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lunedì 29 luglio 2019

White Russian's Bulletin



Settimana di ripresa per le visioni, qui al Saloon, complice l'avvicinarsi delle ferie estive, delle serate da ventilatore puntato e cocktail ghiacciato e della voglia di staccare tipica del periodo: grande o piccolo schermo, a questo giro ce n'è per tutti, anche se, come stagione impone, la leggerezza viene orgogliosamente prima di profondità e autorialità.


MrFord


BALLERS - STAGIONE 4 (HBO, USA, 2019)

Ballers Poster

Se qualcuno, ai tempi in cui approcciai Ballers la prima volta, mi avesse detto che il serial legato a doppio filo al mondo del football professionistico con Dwayne Johnson - The Rock per gli amici e appassionati di wrestling - come protagonista nel ruolo di una sorta di versione un pò più stronza di Jerry Maguire sarebbe arrivato alla quarta stagione, avrei riso forte.
E invece eccoci qui, di fronte ad un prodotto che, pur non toccando vertici altissimi, continua a consegnare al pubblico una base solida e ottimi spunti, dalle luci ed ombre del suo main charachter al ruolo ormai consolidato di nuovo Charlie Runkle della sua "spalla" Joe, dai capricci degli atleti alle riflessioni sempre attuali sulle differenze razziali e sulla lotta di classe.
Una quarta stagione partita in sordina che decolla con due episodi conclusivi degni dei momenti migliori di un titolo che, per quanto di nicchia, continua a testa alta e spalle larghe in barba agli ambienti più o meno altolocati in cui si trova a doversi districare: in pieno stile Spencer Strasmore.




LA CASA DI CARTA - STAGIONE 3 (Netflix, Spagna, 2019)

La casa di carta Poster

Alle spalle due stagioni che hanno segnato l'immaginario collettivo, tornano il Professore e i rapinatori de La casa di carta, come di consueto eccessivi, ribelli, contro il Sistema o, forse, al servizio di loro stessi: le regole non sono cambiate, si recupera Berlino per alimentare il fuoco sacro dei fan, si inseriscono nuovi charachters potenzialmente molto interessanti - si è scritto tanto di Palermo, ma Bogotà è il mio personale nuovo favorito -, si costruisce su basi apparentemente instabili per generare desiderio del prossimo episodio - o della prossima stagione - e finire per coinvolgere anche i più scettici, quasi tutto fosse un "bum bum ciao" che si trasforma nella cotta della vita grazie a due cliffhanger che in modo decisamente bastardo incollano già allo schermo per il quarto giro di giostra.
La perfezione sta da tutt'altra parte, ma senza dubbio il cuore e l'istinto, con un pò di furberia, ci sono tutti, e per uno come me è una partita già vinta: gli si potrebbe fare le pulci, ma non sarebbe il caso, e certo non è il luogo. Anche perchè non c'è dubbio che è sempre più facile, in questo gioco di ribaltamento, scegliere da che parte stare.




X-MEN: DARK PHOENIX (Simon Kinberg, USA, 2019, 113')

X-Men: Dark Phoenix Poster

Alle spalle la buona partenza de L'inizio e l'ottimo Giorni di un futuro passato, ma anche la mezza delusione di Apocalypse, i nuovi X-Men che in realtà dovrebbero precedere in linea temporale i vecchi giungono ad un probabile ultimo capitolo dedicato ad uno dei loro personaggi cardine, Jean Grey: le premesse potrebbero anche essere interessanti, peccato che vengano commessi errori a catena in grado di limitare la portata di quello che avrebbe potuto essere una buona alternativa ai più mainstream figli dell'MCU. Dal discostarsi netto e poco sensato dalla linea temporale che pareva portare ai suddetti titoli "vecchi" dedicati agli Uomini X all'esclusione troppo rapida dei due charachters più importanti e di spessore, la Raven di Jennifer Lawrence e il Quicksilver di Evan Peters, un gruppo di villains senza arte né parte, i soliti litigi da vecchia coppia di Xavier e Magneto, una confusione di fondo che pone interrogativi a proposito del perchè sia stato realizzato questo capitolo, budget a parte - missione fallita, considerati gli incassi -, questo Dark Phoenix funziona ed avvince davvero pochino, e rappresenta senza dubbio un'occasione sprecata.
Certo, si può guardare. Ma difficilmente se ne ricorderà qualcosa.




L'ANGELO DEL MALE - BRIGHTBURN (David Yarovesky, USA, 2019, 90')

L'angelo del male - Brightburn Poster

Scelto quasi a caso in una serata da relax estivo e neuroni zero, per quanto logicamente criticabile sotto molti punti di vista - ma abbiamo già visto con La casa di carta che non è questo il momento della logica - Brightburn è stato una sorpresa: prodotto dal James Gunn che sta facendo un gran bene all'MCU, questo horror supereroistico ha finito per ricordarmi i primi lavori di Shyamalan prima che si bevesse il cervello, con un piccolo Paul Dano alieno nel ruolo di Superman psicopatico che prima regala la felicità ai suoi genitori terrestri e dunque diviene il loro - ma non solo - incubo peggiore.
Gestione del tempo e della consequenzialità a parte - alcune situazioni sono veramente al limite -, ho trovato diverse buone idee all'interno del lavoro di Yarovesky, la giusta dose di violenza ed una sorta di rappresentazione estremizzata della spaccatura che, tra pubertà e adolescenza, si crea tra genitori e figli, condita da un finale inaspettato e davvero interessante, specie in prospettiva di un ipotetico aggancio per sequel o spin off.
Non saremo di fronte ad una pietra miliare - tutt'altro -, ma se le idee sono la benzina del Cinema e dell'Arte in generale, in Brightburn c'è materiale per fare ancora un pò di strada.


giovedì 2 novembre 2017

Annabelle: Creation (David F. Sandberg, USA, 2017, 109')





Credo piuttosto fermamente che, se non si fosse intromesso il progetto di rendere la settimana di Halloween - e forse qualcosa in più - del blog tutta horrorcentrica, non mi sarei mai neppure sognato di recuperare il prequel del terribile Annabelle, uscito qualche anno fa in sala ed inutilmente riesumato grazie al regista dell'altrettanto inutile Lights out - e non parlo del corto -: eppure, per dovere di cronaca, ho deciso di affrontare la visione privo di qualsiasi aspettativa e pronto a distruggere nel più breve tempo possibile il prodotto.
La realtà dei fatti, a film terminato, si è però rivelata differente: questo secondo Annabelle, infatti, non è inguardabile quanto il primo, e quantomeno nella sua parte iniziale riesce a costruire una base discreta partendo da archetipi tipici del genere, in attesa dell'escalation e di quello che dovrebbe essere il climax per afflosciarsi e, in maniera assolutamente innocua, finire ad ingrassare le fila del già nutrito esercito degli horror inutili, incapaci di far paura o di segnare in qualche modo il pubblico.
L'idea di una possessione sfruttata da un'entità maligna a seguito di una tragedia è interessante, ma sfruttata nel peggiore dei modi dagli autori - per quale motivo rivelare la storia di Annabelle, peraltro telefonatissima, a tre quarti di pellicola? -, l'evoluzione ovvia, i jump scare assolutamente innocui e perfino le sequenze oltre i titoli di coda quantomeno ipotizzabili, a fronte al contrario di una costruzione senza dubbio sensata nella prima metà, legata alla storia della famiglia Mullins ed alla scoperta progressiva della casa di questi ultimi delle orfane ospitate dai coniugi "per penitenza" - anche questa, a dire il vero, una scelta logica davvero assurda considerato il loro segreto -.
Un film, dunque, ben lontano dal poter essere considerato un horror con le palle, colpevole tra le altre cose anche di avermi costretto ad un post più lungo e discorsivo legato al suo essere piuttosto anonimo quando avrei preferito - e di gran lunga - una merda colossale pronta ad essere liquidata in due righe: Sanders si ascrive - come se ce ne fosse bisogno - alla lunga lista dei registi sopravvalutati che questo tipo di pellicole offre, nonostante il successo al botteghino che questo prequel di Annabelle ha di fatto raggiunto aprendo la strada non solo ad un eventuale terzo capitolo ma anche allo spin off The Nun, che dovrebbe essere ambientato nel convento in Romania citato dalla suora accompagnatrice delle ragazze protagoniste.
Se, dunque, vi trovaste nella stessa situazione in cui mi sono trovato io avendo deciso di regalare al blog un periodo dedicato esclusivamente ai film cosiddetti "di paura", ricordate di mantenere Annabelle: Creation come riempitivo e poco più, senza aspettarvi nulla di troppo negativo o positivo, e anzi, conservandolo se potete per una serata in cui vi ritrovate sulle spalle un pò di stanchezza.
Del resto, penso che pur visto con un occhio chiuso ed uno aperto non abbia davvero nulla che possa sfuggire ad una mente almeno in minima parte attenta.
Dal canto mio, penso che abbandonerò senza eccessive remore il brand, e se proprio dovessi provare nostalgia per una bambola spaventosa, dedicherò le mie attenzioni a Chucky.
In quel caso avrei almeno qualche soddisfazione dal punto di vista dell'ironia e delle parolacce.




MrFord




mercoledì 21 giugno 2017

Channel Zero - Stagione 1 (Syfy, USA, 2016)




Di norma, nonostante la blogosfera non stia vivendo certo il suo periodo migliore o più fulgido, cerco sempre, leggendo i vari blog, di stare attento alle segnalazioni di tutti i "colleghi" a proposito di titoli che potrebbero, noti oppure no, rivelarsi come delle vere e proprie sorprese e regalare qualche spunto per il futuro.
Tempo fa, grazie alla sempre bravissima Lucia, recuperai la prima stagione di Channel Zero, produzione dal sapore anni settanta - nonostante debba le sue "origini" sullo schermo a vicende ambientate nella decade successiva - dall'atmosfera inquietante e molto interessante, non perfetta ma senza dubbio una delle cose migliori che il piccolo schermo abbia conosciuto in tempi recenti rispetto al genere: ambientata su due piani temporali in una piccola comunità della provincia americana - il presente e l'ottantotto -, la serie propone in questa prima stagione le vicende di Candle Cove, sconvolta dall'uccisione di cinque bambini per l'appunto sul finire degli eighties, l'interruzione degli stessi omicidi ed il ritorno del male accanto ad uno dei bambini scampati ai tempi dei delitti, divenuto uno psicologo infantile.
L'incedere, che mi ha ricordato veri e propri cult come Lo spirito dell'alveare e l'evoluzione della trama risultano credibili e regalano momenti decisamente inquietanti - anche se, onestamente, non mi sono mai sentito turbato neppure in quelle che sono state le sequenze più creepy -, la cura di alcuni personaggi ed il loro charachter design è ottimo - il piccolo "dentista" è da antologia -, eppure, forse anche per le aspettative, attendevo perfino di più.
Questo perchè, a parte alcune scelte di cast non perfette - a partire dallo stesso main charachter, piuttosto scialbo e "normale", nel senso non positivo del termine -, il ritmo non è certo serrato, ed in alcuni punti pare che il fatto che lo stesso sia dilatato sconfini quasi nella noia, rendendo i quaranta minuti di ogni episodio più simili ad un'ora abbondante che non scorrevoli come ci si aspetterebbe da una serie dalla durata "standard".
Niente per cui scoraggiarsi, comunque, considerato che le produzioni horror - specie seriali - di norma risultano porcate galattiche, ed un buon segnale per questo duemiladiciassette che oltre a Channel Zero mi ha già regalato soddisfazioni con The Exorcist e American Horror Story: più che altro, immergetevi nella storia di Candle Cove e dei suoi bambini come se voleste rivivere in modo più sotterraneo l'orrore di It, che come una piaga si insinua tra le pieghe del tempo pronto a tornare a galla quando meno ce lo si aspetterebbe, e che per essere superato e messo a tacere richiede sacrifici che, compiuti in nome dell'amore o della necessità di liberarsi, sono destinati comunque a segnare per sempre i protagonisti della storia.
E, senza dubbio, anche chi li ha seguiti dall'altra parte dello schermo.




MrFord




 

venerdì 26 maggio 2017

Under the shadow (Babak Anvari, UK/Giordania/Qatar/Iraq, 2016, 84')




Il Cinema mediorientale, iraniano in particolare, ha sempre esercitato un fascino notevole sul sottoscritto fin dai tempi della scoperta del Maestro Kiarostami, che ho adorato e probabilmente adorerò fino a quando adorerò la settima arte: con il suo allievo Panahi, poi, e qualche scoperta giunta negli anni, posso affermare con certezza di aver trovato un tipo di approccio che riesce quasi sempre a convincermi, povero e profondo ad un tempo, e che aspettavo al varco rispetto a questo insolito horror - anche se sarebbe più corretto, a mio parere, chiamarlo thriller - giunto qui al Saloon spinto dalle critiche positive raccolte in rete.
Come sempre, in questi casi, l'hype e le aspettative creano ostacoli decisamente ardui da superare per una pellicola, e quando capita - come per Under the shadow - che la stessa non sia propriamente memorabile, finiscono per appesantire il fardello e, di conseguenza, il mio giudizio nel momento di scrivere il post: in realtà non vorrei andarci troppo pesante, con questo film piccolo ma per nulla privo di idee e riflessioni legate in special modo alla situazione sociale iraniana ed al ruolo della donna così come allo "spettro" della guerra, dunque mi limiterò a sottolineare due cose che hanno avuto un ruolo fondamentale nel farmi considerare Under the shadow decisamente sopravvalutato rispetto a quanto avevo letto in proposito.
La prima è, ed è assolutamente triste per un prodotto di questo tipo, che non inquieti o spaventi per nulla, e che anzi, abbia finito per stimolare nel sottoscritto, nel corso della visione, la febbrile ricerca di una sequenza che potesse quantomeno regalare un minimo jump scare, senza successo.
La seconda è data dal fatto che la "povertà" stilistica che di norma rende il Cinema iraniano così interessante - l'accostamento con il nostro neorealismo per me è quasi naturale - finisca per cozzare con un genere che non prevede un approccio antispettacolare, a meno che non si tratti di qualcosa di talmente potente in termini di atmosfere da far passare lo spettatore perfino oltre all'estetica - come per Radice quadrata di tre, uno degli horror a bassissimo costo più spaventosi che abbia mai visto anche rispetto a titoli con produzioni da cifre di gran lunga superiori -.
Il risultato è dunque un tentativo e poco più, che già a distanza di ventiquattro ore dalla visione inizia a scomparire dalla memoria e non riesce ad essere evocativo come un djinn vorrebbe essere - quantomeno potrebbe essere interessante andarsi a leggere qualcosa su queste mitiche figure della letteratura mediorientale -: uscendo dal contesto e concentrandosi, al contrario, sul conflittuale rapporto mostrato tra madre e figlia protagoniste del film si finisce per trovare qualche spunto in più, neanche si fosse catapultati in una versione "povera" del Babadook che tanto colpì la blogosfera un paio d'anni or sono - altro film, per quanto ben realizzato, sicuramente sopravvalutato -.
Ma rispetto a quanto mi sarei aspettato, posso tranquillamente affermare che l'ombra sotto la quale pensavo di trovarmi avventurandomi in questa visione era decisamente più nera e minacciosa della nebbiolina che mi ha fatto compagnia per un'ora e venti scarsa.
E di nebbia, purtroppo, me ne intendo.



MrFord



 

mercoledì 26 ottobre 2016

Somnia (Mike Flanagan, USA, 2016, 97')




Non troppo tempo fa, quando quasi contemporaneamente uscirono Hush e questo Somnia, entrambi firmati dal Mike Flanagan di Oculus - che, nonostante le molte recensioni positive, ai tempi non trattai propriamente con i guanti -, finii per aspettarmi due tempeste di bottigliate delle grandi occasioni, di quelle che di norma sono destinate agli horrorini di questi ultimi anni, capaci di qualche scossa soltanto grazie ai jump scare e ad inquietare giusto per un paio di secondi su un'ora e mezza di durata media.
Come raramente accade - soprattutto per quanto riguarda il genere, e soprattutto considerato il regista - non solo entrambe le pellicole hanno scampato le suddette tempeste, ma Hush ha guadagnato perfino una certa approvazione, mentre questo Somnia, per quanto non clamoroso ed assolutamente dimenticabile, ha finito per regalare qualche emozione con un finale insolito ed interessante, che riporta in auge il tema del rapporto tra genitori e figli e da una scossa quantomeno emotiva ad una pellicola che, altrimenti, non avrebbe detto molto più di tante altre - anche se, nel complesso, non l'avrebbe fatto peggio -.
Oltre all'analisi della figura della madre e del concetto di superamento del dolore, la pellicola è interessante anche per la presenza del piccolo Jacob Tremblay, star di Room, che seppur non all'altezza dell'interpretazione nel titolo appena citato cattura l'attenzione dello spettatore con uno sguardo che, se continua ad usare in questo modo, in futuro gli procurerà una lunga e prospera carriera: al contrario, tutto il comparto degli effetti speciali si rivela a mio parere come uno degli anelli più deboli accanto alla sceneggiatura, che nonostante il finale interessante in termini di riflessione dell'audience percorre l'ora e mezza di pellicola regalando alcuni passaggi talmente implausibili e tagliati con l'accetta dal richiamare immediatamente le produzioni buone per il tritacarne fordiano tipiche dei filmetti di paura vestiti a festa e cuciti addosso al mio antagonista Cannibal Kid e tutti i pusillanimi radical che non hanno idea di dove stiano gli horror degni di questo nome di casa.
Flanagan, ad ogni modo, si rivela piuttosto furbo, e considerata la sorpresa "in positivo" che è stata in un certo senso anche Somnia finisce per incuriosirmi a proposito dei suoi prossimi lavori, magari affiancato per l'occasione da qualche pezzo grosso della macchina da scrivere, in modo da potersi concentrare sull'aspetto prevalentemente cinematografico dei suoi lavori e, chissà, finire per conquistarsi un posto di rispetto qui al Saloon che fino a pochi mesi fa trovavo impossibile anche solo accostare al suo nome.
Non penso esistano, praticamente per contratto, horror "per famiglie", ma per quanto suoni strambo il concetto direi che Somnia potrebbe esserne un perfetto rappresentante: ideale per mostrare diversi risvolti - più o meno inquietanti - del rapporto tra genitori e figli, finisce, considerando l'evoluzione e l'utilizzo del mostro - davvero tra i più scarsi come resa visiva degli ultimi anni - e del suo rapporto con il piccolo protagonista, per stimolare le domande dei "più piccoli" e le riflessioni degli adulti a proposito del ruolo che hanno nella formazione dei propri figli, e come ogni singola decisione presa "per il loro bene" possa influire a livello intimo e non solo subconscio di chi cresce in una certa misura guidato ed amato da loro.
Considerato che si tratta in buona sostanza di un filmetto, direi che già questo può essere considerato praticamente un successo.





MrFord




 

domenica 13 dicembre 2015

Tales of Halloween

Regia: Vari
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): la notte di Halloween, una delle più inquietanti ed affascinanti festività che si celebrano in tutto il mondo, da sempre è ispiratrice di racconti, fiabe, incubi e tutto quello che è possibile concepire per spaventare. Dieci autori per dieci storie forniscono dunque la loro interpretazione della Notte delle streghe in bilico tra ironia, macabro, orrore e gore, senza fare sconti a nessuno.
Leggende che prendono vita, sogni divenuti incubi, scherzi spietati, maledizioni, alieni e mostri si susseguono pronti a mettere alle strette chiunque sia disposto a trascorrere una notte di terrore davanti al fuoco o nascosto sotto il letto, sperando che l'entità di turno possa passare oltre o accontentarsi dell'offerta ricevuta.










Fin dai tempi ormai lontani dell'infanzia, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, pronto a buttarsi a capofitto in visioni potenzialmente sempre più spaventose o divertenti, considerato il legame molto stretto che, a mio parere, corre tra il Cinema d'orrore e l'ironia nera - si pensi all'opera di registi come Sam Raimi o il primo Peter Jackson, per avere un'idea -.
Di recente - e pur se in ritardo sulla festività - ho scoperto dell'esistenza di questa antologia firmata da dieci autori dediti allo spavento ed ai suoi surrogati preoccupandomi da subito di tentare la visione, spinto anche dall'esperimento comunque riuscito, difetti compresi, di Storie pazzesche, passato non troppo tempo fa su questi schermi.
Il risultato è stato senza dubbio divertente ed ottimo per l'intrattenimento in una serata post-lavorativa dai tempi stretti, anche se qualitativamente molto divergente da un episodio all'altro: si apre con Sweet Tooth, firmato da Dave Parker, divertente e nerissima favola di Halloween legata all'ingordigia ed all'avidità degli adulti rispetto ai bambini splatter e violenta quanto basta, con un ottimo mostro e decisamente ironica; si prosegue con The night Billy raised hell, affresco più che spassoso legato al destino di un bimbo timido e poco coraggioso pronto a diventare l'esperimento di un demone goliardico; il terzo episodio, Trick, che ribalta la percezione dello stesso grazie ad un finale strepitoso, pronto a collocarlo tra i più interessanti del novero e che inviterei a vedere anche chi, con il genere, c'entra ben poco; al quarto capitolo dell'antologia, con The weak and the wicked, la qualità comincia a scendere, tolta l'ottima creatura che compare sull'epilogo e che ricorda molto quelle create da Del Toro per Il labirinto del fauno; Grim Grinning Ghost, il numero cinque, non aggiunge nulla di nuovo, e ripesca in chiave ghost story l'antico mito che intima alla vittima di non voltarsi indietro per osservare chi abbia alle spalle, pena la morte, di fatto tenendosi sugli stessi livelli del precedente; con Lucky McKee ed il sesto episodio, Ding dong, lo standard torna - e non poco - ad alzarsi grazie al delirio visivo e mentale di una mitica Pollyanna McIntosh che regala al pubblico il personaggio più interessante della raccolta insieme al demone di The night Billy raised hell; a seguire, giusto per allentare la tensione, un episodio diretto da John Skipp che si fa beffe del buon vicinato e dei preparativi per la festività celebrata dalla pellicola, divertente ma poco altro; il numero otto, Friday the 31st, è a mio parere il peggiore della decina, un omaggio agli slasher mescolato ai film di fantascienza anni ottanta che dovrebbe far ridere e che, al contrario, mette solo una grande tristezza, oltre che essere presentato in maniera davvero ridicola, e non nel senso buono; il penultimo,The ransom of Rusty Rex, che vede la partecipazione di John Landis, risulta ironico quanto basta per ricordare i primi episodi, e quantomeno riesce a far dimenticare i limiti del precedente; si chiude con Neil Marshall, mostro sacro da queste parti, che tira i fili dell'intera operazione e quasi realizza un pilota per quello che potrebbe essere un suo futuro lavoro. Onestamente, per quanto interessante, mi aspettavo di più, dall'autore di The descent, ma non mi posso lamentare.
Nel complesso questa antologia, con tutti i suoi limiti, è riuscita senza dubbio a celebrare nel migliore dei modi la Notte delle Streghe e regalare quantomeno un paio di momenti non banali: non sarà certo indicata per i non appassionati, o cruenta quanto il divieto ai diciotto per l'Italia pare presagire, ma resta un divertissement che, almeno a tratti, soddisfa la sete di sangue e terrore che il giorno più spaventoso dell'anno giustamente richiede.






MrFord






"Bonfires burning bright pumpkin faces in the night i remember halloween dead cats hanging from poles little dead are out in droves i remember halloween brown leaved vertigo where skeletal life is known i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween halloween, halloween, halloween, halloween candy apples and razor blades little dead are soon in graves i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween, halloween, halloween, halloween halloween, halloween, halloween, halloween."
Misfits - "Halloween" -







domenica 1 novembre 2015

Sinister 2

Regia: Ciaran Foy
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 97'






La trama (con parole mie): Courtney, madre single in fuga dal violento ex marito insieme ai suoi due gemelli Dylan e Zach, trova rifugio in una casa in campagna di proprietà di amici senza sapere che la stessa è legata alla scia di morte lasciata nel nostro mondo dal demone Bughuul, che si incarna ed è legato agli stermini di famiglie intere ed alla possessione di uno dei figli delle stesse.
Parallelamente, un ex sceriffo che aveva vissuto da vicino la vicenda raccontata nel primo film della saga che affianca al proprio lavoro da investigatore privato una missione che lo vede contrapporsi proprio al Bughuul giunge al rifugio di Courtney e dei suoi figli con l'intento di distruggerlo, e finisce per ritrovarsi coinvolto nella lotta per tenere lontano da loro proprio il temibile uomo nero.








Ai tempi della sua uscita, approcciai il primo Sinister come una potenziale e cocente delusione, e rimasi sorpreso dall'opera di Scott Derrickson, che appoggiandosi ad un ottimo Ethan Hawke, confezionò uno degli esperimenti più interessanti dell'horror mainstream degli ultimi anni sfruttando gli effetti sonori ed i filmini ritrovati dal protagonista, un ottimo crescendo conclusivo ed un personaggio, il Bughuul, da ricordare e perfino capace di inquietare un veterano del mio calibro in un paio di passaggi.
L'annuncio del sequel aveva provocato una sensazione di sfiducia simile, che associata ad un paio di inaspettate recensioni positive aveva finito per instillare il dubbio che mi sarei trovato di fronte ad una sorta di conferma, e finalmente ad un prodotto di genere almeno vagamente soddisfacente.
Niente di più sbagliato.
La visione di questo secondo capitolo delle avventure del buon Bughuul - sfruttato, purtroppo, troppo poco - si è infatti rivelato una delusione sotto tutta la linea: noia, nessun tipo di spavento o inquietudine nonostante l'utilizzo massiccio di bambini, una delle fonti di brividi garantite da sempre dall'horror, una trama decisamente telefonata ed un crescendo che, più che alimentare la tensione, finisce per indurre il pubblico a sperare che tutto possa chiudersi ben prima dell'ora e mezza scarsa di minutaggio a disposizione, anche quando, di fatto, dovrebbe essere il contrario.
Dopo il Cinema italiano, dunque, anche l'horror continua a riservare quasi esclusivamente delusioni per il sottoscritto, contribuendo a solleticare domande rispetto alla stesura di recensioni e post legati a titoli - come questo, ovviamente - che non meriterebbero neppure una decina di righe, considerato l'impatto che finiscono per avere sulla memoria dello spettatore, che si parli di intrattenimento, spaventi o ricordi effettivi.
Dall'utilizzo dei due attori - gemelli anche nella vita reale - all'evoluzione del rapporto di entrambi con il Bughuul ed i suoi emissari dalla giovane età fino al legame che porta la loro madre alla cotta per l'improbabile ex sceriffo protagonista - che diventa importante solo nel momento in cui viene definito faccia da topo dal poliziotto amico dell'ex marito della donna -, tutto ha il sapore del già sentito, non aggiunge nulla a questa tipologia di pellicole e finisce per essere più noioso che, quantomeno, divertente da bersagliare: un vero peccato, che non solo per affossa un potenziale brand ma che finisce per mettermi in difficoltà anche rispetto ai numerosi detrattori del primo capitolo, che avevo difeso strenuamente e che, a questo punto, se non cinematograficamente perde valore in termini di "simbologie", sacrificando uno dei babau più interessanti del passato recente sull'altare della speranza in un successo commerciale.
Troppo poco davvero.
Per il sottoscritto, ma anche per l'horror.




MrFord




"I listened outside I heard her. 
Alright. Oh I want to take you home. 
I want to give you children. You might be my girlfriend, yeah. 
When I saw you next day I really couldn't tell 'cos you might go 
and tell your mother."
Pulp - "Babies" - 





lunedì 28 ottobre 2013

Dark skies - Oscure presenze



Regia: Scott Stewart
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 97'



La trama (con parole mie): Daniel e Lacy Barrett sono sposati con due figli, e fino a non troppo tempo fa assaporavano il piacere del sogno americano di una grande casa, sicurezza economica, barbecue con gli amici la domenica e due figli. I tempi della crisi, però, hanno cominciato a minare il rapporto tra i due, troppo impegnati a cercare di far quadrare i conti per dialogare ancora tra loro e con i ragazzi. Quando una serie di nuovi, misteriosi fenomeni comincia a sconvolgere la loro quotidianità a partire dagli incubi del piccolo Sam, però, i Barrett si stringono l'uno all'altro cercando di venire a capo di quello che sta accadendo.
Sarà Lacy, spinta da alcune ricerche in rete e dalla necessità di scoprire l'origine degli eventi che li hanno colpiti, a sospettare per prima che dietro i misteriosi fenomeni si celino, in realtà, esseri provenienti da un altro mondo.




Come molti appassionati ben sanno, ormai, l'horror ed uno dei suoi simboli più inquietanti, i bambini posseduti, sono un terreno minato per qualsiasi regista voglia confrontarsi con gli stessi rischiando, di fatto, di proporre al pubblico, nei casi migliori, un'insipida minestra riscaldata.
Negli ultimi mesi, fortunatamente, ho avuto la fortuna di assistere a due casi che hanno visto portare sullo schermo titoli certo non rivoluzionari o innovativi, nonchè assolutamente derivativi nella loro evoluzione, eppure funzionali e senza dubbio in grado di portare a casa la loro onesta pagnotta: The conjuring e, per l'appunto, questo Dark skies - Oscure presenze.
In più di un senso, potrebbero addirittura essere considerate pellicole sorelle: in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una famiglia messa alla prova da forze decisamente più grandi di lei e pronta a stringersi attorno ai suoi membri apparentemente più deboli ed esposti al pericolo, pronta a rivolgersi a specialisti "del settore" inizialmente guardati con scetticismo e a combattere le suddette forze fino all'ultimo.
Ma se nel lavoro di James Wan - tecnicamente superiore a quello di Scott Stewart - a fronteggiare i protagonisti troviamo i "consueti" demoni, in Dark skies assistiamo all'interessante esperimento - che definirei riuscito - di riproporre le mitiche figure degli alieni cui ci eravamo abituati nei gloriosi anni ottanta grazie a pietre miliari come Incontri ravvicinati del terzo tipo nell'insolita veste di nemesi horror a tutti gli effetti, inquietanti e silenziosi invasori pronti a studiarci come entomologi del tutto privi di qualsiasi empatia.
Interessanti anche la scelta di mantenere il contatto con gli sgraditi ospiti del nostro pianeta molto in secondo piano, lasciando dunque il compito di inquietare il pubblico ai Barrett e alle loro reazioni alle interferenze "spaziali", e di optare per un'escalation conclusiva assolutamente lontana dagli usuali finali consolatori hollywoodiani, pronta a lasciare almeno parzialmente con l'amaro in bocca come fu con Sinister lo scorso anno.
Certo, l'evoluzione della trama ed i momenti da salto sulla sedia potenziale non sono nulla che non si sia già visto, il cast non pare decisamente il migliore sulla piazza - nonostante abbia ritrovato con piacere J. K. Simmons, ormai mitico dalle parti del Saloon dopo Oz e Juno - ed alcune parti potenzialmente molto interessanti sono lasciate cadere fin troppo presto - i segni lasciati dagli alieni sui due figli che divengono un implicito atto d'accusa e ragione di sospetto rispetto ai genitori su tutti -, eppure il film funziona e si lascia guardare dall'inizio alla fine, mantenendo una dignità che la media dei titoli horror attuali decisamente non ha.
Una discreta sorpresa, dunque, che ha rispolverato un'ansia dal sapore anni ottanta che non si avvertiva dai tempi del successo di X-Files, e che sul grande schermo può essere ricondotta a piccole perle come Arlington Road: considerate le aspettative che il Saloon tutto nutriva in merito, direi che Stewart può considerarsi uno dei piccoli eroi del genere in questo spento, spentissimo duemilatredici.


MrFord


"I'll take you out of this world (to the other side)
on a midnight rocket ('til the morning light)
going up, going down (it's gonna be alright)
I'll take you out of this world tonight."
Kiss - "Outta this world" - 



sabato 20 luglio 2013

Ju On - Rancore

Regia: Takashi Shimizu
Origine: Giappone
Anno: 2002
Durata: 92'



La trama (con parole mie): la giovane Kayako, con suo figlio Toshio, è stata brutalmente uccisa dal marito proprio tra le mura della sua casa, rimasta maledetta e costata la vita ad ogni persona che l'abbia abitata dopo di loro.
Quando l'assistente sociale Rika è assegnata alla famiglia che la occupa, si innesca una serie di eventi che vede il coinvolgimento non soltanto degli occupanti dell'abitazione, ma anche dei loro parenti, dei curiosi, della polizia e di chiunque cerchi di capire qualcosa rispetto a quello che è realmente accaduto in quel luogo.
L'unica ad essere risparmiata al fato dei malcapitati è proprio Rika, che potrebbe essere destinata a scoprire che la presenza di Kayako e Toshio sia, di fatto, il segno di una richiesta d'aiuto.




Ai tempi dell'uscita di questo film ricordo che l'horror made in Japan era ancora un fenomeno da sdoganare, qui nel Vecchio Continente e soprattutto negli States, che negli anni successivi si sarebbero resi protagonisti di una serie agghiacciante di remake ispirati dai titoli di maggior successo prodotti nel Paese del Sol Levante.
Ricordo anche che il lavoro di Takashi Shimizu terrorizzò praticamente chiunque capitò dalle parti del Saloon di allora, lasciando un ricordo tutto sommato positivo di una visione che aveva davvero molto di televisivo a livello di qualità delle riprese e recitazione - e non è certo un complimento -.
Così, in preda alla cara, vecchia voglia di horror che torna sempre a farsi sentire in questa stagione, ho recuperato questo film ormai decisamente noto in modo da renderne partecipe anche Julez, che il giorno dopo la visione, durante la mia assenza da casa, deve avermi maledetto in molteplici idiomi oltre a farsi coraggio grazie al Fordino durante la notte: onestamente devo ammettere che gli anni trascorsi da quella prima visione non hanno certo fatto troppo bene al lavoro di Shimizu, che parte con una discreta dose di salti sulla sedia per sprofondare nel quasi ridicolo involontario minuto dopo minuto, dando l'impressione di essere un simpatico tentativo decisamente lontano dal vero terrore che il grande schermo può regalare.
Tuttavia, non riesco a non voler almeno un pò bene a questo film, girato e recitato da cani eppure funzionale per l'intrattenimento di una giornata estiva nel pieno ricordo dei tempi ormai irripetibili di Notte Horror, quando in seconda serata da giugno a settembre una volta alla settimana Italia Uno trasmetteva una selezione di tutto rispetto con cavalli di battaglia di caratura ben superiore a quella del titolo in questione - roba come Nightmare, Venerdì 13, Cabal e così via ora ce la sognamo, purtroppo -: certo, lo script è nebuloso e piuttosto scombinato, la logica è tranquillamente in ferie a godersi la spiaggia - la scena dei poliziotti paralizzati dalla paura che restano in attesa di farsi sistemare dalla protagonista fantasma in pieno stile Esorcista è al limite del grottesco -, il bambino funziona il primo paio di volte in cui viene inquadrato prima di diventare più una mascotte che non una presenza inquietante - anche se la sequenza dell'ascensore, per quanto abusata nel mondo della settima arte, resta efficace -, ma si arriva al termine senza essersi certamente alterati a causa di aspettative alte con l'impressione di aver assistito al classico spettacolo perfetto per andare a colpire i più sensibili, un pò come quando tra ragazzini si cominciavano a raccontare episodi agghiaccianti e misteriosi in modo da seminare la paura tra i propri amici sperando di non ritrovarsi terrorizzati a propria volta.
Senza dubbio il tema trattato - quello del rancore accumulato in punto di morte pronto a riversarsi come un male oscuro nel mondo - è interessante e potenzialmente in grado di fornire materia per un film a suo modo memorabile, ma una volta presa coscienza del fatto che il lavoro di Shimizu non ha alcuna mira di questo genere, si potrà tranquillamente superare anche questo scoglio.
A quel punto resterà solo da fronteggiare la paura dei fenomeni in stile Ring e dell'idea che qualcuno possa comparirvi senza essere invitato tra le lenzuola, pronto ad offrirvi un viaggio senza ritorno in un qualche incubo oscuro.


MrFord


"Wear the grudge like a crown of negativity.
Calculate what we will or will not tolerate.
Desperate to control all and everything.
Unable to forgive your scarlet lettermen."
Tool - "The Grudge" - 


sabato 1 giugno 2013

Citadel

Regia: Ciaran Foy
Origine: Irlanda
Anno: 2012
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Tommy Crowley è un giovane padre che vive nella periferia estrema di Edenstown, una città preda del degrado urbano. La sua compagna, Joanne, è stata aggredita ed uccisa nel corso del loro trasloco da un agghiacciante casermone ad una casa più vicina alle esigenze di una famiglia da un gruppo di bambini dall'aspetto selvaggio e demoniaco, e da quell'episodio il ragazzo ha sviluppato un pesantissimo complesso di agorafobia che non gli permette di vivere serenamente la sua paternità, il rapporto con l'esterno e con il mondo in cui vive nonostante l'aiuto di Marie, un'assistente sociale che pare avere un debole per lui.
Quando la piccola Crowley viene rapita dagli stessi bambini responsabili della morte della madre, per Tommy non resterà altro se non allearsi con un prete decisamente fuori dagli schemi e tornare nel luogo dove ha perduto Joanne per venire a capo del mistero e cercare di salvare sua figlia.




La produzione horror europea ha conosciuto, nel corso degli ultimi anni, una piccola rinascita che ha permesso a titoli nati nel Vecchio Continente di guadagnare terreno rispetto al mercato USA, pur non consegnando alla Storia della settima arte - e non solo del genere - prodotti destinati a diventare pietre miliari o riferimenti assoluti: Eden Lake, The descent, Alta tensione fino ai più recenti A l'interieur e Grabbers hanno lasciato un segno nella memoria dei fan più accaniti - pur se non allo stesso modo - regalando qualche soddisfazione agli orfani delle grandi epoche che furono gli anni settanta e ottanta per i cosiddetti "film di paura".
Questo Citadel, del quale avevo letto spesso e volentieri nel corso delle mie peregrinazioni lungo la Frontiera della blogosfera, ha senza dubbio portato a casa almeno in parte la pagnotta, rivelandosi una pellicola fatta praticamente in casa con un ottimo gusto per la tensione - decisamente ad effetto le sequenze legate alla morte di Joanne e dell'autobus - e con gli attributi al posto giusto, pur se non perfetta soprattutto dal punto di vista dello script e della cura della vicenda e dei personaggi, tagliati un pò troppo velocemente soprattutto nel finale risolto frettolosamente forse per evitare di fare implodere la produzione sotto il cumulo delle spese eventuali.
Lo sfruttamento di tematiche come quella del rapporto tra padre e figlia, inoltre, ha contribuito a creare una certa empatia tra gli occupanti di casa Ford ed il protagonista, mosso dalla volontà di affrontare le sue peggiori paure solo ed esclusivamente per salvare la piccola rapita dai famelici ed inquietanti bambini demoniaci o presunti tali, veri e propri padroni di un complesso di casermoni degno dell'ex cortina di ferro o delle peggiori realtà in stile Misfits: certo, il buon Tommy ha più l'aspetto di un pusillanime in stile Peppa Kid o, per essere buoni, Frodo Baggins in preda al potere dell'anello, e tutte le speranze di sostanza della parte più "action" - e meno efficace, a dire il vero - del film firmato da Cirian Foy poggiano sulle solide spalle del prete interpretato da James Cosmo, visto di recente in Game of thrones ed in passato accanto a Mel Gibson in Braveheart, dunque abituato a fare andare le mani a prescindere da cosa ci si possa trovare di fronte, eppure l'equilibrio non manca, e per essere un prodotto perfettamente inseribile nell'ambito dei b-movies l'ora e mezza di visione scorre in totale scioltezza, con alcuni passaggi che potranno colpire e far saltare sul divano i meno avvezzi al genere tra gli spettatori - pusillanimi già citati esclusi, ovviamente, che passeranno la maggior parte del tempo nascosti dietro il loro peluche preferito - così come soddisfare i palati decisamente più avvezzi a proposte di stampo autoriale.
In una versione minore, dunque, Citadel è riuscito a riportare alla mente del sottoscritto il più che discreto The tall man - uscito qui nella Terra dei cachi come I bambini di Cold Rock - unito ad una cornice simile a quella del Cinema sociale anglosassone ed al più classico degli standard che l'horror lega ai bambini spaventosi, di norma più efficaci dei mostri dopati e deformi figli dello slasher, almeno per quanto riguarda l'inquietudine trasmessa allo spettatore medio: non aspettatevi nulla di trascendentale, o una rivoluzione nelle vostre visioni dell'anno, quanto più semplicemente un buon intrattenimento limitato nei mezzi ma efficace nel risultato in grado di fare ben sperare nel futuro del regista e sceneggiatore, che con qualche possibilità in più potrebbe dare sfogo al talento che indubbiamente mostra, pur se grezzo.

MrFord


"Fear of the dark, fear of the dark
I have constant fear that something's
always near.
Fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone's
always there."
Iron Maiden - "Fear of the dark" -


lunedì 25 marzo 2013

La madre

Regia: Andrés Muschietti
Origine: Spagna
Anno: 2013
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Lucas e Annabel si trovano ad affrontare la sfida di crescere le figlie del fratello dell'uomo, Jeffrey, scomparso in circostanze misteriose cinque anni prima, appena dopo aver ucciso la madre delle bambine ed averle portate con lui nei boschi, dove le piccole hanno finito per vivere allo stato brado trovando conforto nella presenza della misteriosa Mama, fantasma di una donna ospite di un manicomio che perse il proprio figlio più di un secolo prima.
Proprio lo spettro, geloso ed infuriato a causa dell'intrusione della coppia in quello che considerava il suo territorio ed il suo mondo, finirà per mettere alla strette gli improvvisati genitori costringendoli a lottare non solo per la sopravvivenza di Victoria e Lilly - questi i nomi delle nipoti di Lucas - ma anche della loro.




A volte l'ispirazione che rende grande una stagione cinematografica per un regista o un Paese è anche la causa principale di momenti di buio profondo in cui l'ispirazione stessa pare venire meno per lasciare spazio a pallide imitazioni dei titoli alla sua stessa base.
Allo stesso modo diventa particolarmente rischioso, per un regista, passare dall'essere dietro la macchina da presa al campeggiare sulle locandine in veste di produttore, guru, ispiratore o quant'altro.
E' quello che è accaduto al Cinema spagnolo e a Guillermo Del Toro, rispettivamente: il primo, sfoderata una stagione di gloria più o meno tre anni fa, ha cominciato a vivere di rendita ben oltre le sue possibilità, mentre il secondo è passato dal rinunciare alla realizzazione de Lo hobbit - completato poi, e alla grande, da Peter Jackson - per finire a fare da padrino a pellicole di qualità decisamente scarsina come questo La madre, spinto al botteghino negli States grazie alla presenza nel cast di Jessica Chastain - in questo film particolarmente fordiana ed apprezzata nel look dark dal sottoscritto -.
Le ghost stories, bollite spesso e volentieri quanto l'horror in genere, paiono aver esaurito le loro cartucce da parecchio tempo, ed all'interno del lavoro di Muschietti non si trovano spunti che possano differenziarlo da operazioni analoghe e decisamente non riuscite come The woman in black, che fu una delle delusioni più terribili della passata stagione: nonostante, infatti, le buone idee che ruotano attorno al concetto di maternità e al desiderio della presenza ribattezzata Mama dalle due bambine protagoniste di trovare conforto a seguito della traumatica perdita del figlio appena nato, la pellicola ed il suo svolgimento finiscono presto saldamente nei binari poco rassicuranti del già visto, risparmiando al pubblico tensione e spaventi e bruciando troppo in fretta - e decisamente male - la figura del "mostro", realizzata anche con ben poca perizia dal punto di vista degli effetti speciali.
Un peccato, perchè almeno in parte le potenzialità di giungere ad un livello discreto c'erano, dall'idea di utilizzare lo stesso attore per i due fratelli protagonisti - l'omicida in fuga dell'incipit e l'amorevole zio del resto della pellicola - a quella delle differenze tra le due bambine, segnate dall'isolamento nei boschi e dalla differenza d'età - la piccola appare più legata alla figura di Mama rispetto alla sorella, probabilmente a causa dei ricordi della madre naturale ovviamente radicati nella sensibilità della maggiore prima che nella sua -: demerito più dello script che della regia, questo va ammesso, a suo modo priva di acuti ma neppure mal gestita dall'allievo del succitato Del Toro, al contrario di una sceneggiatura piatta che non riesce a cogliere gli aspetti migliori della caratterizzazione dei protagonisti e viene gestita malamente nei raccordi temporali, che fanno acqua neanche ci trovassimo nel pieno di un filmetto di infima categoria invece che in una produzione internazionale destinata - almeno sulla carta - al successo di pubblico e critica.
Sicuramente c'è di peggio - nello stesso ambito e non solo -, e questo La madre si lascia guardare senza fare incazzare troppo, intrattenendo quanto un film da sabato sera in relax può fare, ma era legittimo aspettarsi un prodotto di tutt'altro livello dall'autore de Il labirinto del fauno e costruito sul volto di una delle attrici più lanciate - e dotate - dell'attuale panorama hollywoodiano.
Evidentemente l'allievo non era in grado di superare il maestro.
E La madre non era destinato a fare la Storia di una parte di Cinema che una volta ancora si conferma come tra le più ostiche da affrontare per un regista.


MrFord


"I'm trying to control myself 
so please don't stand in my way
I've waited for the longest time 
this is what I wanted in my way
move over, move over
there's a climax coming in my way
move over, move over
there's a climax coming in my way."
Cranberries - "Shattered" -



sabato 22 dicembre 2012

Sinister

Regia: Scott Derrickson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Ellison Oswalt è uno scrittore di romanzi catalogati come "true crime", ovvero indagini su crimini ancora aperti o irrisolti svolte dallo stesso autore e rese best sellers di successo. I tempi della sua ultima, vera, scalata alle classifiche, però, sono ormai distanti dieci anni, ed Oswalt comincia a sentirsi alle strette, e più che l'aspetto economico o il benessere di sua moglie o dei figli, avverte la morsa della mancanza del brivido che solo il successo può dare.
Decide così di dedicarsi al misterioso caso di una famiglia trovata impiccata ad un albero: un massacro che pare aver risparmiato la piccola Stephanie, che risulta ancora scomparsa.
Lo scrittore, all'insaputa della compagna, acquista proprio la casa nel cortile della quale avvennero i fatti, che già dai primi giorni del trasloco pare avere un'influenza negativa non soltanto su di lui, ma anche sui suoi due bambini: a complicare le cose si mette il ritrovamento da parte dell'uomo di una misteriosa scatola in soffitta che contiene filmini amatoriali riferiti agli omicidi di cinque famiglie a partire dal 1966, che indicano per ogni scena del crimine la scomparsa di un bambino e la presenza sui luoghi dei delitti di uno strano simbolo e di un personaggio altrettanto inquietante.





Sinister è giunto praticamente per caso nell'hard disk sempre zeppo di titoli di casa Ford, pescato a caso nel grande mare dei film sottotitolati ancora senza una data di uscita italiana: pensare ad Ethan Hawke - uno dei sex symbol alternativi degli anni novanta - nel pieno di un horror diretto dal regista dei ben poco memorabili The exorcism of Emily Rose e Ultimatum alla Terra - pessimo remake dell'omonimo Classico di fantascienza - non mi faceva presagire nulla di buono se non una cascata di bottigliate pronte a colpire.
E invece salta fuori che non solo Sinister funziona, inquieta e spaventa come un film di questo genere dovrebbe sempre fare, ma riesce addirittura a non traballare troppo dal punto di vista della logica e portare a casa un risultato assolutamente insperato date le carte che potevo supporre avesse da giocarsi.
Non c'è nulla di troppo nuovo, nella sceneggiatura tra l'altro firmata anche dal regista, dagli ormai classici bambini spaventosi fino agli omaggi a pietre miliari dell'horror come Shining e L'esorcista con una strizzata d'occhio a cose più recenti come Il sesto senso, senza contare i riferimenti a Stephen King - l'autore letterario horror per eccellenza, citato non solo in qualche modo grazie alla professione del protagonista, ma dal protagonista stesso con il suo riferimento a Cujo -, eppure gli ingranaggi girano neanche fossero stati appena oliati, Ethan Hawke sfodera un'ottima interpretazione - che permette al regista di costruire praticamente l'intera pellicola su di lui, da solo in scena per la quasi totalità del tempo -, non mancano i momenti da salto sul divano e tutto il disegno non crolla neppure quando avviene, di fatto, il passaggio tra realtà e sovrannaturale.
Quello che, infatti, parte come un'indagine - tra l'altro molto inquietante - su una serie di omicidi terrificanti che ricordano quelli del Dragone rosso in Manhunter - pellicola memorabile firmata Michael Mann, sorella maggiore di quello che sarebbe stato Il silenzio degli innocenti - e portano una firma che fa tornare alla mente L'occhio che uccide - l'utilizzo del super 8 a testimonianza degli omicidi -, riesce appena ad indurre nel pubblico l'ipotesi che dietro le mattanze sulle quali indaga Oswalt si celi un serial killer - o una setta - prima di cambiare completamente strada avventurandosi sul sentiero oltre i confini del mondo come noi lo conosciamo, pratica normalmente molto rischiosa per ogni horror che voglia mantenere almeno una parvenza di dignità cinematografica.
Io per primo ammetto di avere storto il naso di fronte all'evidenza di una scelta che, quasi a metà pellicola, ribaltava di fatto il punto di vista rischiando di mandare tutto a monte, compreso il buon carico di tensione accumulato fino a quel momento: invece - e va dato tutto il merito a Derrickson - lo stile di ripresa e l'evolversi della vicenda, pur non risultando rivoluzionari riescono a catturare praticamente da zero per la seconda volta l'attenzione dello spettatore portando in scena un racconto per nulla scontato, dal climax insolito per il genere - davvero ottimo il finale, uno dei migliori degli ultimi anni di horror - e rappresentato da un "uomo nero" da fare invidia al Carpenter dei giorni migliori, un demone legato alla Storia antica che "seduce" dalla prima apparizione per "look" ed apparenza - una sorta di incrocio tra il trucco dei Misfits e le maschere degli Slipknot, dunque una porta aperta che non c'era affatto bisogno di sfondare, con il sottoscritto, per prendere punti - e chiude alla grandissima un crescendo decisamente ben riuscito.
Contribuisce al buon risultato finale anche la colonna sonora - anche se sarebbe più il caso di parlare di effetti -, creepy e disturbante come non mi capitava di sentirne da tempo, ed un'atmosfera in grado di rendere la consueta casa infestata o pseudo tale nel teatro per l'incontro tra una realtà inquietante ed un incubo pronto a realizzarsi nella sua interezza, e che non lascerà nulla e nessuno libero di sperare di avere scampo.
Senza dubbio, dunque, ed assolutamente a sorpresa, una delle migliori proposte del genere non solo di questo 2012 ormai giunto alla conclusione, ma addirittura delle ultime stagioni cinematografiche: in un momento di gravissima crisi dell'horror, roba come questa dobbiamo tenercela stretta e non mollarla neanche per scherzo.
Anche se dovesse tramutare in un vero incubo la già abbastanza inquietante realtà.


MrFord


"We have made the present obsolete
what do you want? What do you need?
We'll find a way
When all hope is gone."
Slipknot - "All hope is gone" -



giovedì 13 settembre 2012

Babycall

Regia: Pal Sletaune
Origine: Norvegia
Anno: 2011
Durata: 96'




La trama (con parole mie):  Anna e suo figlio di otto anni, fuggiti alla violenza del marito della donna, vengono trasferiti in un complesso residenziale che dovrebbe tutelare la loro incolumità ma che non fa che amplificare le inquietudini della giovane madre, che per sentirsi più tranquilla e soddisfare gli assistenti sociali che vorrebbero per lei ed il bambino la ripresa della normale routine quotidiana acquista un babycall per monitorarlo anche durante la notte.
Proprio l'apparecchio pare intercettare lamenti provenienti da qualche parte nel palazzo che paiono essere espressione di episodi come quelli che loro stessi hanno vissuto: Anna, sconvolta e spaventata, cerca rifugio e comprensione in Helge, commesso del negozio dove ha acquistato la trasmittente, mentre il piccolo Anders decide di aiutare il suo coetaneo oggetto dei maltrattamenti.




Ormai è nota a tutti gli avventori del Saloon la simpatia che il sottoscritto prova nei confronti della fino ad un paio d'anni fa pressochè ignorata Norvegia: da quando nella mia vita di lettore sono entrati Jo Nesbo ed il suo Harry Hole, infatti, la terra dei fiordi è divenuta una sorta di rivelazione della quale subisco inesorabilmente il fascino.
Sull'onda di questo sentimento, non troppo tempo fa avevo recuperato Naboer, pellicola dalle nostre parti praticamente sconosciuta che si rifaceva alla scuola del thriller di Polanski e che, nonostante evidenti limiti, non mi aveva deluso completamente: non è stato il caso di questo mediocre Babycall, firmato peraltro dallo stesso regista del titolo appena citato, Pal Sletaune.
Come nel suo lavoro precedente, l'attenzione alle influenze della mente non solo sulla nostra vita ma sulla stessa realtà è centrale, e finisce per collocare questo titolo e la sua protagonista Anna - interpretata da una Noomi Rapace che si da da fare il più possibile, ma che trovo decisamente più adatta ai ruoli d'azione - nello stesso genere che ha visto negli anni la produzione di cose riuscite come Il sesto senso ed altre assolutamente trascurabili come il recente Dream house.
Peccato che la tensione che l'uomo dietro la macchina da presa cerca di costruire quasi senza requie sfruttando la disperazione e lo smarrimento della protagonista, l'inquietudine suscitata dai bambini, i dubbi dello spettatore e la location decisamente grigia e triste - in grado di riportare alla mente i casermoni di Lasciami entrare -, amplificata dalle ipotesi che si moltiplicano con il passare dei minuti rispetto al destino che attende Anna ed Anders sia completamente ed inesorabilmente rovinata da un finale che tende a giustificare ogni avvenimento precedente con una facilità eccessiva, tanto da ricordare al sottoscritto lo sfogo di Kathy Bates in Misery non deve morire rispetto ai film a episodi distorti da un episodio all'altro quasi come se lo spettatore fosse uno stupido da circuire.
Probabilmente Sletaune non ha considerato la lezione dei grandi colpi di scena degli ultimi anni di Cinema - dal già citato Il sesto senso a I soliti sospetti, per non parlare di The prestige -, o forse - e sarebbe decisamente peggio - ha finito per sottovalutare il pubblico propinando un climax che dovrebbe risultare sconvolgente ma che, di contro, demolisce fondamentalmente tutti i passaggi dello script che fino alla rivelazione conclusiva potevano funzionare almeno per alimentare dubbi e supposizioni: un errore imperdonabile che trasforma di fatto un film senza infamia e senza lode assolutamente guardabile per una serata "di tensione" in una presunta sofisticata presa per il culo in grado di irritare e non poco chiunque abbia fatto un pò più di attenzione a trama e temi del titolo stesso.
E proprio rispetto a questi ultimi il peccato è doppio, dato che la violenza domestica risulta una problematica sempre di grande attualità in grado di essere sfruttata sia in ambito thriller/horror - quello che Sletaune pare prediligere, e torniamo al precedente e già segnalato Naboer - che sociale, di fatto amplificando l'eventuale portata autoriale di una proposta assolutamente di genere come questa.
Al contrario, con i titoli di coda a scorrere su una vicenda risolta frettolosamente e in malo modo, la sensazione è soltanto quella dell'ennesima pellicola - e regista - le cui ambizioni non risultano assolutamente all'altezza del talento espresso.


MrFord


"I hear voices in my head
they council me
they understand
they tell me things that I will do
they show me things I'll do to you
they talk to me, they talk to me."
Rev Theory - "Voices" -


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