo costruito sull'innocenza dell'infanzia e l'inizio dell'età adulta, fatto di mezzetinte e debolezze, brutture e lotta per la sopravvivenza.




Leggere Lansdale è sempre un pò come tornare a casa.
Lo scrittore texano è uno di quegli esempi di onestà creativa e di linguaggio che non possono non farsi voler bene, trasparente nei suoi intenti e sincero nei racconti, quasi parli sempre, in qualche modo, di se stesso - e non può che essere così, almeno da un certo punto di vista -: quando ebbi l'occasione d'incontrarlo e passare un pomeriggio intero con lui, un paio d'anni fa, vidi nei suoi occhi e nel sorriso la curiosità di un uomo cui non fa differenza il fatto di essere uno scrittore affermato, e che mai crederebbe di essere depositario di una qualche verità supposta e supponente.
Piuttosto, l'impressione che ho avuto è stata quella di un vecchio zio di quelli capaci di affascinare i propri nipoti con racconti coinvolgenti ed unici, anche se in qualche modo tutti legati e simili l'uno all'altro.
In fondo alla palude, associabile per tematiche ed atmosfere a L'ultima caccia, torna indietro nel tempo all'epoca vissuta principalmente dai genitori dell'autore - cui il romanzo è dedicato - e tratteggia una grande avventura degna di Stand by me e definita da una cornice che deve tantissimo al pulp e al noir, segnata dalle tinte fosche della violenza e del razzismo, tanto da ricordarmi, almeno in un paio di episodi - il linciaggio del vecchio Mose, il pestaggio dei Nation da parte di Jacob - il capitolo forse più oscuro delle avventure di Hap e Leonard - i due personaggi più fortunati creati dal vecchio Joe -: Il mambo degli orsi.
Come se non bastasse, dietro alla parte più action della storia, si cela e definisce il passaggio all'età adulta del giovane Harry, che da poco meno di ragazzino incapace di porre fine alle sofferenze del suo cane ferito, ipnotizzato dalle meraviglie della foresta e della Natura diviene quasi un uomo in grado di fronteggiare occhi negli occhi il terrificante e leggendario Uomo Capra - creatura della quale gli adulti dubitano perfino l'esistenza che pare si celi nei meandri delle Terre basse - e lo stesso assassino, dopo aver visto il padre cadere e rialzarsi sotto i colpi inferti dalla vita.
Un romanzo magico, affascinante, torrido come l'estate più calda pronta ad essere scossa da quei temporali cupi e terrificanti, con tanta di quella grandine da lasciare bernoccoli più grossi di quelli di una scazzottata: come di consueto per i lavori del buon Lansdale, tutti i personaggi, dai più nobili ai più biechi, vengono tratteggiati ed accompagnati nell'evolversi della vicenda con lo stesso amore dal loro autore, che non avrà dalla sua la tecnica ed il piglio illusionistico di Nesbo ma che riesce indubbiamente a trasmettere tutta la sincerità di un narratore nel senso più universale del termine, un uomo che di una storia fa un'esperienza, il capitolo di una vita, il ricordo di un'emozione in grado di scuotere anche ad anni - o decenni - di distanza.
In questo senso trova una collocazione perfetta la scelta di affidare a Harry ormai vecchio e confinato in una casa di riposo il ruolo di traghettatore dei lettori nella storia, così come l'idea di associare più personaggi appartenenti all'universo creato dallo scrittore a partire da quelli che sono i luoghi in cui lui per primo ha trascorso la sua intera esistenza - perfetta, in questo senso, l'apparizione pur se breve dei due giovani protagonisti del già citato L'ultima caccia -.
Ma se fino alla risoluzione della parte prettamente thriller della vicenda tutto pare confluire in quello che potrebbe essere un più che buon titolo di genere, è con il clamoroso epilogo che Lansdale compie un vero e proprio balzo in avanti, insinuando nel sottoscritto il dubbio di aver appena concluso il suo romanzo migliore in più di un senso: poche pagine di intensità incredibile, capaci di ricordare nella loro carrellata di vite di alcuni dei protagonisti della vicenda lo stratosferico finale di Six feet under, mostrando allo stesso tempo l'amore per la vita e la malinconia del tempo che ci fugge tra le dita, spesso e volentieri portandosi via tutte le persone che amiamo, una dopo l'altra.
Come se non bastasse, il legame del vecchio Harry con quell'anno incredibile alla ricerca del killer di tutte quelle donne assume il significato dell'isola per i "naufraghi" lostiani - sempre rimanendo in tema di serie tv di culto -, il momento della propria vita cui si rimane più legati, e al quale si vorrebbe in qualche modo tornare una volta giunti al termine il nostro giro di giostra da queste parti.
Il desiderio di poter sentire l'intera esistenza sulla pelle unito al peso della solitudine.
Se non ci fosse l'esperienza diretta - le chiacchiere, le risate, le opinioni sugli interpreti cinematografici ideali di Hap e Leonard, perfino una foto - a testimoniare il nostro incontro, scorrendo le ultime pagine di In fondo alla palude potrei perfino giurare che Joe Lansdale sia morto e sepolto, scivolato via al termine di una vita lunga e ricca, magica e allo stesso tempo profondamente segnata da tante, tante ferite.
Fortunatamente, non è così.
Perchè un narratore di questa portata - con tutti i suoi limiti e la sua semplicità - è come un vecchio zio in grado di ipnotizzare i suoi giovani nipoti con racconti così coinvolgenti da percepirli proprio lì, sulla pelle, come quando ci si siede accanto ad un fuoco: e non ho ancora intenzione di alzarmi.
Non ho nessuna intenzione di alzarmi.
Non ho ancora abbastanza ferite, per essere stanco.
Merito di personaggi come Harry e la sua famiglia.
E del vecchio Joe, le cui storie non esiterò a raccontare ai miei nipoti.
Perfino - e soprattutto - di quella volta in cui ci trovammo faccia a faccia.


MrFord


"I got to keep moving, I got to keep moving
blues falling down like hail, blues falling down like hail
mmm, blues falling down like hail, blues falling down like hail
and the day keeps on remindin' me, there's a hellhound on my trail
hellhound on my trail, hellhound on my trail."
Robert Johnson - "Hellhound on my trail" -


 
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