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giovedì 18 agosto 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): ancora nel pieno dell'estate e del post-Ferragosto, in sala trovano spazio giusto un paio di titoli che, però, in un modo o nell'altro, potrebbero addirittura rivelarsi interessanti. In particolare, uno degli horror più chiacchierati dell'anno distribuito straordinariamente in tempi non biblici anche qui nella Terra dei cachi.
Purtroppo, a rendere nefasta anche questa settimana, resterà come sempre il co-conduttore della rubrica, Cannibal Kid, la vera strega cattiva della Blogosfera.

"Facciamo vedere a quei due tronchi di Cannibal e Ford come si balla!"
The Witch

"Cannibal, rassegnati: ormai anche i Kids si convertono alla fede del diabolico Ford!"
Cannibal dice: Con un ritardo nemmeno eccessivo rispetto alla potenza dell'Internet, ecco che arriva anche nei cinema italiani un horror inquietante, ben girato e con una giovane protagonista sensazionale, Anya Taylor-Joy. Per quanto mi riguarda non è il capolavoro assoluto spacciato da alcuni blogger, però una visione se la merita tutta e la mia recensione satanista si merita una lettura (http://www.pensiericannibali.com/2016/05/burn-vvitch.html). Quella dello stregone Ford anche no, grazie.
Ford dice: una delle produzioni horror più interessanti degli ultimi mesi giunge con un ritardo neppure eccessivo nelle sale italiane. Un miracolo o opera del Demonio? La risposta al botteghino: nel frattempo, potete sempre leggere la mia recensione -http://whiterussiancinema.blogspot.it/2016/05/the-vvitch-new-england-folktale.html -, che sottolinea il valore di questo film ma cerca di contenere l'entusiasmo che, per una volta, non ha fatto andare in pappa il cervello al mio antagonista. Anche perché non ci sarebbe stato più nulla da mandare in pappa.



New York Academy

"Sei proprio un figurino: mica come quella strega di Cannibal Kid!"

Cannibal dice: Nonostante abbia adorato Il cigno nero e la serie Flesh and Bone, il mondo della danza classica non è che mi entusiasmi molto. Sempre più del wrestling, per carità, però questa porcheruola a metà strada tra Saranno famosi e Step Up la lascio volentieri all'ex duro Ford che inaspettatamente negli ultimi tempi nelle robette sulla danza ci sguazza manco fosse Carla Fracci.
Ford dice: nonostante alcune tamarrate come Battle of the year mi abbiano divertito e sia rimasto ammirato da altre cose molto radical come Pina di Wenders, direi che la mia attitudine al ballo - protagonista o spettatore che sia - è la stessa che ha Cannibal per il wrestling.

Passo dunque volentieri, anche perché questi saranno i giorni dell'attesissimo Summerslam.


lunedì 8 agosto 2016

Saloon's Bullettin #4



Se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei riuscito a non trovare un film firmato Checco Zalone non vomitevole avrebbe rischiato le più prepotenti bottigliate immaginabili, e invece è successo: certo, venivo da otto giorni consecutivi di lavoro ed agognavo al riposo ed al coma irreversibile da pre-ferie, eppure Quo Vado?, titolo che alla sua uscita in sala ha sbriciolato ogni record d'incasso per quanto riguarda la Terra dei cachi, non mi ha fatto cacare quanto avrei previsto.
Principalmente, credo che il "merito" di questo "successo" sia legato al fatto che Zalone, per una volta, è riuscito a toccare un tema d'attualità - l'inferno dantesco della situazione lavorativa e l'importanza del famigerato "posto fisso" - senza finire a raccontarlo attraverso la volgarità di grana grossa tipica dei prodotti televisivi e non cinematografici.
Certo, la settima arte sta da tutt'altra parte, ma tutto sommato qualche risata ed un sottile senso d'appartenenza allo Stivale portano a casa la pagnotta (un bicchiere e mezzo).
Incredibilmente - considerati i miei standard esterofili - si resta dalle nostrane parti con La felicità è un sistema complesso, tentativo quasi indie che pare un ibrido tra Il capitale umano ed il Cinema sociale anni settanta, non completamente riuscito ed un pò troppo nebuloso a tratti, eppure capace di farsi voler bene con il passare dei minuti, quasi fosse un appuntamento che si crede non abbia speranza o partito in modo disastroso finito poi con una delle migliori scopate della propria vita.
Ora, sono ben lontano dall'esaltare il lavoro di Zanasi - che soffre di molti dei limiti offerti dal "troppo italiano", a partire da un livello recitativo molto basso -, ma una visione, a mio parere - considerato il rapporto non proprio idilliaco che ho avuto nel corso delle ultime stagioni con i prodotti made in Italy - ci potrebbe stare tutta, fosse anche solo per il moonwalk tra un lato e l'altro della banchina del treno alla stazione di Trento (due bicchieri e mezzo).
Non potevo poi, a seguito della sua scomparsa - che mi è costata un dolore profondo ed inaspettato legato ai tantissimi ricordi legati alla mitica figura -, non concedermi una serata in memoria di Bud Spencer, consacrata alla visione di uno dei miei titoli favoriti nella carriera dell'attore: uscito nel pieno degli anni ottanta e pronto a cavalcare l'onda del successo del brand di Rocky, Bomber, per quanto artigianale sotto tutti i punti di vista, risulta ancora oggi magico e divertentissimo - non avrei mai pensato di poter ridere ancora così tanto di fronte alle battute da Drive In di Jerry Calà -, con almeno un paio di sequenze cult legate al mito di Bud - il ballo alla tirolese condito dai ceffoni su tutte - e tutta quella pancia che manca al trash attuale.
Ne ho già parlato in occasione della giornata dedicata al leggendario attore, ma sono felice di aver lasciato un riferimento della visione anche qui.
Un cult intramontabile per i fan del fu Carlo Pedersoli, ma anche uno di quei prodotti di nicchia che andrebbero riscoperti e rivalutati dalle nuove generazioni. Mitico (un bicchiere e mezzo obiettivo, tre per il cuore e per Bud).
Sul fronte del piccolo schermo, invece, come ogni estate casa Ford si trasforma in una sorta di succursale del Grey-Sloane Memorial, considerata l'affezione che qui al Saloon si continua a nutrire - Julez in primis - per la creatura numero uno di Shonda Rhimes: Grey's Anatomy potrà essere ormai praticamente una soap mascherata da medical drama, il mio favorito Karev non più un bad guy, si patisce ad ogni secondo l'assenza di personaggi come Dottor Stranamore e Dottor Bollore, eppure ammetto che ogni ciclo scorre con grandissima scioltezza a colpi anche di tre o quattro episodi al giorno, e ad ogni anno, tra morti, abbandoni e storie d'amore, si finisce sempre per attendere il successivo giro di giostra: per quanto riguarda questo numero dodici, sono contento di non aver assistito a drammi particolarmente catastrofici o abbandoni da lacrime facili, nonostante non si sia, di fatto, concluso troppo.
Ormai il nucleo principale degli ex specializzandi - o almeno, quello che ne resta - è costituito da strutturati, e la seconda generazione non è ancora giunta a compiere il grande salto: quindi, direi quasi che si è trattato di una piacevole, comprensibile transizione (due bicchieri).
Il punto forte della settimana - anche se sicuramente, con la nuova struttura del blog, giungerò in ritardo clamoroso - è stato dato dalla conclusione della sesta stagione di Game of thrones, uno dei serial più chiacchierati, amati e discussi della blogosfera e non, divenuto il fenomeno di costume più importante in termini di numero di personaggi ed affezione agli stessi dai tempi di Lost.
Con quest'annata, finalmente, i tempi per i protagonisti della lotta per Westeros - in tutti i sensi - si stringono, abbandonando la noia diffusa della stagione precedente - forse la peggiore della serie - per pigiare sull'acceleratore bruciando, a volte, fin troppo le tappe: a fare la parte del leone, senza ombra di dubbio, l'episodio dedicato al gigante buono Hodor - uno dei più belli dei sei anni di programmazione -, il ritorno - SPOILER - del Mastino, ed una doppietta conclusiva giocata sullo scontro tra l'esercito del redivivo Jon Snow affiancato dalla sorellastra Sansa Stark ed il perfido Ramsay Bolton, per molti versi il charachter più odiato dai tempi di Joffrey, la partenza di Daeneris e delle sue armate alla volta di Westeros e la conquista del trono di Cersei, che guadagna qualche punto liberando gli schermi - SPOILER - dalla spiacevole presenza dell'Alto Passero.
Senza dubbio non perfetta ed assolutamente criticabile, la creatura nata dai romanzi di George Martin sta assumendo connotati sempre più epici, finendo per diventare una sorta di versione da piccolo schermo de Il signore degli anelli.
Speriamo che la qualità, per le prossime due stagioni - che dovrebbero essere le conclusive -, possa solo che migliorare.
Considerato che "Winter has came", non sarebbe male avere qualcosa per scaldarsi (tre bicchieri).





MrFord

martedì 28 giugno 2016

Euro 2016: ottavi di finale - Parte III


Se dovessi parlare pensando da tifoso ed appassionato di calcio, quella di ieri potrebbe essere tranquillamente annoverata come una delle giornate migliori che potessi sperare di vivere.
Di fronte avevo gli ultimi due ottavi di finale dell'Europeo, Italia-Spagna ed Inghilterra-Islanda.
In entrambi i casi, le mie favorite partivano da outsiders.
L'Italia - che è giunta in Francia per questa competizione con una delle selezioni che ho meno amato nella vita ed un allenatore che non ho mai sopportato fin dai tempi in cui era solo un calciatore - e l'Islanda, vera e propria sorpresa del torneo, avrebbero dovuto realizzare due vere e proprie imprese, e le probabilità che entrambe riuscissero nell'intento erano davvero scarse.
Eppure, eccoci qui.
Personalmente, e nonostante i dubbi della vigilia, nutrivo diverse speranze per gli Azzurri opposti alla Roja, ormai incanalata nell'inevitabile parabola discendente di qualsiasi squadra di successo clamoroso come lo sono stati gli uomini di Del Bosque tra il duemilaotto ed il duemiladodici, che quattro anni fa ci annientò in una finale a senso unico.
Di fatto, la partita di ieri ha mostrato una verità anche cinematografica: l'Italia ed i suoi giocatori - allenatore compreso, e fatta eccezione solo per un elemento, lo scarpone insignito del numero dieci Thiago Motta, che ci ha graziati facendosi squalificare per il quarto di finale che ci aspetta sabato contro la Germania - avevano gli "occhi della tigre", gli spagnoli no.
Avrei voluto vedere, al gol di Pellè - molto simile a quello che chiuse la pratica con il Belgio un paio di settimane fa - i volti di tutti quei finti alternativi che quattro anni fa tifavano Spagna pur essendo italiani, giusto per il gusto di vederli sbugiardare le loro posizioni.
In casa Ford, in quel momento, si festeggiava con un abbraccio di famiglia ed esultanze scomposte del Fordino - poco conscio, a dire il vero, di quello che stava accadendo - a volume tale da svegliare la Fordina, che da parte sua ancora può contribuire soltanto con qualche "GU!" alla causa.
I ragazzi di Conte, per quanto tecnicamente di molto inferiori alle Furie Rosse, hanno condotto una gara strepitosa anche nei momenti di sofferenza, mostrando un carattere eccezionale, mangiandosi occasioni pazzesche - avrei pestato Eder più del Cannibale, in occasione del gol sbagliato in contropiede - e meritando l'accesso ai quarti di finale.
Da Buffon - bravissimo su Piquè - all'hobbit Giaccherini, tutti hanno dato il loro contributo pensando ed agendo da squadra: una cosa che rende onore al calcio e allo sport.








Allo stesso modo in serata ha rispettato la magia del campo e delle favole l'Islanda, una compagine che pare quasi Daniel LoRusso gettato nell'All Valley Championship in mezzo a tutti i membri del Kobra Kai e che ad oggi ha regalato il sogno più grande ad un popolo che si sta rivelando la mascotte di questo curioso Europeo.
L'Haka vichinga con la quale i giocatori islandesi hanno festeggiato la vittoria - meritata - sull'Inghilterra insieme ai loro tifosi è una delle fotografie più belle di un evento che era iniziato sotto il segno delle minacce dell'Isis e della violenza delle frange più estreme di alcune tifoserie.
Ed è sicuramente più bello così.
Quando, al rigore segnato da Rooney, Julez si è dichiarata dispiaciuta per un gol che avrebbe potuto tagliare le gambe agli islandesi Ragnar e soci hanno subito risposto da guerrieri: loro non mollano.
E mi sa tanto che, ormai, anche gran parte dell'Europa non molla con loro.
Non mi dispiacerebbe, antipatie personali a parte, che superassero la Francia per affrontarli a viso aperto e da combattenti leali in semifinale.
In quel caso, vincere o perdere sarebbe ugualmente un onore.




MrFord







giovedì 23 giugno 2016

Euro 2016: terzo round


E così la fase a gironi di quest'ultimo Europeo di calcio si è conclusa.
Come si diceva in Senza esclusione di colpi, "adesso cominciano gli incontri seri".
Ma prima di analizzare i match che, a partire da sabato, costituiranno gli ottavi di finale ad eliminazione diretta, faccio un passio indietro per ricostruire un pezzo alla volta la situazione che ha chiuso gli otto gironi: si parte dalla Francia, che come era ampiamente prevedibile ha chiuso prima classificata pur non entusiasmando per nulla contro la Svizzera, onestamente seconda.
Tornano a casa l'Albania - che comunque per la prima volta nella sua storia ottiene un successo nel corso della fase finale di una competizione internazionale - e la Romania, una delle presenze più inconsistenti dell'Europeo.
Sorprende invece il Galles, che non solo passa il turno ma lo fa da primo della classe, mettendo dietro le sue spalle la più blasonata Inghilterra e la ripescata come migliore terza Slovacchia: Gareth Bale, per il momento, si rivela l'unica delle grandi stelle del calcio europeo a saper brillare in questa competizione insieme ad Alvaro Morata, che speriamo non rechi un dispiacere ai suoi sostenitori da ormai ex giocatore della Juventus tra qualche giorno.
Nel terzo girone, a parte il prevedibile passaggio del turno di Germania e Polonia, sorprende l'Irlanda del Nord, una delle grandi outsiders della vigilia, come la già citata Slovacchia passata al ripescaggio: i tedeschi, forse i candidati più autorevoli alla vittoria finale, non mi hanno comunque ancora davvero stupito, e resto convinto che, in caso di passo falso o eccessiva confidenza, possano essere battuti.
Con il girone D abbiamo invece avuto una almeno sulla carta amara sorpresa: la Croazia, in forma fisica strepitosa, supera i Campioni d'Europa uscenti della Roja e si piazza prima, spingendo gli spagnoli agli ottavi proprio contro l'Italia, in una rivincita anticipata della finale di quattro anni fa.
Alle loro spalle la Turchia ha tentato l'impresa di agguantare il ripescaggio battendo un'inutile Repubblica Ceca, non riuscendo nel miracolo. Ma non avrebbe fatto strada comunque.
L'Italia, invece, dopo la sorprendente prova contro il Belgio e la meno convincente ma solida opposta alla Svezia, infarcita di seconde linee - non me ne voglia Conte, che ha più volte dichiarato che la squadra è composta da ventitre elementi -, poco motivata e simile alla peggiore Nazionale possibile - quella che, del resto, mi aspettavo per questi Europei - ha ceduto all'Irlanda, pronta così ad agguantare l'ultimo treno per gli ottavi di finale mentre il Belgio rialzava la testa superando la Svezia.
Europeo da dimenticare per Ibrahimovic, e molti dubbi tornati a galla per gli Azzurri.
Le sorprese più grandi, però, giungono dal girone F: non solo il Portogallo di Cristiano Ronaldo agguanta alla disperata una qualificazione come ripescata, ma le prime due classificate sono risultate Ungheria e Islanda, probabilmente tra le meno quotate squadre della vigilia.
Felicissimo per entrambe, che finiranno per essere le mascotte del sottoscritto nei prossimi giorni.








La situazione per gli imminenti ottavi di finale - che inizieranno questo sabato -, dunque, è la seguente: da un lato del tabellone si sfideranno Svizzera e Polonia - partita incerta ed interessante, simpatizzerò per la prima ma non disdegnerei il passaggio della seconda -, Croazia e Portogallo - sfida potenzialmente spettacolare, con i croati secondo me non solo favoriti, ma potenziali finalisti da questo lato della griglia dell'Europeo -, Galles e Irlanda del Nord - sfida tutta anglosassone, io sarò con Bale e soci anche per solidarietà con il mio compare Steve, che vanta origini proprio gallesi - e tra Ungheria e Belgio - nonostante i Diavoli rossi mi siano sempre piaciuti, il sostegno fordiano andrà tutto per tutone Kiraly e compagni -; dall'altro, invece, troveremo tutte le squadre più blasonate del continente: Germania e Slovacchia - i primi sono favoritissimi, ma non devono sottovalutare troppo la brigata di Hamsik -, Italia e Spagna - che oltre a mettere in scena la rivincita dell'ultima finale dell'Europeo, porteranno sul campo probabilmente la partita più dura tra quelle degli ottavi, nella speranza che gli Azzurri ritrovino la grinta della partita con il Belgio e tengano duro, perchè lo spirito della sfida con l'Irlanda di questa sera non fa presagire nulla di buono -, Francia e Irlanda - inutile dire che starò dalla parte dei figli dell'Isola di smeraldo contro gli odiati cugini d'Oltralpe - e per chiudere Inghilterra e Islanda - ed anche in questo caso, il tifo di casa Ford sarà senza ritegno indirizzato agli uomini del Nord, davvero troppo "Goonies" per non suscitare le mie simpatie -.
"Adesso cominciano gli incontri seri", citavo poco sopra.
Speriamo che, oltre ad esserlo effettivamente, siano anche il più possibile emozionanti.





MrFord

lunedì 20 giugno 2016

Euro 2016: secondo round


Approfittando del giro di boa della seconda giornata - in realtà conclusasi sabato sera - di questi strani Europei di calcio, il Saloon torna a concentrarsi sul mondo del pallone - anche perchè, complici l'estate, i nuovi progetti per il blog e gli impegni lavorativi ed in famiglia, nonchè le partite della kermesse continentale qui presente, nell'ultima settimana ho visto un solo film, una cosa che non accadeva davvero da secoli -: si è ripreso, ovviamente, dal girone della Francia, che ha sfondato il muro albanese soltanto negli ultimi minuti di una partita non particolarmente brillante ed incoronato Payet come suo nuovo simbolo.
Dall'altra parte Romania e Svizzera hanno cercato più che altro di farsi meno male possibile, espressioni di un girone con tante potenzialità per ora inespresse.
Il gruppo B, al contrario, si è rivelato il più combattuto dell'Europeo: l'Inghilterra fatica non poco a domare il Galles - che meriterebbe comunque di passare il turno -, mentre la Slovacchia di un grandissimo Hamsik fa sprofondare una Russia che ha davvero mostrato pochino, per essere la prossima ospitante del Mondiale.
Nulla che, di nuovo, faccia strappare i capelli agli appassionati - e figuriamoci a chi non lo è -, ma senza dubbio uno scenario tra i più interessanti che si prospettano per i prossimi giorni della competizione.
Proseguendo nelle sfide, si è vista la Germania Campione del mondo fermata sullo zero a zero dalla Polonia, che con ogni probabilità con i tedeschi accederà al turno successivo: dopo la non eccezionale ma solida prova contro l'Ucraina, per i panzer un passo indietro piuttosto netto.
Se dovessero continuare così, prima o poi troveranno una squadra più in forma pronta ad accompagnarli a casa. E non mi dispiacerebbe troppo.
La vera sorpresa è l'Irlanda del Nord, che non mi sarei aspettato di veder insidiare quantomeno gli ottavi come una delle possibili migliori terze classificate: è interessante quando, nelle rassegne calcistiche internazionali, squadre date per spacciate o comunque non blasonate finiscono per stupire in qualche modo il pubblico e gli addetti ai lavori.
Il girone D è quello che, probabilmente, si rivelerà più importante per l'Italia: Spagna e Croazia - nonostante gli incidenti legati alla tifoseria di quest'ultima - si contenderanno il primo posto come era ampiamente prevedibile dopo aver affossato Turchia e Repubblica Ceca, nella speranza che, agli ottavi di finale, il cammino degli Azzurri si incroci con quello della formazione meno in forma tra le due, quale che sia.
Personalmente, spero sempre in un momento quasi cinematografico e di vedere gli Azzurri incrociare la Roja in finale, in una rivincita di quel terribile ribaltone che chiuse gli Europei di quattro anni fa.
Ma vieniamo a fatti ancora più vicini alla nostra Nazionale, partita da grande sfavorita ed outsider - nonchè come una delle Italie meno amate anche dai tifosi di sempre - e finita a raccogliere consensi un pò ovunque, complici due vittorie forse non splendide - la seconda soprattutto - ma comunque convincenti: personalmente non ricordo una fase finale di un torneo di questo livello in cui la Nazionale abbia finito per qualificarsi con un turno di anticipo e soprattutto come prima del suo girone con questa facilità.
Il fatto che abbia segnato Eder, uno che non solo non avrei neppure schierato, ma neppure da sbronzo marcio rischiato di convocare per la fase finale di un Europeo, oltretutto con un gran gol, la dice lunga su Antonio Conte: o l'ex tecnico della Juventus ha più culo di Arrigo Sacchi o il fatto di lavorare sulla squadra e non sul talento - anche perchè, al momento, in Italia non ne abbiamo così tanto - ha effettivamente pagato.
Nel frattempo, il Belgio ha ricominciato a fare il Belgio asfaltando l'Irlanda e prenotandosi per il passaggio del turno: i ragazzi di Wilmots hanno un gran talento, eppure non mi paiono per niente squadra. L'opposto di questa Italia operaia. Quasi come se Von Trier affrontasse Ken Loach.
Chiude la carrellata quello che, in termini di risultati, è stato il girone più noioso - tre pareggi su quattro partite disputate -, e che, alla vigilia dell'ultima giornata, rappresenta il più incerto: l'Ungheria, una delle compagini meno quotate del torneo, ha la possibilità di passare come prima classificata, mentre alle sue spalle si daranno battaglia l'Islanda, l'Austria ed il Portogallo di Cristiano Ronaldo, grande favorito della vigilia almeno rispetto alla qualificazione per gli ottavi di finale: la star del Real Madrid, in questo senso e con il rigore sbagliato contro l'Austria, è il simbolo di questo anomalo Europeo.
I grandi attaccanti - lui stesso, Ibrahimovic, Lewandowski e soci - sono ancora a secco, le squadre dal tasso tecnico più elevato non convincono, e a fare più strada paiono essere destinate molte nazionali "di bassa lega" - Italia inclusa -: sarà davvero così, o le stelle del pallone attendono solo il momento giusto per esplodere spazzando via una concorrenza solo apparentemente agguerrita?
I prossimi giorni saranno decisivi per una prima risposta, anche se il risultato lo si avrà soltanto il dieci luglio, quando le due squadre sopravvissute si batteranno per il gradino più alto del podio: il bello, però, ancora una volta, sarà il viaggio che porterà a quel momento.
E sono contento di potermelo godere con l'entusiasmo che da sempre mi conquista quando due calci ad un pallone diventano un modo per trasformare lo sport in un vero e proprio film.





MrFord






giovedì 16 giugno 2016

Euro 2016: primo round


Come fu per gli ultimi Mondiali ed i precendenti Europei di calcio, il Saloon non poteva mancare all'appello al momento di buttare giù qualche impressione a proposito delle rassegne più importanti legate ad uno sport amatissimo dal sottoscritto, il caro e vecchio pallone.
Quest'anno, complici la crisi della blogosfera, le minacce terroristiche e gli scontri tra facinorosi nascosti tra le tifoserie di diversi paesi e le forze dell'ordine francesi, è stato più difficile del solito decidersi a mettere da parte gli argomenti più pesanti per poter godere dello sport nella sua accezione migliore, eppure, alla fine, eccomi qui, a poche ore dal fischio di chiusura dell'ultima partita della prima tornata dei gironi che vedranno definirsi il tabellone eliminatorio della fase finale del torneo continentale - anche se il post sarà pubblicato con ventiquattro ore di "ritardo" -.
Un torneo che, fino ad ora, ha confermato che il calcio attraversa un periodo molto simile a quello della già citata blogosfera: squadre formate da superstar senza coesione o prive di talento, poche partite davvero interessanti e tante casualità.
Eppure, almeno per quello che si è visto, è stato premiato il carattere, lo stesso che, in mancanza d'altro, toglie le castagne dal fuoco un pò a tutti.
E se la Francia - nazione ospitante - si appresta pur non brillando e non essendo neppure lontanamente insopportabile come quella di Zidane, a primeggiare nel suo girone, la scena la rubano Svizzera ed Albania, con una sfida ricca di errori e ribaltamenti di fronte resa quasi poetica dallo "scontro" dei fratelli Xhaka, divisi dalla doppia nazionalità e tifati entrambi dalla madre pronta ad indossare sugli spalti una maglia divisa tra i colori dei due paesi.
Nel secondo girone sorprende il Galles di Bale, che non solo supera la Slovacchia, ma beffa Inghilterra e Russia bloccate da un pareggio oscurato dagli incidenti di Marsiglia, una vera e propria vergogna per lo sport e per i media pronti ad approfittare come avvoltoi della situazione: personalmente, per ora, considerato che non ho visto cose clamorose sul campo, non mi dispiacerebbe vedere proprio Galles e Slovacchia soprendenre i più blasonati avversari e proseguire nel cammino.
Alla Germania Campione del Mondo è toccato il compito di mantenere le aspettative che la vedevano favorita, e seppur non brillando, così è stato: per i tedeschi, probabilmente, sarà un gioco da ragazzi vincere il girone e confermarsi come una delle realtà più solide quando si tratta di competizioni internazionali. Polonia, Ucraina ed Irlanda del Nord dovranno lottare per le briciole.
Dal canto loro, le altrettanto pericolose per gli avversari Spagna e Croazia si sfideranno per il predominio in un girone che potrebbe essere molto importante per noi abitanti della Terra dei cachi, in termini di accoppiamenti per le eliminatorie: gli iberici, che hanno dominato le scene tra il duemilaotto ed il duemiladodici - e noi lo sappiamo bene -, sono in calo devastante, e forse la minaccia vera arriva da Modric e compagni, che potrebbero essere una delle sorprese dell'Europeo.
Il girone conclusivo, che ha visto l'Ungheria outsider del mitico portiere con il tutone Kiraly superare l'Austria che avrebbe dovuto essere una sorpresa ed il Portogallo fermato sul pareggio dall'Islanda - evidentemente, le "minacce" di Thor Bjornsson alias La Montagna all'indirizzo di Cristiano Ronaldo hanno sortito il loro effetto - mi fa ben sperare rispetto alle consuete squadre impreviste che mi ritrovo sempre a tifare in questi casi.
E veniamo a noi, o quantomeno a quella Nazionale che, radical o pane e salame, criticoni o facili all'esaltazione, alla fine porta ognuno di noi - anche chi tifoso non lo è per nulla - a seguire in qualche modo manifestazioni sportive come questa: personalmente, non ho mai amato Antonio Conte, come giocatore quanto come allenatore.
E ho trovato quest'Italia, almeno sulla carta, una delle peggiori di sempre: una Nazionale che si permette di lasciare a casa Bonaventura, Berardi e Totti ed affida il "dieci" a Thiago Motta la dice lunga sullo stato di salute anche calcistico del Nostro Paese.
Eppure, il Belgio delle belle speranze, costruito sulle spalle di ragazzi decisamente più giovani e talentuosi dei nostri "mediani", star delle squadre di mezza Europa, si è preso due schiaffi finendo per risultare davvero poca cosa, che sia per demeriti suoi o meriti tricolori: la certezza, per quanto ci riguarda, resta la difesa - da milanista, non posso che ammettere che il blocco juventino, là dietro, sia quello in grado di dare le garanzie migliori, graziato in questo caso da un Bonucci davvero oltre, anche rispetto al suo ruolo -, senza però che gli altri reparti abbiano sfigurato.
L'hobbit Giaccherini e l'espatriato Pellè firmano una vittoria inaspettata ed a suo modo entusiasmante, che non deve esaltare troppo - in fondo, anche agli ultimi Mondiali avevamo esordito vincendo - ma dare la giusta carica per affrontare una competizione che vede gli Azzurri decisamente come outsiders, neanche fossero l'ultima delle squadre "a sorpresa" che grazie alla tenacia e ad una forma fisica invidiabile in questo tipo di kermesse finiscono sempre per mettere in grande difficoltà le favorite.
Quella che ho vissuto durante Italia-Belgio non è la Nazionale strepitosa delle Notti Magiche, o quella del leggendario Baggio negli States, quella dell'Europeo buttato nel cesso nel duemila o del miracolo del duemilasei al Mondiale, e neppure quella di quattro anni fa, quando Balotelli ci illuse demolendo la Germania prima che la Spagna rimettesse le cose a posto con la spocchia dei grandi che mettono a tacere i piccoli.
Personalmente, da questo Europeo non mi aspetto granchè.
Ma non mi dispiacerebbe se l'Italia non fosse messa a tacere.
Piuttosto andarsene a testa alta, con la consapevolezza di aver dato tutto quello che si poteva dare.
E non importa chi ci troveremo di fronte, i calcoli sugli incontri determinati dalle classifiche degli altri gironi, o qualsiasi altra cosa.
Voglio pensare di poter lottare e godermi lo spettacolo dello sport.
Non della politica, delle minacce e della violenza al di fuori.
Di quella ce n'è abbastanza.
Quello che conta, è il brivido di quei novanta minuti all'interno dei quali tutto diventa possibile.
Come se fosse un film.




MrFord






lunedì 26 ottobre 2015

Suburra

Regia: Stefano Sollima
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata: 130'







La trama (con parole mie): il Samurai, storico boss della Roma delle periferie, è alle prese con un grosso affare che incrocia crimine, politica e denaro legato al destino del litorale ostiense, che secondo i suoi piani dovrebbe diventare una sorta di Las Vegas italiana. 
Peccato che uno dei suoi contatti più importanti all'interno del Parlamento, Filippo Malgradi, si ritrovi coinvolto nella morte di una giovanissima prostituta, e per occultarne il cadavere si affidi ad una sua conoscenza nel settore, pronta a chiedere aiuto ad una potente famiglia di zingari divenuta importante negli anni, rivale del Samurai e desiderosa di prendere una fetta della torta.
La catena di eventi scatenata da queste scelte condurrà ad una vera e propria Apocalisse nelle geografie politiche e criminali - ma anche religiose - della "Caput mundi", coinvolgendo senza risparmiare quasi nessuna delle pedine in campo, dai pedoni ai re.










I titoli di coda non avevano neppure finito di scorrere sullo schermo che Julez, in piena reminiscenza del suo passato sul palcoscenico, ha inquadrato la potenza di Suburra citando alla grande Anouilh e dando un senso al termine, fiction e non, di Tragedia: "Ecco, ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola. E' questo che è comodo nella Tragedia. Si dà una spintarella perchè prenda il via, ed è tutto. Dopo, non c'è altro se non lasciar fare. Si è tranquilli. La cosa gira da sola.".
Chi segue più o meno regolarmente il Saloon sa bene quanto il sottoscritto abbia amato cose come la straordinaria serie Romanzo criminale tanto quanto sia in rotta rispetto al Cinema italiano, che nel corso delle ultime stagioni pare aver regalato soddisfazioni che sono parse più episodi isolati che non segnali di vita: all'uscita di Suburra, ultimo lavoro di Stefano Sollima - che nella sua dimensione televisiva pare ormai non avere rivali nel Bel Paese e si conferma come uno dei pochi registi dal respiro internazionale della Penisola - nutrivo ben più di un dubbio, in parte proprio a causa della connotazione televisiva che avrebbe potuto assumere l'operazione ed in parte perchè il precedente ACAB mi aveva convinto solo parzialmente, e per quanto discreto mostrava il fianco a più di una critica.
Il risultato è stato senza dubbio positivo, ma ancora non sufficiente a farmi gridare al miracolo ed alla resurrezione della settima arte nostrana: intendiamoci, non voglio affatto sminuire l'ottimo lavoro del regista, del comparto tecnico, degli autori della colonna sonora o del cast - spiccano a sorpresa un sorprendente Claudio Amendola ed un intenso Alessandro Borghi, curiosamente entrambi volti da piccolo schermo di grana grossa -, o negare la potenza assoluta di alcune sequenze - la pisciata dal balcone del deputato Malgradi celata dalla pioggia, l'inseguimento e la sparatoria all'interno del centro commerciale, il confronto decisivo tra Numero 8 ed il Samurai -, quanto solo dare una misura ad entusiasmi eccessivi che rischiano di avere un effetto contrario sull'operato di un regista capace e con margini di miglioramento ancora ampi come Sollima.
In fondo, come ben insegnano le vicende narrate, la Tragedia spesso e volentieri nasce dal molto piccolo, da un episodio apparentemente insignificante - per quanto grave sia in questo caso - rispetto a quello che appare essere il mosaico completo, e che inesorabilmente, come una piccola tessera di domino, finisce per far crollare anche quello che appariva invincibile, intoccabile, destinato a durare per sempre.
C'è malinconia, nella Tragedia, e nello sguardo di Numero 8 che sogna il litorale ostiense diventare la Las Vegas italiana, o nella voce rotta dell'anziana madre del Samurai che cerca di convincere il figlio ad aspettare per tornare a casa a causa della troppa pioggia.
C'è un diluvio, nella Tragedia, che porta a galla i morti e lava il sangue ed i peccati dalle strade, almeno fino a quando, magari a partire da un nuovo Governo, non si ricomincerà a commetterne: cambieranno i pedoni, le figure destinate a vivere e morire ai piani bassi, ma non i burattinai, gli architetti che dai palazzi finiscono sempre per cadere in piedi.
Ci sono Amore e Tradimento, nella Tragedia, e Odio, e Violenza, perchè non esistono passioni senza sangue a scaldarle, a renderle così forti e dirompenti: non esistono condottieri e dominatori senza outsiders pronti a sorprenderli quando meno se lo aspettano, sgretolando le certezze allo stesso modo di quella piccola tessera del domino, quella piccola morte apparentemente destinata ad essere dimenticata, la scintilla pronta a far divampare l'incendio dell'Apocalisse.
Un incendio che nessun diluvio potrà fermare.
Che potrà lavare via il sangue, ma non potrà far scomparire corpi, ricordi e ferite.
Come una città che risorge dalle sue ceneri.
O un Governo che si forma attraverso nuove elezioni.
E non è detto che sia una cosa migliore.





MrFord




"Piove su Roma
e nemmeno questo tempo di merda mi consola
l'aria si fa... Si fa sottile
questo amore non vuole morire
cade lentamente giù dal cielo
come un regalo di marzo nasconde il suo veleno
ma amore tu non mi puoi sentire
quest'amore non vuole morir."
Antonello Venditti - "Piove su Roma" - 





giovedì 3 settembre 2015

1992 - La serie

Produzione: Sky
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): con l’arresto di Mario Chiesa, nel febbraio del millenovecentonovantadue, ha ufficialmente inizio quella che sarebbe divenuta nota come Tangentopoli. Il mondo dorato della politica e dell’imprenditoria selvaggia degli anni ottanta venne di fatto ribaltato – almeno all’apparenza – da Antonio Di Pietro e dal suo staff, impegnati in un’indagine che costò la carriera ad alcuni dei volti più in vista della cosiddetta “Prima Repubblica”.
Attorno alle vicende realmente accadute di quei giorni, assistiamo a quelle di fiction del pubblicitario arrivista Leonardo Notte, pronto ad intuire il futuro di Berlusconi in politica, Luca Bosco, ex rugbista e militare deputato per la Lega Nord, e Luca Pastore, agente di polizia il cui destino è legato a doppio filo con quello della famiglia Mainaghi dal momento in cui, a seguito di una trasfusione ricevuta a causa di una ferita subita durante un’azione, si è ritrovato infetto da HIV, scoprendo che l’origine dell’infezione stessa era legata ad una partita di plasma infetto messo in commercio senza alcuno scrupolo proprio da una delle società del patriarca dei Mainaghi.
Che destino riserverà il novantadue ad ognuno di loro?








Quando si parla di serial italiani, normalmente la prima cosa che passa per la mente sono le penose fiction realizzate per i canali nazionali ed i loro diretti concorrenti privati buone giusto per fare il paio con il peggio che la distribuzione nostrana possa offrire al pubblico in sala.
Negli ultimi dieci anni – e forse più, a ben vedere – gli unici prodotti che made in Terra dei cachi che paiono aver rotto gli argini ed aver assunto un respiro internazionale – ed una qualità degna di nota – sono stati senza dubbio il grottesco Boris, l’indimenticabile Romanzo criminale e il tanto celebrato ed ancora in attesa di un passaggio qui al Saloon Gomorra.
All’uscita di questo 1992, titolo pronto a richiamare un’epoca drammatica e ben precisa che ricordo molto bene anche di persona e a tentare di shakerare cronaca e fiction, dramma e fotografia di un periodo fondamentale per la Storia italiana, per la stessa Sky che aveva di fatto patrocinato i titoli già citati, non nego di aver storto il naso: l’anno che vide l’esplosione di Tangentopoli – partita con un’inchiesta che aveva come bersaglio Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, detto “Bagina”, praticamente a meno di duecento metri da casa dei miei -, la morte di Falcone e Borsellino, l’accordo Stato/Mafia prendere forma, la Prima Repubblica cadere, passato attraverso un velo di finzione data dai protagonisti ed interpretato da Stefano Accorsi, che personalmente – fatta eccezione, in parte, per Santa Maradona – non mi è mai stato simpatico, mi dava l’impressione di una cosa patinata progettata a tavolino che non sarebbe stata affatto in grado di colpire ed emozionare come fu per le gesta del Libanese e dei suoi.
Fortunatamente per gli occupanti di casa Ford, mi sbagliavo: a partire dalla fulminante sigla musicata alla grande dal subsonico Boosta fino alla ricostruzione storica, i rimandi di cronaca gestiti ottimamente rispetto alla narrazione di finzione, 1992 ha rappresentato un altro grande successo per la brigata Sky, uno sguardo disilluso e drammatico su un’epoca che avrebbe dovuto segnare un cambiamento profondo nel Nostro Paese ed invece, al contrario, non ha fatto altro che veicolare il cambiamento di pelle di chi si è approfittato e continuerà ad approfittarsi della Legge e della Società per come le conosciamo.
Tolti, dunque, il già citato ed irritante Accorsi – che, comunque, con il suo Leonardo Notte finisce anche per starci quasi bene – e la canissima maledettissima Tea Falco – che pure ironizzerà sulla sua incapacità su Instagram, ma resta davvero una delle peggiori attrici che mi sia capitato di vedere sul grande e piccolo schermo -, il risultato è davvero eccellente, dalla rappresentazione di Di Pietro allo sviluppo di un personaggio come Bosco, senza dubbio quello che ho trovato più umano e vivo dell’intera produzione, dal male di vivere tipico di chi torna dalla guerra al legame insolito con il vecchio democristiano in caduta libera suo vicino di casa.
Lo spazio, dunque, per i testardi ed i pane e salame, gli arrivisti e “spietati”, i presunti salvatori della Repubblica delle banane – quasi terrificante la rappresentazione dell’eminenza grigia Dell’Utri, così come l’ascesa ancora solo suggerita di Berlusconi e di Forza Italia -, gli idealisti destinati a perdere anche nella vittoria e quelli e quelle che, semplicemente, passeranno, è distribuito con grande perizia e mestiere, coinvolge e conduce ad un finale di stagione che apre le porte ad un certo atteso 1993, che se saprà raccogliere i frutti seminati da questo inizio a tinte fosche potrebbe finire per settare un nuovo standard rispetto alla produzione seriale italiana.
Se non altro, da un’epoca senza dubbio buia e drammatica, potrebbe esser e uscito qualcosa di importante, intenso e prepotente come solo le grandi proposte – che si parli di tv o di Cinema – sanno essere.




MrFord




"Rhythm is a dancer
it's a soul companion
you can feel it everywhere
lift your hands and voices
free your mind and join us
you can feel it in the air."
Snap - "Rhythm is a dancer" - 





mercoledì 11 febbraio 2015

Italiano medio

Regia: Maccio Capatonda
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata: 90'





La trama (con parole mie): Giulio Verme, che fin da bambino ha lottato con i suoi genitori per emanciparsi da una condizione di italianità estrema, schiava dei qualunquismi e dalla televisione, si ritrova, adulto, a combattere da outsider la realtà disarmante della Terra dei cachi.
Ai margini del mondo del lavoro ed in crisi con la fidanzata Franca, Giulio incontra casualmente il vecchio ed odiato compagno di scuola Alfonzo, che lo convince ad ingerire una pillola che riduce le sue capacità cognitive dal venti a due per cento.
L'assunzione della droga libera lo stesso Giulio da preoccupazioni e malesseri sociali, aprendogli la strada per il divertimento sfrenato, il sesso e, paradossalmente, il successo.
Per Verme sarà l'inizio di una nuova vita, o l'uomo troverà la forza per reagire ed evitare di diventare quello che ha sempre odiato?







Ogni avventore del Saloon, così come chi ha avuto modo di sperimentare dal vivo il vecchio Ford, ben sa che non sono certo un damerino dai modi garbati, per quanto straordinariamente affabile possa impegnarmi ad essere e sia di fatto molto più equilibrato - almeno in superficie - di quanto non si possa pensare giudicando il mio aspetto.
La volgarità o i colpi proibiti non mi spaventano, e fatta eccezione per alcune schifezze moralmente deprecabili, non mi sono mai scandalizzato particolarmente rispetto al Cinema "basso", se così vogliamo chiamarlo: in fondo, si potrebbe di fatto considerare che proprio dal basso vengo senza dubbio anche io, dunque sarei stupido a remare contro quelle che sono anche le mie "origini".
Maccio Capatonda, salito alla ribalta grazie al trampolino di lancio della rete, è un esempio attuale di questo tipo di Cinema, personaggio e prodotto figlio della rete e della televisione da alcuni considerato geniale e da altri una sorta di povero scemo: premetto che, alla vigilia della visione di Italiano medio, non conoscevo praticamente per nulla le gag che rappresentano il marchio di fabbrica dello stesso Maccio, ed ignoravo felicemente il suo lavoro, ma penso che, a conti fatti, la verità stia in qualche modo nel mezzo.
Italiano medio, scrivendo a partire da un punto di vista prettamente tecnico, è davvero una schifezza amatoriale degna degli standard italioti che tanto pare piacciano al pubblico, dato il successo di gentaglia come Zalone, un'accozzaglia di scene messe una accanto all'altra nel tentativo di illudere l'audience di trovarsi di fronte ad una sorta di unico prodotto, il tentativo di riportare in auge un certo tipo di satira sociale virata al trash ispirata all'epoca in cui il Cinema italiano aveva qualcosa da dire ormai purtroppo tramontata destinato inevitabilmente a non avvicinarsi neppure lontanamente ai cult che quell'epoca hanno segnato - dai primi due Fantozzi ad Amici miei, giusto per citare titoli qui in casa Ford considerati sacri -.
Eppure, per quanto traboccante di difetti, nel corso della visione ho in più di un momento avuto l'impressione di comprendere il perchè dell'enorme seguito che Capatonda ha accumulato e continua ad accumulare, soprattutto rispetto ad un pubblico giovane: in fondo, se non si avessero presenti alcuni riferimenti storici, quello che porta sullo schermo potrebbe perfino risultare innovativo, per quanto enorme mi appaia un termine di questo tipo associato a film di questo calibro.
La spiegazione, dunque, del mio assoluto distacco rispetto a Italiano medio ed alla sensazione di inutilità che questa visione mi ha comunicato, è molto più semplice di quanto si possa pensare: Maccio Capatonda non mi piace, non mi fa ridere, non ha nulla che ritenga davvero geniale, sopra le righe, unico nel suo genere.
Comprendo bene la volontà, il desiderio, la furbata di criticare con il sorriso un ambiente che, in misura più o meno consistente, finisce per influenzare tutti noi che lo viviamo - anche chi se ne chiama fuori, sia chiaro -, ma non credo si sentisse davvero il bisogno di questo piccolo - molto piccolo - circo di citazioni cinematografiche - da Fight club a Limitless, tanto per citarne un paio - e sguaiati momenti pronti a strappare - o a sperare di farlo - un sacco di risate al pubblico: in uno dei periodi più bui della cinematografia nostrana, Italiano medio resta proprio a galleggiare nell'acquitrino che spera tanto di lasciarsi alle spalle guardandolo con discreta spocchia dall'alto, lui che è intelligente, ne sa, ne capisce, ci ride sopra.
Quando anche lui, una volta spente le luci, finisce per ritrovarsi in canotta con birra e spaghetti davanti alla partita di calcio.
E senza aver neppure preso la fatidica pastiglia.




MrFord




"Ohoo Ohoo 
ma a me non me ne frega tanto
ohoo Ohoo
io sono un italiano e canto
e datemi Fiorello e Panariello alla tv
sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu."
Articolo 31 - "L'italiano medio" - 





lunedì 28 luglio 2014

Smetto quando voglio

Regia: Sidney Sibilla
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Pietro, ricercatore laureato e genio della neurobiologia, fatica a trovare un impiego fisso all'interno dell'Università, così come i suoi vecchi amici Alberto – chimico divenuto lavapiatti -, Mattia e Giorgio – latinisti benzinai -, Bartolomeo – dall'economia dinamica al poker con zingari circensi -, Andrea – antropologo alla ricerca di un posto in uno sfasciacarrozze – e Arturo, impiegato presso il Comune di Roma come sovrintendente nei cantieri ove vengono rinvenuti reperti
storici, archeologo. 
Illuminato casualmente da una notte passata ad inseguire uno studente cui da ripetizioni, l'uomo viene travolto dall'idea di sintetizzare una droga basata su una molecola non inclusa nelle liste del Ministero e dunque sulla carta legale e buttarsi nella vendita al dettaglio nelle discoteche.
Il successo arriva, così come i soldi: ma per la banda di produttori e spacciatori improvvisati i guai diventeranno più ingestibili della normale situazione di precarietà.






Nel corso degli ultimi mesi – per essere generosi - l'Italia ha attraversato una crisi cinematografica tra le più terribili della sua Storia, evidente specchio della desolante situazione culturale e lavorativa che ci troviamo tutti costretti ad affrontare ogni giorno, con un occhio oltre confine ed un altro ai conti di fine mese.
Una delle sorprese più interessanti in sala è stato proprio questo Smetto quando voglio, commedia d'azione che richiama piccoli cult come Santa Maradona celebrato qui nella blogosfera e dalla critica più canonica: senza dubbio, quando il pensiero corre alle proposte giunte dalla Terra dei cachi nel passato recente, l'esperimento di Sidney Sibilla è senza dubbio riuscito, fresco e divertente, dal taglio
americano condito da una strizzata d'occhio non indifferente al Capolavoro Breaking Bad, una tra le opere più importanti mai prodotte per il piccolo schermo.
Eppure l'impressione che ho avuto seguendo le tragicomiche vicende di questo gruppo di geniacci improvvisatisi produttori e spacciatori è stata quella di un'opera in grado di far gridare al quasi miracolo principalmente per la pochezza delle alternative, più che per il suo effettivo valore: non che non me la sia goduta, o che non abbia trovato assolutamente perfette alcune sue sequenze – la rapina alla farmacia è un pezzo da antologia -, o non si percepisca tutta l'inquietudine che tocca tutti noi allo stato attuale delle cose – laureati o no, poco cambia -, ma da qui a considerare Smetto quando
voglio un fulmine a ciel sereno devono passare diversi bicchieri di robusti cocktails.
In particolare, è lo script a mostrare il fianco ad una certa facilità di fondo nell'evoluzione della trama, condita perfino di qualche eccesso che poteva essere risparmiato – il fatto che perfino il temuto gangster Murena sia un laureato reinventatosi criminale equivale a tirare un po' troppo la corda, ad esempio -, e che non rende giustizia fino in fondo alla riflessione assolutamente vera ed allarmante a
proposito dello scarso impiego delle risorse dei nostri studenti e ricercatori, che spesso e volentieri, più che finire a produrre nuove droghe, fuggono all'estero cercando lidi più sicuri, remunerativi ed organizzati.
Lo stesso rapporto tra Pietro e la sua fidanzata – una come di consueto cagna maledetta Valeria Solarino – scricchiola in più di un passaggio – come il cambio di atteggiamento della conclusione, con il passaggio dall'ostilità in tutto e per tutto rispetto alla nuova attività del compagno al sostegno di una nuova condizione ed occupazione all'interno del mondo del crimine, pur se in una misura diversa, dello stesso -, confermando il fatto che lo script non fosse la priorità del regista, più impegnato a fondere un'estetica moderna e giovane ad un piglio a metà tra il già citato Santa Maradona e i primi lavori di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Non voglio, comunque, che questo post diventi un tiro al bersaglio contro questo film, che mi ha coinvolto – sia parlando di divertimento, sia di riflessioni sulla condizione attuale in termini di lavoro e precarietà soprattutto di Julez – ed intrattenuto decisamente bene, e se paragonato alla media della produzione tricolore attuale risulta senza dubbio superiore – fatta eccezione per La grande bellezza e lo “straniero” Still life, per trovare qualcosa di un livello superiore dovrei tornare con la memoria a La migliore offerta -: c'è da sperare dunque che la musica cambi, per noi e soprattutto per i nostri figli, in Italia, perchè le alternative che non riguardino una carriera – destinata facilmente a finire male – nel crimine cominciano ad essere davvero poche.




MrFord




"I won't pay, I won't pay ya, no way
now why don't you get a job"
say no way, say no way ya, no way
now why don't you get a job."
The Offspring - "Why don't you get a job?"




venerdì 7 marzo 2014

Sacro Gra

Regia: Gianfranco Rosi
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 93'




La trama (con parole mie): il Grande Raccordo Anulare, tratto autostradale urbano di proporzioni titaniche, abbraccia Roma come gli anelli Saturno, e lungo il suo percorso si incrociano vite, disagio, situazioni al limite e storie da raccontare che rievocano i tempi del Cinema neorealista e di Pasolini, della ricerca della Realtà ben oltre le immagini e la fiction.
Testimonianze divertenti e drammatiche, quotidiane e grottesche, che trasformano quest'arteria urbana in una sorta di gigantesco formicaio all'interno del quale si incrociano veicoli e vite che, di norma, finiscono per sparire agli occhi del mondo.








I grandi Festival di Cinema sono, da sempre, una delle migliori occasioni per gli appassionati di riuscire a concedersi visioni e scoperte che di norma finiscono per restare ai margini della grande distribuzione, e che a volte finiscono per rivelarsi delle vere e proprie sorprese miracolose.
A volte, però, gli stessi Festival, condizionati da giurie e giochi di potere, campanilismo o gusto personale, rischiano di lasciare l'audience sola con la sensazione di essere stata in qualche modo fregata, lasciando libere di impazzare delusione e scarsa empatia con le scelte e le assegnazioni dei premi.
In quest'ultima categoria rientra Sacro Gra, vincitore del Leone d'oro all'ultimo Festival di Venezia recuperato con grande curiosità ed aspettative dal Saloon, considerata la passione che il sottoscritto ha sempre coltivato rispetto ai documentari, e proprio nella settimana che ha sancito il ritorno alla ribalta del Cinema italiano grazie alla vittoria del Premio Oscar come Miglior film straniero de La grande bellezza: il lavoro di Gianfranco Rosi, infatti, per quanto ottimamente realizzato e strutturato secondo una sorta di reinterpretazione del microcosmo che vive attorno a quella che è una delle arterie urbane più importanti d'Italia - e forse non solo - come un formicaio, o una comunità di brulicanti larve dalla singolare storia ed individualità, ha finito per lasciarmi decisamente indifferente all'esperienza visiva, ricca di spunti molto "Cinema verità" e di acuti lirici da grande fotografo ma poco incisivo dal punto di vista emotivo, senza contare che l'impressione ricevuta è stata più quella della furbata d'autore buona per i palcoscenici, per l'appunto, delle grandi kermesse dedicate alla settima arte.
Certo, l'effetto di passaggi come quelli del raccordo sotto la neve, delle bare aperte e dei dimenticati agli angoli delle strade, o mangiafuoco ai semafori, ricorda molto la ricerca che rese grande, ad esempio, l'opera di Pasolini, ma dal punto di vista passionale e di esigenza di raccontare una vera storia, o un insieme di storie, e non presentare una collezione di vite con un approccio così freddo da far raggelare il sangue nelle vene anche ad un qualsiasi Haneke, finisce per essere davvero scarsino.
Come se non bastasse, gli anni di lavoro a contatto con il pubblico mi hanno portato ad avere esperienza di molteplici casi umani non troppo distanti da quelli mostrati in questa pellicola, tanto da non rimanere così stupito, sconvolto o colpito dalla grottesca tristezza o assurdità di personaggi di norma persi negli anfratti della realtà quotidiana "normale" - pur considerata quanta stranezza alberga, spesso e volentieri, anche tra le pieghe di esistenze all'apparenza ligie a tutte le regole -.
L'idea, dunque, di Rosi si rivela, di fatto, interessante sulla carta ma decisamente impersonale una volta portata sullo schermo, lontana dai ritratti che di Roma fecero De Sica, il già citato Pasolini o Fellini, si parli di fiction oppure no: considerato quanto è stato detto, costruito, vissuto e provato lungo quell'anello, da una parte e dall'altra dello stesso, in secoli di Storia di una delle città più importanti del mondo, forse sarebbe stato lecito aspettarsi decisamente di più.
Prima o poi, comunque, si tratti di uno scrittore venuto dal nulla, un abitante desideroso di mostrare quella che è la sua visione della sua città, un regista famoso o chissà chi altro, il Grande Raccordo Anulare riuscirà a raccontare di nuovo, e davvero, la sua poliedrica, straordinaria esistenza.



MrFord



"Grazie Roma che ci fai piangere abbracciati ancora
grazie Roma, grazie Roma che ci fai vivere e sentire ancora
una persona nuova.
Dimmi cos'è cos'è
quella stella grande grande in fondo al cielo
che brilla dentro di te e grida forte forte dal tuo cuore."

Antonello Venditti - "Grazie Roma" - 





giovedì 18 luglio 2013

Boris - Stagione 3

Produzione: FX
Origine: Italia
Anno: 2010
Episodi: 14




La trama (con parole mie): Renè Ferretti, dopo la delusione di Occhi del cuore 2 ed il progetto dedicato a Machiavelli è in dubbio se proseguire con la Rete o approdare a Milano, dalla Concorrenza, per dirigere uno show dedicato ad alcuni presunti comici emergenti.
Quando, però, il via libera gli viene dato per un nuovo serial molto realistico e di qualità chiamato Medical dimension, il regista torna a collaborare con il suo gruppo di sempre aspettandosi, però, un lavoro come non ne hanno mai realizzati.
Ma nonostante la volontà, la passione, l’impegno ed i soliti squilibri, un’ombra minacciosa incombe sull’intera operazione: e non sono i ben poco competenti sceneggiatori, il budget della casa di produzione o i disordini dei membri della troupe.
E’ qualcosa di più grande, che va dritto al cuore del sistema di questa nostra vecchia Terra dei cachi.





Dunque, anche la seconda delle due serie più importanti del panorama italiano – la prima fu, ovviamente, la meravigliosa Romanzo criminale – giunge al capolinea in casa Ford dopo aver intrattenuto, divertito, trasmesso tormentoni e regalato personaggi indimenticabili.
Ai tempi della sua uscita – quando ancora al Saloon non era passata neppure la prima stagione – ricordo che questo terzo giro di giostra di Boris creò non poche polemiche per la sua svolta decisamente più politica e, a tratti, in bilico con il grottesco ed il drammatico, sia tra gli appassionati della prima ora, sia rispetto alla critica: quello che posso dire, ora che anche da queste parti l’intero progetto è alle spalle, è che se senza dubbio è comprensibile la sensazione di “mancanza” rispetto ai primi, scanzonati episodi, appare inevitabile che il discorso iniziato dal progetto di Vendruscolo, Ciarrapico e Torre dovesse trovare soprattutto in chiusura una definizione netta del suo ruolo satirico rispetto al mondo del piccolo schermo – ma non solo – di questa Italietta figlia di nepotismi, vecchiume e trappole che ormai abbiamo ben imparato a conoscere in qualsiasi campo immaginabile – Cinema, televisione, politica, mondo del lavoro e chi più ne ha, più ne metta -.
Le vicende della troupe di Medical dimension – la fu Occhi del cuore – sono, infatti, lo specchio di un Paese allo sbando all’interno del quale tutto funziona tramite raccomandazioni, favori, strani giochi di potere ai quali è impossibile sfuggire, pena l’esclusione da ogni giro che conta – o no -: dal responsabile della Rete per Medical dimension in fuga nel momento della rivelazione della reale natura dell’operazione ai due stagisti Lorenzo – non più schiavo in quanto nipote di un senatore – e Alessandro – memorabile il suo complesso rapporto con Arianna, l’assistente alla regia, dopo la rivelazione di quest’ultima rispetto al suo essere berlusconiana – vincitori di un premio legato ad un cortometraggio che non hanno neppure finito ma che passa dalle mani del succitato zio, osserviamo il paladino Renè Ferretti – un Pannofino irresistibile come di consueto quando ricopre questo ruolo – battersi contro mulini a vento sempre più grandi fino alla clamorosa decisione della doppia puntata conclusiva, che tiene aperta la strada ad una futura ripresa del serial così come a quello che diverrà, poi, il film.
Impossibile poi non citare l’irresistibile Stanis LaRochelle di Pietro Sermonti, uno dei personaggi più geniali creati negli ultimi anni per il piccolo o grande schermo, ed il gruppo degli sceneggiatori, in perenne relax sul loro yacht a copiare serie coreane e buttare idee “a cazzo di cane”, così come le apparizioni dell’intramontabile Martellone – il suo “bucio de culo” in versione cantata è ormai un tormentone di casa Ford -, Sergio Brio – nel cuore di tutti i tifosi juventini di una certa generazione – e Paolo Sorrentino, tormentato dagli errori di persona che lo vedono associato a Garrone, Gomorra e Saviano.
In particolare, poi, ho trovato illuminanti l’episodio dedicato alle sequenze girate a casa di una vecchia signora e legato al tracollo nervoso della figura del dottor Corelli interpretato da Stanis – forse la puntata di Boris che mi ha fatto panesalamente ridere di più – e quello che segna l’inizio della fine del progetto Medical dimension, intitolato Nella rete, virato sui toni del grottesco profondo – quasi surrealista, mi verrebbe da affermare – ed esemplare nel mettere a nudo le dinamiche più bieche che regolano la vita e gli intrighi made in Terra dei cachi.
Onestamente continuo a sperare che un giorno lo studio che il delegato di rete Sergio avrebbe voluto radere al suolo “come l’undici settembre” l’ultimo giorno di riprese possa tornare ad ospitare lo strampalato gruppo di personaggi che ha reso grandi queste tre stagioni, anche perché è talmente difficile trovare proposte intelligenti ed acute nel panorama nostrano che perdere un – l’unico, ormai – riferimento come Boris rischia di segnare definitivamente l’abbandono del sottoscritto rispetto a quello che può offrire la “nostra” televisione.
E ovviamente, che un giorno il sogno di Ferretti di portare nelle case degli italiani proprio “un’altra televisione” possa essere finalmente realizzato.
Politica e pigrizia de noartri permettendo.


MrFord


"Bucio de culo, de culo bucio... Ah, ah!
Bucio de culo, de culo bucio... Ah, ah!"
Martellone - "Bucio de culo" -



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