- La prima cosa che mi viene da fare è scusarmi con il vecchio, scorbutico, ironico e stronzo Greg House, snobbato all'epoca della sua rivalità in ascolti con Lost e ripreso soltanto in anni recenti, per avermi fatto ricredere sulla sua cavalcata e soprattutto ringraziarlo per aver rappresentato uno dei primi, grandi preferiti del Fordino.
- Come tutte le serie di culto, benchè popolari, anche per lo spigoloso medico era giusto giungere ad una conclusione del proprio ciclo, e l'ultima stagione chiude in bellezza forse non presentandosi come la migliore ma riuscendo a scrivere un epilogo interessante ed emozionante oltre che a mostrare quasi tutti quelli che sono stati protagonisti della saga.
- Per quest'ultima stagione è stato interessante poter vedere più o meno all'opera tutti i membri vecchi e nuovi del team di House, così come dare una sbirciata, con l'epilogo, a quello che sarà il futuro del reparto diagnostica del Princeton, e se negli anni Foreman ha perso punti, fino alla fine ho trovato sempre mitici Taub e 13, supportati dalle due interessanti new entries femminili di quest'ultima stagione.
- Come era giusto che fosse, la chiusura dedica la maggior parte del suo spazio all'amicizia tra House ed il personaggio che è stato la sua colonna nel corso degli anni, l'inseparabile Wilson, regalando anche una chicca da metacinema nel series finale citando L'attimo fuggente, considerato che l'oncologo e supporto dello Sherlock Holmes della medicina fu il volto, decenni fa, di Neil Perry, uno dei protagonisti della pellicola di Peter Weir.
- Proprio nel loro rapporto si consuma la parte più toccante degli ultimi episodi, e così come decine di volte ci si era fatti una risata sui tiri mancini del vecchio Greg al suo amico di una vita, ora resta una sensazione di malinconia perfetta per un titolo che saluta il suo pubblico, e il Saloon, tra l'altro infilando la chicca, nel finale, di un pezzo dell'ultimo disco di Warren Zevon, altro fordiano ad honorem, Keep me in your heart.
- Non resta che recitare un bel "so long", dunque, ad un charachter senza dubbio memorabile ed una serie che a suo modo e per molti è da considerare un cult, ripensando a quante cose negli ultimi anni siano cambiate nella mia vita. E che quelle stesse cose hanno finito per permettermi di non diventare stronzo quanto House. O almeno, cercare di esserlo in misura minore.
Buon compleanno, AleLeo.
Continua ad essere sempre curioso, appassionato e sensibile come sei.
E a cantare Caparezza. E a leggere le targhe delle macchine per esercitarti nell'imparare lettere e numeri. E a pensare che gli animali sono il meglio che il mondo ha da offrire.
Quello che ti voglio dire, lo leggerai sul diario che ti sto preparando.
Intanto, sappi che mi sto godendo ogni momento della vita che abbiamo insieme.
Ogni momento.
La mia storia rispetto alla serie dedicata allo Sherlock Holmes della medicina, il Dottor House, è davvero strana: ai tempi del suo massimo successo, da fan adoratore di Lost, detestavo cordialmente quello che era diventato uno dei rivali - in termini di audience - dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, boicottandone la visione e lasciando che scorresse verso l'inevitabile conclusione senza alcun colpo ferire.
Quando, anni dopo, la necessità di trovare qualche titolo valido per coprire la fascia dei pasti di casa Ford senza scombinare troppo la crescita del Fordino portò me e Julez a ripescare proprio il sarcastico e cinico immunologo, le cose cambiarono.
Dalla sigla al personaggio, infatti, tutto quello che riguardava il burbero Greg House divenne cult proprio per l'allora più piccolo del Saloon almeno quanto Frank Gallagher - altro suo idolo da piccolo schermo -, e dunque il recupero dell'intera serie è divenuto, stagione dopo stagione, una richiesta specifica del Fordino, attratto più che dalle questioni mediche dal fatto che House non si preoccupi di provocare l'ira di chi gli sta attorno, e dal comportamento del medico più irriverente che la fiction abbia mai prodotto.
Alle spalle una stagione decisamente sottotono - la numero cinque, indiscutibilmente la peggiore che il brand abbia conosciuto - il Nostro riscatta la sua posizione tornando agli standard cui aveva abituato il pubblico, cambiando nuovamente la formazione del suo team, regalando una prima manciata di episodi in pieno stile Qualcuno volò sul nido del cuculo ed un'evoluzione sentimentale che coinvolge dapprima l'amicizia con Wilson e dunque il rapporto con la vecchia fiamma mai sentita sulla pelle Lisa Cuddy, pronta a regalare un season finale in pieno stile romantico ad alimentare domande e curiosità a proposito del settimo e penultimo anno di produzione della serie.
Dal canto nostro, i Ford ora riscopertisi - almeno per quanto mi riguarda - fan dello stronzissimo specialista e dei suoi "protetti" - nel corso degli anni il posto da favoriti è stato preso saldamente da Taub e Tredici - attendono di scoprire quale sarà stato il destino scelto per la sua maturazione dagli autori, e di veder crescere il Fordino, che già ora dichiara di voler diventare ad ogni costo "medico degli animali", accanto ad uno dei suoi primi miti televisivi, dai tempi in cui batteva le mani al ritmo della sigla ad oggi, quando è pronto a chiedere quali siano le ragioni per le quali il paziente di turno sta male così tanto da aver bisogno dell'intervento di un pezzo grosso come House.
E' ormai noto a tutti gli avventori del Saloon quanto importante sia l'influenza del Fordino, ormai, nella scelta del sottoscritto di recuperare titoli d'animazione oltre l'ombrello Disney/Pixar e jappo in generale, così come di documentari o lungometraggi che vedano qualche animale - soprattutto se esotico o pericoloso - come protagonista: spesso e volentieri, infatti, conscio delle sessioni di gioco pomeridiane con visione di sottofondo o mosso dall'idea di suggerire al Fordino stesso di non fossilizzarsi troppo sulle reiterate visioni dei suoi preferiti - penso di essermi sparato un migliaio di volte sia Kung Fu Panda che i tre Madagascar - tento di pescare titoli che almeno sulla carta potrebbero interessarlo, sperando, nel mentre, di non rimanere troppo deluso dagli stessi.
Devo ammettere che non nutrivo grande fiducia in questo Cicogne in missione, e che l'unico motivo d'interesse per il sottoscritto stava nella curiosità che fosse co-diretto da Nicholas Stoller, che mi aveva già divertito con il tanto bersagliato - erroneamente, a mio parere - Cattivi vicini, ed ho scelto di metterlo alla prova nel corso di una giornata da emergenza domestica, con i Fordini entrambi a casa da nido ed asilo a causa dell'influenza e l'idea - malgrado sia stato aiutato in parte dai miei genitori giunti in supporto per pranzo - di circa sette ore da trascorrere nelle mani dei due piccoletti del Saloon, che se già in condizioni normali richiedono una dose enorme di energie da malati - e mi capiranno tutti i genitori che leggono queste righe - figuriamoci.
Purtroppo per me, le già basse aspettative sono state smontate da una pellicola che non inventa nulla di nuovo, si trascina nonostante il minutaggio user-friendly e finisce per ricordare una versione meno accattivante dei più classici plot Disney che di norma vengono bersagliati dai radical chic - la maggior parte delle volte giusto per presa di posizione - a causa del buonismo che, messe alle spalle dei protagonisti le difficoltà, conduce al più gettonato epilogo da "siamo tutti felici e la vita è una gran figata ogni giorno".
Un vero peccato, perchè le potenzialità si intravedevano, qualche idea pareva pronta a svilupparsi, la possibilità di colpire al cuore soprattutto i genitori dei piccoli scalmanati che avranno espresso il desiderio di vederlo in sala risultava netta: tutto, invece, si chiude nel modo più prevedibile possibile, nel caso poi della versione italiana reso ancora più indigesto da un doppiaggio a mio avviso pessimo e troppo macchiettistico quantomeno rispetto ai personaggi antropomorfi.
Non il peggior film d'animazione che abbia mai visto - Dreamworks ha prodotto ben di peggio - ma senza dubbio un titolo del quale non si sentiva davvero la necessità, non a caso risultato un discreto flop al botteghino, segno che, ormai, anche le famiglie e gli spettatori più piccoli cominciano ad essere abbastanza esperti da evitare quello che non coinvolge come questo tipo di prodotto dovrebbe: in effetti, a parte ricordare al principio l'assonanza delle cicogne con lo splendido corto della Pixar Partly cloudy, lo stesso Fordino ha bellamente ignorato il film e, giunto a tre quarti dello stesso, mi ha addirittura chiesto di spegnere - una cosa che, con i suoi cartoni animati, non farebbe mai -.
E dover contrattare per portare a termine una visione di questo tipo quando si è l'adulto dovrebbe essere un'indicazione importante della qualità e del fascino della stessa.
Fin dai primi tempi in cui il Fordino ha cominciato a manifestare apprezzamento per la visione di film - che fossero d'animazione o legati ai suoi tanto amati animali - ammetto di aver iniziato a coltivare la speranza che, in un futuro neppure troppo lontano, come fu per me ai tempi possa sviluppare una curiosità tale per la settima arte da permettermi di fargli da guida almeno per un tratto di strada, mettendo a sua disposizione non solo la mia intera videoteca, ma anche tutto quello che ho imparato dalle migliaia di visioni che hanno accompagnato la mia esistenza.
Dunque, quando ora vado in caccia di nuovi titoli, cerco sempre di buttare l'occhio anche a quello che potrebbe interessargli o fare da sfondo ad uno dei nostri pomeriggi di gioco intensivo - Fordina permettendo, che ormai comincia a manifestare i primi segni di desiderio di interazione inserendosi dunque nell'equazione -: qualche mese fa, in quest'ottica, recuperai Monkey Kingdom, produzione Disney Nature simile ad African Cats, già molto amato da AleLeo.
E devo ammettere che, nonostante la voce off pronta a trasformare le vicende orchestrate da Madre Natura in una sorta di favola possa finire per annoiare il pubblico adulto, il risultato - specialmente se liberato in hd - resta mozzafiato dal punto di vista tecnico, e se si ha almeno in parte un certo amore per la Natura stessa ed i viaggi, è impossibile non rimanere ipnotizzati dalle immagini di luoghi esotici e lontani, così come non sentire la propria curiosità stuzzicata almeno in parte - personalmente, conoscendo i rapporti non proprio idilliaci delle scimmie con l'acqua, non pensavo assolutamente che i macachi fossero buoni nuotatori - quantomeno dal punto di vista scientifico.
In particolare, da questa visione sono uscito - ovviamente meno entusiasta del Fordino - ad occhi spalancati per la bellezza delle foreste dello Sri Lanka e per lo stupore rispetto a quanto simile, in realtà, la società animale sia alla nostra, con le sue regole, le sue caste, le sue vittorie e sconfitte: osservare quelli che sono i mammiferi che più ricordano l'Uomo muoversi, cercare cibo ed affrontare le differenze "di classe" all'interno di un branco, crescere i piccoli o difendere il proprio territorio dai predatori così come da simili disposti a lottare per prendere possesso di un riparo o una zona particolarmente ricca di risorse della foresta è, per quanto risaputo, sempre ad effetto, a prescindere dal fatto che sia narrato e strutturato in pieno stile Disney, dunque edulcorato anche nei suoi momenti più crudeli.
A prescindere, dunque, da questa connotazione "di produzione", non ho fatto altro che godermi le reazioni del Fordino alla comparsa di qualche nuova specie mostrata e ripresa, la bellezza dei luoghi - che tanto mi hanno ricordato quelli de Il libro della giungla - e gli animali in movimento nel loro habitat naturale, dai macachi protagonisti della storia ai bradipi, dalle termiti agli scorpioni, dai leopardi agli uomini.
Non si tratta certo di una chicca in stile National Geographic, ma resta comunque un'ottima alternativa per mostrare ai più piccoli - e, di riflesso, anche a noi - lati del mondo ancora sconosciuti, e chissà, alimentare qualche sogno che potrebbe portarli, un giorno, ad essere gli esploratori delle nuove generazioni.
Fin da prima che nascesse la Fordina, memore dell'esperienza fantastica che fu l'estate passata in paternità l'anno in cui nacque il Fordino, con Julez avevamo pianificato, in concomitanza con il suo ritorno al lavoro, che mi prendessi tre o quattro mesi per fare il padre casalingo, allontanandomi da tutto quello che, per il sottoscritto, resta solo un modo per portare a casa lo stipendio - leggasi lavoro -: neppure una settimana dopo aver reso ufficiale il mio congedo parentale, è giunta la notizia - inaspettata, devo ammetterlo - che il mio luogo di lavoro chiuderà i battenti il prossimo gennaio, di fatto aprendo le porte a due anni di sussidio, ed al primo vero momento fin da quando avevo ancora diciannove anni in cui sarò ufficialmente disoccupato.
Personalmente, vedo questo avvenimento come un'opportunità, qualcosa che mi permetta finalmente di guardare attorno e cercare qualche alternativa, o decidere che i Ford, alla fine, in Italia non hanno più spazio, e cercare fortuna oltre i nostrani confini: ma non è questo, che volevo raccontare.
Nel momento in cui scrivo, per la precisione il sei ottobre, ho accompagnato per la prima volta Rebecca al nido per l'inserimento, complice l'assenza di Julez per la mattina in questione: una prima volta che con AleLeo non avevo affrontato, se non soffrendo come un cane ad ogni scoppio in lacrime quando lo lasciavo nelle occasioni in cui ero io ad accompagnarlo al nido - anche se, va detto, era più grande e decisamente meno abituato a lasciare casa rispetto alla sorella -, fintanto che è durato, e che mi ha catapultato in un mondo che chi mi vedesse dall'esterno non riuscirebbe ad associare ad un tamarro tatuato in tuta e t-shirt fit che risulta più credibile se fermato dalla polizia che non se visto in giro a spingere un passeggino.
Un mondo fatto di voci tenute basse, bimbi che più che altro cadono, invece che provare a stare seduti o abbozzare i primi passi, colori e suoni, baci e sguardi d'intesa con la più piccola di casa Ford che già ora pare davvero "la mia ragazza magica", per rubare le parole di una canzone recente, mamme che mi invitano a bere il caffè - che non bevo, succo d'arancia date le dieci e mezza del mattino che impedivano l'aperitivo - e mi danno consigli su eventuali possibilità di lavoro, coppie di ragazzini sedicenni già genitori che mi fanno pensare che a quell'età ero così concentrato su me stesso che non sarei stato minimamente in grado di affrontare una splendida fatica come questa, vedere le differenze tra la Fordina ed il Fordino ed amarli smisuratamente anche e proprio per quelle, fino al ritorno a casa felice neanche avessi vissuto la più straordinaria delle esperienze, senza contare che, in una certa misura, è proprio in questa semplicità che si trova lo straordinario di cui sopra.
Ed essere a casa, in questo periodo, riesce a darmi proprio la percezione delle sensazioni che soltanto i figli possono dare, dalla felicità estrema che ti lascia senza fiato all'essere allo stremo, tra notti spezzettate - Julez in particolare, dato che io cado in coma e non mi sveglio neanche a cannonate - e cene infinite in cui il livello di decibel è ben oltre il livello di guardia, tra pianti, risate, il pavimento sporco come potrebbe essere in un paio di settimane da single in ventiquattro ore da famiglia, influenze che si passano inevitabilmente da uno all'altro e quella sensazione che potrei tradurre - e sarebbe ancora poco - che si ha quando ci si addormenta felici dopo aver fatto del gran sesso.
E quando la casa è in silenzio - o quasi - come ora, e finisco a fare tardi al computer o alla Playstation o guardando un film ben sapendo che con l'allenamento del giorno successivo tirerò maledizioni a raffica, il fatto di essere l'ultimo a crollare mi fa sentire come il capitano di una nave, che ascolta il rumore del mare ed il respiro dei suoi uomini a riposo dopo una giornata a lottare tra le onde.
Mi fa sentire a casa, appagato.
E per uno sempre assetato di vita come il sottoscritto, un ingordo, un inquieto, è una specie di miracolo.
Assaporare la sensazione di essere così pieno da domandarsi come sia possibile che in quelle piccole cose - che si tratti di momenti come quelli che ho vissuto questa mattina, o i bambini stessi - risiede davvero il segreto dell'universo, ed è un bene che ce lo si dimentichi, perchè in quel modo, dovesse capitare di avere dei figli, si avrà l'occasione di riviverlo come se fosse la prima volta.
Come il vecchio cowboy in un aula del nido, in tuta, a tenere in braccio una piccola indemoniata di sei mesi e poco più di sei chili facendo vibrare qualche pupazzo dotato di sonaglino.
E che non vede l'ora di fare la stessa cosa ancora per qualche mese, senza troppo pensare al futuro.
Perchè il futuro ce l'ha già tra le mani.
Confesso di non aver mai giocato ad Angry Birds, fenomeno videoludico "portatile" degli ultimi anni, e di non essermi mai interessato ad esso ed al circo di marketing costruito successo dopo successo tra pupazzi, borse, gadgets vari e via discorrendo: quando, qualche mese fa, il film ispirato proprio a questo stesso fenomeno giunse in sala in Italia, lo liquidai in fretta e furia senza preoccuparmi troppo, pensando che, al massimo, sarebbe tornato utile come recupero estivo o visione da accompagnare ad una delle ormai immancabili sessioni di gioco con il Fordino nei pomeriggi in cui sono di riposo dal lavoro.
E così, a conti fatti, è stato.
Quello che non mi sarei mai aspettato, però, pur ammettendo il valore prettamente commerciale dell'operazione, ad uso e consumo delle invasioni di sala del weekend di giovani e famiglie, grandi e piccini, era di passare un pomeriggio tutto sommato piacevole scoprendo, tra una citazione - bellissime quelle di Shining e Kevin Bacon - ed una battuta, il mondo di Red e soci, volatili incapaci di prendere quota alle prese con la gestione della rabbia ed un'invasione maialesca che porta in dono richiami anche profondi - il furto delle uova potrebbe assumere davvero molteplici sfumature -.
Come mi era capitato di leggere in giro, molto meglio la prima parte - quella, di fatto, più incentrata sulla connotazione dei personaggi principali e sul contrasto tra l'ordine costituito e la tranquillità, almeno apparente, ed il caos rappresentato dal main charachter e dalla sua instabilità - della seconda - al pieno servizio dei richiami al 3D, allo stesso videogioco ispiratore ed alle sue modalità "di lancio" ed alla risoluzione come i film "di famiglia" richiedono -, ma tutto sommato il lavoro di Kaytis e Reilly risulta innocuo e gradevole, niente di più e niente di meno da quanto ci si aspetterebbe da un prodotto d'animazione mainstream pensato per non scontentare nessuno, in una misura o nell'altra.
Probabilmente se si fosse osato maggiormente, Red e soci sarebbero divenuti una sorta di gruppo cult dell'animazione "dissacrante", ma anche così come sono funzionano finendo per divertire il pubblico più piccolo ed indirizzato al divertimento vero e proprio - il Fordino, dalla pronuncia di Angry birds alle domande a proposito del rapporto tra uccelli e maiali, che detta così pare quasi un porno - e non annoiare noi vegliardi dalle aspettative basse.
E dal già mitico Terence alla leggendaria Aquila, passando per gli scatti d'ira di Red - cultissima la sequenza della demolizione del cartello indicatore all'esterno del centro in cui si tiene il corso per il controllo della rabbia stessa -, una colonna sonora azzeccata ed una rivincita dell'outsider che da queste parti fa sempre bene, pur non strabiliando il film ottiene per quanto mi riguarda un risultato ben più convincente del previsto, risultando più gradevole di tanti esperimenti dalle ambizioni troppo alte o dalla qualità davvero troppo bassa che spesso e volentieri arrivano in sala sospinti da un hype decisamente maggiore di quello che era possibile coltivare rispetto ad una proposta come questa.
Dunque, dovesse capitarvi, gustatevelo senza troppi pregiudizi e pretese: al massimo, il peggio che potrà venirne sarà evitare la frittata per qualche tempo.
Qualche sera fa eravamo a tavola, con AleLeo accanto a me pronto a
commentare e tempestarci di domande a proposito della serie televisiva
del momento - per la precisione, House of cards - e Rebecca nella sua sdraietta con vibrazione e musica di
accompagnamento, quando, pronta a chiedere anche lei di mangiare, la più
piccola di casa Ford ha fatto sentire la sua voce.
Neppure il tempo
per Julez di prepararsi a prenderla che il Fordino, sceso dalla sedia,
si è avvicinato accarezzandola e sussurandole a voce bassa: "Non
piangere, Rebecca: ci sono io".
Se non fosse che parliamo di
un bimbo di poco più di tre anni con una spiccata passione per gli
animali, avrei quasi potuto dire che il mio piccoletto potrebbe essere
già pronto per fare il genitore.
Ad ogni modo, quello che
posso dire è che il primo mese e mezzo con due figli, nonostante il
raddoppio degli impegni e della stanchezza, non ha fatto che alimentare
la voglia, un giorno, di considerare l'idea di un terzo, resa ancora più
forte dalle dimostrazioni d'affetto per la sorella e di "maturità" che
il Fordino sta regalando ai suoi vecchi quasi ogni giorno, un pò come quando,
con la varicella, ha resistito diligentemente dall'avvicinarsi a lei e
toccarla per una settimana, fino alle domande rispetto a quando verrà
finalmente il momento in cui potrà giocare con Rebecca - è curiosa la
percezione del tempo per i bambini, considerato che un anno, ai loro
occhi, appare quasi come dieci ai nostri, a quell'età -.
Dal canto suo la
Fordina, che come il fratello è bravissima e dorme il giusto
risparmiandoci le notti in bianco di molti genitori, comincia a
spalancare occhioni che sembrano tra l'azzurro ed il grigio, e che al
momento paiono decisamente più chiari di quelli di AleLeo, a guardare il
mondo, a tentare di lanciarsi neanche fosse una base jumper
all'indietro quando la si tiene appoggiata alla spalla in posizione
quasi eretta: adora le attenzioni e godersela tra le braccia di
qualcuno, e vederla stretta alla mamma illumina entrambe anche più di
quanto ricordassi rispetto ai primi mesi del Fordino.
Senza
dubbio verranno tempi più difficili di questi, e a volte corro con il pensiero a
quando entrambi attraverseranno l'adolescenza, e toccherà fare i conti
da esterni con quello che ad ognuno di noi pare come un
travaglio unico che nessuno è in grado di comprendere, eppure quello che respiro e
sento quando sono accanto a loro da una dimensione a tutto, me compreso,
e mi fa sperare che il legame profondo che stiamo costruendo ora, anche
se non ricorderanno quasi nulla in termini di memoria, possa formare
una sorta di imprinting quasi animale che, per tutta la vita, sussurri a bassa voce ad
entrambi che, in ogni momento, e fino a quando avremo la forza di
goderci questa vita, "ci saremo noi".
Proprio come Ale ha sussurrato a Rebecca.
Proprio quello che voglio che sappiano, e sentano, ogni giorno rispetto a me.
Ora,
che si aggrappano alle mie braccia come se non ci fosse nessun posto
più sicuro al mondo così come quando penseranno di non averne bisogno.
La trama (con parole mie): la vita di tutti i giorni di Po e dei Cinque Cicloni è ormai da tempo rodata, scandita dai combattimenti contro i cattivi di turno e le grandi mangiate.
Quando il Maestro Shifu decide di ritirarsi per studiare il "chi" lasciando a Po l'incombenza dell'insegnamento, le cose per il Guerriero Dragone si complicano: messo all'angolo dal nuovo ruolo, Po non sa che in realtà le sue difficoltà sono soltanto all'inizio.
Dal mondo degli spiriti, infatti, un antico bufalo guerriero compagno d'armi del Maestro Oogway, Kai, pare deciso a fare ritorno nel mondo materiale proprio dopo aver conquistato il "chi" di tutti i più grandi combattenti di kung fu: Po, ignaro della minaccia, affronta nel frattempo se stesso ed il suo passato quando il suo padre biologico compare al ristorante di quello adottivo rivelando l'esistenza di un villaggio nascosto tra le montagne dove vive un'intera comunità di panda.
Riuscirà il Guerriero Dragone a fronteggiare cambiamenti e minacce trovando se stesso e la strada verso la piena maturazione del suo "chi"?
Comincio con l'ammettere che, a prescindere da quello che sarebbe stato il film, avrei avuto impressa indelebilmente nella memoria la giornata di domenica tredici marzo duemilasedici: per la prima volta, infatti, io e Julez abbiamo portato il Fordino in sala, lontano dal divano di casa, dai dvd e bluray ribaltati quotidianamente rispetto al rigoroso ordine alfabetico tenuto dal suo vecchio, dalla possibilità di fare fondamentalmente quello che si vuole anche durante la visione.
Per la prima volta, il più piccolo della tribù del Saloon ha avuto modo di fare esperienza della magia del grande schermo, delle luci spente e della sensazione di entrare in un mondo che ha segnato nel profondo la mia esistenza.
Il fatto che questo avvenimento sia avvenuto in concomitanza con l'uscita in sala di Kung Fu Panda 3 è poi stato un regalo del Destino: fin dai primi tempi in cui il Fordino si è approcciato ai cartoni animati, infatti, Po è stato il suo idolo indiscusso, e dai tempi delle sole imitazioni dei versi degli animali al "uatà" del nonno, passando per "Po, Pumma, Ghià" fino ad arrivare ad oggi, con le domande e le richieste di spiegazioni, o i momenti in cui, in piedi sulla poltrona del Cinema, contraddiceva la sua stessa ammissione di essere timido inneggiando a Po e guardandosi attorno, si può dire che qui in casa Ford si sia divenuti dei panda per adozione.
Personalmente, il rapporto con uno dei brand di maggior successo della Dreamworks è stato decisamente controverso: ricordo benissimo quando, con Julez, ai primi mesi della convivenza, andammo a vedere Kung Fu Panda, che adorammo nella quasi totalità della durata per giungere a detestarlo nel finale, lontano dalla filosofia di tolleranza ed accettazione del diverso espressa dall'intera pellicola, tanto quanto la sorpresa del secondo capitolo, più maturo e riuscito, incentrato ancora una volta su tematiche attuali e più adulte di quanto il morbido protagonista potesse far intendere all'apparenza.
Poi, con l'arrivo del Fordino ed il suo crescente amore per Po, le regole hanno finito per cambiare ancora: sinceramente, ho perso il conto delle puntate della serie "Mitiche avventure" che abbiamo visto, o delle visioni soprattutto del primo film, mentre ricordo i balli su Kung Fu Fighting o gli "Scadusch!" fatti insieme.
A questo terzo capitolo, le soluzioni possibili erano due: l'effettivo riconoscimento del valore di un franchise e di un personaggio unici, o la presa di coscienza dei limiti degli stessi in nome, ad ogni modo, dell'amore genitoriale.
Fortunatamente per il mio io cinefilo, Kung Fu Panda 3 si è rivelato non solo il migliore tra i film dedicati a Po e compagni, ma anche un ottimo prodotto per i piccoli quanto per i grandi: dall'attualissimo e geniale utilizzo dei due padri - forse l'idea socialmente più avanti di un brand socialmente avanti - alla splendida realizzazione in termini tecnici, dalla maturazione di Po - che richiama una volta ancora la figura di Oogway, un perfetto incrocio tra Yoda ed il Maestro Miyagi - alle sequenze di combattimento o al gusto grafico pressochè perfetto, tutto pare incastrato al posto giusto.
Il posto giusto, nello specifico, è stato ritrovare la dimensione migliore della mia vita nel momento in cui, a fronte della più classica difficoltà dell'eroe protagonista di un film d'animazione, con il Fordino accanto appoggiato con la testa sul mio braccio, ho visto il suo padre biologico richiamare il "chi" - l'energia interiore motore di molte arti marziali - affermando "essere padre" e quello adottivo ed effettivo "essere una famiglia", mentre guardavo Julez commuoversi e sentire nel profondo quella stessa energia scorrere attraverso tutti noi, grazie allo schermo, e grazie alla vita che deve avere ispirato chi sullo schermo ha portato una storia tanto semplice quanto magicamente profonda.
E prima che qualcuno cominci a girare attorno alla questione della paternità del sottoscritto rispetto alla valutazione di questo film, posso tranquillamente affermare che, proprio dai tempi di Karate Kid, non mi capitava di ammirare una pellicola che potesse mostrare con questa sensibilità l'aspetto divertente ed esaltante dell'avere un talento o una passione tanto quanto quello responsabile e saggio: il confronto tra Po e Kai, e l'incapacità di quest'ultimo di gestire - come era stato per Tai Lung - un così enorme potere, è una lezione splendida su quanto il più forte debba imparare ad essere quello che mantiene la voce più bassa proprio in virtù del potere che lo rende, per l'appunto, tale.
Gandhi che incontra i cartoni animati.
E soprattutto, che passa attraverso genitori e figli.
In questo senso, senza dubbio, Kung Fu Panda 3 è un film importante.
Perchè permette agli allievi di essere maestri, e ai maestri di essere allievi.
Quello che, e in questo caso potrò essere incolpato di fare appello alla mia doppia condizione di figlio e padre, ho la fortuna di provare tutti i giorni.
MrFord
"It's not time to make a change, just sit down, take it slowly. you're still young, that's your fault, there's so much you have to go through. Find a girl, settle down, if you want you can marry. Look at me, I am old, but I'm happy." Cat Stevens - "Father and son" -
In un certo senso, questo è il primo Natale da grande del Fordino.
A volte è strano, guardarlo crescere così tanto in così poco tempo: passare dal bambinese alle correzioni che lui fa a noi quando ricordiamo il "potottio", o i "dule", ascoltarlo mentre dice che insegnerà alla sorellina a camminare, giocare con gli animali, mangiare e via discorrendo, a voler essere partecipe del cibo dato ai gatti o delle serie tv guardate durante i pasti.
E' il primo Natale con una Lettera al mito di quel Babbo Natale che, di fatto, giustifica i piccoli miracoli quotidiani come i pugni che spesso e volentieri rifilo all'Uomo Nero e a Pinocchio - suoi spauracchi - per scongiurare i timori del momento, con il lettino senza sponda, senza pannolino, come alunno dell'asilo, come così tante cose che neppure riesco a ricordare, e ringrazio il taccuino che un pezzo alla volta, per ogni suo compleanno, sto compilando con il progetto di regalarlo per la maggiore età - sempre che, per allora, possa capire il gesto -.
Ed è anche l'ultimo Natale come figlio unico.
A questo punto mi rivolgo direttamente a te, figliolo: per quanto faticoso e complicato potrà essere, a volte, nel corso della vita, avere un fratello o una sorella è qualcosa di unico, che si può paragonare soltanto al rapporto - buono o cattivo che sia - con i propri genitori o con i propri figli.
Non mollare, con lei.
Perchè il vostro legame sarà qualcosa che, se coltivato con il sudore, vi garantirà sempre la presenza di qualcuno pronto a capirvi più di ogni altro, perchè parte di voi anche se vivo e dotato di una propria indipendenza, di carattere, di una storia che potrebbe essere completamente diversa dalla vostra.
Ma non voglio apparire troppo melenso o pesante.
In fondo, oggi ce la godiamo.
Già ti vedo intento a sfogliare le pagine del grande libro degli animali che hai chiesto per mesi insieme a quello dei dinosauri, e che già so di essere destinato a leggerti e rileggerti a colazione e tornati dall'asilo, seduti sul divano prima del riposino, almeno un migliaio di volte, fino a quando ne imparerai a memoria le parole, come già succede con quelli che prendiamo ogni giorno, o pronto a far sfrecciare le macchinine sulla pista con il dinosauro pronto a mangiarle, o a giocare con il "serpente verde con la bocca aperta" che hai visto quella volta in giro con la mamma e la nonna.
Ed è proprio in quello, così come in ogni movimento di tua sorella nella pancia che continua a crescere della mamma, che stanno i miei regali.
Quando sarete più grandi, potrò raccontarvi che razza di stronzo di prima categoria è vostro padre, e di quanto voi due siete stati capaci di cambiare regole che non avrei mai pensato sarebbero cambiate, ancor più di quanto possa essere capitato con vostra madre prima di voi.
Del resto, il superamento dei limiti è una delle meraviglie dell'essere genitori: la cosa più bella che si possa mai provare, quella più difficile, che ci rende più orgogliosi, più vulnerabili, più stanchi e più energici di quanto non ci si potrebbe aspettare.
Quasi più della propria vita.
E detto da un pirata egoista come me, è praticamente un miracolo.
Ma non è questo, l'importante, oggi.
L'importante è essere tutti insieme, e godercela quanto più possibile.
E' iniziato tutto con Little Miss Sunshine, nel pieno dell'estate del duemiladodici.
O, più correttamente, si potrebbe dire quel giorno della primavera del duemilasei in cui io e Julez ci siamo presentati tra gli scaffali del negozio.
Probabilmente, allora, nessuno dei due avrebbe potuto immaginare il viaggio che avremmo intrapreso, e che come tutti i viaggi avrebbe portato grandi gioie ma anche fatica, sudore e lacrime.
Siamo volati da una parte e dall'altra del mondo, abbiamo scoperto la fatica di crescere e di farlo accanto a qualcuno - l'amore, del resto, è sempre "guns and roses" - e condiviso una delle gioie più grandi che si possono provare nella vita, la nascita del Fordino.
Proprio AleLeo, il ventotto maggio del duemilaquattordici, quando quella che avrebbe dovuto essere la nostra piccola Agnese non ce l'ha fatta, è stata l'ancora che ci ha mantenuti saldi, e fatto forza di fronte allo sconforto di aver perso una parte di noi, per quanto piccola ancora fosse.
Personalmente, ho sempre amato le storie di riscatto: da peccatore fatto e finito, non potrei non farlo, del resto.
Perchè anche chi non segue sempre la strada maestra, come il sottoscritto, in fondo finisce per trovare la sua dimensione proprio quando l'amore finisce per disarmarlo: da egoista professionista e scorpione tutto istinto predatorio rimango stupito ogni volta che al più piccolo di casa Ford basta un'occhiata o un "papà" per chiedermi e farmi fare tutto quello che vuole, lasciargli tutto me stesso e perdermi nei suoi occhi così diversi e così simili ai miei.
Dunque, alle spalle un momento così terribile come fu quello di assaporare il dolore di perdere un bambino - e non mi immagino neppure cosa possa significare per i genitori cui è capitato con i figli già cresciuti, e preferirei morire piuttosto che scoprirlo -, nonostante tutte le stronzate che ho fatto nella mia vita, mi sono sentito in credito rispetto ad un Destino che ci aveva tolto qualcosa che non solo abbiamo sempre voluto, ma che già amavamo, e che avrebbe amato anche il Fordino.
Il bello delle storie di riscatto, però, è che il rancore lascia presto spazio alla voglia di rialzarsi e ricominciare a tentare, a cadere, a sbattere la testa così tante volte da riuscire, prima o poi, ad abbattere il muro che ci separa dai nostri desideri.
E come il più stoico dei Rocky, tutti noi Ford ci siamo rimboccati le maniche ed abbiamo fatto quello che ci riesce meglio, farci il culo e vivere, vivere il più possibile affinchè un giorno così bello come quello della nascita di Ale ed uno così brutto come quello della perdita di Agnese avessero ancora più significato, e più senso.
E qui torniamo a Little Miss Sunshine, che è uno dei film del cuore mio e di Julez.
Tre anni fa, chiusi il post dedicato alle avventure della disfunzionale, mitica famiglia Hoover in questo modo:
"Olive che, con passo incerto, scende una collinetta per "andare a
parlare" al fratello "muto" così da consolarlo dal trauma di una
scoperta che lo porterà lontano dal suo sogno.
Olive che non dice nulla, e lo abbraccia soltanto.
E non c'è bisogno di più.
Perchè chiunque fosse stato seduto al posto di Dwayne non avrebbe avuto possibilità di rispondere altro se non "va bene".
Olive che balla. E non sarà mai sola.
Non dico nulla, perchè non ce n'è bisogno.
Basta lasciarsi travolgere da ogni singolo momento di questa piccola meraviglia.
E rimanere a bocca aperta, e sognare, con tutte le imperfezioni
possibili, che un giorno la propria famiglia possa stare su un palco
allo stesso modo degli Hoover.
E se mi immagino arrabbiato, spesso e volentieri ubriaco, guardingo e
selvaggio come allora, seduto sul ciglio di una strada, so che non avrei
armi sentendo avvicinarsi Olive, con il suo braccio attorno alla mia
spalla e la testa appena appoggiata.
E so anche cosa le direi.
Va bene, Olive. Sono pronto a diventare padre."
E lo sono ancora.
E anche se non so se sarai maschio o femmina - poco importa, purchè tutto vada bene -, so già che se AleLeo avrà bisogno di te, scenderai da quella collina.
E se tu avrai bisogno di lui, sarà un fratello maggiore fantastico, con quei suoi occhi così neri e profondi e quella dolcezza che riesce a rendere anche un vecchio predatore un animale perfettamente addomesticato.
E ci saremo noi.
Fino all'ultimo dei nostri giorni.
Strambi come gli Hoover, e sempre pronti a rialzarci.
E non vedo già l'ora di averti in braccio, e ricominciare questa meravigliosa avventura in un modo ancora diverso.
La trama (con parole mie): considerata la passione e la sterminata videoteca del suo vecchio, il Fordino sta cominciando a sviluppare le prime preferenze in termini di visioni, avendo preso di fatto possesso della sezione "animazione" che ora non conosce più, purtroppo, il religioso ordine alfabetico che aveva sempre avuto, ignorando per il momento - e per fortuna mia e delle custodie dei dvd e bluray - tutto il resto.
Considerate, dunque, la sua crescita, le domande e le spiegazioni che comincia a richiedere nel corso della visione, ho pensato di dedicare un post ad una breve carrellata dei titoli più amati dal vero cuore di casa Ford.
MADAGASCAR
Le imprese di "Aless" e soci sono state uno dei primi must di AleLeo, con reiterate ed insistite visioni di tutti e tre i capitoli della saga, con particolare predilezione per l'ultimo, che personalmente non mi colpì ai tempi dell'uscita ed ho rivalutato forse preso dall'entusiasmo del Fordino, che regala le sue perle migliori imitando le evoluzioni da circo dei protagonisti ogni volta che parte Firework di Katy Perry.
KUNG FU PANDA
Probabilmente la prima figura cinematografica di riferimento della vita del Fordino, che ora comincia a concretizzare l'idea del "Uattà!" grazie alle movenze del nonno materno ed alle sessioni di lotta sul letto con il sottoscritto: Po - che è diventato una sorta di archetipo per tutti i panda - e le sue avventure rimarranno probabilmente impresse nella memoria più pronfonda di AleLeo, che non vedo l'ora di poter portare - magari in sala, chissà - a vedere il terzo capitolo della saga, previsto per la prossima primavera.
MONSTERS AND CO
Sully e Mike Wasowsky, eroi della doppietta Pixar legata alle avventure nel mondo dei mostri, sono da sempre anche tra i miei preferiti - del resto, il primo film è un vero Capolavoro dell'animazione e non solo - e sapere che AleLeo li adori - pur se in misura minore rispetto a Po e Alex il leone - mi riempie di gioia: durante le vacanze, quando una delle più care amiche di Julez ha portato in dono il pupazzo di Sully, il Fordino non ci si è staccato per giorni, al punto dal disperarsi per non poterlo portare anche in spiaggia, ed ora lo stesso fa bella mostra di sè in cameretta proprio accanto a Po, suo idolo supremo.
La cosa più bella, però, è che nel caso di Monsters&Co l'età lo porterà ad apprezzarlo anche più di quanto non capiti ora.
ORTONE E IL MONDO DEI CHI
Sottovalutata e piacevolissima, la pellicola che narra le gesta di Ortone, ispirata da uno dei libri del Dr. Seuss, è per la verità una delle hit meno hit della top ten del Fordino, spinta principalmente dalla natura di elefante del protagonista che, però, in media difficilmente supera il quarto d'ora di visione.
Per ora, dunque, si è visto tantissimo l'inizio del film, e praticamente mai la fine.
Chissà, però, che il trend non subisca un'inversione nei prossimi mesi.
I PINGUINI DI MADAGASCAR
I "Lilli" - pinguini, NdT - sono un'altra specie che riscuote una discreta simpatia da queste parti, nonostante le preferenze di AleLeo siano tutte per animali decisamente più predatori o temibili - coccodrilli, squali, leoni, ippopotami e via discorrendo -: probabilmente tutto nasce dal fatto che i quattro terribili "carini e coccolosi" sono, di fatto, il pepe di Madagascar e che nel corso di questo spin off incrocino il loro cammino con una piovra ed una squadra formata, tra gli altri, da un lupo e un orso, ma poco cambia ai fini del risultato.
Una cosa curiosa, comunque, a proposito di questo film va riscontrata: è forse l'unico che il Fordino riesce a seguire quasi per intero, a scapito di proposte decisamente più "autoriali".
IL RE LEONE
Uno dei Classici Disney meglio riusciti dell'ultimo trentennio, e forse di sempre, ha scalato i vertici delle classifiche di visioni principalmente per la natura felina del suo protagonista, la ricchezza di specie animali e le parti musicali, in particolare "Voglio diventar presto un re", che riscuotono gran successo e scatenano balli scoordinati ai quali sono costretto a partecipare nella savana tra divano e televisore.
Anche questo, come Monsters&Co., sarà sicuramente più apprezzato ed approfondito con il passare degli anni, in barba al fatto che i film d'animazione siano considerati troppo spesso "bambineschi".
IL LIBRO DELLA GIUNGLA
Altro classico intramontabile che da bambino, insieme a Robin Hood e La spada nella roccia, devo aver visto almeno un paio di milioni di volte: perfette le musiche - Lo stretto indispensabile era già una delle canzoni della nanna di Ale quando ancora non sapeva camminare -, indimenticabili i personaggi, ambientazione che rientra perfettamente negli standard del Fordino ed ultimamente un vero e proprio amore per la sequenza della parata degli elefanti, che ho mandato avanti e indietro - ed ovviamente ballato, per fortuna del sottoscritto senza essere ripreso da nessuno - sul dvd decine di volte. Chicche del periodo più bello della vita di ognuno di noi, che prima dimentichiamo, e poi, grazie ai figli, torniamo a sentire sulla pelle.
La trama (con parole mie): la scorsa settimana, come già preannunciato con un post dedicato, casa Ford si è trasferita per qualche giorno in terra catalana, a Barcellona, a dispetto della squadra di calcio la città forse più amata dal sottoscritto, e che, al quarto giro di giostra, si è confermata come il luogo che sento maggiormente come casa a parte casa mia nel mondo.
In realtà, la cosa più importante è stata il fatto che si trattasse del primo viaggio - in aereo e fuori dall'Italia - del Fordino, che ha regalato una perla dietro l'altra ed ha vissuto con lo spirito del viaggiatore consumato un'esperienza che spero, con Julez, di ricordargli quando sarà più grande.
Ho cominciato a pensare ai futuri viaggi del Fordino ancora prima che nascesse.
Da amante dell'esperienza e della vita, e da persona che ha costruito parte delle stesse grazie alle vicissitudini - positive e negative - accumulate anno dopo anno proprio "on the road", ho sempre sperato che il più piccolo del Saloon potesse avere la possibilità di cominciare ad assaporare questo tipo di sensazione prima di quanto abbia potuto farlo io, in modo da avere una base sulla quale lavorare una volta cresciuto.
Questo suo primo viaggio all'estero, in una città che da queste parti ha avuto un enorme significato - e ce l'ha ancora - è stato una conferma fin dall'inizio, regalando perle a profusione e ricordi che spero rimarranno anche grazie a queste righe: dal più che agitato passeggero del volo d'andata in grado di mettere in agitazione la signora Ford - a metà tra il terrorista cristiano fondamentalista con tanto di libro nero dei regimi islamici ed il trafficante di droga decisamente poco in grado di passare inosservato - all'ottima reazione - tra l'entusiasmo e la nanna pronta a vincere la nausea da saliscendi dell'aereo - del Fordino alla sua prima esperienza di volo - e maledetta Vueling che non emette il certificato di primo viaggio aereo per i bimbi -, i pochi giorni in terra catalana sono stati davvero una miniera di momenti cult.
Il primo che mi torna in mente, archiviate le consuete differenze rispetto al cantiere della Sagrada Familia - in costante evoluzione dalla mia prima visita nel duemilasei - e dell'Hospital Sant Pau, che ai tempi esplorai come fosse un cortile aperto e scoprii che si trattava di una perla sostanzialmente sconosciuta al più dei visitatori della città, come l'anno seguente con Julez, trovai chiuso per lavori nel duemiladodici e riaperto - a pagamento - quest'anno, è l'incrocio dei Ford con Ian Somerhalder tra casa Battlo e la Pedrera, sul quale si è ricamato nel corso di tutta la vacanza.
Personalmente, quello che posso dire - a parte lo spropositato quantitativo di vestiti presumibilmente acquistati dalla da poco sua signora - è che il buon Ian ha due occhi ai quali il piccolo schermo non rende giustizia, e che è decisamente bassino - soprattutto per gli standard della mia metà, che non manca di ricordare al sottoscritto una certa mancanza dal punto di vista dell'altezza -.
Ma il vero protagonista del viaggio, ovviamente, star di Hollywood e monumenti di Barcellona a parte, è stato indiscutibilmente il Fordino; con il secondo giorno, spazio dunque totalmente a lui ed alla volontà della vigilia di portarlo allo splendido zoo di Barcellona, con la promessa di vedere "tanti lali" - tanti animali, N. D. T. -: passata una crisi di fame a cavallo della colazione, l'esperienza nello stesso zoo è stata assolutamente mitica.
Abbiamo avuto conferma - come da indagini prima effettuate prima della partenza - che i più attesi erano il gorilla - che ancora oggi esalta AleLeo al solo nominarlo -, il "potottio" - ippopotamo -, visto nella versione "danne" - grande - e "pittio" - piccolo -, l'elefante, il rinoceronte, i delfini - lo show del delfinario ha regalato, a parte le due cacche pulite sugli spalti una dietro l'altra, esaltazione massima al più piccolo dei Ford -, i pinguini e, a sorpresa, i fenicotteri - ribattezzati "tototti" -.
Abbiamo anche scoperto sulla pelle cosa significhi un viaggio con un bimbo piccolo, ovvero tanta meraviglia ma altrettanta fatica - mentale e fisica -, abbiamo visto il Fordino emozionarsi a cavallo di un pony, per la scoperta del Calippo al lime - ribattezzato "il gelato del gorilla" -, spaventarsi per i pavoni liberi in tutto lo zoo, sfruttati come spauracchio per ogni capriccio - al monito "chiamo il pavone" ogni intemperanza è domata anche ad una settimana di distanza - ridere come se non ci fosse un domani al parco inseguendo le bolle fatte da una ragazza tra le tante che, a Barca, si ritrovano ad intrattenere ed esercitarsi con i turisti per la strada, scoprire una realtà diversa dalla sua in termini di orari e "scomodità".
In tutto questo, abbiamo fatto esperienza di alcuni angoli di Barcellona che, da turisti, non avevamo mai affrontato - la seggiovia di Montjuic, lo Stadio Olimpico -, sdoganato il primo bagno alla Barceloneta - acqua ghiacciata, ma decisamente pulita per una grande città -, girato come matti per ritrovare un ristorante thai che scoprimmo tre anni or sono per poi finire con il sottoscritto a beneficiare di una cena doppia a causa degli "scarti" del Fordino e Julez, percorso le strade di una città alla quale devo tantissimo così come non avrei mai pensato, quella prima volta nell'estate del duemilasei, avrei mai percorso.
Con la mia Famiglia accanto.
E, devo ammetterlo, così come vivere, viaggiare con il proprio figlio - o figli - diventa come viaggiare il doppio: in termini di fatica, ma soprattutto per emozione e meraviglia.
Ed osservare la curiosità e la voglia di comunicare di AleLeo - che non ha perso occasione di cercare di spiegare cosa stava guardando e sperimentando anche ai bambini stranieri che passavano accanto a lui allo zoo - è qualcosa che andrà oltre a qualsiasi capriccio, fatica, chilometro con una dinamo quasi inesauribile per mano o sulle spalle, pronta a chiedere qualcosa in più anche quando pare di non avere energie per poter compiere un solo passo.
Ed andare avanti ancora, ed ancora.
Insieme.
La trama (con parole mie): a partire da questa mattina e per qualche giorno, casa Ford ed il Saloon tornano in qualche modo a casa, a Barcellona, la città che è stata la cornice del primo viaggio con Julez all'inizio della nostra storia nonchè la favorita in assoluto del sottoscritto, che per la quarta volta tornerà a calcare quelle strade così ricche di colori e di vita.
Ma non è la mia parte della barricata, a dover festeggiare.
Il Fordino, infatti, conoscerà proprio in quest'occasione l'ebbrezza del viaggio, in aereo o non solo.
E sarà un'avventura, senza dubbio, anche per noi.
Quando, nella primavera del duemiladodici, con Julez tornammo a Barcellona, non avremmo probabilmente scommesso nulla rispetto a tutto ciò che ci avrebbe travolto di lì a pochi mesi: l'arrivo del Fordino, ed il percorso compiuto per arrivare a lui, ha finito per cambiare completamente la geografia di questi primi anni di vacanze in tre, subordinati a vicissitudini lavorative, neonatali ed anche solo casuali.
Da tempo, però, si accarezzava in casa Ford l'idea di far provare al più piccolo del Saloon l'ebbrezza del volo, e la prima esperienza oltre confine: in fondo, se penso che per me è avvenuta a quasi quindici anni - ottobre novantaquattro, New York e Philadelphia, una paura incredibile di prendere quota -, è sicuramente un passo in avanti, come è giusto che sia.
Nessun luogo al mondo, in questo senso - neppure la nostra tanto amata Australia -, poteva essere più adatto di Barcellona: una città che dal primo istante in cui vi misi piede, ormai quasi dieci anni fa, in un viaggio in solitaria che resta uno dei più importanti della mia vita, mi fece sentire più a casa di quanto mi sia mai sentito a Milano, e proprio ai piedi della Sagrada Familia - che resta il centro nevralgico della zona che preferisco della città catalana, e che ad ogni ritorno tra le sue strade vince la concorrenza delle Ramblas, del mare e di qualsiasi altro angolo più turistico si possa pensare di trovare - permette al sottoscritto non solo di cavalcare i ricordi, ma anche di guardare al futuro.
Ma nonostante tutto, il fulcro della preparazione a questo viaggio è stato, ovviamente, il Fordino, che già attende la Catalunia per il mare e per lo splendido zoo di Barcellona, con "tanti animali", dall'elefante "danne" - grande, N. D. T. - al "pototto" - ippopotamo, sempre N. D. T. -, passando per il gorilla e tutte le scimmie: l'entusiasmo nei suoi occhi all'idea di qualcosa che neppure sa bene cosa sia è il motore per mille vite, vissute con tutta la passione possibile.
Ai tempi in cui percorsi quelle strade da solo, se mi avessero detto che neppure dieci anni dopo sarei tornato lì con la mia famiglia, non ci avrei creduto, in preda a storie di una notte e sbronze un giorno sì e l'altro pure: eppure il bello è proprio questo.
E per le strade di Barcellona ho sempre la sensazione di poter salutare le ferite - da Agnese a Emiliano, in quest'ultimo anno non sono mancate - e guardare al futuro accarezzando la speranza, tra qualche anno, di poter tornare di fronte alla Sagrada con il Fordino un pò più grande e consapevole ed un altro, o altra piccola abitante del Saloon.
Nel frattempo, mi godo questo momento come se fossi tornato io, dopo essere stato fino all'altro capo del mondo, a dover prendere un aereo, guardare il mare ed animali esotici per la prima volta nella mia vita.
La trama (con parole mie): nel corso dei festeggiamenti per i cinque anni del Saloon avevo previsto di riprendere il più presto possibile a raccontare le gesta del Fordino, cuore pulsante ed uragano della vita mia e di Julez. Con la crescita, l'esperienza del nido ed il traguardo dei due anni superato, iniziano i primi confronti con il vocabolario di neologismi che solo i bambini sfoggiano e con il ritmo delle canzoni, non più solo ascoltate ma anche inesorabilmente vissute.
Nel corso della mia vita, anche nei periodi più oscuri e selvaggi, non ho mai dubitato a proposito del desiderio, un giorno, di confrontarmi con la paternità, e godermi tutte le fatiche e le gioie che la stessa comporta: non mi sarei mai aspettato, però, che quest'esperienza sarebbe stata così intensa e meravigliosa, e che alcune situazioni apparentemente semplici come vedere tuo figlio mangiare con gusto e ormai in totale autonomia o anche una risata esplosa per un gesto, un verso, un'improvvisazione domestica sarebbero arrivate quasi a commuovermi con la loro bellezza.
Eppure, mi scopro ad imparare più che ad insegnare ogni giorno, e dalle andate e ritorni dal nido in bicicletta - in Fordinese, "Zizizizittà" - con lui sul seggiolino davanti a me che indica il verde ed il rosso del semaforo, o alza le mani sfoderando un grido ad ogni discesa - e ci sta tutto - o salita - e ci sta un pò meno, soprattutto per il suo vecchio che pedala - alla lotta sul tappeto, per finire ai primi tentativi di ripetere e proporre frasi intere - ovviamente sempre nella versione riarrangiata nel misterioso linguaggio dei piccoli - o partecipare all'esecuzione delle canzoni che gli cantiamo per intrattenerlo: e per quanto, non vissuto e soltanto letto, possa apparire come una cosa davvero da poco, sentirlo replicare a "Nella vecchia fattoria" con "iaiaò" oppure, ancora meglio, a "Misteriosa la sua identità, è un segreto che nessuno sa, chi nasconde quella maschera" con "Ghiia!" - traduzione di tigre - culminando al terzo bridge con il ruggito, o guardarlo imitare il suo idolo Po con pseudo mosse di Kung Fu a suon di "Uata!" è davvero qualcosa che va e andrà sempre oltre qualsiasi film io possa aver visto o potrò mai vedere e riproporre su queste pagine.
E se ore di sonno vengono sacrificate, tempo da dedicare alla coppia o alle proprie passioni finisce per essere drasticamente ridotto, gli incastri e gli impegni organizzati tra mille difficoltà, mi basta guardarlo, sentirlo chiamare, o ascoltarlo all'altro capo del telefono mentre quasi sussurra "Ciao papà!" e tutto scompare: del resto, per un amante della vita come il sottoscritto, avere la possibilità di crescere - come Maestro e come Allievo - accanto al Fordino è come avere occasione di raddoppiare le emozioni e la vita stessa.
Come quando i neologismi diventano sinonimo di un amore più profondo e genuino di quanto, con la crescita, si potrà mai avere esperienza: AleLeo che abbraccia contemporaneamente me e Julez e conia il già cult "Pamma".
In tutto questo, è bello anche solo immaginare i sentimenti legati a momenti in cui, purtroppo, non posso essere presente, dalle ore passate con i compagni e le maestre al nido - e mi pare di capire che la sua preferita sia la più giovane e carina delle stesse, ottimo segno di una prosecuzione della tradizione di famiglia - a quelli in piscina del sabato, che purtroppo finisce per potersi godere solo Julez: un paio di settimane fa, superati i primi timori di interagire con una nuova classe composta da bambini più grandi di lui e prese le misure della vasca, ha vinto due gare su tre della famosa disciplina olimpionica "prendete il giochino dall'altra parte della piscina e riportatelo indietro".
Probabilmente, se avessi assistito, avrei avuto il batticuore neanche fosse una gara per la medaglia d'oro dell'Olimpiade 2026.
E l'ho avuto anche nel momento in cui Julez mi ha raccontato l'episodio per telefono.
Il bello di poter vivere il doppio, e anche di più.
Grazie al Fordino, alla zizizizittà e a ghià.
Update post-Pasquetta: protagonisti di una gita meravigliosa sul Lago di Garda sponsorizzata dal mio amico Steve, ormai sempre più il Tango della nostra coppia di Tango e Cash, abbiamo affrontato un rientro allucinante dalle quattro del pomeriggio fino quasi alle undici di sera: il Fordino ha cantato e giocato con noi fino alle sette - lamentandosi poco e niente - prima di crollare con la promessa che, una volta sveglio, saremmo stati dalla nonna, poco prima di tornare a casa. Così ha fatto e così è stato.
Effetti speciali di un Capolavoro ineguagliabile.
La trama (con parole mie): e quasi senza che me ne accorgessi - palle, dato che ormai è praticamente un secondo lavoro pagato dalla passione - il Saloon giunge alla sua prima quasi cifra tonda. Il 26 marzo di cinque anni fa, infatti, nasceva WhiteRussian, partito come uno sfogo da post sbronza cinefila e divenuto una realtà sempre più grande anche per il sottoscritto.
Come di consueto, dunque, dedico una giornata ai brindisi ed ai festeggiamenti lasciando da parte la normale programmazione, e godendo dell'attimo, senza pensare troppo se riuscirò mai a tagliare il traguardo dei dieci.
Ormai mi sento quasi come uno di quei vecchi bevitori - o vecchi e basta - pronto a raccontare allo sfinimento la solita, altrettanto vecchia - ma non per questo meno affascinante - storia della notte del neonato ventisei marzo duemiladieci, quando, Jagermeister alla mano, al termine di una serata passata con un paio di vecchi amici, decisi di avventurarmi in quello che, ancora non lo sapevo, sarebbe diventato praticamente un diario di viaggio, film e vita: ai tempi ricordo di come si trattasse solo ed esclusivamente di uno sfogo, un angolo mio senza neppure immagini o dati rispetto ai film recensiti, senza valutazioni o etichette, e di quei primi tre mesi in cui non avevo neppure idea del fatto che sarebbe stato utile esplorare il resto della blogosfera per conoscere e farsi conoscere.
Ora le cose sono molto diverse, visite, lettori e commentatori fissi non mancano, contatti per iniziative anche, e con il tempo e grazie ad altri bloggers dediti alla settima arte ho avuto modo ed occasione di confrontarmi con film e serie tv che, chissà, se non fossi passato da queste parti non sarebbero mai arrivati sui miei schermi: in questi cinque anni ho avuto anche la fortuna di incontrare di persona alcuni degli altri viaggiatori della rete, di bere e mangiare insieme, e come nel caso del mio fratellino Dembo, anche stringere amicizie che spero mi accompagneranno fino alla vecchiaia - quella vera -.
Come di consueto, dunque, e dato che dovrei ringraziare ognuno di voi peccatori che passate quotidianamente o quasi al bancone per brindare con il sottoscritto, prendo ad esempio il mio sempre sgradito rivale Cannibal Kid, che con i suoi assurdi giudizi fornisce, di fatto, uno stimolo a continuare a percorrere questa strada, se non altro per regalarvi un parere critico più sensato, e Lazyfish, attuale top commentatrice.
Ma più di ogni altro non posso che ringraziare Julez - che oltre ad aver cominciato a scrivere qualche post, continua a sopportarmi giorno dopo giorno - ed il Fordino, che presto tornerò a raccontare in qualche post della serie "Unchained", pronto a crescere, imparare, stupire e soprattutto insegnare a me e alla signora Ford quanto meraviglioso possa essere vivere.
Soprattutto con lui.
E se ci penso, il desiderio di essere ancora qui tra una quindicina d'anni, alternando i miei post e le recensioni ai suoi, è così forte da farmi quasi esplodere il cuore nel petto: e se quella notte di cinque anni fa pensavo che tutto sarebbe finito senza particolare clamore, ora sono felice che la vita vissuta e la settima arte continuano a contraddirmi e a rincorrersi giorno dopo giorno, e film dopo film.
La trama (con parole mie): nella Valle della Pace, nel cuore dell'antica Cina, il panda Po, figlio adottivo di un'oca che gestisce un ristorante specializzato in spaghetti, sogna da sempre i Cinque Cicloni, grandi esperti di arti marziali, ed il Kung Fu, sua segreta passione.
Quando la minaccia della fuga dalla prigione del ribelle Tai Lung porta i due sommi maestri Shifu e Oogway a scegliere il Guerriero Dragone, salvatore della Valle e della Cina intera, Po si prodiga in tutti i modi per assistere alla cerimonia: peccato che, oltre a combinare un guaio dietro l'altro, l'impacciato e corpulento panda finisca per essere scelto da Oogway in persona proprio come Guerriero Dragone.
Osteggiato da Shifu e dai Cinque Cicloni, Po dovrà scoprire in quale modo fare proprio il Kung Fu ed il segreto della pergamena che lo renderà il combattente più forte della disciplina, oltre a trovare il modo di sconfiggere Tai Lung, animato come non mai da propositi di vendetta.
Prima di cominciare, volevo dedicare questo post ad Alessandro Leone, che due anni fa, alle ventitre e diciassette del diciassette gennaio, cambiava la vita di tutto il Saloon.
Come ho già detto, e come dice il buon, vecchio Rocky Balboa, "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Grazie, soldo di cacio.
Ricordo bene il periodo in cui uscì in sala Kung Fu Panda.
Era il pieno del duemilaotto, ed io e Julez, freschissimi di convivenza in un appartamento scombinato ma magico in pieno centro a Milano attraversavamo, forse, il momento migliore delle nostre vite sotto molti punti di vista: certo, se ora ci penso, ho l'impressione che non possa essere comparato neppure per sbaglio con l'arrivo del Fordino, e che sotto molti aspetti sia io che lei siamo molto più fighi ora di quanto non lo fossimo ai tempi, quando, di fatto, credevamo già di esserlo.
Ma questa è soltanto la cornice: ricordo che sfruttammo una delle allora numerose uscite serali per goderci questo film in sala a pochi passi da casa, in Piazza Cinque Giornate, e che, tutto sommato, ci divertimmo non poco a seguire il racconto zen di Po, corpulento ed impacciato panda ritrovatosi quasi per caso - che poi, per dirla come il Maestro Oogway, non esiste - nel ruolo di Guerriero Dragone a difendere la Valle in cui è cresciuto riscoprendosi, di fatto, talento assoluto nel Kung Fu, per quanto la via percorsa fosse a suo modo unica.
Almeno fino all'epilogo: la scelta, infatti, degli autori, di puntare sull'eliminazione definitiva del cattivo della pellicola, il ribelle Tai Lung - charachter, tra l'altro, molto profondo e sfaccettato, decisamente superiore a quelli, tagliati con l'accetta, dei Cinque Cicloni -, scatenò una furia di bottigliate sia in me che nella signora Ford, sconcertati da una svolta che, di fatto, contraddiceva quello che era lo spirito dell'intera pellicola.
Anni dopo, con aspettative bassissime dovute proprio a quello scellerato finale, approcciammo il secondo capitolo rimanendo, al contrario, colpiti in positivo dal cambio di regia e registro.
Ma questa è un'altra storia, che comunque non esclude la domanda che probabilmente qualcuno di voi si sarà fatto: se questo film fu una sorta di delusione, perchè dunque tornare a recensirlo a distanza di così tanto tempo?
Dovessi rispondere a livello di marketing, potrei scrivere che tutto è parte di una complessa operazione di sfruttamento dell'uscita del terzo capitolo delle avventure di Po - prevista per la seconda parte di questo duemilaquindici -, ma penso che neppure io ci crederei, se lo leggessi.
La realtà è che Po è uno dei personaggi preferiti del Fordino, che negli ultimi mesi, cominciando a crescere, ha finito per scoprire, oltre alla collezione di dvd e bluray del suo vecchio, il piacere dei cartoni animati, finendo per propinarci a rotazione proprio i due Kung Fu Panda, i tre Madagascar e Monsters and Co e University: dunque, avendo modo di rivedere per quel centinaio di volte questo film, è giunta inevitabile la voglia, se non altro per rivivere anche così il rapporto con mio figlio, di dedicare un post al lavoro di Osborne e Stevenson, doppiato non proprio degnamente dal pur simpatico - almeno per il sottoscritto - Fabio Volo - e non solo: i cartoni animati della serie trasmessi in tv sono curati sotto questo punto di vista decisamente meglio, Shifu in primis - ed in grado ancora oggi di fare la sua degnissima figura dal punto di vista dell'animazione e dell'ironia -.
Certo, il finale e lo scontro tra Po e Tai Lung ancora finiscono per starmi profondamente sul cazzo - ci sarebbe stata alla perfezione una chiusura in stile Karate Kid II, per intenderci -, eppure ho finito per rivalutare una pellicola che senza dubbio si pone tra le migliori della scuderia Dreamworks, complice un main charachter irresistibile, dalla sequenza splendida del pesco al progressivo approfondimento del rapporto con il suo Maestro, da principio conflittuale e dunque quasi simbiotico.
Certo, forse il mio rinnovato legame con questo film è in qualche modo viziato dall'entusiasmo che manifesta il Fordino ogni volta in cui finiamo per dargli il permesso di vederlo, dalle mosse che fa per imitare Po, come identifichi ogni panda, dai libri ai giocattoli, con lui, o la paura ed il rifugio che cerca tra le nostre braccia nel momento dell'evasione dalla prigione di Tai Lung.
Ma poco importa.
Come Oogway ricorda a Po, "Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono: per questo si chiama presente".
E non potrei essere più d'accordo con lui.
MrFord
"Everybody was Kung Fu Fighting
those kicks were fast as lightning
in fact, it was a little bit frightening
but they fought with expert timing."