Visualizzazione post con etichetta spiriti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta spiriti. Mostra tutti i post

mercoledì 14 dicembre 2016

Ouija - Le origini del male (Mike Flanagan, Giappone/USA, 2016, 99')





I frequentatori abituali del Saloon sanno quanto, da fan accanito, sia esigente, quando si tratta di horror.
Da veterano di centinaia - e forse migliaia, chissà - di visioni di genere, spesso e volentieri mi ritrovo non soltanto a non avere minimamente paura di quello che sto guardando - certo, i jump scare funzionano sempre, ma continuo a pensare che in quei casi non si tratti di paura vera, quanto di sorpresa -, ma anche a massacrarne passaggi (privi) di logica e la cornice generale.
Mike Flanagan, poi, è un caso particolare: celebratissimo ai tempi dell'uscita di Oculus - una delle sòle più clamorose che l'horror abbia prodotto negli ultimi anni - e felicemente massacrato dal sottoscritto, con il tempo è riuscito a ritagliarsi una certa fetta di rispetto da queste parti, complici principalmente il comunque guardabile Somnia e soprattutto Hush, molto goduto la scorsa estate ai tempi del Bulletin.
La prova del fuoco, dunque, era rappresentata da questo prequel, che probabilmente nella mente dei produttori aveva il compito di far dimenticare al pubblico l'obbrobrio assoluto dell'Ouija uscito lo scorso anno, una delle cose più brutte e senza senso che ricordi, finito senza colpo ferire nella top ten del peggio del duemilaquindici.
Bene, signore e signori, posso affermare senza troppi giri di parole che non solo Flanagan ha superato questa prova, ma l'ha fatto confezionando quello che, forse, ad oggi è il suo miglior lavoro: certo, non stiamo parlando di qualcosa di rivoluzionario - siamo pur sempre molto derivativi e dalle parti de L'esorcista e dei due Conjuring -, eppure questo Le origini del male fa il suo dovere, intrattiene, non perde troppi colpi nel corso dello svolgimento, gioca discretamente le sue carte e si chiude anche con una certa cattiveria, finendo per risultare come un piacevole omaggio alle atmosfere che si respiravano nell'ambito dei film di paura nel corso degli anni settanta.
Limitandosi negli ambienti e nei personaggi, tenendo un profilo basso e senza abusare del "mostro", poggiandosi sulle spalle di una nuova bambina spaventosa - la piccola Lulu Wilson, peraltro molto brava -, il buon Mike mette in piedi una macchina che funziona e fa il suo dovere pur non inventando nulla di nuovo, risulta rispettosa della tradizione senza apparire un'immagine sbiadita e fa un discreto culo a molti dei titoli usciti nel corso di questa stagione - non tutti, sia chiaro - senza neppure troppa fatica.
Considerato che partivo da una posizione molto scettica, direi che questo Ouija si è rivelato come una seduta spiritica in grado di far cambiare idea perfino al più razionale degli avversari della Fede, dei fantasmi e di tutte quelle cose che ci si aspetta di norma dall'altro mondo, ha portato sullo schermo una bella versione di famiglia al femminile, pescato dal semi-dimenticatoio quello che resterà per sempre "il bambino di E. T." per l'occasione reinventatosi prete - che, come la figa di turno, negli horror è destinato a non essere mai la "final girl" - e regalato all'audience un mostro nato dall'ingiustizia e dalla violenza simile a quelli che fecero la Storia del genere nel corso dei già citati anni settanta come Michael Myers e Jason Voohries.
Una cosa davvero niente male, per un tizio che, soltanto una manciata di anni fa, avevo considerato come uno dei fuochi di paglia più grandi che l'horror avesse prodotto: curioso che il compagno che gli avrei messo a braccetto, Ti West, abbia, come Flanagan, nel tempo conquistato uno spazio ormai più che meritato nel cuore di questo vecchio cowboy.
Crescere fa sempre bene, se lo si sa fare in modo costruttivo.
E un brindisi a questi e a tutti gli altri spiriti, in questo caso, ci sta proprio tutto.
E bene.




MrFord




 

sabato 21 maggio 2016

Krampus

Regia: Michael Dougherty
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno:
2015
Durata:
98'








La trama (con parole mie): Max Engel è un ragazzino da sempre affascinato dallo spirito del Natale e dalla figura di Santa Claus, pronto a difendere la stessa da chiunque voglia sminuirne l'importanza. Quando le Festività portano a casa sua gli zii e le ingombranti presenze dei cugini, l'atmosfera pesante e gli sgradevoli ospiti uniti ai problemi attraversati di recente dai suoi genitori a causa del lavoro del padre che porta quest'ultimo spesso ad essere impegnato e fuori casa ed il rapporto sempre più distante tra lui e la sorella maggiore, inducono Max, per la prima volta nella sua vita, a rinnegare tutta la fiducia da sempre nutrita nel venticinque dicembre.
Quello che, però, Max non sa, è che la sua "ribellione" finirà per smuovere uno spirito malvagio da tempi immemori pronto a fare irruzione sulla Terra, per prendere, e non per dare, ogni volta che si manifesta la volontà di qualcuno di non voler vivere, e non voler credere in uno spirito animato da sacrificio, generosità e desiderio di calore e felicità: il Krampus.
La famiglia Engel dovrà quindi fare fronte comune per poter riportare, se possibile, le cose alla normalità.











Ricordo ancora come se fosse ieri la prima visione di Gremlins: correvano gli anni ottanta, ero ancora alle elementari ed uscito dalla meraviglia per Labyrinth, quando mio padre tornò dalla mitica videoteca di Paolo - che periodicamente torno a citare come uno dei luoghi più importanti e formativi della mia infanzia - proprio con la vhs del lavoro di Joe Dante, affermando che, a quanto detto dallo stesso, se il labirinto del Duca Bianco mi aveva conquistato, allora lo avrebbe fatto anche quello.
Il risultato fu una vera e propria rivelazione, passata dal desiderio di avere un Gizmo tutto mio alla tensione della lotta contro quegli spiritelli malvagi e spietati da parte di un'intera comunità proprio a cavallo delle festività natalizie, che da sempre rappresentano i momenti più felici o più tristi di chi li vive, spesso a seguito dei ricordi e delle esperienze che ci si è costruiti.
Michael Dougherty, fino ad ora più noto come sceneggiatore che come regista, classe settantaquattro, probabilmente deve aver avuto esperienze simili nel corso dell'adolescenza, e mescolando le stesse, il gusto del macabro e delle favole nere a quello irriverente ed ironico di popcorn movies dell'epoca come Mamma, ho perso l'aereo ha finito per regalare al pubblico questo Krampus, giunto al Saloon clamorosamente - purtroppo - fuori stagione grazie al tam tam di numerosi blog tenuti da vere e proprie autorità del settore horror che ha finito per essere una delle sorprese più liete che il genere abbia regalato al sottoscritto negli ultimi mesi.
Costruito grazie ad uno spirito che mescola il gusto della favola nera alla trasposizione della realtà, Il Canto di Natale al Tim Burton dei tempi migliori, Krampus pesca a piene mani dall'immaginario tipico del racconto accanto al fuoco costruito per terrorizzare i più piccoli senza dimenticare le lezioni del survival movie, delle suggestioni del suggerito prima che mostrato - le creature, tutte bellissime, vengono rivelate soltanto nel corso dell'ultimo terzo di pellicola - e dal rispetto per quello che, di fatto, è l'approccio dei grandi film per ragazzi del decennio che ha prodotto le cose migliori in questo senso di sempre, i già citati eighties: a partire dalla splendida sequenza d'apertura, parodia di quello che accade - e che mi è capitato di vivere sulla pelle, da una parte e dall'altra della barricata - nei giorni dell'isteria da regalo dell'ultimo minuto, fino alla lotta all'ultimo respiro di una famiglia che pare più disgregata che mai pronta ad unirsi a fronte delle difficoltà e di una battaglia per la sopravvivenza, passando attraverso le suggestioni dei vecchi racconti - e film, perchè no - dell'orrore ed un finale beffardo ed amarissimo, Dougherty regala agli appassionati una chicca fatta e finita, e pone il nome del regista e sceneggiatore tra i più quotati per l'immediato futuro di un genere che, nel passato recente, non ha certo vissuto le sue stagioni migliori.
Come se poi non bastassero una cornice azzeccatissima - immagino quella che deve essere l'atmosfera nel vedere un titolo di questo tipo proprio nei giorni delle Feste - ed una serie di antagonisti difficilmente dimenticabili, troviamo una galleria di protagonisti pressochè perfetti con un cast in gran forma - per quanto mi riguarda, vincono la certezza Toni Collette ed il caratterista David Koechner - e charachters mitici come la vecchia nonna e la zia che metteresti volentieri sotto con la macchina più e più volte nel vialetto di casa, assicurandoti che i passaggi possano essere lenti e decisi.
Personalmente, credo nella stagionalità del Cinema, e non amo concedermi visioni di questo tipo in periodi stimolanti e dal sottoscritto molto amati come la primavera, ma Dougherty ed il suo Krampus hanno saputo farmi dimenticare tutto, trasportandomi in un mondo che mescola amarcord ed evergreen, realtà e sogno, divertimento e terrore come se di colpo fossi ancora quel ragazzino quasi timoroso ad inserire nel videoregistratore la vhs di Gremlins, senza sapere cosa aspettarmi se non un'ora e mezza di nerissima evasione dalla realtà.
E di magia della settima arte.





MrFord





"I'm dreaming of a white Christmas
with every Christmas card I write
"May your days be merry and bright
and may all your Christmases be white.""
Bing Crosby - "White Christmas" - 






domenica 24 aprile 2016

The last shift

Regia: Anthony DiBlasi
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
90'








La trama (con parole mie): Jessica Loren, un'agente di polizia fresca di nomina, è incaricata di coprire il turno di notte che precede la chiusura di una vecchia stazione di polizia, di fatto un lavoro di routine rispetto a quello svolto dal padre, ucciso in azione poco più di un anno prima nel corso dell'azione che portò alla cattura di John Michael Paymon, leader di una setta responsabile di una serie di omicidi di giovani ragazze.
Tutto pare procedere in tranquillità, per Jessica, in attesa degli uomini dell'azienda che si deve occupare dello sgombero e della pulizia dell'ex centrale di polizia, quando misteriosi fenomeni e telefonate turbano la ragazza: i segnali paiono tutti indicare proprio la banda dell'ex leader Paymon, che potrebbe contare ancora su alcuni sopravvissuti in cerca di vendetta.
Ma gli eventi che coinvolgono l'agente Loren paiono essere testimonianza di qualcosa di molto più grande, terribile e malvagio: riuscirà la recluta a fare fronte agli stessi?










Non saprei davvero dire se quasi tre decenni da appassionato di horror, oltre che di Cinema, abbiano finito per indurirmi, o se semplicemente, con l'età, certe suggestioni stiano scomparendo, fatto sta che, nell'ultima dozzina di primavere abbondante, trovare un titolo che riuscisse davvero a farmi terminare la visione turbato è stato sempre più difficile: personalmente, ricordo giusto una manciata di produzioni in grado di toccarmi al punto giusto - The Descent e Eden Lake per questioni "etiche" ed umane, Radice quadrata di tre e Lake Mungo per pura e semplice inquietudine, detta volgarmente paura -.
Ma i tempi delle prime visioni di Freddy Krueger tra le elementari e le medie o, ancor di più, di Twin Peaks - che ha consegnato alla Storia il mio più grande spauracchio, Bob - non hanno trovato più alcuna replica, ed hanno finito per alimentare aspettarive e speranze rispetto a quei pochi titoli appartenenti al genere sponsorizzati nella blogosfera e non come nuovi cult, finendo per spingere gli stessi nel baratro delle delusioni: ricordo benissimo i tonfi al Saloon di Innkeepers o It follows, pellicole incensate praticamente ovunque letteralmente massacrate dallo scontro tra le aspettative ed i risultati conseguenti.
The last shift, pur se non agli stessi livelli, ha sofferto quel fardello dal primo all'ultimo minuto.
Considerato un piccolo cult da molti appassionati e da mesi inseguito dal sottoscritto - a proposito, un grazie del "passaggio di consegne" al mio fratellino Dembo -, dalle rimembranze carpenteriane e ben ritmato dall'inizio alla fine, il lavoro di Anthony DiBlasi ha finito, purtroppo, per non fare chissà quale figurone agli occhi di un vecchio veterano del genere come il sottoscritto, regalando i suoi momenti di massimo terrore soltanto quando - e non succede praticamente mai - il Fordino è arrivato con il passo incerto del mezzo addormentato in sala chiedendo di essere riaccompagnato in cameretta creando il sempre divertente "effetto esorcista" pronto a far saltare sul divano qualsiasi genitore.
Pur azzeccando il setting, infatti, ed un incedere che non lascia fondamentalmente pause allo spettatore, The last shift finisce per avere il sapore della minestra riscaldata per temi e situazioni, che pur se cucinata bene risulta al palato come la maggior parte dei piatti della sera prima passati nel microonde il giorno seguente nel corso della pausa pranzo al lavoro: dagli adepti indemoniati della setta al finale "a sorpresa", passando per l'utilizzo del suono e delle suggestioni prima ancora che delle immagini, tutto appare funzionale e d'impatto almeno quanto già visto, sentito e sperimentato, quantomeno da chi è cresciuto con questo tipo di proposte fin dall'infanzia.
Non voglio, però, risultare troppo duro con il buon DiBlasi, che regala un più che discreto intrattenimento di genere - un pò come fu Kristy tempo fa, malgrado questo spacchi in due l'opinione degli occupanti di casa Ford, con il sottoscritto a favore del titolo appena citato e Julez di quello qui presente - ed un risultato che, considerata la media del "Cinema di paura" attuale, è quasi da leccarsi i baffi, o scoraggiare chi ancora non si è imbarcato nella visione, quanto più che altro smorzare eventuali entusiasmi o misurare hype eccessivi che potrebbero portare a danneggiare più del dovuto un prodotto onesto ma certo non memorabile come questo.
Ad ogni modo, un occhio al futuro del suo regista andrebbe buttato senza troppi dubbi, e nel caso in cui, alla prima notte di lavoro, vi trovaste in un posto in cui accadono cose decisamente troppo fuori dall'ordinario, il consiglio del sottoscritto resta uno solo: alzate il culo, salite in macchina e date gas fino a trovarvi il più lontano possibile.
Sperando che prima o poi il messaggio e le regole di base possano essere insegnati o recepiti anche da tutti i protagonisti di un qualsiasi film horror.





MrFord





"Stow your gear and charge your lamp
say goodbye to dark and damp
DSS will pay your stamp
last shift, close her down."
Richard Thompson - "Last shift" - 





sabato 31 ottobre 2015

We're still here

Regia: Ted Geoghegan
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
84'
 





La trama (con parole mie): Anne e Paul Sacchetti, che hanno da pochissimo perso il loro unico figlio in un incidente d'auto, abbandonano la città per stabilirsi in una vecchia casa di campagna nel New England, pronti a ricominciare da capo. Quando, però, alcuni strani fenomeni uniti all'atmosfera che regna nel paese poco distante finiscono per inquietarli e spingerli a contattare i genitori dell'ex compagno di stanza del college del loro ragazzo, esperti in materia nell'ambito del sovrannaturale, la situazione precipita: la casa che hanno acquistato per ricominciare a vivere, infatti, è segnata da una maledizione legata alla prima famiglia che vi dimorò a metà dell'ottocento, e pare che, ogni trent'anni, la stessa richieda un tributo di sangue al mondo per poter tornare al silenzio.
Cosa accadrà, dunque, ai Sacchetti ed ai loro ospiti?










Guardandomi indietro, penso non saprei assolutamente quantificare il numero di film horror visti dalla prima adolescenza fino ad ora: potrei addirittura pensare che sia, numericamente, il genere che più ha visitato gli schermi delle varie incarnazioni di casa Ford fin dai miei primi passi nel mondo della settima arte, e da quelle notti d'estate a cavallo tra gli anni ottanta e novanta fino ai tentativi attuali di rimanere quantomeno lontanamente inquietato, gli esperimenti siano stati davvero innumerevoli, dallo slasher al quasi thriller, dal trash all'inquietudine esistenziale.
We are still here, prodotto low budget firmato dal semisconosciuto Ted Geoghegan, è giunto da queste parti spinto dalle recensioni più che lusinghiere firmate da colleghi affidabili come Bradipo e Lucia più che dalla fin troppo impietosa valutazione su Imdb, e nonostante lo scetticismo iniziale, grazie ad una ricostruzione splendidamente vintage - è ambientato nel settantanove, anno al quale sono ovviamente molto legato -, un citazionismo assolutamente non invasivo o spocchioso, interpreti amatissimi dai fan del genere - personalmente, ho trovato mitico Larry Fessender, che peraltro mostra una somiglianza non indifferente non solo con Jack Nicholson, ma anche con un mio zio acquisito - ed un paio di cambi di registro perfetti per evitare che lo spettatore perda interesse e che tutto risulti fin troppo banale finisce per risultare una delle cose più interessanti che l'horror abbia regalato ai suoi appassionati quest'anno, dimostrando quanto siano importanti passione e voglia di raccontare una storia a fronte di budget milionari o tecnicismi superflui.
Una visione a tempo perso, dunque, divenuta un richiamo a piccoli grandi cult come La casa nera, che ripercorre diversi aspetti del genere, dalle case infestate e l'inquietudine del suggerito, più che del visto, della prima parte, allo spauracchio dell'uomo nero della fase centrale dello svolgimento fino ad un epilogo in grado di mescolare le carte in tavola e ricordare più l'angoscia di Cane di paglia mescolata abilmente allo splatter e al gore, finendo per indurre a simpatizzare per gli oscuri abitanti della casa, divenuti minuto dopo minuto protagonisti affascinanti e tragici, pronti a legarsi, nel sangue o nel destino avverso, alla coppia protagonista della pellicola, passata dall'essere involontariamente bersagliata da Julez e dal sottoscritto a causa della somiglianza del protagonista con Enrico Bertolino ad un tifo da stadio nel confronto con i loro aspiranti aguzzini a suon di colpi di coltelli da cucina - interessante, in questo senso, anche il fatto che non si assista ad una di quelle tipiche trasformazioni da gente comune ad aspiranti Rambo, ma che si resti nell'ambito della logica che fin troppo spesso latita, quando si parla di produzioni di questo genere -.
Un produzione povera, dunque, ma appassionante e ben strutturata, che tiene legati dall'inizio alla fine ed è favorita, oltre che dalla cornice, anche da un minutaggio finalmente a portata di stanchezza post-lavorativa infrasettimanale, che ricorda cose come The house of the devil o The conjuring in una versione decisamente più terra terra, ma non per questo meno interessante: e dai Dagmar - ottimi nella loro raffigurazione - alla presenza, sia solo presunta o effettiva, dello spirito del figlio morto della coppia dei Sacchetti, passando per gli abitanti del piccolo paese dove hanno scelto - sciagurati loro - di trasferirsi per ricominciare a vivere dopo il terribile lutto che li ha colpiti, gli antagonisti hanno tutti lo spessore giusto per non essere dimenticati.
E nel faccia a faccia dell'epilogo tra Dagmar in persona e Paul, c'è tutto il dolore dei padri che hanno perso qualcosa che non potranno più ritrovare, qualcosa che nasce dal sangue e che neppure tutto il sangue versato del mondo potrebbe riportare indietro, o risanare.
Siamo ancora qui, recita il titolo.
Ed è un bene che film come questo lo siano.
Per il Cinema, e per noi appassionati.





MrFord





"Hold tight
wait 'til the party's over
hold tight
we're in for nasty weather
there has got to be a way
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" - 




mercoledì 25 marzo 2015

Necropolis - La città dei morti

Regia: John Erick Dowdle
Origine: USA 
Anno: 2014
Durata:
93'





La trama (con parole mie): Scarlett, giovane archeologa americana figlia di uno studioso ed appassionato di alchimia morto suicida in circostanze misteriose scopre in Iran quella che potrebbe essere la chiave per portare a termine il lavoro del padre, una serie di indicazioni cifrate che indicherebbero il luogo di sepoltura della famigerata Pietra Filosofale, sogno proibito degli studiosi ed appassionati di alchimia di tutto il mondo.
Le tracce portano alle catacombe di Parigi, e dunque Scarlett, assemblata una squadra di amici esperti di archeologia e di ragazzi del luogo abituati ad escursioni ed esplorazioni delle catacombe stesse si avventura in quello che potrebbe diventare un vero e proprio viaggio all'Inferno.








Il da poco trascorso duemilaquattordici non sarà ricordato certo come uno degli anni più interessanti del genere horror, che ha navigato in acque decisamente agitate qui al Saloon, fatta eccezione per una manciata di pellicole - ovviamente non distribuite in Italia - che hanno finito per sobbarcarsi il peso delle aspettative che un fan di vecchia data come il sottoscritto finisce per avere anche senza volerlo.
Tra i titoli, al contrario, distributi anche qui nella Terra dei cachi, avevo finito per evitare questo Necropolis nonostante il mockumentary sia un guilty pleasure decisamente irresistibile, per il sottoscritto, temendo una porcata di proporzioni bibliche che sarebbe inevitabilmente finita ad infarcire le fila della già combattutissima decina dedicata al peggio della scorsa stagione: ripescato quasi per caso, però, il lavoro di John Erik Dowdle si è rivelato, a conti fatti, un divertissement neppure troppo malvagio, forse non perfetto in fase di scrittura e costruzione dei personaggi, perso nella parte finale, eppure a suo modo funzionale, in grado di regalare un'ora e mezza di intrattenimento senza sconfinare nella schifezza o entrare nel radar delle bottigliate.
L'idea dell'esplorazione delle catacombe di Parigi - che visitai in parte anni fa, davvero affascinanti - alla ricerca della Pietra Filosofale - un mito assoluto per i cultori di esoterismo - ed il cocktail prodotto mescolando l'Inferno dantesco a quello che ognuno di noi si porta dentro - interessante, e forse l'idea migliore dell'intera pellicola, l'effettiva interpretazione del potente artefatto - risultano quantomeno non banali - anche se, occorre ammetterlo, ormai trovo difficile spaventarmi davvero per un horror -, ed ho apprezzato anche i richiami evidenti a titoli di culto come The descent così come l'impressione - questa personale - che questo prodotto possa essere associato al nostrano e decisamente tosto Radice quadrata di tre, che prima o poi ho intenzione di ripescare.
In un certo senso, si potrebbe addirittura pensare che un prodotto assolutamente d'intrattenimento e senza pretese come questo sia riuscito dove Onirica, film autoriale e tecnicamente su un altro pianeta rispetto a questo, aveva clamorosamente fallito, riuscendo, seppur senza rimanere di fatto impresso nella memoria, a portare a casa la pagnotta.
Se ci trovassimo ancora nel pieno degli anni settanta o ottanta e l'horror fosse nel suo momento migliore, allora con ogni probabilità Necropolis scomparirebbe - un pò come se confrontato con cose davvero toste come Lake Mungo - di fronte a proposte decisamente superiori, ma allo stato attuale, finisce per non sfigurare nonostante non si tratti, di fatto, di nulla di nuovo o di davvero potente.
Come se non bastasse, a posteriori, mi sono trovato quasi a pentirmi di non aver dato prima una possibilità all'opera di Dowdle, e ho trovato alcune critiche rivolte allo stesso assolutamente eccessive, specie in un momento storico in cui in sala, alla voce horror, troviamo schifezzine incapaci di spaventare perfino la più pusillanime tra le ragazzine come Ouija.
E l'idea di un panorama di quel genere è un Inferno decisamente peggiore di quello labirintico che offre questo viaggio nelle viscere di Parigi, della Terra e di noi stessi.




MrFord



"Down in a hole and I don't know if I can be saved
see my heart I decorate it like a grave
well you don't understand who they
thought I was supposed to be
look at me now I'm a man
who won't let himself be."
Alice in chains - "Down in a hole" -





mercoledì 14 gennaio 2015

Ouija

Regia: Stiles White
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Laine, fin da bambina, è affascinata dall'utilizzo di una tavola ouija, che permette, per gioco o suggestione, di mettersi in contatto con il mondo degli spiriti e fare domande che riguardino questa realtà e quell'altra.
Quando, una volta cresciuta, la sua migliore amica commette apparentemente suicidio dopo aver trovato lo stesso tipo di misteriosa tavola in soffitta, la ragazza decide di indagare, coinvolgendo la sorella minore e le persone a loro più vicine.
Il loro dialogo con l'aldilà, però, sarà turbato da inquietanti e pericolose presenze che paiono aver trovato rifugio nella dimora della defunta Doris, e che si preparano a rivelare una storia antica e terribile di madri, figlie e morte.
Riusciranno i ragazzi a sopravvivere?








Una delle più grandi piaghe che ho vissuto da spettatore lo scorso anno è stata, senza dubbio, la Blog War incrociata tra Cinema Teen e Cinema Action disputata come di consueto con il mio rivale di sempre, Cannibal Kid: per quanto si trattasse di recuperi, i titoli da lui imposti nell'agghiacciante lista propinatami sono stati tra i più indigesti del duemilaquattordici - almeno nella loro maggior parte -, schegge impazzite in grado di trasformare qualsiasi visione teen futura del sottoscritto in una sorta di incubo, almeno sulla carta.
A ridosso del Natale negli States e per festeggiare l'inizio del nuovo anno qui da noi, è giunto in sala Ouija, titolo ispirato nientemeno che da un gioco da tavolo - un pò come accadde per il tamarrissimo G. I. Joe, guilty pleasure del sottoscritto legato a doppio filo ai soldatini che furoreggiavano negli anni ottanta - e girato nel pieno rispetto di tutte le connotazioni horror/teen che furoreggiavano proprio un trentennio fa: peccato che, nonostante le buone premesse - spiriti maligni, atmosfera eighties, la speranza di almeno un paio di salti sulla sedia - il lavoro imbarazzante di Stiles White si sia rivelato degno delle peggiori selezioni del mio antagonista.
Non solo, infatti, in casa Ford ci si è trovati di fronte ad una sceneggiatura scritta con i piedi da un qualche primate tra i meno dotati del pianeta - ed infarcita dai purtroppo sempre più diffusi buchi di logica che il genere regala, come mostrare, peraltro nella scena migliore della pellicola, Doris impiccata con le lucine che addobbavano la sua camera e, nel passaggio appena successivo, mostrare le stesse ancora ben attaccate alle pareti -, ma la scarsa empatia con protagonisti e gli spiriti che li minacciano ed una totale mancanza di una qualsivoglia tensione - e ho scritto tensione, non spavento, badate bene -, unite ad un ritmo che è stato in grado di trasformare l'ora e venti appena accennata di durata in una vera e propria maratona per le palpebre rendono di fatto Ouija uno dei candidati più importanti al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici già in questa prima metà di gennaio.
A prescindere, comunque, dal risultato qualitativamente pessimo di questa robetta, la cosa che più indispettisce, in questi casi, è che i post legati a titoli di questa risma finiscono senza ombra di dubbio i più difficili da costruire e da scrivere: sotto molti aspetti, infatti, demolire o scagliarsi contro un film che ci ha sconvolto o fatto incazzare è tremendamente più facile che sparare sulla croce rossa con sottospecie di tentativi come questo.
In un certo senso, la stessa visione è stata emblematica: inizio goliardico, con prese per il culo e frecciate all'indirizzo del regista e del prodotto da parte degli occupanti di casa Ford, parte centrale al limite del coma, nel corso della quale più volte si è finito per interrogare la coscienza rispetto al perchè diavolo non si fosse già sotto le coperte, ed un finale che, più che un'escalation, è stato di fatto una liberazione.
E non da uno spirito, una visione o chissà cos'altro, ma da un certo tipo di Cinema che non solo non funziona, ma non ha mai e poi mai avuto gran fortuna: quello palesemente brutto.




MrFord




"With the lights out, it's less dangerous
here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
here we are now, entertain us."

Nirvana - "Smells like teen spirit" -









mercoledì 5 novembre 2014

Annabelle


 Regia: John R. Leonetti
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 99'




 
La trama (con parole mie): Mia e John, freschi sposini ed in attesa di una bambina nella California di fine anni sessanta stanno iniziando a costruire il proprio futuro. 
Quando la figlia scomparsa dei loro vicini fa ritorno rivelandosi adepta di una setta satanica uccidendo i genitori ed assalendo anche la giovane coppia, tutto cambia. 
L’anima dell’assassina, infatti, toltasi la vita prima dell’intervento dei poliziotti, trasmigra in una bambola regalata a Mia da John, infestando di fatto non solo la loro casa, ma anche le loro esistenze.
Trasferitisi a Pasadena e passato un periodo tranquillo dopo il parto, i coniugi tornano ad essere spaventati da fenomeni inspiegabili legati soprattutto a madre e figlia, che paiono essere diventate oggetto delle attenzioni non solo dello spirito di Annabelle, ma del demone che la guida, pronto a richiedere un’anima come tributo al suo passaggio.
Aiutati dall'anziana proprietaria di una libreria locale, i due genitori novelli dovranno sostenersi l’un l’altra per cercare non solo di salvare loro stessi, ma anche e soprattutto la figlia.







Negli ultimi anni pare essere diventata una rarità sempre maggiore trovare, appassionati o no, un horror in grado non solo di spaventare davvero, ma anche in grado di funzionare a livello cinematografico, di logica e capace di catturare come si deve l’attenzione dello spettatore dal primo all’ultimo minuto: uno degli esempi migliori fu The conjuring, che la scorsa stagione raccolse consensi un po’ ovunque nella blogosfera e non grazie ad atmosfere tese ed un plot ben congeniato, guadagnandosi lo status di esperimento riuscito – pur non perfetto, sia chiaro – e generando una sorta di spin off, questo Annabelle, che in qualche modo ne avrebbe dovuto raccogliere il testimone.
Peccato che, a seguito del cambio del regista e di una serie di scelte che sono parse più commerciali che altro, il risultato porti senza dubbio ad uno dei titoli più scontati, meno interessanti ed inequivocabilmente meno spaventosi - a meno che non si parli di qualità – dell’anno, una pellicola prevedibile che pesca a piene mani da un bacino ormai piuttosto ampio – su tutti, Rosemary’s baby – senza riuscire per questo a risultare quantomeno interessante o a proporre soluzioni alternative ad un pubblico che, con ogni probabilità, finirà per irritarsi quanto più navigato sia rispetto al genere.
In particolare, credo sia stata la prima volta – almeno che ricordi – in cui ho finito per assopirmi nel corso di un film d’orrore, vinto dalla stanchezza più che dalla tensione generata dalla pellicola, annoiato dal consueto ruolo del prete o della presunta esperta di turno destinata all’inevitabile sacrificio finale – e perdonatemi lo spoiler -, dalla caratterizzazione del charachter di una bambola che non ha minimamente lo spessore di mostri sacri come Chucky o la capacità di inquietare se non – e, in questo, è clamorosamente simile alla pellicola – rispetto alla sua bruttezza.
Poco interessanti e banali anche gli stessi protagonisti, così come la scelta di concentrare le attenzioni del demone di turno sulla bambina: onestamente, per una volta mi piacerebbe assistere ad una pellicola legata alle possessioni in cui il bersaglio possa essere un vecchio alla Clint, piuttosto che l’ormai inflazionato innocente. 
Ed effettivamente, fossi un esponente della squadra del Diavolo, cercherei di farmi largo in qualcuno già corrotto in modo da poterlo portare oltre ogni limite, piuttosto che sbattermi come un disperato per corrompere qualcuno che di corruzione non saprebbe neppure definire il significato.
Ad ogni modo, messe da parte le mie potenziali scelte da potenziale emissario luciferino, resta una visione più che evitabile e l’ennesimo fallimento dell’horror in toto, che fatta eccezione per qualche spunto di tanto in tanto, pare essere giunto pericolosamente vicino all’abisso, che si parli di resa qualitativa o di ispirazione: Annabelle è l’ennesimo film inutile sfruttato solo per le sue apparenti potenzialità commerciali – che, in fondo, non mi pare si siano tradotte in un successo da blockbuster globale – buono giusto per far saltare sulla sedia qualche ragazzino alla sua prima esperienza con questo tipo di pellicola, e poco altro.
Il terrore vero è ben altro, così come il Cinema.
Qui ci sono solo pupazzi. In tutti i sensi.
E non dico spaventosi, ma neppure divertenti.
E non è certo una buona cosa.
 


MrFord



"I wish I never had taken this dare
I wasn't quite prepared
doll me up in my bad luck
I'll meet you there." 
Foo Fighters - "Doll" - 



 

sabato 22 dicembre 2012

Sinister

Regia: Scott Derrickson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Ellison Oswalt è uno scrittore di romanzi catalogati come "true crime", ovvero indagini su crimini ancora aperti o irrisolti svolte dallo stesso autore e rese best sellers di successo. I tempi della sua ultima, vera, scalata alle classifiche, però, sono ormai distanti dieci anni, ed Oswalt comincia a sentirsi alle strette, e più che l'aspetto economico o il benessere di sua moglie o dei figli, avverte la morsa della mancanza del brivido che solo il successo può dare.
Decide così di dedicarsi al misterioso caso di una famiglia trovata impiccata ad un albero: un massacro che pare aver risparmiato la piccola Stephanie, che risulta ancora scomparsa.
Lo scrittore, all'insaputa della compagna, acquista proprio la casa nel cortile della quale avvennero i fatti, che già dai primi giorni del trasloco pare avere un'influenza negativa non soltanto su di lui, ma anche sui suoi due bambini: a complicare le cose si mette il ritrovamento da parte dell'uomo di una misteriosa scatola in soffitta che contiene filmini amatoriali riferiti agli omicidi di cinque famiglie a partire dal 1966, che indicano per ogni scena del crimine la scomparsa di un bambino e la presenza sui luoghi dei delitti di uno strano simbolo e di un personaggio altrettanto inquietante.





Sinister è giunto praticamente per caso nell'hard disk sempre zeppo di titoli di casa Ford, pescato a caso nel grande mare dei film sottotitolati ancora senza una data di uscita italiana: pensare ad Ethan Hawke - uno dei sex symbol alternativi degli anni novanta - nel pieno di un horror diretto dal regista dei ben poco memorabili The exorcism of Emily Rose e Ultimatum alla Terra - pessimo remake dell'omonimo Classico di fantascienza - non mi faceva presagire nulla di buono se non una cascata di bottigliate pronte a colpire.
E invece salta fuori che non solo Sinister funziona, inquieta e spaventa come un film di questo genere dovrebbe sempre fare, ma riesce addirittura a non traballare troppo dal punto di vista della logica e portare a casa un risultato assolutamente insperato date le carte che potevo supporre avesse da giocarsi.
Non c'è nulla di troppo nuovo, nella sceneggiatura tra l'altro firmata anche dal regista, dagli ormai classici bambini spaventosi fino agli omaggi a pietre miliari dell'horror come Shining e L'esorcista con una strizzata d'occhio a cose più recenti come Il sesto senso, senza contare i riferimenti a Stephen King - l'autore letterario horror per eccellenza, citato non solo in qualche modo grazie alla professione del protagonista, ma dal protagonista stesso con il suo riferimento a Cujo -, eppure gli ingranaggi girano neanche fossero stati appena oliati, Ethan Hawke sfodera un'ottima interpretazione - che permette al regista di costruire praticamente l'intera pellicola su di lui, da solo in scena per la quasi totalità del tempo -, non mancano i momenti da salto sul divano e tutto il disegno non crolla neppure quando avviene, di fatto, il passaggio tra realtà e sovrannaturale.
Quello che, infatti, parte come un'indagine - tra l'altro molto inquietante - su una serie di omicidi terrificanti che ricordano quelli del Dragone rosso in Manhunter - pellicola memorabile firmata Michael Mann, sorella maggiore di quello che sarebbe stato Il silenzio degli innocenti - e portano una firma che fa tornare alla mente L'occhio che uccide - l'utilizzo del super 8 a testimonianza degli omicidi -, riesce appena ad indurre nel pubblico l'ipotesi che dietro le mattanze sulle quali indaga Oswalt si celi un serial killer - o una setta - prima di cambiare completamente strada avventurandosi sul sentiero oltre i confini del mondo come noi lo conosciamo, pratica normalmente molto rischiosa per ogni horror che voglia mantenere almeno una parvenza di dignità cinematografica.
Io per primo ammetto di avere storto il naso di fronte all'evidenza di una scelta che, quasi a metà pellicola, ribaltava di fatto il punto di vista rischiando di mandare tutto a monte, compreso il buon carico di tensione accumulato fino a quel momento: invece - e va dato tutto il merito a Derrickson - lo stile di ripresa e l'evolversi della vicenda, pur non risultando rivoluzionari riescono a catturare praticamente da zero per la seconda volta l'attenzione dello spettatore portando in scena un racconto per nulla scontato, dal climax insolito per il genere - davvero ottimo il finale, uno dei migliori degli ultimi anni di horror - e rappresentato da un "uomo nero" da fare invidia al Carpenter dei giorni migliori, un demone legato alla Storia antica che "seduce" dalla prima apparizione per "look" ed apparenza - una sorta di incrocio tra il trucco dei Misfits e le maschere degli Slipknot, dunque una porta aperta che non c'era affatto bisogno di sfondare, con il sottoscritto, per prendere punti - e chiude alla grandissima un crescendo decisamente ben riuscito.
Contribuisce al buon risultato finale anche la colonna sonora - anche se sarebbe più il caso di parlare di effetti -, creepy e disturbante come non mi capitava di sentirne da tempo, ed un'atmosfera in grado di rendere la consueta casa infestata o pseudo tale nel teatro per l'incontro tra una realtà inquietante ed un incubo pronto a realizzarsi nella sua interezza, e che non lascerà nulla e nessuno libero di sperare di avere scampo.
Senza dubbio, dunque, ed assolutamente a sorpresa, una delle migliori proposte del genere non solo di questo 2012 ormai giunto alla conclusione, ma addirittura delle ultime stagioni cinematografiche: in un momento di gravissima crisi dell'horror, roba come questa dobbiamo tenercela stretta e non mollarla neanche per scherzo.
Anche se dovesse tramutare in un vero incubo la già abbastanza inquietante realtà.


MrFord


"We have made the present obsolete
what do you want? What do you need?
We'll find a way
When all hope is gone."
Slipknot - "All hope is gone" -



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...