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martedì 9 dicembre 2014

Step up all in

Regia: Trish Sie
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
112'




La trama (con parole mie): Sean e la sua crew di ballo, giunti da Miami a Los Angeles per fare fortuna e messi di fronte all'ennesimo rifiuto, si trovano su fronti opposti per quanto riguarda il modo di agire. Il ragazzo, infatti, vorrebbe rimanere e perseverare, mentre i suoi compagni hanno intenzione di fare ritorno nella loro città per rimettere insieme i pezzi e ripresentarsi sul palco ancora più preparati: separatisi, si ritroveranno a Las Vegas per contendersi un contratto di tre anni, premio di un reality show che vede giungere tra le best four delle crew di danza la nuova squadra di Sean, i suoi vecchi amici ed il loro rivale di sempre, Jasper, accompagnato dai favori del pronostico e degli organizzatori.
Cosa accadrà, dunque, quando i nodi verranno al pettine? E quale lezione imparerà il ballerino da sempre ossessionato dal successo e dalla realizzazione del suo sogno?








Ai tempi dell'uscita in sala di Step up all in, ultimo capitolo di un brand che, onestamente, ho sempre considerato privo di qualsiasi senso compiuto, mi sono ritrovato messo all'angolo da uno di quei compromessi che, di norma, si finiscono per accettare in un rapporto di coppia: in cambio degli innumerevoli film più o meno pesanti propinati dal sottoscritto, Julez ha finito per richiedere espressamente una visione di questo, forse memore della non delusione data da Battle of the year, tamarrata oltre il trash ma sorprendentemente quasi divertente con il nostro lostiano preferito Josh Holloway.
Peccato che il lavoro di Trish Sie sia un'accozzaglia di schifezze a metà tra Mtv ed il peggio del piccolo schermo shakerati come fossero un frullato di sogni da vendere ai ragazzini pronti a scommettere che, se si faranno in qualche modo il culo - almeno in una misura figa, certo non sgobbando davvero - qualcuno finirà per riconoscere il loro immenso talento e concedere l'occasione che meritano: certo, le coreografie finiscono quasi per essere piacevoli - anche se un qualsiasi episodio di America's Best Dance Crew regala emozioni più forti - e tutto sommato robetta di questo genere finisce per essere assolutamente innocua rispetto a titoli con pretese autoriali proposti e presentati come Capolavori dai distributori, ma è davvero troppo poco per non rimanere inorriditi dallo svolgimento elementare della trama - che pare ai livelli di un episodio di Uomini e donne con qualche ballo ben eseguito in più - e dall'adattamento italiano, ridicolo soprattutto per il doppiaggio - senza alcun dubbio la cosa peggiore, con l'affidamento della parte di Jasper, rivale del protagonista Sean, a Gue Pequeno, cresciuto con i Club Dogo e da oggi ufficialmente nominato peggior doppiatore della Storia del Cinema -.
Per il resto pare di assistere, a livelli d'implausibilità, ad un film tra i più recenti con protagonista Steven Seagal abilmente mescolato con il peggio dell'horror di infima serie, e di accompagnare il main charachter nella più improbabile ed assurda delle scalate al successo e alla vittoria che quantomeno nel già citato film "lostiano" veniva saggiamente risparmiata al pubblico, senza prendere troppo sottogamba l'intelligenza dello stesso.
Detto questo, se siete aspiranti ballerini o concorrenti di Amici, sicuramente troverete spunti necessari nel corso della visione, e se non lo siete, per quanto il risultato sia davvero prossimo allo zero assoluto della settima arte, finirete per non riuscire a volere male ad un lavoro di qualità bassissima ma ugualmente privo della spocchia di altri di maggiore prestigio.
In fondo, se siamo in grado di godere di cult e titoli destinati a rimanere nel nostro cuore di spettatori e nei nostri occhi, è anche merito dei termini di paragone offerti da schifezzone innocue come Sharknado o questo Step up all in, che con le magliette tagliate della protagonista femminile ed i suoi faccia a faccia tra "buoni" e "cattivi" neanche fossimo nel pieno di un cartone animato fuori tempo massimo regala alcuni dei momenti più agghiaccianti che ricordi del passato recente, contendendo al secondo capitolo del brand degli squali volanti la vetta di ogni classifica di assurdità.
Resta l'amarcord dei tempi d'oro in cui i film erano naif praticamente per scelta legato alla selezione dei nuovi membri della crew - neanche fossimo in Expendables 3 - ed il classico crescendo con le due formazioni guidate dagli ex migliori amici costretti a giocarsi un posto in finale che fa tanto Holly e Benji.
Peccato solo che il risultato sia decisamente inferiore.
E ben lontano dai gusti anche più tamarri - o nostalgici - del sottoscritto.




MrFord



"If you say run, I'll run with you
if you say hide, we'll hide
because my love for you
would break my heart in two
if you should fall
into my arms
and tremble like a flower."
David Bowie - "Let's dance" - 




mercoledì 25 giugno 2014

Quinto potere

Regia: Sidney Lumet
Origine: USA
Anno: 1976
Durata: 121'




La trama (con parole mie): Howard Beale, veterano conduttore di programmi televisivi ed anchorman legato ai notiziari, dopo aver perduto la moglie e l'audience dei tempi d'oro, viene licenziato con un preavviso di due settimane al termine di una serata tra vecchi amici con il produttore Max Schumacher.
L'evento scatena una sorta di cinica follia nell'uomo, che dichiara in diretta di volersi suicidare nel corso della trasmissione per ottenere un risultato in termini di share come mai si era visto prima: i dirigenti della rete, intenzionati ad oscurarlo, approfittano della situazione per poter riorganizzare il reparto notizie, innescando la neppure troppo sottile vendetta di Schumacher, che lascia campo libero alle dichiarazioni dell'amico, finendo per mettere in gioco anche il suo posto.
Quando, però, l'aggressiva producer Diana Christensen intuisce le potenzialità commerciali della situazione, lo stesso network cambia le carte in tavola.





Questo post va in onda a seguito delle celebrazioni per il Sidney Lumet Day.





Nel pieno della maratona dedicata ai Mondiali, è quasi curioso tornare dopo oltre dieci giorni a scrivere di un film, specie considerando che, di norma, cerco di vederne almeno uno ogni ventiquattro ore: non poteva dunque esserci un comeback migliore di quello fornito da Sidney Lumet e dalla giornata a lui dedicata da noi bloggers cinefili, pronto a permettere al sottoscritto di recuperare uno dei film più discussi della carriera del regista, amatissimo dal pubblico - soprattutto USA - quanto osteggiato da una buona parte della critica - soprattutto europea ed italiana -.
Ricordo, infatti, quando, ai tempi in cui recuperai Classici come La parola ai giurati, Serpico o Quel pomeriggio di un giorno da cani, quanto i vari Morandini e Mereghetti trattassero con una certa ostilità questo accorato pamphlet contro il mondo dell'etere e del piccolo schermo, giudicato troppo rabbioso e gigione per poter davvero lasciare il segno, nonostante i riconoscimenti al botteghino e alla cerimonia di assegnazione degli Oscar - nove candidature, quattro vittorie: attore e attrice protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura -.
Passato finalmente dalle parti del Saloon, devo ammettere che Quinto potere - molto meglio, comunque, l'originale Network - risulta indubbiamente rabbioso e gigione, e anche decisamente sopra le righe: eppure, la forza del lavoro del vecchio Sid è notevole, e si inserisce alla perfezione con le sue sfumature nella poetica di demolizione del made in USA condotta dallo stesso Lumet nel corso di tutta la sua filmografia, senza contare che, in più di un passaggio, non solo ricorda le riflessioni che Welles fece nel suo Capolavoro Quarto potere, ma risulta quantomeno attuale nelle sue implicazioni sociali - il confronto tra Howard Beale, caotico e scombinato protagonista, ed il proprietario del gruppo che possiede anche la sua emittente in veste di quasi divinità di fantozziana memoria è da antologia - e nell'analisi del ruolo e nell'influenza che la televisione continua a mantenere rispetto alla società ad ogni suo livello.
Strepitosi gli attori, da un Peter Finch in pieno delirio messianico nel ruolo di Beale ad un misurato e sempre affascinante William Holden, senza dimenticare Robert Duvall ed una Faye Dunaway probabilmente nell'interpretazione che più ha reso giustizia al suo talento: in questo senso, gli stessi interpreti diventano incarnazioni dei due mondi fotografati da Lumet, quello della finzione televisiva e del dramma reale e quotidiano - si veda il racconto della "passione" che travolge Max Schumacher e Diana Christensen, fatto di amplessi soffocati da resoconti di ascolti e risultati in termini di audience -.
Certo, il ruolo dell'ex tubo catodico è stato nel frattempo esaminato, sviscerato, analizzato e raccontato in centinaia di film, serie, libri e trasmissioni, e Quinto potere a tratti risente di un'atmosfera vintage che assume i connotati di quel passo appena oltre e fuori moda che rischia di stonare, eppure il lavoro compiuto è senza dubbio efficace e tosto, pronto ad arrivare dritto dalla pancia, come una solenne incazzatura liberatoria e goduriosa.
Resta solo da capire se questa stessa, momentanea, quasi sessuale libertà - sia essa politica, intellettuale, di letto, alcolica o quello che volete - sia davvero il risultato di una scelta personale e motivata oppure di un condizionamento che, volenti o nolenti, riceviamo da uno dei mezzi di comunicazione più potenti della società attuale, scalzato soltanto nelle ultime due decadi da internet: la televisione, per l'appunto.
Ed è così che ognuno finisce per cucirsi addosso un ruolo che non saprà mai se essere il suo, quello che ha scelto o quello che gli è stato assegnato, e dovrà decidere - o credere di farlo - se gettarsi a capofitto in prima linea come un Don Chisciotte da salotto o un aspirante agnello sacrificale culturale oppure farsi da parte, perchè troppo impegnato a provare piacere, dolore, gioia, amore.
Tutto quello che si chiama vivere.



MrFord




"Networking, I'm user friendly 
networking, I install with ease 
data processed, truly Basic
I will upload you, you can download me."
Warren Zevon - "Networking" - 




lunedì 31 marzo 2014

Amici di Ford

La trama (con parole mie): per quanto possa sembrare assurdo, per un presunto duro ed Expendable come il sottoscritto, una serie di coincidenze curiose ha indirizzato la strada, per una due giorni decisamente particolare, del Saloon a Roma, dove ho preso parte alla prima puntata di Amici 2014 come chitarrista della band di Anastacia - e ho avuto modo di conoscere di persona Frank Manila -.
Ripensandoci ora, divertimento ed esperienza decisamente unica a parte, la sola lettura fa ridere anche me. Eppure è proprio vero.




La vita è decisamente curiosa, a volte.
Se qualche anno fa qualcuno mi avesse predetto che avrei preso parte - seppur in maniera decisamente marginale - ad una puntata di Amici avrei destinato una grassa risata alla stessa affermazione, liquidandola con il piglio arrogante del radical chic senza speranze.
Da allora, nella mia vita sono entrati Julez, il Fordino, il ritorno al panesalamismo, una serie di esperienze uniche ed un'evoluzione personale in grado di farmi accantonare tutto il risentimento e le prese di posizione di chi si arrocca tra i privilegi intellettuali e si difende - dagli altri e da se stesso - grazie alle medesime idee: eppure, una situazione di questo genere sarebbe stata in ogni caso fantascienza.
Fino a quando non ha cominciato a prendere forma.
E lo ha fatto grazie ad un viaggio in pieno stile gita, condito da racconti, aneddoti e grasse risate, stanchezza e Jack Daniels, tensione scacciata da attese eterne in camerino ed un approccio al pubblico live che rispetto al momento della visione in tv finisce addirittura per perdere, liberando un'emozione che non pensavo un menefreghista al mondo "dorato" del piccolo schermo della mia risma potesse provare.
E tutto, dai racconti alle sensazioni sulla pelle, fino alla cena a casa della suocera Ford - sempre perfetta ai fornelli e non solo - in attesa del momento "fatidico", finirà per diventare un ricordo che, con il filmato linkato poco sotto, spero possa apprezzare - anche in senso ironico -, un giorno, il Fordino, una volta cresciuto.
Non avevo idea di come avrei potuto presentare questo post, dall'occasione di avere Matthew McConaughey ad un metro di distanza - con tanto di applauso al termine dell'esibizione di Anastacia che pare un'approvazione anche al sottoscritto - all'esplorazione di un mondo praticamente circense come quello della televisione, così alla fine ho deciso di buttarmici al volo, in notturna, lasciando che fosse principalmente il momento di quell'emozione iniziata nell'istante in cui si è spalancato "il sipario", a parlare.
La curiosità, il brivido, la spontaneità di chi vive ai margini e finisce, chissà come, nell'occhio del ciclone. 
O quasi.
Oltre ad una quasi panoramica "face to face" del vecchio Ford.



MrFord



"Now I know what love is worth in a broken world 
but I can't get past the hurt
'til I give up on these stupid little things
I'm so hung up on these stupid little things
that keep me from you."
Anastacia - "Stupid little things" - 





sabato 13 luglio 2013

Reality

Regia: Matteo Garrone
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 116'



La trama (con parole mie): Luciano è il proprietario di una pescheria, ha una moglie, tre figli e si arrangia organizzando piccole truffe in un giro di robot da cucina. L'uomo ha anche un discreto talento nell'intrattenere i parenti alle feste ed ai matrimoni, tanto che molti degli stessi si chiedono per quale motivo nessuno, nel mondo della televisione, si sia mai potuto accorgere del suo valore.
Quando, spinto dalla famiglia, Luciano decide di tentare la strada dei provini per il Grande Fratello e passa la prima selezione per essere convocato a Roma per i colloqui successivi, si convince di essere ormai ad un passo dall'essere scelto per la trasmissione, sempre che gli emissari della tv non decidano di cambiare idea una volta osservata la sua vita quotidiana.
Venduta la pescheria e convintosi di essere sempre osservato, Luciano ribalterà il suo mondo finendo per rischiare di perdere perfino le persone che lo amano, spinto dal sogno ormai sempre più vicino di poter fare parte della trasmissione.




Lo ammetto, sono arrivato alla conclusione di Reality con il fiato corto.
Con i titoli di coda a scorrere di fronte ai miei occhi non ho saputo decidere se essere felice di aver finalmente, a distanza di mesi, visto un film italiano degno della nostra grande tradizione cinematografica, o triste per l'amarezza di una vicenda toccante e terribile narrata con grande sensibilità e tecnica sopraffina da un Matteo Garrone tornato a livelli altissimi, superando senza dubbio quelli di Gomorra, affresco potentissimo eppure tremendamente paraculo.
Se, infatti, guardandomi dentro posso perfino considerare di accettare l'idea che esistano un'etica criminale ed un crimine - senza per questo giustificarli, sia chiaro -, rimango decisamente più sconvolto dall'influenza che il disagio culturale espresso dalla tv e dai suoi prodotti è in grado di indurre rovistando nella terra di quest'Italia sempre più Terra dei cachi, rappresentata alla perfezione dal protagonista di una vicenda squallida e terribile, commovente quanto quasi spaventosa.
Luciano - un bravissimo Aniello Arena -, proprietario di una pescheria nel cuore della periferia partenopea, convinto dalla famiglia a partecipare alle selezioni per Il grande fratello e di fatto plagiato dalla stessa idea di essere ormai certo della partecipazione è il volto della sofferenza di questo Paese genuino ed ingenuo, naif ed arraffone, ormai povero di idee oltre che di mezzi: e se la prima sensazione è quella di una sorta di scherno prodotto dalla presunta superiorità intellettuale, con il passare dei minuti e lo sprofondare nell'abisso dell'antieroe della pellicola finiamo per trovarci tutti a sperare che la sua convinzione si riveli fondata, e che non esista alcun ostacolo pronto a frapporsi tra la sua vita di tutti i giorni e la realizzazione di un sogno, per quanto criticabile possa essere - rappresentato nella sua bieca pochezza dal partecipante di una precedente edizione Enzo, personaggio da brividi di terrore -.
E mentre attorno si assiste ad un progressivo passaggio dall'entusiasmo iniziale - il ragazzo del bar pronto a fondare un fan club, la ristrutturazione di casa per le interviste, i conoscenti pronti ad acclamare il successo - all'ossessione - il controllo della televisione, gli accattoni, l'agghiacciante quasi primo piano del grillo, il confessionale riprodotto nello sgabuzzino, fino a giungere alla sequenza ironica e da brividi legata alla paura che le truffe dei robot da cucina possano essere scoperte dal GF, che Enzo, amico di Luciano, traduce più sensatamente con Guardia di Finanza -, allo spettatore resta il dubbio se tutti noi abitanti di questo scombinato Paese non si sia, in qualche modo, pesci che nuotano contro corrente come quest'uomo semplice alla ricerca di un sogno da poco che possa cambiare la vita sua e della famiglia - "Io voglio avere il problema di spendere i soldi", afferma l'aspirante gieffino a controbattere le obiezioni della zia - che senza la spintarella di una qualche personalità di dubbia fama - il succitato Enzo - si finisca a dover lottare contro tutto e tutti, appoggiandosi solo ed esclusivamente alla propria determinazione per poter arrivare a compiere l'impresa divenuta impossibile, mulino a vento per un Don Chisciotte nostrano costretto a fingere di vendersi alla Chiesa per trovare la scorciatoia necessaria all'ingresso nella casa.
Ma cosa significa, quella casa?
E' il simbolo del successo dell'uomo qualunque, finalmente in grado di raggiungere, almeno per un pò, l'Olimpo degli uomini di talento, pur non avendolo?
E' il sogno di una sicurezza economica in tempi di profonda incertezza?
E' il potere della volontà, in grado di vincere perfino sull'obiettiva incapacità di realizzare qualcosa di davvero importante?
E' lo specchio di una società vuota e tragicomica, fotografato - e alla grandissima - da un film che riesce a trovare l'equilibrio perfetto tra la tecnica - piani sequenza perfetti, messa in scena splendida - e la satira, la pacca sulla spalla ed il sorriso ironico?
O è soltanto la risata di Luciano, che alla faccia della sua famiglia, della televisione, di chi lo criticava e chi lo sorvegliava, di chi lo sosteneva e chi l'aveva abbandonato, è finito per arrivare un passo avanti a tutti?
E' Luciano il regista di questo ritratto dell'Italia che siamo?
Chi guarda chi, dall'altra parte dello schermo?
A volte le domande finiscono per fare più paura delle risposte.


MrFord


"I still don't remember how this happened
I still don't get the wherefores and the whys
I look for sense but I get next to nothing
hey boy welcome to reality."
David Bowie - "Reality" -

domenica 17 giugno 2012

88 minuti

Regia: Jon Avnet
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 108'



La trama (con parole mie): Jack Gramm, psicologo noto in tutti gli States per i suoi studi sui serial killer, è stato con la sua testimonianza determinante per l'incriminazione di Jon Forster, pazzo maniaco omicida condannato a morte.
A dieci anni di distanza, proprio negli ultimi giorni di vita del criminale, Gramm viene minacciato telefonicamente da un individuo misterioso che dichiara di lasciare allo studioso ottantotto minuti di vita, gli stessi che uno squilibrato aveva impiegato per uccidere la sorellina del protagonista decenni prima.
Senza sapere da che parte girarsi e con vittime che cadono per mano di un killer che pare avere lo stesso modus operandi di Forster, di fatto fornendo allo stesso un appiglio per un ricorso alla sentenza, l'uomo dovrà cercare di portare a casa la pelle e, nel frattempo, risolvere il caso.
Peccato che, invece di un serratissimo thriller d'autore, ci si trovi nel pieno di un film da sabato sera su Italia Uno.




A volte è proprio strano come un film riesca ad entrare nella nostra vita di spettatori.
Con tutt'altro programma in mente, in casa Ford ci si accingeva a dare inizio alla consueta visione da divano e relax serale quando un canale televisivo - e non accadeva dai tempi di 2012, sul finire dello scorso anno - è riuscito nell'impresa di rapire Julez approfittando di una distrazione del sottoscritto propinandole una consistente dose - ovviamente per lei irresistibile - di morti ammazzati, portando così ad un cambio repentino del programma e alla visione di un film che, tutto sommato, io stesso ho pensato non potesse essere così agghiacciante, considerata la presenza di un mostro sacro come Al Pacino.
Peccato che, per non essere da meno rispetto al suo vecchio rivale Robert De Niro, anche il nostro indomabile ex avvocato del Diavolo abbia deciso di buttarsi nel trash - ricordiamo la sua vittoria agli ultimi Razzie Awards - dando importanza, probabilmente, solo al cachet preoccupandosi poco o nulla della credibilità persa rispetto ai fan della prima - e non solo - ora.
Senza contare il colpevole individuato come se nulla fosse alla prima scena, con la frutta e la torta al cioccolato ancora da mettere sotto i denti ed il whisky e coca ad aspettarmi, sequenza dopo sequenza nella mia mente si è fatta strada l'impressione che l'impianto narrativo - decisamente scarso -, la presenza di Pacino e l'incedere che avrebbe voluto essere tesissimo ed invece pareva quantomeno inverosimile - per usare parole misurate e gentili - ricordassero un'altra ciofeca dura e pura che ebbi la sfortuna di sorbirmi a causa di una recensione qualche anno fa, Sfida senza regole, occasione per la quale i due rivali per eccellenza nonchè simboli della figura dell'attore americano sarebbero tornati a recitare fianco a fianco dopo le esperienze de Il padrino - Parte II e Heat - La sfida.
Inutile dire che, in quell'occasione, la mia reazione fu piuttosto scomposta, e le bottigliate mulinarono a destra e a manca.
Inutile dire che non sono rimasto affatto stupito, date le suddette impressioni, di scoprire che a dirigere 88 minuti era lo stesso Jon Avnet del poco sopra menzionato Sfida senza regole.
Questo perchè entrambe le pellicole riescono nell'intento di svilire il loro genere con una facilità quasi irrisoria, grazie ad uno script al limite del ridicolo e ad un'atmosfera che ricorda le migliori - e non in senso positivo - serate "ad alta tensione" che Mediaset propinava qualche anno fa nel weekend, ben conscia degli ascolti più bassi nelle serate più movimentate per il pubblico.
Devo comunque riconoscere un paio di pregi, a questa discutibile e dimenticabile pellicola: per prima cosa - grazie ai morti ammazzati e all'intrigo da crime story - è riuscita a tenere Julez sveglia con un'efficacia decisamente maggiore della media dei film d'autore che cerco di propinarle, inoltre occorre ammettere che lavori come questi, probabilmente commissionati a mestieranti di poco conto come Avnet, risultano talmente "leggeri" nell'impegno richiesto da non mettere alla prova praticamente alcun genere di spettatore, garantendo di fatto il raggiungimento della fine del film senza colpo ferire, colpi di sonno o colpi scagliati contro il televisore in preda alla rabbia.
Una toccata e fuga che non influisce dunque più di tanto sugli equilibri di uno cinefilo esigente - che la vedrà come una scialba evasione dei neuroni - così come sull'immaginario del pubblico capitato per caso davanti allo schermo - che non avrà mai e poi mai il coraggio di affermare di aver visto un gran bel film, ma che, comunque, risulterà soddisfatto -, e di fatto, oltre a mettere a nudo i limiti di script e regia, non fornisce nient'altro che quello che tanti action movies regalano spesso e volentieri senza porsi alcun limite di decenza.
Certo, una piccola dose di ironia in più non avrebbe guastato, ma è sempre difficile pensare di riuscire ad inserirla all'interno di un contesto "oscuro" come quello della materia sollevata da omicidi e serial killer, specialmente se dietro la macchina da scrivere e da presa non ci sono elementi particolarmente dotati: peccato per Pacino, che inanella il secondo passo falso con lo stesso regista neanche dovesse ad Avnet dei soldi, o l'amicizia con il suddetto inibisse al protagonista di pietre miliari come Carlito's way o Scarface la capacità di distinguere una marchetta in formato televisivo da un potenziale cult.


MrFord


"Per vederci un po' più meglio in fondo al fosso, in fondo al fosso.
Ci saranno camomilla e rosmarino in fondo al fosso.
E cicuta e biancospino ed un fringuello e un pettirosso.
A guardare il mio destino malandrino in fondo al fosso.
Sette denti d'assassino e qualche osso,
da lasciare dove stanno,
stanno bene in fondo al fosso."
Francesco De Gregori - "Fine di un killer" -


 

venerdì 6 aprile 2012

Wrestlemania XXVIII

La trama (con parole mie): come ogni anno in questo periodo, casa Ford si paralizza completamente per affrontare la visione del Superbowl del wrestling, l'evento che ogni appassionato attende con trepidazione fin dal giorno seguente l'edizione precedente.
Come se non bastasse, questo numero ventotto della manifestazione presentava una card da hype alle stelle, culminata con i tre incontri clou Undertaker vs HHH in un hell in a cell match, Cm Punk vs Chris Jericho per il WWE Title e John Cena vs The Rock.
Roba che non succedeva quasi da quando ero bambino, e alla mia prima Wrestlemania - la numero sei, per l'esattezza, nel 1990 - mi faceva quasi piangere di gioia al trionfo del mio favorito di allora, Ultimate Warrior.



Finalmente posso dire, dopo alcune edizioni decisamente minori - specialmente quella dello scorso anno -, di essermi goduto Wrestlemania come non accadeva da un sacco di tempo a questa parte, divertendomi dal primo all'ultimo minuto - certo, il match femminile è stato più interessante per la partecipazione di Julez, Sami e Ila, sentitesi chiamate in causa, che non per la qualità dello stesso - e regalando al sottoscritto, in compagnia del sempre mitico Bongio - protagonista assoluto del mio addio al celibato nonchè mio "fratello di wrestling" - un'infilata di "Wrestlemania moments" da urlo, come di consueto resi ancora più clamorosi da un robusto dosaggio di bourbon, necessario per ogni edizione di questo appuntamento imperdibile per ogni appassionato dello sport entertainment.

Sheamus festeggia la vittoria su Bryant.
Una grande Wrestlemania doveva essere, ed una grande Wrestlemania è stata, dalla vittoria lampo di Sheamus su Daniel Bryant - contestatissima dai fan puristi che, personalmente, mi ha divertito e ho trovato in linea con la storyline che vedeva lo stesso Bryant nel ruolo del finto perfezionista codardo - a quella completamente a sorpresa di Kane, un professionista con i controfiocchi che per anni non ha fatto altro che sottostare alle imposizioni della federazione lanciando molti lottatori anche meno meritevoli di lui e vincendo decisamente meno di quanto avrebbe potuto.

La chokeslam di Kane che vale la vittoria su Randy Orton.
E' giunto poi il momento, a suon di commenti del pubblico femminile sul pacco di Cody Rhodes, il match per il titolo intercontinentale che vedeva il figlio del mitico Dusty Rhodes fronteggiare Big Show uscendo sconfitto da un incontro sicuramente non eclatante ma comunque divertente e, nel finale, divenuto intenso grazie alla commozione del gigante, che diviene il primo atleta ad aver vinto tutte le cinture attualmente in uso nella WWE.

Il destro di Big Show che chiude la contesa.
L'incontro femminile, come già anticipato, è stato più un'occasione per scoprire quanto il coinvolgimento di wrestlers donne possa scaldare gli animi dell'altra metà del cielo, mai così tesa per tutta la durata del pay per view - o quasi - come nel corso di questo match. Poca roba, ma in una serata così ricca ci può tranquillamente stare. Se non altro offre il tempo necessario per una sosta bagno o per la preparazione dell'ennesimo Four Roses e Coca.

Beth Phoenix, una delle poche vere wrestler, in una delle sue consuete prove di forza.
A questo punto, silenzio in sala.
Wrestlemania cambia marcia e decolla assumendo una caratura leggendaria per lo scontro tra Undertaker e Triple H, due vere e proprie leggende che portano a termine (?) una saga cominciata ormai quattro anni fa con il primo dei due scontri tra il becchino e Shawn Michaels, che concluse la sua carriera nell'edizione numero ventisei dello Showcase of the immortals con un incontro ancora più incredibile del precedente, anticamera della sfida che, lo scorso anno, fu l'unico vero acuto dell'evento: il tentativo di Triple H di riuscire nell'impresa che il migliore amico Shawn non era stato in grado di portare a compimento.
Quest'anno si rincara la dose, con una stipulazione tosta come l'hell in a cell, e la presenza dello stesso Shawn Michaels nelle vesti di arbitro, indeciso se rimanere super partes, favorire il compagno di sempre o evitare che qualcuno riesca dove lui ha fallito.
Atmosfera d'altri tempi, incontro intensissimo sia dal punto di vista fisico che emotivo, un'escalation di emozioni tra le più incredibili degli ultimi dieci anni di wrestling: il tutto prima di una chiusura che è il ribaltamento del finale dello scorso anno - Undertaker vincitore ma, di fatto, dominato per la maggior parte dell'incontro dall'avversario -, con Triple H che, ormai allo stremo, viene finito dal becchino prima che le tre leggende di un'era ormai al tramonto si incamminino verso l'uscita abbracciate l'una all'altra, in barba ai personaggi che interpretano sul quadrato. Strepitoso.

Shawn Michaels, Triple H, Undertaker: un'era che finisce.
La sarabanda di emozioni dell'hell in a cell doveva a questo punto essere stemperata, e lo scontro tra i "face" del Team Teddy - il General Manager di Smackdown, uno dei due show della federazione - e gli "heel" del Team Johnny - il vertice di Raw -, praticamente una vetrina per tutti quei wrestlers non ai vertici eppure meritevoli di un'apparizione nello spettacolo più importante dell'anno è stata l'occasione perfetta.
Anche in questo caso niente di memorabile e un risultato non favorevole al mio pronostico, ma basta, come al solito, la presenza di Santino Marella per fare la differenza. Un break che ha dato respiro.

Il Cobra di Santino Marella: un must per il comedy wrestling.
Terminata la "sosta", si è tornato a fare sul serio con l'incontro valevole per il WWE Title, il più prestigioso della federazione: a scontrarsi Chris Jericho - primo Undisputed Champion della storia, musicista ed entertainer spettacolare, wrestler secondo solo a Shawn Michaels e Kurt Angle nel panorama attuale - ed il mio preferito Cm Punk, forse il migliore - tecnicamente parlando - di questa nuova generazione di wrestlers, fino allo scorso anno talento incompiuto ed esploso letteralmente la scorsa estate con un promo da paura che fu il preludio del magnifico incontro con John Cena nella sua Chicago - miglior match del 2011 a mani basse -, ormai uno dei punti fermi della federazione.
L'intera storyline si è giocata sull'appellativo di "best in the world", autoattribuitosi da Cm Punk dopo le imprese, per l'appunto, della scorsa estate: incontro clamorosamente tecnico, partito lentamente e decollato con un finale che è una lezione di tecnica almeno quanto lo storico Randy Savage vs Ricky Steamboat di Wrestlemania 4 o Kurt Angle vs Shawn Michaels a Wrestlemania 21.
I passaggi che hanno portato alla conclusione - e alla conferma di Cm Punk come campione - sono una gioia per ogni amante del wrestling, soprattutto per gli old school come il sottoscritto: una bomba.

Cm Punk è ancora il "best in the world".
In chiusura, non poteva essere che The Rock contro John Cena: due icone delle rispettive generazioni a confronto, a dieci anni esatti da quella Wrestlemania 18 in cui il primo battè Hulk Hogan realizzando, a tutti gli effetti, una sorta di passaggio di testimone.
Atmosfera pazzesca, pubblico più che partecipe - The Rock giocava in casa, nella "sua" Miami -, anche in questo caso un crescendo che, seppur non all'altezza dei due incredibili big match che l'avevano preceduto, confeziona uno dei migliori main event della storia recente di Wrestlemania: forse un pò di overbooking in più non avrebbe guastato, eppure il risultato a sorpresa - la vittoria di The Rock - ed una conduzione ottima dei due protagonisti - entrambi lottatori più dotati di carisma che non di tecnica - ha portato alla riuscita quasi perfetta di uno dei dream match che il pubblico sognava da anni.
Un plauso, pur se da sconfitto, a Cena, che nonostante continui ad essere una calamita per l'odio degli appassionati hardcore in quanto emblema di un wrestling "pg rated" si conferma come uno dei professionisti più in gamba che questa disciplina abbia mai avuto.

Due generazioni a confronto: The Rock vs John Cena.
Una nottata indimenticabile, dunque, per ogni appassionato come il sottoscritto - ma non solo -, che già dall'episodio di Raw la sera seguente ha cominciato a gettare le basi per la prossima edizione di Wrestlemania, che vedrà ancora The Rock tra i suoi protagonisti - nonostante gli impegni cinematografici -, il probabile ultimo incontro della carriera incredibile di Undertaker ed il ritorno di uno dei nomi più osannati degli anni zero dello sport entertainment, tornato all'ovile dopo anni di mixed martial arts: Brock Lesnar.

Brock Lesnar torna a spese di Cena dopo anni lontano dalla WWE.

Pare proprio, dunque, che vivremo un "Wrestlemania moment" lungo un anno.

MrFord

"I like crazy, foolish, stupid
party going wild, fist pumping
music, I might lose it
blast to the roof, that how we do'z it (do'z it do'z it)
I don't care the night, she don't care we like
almost dared the right five
ready to get live, ain't no surprize
take me so high, jump and dont stop
surfing no crowd."
Flo Rida - "Wild ones" -


domenica 19 febbraio 2012

30 days of White Russian series

La trama (con parole mie): e dopo musica, libri e film è giunto il momento delle serie tv, a chiudere un weekend in casa Ford completamente dedicato alle catene che hanno percorso l'intera blogosfera nell'ultimo periodo.
Ecco, dunque, i consigli del sottoscritto per 30 giorni in compagnia delle serie più toste, accattivanti o semplicemente amate alla follia che ho scoperto, vissuto ed esplorato dalla prima all'ultima puntata dai tempi in cui, da bambino, lo spauracchio Bob infestava i miei incubi peggiori.


Giorno 1 - Il primo telefilm che hai visto: Dynasty e Dallas, che seguiva mia madre. Mi ricordo che impazzivo quando Krystle e Alexis se le davano di santa ragione.
Giorno 2 - Il tuo telefilm preferito: Lost. Niente è stato più lo stesso, dopo.
Giorno 3 - Il telefilm che non ti piace: Sex and the city o Desperate housewives. Le cose troppo da donna, insomma.
Giorno 4 - Il telefilm più divertente: concordo con il Cannibale, le prime due stagioni di Misfits sono inarrivabili.



Giorno 5 - Il telefilm che guardi sempre con piacere: Californication. Quel vecchio marpione di Moody mi diverte sempre.
Giorno 6 - Il telefilm con la migliore sigla iniziale: True blood.
Giorno 7 - Il telefilm che ti ricorda qualcuno: Alias. Mi ricorda mio padre che da anni dice di volerlo vedere tutto dall'inizio alla fine, e poi i cofanetti restano lì dove sono.
Giorno 8 - Il telefilm della tua adolescenza: Beverly Hills 90210, quando iniziò il mio legame con i personaggi dei "finti cattivi" - Dylan, il più fordiano dei fighetti  - e provai la prima cotta per un personaggio di fiction - Brenda Walsh -.



Giorno 9 - Il telefilm con i migliori dialoghi: I Soprano.
Giorno 10 - Il telefilm con il tuo attore preferito: Dexter con Michael C. Hall.
Giorno 11 - Il telefilm con la tua attrice preferita: Friday night lights con Connie Britton.
Giorno 12 - Il telefilm con il tuo regista preferito: Twin Peaks con David Lynch.


Giorno 13 - Il telefilm che non hai mai concluso: Heroes, dalla seconda stagione ha avuto un crollo di qualità pazzesco.
Giorno 14 - Il telefilm attuale che meriterebbe l'Emmy Award: Game of thrones, stupendo.
Giorno 15 - Il telefilm con la migliore trama: più che migliore trama, è il telefilm che ha il miglior senso complessivo. Six feet under.
Giorno 16 - Il telefilm che vorresti vivere in prima persona: Lost. Senza alcun dubbio.


Giorno 17 - Il telefilm che vorresti iniziare a vedere: vorrei provare Hawaii Five-O.
Giorno 18 - Il miglior telefilm drammatico: The Shield.
Giorno 19 - Il miglior telefilm commedia: Boris. Gli occhi del cuore rules.
Giorno 20 - ll telefilm con le tue scene preferite: Romanzo criminale. Daje Bufalè!



Giorno 21 - Il telefilm visto di recente: Homeland, lo stiamo ancora finendo. Niente male.
Giorno 22 - Il telefilm con il miglior finale: Six feet under. Sfido chiunque a non piangere su quell'ultima puntata.
Giorno 23 - Il telefilm di cui vorresti riscrivere il finale: Flashforward. E' vero che ormai era andato a rotoli, ma avrebbe comunque meritato una conclusione migliore.
Giorno 24 - Il telefilm con il miglior cast: Mad men.


Giorno 25 - Il telefilm più sottovalutato: Sons of anarchy. E' l'erede di The Shield. Con due palle così.
Giorno 26 - Il telefilm con le migliori coppie: Oz, anche se forse non sono proprio le coppie che ci si aspetterebbe.
Giorno 27 - Il telefilm con il tuo personaggio preferito: c'è da chiederlo? Lost. Un nome, una garanzia: James "Sawyer" Ford.


Giorno 28 - Il telefilm con il miglior antagonista: 24 a mani basse. Grandissimo Habib Marwan!
Giorno 29 - Il telefilm con la migliore guest star: Peter Criss dei Kiss in Oz!
Giorno 30 - Consiglia un telefilm a qualcuno: Breaking bad. L'ho scoperto da poco, ma merita alla grandissima.


MrFord

martedì 13 dicembre 2011

Videocracy - Basta apparire

Regia: Erik Gandini
Origine: Italia
Anno: 2009
Durata: 85'




La trama (con parole mie): dalla provincia profonda di chi sogna la notorietà televisiva alle vicende di Lele Mora e Fabrizio Corona, un viaggio nella realtà ormai affermata targata Silvio Berlusconi del tutto forma e niente sostanza, nonchè un ritratto impietoso ed inquietante di quello che è diventata l'Italia dagli anni ottanta ad oggi.
Tra aspiranti veline ed autoproclamatisi novelli Robin Hood, un documentario che mostra tutto il peggio della Terra dei cachi - o almeno, la parte da tubo catodico di esso -, una visione da brividi e disturbante in grado di lasciare a bocca aperta ma, forse, priva della forza di una vera opera di denuncia sociale.




Da tempo sentivo parlare di Videocracy come di un documento decisamente più potente di Silvio forever, che più di un tentativo - peraltro neppure troppo riuscito - di satira non risultava essere, e di un ritratto agghiacciante dell'Italia che "il Presidente" - per usare lo stesso linguaggio di Erik Gandini - ha letteralmente modellato con le sue mani negli ultimi trent'anni.
Effettivamente, il valore e l'incisività di questo lavoro sono nettamente superiori a quelli dell'appena citato finto documentario firmato Roberto Faenza e Filippo Macelloni, e senza dubbio la ricerca di Gandini appare più sensata e mirata nel mostrare allo spettatore quello che, sotto l'egida dell'ormai - finalmente - ex Presidente sia diventata questa Italia i cui peggiori semi paiono essere stati coltivati in modo da fiorire e proliferare stando bene attenti a soffocare tutto quello che, di buono, nel frattempo poteva essere cresciuto nell'orticello della Terra dei cachi.
Certamente anche a questo documentario mancano la verve ed il respiro internazionale di lavori come quelli che portarono alla ribalta Michael Moore, e di certo si sente la mancanza di una cornice che possa abbracciare le storie e le vicende mostrate creando una coesione in grado di aggiungere spessore all'analisi che il regista compie rispetto a differenti realtà italiote, dalla provincia dei sogni di un ragazzo della bassa bresciana alle aspiranti veline che ballano nei centri commerciali sognando di sposare un calciatore fino alla casa in bianco del viscido Lele Mora - il personaggio di gran lunga più inquietante della pellicola, con quel fare mellifluo in stile Jabba the Hutt e le suonerie dalle rimembranze fasciste, ed il girovagare candido nella sua villa sulla Costa Smeralda accarezzando ragazzi in procinto di essere lanciati nel mondo dello spettacolo - e agli agghiaccianti spot elettorali del sempre ex - e meno male - Presidente, senza ovviamente dimenticare Fabrizio Corona.
Il non so neppure come definirlo autoproclamatosi Scarface de noartri è l'esempio perfetto di prodotto di questa bassissima sottocultura andata a radicarsi fin nel profondo della nostra vita di tutti i giorni attraverso l'influenza che la televisione ha avuto sul pubblico e sulla società negli ultimi decenni: venuto dal nulla, arrogante, disposto a tutto per raggiungere ricchezza e notorietà, costruito e posticcio come il suo atteggiamento da gangsta neanche fosse il più tosto dei Notorious, incapace di dissociare Al Pacino da uno dei personaggi più importanti interpretati dall'attore stesso, che ha come unico possibile motivo di "vanto" il fatto di essere riuscito ad arrivare a farsi pagare soltanto per quella sua stessa costruita presenza appoggiata sul nulla che, di fatto, rappresenta.
Ed è qui che subentra la riflessione più desolante rispetto alla wasteland culturale che ogni giorno entra senza troppa fatica nelle nostre case: ci sono persone - e molte più di quante si sia disposti a credere - davvero convinte di poter seguire le orme di questi curiosi, terrificanti idoli, che subiscono la loro influenza e non riescono a scindere una realtà di sopravvivenza - intellettuale e non - da un sogno venduto a carissimo prezzo, materiale e non.
Ora non voglio fare la parte di quello che se la mena sparando giudizi con quel tono da radical chic si pone al di sopra di tutto e di tutti, perchè sarebbe un pò come fare il non tifoso e poi scendere in piazza quando si vincono i Mondiali - e chissà quanti l'hanno fatto, nel luglio 2006 -: anche se poco o niente, io guardo la tv, l'ho guardata da bambino e da adolescente, cerco di evitarla il più possibile - almeno in alcune sue forme - oggi, ma non la considererei mai il male puro.
In fondo, come tutte le cose, può avere ripercussioni differenti a seconda di come viene utilizzata e percepita - Internet stesso è così, a ben guardare -, ed io per primo ammetto che, se dovessero pagarmi profumatamente per andare a bottigliare un film in tv, sarei il primo a sfruttare l'occasione: certo non penso mi farei volentieri una scampagnata a Pomeriggio Cinque, ma non crediate che le trasmissioni "culturali" possano offrire un panorama più "innocente" delle più sguaiate e becere, senza contare che ho un mutuo da pagare e non mi farebbe schifo estinguerlo in fretta.
Detto questo, anche nel Cinema, riflettendoci, c'è bisogno del respiro di qualche bella tamarrata che non impegni il cervello, tra un film d'autore e l'altro, no!?
L'importante è ammettere la vuotezza del gioco cui si sta prendendo parte - e si torna, pur se nei modi completamente sbagliati, a Corona - e non pensare che la vita sia tutta lì.
Perchè se le delusioni possono ferire, le illusioni sono in grado di schiacciarci sotto un peso ancora più grande.
E noi dovremmo saperlo bene.
Noi che abbiamo vissuto gli anni dell'egemonia - speriamo sul viale del tramonto - del vivadddio ex Presidente.

MrFord

"Benvenuto
in Italia fatti una vacanza al mare
in Italia meglio non farsi operare
in Italia non andare all’ospedale
in Italia la bella vita
in Italia le grandi serate e i gala
in Italia fai affari con la mala
in Italia il vicino che ti spara."
Fabri Fibra - "In Italia" -


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