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lunedì 26 agosto 2019

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la "differita", la carrellata delle visioni da grande e piccolo schermo che hanno caratterizzato le ormai purtroppo già alle spalle vacanze di casa Ford, con ogni probabilità il periodo di maggior coinvolgimento e con il numero di visioni - e non solo - più alto degli ultimi mesi. 
Praticamente, un ottimo modo per essere già in attesa delle prossime ferie.


MrFord



JOHN BARLEYCORN - MEMORIE ALCOLICHE (Jack London, Mattioli)

Risultati immagini per john barleycorn memorie alcoliche

In realtà la carrellata inizia con un libro consigliatomi - e prestato, come se non bastasse - dal suocero Ford, una sorta di autobiografia alcolica di Jack London, uno dei grandi nomi del classico d'avventura americano: queste memorie alcoliche, in realtà, sono una sorta di viaggio di autoanalisi di London, che racconta al lettore il suo rapporto - decisamente stretto, per usare un eufemismo - con l'alcool, dagli inizi in giovane età sfruttando le sbronze come rito sociale per conquistare la fama di "vero uomo" al controllo - o presunto tale - del bevitore esperto.
Da bevitore esperto ho trovato molto interessante, divertente, drammatico e a volte inquietante questa lettura, perchè anche quando si è "benedetti da una costituzione di ferro" e si pensa di avere il controllo di questa sorta di demone che lo scrittore ritiene si attacchi con molta più facilità agli individui più ricettivi e pensanti, in realtà il controllo vero non si ha mai.
Personalmente, mi sono sentito toccato nel profondo dalla descrizione che London da dei bevitori "professionisti", affermando "troverete questo tipo di uomini ai ricevimenti, tra i professionisti, nei club esclusivi, nei circoli: ebbene, non li vedrete mai ubriachi, perchè sanno quel che fanno, ma sappiate che non sono neppure mai davvero sobri": una verità che può davvero spaventare anche il più guascone e leggero tra i bevitori.




ANNABELLE 3 (Gary Dauberman, USA, 2019, 106')

Annabelle 3 Poster


Probabilmente dev'essere l'estate all'insegna delle sorprese, per quanto riguarda l'horror: dopo i titoli quasi decenti passati nelle ultime settimane su questi schermi, perfino il franchise di Annabelle - nato da una costola di The Conjuring e legato a due capitoli di livello infimo - si riprende con un numero tre quantomeno guardabile nello spirito estivo legato a doppio filo a questo genere.
Mescolando il tipico prodotto da babysitter in pericolo figlio degli anni ottanta alle possessioni, con una spruzzata di coniugi Warren - protagonisti dei Conjuring - a fare da spalle di lusso, il lavoro di Dauberman intrattiene come si conviene, non brillando per logica ma regalando quantomeno quello che questo tipo di visioni dovrebbero garantire come minimo sindacale.
Considerato che, quando l'abbiamo approcciato, pensavo si sarebbe rivelato una merda atomica di quelle da top ten assicurata del peggio dell'anno, direi che la produzione ha centrato il bersaglio, e gli incassi discreti lo testimoniano: a questo punto, e non l'avrei mai detto, quasi spero in un quarto capitolo.




CRIMINAL MINDS - STAGIONE 14 (CBS, USA, 2019)

Criminal Minds Poster


L'estate, in casa Ford, ha sempre significato, fin dai primi tempi della convivenza con Julez, l'appuntamento con Grey's Anatomy e Criminal Minds, le due colonne portanti della "bella stagione" su piccolo schermo: il serial dedicato alle indagini dei membri del BAU sempre in caccia di psicopatici e serial killers per anni ha rappresentato un'alternativa decisamente più valida ed interessante ai vari e più noti C.S.I. e soci, prima di cominciare a navigare in acque sicure e segnare il passo come tutte le produzioni televisive eccessivamente lunghe.
Questa quattordicesima - e penultima - stagione ne è la netta dimostrazione: un solo episodio davvero interessante su quindici - una scelta strana quella di troncare rispetto ai consueti ventiquattro episodi e stabilirne soltanto dieci per la prossima -, idee non pervenute, cast stanco e svogliato, l'ombra di quello che il prodotto era ai tempi del Gideon di Mandy Patinkin, quando si chiudeva la visione della puntata con i sudori freddi. 
Giusto, a questo punto, terminarlo. Anche se salutare il BAU sarà comunque difficile.




ORANGE IS THE NEW BLACK - STAGIONE 7 (Netflix, USA, 2019)

Orange Is the New Black Poster


E in tema di addii da piccolo schermo, i Ford hanno salutato anche le ragazze di Orange is the new black, che dopo aver raggiunto il loro apice con la stagione dell'inizio della rivolta e la morte di Washington avevano calato un pò i ritmi, portando probabilmente - e giustamente - gli autori a scrivere l'ultimo capitolo dedicato alle ospiti di Litchfield: un capitolo toccante, sentito, emozionante, che si rivela uno dei più intensi e vivi dell'intera vita di questo prodotto, e riesce a dare il giusto spazio alle protagoniste rimaste, regalare un'ultima vetrina a chi, stagione dopo stagione, se n'era andato, e soprattutto firmare una critica feroce ma anche divertente e divertita al sistema statunitense.
A prescindere dal fatto che un addio provoca sempre emozioni forti, personaggi come Taystee o Caputo resteranno assolutamente nel mio cuore, e parabole discendenti come quella di Red continueranno a ricordare che il Tempo, prima o poi, diventa la nostra prigione più terribile.
Quello che è certo, a proposito di Tempo, è che le ragazze di Litchfield non saranno dimenticate, e in qualche modo rappresenteranno, per chi studierà Cinema e non solo nei prossimi anni, uno dei titoli più importanti rispetto al riconoscimento della figura della donna.





venerdì 21 agosto 2015

American Sniper

Autore: Chris Kyle, Jim DeFelice, Scott McEwan
Origine: USA
Anno: 2012
Editore: Mondadori





La trama (con parole mie): la vita e le imprese militari di Chris Kyle, certificato come il cecchino più letale della Storia dell'Esercito americano, dall'infanzia ed i primi rapporti con le armi al matrimonio, dall'addestramento nei Seal agli assegnamenti in Iraq, fino al progressivo crescere del numero delle sue uccisioni, che lo resero una figura di riferimento per i commilitoni ed un nemico terrificante per i nemici, che arrivarono a soprannominarlo "Il diavolo di Ramadi".
Le opinioni a proposito di Dio, Patria e Famiglia, quelle sulla guerra ed i legami che si formano tra i ragazzi che la combattono, l'attaccamento al dovere e ad una professione scelta con profonda decisione, le posizioni discordanti rispetto agli alti papaveri dell'Esercito, i racconti delle esperienze raccolte in quattro mandati spesi in Iraq come sniper: un racconto impressionante, dolente e terribile ma anche di pancia e decisamente umano per quella che è la più inumana delle condizioni, la guerra.









Ricordo bene l'esperienza a dir poco surreale che furono i tre giorni di visite per l'idoneità a prestare il servizio militare: ragazzi di tutte le estrazioni sociali, livelli di preparazione e cultura, in divisa e non, che passavano fianco a fianco ore di controlli e momenti degni di una commedia grottesca, pronti ad alimentare la mia convinzione che il servizio militare non faceva decisamente per me, giovane pseudo intellettuale ribelle che detestava qualsiasi sfoggio di prepotenza, pur esercitandola a sua volta, seppur in maniera più sottile.
Come se non bastasse, non sono mai stato patriottico, fatta forse eccezione per il senso d'appartenenza stimolato dagli eventi sportivi - in qualsiasi campo - legati alle compagini nazionali, e l'idea di mollare tutto ed andare a morire in nome di un'idea che non ho mai visto concretizzata e rappresentata se non dall'esultanza a seguito dei già citati successi sportivi o da eroi come Falcone e Borsellino è sempre entrata piuttosto in conflitto con la mia passione smodata per la vita.
E se ci fosse ancora qualche dubbio, ammetto che i miei dieci mesi da obiettore di coscienza sono stati, lavorativamente parlando, i più intensi e formativi della mia esistenza, in barba alla costrizione di dover ammettere, ai tempi della leva obbligatoria, di non essere soltanto antimilitarista, ma anche non violento, il che, in caso di denuncia per un reato per l'appunto violento, rischierei il doppio della condanna di una persona "normale" - questo può tornare utile al Cannibale, nel caso in cui un giorno decidessi di andare a rompergli il grugno in una gita a Casale -.
Dunque, direi che con American Sniper, e con Chris Kyle, avrei almeno sulla carta ben poco a che spartire.
Così come temevo di non averne rispetto al film firmato da Clint Eastwood, che acquista valore ulteriore considerata questa autobiografia, avendo opposto alle posizioni del protagonista quelle di alcuni compagni, dei nemici e della famiglia che, probabilmente, sono le rappresentazioni dei dubbi del regista stesso: in questo caso, tra le pagine, assistiamo invece ad una cronaca che è Chris Kyle al cento per cento, e USA al mille per mille.
Nonostante tutto questo, ho trovato American sniper assolutamente coinvolgente ed umano, rappresentazione di pancia - come, del resto, era stata la pellicola - della vita e delle vicende di una persona che, nel corso della sua esistenza, ha compiuto scelte completamente diverse dalle mie fin dall'infanzia ma che, pur partendo da angolazioni e con spirito differenti, mostra di essere sensibile a valori ed emozioni che io stesso trovo fondamentali: e poco importa, dunque, che il senso di patriottismo di Kyle e la sua fede religiosa fervente impregnino le pagine del libro almeno quanto i più che professionali e tecnici resoconti a proposito di tattiche, armi ed approccio alla guerra.
Quello che ho visto in queste pagine è il ritratto di un ragazzo e di un uomo al quale affiderei volentieri la mia vita, un marito ed un padre, un combattente che avrebbe dato tutto per chi amava e voleva proteggere almeno quanto farei io stesso, e per quanto appartenente ad un corpo militare privo di peli sulla lingua rispetto alle critiche mosse, prima ancora che agli oppositori, ai politici pronti a sfruttare la guerra e le vite di chi la combatte per scopi principalmente politici.
Un uomo umile, semplice, diretto e deciso, senza dubbio casinista e fin troppo sicuro di sè, cresciuto nel mito del cowboy che risponde alla forza con la forza, raddrizza le ingiustizie ed uccide i cattivi, disposto a tutto, anche a portare al limite il proprio corpo e rischiare il legame con i propri cari per difendere i compagni al fronte ed uccidere quanti più nemici possibile senza che alcun peso possa restare sulla coscienza.
Mio nonno, lo stesso dei Western e delle prime commedie all'italiana, di John Wayne e Bud Spencer e Terence Hill, è stato carrista nella Seconda Guerra Mondiale, sopravvivendo al siluramento della nave che lo stava portando in Africa e salvandosi dal conflitto praticamente grazie ad una prigionia durata tre anni: mi ha sempre parlato della guerra come della peggiore delle cose, eppure quando capitava che raccontasse qualche aneddoto, finiva sempre per citare il pugno rifilatogli dal tedesco che, al termine del conflitto e della stessa prigionia, aveva cominciato a capire il significato di tutte quelle parolacce, o all'anello che gli aveva lasciato l'amico morto nel naufragio ricordato poco sopra, sempre con gli occhi lucidi.
Il suo modo di raccontare la guerra - non gli ho mai chiesto, sinceramente, se gli fosse capitato di uccidere qualcuno - era lo stesso di Chris Kyle: quello di qualcuno che si è trovato dentro la peggior situazione in cui ci si possa trovare ed ha cercato di portare a casa la pelle, poggiandosi sul legame che si crea inevitabilmente con i compagni di sventura e sull'ironia di alcune situazioni, perfino nel più nero dei pozzi nei quali si può sprofondare.
Certo, mio nonno non era patriottico quanto Chris Kyle, ma come lui era umano.
Come lo sono io.
Che continuo  ad essere lontano dall'idea della Patria prima della Famiglia, ed allergico alle regole della vita militare, ma che senza dubbio, per il carattere che ho sviluppato da allora ad oggi, sceglierei di vivere l'esperienza della leva se potessi tornare indietro a quei tempi.
E che, in guerra oppure no, ucciderei senza battere ciglio se sentissi che le persone che amo sono minacciate in qualche modo.
Da una distanza siderale con un fucile di precisione o a mani nude.
E chiunque fosse a cadere, per me sarebbe solo un numero.
Un numero che significa un istante di vita in più per me e per chi ho intenzione di proteggere.
In fondo, la legge della giungla definisce il nostro essere animali.
Tutti, nessuno escluso.
Chris Kyle ha avuto quantomeno l'onestà, il cuore ed un sacco di palle di ammetterlo senza troppi peli sulla lingua o giri di parole.




MrFord




"Through these fields of destruction
baptisms of fire
I've witnessed your suffering
as the battle raged high
and though they did hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me
my brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" - 





lunedì 18 agosto 2014

Open - La mia storia

Autore: Andre Agassi
Origine: USA
Anno: 2009
Editore: Einaudi


  
La trama (con parole mie): a partire dall’ormai considerato classico match contro Baghdatis agli US Open del 2006, prossimo al ritiro, Andre Agassi, uno tra i tennisti più noti e vincenti della Storia di questo sport, racconta la sua vita dai tempi in cui, bambino, si confrontava con l’autorità schiacciante del padre, suo primo maestro, all’adolescenza trascorsa lontano dagli amici di Las Vegas, nell’accademia di Nick Bollettieri, in Florida, per giungere alle prime vittorie importanti e agli alti e bassi personali e sportivi di una vita intera. 
Il matrimonio con Brooke Shields e quello con Steffi Graf, la vita di un uomo bambino con un’infanzia da recuperare a quella di un padre che non vorrebbe mai imporre la sua disciplina ai figli come è stato fatto con lui. 
Perché Andre Agassi odia il tennis. E in questo libro racconta la sua vita, e non il suo sport.






Fin da bambino, sono sempre stato affascinato dallo sport in generale e dai suoi eroi, probabilmente a causa dell’amore incondizionato che mio padre ha per qualsiasi disciplina agonistica e non a partire dall’adorato – e tuttora praticato – ciclismo: ricordo i primi anni da tifoso calcistico, il Milan di Sacchi e l’avvento di Baggio, la Formula Uno con i duelli tra Senna e Prost – benchè tifassi la Benetton di Nannini e rimpiangessi di non essere nato prima per esaltarmi alle imprese di Gilles Villeneuve -, Carl Lewis, Greg Lemond, e tanti altri personaggi che cominciarono ad affascinarmi fin dalle elementari.
Non sono mai stato, però, un accanito tifoso di tennis: forse perché non avevo mai avuto modo di praticarlo, ma fatta eccezione per qualche match guardato in tv ed i nomi principali del circuito, non mi sono mai trovato particolarmente attratto dalle battaglie che uomini e donne ai tempi quasi esclusivamente di bianco vestiti combattevano fino allo stremo delle forze. 
Eppure, tra tutti quei campioni che parevano più o meno uguali, uno svettava grazie non solo ad un look unico, ma ad uno stile ed un modo di porsi che non avevo mai visto applicare a questa disciplina: Andre Agassi.
Ricordo che, colpevole la pronuncia del nome, pensavo fosse francese – e se anche avessi puntato sugli USA, mai avrei pensato a Las Vegas -, e che, come spesso e volentieri lo definiva la stampa, fosse il ribelle in tutto e per tutto dei piani alti delle classifiche mondiali. 
Un ragazzo problematico con uno stile e risultati assolutamente non lineari, probabilmente destinato a bruciarsi.
Come tutti ben sappiamo – e fortunatamente – il buon Andre non solo è riuscito a resistere a critiche e sconfitte concludendo una carriera tra le più impressionanti della Storia del tennis, ma a trovare una sua identità che andasse ben oltre l’immagine ed il look, divenendo un punto di riferimento per colleghi e tifosi in tutto il mondo: dai suoi duelli con il rivale di sempre Pete Sampras alle numerose rinascite, la sua carriera è senza dubbio una tra le più emozionanti e toccanti che si possano anche soltanto immaginare.
Ma non è di tennis, che vorrei parlare qui.
Non solo perché Andre odia il suo sport – come non manca di sottolineare tra queste pagine -, ma perché Open è il racconto di una vita, a prescindere da quello che il suo protagonista ha ottenuto grazie ad un talento unico e a duro lavoro, spesso non piacevole. 
E qui al Saloon, quando si parla di vita con partecipazione, commozione, sentimento, le porte si aprono in men che non si dica.
Sono stato felice come raramente quest’anno leggendo un libro di essere letteralmente trascinato dalle pagine di un racconto simile a quello che potrebbe condurre un amico di fronte ad un bicchiere, in una di quelle serate in cui si ha voglia di ripercorrere il viaggio che ci ha portati fino a dove ci troviamo, ed altrettanto di scoprire che il mio istinto, quando lo elessi a mio favorito tra gli eroi della racchetta, non aveva sbagliato.
Andre Agassi è una persona che mi piacerebbe, se la conoscessi. 
Una persona con la quale si potrebbe stabilire un contatto. 
Perché, nonostante si sia diversi, certe cose finiscono per passare attraverso meccanismi terribilmente simili: l’accettazione di se e la fatica che la stessa comporta, dai pregi ai difetti che portiamo con noi, la capacità di passare da momenti di euforia e commozione e vittorie memorabili ad altri salati e brucianti come le lacrime, o le sconfitte peggiori. Non importa su quale terreno, non importa in quale campo. E non importa il tennis. Qui si parla di esperienza, di passione, di sentimenti.
Di vita, per l’appunto.
Di voglia di viverla e raccontarla.
I trofei, i titoli, la distanza geografica, i destini ed i percorsi differenti, i soldi, nulla importa.
L’impressione che ho avuto, leggendo Open, è che potrei senza problemi fare parte della squadra di Andre.
E Andre della mia.
La scoperta di una storia che prosegue senza che abbia un senso, una soddisfazione condivisa con le persone che amiamo di più, e solo con loro, un’amicizia unica, la sensazione di avere qualcuno che ti copre le spalle, qualcuno da conquistare, qualcuno da amare e da crescere: leggendo Open, mi è parso di vedere l’Agassi che conta.
Che non è il tennista, a dispetto di tutte le sue vittorie sul campo.
Ma l’uomo. Quello che si è formato, che ha vinto e perso, che ha guardato dentro se stesso e ha deciso cosa lasciare alle spalle e cosa portare avanti, fino alla prossima destinazione.
E sono stato felice che l’abbia condiviso. 
Proprio come se fossimo stati in un tavolo d’angolo in qualche bar sperduto lungo la Frontiera. Proprio come avrebbe ascoltato la mia.
Perché partite come quelle che giochiamo ogni giorno valgono infinitamente più di quanto il solo conto dei successi e delle sconfitte il nostro lavoro ci riservi.
Numeri chiusi contro esperienze senza confini.
Corpo, cuore e menti aperte. Pronti a muovere sempre un passo in avanti.
Open.
Come la testa, senza dubbio prima di un qualsiasi torneo.



MrFord



"Yeah i laugh and i jump
and i sing and i laugh
and i dance and i laugh
and i laugh and i laugh
and i can't seem to think
where this is
who i am
why i'm keeping this going
keep pouring it out
keep pouring it down
and the way the rain comes down hard
that's the way i feel inside."
The Cure - "Open" - 



sabato 21 gennaio 2012

Mr. Nice

Autore: Howard Marks
Origine: Galles
Editore: Giano
Anno: 1996 (in Italia 2001 e 2010)



La trama (con parole mie): Dennis Howard Marks è ed è stato molte cose, nel corso della sua vita. Nato in un paesino del Galles da una modesta famiglia di lavoratori ha sognato di essere Elvis, si è laureato in fisica al prestigioso Balliol College, è divenuto il trafficante di droghe leggere più importante della storia, è stato una quasi spia dell'MI6, ha avuto rapporti con esponenti dell'IRA, della Mafia, della French Connection, è scampato ad una condanna in Inghilterra ed è stato perseguitato dalla DEA neanche fosse il più pericoloso dei criminali al mondo, ha scontato anni nel terribile penitenziario di Terre Haute, il peggiore degli States, è stato latitante per anni assumendo numerose differenti identità, ha accumulato e perso milioni, vissuto in numerosi Paesi e trafficato in altrettanti, fino ad arrivare a guadagnarsi il soprannome di Marco Polo per il ponte che costituì tra Oriente ed Occidente.
Ma soprattutto, Howard Marks è ed è stato un figlio, un padre ed un marito.
Ed ancora di più, un esploratore appassionato della vita.
Mr. Nice è la sua autobiografia.





Senza dubbio, prima di cominciare, devo ringraziare il mio fratellino Dembo per avermi fatto conoscere questo libro e, indirettamente, Howard Marks.
Ora, potrei stare qui a sproloquiare e raccontarvi, quasi idealizzandole, le imprese come trafficante di hashish e marijuana di uno dei veri pionieri del settore, uno dei più rivoluzionari ed estrosi personaggi della storia del crimine, un uomo che a quasi vent'anni ha scoperto di amare il rito della fumata - "High time" fu il primo libro che si dedico alle sue imprese, giusto per rimanere in tema - e ha deciso che procurare lo stesso piacere a quante più persone possibili arricchendosi e provando brividi unici nel contempo era quello che avrebbe voluto fare nella vita, ma non lo farò.
Cercherò di parlare il meno possibile, infatti, dell'aspetto più noto della vita di Howard Marks, in parte perchè ho sempre detestato il "fenomeno Scarface" che porta fin troppi ragazzi - e non solo, purtroppo - a considerare il crimine cool quasi fosse un'affermazione di potere e potenza, in parte perchè non sono le imprese come trafficante ad avermi colpito maggiormente, nel corso di questa autobiografia, ma l'uomo che le ha compiute.
Howard Marks, infatti, è riuscito subito ad entrarmi nel cuore grazie ad un innato carisma ed uno spirito da cercatore che, senza dubbio e più di una spiccata intelligenza, è stato il vero motore di ogni suo successo, e benzina per il riscatto nelle ore più buie: un ragazzo nato in un paesino di minatori nel cuore del Galles che da adolescente sognava di imitare Elvis, mosso quasi esclusivamente dalla curiosità e dalla voglia di scoprire il mondo ed il posto da occupare al suo interno, è arrivato ad essere considerato una sorta di quasi profeta, viaggiando in tutto il mondo - stupendo il passaggio del suo viaggio lungo il confine pakistano, dove nessun occidentale era mai stato, alla scoperta del mondo di contadini che vivono e muoiono su montagne che non hanno frontiere fabbricando l'hashish migliore del mondo - senza perdere lo spirito guascone e generoso di chi adora essere circondato dalle persone che ama, che dichiara che offrire una bevuta, cibo e una fumata a chi lo desidera resta uno dei più grandi piaceri della vita, che soffre per gli amici perduti lungo la strada ed anche per i nemici - ancora una volta, ottimi i passaggi che vedono Marks provare rimorso profondo per l'ufficiale che si tolse la vita quando il processo intentato contro di lui dalle corti inglesi fallì, o il momento in cui rifiutò di insultare la Spagna per evitare l'estradizione negli Usa, o ancora la punta di dispiacere per gli acciacchi fisici della sua nemesi più terribile, l'agente della DEA Lovato -, che nel carcere più duro e terribile degli Usa - Terre Haute, nell'Indiana, l'incubo di ogni detenuto - riesce a sopravvivere alla paura e allo sconforto mantenendo rapporti equilibrati con i membri delle più svariate organizzazioni criminali del mondo.
Un racconto di vita, questo, che ho associato immediatamente ad Educazione di una canaglia del mitico Edward Bunker, e che nonostante le differenze tra i due protagonisti mostra l'altra faccia di chi vive - o ha vissuto - oltre la legge e soltanto con il suo talento e la sua passione è riuscito non soltanto a trovare un riscatto, ma anche una nuova via verso il successo.
Da questo punto di vista, e al contrario della rabbia di Bunk, l'umanità di Howard Marks sta tutta nell'affetto che lo lega a luoghi e persone, dai lavoratori umili per le strade di Bangkok - di intensità notevole la vicenda di Sompop e la catenina protettiva che quest'ultimo gli regalerà - alla sua famiglia, dai genitori - da brividi il momento di sconforto vissuto dal protagonista nel corso della sua detenzione negli Usa, quando il costoso avvocato fu pagato grazie alla vendita della casa che i suoi comprarono da giovani, o la paura di Marks stesso di fronte all'idea di non riuscire a tornare in libertà in tempo per ritrovare i suoi vecchi ancora vivi - ai figli, fino alla compagna di una vita Judy, anch'ella autrice di un libro che racconta il loro rapporto, dalle sbronze dei giorni di gloria alla magia della prima figlia annunciata nella cornice di Campione d'Italia fino al dramma del loro arresto a Palma.
E tra Hong Kong, Manila, Bangkok, Karachi, il Canada, gli States, l'Europa - il passaporto di Mr. Nice, una delle identità assunte da Howard nei suoi anni di latitanza, pare si trovi ancora sepolto da qualche parte nei giardini pubblici dell'appena citata Campione, e sono curiose le testimonianze "da straniero" del Nostro a proposito di Padova, Napoli o Palermo - il viaggio di quest'uomo dalle mille risorse pare non conoscere una pausa neppure quando è la DEA, espressione della potenza dello stato più incredibile e terribile del mondo a muovergli guerra finendo per allontanarlo da amici, parenti, moglie, figli e soprattutto dalla libertà, quella stessa che - e sono sicuro che Howard Marks per primo la pensa così - vale decisamente più di una ricchezza spropositata.
Anche perchè, in fondo, per quanto se la sia goduta, il buon Mr. Nice ha dichiarato in più di un'occasione che se le droghe leggere fossero state legalizzate lui avrebbe volentieri fatto parte dei più accesi sostenitori di questo passaggio: del resto - e sono parole del vecchio How che condivido - se le droghe - tutte, nessuna esclusa - fossero vendute in farmacia e distribuite come prodotti approvati dalla legge, almeno la metà delle organizzazioni criminali mondiali - non soltanto quelle non violente come fu sempre per  Marks ed i suoi compagni, ma anche le più pericolose - verrebbero debellate senza il bisogno di alzare un dito, e ognuno di noi sarebbe libero di scegliere di essere dipendente da una sostanza accettandone le conseguenze - come è già con alcool e sigarette -.
Ma se così fosse, che ne sarebbe di quel brivido che ci spinge a muovere sempre un passo oltre?
Non è difficile trovarlo.
In fondo, Howard Marks lo ha capito in un momento ben preciso della sua vita.
Il momento in cui, tra decine di identità che lo avevano accompagnato in tutto il mondo e negli anni, venne determinata la sua più importante.
Il momento in cui fu chiamato papà.


MrFord


"You and me
and the guy from the Sparks
hanging out with Howard Marks
we're the three musketeers yeah
gather round with your beers yeah
there's no need for the fears."
Super Furry Animals - "Hangin' out with Howard Marks" -

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