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martedì 8 dicembre 2015

Quel fantastico peggior anno della mia vita

Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 105'






La trama (con parole mie): Greg, liceale all'ultimo anno appassionato di Cinema deciso a mantenersi a distanza da qualsiasi gruppo inserito all'interno della complessa geografia scolastica, è fin dall'infanzia amico di Earl, suo coetaneo e quasi vicino, sempre pronto ad imbarcarsi con quest'ultimo nella realizzazione di film parodia dei grandi cult della settima arte.
Quando, spinto dalla madre, è costretto a rapportarsi con la compagna di scuola Rachel, alla quale è stata diagnosticata una forma di leucemia, l'esistenza semisolitaria di Greg cambia: il legame con la ragazza, infatti, scuote il mondo interiore dell'aspirante regista, modificandone aspettative ed atteggiamenti, inducendolo perfino ad entrare a far parte del grande mondo dei tavoli della mensa, ambiente da sempre evitato come la peste.
Quando il peggioramento del suo rendimento comincia a correre di pari passo con quello delle condizioni di salute di Rachel, Greg entra in crisi: come affrontare un dramma sentimentale che non avrebbe mai pensato di poter vivere sulla pelle?










Ho sempre avuto un debole, per il Sundance.
Per quanto, di fatto, si tratti del Festival più hipster del mondo del Cinema, ho sempre voluto bene alla maggior parte dei prodotti promossi dalla rassegna patrocinata da Robert Redford, che nel corso degli anni è riuscita a regalare al Saloon alcune delle sue più grandi soddisfazioni per quanto riguarda la settima arte alternativa statunitense: Quel fantastico peggior anno della mia vita - terribile adattamento dell'originale Me and Earl and the dying girl - appartiene a tutti gli effetti alla categoria, pur non raggiungendo i livelli di alcune ottime proposte di matrice teen passate su questi schermi di recente come The final girls o Dope - che presto farà capolino al Saloon -, e pare unire il gusto estetico da outsider chic di Wes Anderson alla passione che solo la voglia di riscatto di un'età tra le più complesse della vita può stimolare.
La storia di Greg, Earl e Rachel, sentita al punto giusto per quanto raccontata con il piglio supponente tipico dei teenagers mossi da aspirazioni e passioni vissute con tutto il trasporto possibile, è un ottimo esempio di film di formazione - soprattutto sentimentale - legato da un lato ai temi universali di amore ed amicizia e dall'altro alla sfida rappresentata dal confronto con la propria vulnerabilità ed il dolore, proprio e di chi ci sta accanto ed impariamo ad amare.
E se l'efficace rappresentazione di Greg ed Earl di alcuni tra i cult assoluti della Storia della settima arte - influenzata senza dubbio dal lavoro di Gondry Be kind rewind, superato anche agilmente da Alfonso Gomez Rejon - soddisferà i più accaniti tra i radical, pronti ad applaudire ad uno dei tentativi più riusciti legati all'evoluzione sentimentale dai tempi di Moonrise Kingdom, il percorso emotivo della seconda metà della pellicola ed il "twist" finale legato al destino di Rachel riuscirà a toccare anche il cuore del pubblico più abituato alle grandi storie d'amore ad ampio respiro.
Immagino, comunque, che presunti paladini del Cinema di nicchia come il mio rivale Cannibal Kid finiranno per essere stupiti della promozione - pur se non a pieni voti - guadagnata qui al Saloon da questo titolo, eppure credo che si tratti, a conti fatti, di un prodotto decisamente più pane e salame di quanto non si possa pensare, pronto a mostrare la complessa e selvaggia giungla che è il mondo del liceo e tutte le difficoltà che i ragazzini non propriamente convenzionali come Greg ed Earl sono costretti a qualsiasi latitudine ad affrontare per potersi fare le ossa ed affrontare il futuro: essendo sopravvissuto ad un percorso simile, arrivando ad essere un tipaccio come il loro insegnante tatuato dedito all'uso di droghe, ho sentito molto vicino il viaggio di maturazione soprattutto del protagonista, pronto a combattere fino a stare male il fiume in piena di sentimenti e sensazioni che, in determinate condizioni ed in un preciso momento delle nostre vite, neghiamo di sentire ribollire all'interno, ma che prima o poi, spesso per merito di una ragazza pronta a farci perdere la testa e spezzarci il cuore, romperanno gli argini permettendoci di crescere.





MrFord





"Trouble
oh trouble can't you see
you're eating my heart away
and there's nothing much left of me."
Cat Stevens - "Trouble" - 






domenica 24 marzo 2013

Friday night lights - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2010/2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Eric Taylor si appresta ad iniziare una nuova stagione alla guida degli East Dillon Lions, ormai rodati e resi ancora più forti dagli innesti fatti alla squadra dell'anno precedente che era costata ai Panthers, rivali cittadini, la qualificazione ai playoffs.
Ormai sono i ragazzi del coach la squadra da battere, e pare proprio che gli unici rivali nella strada che porta alla vittoria del campionato nazionale siano loro stessi: Vince Howard, talentuoso quarterback, è infatti influenzato dal ritorno a casa del padre dopo anni di galera; Luke Cafferty, co-capitano, dal suo rapporto con Becky, che soltanto l'anno prima abortì perchè rimasta incinta di lui; Buddy Garretty Jr dal suo legame con il padre.
Come se non bastasse, Taylor dovrà affrontare anche i problemi della figlia Julie al college, l'incombere della possibilità che l'anno successivo i Lions possano essere cancellati per motivi di bilancio e fusi con i Panthers nonchè con l'offerta che la moglie Tami dovrà valutare se trasferirsi a Philadelphia come responsabile delle ammissioni di un college locale.





Nella mia storia di fruitore di titoli legati al piccolo schermo, poche serie sono riuscite ad emozionare questo vecchio cowboy quanto Friday night lights.
Sin dal pilota, passato dalle parti del Saloon attorno all'autunno 2011, con quel "Texas per sempre" e la promessa di Tim Riggins a Jason Street di rimanere amici per sempre e giocare insieme nella NFL a questo strepitoso finale, i cuori di casa Ford hanno palpitato con quelli dei protagonisti di una delle proposte più potenti, sentite e sincere che si possa sperare di incontrare.
Perchè quei due liceali idoli del loro piccolo mondo di provincia finiranno inghiottiti da una vita che regala tanto, ma colpisce senza guardare in faccia a nessuno: perchè Jason Street, golden boy della provvidenza, finirà su una sedia a rotelle, e dopo aver sbandato scoprirà che il Texas non è la sua casa, bensì la New York degli agenti sportivi, così come una famiglia diversa da quella che si era aspettato, ma ugualmente importante.
Perchè Tim Riggins scoprirà che dopo la gloria delle scuole superiori e le ragazze tutte ai suoi piedi riuscire ad essere protagonisti anche nel mondo degli adulti è una cosa tosta, e dovrà essere il carcere ad insegnare quanto la libertà e l'amore per quella terra siano importanti.
Ma non per questo si smetterà anche solo per un momento di volere bene a loro come ad ognuno degli altri volti di questo serial, a partire dalla famiglia del coach Taylor, uomo dalle palle d'acciaio, padre ed insegnante da manuale, uno dei personaggi meglio scritti e riusciti che abbia mai incontrato nella mia carriera di spettatore, un modello di solidità come ogni uomo sogna di essere per se e per chi gli sta accanto.
Perchè Friday night lights è come una famiglia. Anzi, come il concetto stesso di Famiglia.
Osservando le storie degli abitanti di Dillon, dei ragazzi pronti a coltivare grandi sogni a partire dal campo di football, si osservano vicissitudini che hanno visto anche noi lottare per ritagliarci un posto nel mondo, che fosse attraverso qualcuno che si ama o cavalcando sogni di gloria con il pensiero che gli stessi potrebbero sempre rivelarsi come un buco nell'acqua.
Si era partiti con la gloria dei Panthers e si è giunti alla volontà dei Lions, da Jason Street sfortunato protagonista mancato e Matt Saracen timido eroe outsider a Vince Howard che se non ci fossero stati il football ed il coach Taylor sarebbe finito a marcire in gabbia come il suo vecchio, una vita spesa nei sobborghi a spacciarsi per l'ennesimo duro di periferia finito male.
E invece Vince è qui, sul campo. Accanto ad un ragazzo che più bravo non si potrebbe, quel Luke Cafferty emblema di una purezza che forse esiste in una persona su mille, e che lo condurrà nella parte del finale forse più commovente ad un destino che potrebbe essere decisamente più amaro di quello dei suoi ex compagni passati a questo o quel college o ad un nuovo anno in una super squadra destinata a rendere Dillon la capitale del Texas del football delle scuole superiori.
Ma è inutile continuare a stare ad elencare le vicende - scritte e dirette alla grande, si veda l'ultimo episodio, una chicca da manuale sotto ogni aspetto tecnico ed emozionale - dei personaggi di questo prodotto magnifico: perchè in fondo, è come se fossimo noi.
Da Eric Taylor a sua moglie Tami fino ad ogni singolo charachter del titolo sviluppato da Peter Berg, non esiste una sola traccia di posticcio nel risultato: il bello di Friday night lights è la sincerità e la passione nella narrazione, la voglia di mostrare quello che accade in casa vostra, o alla porta accanto, che voi viviate nel Texas del football e dei timorati di Dio o nel cuore di un'Italia ben lontana dalle imprese della palla ovale.
Ma poco importa.
"Occhi limpidi e cuore puro non possono perdere", recitava Eric Taylor nello spogliatoio dei suoi Panthers, campioni dello Stato nel 2006.
"Occhi limpidi e cuore puro, e per il resto ci sarà tempo", afferma con un sorriso lo stesso uomo cinque anni dopo, cresciuto con i suoi ragazzi partita dopo partita.
Nel pieno di quest'ultima stagione, il padre di Vince uscito da poco di galera, guardando negli occhi il figlio dopo una strepitosa performance di quest'ultimo sul campo, afferma "questa sera mi hai insegnato cosa significa essere orgogliosi".
Friday night lights è una serie che mi ha reso orgoglioso.
E che al solo pensiero alimenta il fuoco della passione per la vita che non ho proprio alcuna intenzione di lasciar spegnere.
Texas per sempre, Eric Taylor.
Texas per sempre, Tim Riggins.
Mi mancherete.
Ma i miei occhi ed il mio cuore non vi dimenticheranno di certo.


MrFord


"The stars at night - are big and bright
deep in the heart of Texas.
The prairie sky - is wide and high
deep in the heart of Texas.
The Sage in bloom - is like perfume
deep in the heart of Texas.
Reminds me of - the one I love
deep in the heart of Texas."
George Strait - "Deep in the heart of Texas" - 


venerdì 25 gennaio 2013

Cercasi amore per la fine del mondo

Regia: Lorene Scafaria
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Dodge è stato da non troppo tempo lasciato dalla moglie Linda, vive solo, ha una donna delle pulizie messicana troppo affezionata al suo lavoro, un rapporto irrisolto con il padre e si tiene stretta una routine che in realtà lo chiude ancor più del dolore.
Come se non bastasse, un asteroide sta per colpire la Terra, ed entro tre settimane il mondo conoscerà la sua fine.
Quando Penny entra nella vita dell'uomo da una finestra - letteralmente - tutto cambia: e da un viaggio surreale alla ricerca degli equilibri perduti potrebbe finire per nascere qualcosa di inaspettato in grado di salvare queste due malinconie traformandole in qualcosa di più grande proprio nel momento del botto che dovrebbe porre fine a tutto.




I film Sundance-style sono sempre piuttosto strani, da affrontare: il rischio di trovarsi di fronte schifezze d'autore da tempesta di bottigliate e cacca sullo zerbino così come piccoli cult per i quali perdere la testa è pressochè lo stesso, e proprio per questo motivo qui al Saloon la circospezione è praticamente di casa, quando si affrontano proposte di questo genere.
Il lavoro di Lorene Scafaria - attrice e sceneggiatrice al suo debutto dietro la macchina da presa - cui non avrei dato troppo credito alla vigilia, si pone in una giusta via di mezzo guadagnandosi il credito necessario a non passare per qualcosa di dimenticabile riuscendo a stimolare con discreta facilità qualche riflessione niente male lasciata passare attraverso le risate e le lacrime.
Certo, il plot non è una bomba di originalità e i due protagonisti non sono certo i migliori sulla piazza - Steve Carell, per quanto mi possa stare simpatico, non è che sia proprio Al Pacino, e Keira Knightley pare peggiorare ad ogni film che passa -, eppure qualche apparizione gustosa - come quelle di Martin Sheen nel ruolo del padre del protagonista e di William Petersen, che i fan di CSI conosceranno bene, nella curiosa parte dell'uomo che ha ingaggiato un sicario per ucciderlo prima della fine neanche ci trovassimo in un film di Kaurismaki - ed il contesto, oltre allo spirito da road movie - che sul sottoscritto esercita da sempre un fascino particolare - comportano un risultato finale tutto sommato piacevole, pur se non irresistibile.
Principalmente, nel corso della visione, passando da momenti di profonda malinconia ad altri al limite dell'assurdo - senza contare la storia d'amore che progressivamente vede coinvolti Dodge e Penny -, la cosa più interessante per il sottoscritto è stata quella di immaginare cosa accadrebbe se anche qui dalle nostre parti fosse annunciata la fine del nostro pianeta entro tre settimane: sarebbe una bella fregatura, questo è certo, soprattutto ora che è nato il Fordino, eppure cosa sarebbe del Saloon?
Si affronterebbe l'imminente fine con rassegnata tranquillità e pace zen oppure ci si dedicherebbe a tutto quello che la routine quotidiana tiene a bada?
Cosa fareste, voi, avendo a disposizione soltanto ventun giorni prima di vedere il sipario calare su questo mondo e queste vite?
Vi improvvisereste dei cercatori naif come Penny o il rifugio sarebbe la routine, come per Dodge?
Il pensiero andrebbe all'ingaggio di un killer - e torniamo a William Petersen - o a feste da salotto senza freni - almeno rispetto al contesto sociale comune -?
Esemplare, in questo senso, il party dato da Connie Britton e compari ad inizio pellicola, nel corso del quale i genitori propinano un cocktail dietro l'altro ai figli, si fanno di eroina e si lasciano andare ad ogni qualsiasi piacere pur di provare qualcosa di mai assaporato fino ad allora in vista della fine: e a cosa varrebbero tutte le possibilità elencate, di fronte al fatto di un'imminente distruzione planetaria?
Forse nulla.
Forse Dodge e Penny hanno ragione, a tentare di restare in movimento per capire alla fine che tutto quello che serve è loro accanto, e forse c'è un modo per salvarsi che va oltre l'improvvisazione e l'esagerazione senza criterio. O forse no. E nel momento di uno schianto come quello dell'asteroide che porrà fine alla Terra si sarà tutti uguali, come al cospetto di un gigantesco interruttore che, di colpo, spegnerà la luce.
Ed ecco, improvvisamente, che tutto pare non essere poi così divertente, grottesco, stralunato.
Forse la fine del mondo è una cosa seria.
O forse, più semplicemente, come ogni altra cosa della vita - morte compresa - andrebbe affrontata con lo spirito migliore possibile, tirato fuori con le persone che vorremmo accanto e in una cornice che possa abbracciarci come se esistesse una sicurezza per la quale nessuna fine avrà potere.
Perchè la salvezza potrà essere un'utopia, un sogno da film romantico destinato a non realizzarsi.
Ma non è detto che ci si possa sentire comunque al sicuro.
Perfino dagli asteroidi.
Perfino da noi stessi.


MrFord


"It's the end of the world as we know it 
it's the end of the world as we know it
it's the end of the world as we know it and I feel fine."
R. E. M. - "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" -


giovedì 22 novembre 2012

Friday night lights - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno:
2009/2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): per il coach Taylor e la sua famiglia la fine dell'anno precedente è stata un punto di svolta non da poco. L'allenatore responsabile della vittoria dei Panthers nel campionato di tre anni prima, infatti, viene dirottato grazie alle pressioni del nuovo magnate della squadra nonchè padre del quarterback J. D. McCoy alla guida del team della East Dillon High, i Lions.
Peccato che la scuola in questione, situata nella parte più problematica della città, non abbia una squadra come si deve dall'inizio degli anni ottanta, e che la maggior parte dei suoi membri siano ragazzi con problemi di disciplina e una fedina penale da record.
Taylor, però, non è il tipo da darsi per vinto, e con l'aiuto di Buddy Garretty e di alcuni ex alunni riuscirà non senza fatica a presentare una squadra in grado, se non altro, di portare a termine il campionato.
Nel frattempo sua moglie Tami dovrà fronteggiare le numerose pressioni legate alla sua delicata posizione di preside della West Dillon, la figlia maggiore Julie la separazione dallo storico fidanzato nonchè ex quarterback dei Panthers Matt Saracen e la vecchia star del football locale Tim Riggins, abbandonata l'università, dovrà trovare il modo di ritagliarsi il suo spazio nel Texas che tanto ama.




Se torno con la memoria agli inizi della mia carriera di spettatore rispetto all'universo delle serie tv per poi riavvolgere il nastro fino al presente, sono pochissimi i titoli che, anno dopo anno, stagione dopo stagione, hanno mantenuto il loro livello alla stessa altezza, conquistandomi ripetutamente e senza alcuna attenuante: Friday night lights è senza dubbio uno di questi.
Ho ancora impressa nel cuore l'escalation di emozioni che fu il pilota, primo passo di un'avventura che - tolto qualche cedimento nel corso della seconda annata, segnata dall'ormai noto sciopero degli sceneggiatori che paralizzò il piccolo schermo qualche tempo fa - non ha fatto altro che alimentarsi di una passione che ancora pulsa fieramente negli occhi, nei gesti e nelle storie di questi ragazzi del profondo Texas segnato da Dio e dal football, cui basta uno sguardo per conquistare chi, anche da questa parte dell'oceano, conosce bene il concetto senza confini della volontà di cercare uno spazio in cui sentirsi liberi, a casa, pronti ad essere felici.
E' per questa felicità che lottano costruendosi dal nulla i nuovi Lions del Coach Taylor, che episodio dopo episodio incarna sempre più la figura del padre a tutto tondo, severo e deciso quanto presente e disposto a dare tutto affinchè i suoi ragazzi possano garantirsi un futuro; per questa felicità lottano Julie e Matt, la prima ancora indecisa rispetto a cosa la aspetterà al termine delle superiori, il secondo alla ricerca di un riscatto dal ruolo che lo ha sempre visto giocare da outsider, anche quando è stato protagonista; per questa felicità lotta Vince Howard, costretto a fare da padre alla madre tossica, animo nobile contro destino da criminale; per questa felicità lotta Luke Cafferty, promessa del football della parte "bene" della città precipitato da un giorno all'altro nei "bassifondi"; per questa felicità lottano Becky e sua madre, entrambe troppo giovani e troppo sole per poter credere ancora negli uomini; per questa felicità lotta Tim Riggins, alla ricerca di un nuovo ruolo ora che i tempi del football sono alle spalle.
Ed è proprio questa la forza di Friday night lights.
La voglia e la determinazione di battersi per tornare negli spogliatoi a testa alta, ed affrontare ogni nuovo giorno con l'orgoglio di chi ha dato tutto, e anche di più.
Rinnovare una serie così radicalmente proprio quando il pubblico poteva essersi affezionato ai personaggi principali praticamente rivoluzionando il cast ed il setting - la parte Est di Dillon, segnata dallo spaccio e da vite vissute sempre in bilico, pare distante anni luce dalla provincia felice del lato Ovest - è stata senza dubbio una scommessa azzardata da parte di Peter Berg e degli autori del serial: scommessa comunque vinta a mani basse con una stagione dedicata più alla costruzione dei nuovi charachters che al football giocato, libero comunque di rubare la scena con la partita che chiude la stagione e che vede opposti i raffazzonati e mai domi Lions agli spocchiosi Panthers costruiti attorno a J. D. McCoy, giovane e miracoloso quarterback passato dall'essere la timida ombra del padre nel corso della season three ad un adolescente borioso ed arrogante, pieno di sè ed incapace di portare sul campo lo spirito di squadra tanto caro al coach Taylor.
Ed è proprio nel corso di quel match combattuto fino allo scadere che i leoni dello stesso Taylor trovano per la prima volta una loro identità come team, in una partita raccontata alla grande che rischia di essere addirittura la più emozionante vista nel corso della vita di questo titolo, superiore anche al già citato match del pilota e a quello della vittoria dei campionati statali che vide Riggins, Saracen e gli altri Panthers dei bei tempi affrontare l'ex compagno di squadra Voodoo.
E così, masticando spesso amaro ed allargando le spalle con la forza che solo la gente comune e disposta a tutto per vivere mostra - spesso e volentieri, di fronte alle storie di questo Texas lontano eppure affine a tutti noi "della strada" torna alla mente il mitico discorso del Tom Joad interpretato da Henry Fonda in Furore di John Ford, uno dei Capolavori inarrivabili del Cinema -, si torna a guardare un orizzonte che possa un giorno donarci la felicità che cerchiamo - splendidi i passaggi di Riggins di fronte al suo appezzamento di terra - gridando ancora più forte "occhi limpidi e cuore puro non possono perdere".
Amen, coach Taylor.


MrFord


"Can't see nothin' in front of me
can't see nothin' coming up behind
I make my way through this darkness
I can't feel nothing but this chain that binds me
lost track of how far I've gone
how far I've gone, how high I've climbed
on my back's a sixty pound stone
on my shoulder a half mile line."
Bruce Springsteen - "The rising" -



sabato 16 giugno 2012

Friday Night Lights - Stagione 3

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2008
Episodi: 13




La trama (con parole mie): per i Dillon Panthers è l'anno della ricostruzione. Dopo l'eliminazione ai playoff della stagione precedente e l'infortunio che è costato la borsa di studio a Smash Williams la squadra guidata dal coach Taylor deve ripartire da Tim Riggins, nuovo capitano, e Matt Saracen, entrambi all'ultimo anno.
Ma su quest'ultimo, quarterback titolare dai tempi del dramma di Jason Street, incombe la presenza della matricola J.D. McCoy, giocatore fenomenale spinto da un padre ingombrante e molto potente che da subito si impone tra i finanziatori del team.
E mentre la scelta dell'università ed il futuro bussano alla porta dei senior della scuola, la stagione prosegue in un cammino che ricorda da vicino quello di due anni prima, quando i Panthers divennero campioni di stato.




Non posso non iniziare con il botto: Friday night lights è la serie che più mi emoziona dai tempi di Lost e Romanzo criminale.
Le storie tutte realtà di questi ragazzi del profondo Texas arrivano dritte al cuore, e sono simboli perfetti della mitologia di Frontiera di cui mi faccio ogni giorno divulgatore qui dal saloon: lasciato indietro il passo falso - pur se non completo - della season two, viziata dallo sciopero degli sceneggiatori che nel 2007 causò problemi praticamente a tutti i prodotti destinati al piccolo schermo, i Dillon Panthers tornano e lo fanno con il botto, confezionando una stagione che riesce perfino ad eguagliare la straordinaria prima annata, e ritrova il carattere da outsider e da perdenti di carattere che aveva spinto il cuore ed il coraggio dei ragazzi del coach Taylor a divenire campioni di stato due anni prima.
Cuore e coraggio che, nel corso di queste incredibili tredici puntate, si formano e costruiscono tutti a partire dalle vicende fuori dal campo, dedicando la prima metà della stagione a due dei grandi protagonisti della serie fino ad ora - Jason Street e Smash Williams -, al loro lascito alla stessa e all'inizio di una nuova vita altrove per entrambi: il primo, idolo della scuola ed ex promessa del football confinato su una sedia a rotelle, impegnato a trovare il modo di iniziare economicamente una nuova vita in modo da garantire un futuro a suo figlio appena nato, trova nell'episodio legato al suo viaggio a New York accompagnato dal migliore amico Tim Riggins un'uscita di scena - definitiva? - pressochè perfetta, con il groppo in gola per la gioia e quel "Texas per sempre" pronunciato come una promessa di amicizia che durerà nonostante le miglia, la vita e tutto il tempo che pare passato da quando, al terzo anno, nel pieno del pilota della prima stagione, i due progettavano di andare a giocare insieme nell'NFL; il secondo, attaccante prodigioso e sbruffone cresciuto di colpo e divenuto vulnerabile a seguito dell'infortunio patito nei playoff dell'anno precedente, è scosso dalla madre e dal coach Taylor che proprio nell'allenare e motivare il suo ex capitano scopre di essere - e la definizione che ne da la moglie Tami è perfetta - "un educatore, prima di un allenatore".
E ancora una volta, la responsabilità ed il peso della squadra, come fosse una famiglia, trovano casa ideale sulle spalle di quest'uomo di poche parole, roccioso e determinato, all'antica ed orgoglioso eppure pronto ad ascoltare e comprendere: un uomo di quelli che si seguirebbero fino alla morte e oltre, da ammirare per la decisione ed i principi, le palle ed il coraggio. Una specie di padre formato gigante.
E se tutto questo non bastasse, ci sono Matt Saracen e il suo silenzioso lottare - splendida la sequenza dei lanci del coach Taylor e della sfida per diventare ricevitore -, Tim Riggins - sempre più il mio preferito, ed il più fordiano dei personaggi, eccetto forse il coach stesso - forse per la prima volta pronto a crescere, con tutti i suoi difetti, la sregolatezza e l'alcool, e ad essere il primo della sua famiglia ad entrare al college, lo strepitoso cast femminile - Julie, figlia del coach, finalmente uscita dalla crisi adolescenziale della stagione precedente, Tyra con le sue insicurezze, Lyla Garretty e la signora Saracen - a rendere questa serie una delle migliori del panorama statunitense degli ultimi anni ed uno dei prodotti corali più emozionanti e vivi che si siano mai affacciati sul piccolo schermo.
Una serie che non ha paura di affrontare se stessa ed i suoi punti deboli, di cambiare - si veda l'incredibile ribaltamento di prospettive dell'ultimo episodio, che pone le basi per le ultime due stagioni - e mostrare il fianco come fosse una di noi, facendoci sentire, di fatto, accanto ad ognuno dei suoi protagonisti: ed è immediato, provare questa sensazione, perchè in fondo, in questa serie non ci sono eroi, situazioni che vadano oltre la realtà che possiamo conoscere a prescindere dalla collocazione geografica, botole misteriose o conti alla rovescia.
Ci sono solo uomini e donne che imparano a vivere, giorno dopo giorno.
E imparano, prima ancora che dalle vittorie, dalle sconfitte.
Perchè se cadere è normale, per chi vive la quotidianità, rialzarsi è un atto di coraggio, fede e forza che non tutti sono pronti a compiere.
E proprio come nel football, è una questione di sudore, lacrime e centimetri.
E di non lasciare mai il campo, neppure quando si è stremati, abbattuti, sconfitti.
Perchè non si sa mai dove possa nascondersi la scintilla.
Siamo vivi.
E artigliamo il terreno pronti a scattare, perchè non è detto che il prossimo pallone sia proprio il nostro.
Quello del touchdown.
Quello dell'azione decisiva.
Texas per sempre, Dillon Panthers.
Anche qui, dall'altra parte del mondo.


MrFord


"Every day is new again
every day is yours to win
and that's how heroes are made
I wanted (I wanted) to win (to win)
so I'd said it again:
that's how heroes are made."
R.E.M. - "Every day is yours to win" -


 

venerdì 13 aprile 2012

Friday night lights - Stagione 2

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2007
Episodi: 15



La trama (con parole mie):  i membri dei Dillon Panthers, freschi del titolo guadagnatosi sul campo la stagione precedente grazie alla guida del coach Eric Taylor, devono ripartire facendo i conti con tutto il peso che grava sulle spalle dei vincenti, scoprendo sulla loro pelle che, a volte, è più difficile essere in cima che non lottare per arrivarci.
Così un nuovo allenatore, le minacce di un pazzo all'indirizzo di Tyra, un nuovo possibile amore per Julie Taylor - in rotta con la madre a seguito della nascita della sorellina -, l'incostanza di Tim Riggins e l'apprensione di Smash Williams rispetto a quella che sarà la sua scelta per il college destabilizzano quella che era fino a pochi mesi prima una squadra perfetta, portando alla crisi anche gli elementi più equilibrati come Matt Saracen.
Riusciranno i Panthers a buttare il cuore oltre l'ostacolo e farcela di nuovo?



"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Così gridavano i Dillon Panthers campioni del Texas alla fine della prima stagione, partiti come outsiders e sconvolti dall'incidente di Jason Street - promessa dal talento raro, capitano ed idolo della squadra - e finiti per stupire addetti ai lavori e tifosi contro tutti i pronostici della vigilia.
Ma è difficile respirare l'aria della cima.
E spesso, chi è abituato a lottare per raggiungerla, si rivela essere poco avvezzo al ruolo di primo della classe.
Così Friday night lights - serie che amo tantissimo - incappa in una seconda stagione decisamente meno avvincente e convincente della prima, che pare più una transizione verso quelli che saranno i promettenti lidi delle successive tre annate, complice anche la messa in onda avvenuta nel corso dello scellerato periodo dello sciopero degli sceneggiatori che coinvolse tutte le produzioni legate al piccolo schermo tra il 2007 e il 2008, minando le fondamenta delle serie ai margini come questa così come dei must come Lost, che ebbe il suo momento peggiore proprio con la quarta stagione, sempre nel 2008.
Nonostante, comunque, una certa debolezza nella scrittura e soprattutto nella capacità degli autori di mantenere solide e vive tutte le sottotrame, le vicende del coach Taylor, della sua famiglia e dei giocatori dei Panthers non hanno perso lo smalto dei giorni migliori, e continuano a coinvolgere ed emozionare il pubblico mostrando il fianco senza timori e tutta la loro umanità: dagli sconvolgimenti in famiglia dei Taylor - per la prima volta mostrati vulnerabili sia come singoli che nel loro rapporto con l'esterno - a quelli dei giocatori di punta dei Panthers - Smash con il suo sogno di sfruttare il college come un ponte per l'NFL, Riggins e le sue vicissitudini da "ospite indesiderato" prima in casa sua, poi da Tara, infine dal coach e Saracen con le sue pene d'amore -, senza dimenticare i personaggi apparentemente di contorno, ugualmente importanti nell'economia della serie - la stessa Tara e le minacce alla sua vita, un riscoperto Landry, Buddy Garretty ed il nuovo elemento della squadra Rodrigo, con il suo passato da criminale in erba -, la cittadina di Dillon offre di nuovo storie dall'intenso realismo, in grado di toccare il pubblico proprio perchè narrate da un punto di vista estremamente "normale", riuscendo sempre e comunque a mantenersi ben lontani dagli scivolosi terreni della retorica e del buonismo - si veda, in questo senso, l'evoluzione perfetta del personaggio di Jason Street, che apre uno scenario decisamente interessante sul finire della stagione rispetto a quello che sarà il futuro dell'ex quarterback -.
Una serie americana al cento per cento, fatta di sogni, amore e Dio nella migliore tradizione delle stelle e strisce, che trasuda mitologia da Frontiera e fatica da ogni poro, eppure perfettamente in grado di raccontare una storia - e, soprattutto, di farla vivere - anche a noi da questa parte dell'oceano, proprio grazie alla sua sincerità e al legame strettissimo con i concetti di famiglia e di lotta per costruire il proprio futuro e la propria felicità.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Gridano i Panthers.
L'importante è non dimenticarselo mai, neppure di fronte alla sconfitta.


MrFord


"It's a long day livin' in Reseda
There's a freeway runnin' through the yard
And I'm a bad boy, 'cause I don't even miss her
I'm a bad boy for breakin' her heart.
And I'm free, I'm free fallin'."
Tom Petty - "Free falling" -


domenica 19 febbraio 2012

30 days of White Russian series

La trama (con parole mie): e dopo musica, libri e film è giunto il momento delle serie tv, a chiudere un weekend in casa Ford completamente dedicato alle catene che hanno percorso l'intera blogosfera nell'ultimo periodo.
Ecco, dunque, i consigli del sottoscritto per 30 giorni in compagnia delle serie più toste, accattivanti o semplicemente amate alla follia che ho scoperto, vissuto ed esplorato dalla prima all'ultima puntata dai tempi in cui, da bambino, lo spauracchio Bob infestava i miei incubi peggiori.


Giorno 1 - Il primo telefilm che hai visto: Dynasty e Dallas, che seguiva mia madre. Mi ricordo che impazzivo quando Krystle e Alexis se le davano di santa ragione.
Giorno 2 - Il tuo telefilm preferito: Lost. Niente è stato più lo stesso, dopo.
Giorno 3 - Il telefilm che non ti piace: Sex and the city o Desperate housewives. Le cose troppo da donna, insomma.
Giorno 4 - Il telefilm più divertente: concordo con il Cannibale, le prime due stagioni di Misfits sono inarrivabili.



Giorno 5 - Il telefilm che guardi sempre con piacere: Californication. Quel vecchio marpione di Moody mi diverte sempre.
Giorno 6 - Il telefilm con la migliore sigla iniziale: True blood.
Giorno 7 - Il telefilm che ti ricorda qualcuno: Alias. Mi ricorda mio padre che da anni dice di volerlo vedere tutto dall'inizio alla fine, e poi i cofanetti restano lì dove sono.
Giorno 8 - Il telefilm della tua adolescenza: Beverly Hills 90210, quando iniziò il mio legame con i personaggi dei "finti cattivi" - Dylan, il più fordiano dei fighetti  - e provai la prima cotta per un personaggio di fiction - Brenda Walsh -.



Giorno 9 - Il telefilm con i migliori dialoghi: I Soprano.
Giorno 10 - Il telefilm con il tuo attore preferito: Dexter con Michael C. Hall.
Giorno 11 - Il telefilm con la tua attrice preferita: Friday night lights con Connie Britton.
Giorno 12 - Il telefilm con il tuo regista preferito: Twin Peaks con David Lynch.


Giorno 13 - Il telefilm che non hai mai concluso: Heroes, dalla seconda stagione ha avuto un crollo di qualità pazzesco.
Giorno 14 - Il telefilm attuale che meriterebbe l'Emmy Award: Game of thrones, stupendo.
Giorno 15 - Il telefilm con la migliore trama: più che migliore trama, è il telefilm che ha il miglior senso complessivo. Six feet under.
Giorno 16 - Il telefilm che vorresti vivere in prima persona: Lost. Senza alcun dubbio.


Giorno 17 - Il telefilm che vorresti iniziare a vedere: vorrei provare Hawaii Five-O.
Giorno 18 - Il miglior telefilm drammatico: The Shield.
Giorno 19 - Il miglior telefilm commedia: Boris. Gli occhi del cuore rules.
Giorno 20 - ll telefilm con le tue scene preferite: Romanzo criminale. Daje Bufalè!



Giorno 21 - Il telefilm visto di recente: Homeland, lo stiamo ancora finendo. Niente male.
Giorno 22 - Il telefilm con il miglior finale: Six feet under. Sfido chiunque a non piangere su quell'ultima puntata.
Giorno 23 - Il telefilm di cui vorresti riscrivere il finale: Flashforward. E' vero che ormai era andato a rotoli, ma avrebbe comunque meritato una conclusione migliore.
Giorno 24 - Il telefilm con il miglior cast: Mad men.


Giorno 25 - Il telefilm più sottovalutato: Sons of anarchy. E' l'erede di The Shield. Con due palle così.
Giorno 26 - Il telefilm con le migliori coppie: Oz, anche se forse non sono proprio le coppie che ci si aspetterebbe.
Giorno 27 - Il telefilm con il tuo personaggio preferito: c'è da chiederlo? Lost. Un nome, una garanzia: James "Sawyer" Ford.


Giorno 28 - Il telefilm con il miglior antagonista: 24 a mani basse. Grandissimo Habib Marwan!
Giorno 29 - Il telefilm con la migliore guest star: Peter Criss dei Kiss in Oz!
Giorno 30 - Consiglia un telefilm a qualcuno: Breaking bad. L'ho scoperto da poco, ma merita alla grandissima.


MrFord

venerdì 13 gennaio 2012

American Horror Story - Stagione 1

Produzione: FX
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12


La trama (con parole mie): la famiglia Harmon, per cercare di ricostruire i rapporti che legano i suoi membri dopo una crisi coniugale vissuta da Ben e Vivien decide di trasferirsi in California, acquistando a Los Angeles una casa magnificente ad un prezzo stracciato senza sapere che, in realtà, la stessa è più infestata della camera di Regan in L'esorcista.
Sarà l'inizio di una vera e propria sarabanda di incroci tra passato e presente che vedrà i coniugi, la loro figlia maggiore Violet ed il bambino in arrivo affrontare le loro paure nonchè le presenze inquietanti legate alle vittime che la casa ha mietuto nel corso dei decenni, dalla Dalia Nera alla coppia gay che occupò l'abitazione poco prima di loro.
Il tutto senza contare la molto presente vicina Constance, la sua invadente figlia Adelaide e l'inquietante Tate, che finirà per innamorarsi, ricambiato, di Violet. 



A volte capita di doversi ricredere, in merito ad una serie tv, e a fronte ad un pilota molto esaltante o deludente giungere al termine della stessa con un'opinione completamente differente da quella di partenza.
A volte no.
American horror story, seguitissima ed ammirata come una delle proposte più interessanti ed avvincenti del 2011 del piccolo schermo si è confermata, dalle parti di casa Ford, come una delle più confusionarie, trite, ritrite, poco spaventose ed assolutamente inutili visioni dell'anno.
E così, come bottigliai selvaggiamente il primo episodio lo scorso ottobre, mi ritrovo ora, a stagione conclusa - e soltanto perchè a Julez non dispiaceva la visione, dato che fosse stato per me non sarei andato oltre il suddetto pilot - a randellare con un certo piglio gli autori e l'opera in toto, incostante e caotica come soltanto un prodotto privo di sceneggiatori validi può essere: neppure nei momenti in cui pareva che tutto potesse prendere una piega finalmente interessante - la rivelazione sul Rubber man, la parte dell'episodio finale in pieno stile Beetle Juice - le occasioni sono state sprecate malamente per concentrarsi sull'aspetto più cool e modaiolo della confezione, affidando il suo charme ad un'ottima Jessica Lange che, alla lunga, finisce per stancare nel suo continuo restare sopra le righe.
Nel corso dello svolgimento della stagione, inoltre, è stato curioso come gli interrogativi a proposito dell'evolversi della trama - fondamentali per ogni serie ben riuscita, e non solo - siano stati sostituiti dalle continue domande a proposito del successo avuto da questa creatura di Ryan Murphy e Brad Falchuk, che neppure la conclusione o l'annuncio della produzione della seconda stagione sono riusciti a fugare: cosa potrà mai avere di speciale American horror story?
La sensazione di paura trasmessa allo spettatore? Dubito, dato che nulla - ma proprio nulla - è riuscito a smuovermi, neppure dal sonno indotto dalle vicende da soap che coinvolgono i protagonisti.
Il cast in forma smagliante? Difficile, considerato che, tolta la succitata Lange ed i giovani Tessa Farmiga ed Evan Peters - che, tuttavia, non vanno oltre l'ordinaria amministrazione - la grintosa Connie Britton mostra la brutta copia della madre già interpretata nell'ottimo Friday night lights e l'inguardabile Dylan McDermott sfoggia un campionario di un'espressione e mezza, senza contare il tracollo di Denis O'Hare, passato dai fasti di True Blood ad un personaggio al limite del ridicolo.
Unica nota davvero positiva: Zachary Quinto nel ruolo di se stesso.
L'originalità del prodotto? Neanche per scherzo, considerato che siamo di fronte ad una serie di citazioni e scopiazzature così evidenti da far sembrare strano non passino segnalazioni luminose con il titolo del film citato - si spazia da Shining a Rosemary's baby, da La casa nera a Nightmare, fino ai video di Lady Gaga -.
L'affezione ai personaggi che ha costruito la fortuna di molte serie corali? Sfido chiunque a trovare anche solo lontanamente simpatico o accattivante uno qualsiasi dei protagonisti, irritanti quanto e forse più dell'agghiacciante Adelaide, meritevole di aver procurato il mio unico momento di gioia nel corso della stagione con la sua uscita di scena.
Dunque, per la prima volta, lancio una sfida che possa mettere un pò in difficoltà questa mia presa di posizione assolutamente ostile ad American horror story: prima che la seconda stagione possa confermare o smentire la mia opinione in merito, provateci voi.
Voi che l'avete amata, che avete provato un oscuro terrore dalla sigla - unica cosa davvero valida - ai titoli di coda, che non vedete l'ora possa essere il prossimo autunno per ricominciare a seguire le gesta degli Harmon e degli altri abitanti della casa più infestata di L. A., che l'avete trovata unica ed originale, fate un tentativo: datemi almeno una buona ragione per far compagnia alla signora Ford anche al prossimo giro di giostra e non lasciarla sola in balìa di tutto questo ciarpame da tubo catodico.


MrFord


"There's a red worm crawling in my head
cut in half worm, in my blood he lies re
and I see him in my head
it's my nightmare, oh it's my dream
he's inside here silencing my screams
alone on a razor's edge
alone sliding on the razor's edge."
W.A.S.P. - "The horror" -

lunedì 28 novembre 2011

Friday night lights Stagione 1

Produzione: Nbc
Origine: Usa
Anno: 2006
Episodi: 22



La trama (con parole mie): a Dillon, in Texas, si vive e sopravvive come in ogni cittadina della provincia americana. La differenza la fanno i Panthers, squadra di football del liceo locale e trampolino di lancio per quelli che potrebbero essere i futuri talenti dell'Nfl.
All'esordio come allenatore c'è Eric Taylor, appena trasferitosi in città con la moglie Tami e la figlia Julie, al primo incarico come head coach di un team, sul quale pesano l'ingombrante presenza di Buddy Garretty, finanziatore principale dei Panthers, e quella dell'intera comunità, legatissima alle imprese agonistiche dei giovani giocatori.
Punto fermo per il coach è il quarterback Jason Street, praticamente il figlio che Taylor non ha mai avuto, leader in campo e fuori: con lui spiccano i runningback "Smash" Williams e Tim Riggins e la giovane riserva Matt Saracen.
Quando, alla prima della partita della stagione, Street sarà costretto ad abbandonare il campo da gioco a causa di un infortunio, toccherà proprio a Saracen prendere in mano la squadra, con la benedizione di Taylor.



Smaltita - più o meno - la delusione per American horror story, Cannibale si è clamorosamente preso la sua rivincita introducendomi - ringrazia sentitamente anche Julez - ad una serie che pare l'archetipo della materia fordiana per eccellenza, e che non era ancora entrata a far parte del novero delle preferite del sottoscritto: Friday night lights - inizialmente battezzata High school team - è stata una vera e propria bomba dall'inizio alla fine di questa più che ottima stagione d'esordio, conquistando da subito uno spazio nel mio cuore di spettatore con il suo giusto equilibrio tra drama e sport, una scrittura ed un lavoro sulla costruzione dei personaggi splendido, uno stile di ripresa che ricorda quello della mia amata The Shield ed un'ambientazione da confine che pesca nell'immaginario Usa da frontiera e losers allo sbando, grandi amori e grandi sogni accanto ad altrettanto clamorose cadute.
Ma la cosa che ha reso già dal pilota Friday night lights un cult assodato è stato l'ottimo rapporto tra l'onestà delle vicende e la capacità delle stesse di entrare in contatto con l'audience, anche grazie ad un cast semplicemente perfetto che da corpo e anima a personaggi a tutto tondo: dal solido Eric Taylor, coach duro eppure paterno alla sua inseparabile moglie Tami, dal timido Matt Saracen al potenzialmente autodistruttivo Tim Riggins - ed anche qui ho trovato il Sawyer della situazione, ovviamente il preferito del sottoscritto nonostante la cotta che Julez ha coltivato per il personaggio dall'inizio fino quasi alla conclusione della stagione -, dallo spaccone Smash al golden boy Jason Street, tutti i protagonisti risultano credibili, e crescono, con i loro errori e le loro esperienze, formandosi ed acquistando sempre più spessore episodio dopo episodio.
Non abbiamo di fronte esperienze eccezionali, storie grandiose, eppure le vicende dei membri dei Panthers e delle persone che stanno loro accanto risultano grandi proprio nel loro essere quotidiane, guadagnate, giocate sul filo e fino all'ultimo secondo come un'indimenticabile partita di football - sport che, pur non seguendo dai tempi dei Miami Dolphins di Dan Marino, mi ha sempre fatto impazzire: se non l'avete fatto, a tal proposito, concedete una visione anche al tostissimo Ogni maledetta domenica -.
Inoltre, all'emozione e all'immediatezza, la serie aggiunge quel tocco di magia che permette allo spettatore di tornare ai tempi del liceo, in cui tutto pareva possibile ed il futuro era - o si sentiva - praticamente nelle mani di chi lo costruiva giorno per giorno senza però dimenticare quanto l'esperienza della maturità possa essere fondamentale nella nostra formazione come individui - in questo senso, il coach Taylor e sua moglie risultano pressochè perfetti, quasi fossero i genitori non soltanto di Julie, ma degli altri personaggi e dell'audience stessa, che trova in loro il sostegno anche e soprattutto nei momenti di maggior tensione di questi ventidue incredibili episodi.
Certo, quest'anno ci sono state la scoperta di Misfits e l'affermazione di Game of thrones, così come l'incredibile esplosione di Romanzo criminale: eppure un insieme di emozioni costante come quello garantito da Friday night lights dalla prima all'ultima puntata non l'avevo ancora provato.
Merito, forse, di una semplicità che si avvicina più alla vita che viviamo ogni giorno, e sentiamo nostra anche quando potrebbe non piacerci, e ci spinge, in un modo o nell'altro, a lottare per lei, sempre, come in attesa di una vittoria che bramiamo, di cui abbiamo bisogno come dell'aria, per mostrare al resto del mondo che siamo qui, e siamo vivi.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
Certamente a Friday night lights non mancano nè l'uno, nè l'altro.
Non mancano ad Eric Taylor, che è solido come una roccia, e sulle spalle porta tutto il peso della pressione di questa piccola, non sempre facile, città. E protegge i suoi ragazzi, come figli.
Non mancano a Tami Taylor, perchè accanto ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna. E tutta la forza del coach passa dalla saggezza di una compagna con palle e fascino da vendere.
Non mancano a Matt Saracen, che da riserva quasi invisibile diviene la star della squadra riuscendo a mantenere la dolcezza dei campioni silenziosi. Senza contare che esce con la figlia del coach, mica roba da poco.
Non mancano a "Smash" Williams, che da fuoriclasse impara a conoscere le proprie debolezze, per maturare e diventare grande forse addirittura prima dei suoi compagni.
Non mancano a Jason Street, che da protagonista assoluto finisce a dover ripartire da zero, e reinventarsi una vita intera. E con la forza della passione per lo sport che ama, a dimenticare rabbia e frustrazione.
Non mancano a Tim Riggins, che da sbandato dedito ad alcool, botte e ragazze rinsalda il legame con il fratello e nella mancanza di una figura paterna si riscopre un futuro padre molto migliore di quanto il suo sia mai stato.
Non mancano a Dillon, che nello sperduto panorama di un Texas troppo grande, tra voci e maldicenze, amarezze e delusioni, trova nella sua squadra un simbolo, una speranza, un sogno.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
E chi vince non dimentica mai quante sconfitte ci sono volute per arrivare in cima.


MrFord


"You can take me outside
you can take me apart
you can take me upstairs
you can take me to hear
you made me love you when
you thought you were so smart
don't try to stop me when
you told me to start."
Elvis Costello - "Inch by inch" -



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