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giovedì 13 settembre 2012

Babycall

Regia: Pal Sletaune
Origine: Norvegia
Anno: 2011
Durata: 96'




La trama (con parole mie):  Anna e suo figlio di otto anni, fuggiti alla violenza del marito della donna, vengono trasferiti in un complesso residenziale che dovrebbe tutelare la loro incolumità ma che non fa che amplificare le inquietudini della giovane madre, che per sentirsi più tranquilla e soddisfare gli assistenti sociali che vorrebbero per lei ed il bambino la ripresa della normale routine quotidiana acquista un babycall per monitorarlo anche durante la notte.
Proprio l'apparecchio pare intercettare lamenti provenienti da qualche parte nel palazzo che paiono essere espressione di episodi come quelli che loro stessi hanno vissuto: Anna, sconvolta e spaventata, cerca rifugio e comprensione in Helge, commesso del negozio dove ha acquistato la trasmittente, mentre il piccolo Anders decide di aiutare il suo coetaneo oggetto dei maltrattamenti.




Ormai è nota a tutti gli avventori del Saloon la simpatia che il sottoscritto prova nei confronti della fino ad un paio d'anni fa pressochè ignorata Norvegia: da quando nella mia vita di lettore sono entrati Jo Nesbo ed il suo Harry Hole, infatti, la terra dei fiordi è divenuta una sorta di rivelazione della quale subisco inesorabilmente il fascino.
Sull'onda di questo sentimento, non troppo tempo fa avevo recuperato Naboer, pellicola dalle nostre parti praticamente sconosciuta che si rifaceva alla scuola del thriller di Polanski e che, nonostante evidenti limiti, non mi aveva deluso completamente: non è stato il caso di questo mediocre Babycall, firmato peraltro dallo stesso regista del titolo appena citato, Pal Sletaune.
Come nel suo lavoro precedente, l'attenzione alle influenze della mente non solo sulla nostra vita ma sulla stessa realtà è centrale, e finisce per collocare questo titolo e la sua protagonista Anna - interpretata da una Noomi Rapace che si da da fare il più possibile, ma che trovo decisamente più adatta ai ruoli d'azione - nello stesso genere che ha visto negli anni la produzione di cose riuscite come Il sesto senso ed altre assolutamente trascurabili come il recente Dream house.
Peccato che la tensione che l'uomo dietro la macchina da presa cerca di costruire quasi senza requie sfruttando la disperazione e lo smarrimento della protagonista, l'inquietudine suscitata dai bambini, i dubbi dello spettatore e la location decisamente grigia e triste - in grado di riportare alla mente i casermoni di Lasciami entrare -, amplificata dalle ipotesi che si moltiplicano con il passare dei minuti rispetto al destino che attende Anna ed Anders sia completamente ed inesorabilmente rovinata da un finale che tende a giustificare ogni avvenimento precedente con una facilità eccessiva, tanto da ricordare al sottoscritto lo sfogo di Kathy Bates in Misery non deve morire rispetto ai film a episodi distorti da un episodio all'altro quasi come se lo spettatore fosse uno stupido da circuire.
Probabilmente Sletaune non ha considerato la lezione dei grandi colpi di scena degli ultimi anni di Cinema - dal già citato Il sesto senso a I soliti sospetti, per non parlare di The prestige -, o forse - e sarebbe decisamente peggio - ha finito per sottovalutare il pubblico propinando un climax che dovrebbe risultare sconvolgente ma che, di contro, demolisce fondamentalmente tutti i passaggi dello script che fino alla rivelazione conclusiva potevano funzionare almeno per alimentare dubbi e supposizioni: un errore imperdonabile che trasforma di fatto un film senza infamia e senza lode assolutamente guardabile per una serata "di tensione" in una presunta sofisticata presa per il culo in grado di irritare e non poco chiunque abbia fatto un pò più di attenzione a trama e temi del titolo stesso.
E proprio rispetto a questi ultimi il peccato è doppio, dato che la violenza domestica risulta una problematica sempre di grande attualità in grado di essere sfruttata sia in ambito thriller/horror - quello che Sletaune pare prediligere, e torniamo al precedente e già segnalato Naboer - che sociale, di fatto amplificando l'eventuale portata autoriale di una proposta assolutamente di genere come questa.
Al contrario, con i titoli di coda a scorrere su una vicenda risolta frettolosamente e in malo modo, la sensazione è soltanto quella dell'ennesima pellicola - e regista - le cui ambizioni non risultano assolutamente all'altezza del talento espresso.


MrFord


"I hear voices in my head
they council me
they understand
they tell me things that I will do
they show me things I'll do to you
they talk to me, they talk to me."
Rev Theory - "Voices" -


giovedì 24 maggio 2012

Naboer

Regia: Pal Sletaune
Origine: Norvegia
Anno: 2005
Durata: 75'



La trama (con parole mie): John, un normale impiegato, vive solo dopo la rottura con Ingrid, che ormai convive con un altro uomo. Il rapporto tra i due è ancora teso, in seguito al tradimento della donna che ha segnato la fine della storia e ad un superamento della stessa che pare non essere ancora avvenuto.
Un giorno, appena tornato a casa, John incontra per la prima volta Anne, che con la sorella Kim vive nell'appartamento accanto al suo: non si sono mai incontrati, eppure la ragazza pare conoscere dettagli della vita privata dell'uomo come se si frequentassero da tempo.
Quando un favore da nulla diviene una sorta di incubo ad occhi aperti, però, John scopre un passo alla volta che Anne e Kim nascondono ben più di quello che ci si potrebbe aspettare, e l'esplorazione forzata del loro appartamento diviene un terribile viaggio nella sua stessa anima.





Nell'ultimo anno, principalmente per "colpa" di quel losco figuro di Jo Nesbo, posso affermare che la Norvegia sia diventata una piccola succursale di casa Ford, affascinando il sottoscritto in misura sempre maggiore dopo anni di placida indifferenza.
Grazie anche alla segnalazione del buon Frank Manila, Naboer è approdato sugli schermi del saloon spinto proprio dallo scrittore artefice della saga dell'impareggiabile commissario Harry Hole - recuperate i suoi romanzi, subito! -, e nonostante non si possa parlare di miracolo, mi sento libero di affermare che si tratti di un'interessante visione in grado di recuperare molti elementi tipici del thriller psicologico senza, di contro, perdere eccessivamente nella resa definitiva, che seppur non originalissima resta interessante e ben presentata.
La vicenda di John - protagonista algido ed assolutamente lontano, empaticamente parlando, dal pubblico - richiama immagini e storie di cui Polanski e Lynch sono i Maestri assoluti, e non disdegna richiami decisamente più pulp ad opere come quelle del primo Fincher - Fight club, The game -: l'utilizzo, poi, della metafora di un appartamento come luogo geografico ma soprattutto mentale - ed anche decisamente fisico - affonda le radici in uno dei lavori meno conosciuti eppure più incredibili del vecchio Roman, quel Repulsion che fu il capostipite di una serie di film tutti giocati al limite dell'horror, per giungere agli exploit grotteschi di Raimi con la saga de La casa e Craven con il sorprendente La casa nera.
Sicuramente Sletaune avverte un certo qual bisogno di sconvolgere - la scena a metà tra sesso e violenza tra John e Kim ne è la dimostrazione -, e a tratti si ha l'impressione che l'eccesso sia dietro l'angolo, pronto a minare la credibilità dell'intera opera, eppure in qualche modo il regista riesce sempre ad evitare all'ultimo che le bottiglie avvertano il mio prodigioso sesto senso per le inutili esagerazioni, finendo per regalare una visione che, pur perdendo leggermente mordente nella seconda parte - l'inquietudine è molto maggiore quando non si sa ancora cosa si ha di fronte, e superato un certo limite all'interno dell'appartamento delle due ragazze la conclusione diviene tutto sommato prevedibile -, complice un minutaggio favorevole, risulti tutto sommato interessante, assumendo di fatto le sembianze di un omaggio ai grandi Classici del genere.
Curioso scoprire nel cast Michael Nyqvist, all'epoca pressochè sconosciuto al grande pubblico ed ormai sdoganato dalla saga made in Europe di Millennium e dall'ultimo Mission impossible, unico tra gli attori protagonisti ad essere di fatto uscito dalla realtà nordica - televisiva e cinematografica - per compiere il grande salto.
Interessante poi - e soprattutto -, l'uso dell'appartamento cui facevo riferimento poco sopra, con una struttura fatta di porte, serrature, armadi spostati ed oggetti accumulati a rappresentare un caos che va ben oltre l'apparenza dell'etichetta fino a costruire un vero e proprio labirinto che probabilmente in mano ad un regista di talento più spiccato sarebbe divenuto un maelstrom in grado di sconvolgere lo spettatore, più che solleticare soltanto qualche brivido d'inquietudine.
Ma non voglio affatto rendere meno incisivo l'impatto di Naboer, che soprattutto ai non avvezzi al genere provocherà ben più di quanto possa aver suscitato nel sottoscritto, sempre che gli stessi siano disposti ad andare oltre quelli che sono i perbenismi di noi europei figli di educazioni cattoliche ed abituati a sequele di Studio Aperto per accettare l'esistenza di un lato oscuro che neppure la quotidianità e l'apparente equilibrio potranno mai effettivamente spingere sotto il tappeto come polvere poco gradita.
E' la stessa che racconta le storie dell'apparente banalità del Male, quella che si specchia nei silenzi in ascensore o nei vicini dai segreti pronti a mangiarsi tutto quello che pensavamo potesse essere la vita come si è abituati a sognarla.
E' l'oscurità della porta accanto.
L'abisso che ricambia lo sguardo.
Siamo noi, che dentro portiamo un mostro, anche quando neghiamo disperatamente la sua esistenza.
  

MrFord


"Twice as hard
as it was the first time
I said goodbye
and no one ever want to' know
love ain't funny
a crime in the wink of an eye."
The Black Crowes - "Twice ad hard" -


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