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lunedì 16 aprile 2018

Ready Player One (Steven Spielberg, USA, 2018, 140')





Non è mai facile, per un film, partire dalla base data da un romanzo. Soprattutto quando il romanzo è scritto incredibilmente bene e alla lettura risulta incredibilmente esaltante.
Ho letto Ready Player One di Ernest Cline qualche anno fa, rimanendo incollato alle pagine dall'inizio alla fine. E da mesi, all'idea che Spielberg, nonostante gli ultimi, decisamente discutibili, lavori, potesse metterci mano, alimentava un hype davvero pazzesco.
E senza dubbio, Ready Player One è un gran bel vedere, frutto di una produzione e di mezzi tecnici ineccepibili.
Eppure, soprattutto pensando a quegli anni ottanta che tanto omaggia, e a Spielberg stesso, e alla meraviglia di un Cinema - anche quando nasce dalla Letteratura - che si gioca tutto sulle bocche spalancate del pubblico, questo film scorre senza lasciare il segno in modo piuttosto disarmante: non voglio fare il purista che si schiera a favore della pagina scritta contro l'adattamento cinematografico a tutti i costi, ma anche Julez, che non ha letto il romanzo, ha finito per dover resistere al sonno senza emozionarsi neppure per sbaglio di fronte ad una storia che, letta sulla pagina ed immaginata, aveva qualcosa di davvero magico, quasi come se avessero shakerato un cocktail con tutte le pellicole più significative per il Cinema d'avventura degli anni ottanta, i Fumetti, i giochi di ruolo e tutto quello che, ai tempi, era pane per qualunque ragazzino volesse sognare forte.
Dovendo ammetterlo, a tratti questo giocattolone studiato in tutto e per tutto - e votato al fan service, considerate le innumerevoli citazioni presenti nella pellicola legate alla cultura pop - mi ha addirittura annoiato, edulcorando parti decisamente forti del romanzo e finendo per risultare qualcosa di più simile ad un tentativo da Nuovo Millennio di ripercorrere le orme di un momento magico per il Cinema e non solo che poche opere recenti sono riuscite davvero a replicare.
Curioso, infatti, che uno dei romanzi che più ho amato negli ultimi anni mi abbia portato a questo momento, quando a fatica cerco di abbozzare un post che renda l'idea di qualcosa di divertente e piacevole da guardare ma assolutamente vuoto, o comunque lontano da quello che noi figli degli anni ottanta ci saremmo aspettati da quello che è, in tutto e per tutto, un omaggio a quell'epoca scritto da un autore che fa parte della nostra stessa generazione.
Ed è un dispiacere, anche perchè Spielberg ha significato una fetta importante della mia infanzia, ed affrontare una visione come questa - riuscita a tratti, ma emotivamente equivalente ad un ghiacciolo - potrebbe essere paragonabile al tentativo di giocare alla versione riadattata per Playstation 4 di un titolo amato quando ero bambino, da Double Dragon a Shinobi, passando per Cadillacs&Dinosaurs, e scoprire che la sua versione Nuovo Millennio è in realtà saporita e tosta quanto un cocktail annacquato.
Mi rendo anche conto che questo post sta diventando una sorta di versione da bottigliate di una recensione, quando a conti fatti il film non merita troppa severità, nonostante senza ombra di dubbio si sia decisamente lontani dal cult che in molti si aspettavano di trovare di fronte ai propri occhi quando al romanzo di Cline è stato associato per la prima volta il nome del padre di cose incredibili come E. T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo: Ready Player One è semplicemente un prodotto ottimamente realizzato figlio di quest'epoca nonostante i rimandi a Gundam, alla DeLorean e compagnia danzante, e proprio per questo uguale, a conti fatti, a tanti altri che, in un certo senso, risultano più attuali ed emozionanti per chi tutti i dettagli raccontati da questa storia non li ha vissuti sulla pelle rispetto a coloro i quali, al contrario, ne hanno fatta quasi una questione di esperienza e di Fede.
E di fronte a qualcosa in cui è difficile riconoscersi, è meno stimolante cercare nuovi sentieri che partano dai vecchi.
O sperare di trovarsi, a sorpresa, in cima alla classifica.




MrFord




martedì 8 dicembre 2015

Quel fantastico peggior anno della mia vita

Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 105'






La trama (con parole mie): Greg, liceale all'ultimo anno appassionato di Cinema deciso a mantenersi a distanza da qualsiasi gruppo inserito all'interno della complessa geografia scolastica, è fin dall'infanzia amico di Earl, suo coetaneo e quasi vicino, sempre pronto ad imbarcarsi con quest'ultimo nella realizzazione di film parodia dei grandi cult della settima arte.
Quando, spinto dalla madre, è costretto a rapportarsi con la compagna di scuola Rachel, alla quale è stata diagnosticata una forma di leucemia, l'esistenza semisolitaria di Greg cambia: il legame con la ragazza, infatti, scuote il mondo interiore dell'aspirante regista, modificandone aspettative ed atteggiamenti, inducendolo perfino ad entrare a far parte del grande mondo dei tavoli della mensa, ambiente da sempre evitato come la peste.
Quando il peggioramento del suo rendimento comincia a correre di pari passo con quello delle condizioni di salute di Rachel, Greg entra in crisi: come affrontare un dramma sentimentale che non avrebbe mai pensato di poter vivere sulla pelle?










Ho sempre avuto un debole, per il Sundance.
Per quanto, di fatto, si tratti del Festival più hipster del mondo del Cinema, ho sempre voluto bene alla maggior parte dei prodotti promossi dalla rassegna patrocinata da Robert Redford, che nel corso degli anni è riuscita a regalare al Saloon alcune delle sue più grandi soddisfazioni per quanto riguarda la settima arte alternativa statunitense: Quel fantastico peggior anno della mia vita - terribile adattamento dell'originale Me and Earl and the dying girl - appartiene a tutti gli effetti alla categoria, pur non raggiungendo i livelli di alcune ottime proposte di matrice teen passate su questi schermi di recente come The final girls o Dope - che presto farà capolino al Saloon -, e pare unire il gusto estetico da outsider chic di Wes Anderson alla passione che solo la voglia di riscatto di un'età tra le più complesse della vita può stimolare.
La storia di Greg, Earl e Rachel, sentita al punto giusto per quanto raccontata con il piglio supponente tipico dei teenagers mossi da aspirazioni e passioni vissute con tutto il trasporto possibile, è un ottimo esempio di film di formazione - soprattutto sentimentale - legato da un lato ai temi universali di amore ed amicizia e dall'altro alla sfida rappresentata dal confronto con la propria vulnerabilità ed il dolore, proprio e di chi ci sta accanto ed impariamo ad amare.
E se l'efficace rappresentazione di Greg ed Earl di alcuni tra i cult assoluti della Storia della settima arte - influenzata senza dubbio dal lavoro di Gondry Be kind rewind, superato anche agilmente da Alfonso Gomez Rejon - soddisferà i più accaniti tra i radical, pronti ad applaudire ad uno dei tentativi più riusciti legati all'evoluzione sentimentale dai tempi di Moonrise Kingdom, il percorso emotivo della seconda metà della pellicola ed il "twist" finale legato al destino di Rachel riuscirà a toccare anche il cuore del pubblico più abituato alle grandi storie d'amore ad ampio respiro.
Immagino, comunque, che presunti paladini del Cinema di nicchia come il mio rivale Cannibal Kid finiranno per essere stupiti della promozione - pur se non a pieni voti - guadagnata qui al Saloon da questo titolo, eppure credo che si tratti, a conti fatti, di un prodotto decisamente più pane e salame di quanto non si possa pensare, pronto a mostrare la complessa e selvaggia giungla che è il mondo del liceo e tutte le difficoltà che i ragazzini non propriamente convenzionali come Greg ed Earl sono costretti a qualsiasi latitudine ad affrontare per potersi fare le ossa ed affrontare il futuro: essendo sopravvissuto ad un percorso simile, arrivando ad essere un tipaccio come il loro insegnante tatuato dedito all'uso di droghe, ho sentito molto vicino il viaggio di maturazione soprattutto del protagonista, pronto a combattere fino a stare male il fiume in piena di sentimenti e sensazioni che, in determinate condizioni ed in un preciso momento delle nostre vite, neghiamo di sentire ribollire all'interno, ma che prima o poi, spesso per merito di una ragazza pronta a farci perdere la testa e spezzarci il cuore, romperanno gli argini permettendoci di crescere.





MrFord





"Trouble
oh trouble can't you see
you're eating my heart away
and there's nothing much left of me."
Cat Stevens - "Trouble" - 






mercoledì 14 gennaio 2015

Ouija

Regia: Stiles White
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Laine, fin da bambina, è affascinata dall'utilizzo di una tavola ouija, che permette, per gioco o suggestione, di mettersi in contatto con il mondo degli spiriti e fare domande che riguardino questa realtà e quell'altra.
Quando, una volta cresciuta, la sua migliore amica commette apparentemente suicidio dopo aver trovato lo stesso tipo di misteriosa tavola in soffitta, la ragazza decide di indagare, coinvolgendo la sorella minore e le persone a loro più vicine.
Il loro dialogo con l'aldilà, però, sarà turbato da inquietanti e pericolose presenze che paiono aver trovato rifugio nella dimora della defunta Doris, e che si preparano a rivelare una storia antica e terribile di madri, figlie e morte.
Riusciranno i ragazzi a sopravvivere?








Una delle più grandi piaghe che ho vissuto da spettatore lo scorso anno è stata, senza dubbio, la Blog War incrociata tra Cinema Teen e Cinema Action disputata come di consueto con il mio rivale di sempre, Cannibal Kid: per quanto si trattasse di recuperi, i titoli da lui imposti nell'agghiacciante lista propinatami sono stati tra i più indigesti del duemilaquattordici - almeno nella loro maggior parte -, schegge impazzite in grado di trasformare qualsiasi visione teen futura del sottoscritto in una sorta di incubo, almeno sulla carta.
A ridosso del Natale negli States e per festeggiare l'inizio del nuovo anno qui da noi, è giunto in sala Ouija, titolo ispirato nientemeno che da un gioco da tavolo - un pò come accadde per il tamarrissimo G. I. Joe, guilty pleasure del sottoscritto legato a doppio filo ai soldatini che furoreggiavano negli anni ottanta - e girato nel pieno rispetto di tutte le connotazioni horror/teen che furoreggiavano proprio un trentennio fa: peccato che, nonostante le buone premesse - spiriti maligni, atmosfera eighties, la speranza di almeno un paio di salti sulla sedia - il lavoro imbarazzante di Stiles White si sia rivelato degno delle peggiori selezioni del mio antagonista.
Non solo, infatti, in casa Ford ci si è trovati di fronte ad una sceneggiatura scritta con i piedi da un qualche primate tra i meno dotati del pianeta - ed infarcita dai purtroppo sempre più diffusi buchi di logica che il genere regala, come mostrare, peraltro nella scena migliore della pellicola, Doris impiccata con le lucine che addobbavano la sua camera e, nel passaggio appena successivo, mostrare le stesse ancora ben attaccate alle pareti -, ma la scarsa empatia con protagonisti e gli spiriti che li minacciano ed una totale mancanza di una qualsivoglia tensione - e ho scritto tensione, non spavento, badate bene -, unite ad un ritmo che è stato in grado di trasformare l'ora e venti appena accennata di durata in una vera e propria maratona per le palpebre rendono di fatto Ouija uno dei candidati più importanti al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici già in questa prima metà di gennaio.
A prescindere, comunque, dal risultato qualitativamente pessimo di questa robetta, la cosa che più indispettisce, in questi casi, è che i post legati a titoli di questa risma finiscono senza ombra di dubbio i più difficili da costruire e da scrivere: sotto molti aspetti, infatti, demolire o scagliarsi contro un film che ci ha sconvolto o fatto incazzare è tremendamente più facile che sparare sulla croce rossa con sottospecie di tentativi come questo.
In un certo senso, la stessa visione è stata emblematica: inizio goliardico, con prese per il culo e frecciate all'indirizzo del regista e del prodotto da parte degli occupanti di casa Ford, parte centrale al limite del coma, nel corso della quale più volte si è finito per interrogare la coscienza rispetto al perchè diavolo non si fosse già sotto le coperte, ed un finale che, più che un'escalation, è stato di fatto una liberazione.
E non da uno spirito, una visione o chissà cos'altro, ma da un certo tipo di Cinema che non solo non funziona, ma non ha mai e poi mai avuto gran fortuna: quello palesemente brutto.




MrFord




"With the lights out, it's less dangerous
here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
here we are now, entertain us."

Nirvana - "Smells like teen spirit" -









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