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domenica 13 dicembre 2015

Tales of Halloween

Regia: Vari
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): la notte di Halloween, una delle più inquietanti ed affascinanti festività che si celebrano in tutto il mondo, da sempre è ispiratrice di racconti, fiabe, incubi e tutto quello che è possibile concepire per spaventare. Dieci autori per dieci storie forniscono dunque la loro interpretazione della Notte delle streghe in bilico tra ironia, macabro, orrore e gore, senza fare sconti a nessuno.
Leggende che prendono vita, sogni divenuti incubi, scherzi spietati, maledizioni, alieni e mostri si susseguono pronti a mettere alle strette chiunque sia disposto a trascorrere una notte di terrore davanti al fuoco o nascosto sotto il letto, sperando che l'entità di turno possa passare oltre o accontentarsi dell'offerta ricevuta.










Fin dai tempi ormai lontani dell'infanzia, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, pronto a buttarsi a capofitto in visioni potenzialmente sempre più spaventose o divertenti, considerato il legame molto stretto che, a mio parere, corre tra il Cinema d'orrore e l'ironia nera - si pensi all'opera di registi come Sam Raimi o il primo Peter Jackson, per avere un'idea -.
Di recente - e pur se in ritardo sulla festività - ho scoperto dell'esistenza di questa antologia firmata da dieci autori dediti allo spavento ed ai suoi surrogati preoccupandomi da subito di tentare la visione, spinto anche dall'esperimento comunque riuscito, difetti compresi, di Storie pazzesche, passato non troppo tempo fa su questi schermi.
Il risultato è stato senza dubbio divertente ed ottimo per l'intrattenimento in una serata post-lavorativa dai tempi stretti, anche se qualitativamente molto divergente da un episodio all'altro: si apre con Sweet Tooth, firmato da Dave Parker, divertente e nerissima favola di Halloween legata all'ingordigia ed all'avidità degli adulti rispetto ai bambini splatter e violenta quanto basta, con un ottimo mostro e decisamente ironica; si prosegue con The night Billy raised hell, affresco più che spassoso legato al destino di un bimbo timido e poco coraggioso pronto a diventare l'esperimento di un demone goliardico; il terzo episodio, Trick, che ribalta la percezione dello stesso grazie ad un finale strepitoso, pronto a collocarlo tra i più interessanti del novero e che inviterei a vedere anche chi, con il genere, c'entra ben poco; al quarto capitolo dell'antologia, con The weak and the wicked, la qualità comincia a scendere, tolta l'ottima creatura che compare sull'epilogo e che ricorda molto quelle create da Del Toro per Il labirinto del fauno; Grim Grinning Ghost, il numero cinque, non aggiunge nulla di nuovo, e ripesca in chiave ghost story l'antico mito che intima alla vittima di non voltarsi indietro per osservare chi abbia alle spalle, pena la morte, di fatto tenendosi sugli stessi livelli del precedente; con Lucky McKee ed il sesto episodio, Ding dong, lo standard torna - e non poco - ad alzarsi grazie al delirio visivo e mentale di una mitica Pollyanna McIntosh che regala al pubblico il personaggio più interessante della raccolta insieme al demone di The night Billy raised hell; a seguire, giusto per allentare la tensione, un episodio diretto da John Skipp che si fa beffe del buon vicinato e dei preparativi per la festività celebrata dalla pellicola, divertente ma poco altro; il numero otto, Friday the 31st, è a mio parere il peggiore della decina, un omaggio agli slasher mescolato ai film di fantascienza anni ottanta che dovrebbe far ridere e che, al contrario, mette solo una grande tristezza, oltre che essere presentato in maniera davvero ridicola, e non nel senso buono; il penultimo,The ransom of Rusty Rex, che vede la partecipazione di John Landis, risulta ironico quanto basta per ricordare i primi episodi, e quantomeno riesce a far dimenticare i limiti del precedente; si chiude con Neil Marshall, mostro sacro da queste parti, che tira i fili dell'intera operazione e quasi realizza un pilota per quello che potrebbe essere un suo futuro lavoro. Onestamente, per quanto interessante, mi aspettavo di più, dall'autore di The descent, ma non mi posso lamentare.
Nel complesso questa antologia, con tutti i suoi limiti, è riuscita senza dubbio a celebrare nel migliore dei modi la Notte delle Streghe e regalare quantomeno un paio di momenti non banali: non sarà certo indicata per i non appassionati, o cruenta quanto il divieto ai diciotto per l'Italia pare presagire, ma resta un divertissement che, almeno a tratti, soddisfa la sete di sangue e terrore che il giorno più spaventoso dell'anno giustamente richiede.






MrFord






"Bonfires burning bright pumpkin faces in the night i remember halloween dead cats hanging from poles little dead are out in droves i remember halloween brown leaved vertigo where skeletal life is known i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween halloween, halloween, halloween, halloween candy apples and razor blades little dead are soon in graves i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween, halloween, halloween, halloween halloween, halloween, halloween, halloween."
Misfits - "Halloween" -







lunedì 1 aprile 2013

May

Regia: Lucky McKee
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 93'




La trama (con parole mie): May è una ragazza cresciuta nel profondo della provincia americana, schiacciata dall'ossessione dello strabismo che l'ha colpita da bambina e dalla solitudine. 
Sua unica "amica" la bambola Suzy, che resta al suo fianco fino a quando, ormai cresciuta, grazie ad un paio di lenti ha la possibilità di celare il suo difetto fisico: rassicurata dal suo aspetto, May tenta così l'approccio rispetto all'aspirante regista Adam, che inizialmente ricambia le sue attenzioni ma presto è spaventato dalle stranezze della giovane.
Abbandonata, lei si rifugia nelle attenzioni di Polly, segretaria dello studio veterinario in cui lavora, ma anche in questa nuova relazione le cose non funzionano: tornata sola e mossa dalla "voce" di Suzy, per May pare non restare altro che sfogare dolore e frustrazione in una vera e propria escalation violenta.






Qui dalle parti del Saloon l’arcigno Lucky McKee ha ormai un suo posto d’onore guadagnato grazie allo strabiliante The woman e allo struggente Red, passati su questi schermi nel corso dell’anno da poco alle nostre spalle.
Il percorso del sottoscritto rispetto alla sua filmografia continua dunque a ritroso, ripescando la pellicola che sancì il suo esordio nella “grande” distribuzione, un viaggio nel disagio mentale costruito e girato con una produzione praticamente fatta in casa ed un budget ridotto all’osso, giocato principalmente sui tre protagonisti e, nonostante alcuni esterni, assolutamente teatrale e “da camera” nella sua esecuzione, tanto da ricordarmi un altro prodotto dell’autorialità ai margini delle major americano, il Bug firmato da William Friedkin.
May – protagonista fragile e disequilibrata, interpretata alla grandissima da Angela Bettis -, vive la sua vita come una spettatrice, alimentando il disagio della solitudine profonda grazie ad una bambola che, fin dalla tenera età, ha simboleggiato per lei l’incombente presenza della figura materna nonché un ideale mai realizzato di bellezza e perfezione.
Costruendo il dramma della sua protagonista e l’escalation violenta che ne deriva, McKee porta sullo schermo non soltanto la rivalsa di una donna vissuta ai margini, outsider quasi per vocazione, ma anche e soprattutto lo struggente desiderio di essere accettata della stessa, pur lasciando libera la componente instabile che rende May progressivamente sempre più inquietante agli occhi dell’audience: certo, sia la sceneggiatura che la regia risultano ancora acerbi, rispetto a quello che sarà il McKee dei lavori successivi, eppure la potenza emozionale della pellicola è assolutamente evidente, e resa ancor più vivida dalla quasi candida evoluzione omicida della ragazza, che riporta alla memoria le bambole burtoniane così come le atmosfere dei vecchi film di genere in stile Jacques Tourneur, più che quelle dell’omaggiatissimo e nostrano Dario Argento – idolo del protagonista maschile, l’aspirante regista Adam interpretato da Jeremy Sisto, che i più avvezzi al piccolo schermo ricorderanno per il suo ruolo in Six feet under -, il tutto spruzzato con un po’ di quella disperata follia tipica della visione di Lynch della provincia statunitense.
Da appassionato di serial killers ed affini, ho trovato decisamente affascinante il ritratto fornito da McKee in questo suo lavoro: May, isolata fin dall’infanzia da un difetto fisico e divorata dalla voglia di poter essere amata e desiderata come tutte le persone normali, sviluppa progressivamente una vera e propria passione morbosa per tutto quello che, in un corpo, è a suo modo di vedere una sorta di “perfezione” da opporre a quella che, nel suo caso, è stata una condanna.
Dal gatto domestico alle mani di Adam, tutte le parti dei corpi che la ragazza impara ad ammirare finiscono per essere idealizzate fino a divenire un vero e proprio sostituto rispetto a Suzy, la bambola che ha assorbito tutte le sofferenze dovute all’isolamento fin dal giorno in cui la ricevette in dono dalla madre: l’accettazione diviene dunque progressivamente vendetta, e l’innocenza nell’esporsi emotivamente una fredda manifestazione della ferocia dei predatori.
McKee, comunque, non giustifica gli atti terribili progressivamente commessi da May, e più che altro ne porta in scena il dramma interiore ed esteriore, creando un’empatia con lo spettatore che pare camminare sul filo, in bilico tra la pietà e l’inquietudine – quasi si finisse per identificarsi più in Adam che non effettivamente nella stessa assassina -.
Nessuna redenzione, dunque, o tentativo di strizzare l’occhio – e in questo caso ci si potrebbe addirittura concedere una battuta cattiva e nerissima – alla speranza: il cammino di questa giovane donna è segnato, e non ci sarà nulla in grado di salvare lei e chi, in un modo o nell’altro, è entrato a far parte del suo mondo, dal mostro che è annidato nei recessi di quest’anima tormentata, e che pare aver atteso da fin troppo tempo l’occasione di uscire.
L’oscurità, del resto, è parte dell’essere umano: e mentre qualcuno la combatte attraverso le sue passioni – Adam – ed altri con il sesso, o un approccio più “easy” alla vita – Polly -, occorre pensare che ci sarà sempre chi, dopo un'esistenza intera da preda, deciderà d’improvviso – e forse neppure consciamente - di passare dalla parte dei predatori.
Ed in questi casi sarà sempre difficile pensare che la May di turno possa decidere di fermarsi fino a quando la sete di quell’oscurità non si sarà placata.


MrFord


"Chissà se tu mi penserai 
se con i tuoi non parli mai
se ti nascondi come me 
sfuggi gli sguardi e te ne stai."
Laura Pausini - "La solitudine" -



domenica 30 dicembre 2012

Ford Awards 2012: i film che non vedrete nelle sale italiane


La trama (con parole mie): come fu lo scorso anno, inauguro le classifiche dedicate ai miei adorati film e a quello che è l'argomento principe del Saloon con i dieci migliori titoli passati su questi schermi nel corso del 2012 che non hanno ancora visto - e molto probabilmente non vedranno mai - una distribuzione qui nella Terra dei cachi. 
Gli argomenti saranno molti, così come i generi esplorati, ma di sicuro si tratta di pellicole che valgono almeno una visione ed una ricerca che vada oltre quella dei titoli presentati nelle sale nostrane.
E' stata, lo ammetto, una selezione molto più dura rispetto a quella dei distribuiti regolarmente, sconvolta proprio nell'ultimo periodo da una visione che è volata dritta dritta sul gradino più alto del podio sbaragliando la comunque più che agguerrita concorrenza.
Quale sarà questo titolo? E quali altri si saranno battuti fino all'ultimo giorno?


N° 10: Coriolanus di Ralph Fiennes

 
Con il vecchio Bill il bardo allo script, difficilmente si sbaglia: Ralph Fiennes, attore di razza che non è nuovo alla materia shakespeariana, porta in scena un dramma bellico potente e di pancia, che costruisce sulle spalle sue e di un sorprendente Gerard Butler.
Gli ingredienti della tragedia ci sono tutti, così come un'ambientazione moderna che riporta alla mente le guerre civili che hanno dilaniato - e dilaniano - molti paesi in ogni angolo del globo: alla fine, quando la polvere si posa, è difficile trovare un vero vincitore.




N° 9: Bellflower di Evan Glodell


Evan Glodell, sorprendente nuovo volto del Cinema indipendente made in USA, regala una perla che unisce le apocalittiche atmosfere della trilogia di Mad Max, la passione per la settima arte e tutta la carica di pulsioni e sentimenti che nasconde l'amore, una delle trappole più pericolose in cui si rischia di cadere almeno una volta nella vita.
Un film non perfetto, eppure ribollente e vitale, come quando al principio della sbronza ci si sente di poter compiere qualsiasi impresa.



N° 8: Cave of forgotten dreams di Werner Herzog


A dire il vero quest'ennesima meraviglia firmata Herzog - che ha conosciuto una vera e propria seconda giovinezza da quando si è dedicato al format del documentario - non è propriamente non uscita nelle nostre sale, ma resta una di quelle proposte destinate a perdersi tra Festival e mercato dell'home video, quindi ho deciso di inserirla ugualmente in questa classifica per renderle il giusto omaggio e lo spazio che merita.
Evoluzione della specie, e del Cinema.



N° 7: Red di Lucky McKee, Trygve Allister Diesen 

 
Per il secondo anno consecutivo il tostissimo Lucky McKee piazza una sua creatura nella top ten dei titoli non distribuiti nella Terra dei cachi, ancora decisamente troppo poco matura per affrontare la forza di questo Cinema da provincia profonda made in USA fatto di speranze infrante e lotta contro il destino.
Una storia struggente che scava dentro lo spettatore provocando sconforto e rabbia, frustrazione e voglia di avere la forza - ma anche l'equilibrio - per cercare, almeno una volta, di non far pendere le bilance del potere in favore di chi ne abusa.

 
N° 6: Rundskop di Michael R. Roskam


Candidato all'Oscar per il miglior film straniero - premio andato allo splendido Una separazione - questo lavoro venuto dal Belgio più cupo e piovoso è uno spaccato in grado di mescolare il realismo dei Dardenne, la freddezza pungente di Haneke e lo struggimento di Audiard.
Una pellicola pazzesca da sudore, lacrime e sangue, che ha il potere di lasciare senza parole lo spettatore, che assiste al viaggio verso l'inevitabile conclusione di un protagonista indimenticabile.


N° 5: Lake Mungo di Joel Anderson


La vera, clamorosa, grande sorpresa horror degli ultimi dodici mesi: recensito benissimo in rete, questo misconosciuto lavoro made in Australia è riuscito a fare provare al sottoscritto la tensione che non bussava alle porte del Saloon dai tempi di Twin Peaks.
Un mockumentary profondo ed inquietante, realizzato con pochissimi mezzi eppure efficace sotto tutti i punti di vista: visto di notte, da soli, crea un'atmosfera unica.


N° 4: Tyrannosaur di Paddy Considine


L'esordio dietro la macchina da presa dell'attore Paddy Considine è un pugno nello stomaco così forte da far rimpiangere i peggiori colpi proibiti menati dalle pellicole più struggenti e senza speranza firmate da Ken Loach.
Un Peter Mullan superlativo porta in scena un protagonista profondamente drammatico, un outsider in lotta contro la vita di quelli che non si dimenticano facilmente: i mostri della quotidianità combattuti con la determinazione di chi è abituato ad allargare le spalle e portare il peso dell'esistenza. Una bomba.


N° 3: Synecdoche, New York di Charlie Kaufman


Con il podio i grossi calibri cominciano a sparare le loro cartucce più clamorose: iniziamo con il dramma portato in scena da Charlie Kaufman, geniale autore in grado di ribaltare l'esistenza come un calzino per poi farci credere che quello stesso calzino, in realtà, non esista.
Grazie ad un Philiph Seymour Hoffman da antologia, il regista prende per mano l'audience conducendola letteralmente attraverso il suo mondo interiore.


N° 2: The raid - Redemption di Gareth Evans


Il film d'azione che tutti i fan del genere - e non solo - sognavano dal profondo degli anni ottanta.
Botte da orbi, sequenze mozzafiato, adrenalina e ritmo vertiginoso senza dimenticare una profondità insolita per un prodotto di questo genere.
Se non ci fosse stato un miracolo in extremis di questo 2012 ormai agli sgoccioli, sarebbe stato il preferito fordiano tra i non distribuiti in Italia a mani basse. Clamoroso.


N° 1: Holy motors di Leos Carax


Proprio quando i giochi per questa classifica parevano fatti, ecco che Leos Carax tira fuori dal cilindro un vero e proprio colpo di genio, uno di quei film che compaiono come per miracolo ogni dieci anni e riescono a strabiliare qualsiasi tipo di pubblico e critica.
Un'opera complessa eppure semplicissima, ipnotica ed assolutamente magica: l'incarnazione del Cinema per come tutti noi lo amiamo, e continueremo a farlo, ritmata da un'interpretazione oltre ogni giudizio del metamorfico Denis Lavant. Una meraviglia.

 
I PREMI

Miglior regia: Leos Carax per Holy motors
Miglior attore: Denis Lavant per Holy motors
Miglior attrice: Samantha Morton per Synecdoche, New York
Scena cult: lo scontro tra i due fratelli dalle parti opposte della barricata e Mad Dog, lo sgherro del boss, The raid - Redemption
Fotografia: Holy motors
Miglior protagonista: Joseph, Tyrannosaur
Premio "lo famo strano": Woodrow e Milly, Bellflower
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": Rama, The raid - Redemption
Migliori effetti: Holy motors
Premio "profezia del futuro": Cave of forgotten dreams

 

venerdì 30 marzo 2012

Red

Regia: Trygve Allister Diesen, Lucky McKee
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie):  Avery Ludlow è un veterano proprietario di un piccolo negozio di ferramenta, vedovo, che vive solo in una grande casa con il fedele cane Red, regalatogli dalla moglie quasi quattordici anni prima in occasione del suo cinquantesimo compleanno.
Una domenica come tutte le altre, mentre l'uomo è a pesca, tre ragazzi lo minacciano e, per gioco, uno di loro uccide a sangue freddo proprio Red.
Inizia così una battaglia per la verità che Ludlow è disposto a combattere all'ultimo sangue neanche fosse ancora nel pieno del conflitto, memore del legame affettivo con l'animale e del ricordo della defunta compagna.
Il confronto con la famiglia del ragazzo responsabile dello scellerato gesto segnerà inevitabilmente le esistenze di tutti i protagonisti della vicenda, fino ad arrivare ad estreme conseguenze.




Prima di iniziare, vorrei ringraziare Einzige per la segnalazione fatta tempo fa di questo film.

Evidentemente Lucky McKee sa stimolare il mio lato più oscuro e animalesco come pochi altri registi nel corso dell'esperienza che ho potuto accumulare come spettatore.
Già con l'escalation finale dell'ottimo The woman avevo sentito ribollire il sangue nel prendere le parti dell'insolita paladina protagonista della pellicola nel pieno dell'esplosione della sua sete di vendetta rispetto ai suoi carcerieri, ma con Red la sensazione è stata anche più forte, scavata come da una lama di coltello nella carne così in profondità da raschiare l'osso.
Perchè la prima metà di questo sorprendente lavoro rischia a più riprese di essere letteralmente straziante: un ritratto lucido e terribile di una solitidine ancorata ad un ricordo dolorosissimo - gigantesco Brian Cox nel rendere tutta la sofferenza del protagonista Avery Ludlow, sommessamente espressa dal racconto della morte di sua moglie e suo figlio, assolutamente da brividi - aperto da una delle sequenze più tese e rabbiose dai tempi della mia visione di Eden Lake.
Ed è la rabbia, ad averla fatta da padrona, seguendo il percorso che Ludlow tentava, arrancando, di seguire, ingoiando merda ed allargando le spalle al peso dei soprusi e della coscienza di essere in lotta contro qualcosa più grande di lui - almeno sulla carta -, delle limitazioni di classe e denaro e della vita stessa: un percorso che passa attraverso il tentativo di risvegliare il buon senso - assente - del padre dell'assassino di Red - un sempre fastidioso Tom Sizemore -, di suo fratello o dell'amico che chiudeva l'allegro terzetto responsabile del misfatto - agghiaccianti i confronti con i genitori di quest'ultimo, interpretati dall'ex Freddy Krueger Robert Englund e da Amanda Plummer -, la legge, la stampa e l'opinione pubblica, per finire all'inevitabile tragedia dello scontro frontale.
E nel corso di tutti questi passaggi, nella mia testa continuava a serpeggiare l'istinto di una voce sommessa eppure insistente, glaciale e terribile: Avery Ludlow, tornato a casa ed individuati i colpevoli - da antologia la sequenza nel negozio di armi -, solo al mondo, privato del ricordo della moglie incarnato dal vecchio cane, aveva solo una scelta. Ucciderli tutti.
Suona davvero brutto, lo so bene.
Ma, come per il già citato Eden Lake, la strada per individui come Danny McCormack e suo padre non prevede un dialogo, o nulla che riguardi il mondo civile: si torna ai tempi della Frontiera, in cui un vecchio cowboy come Ludlow avrebbe fatto giustizia della sua perdita senza troppi scandali attorno.
Suona davvero brutto, ma gente come quella è ben oltre il crimine o il diritto. Oltre la morale. Oltre le convenzioni sociali.
Fortunatamente, viviamo in un'epoca in cui questo tipo di pulsioni viene tenuto sotto controllo dalla legge e dalla sua applicazione.
In un'epoca in cui non può capitare di andare a pesca una domenica mattina, e venire minacciati con un fucile da un gruppo di teenager insicuri e spocchiosi, e vedere il proprio compagno d'avventura spazzato via da un colpo sparato con leggerezza. E codardia.
In un'epoca in cui le pene sono commisurate ai delitti, e la giustizia - sociale e legislativa - è uguale per tutti, e non contano il denaro o la posizione.
Siamo privilegiati, perchè viviamo in un'epoca in cui le persone che lavorano e costruiscono hanno gli stessi trattamenti e fortune di quelli che hanno imparato a crescere mangiando sulle teste degli altri.
O alle loro spalle.
Saremmo privilegiati, ma sappiamo che sono tutte balle.
Viviamo in un'epoca straziante. Come Red.
Che è un attacco feroce agli States di oggi, alla nostra società, e se ci fosse, anche ad un qualsiasi Dio al di sopra.
De Andrè cantava nella splendida Il testamento di Tito "Io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio".
Avery Ludlow, tornato a casa e seppellito Red, non avrebbe dovuto avere altra scelta se non quella di tornare da quei tre piccoli pezzi di merda e farli fuori, con la stessa pietà che loro avevano dimostrato per il suo cane.
E se fossimo stati sulla Frontiera, avrebbe avuto diritto anche sui loro scalpi.
Fortunatamente, in questo mondo straziante, ci sono uomini come Avery Ludlow.
Che fino all'ultimo lottano per la verità, e combattono affinchè nessuno debba più ammazzare nessun'altro.
Lottano per l'altro.
E per la speranza.
E fino a quando ci saranno in giro tipi come lui, tutto sembrerà un pò meno brutto di quanto effettivamente non sia.


MrFord


"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Raining blood" - 


giovedì 24 novembre 2011

The woman

Regia: Lucky McKee
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 101'



La trama (con parole mie): Chris Cleek e la sua famiglia sono un esempio della perfetta provincia americana.
Lui si muove nei meandri degli affari immobiliari, la moglie Belle fa da casalinga modello pronta a non parlare troppo, Peggy è la tipica adolescente un pò chiusa ma molto brava a scuola, Brian l'uomo di casa ed il prediletto di papà e Darlin' la più piccola, innocente e vivace.
Un giorno, mentre Chris è a caccia, scopre che una donna vive alla stregua di un animale selvaggio nella foresta, senza saper parlare o avere un'idea di cosa sia una società "perbene": così, decide di catturarla e tenerla imprigionata nella sua cantina in modo da educarla progressivamente agli usi che si convengono nel nostro mondo.
Complice un segreto di Peggy, però, questo incontro/scontro con la Natura non andrà proprio come l'uomo si aspetta.




Ci sono momenti, nel corso delle nostre vite, in cui l'istinto viene lasciato libero, esplodendo in una cascata di sensazioni, più che di sentimenti, in grado di riempirci e svuotarci ad un tempo, far correre al massimo quel brivido che passa lungo la nostra spina dorsale prima di fermarsi alla base della testa, drizzandoci i peli sulla nuca: momenti come il primo morso di un pasto atteso, un orgasmo che non si riesce più a contenere, l'ultimo sorso di una bibita gelata nel pieno di un pomeriggio estivo, la fatica piacevole alla fine di un allenamento, "una bella cagata", come direbbe il vecchio che Vinz, Hubert e Said incontrano nel bagno pubblico de L'odio.
L'escalation finale di The woman può essere paragonabile, cinematograficamente parlando, a quella sensazione di piacere viscerale di cui i momenti appena accennati sono esempi lampanti.
E non solo.
Perchè dal primo all'ultimo minuto, la pellicola di Lucky McKee trasuda questo anelito oltre i limiti, e per lo stesso si batte, con le unghie e con i denti - soprattutto questi ultimi - per poter continuare a liberare il suo grido, a mostrare che c'è un cuore che batte, un respiro che brama l'affanno, mani pronte ad affondare nella terra e nella carne, un ventre pronto ad accogliere una nuova vita.
Dal primo all'ultimo minuto, The woman si mostra come una delle opere più femministe e toste dai tempi di Lezioni di piano e Holy smoke, e nella lotta estrema e terribile che vede contrapposta la Natura della prigioniera e la "buona" società del suo carceriere mostra - con grande intelligenza, oltre ad una forza assolutamente materiale - tutto l'orgoglio e la passione che il "sesso debole" ha messo in migliaia di anni di storia e continua ogni giorno a porre come baluardo a fronte di un maschilismo bieco e violento, che consuma nel sesso - o nel desiderio dello stesso - tutta la sua acredine e la gelosia verso quella che è, a tutti gli effetti, la creatura che più si avvicina alla perfezione che esista al mondo.
Incarnando la passione selvaggia dell'istinto primordiale per eccellenza - quello dell'essere madre, oltre che donna -, la protagonista - una strepitosa Pollyanna McIntosh -, così come Peggy e Belle, conduce lo spettatore attraverso un viaggio terrificante nella mente di Chris - menzione anche per Sean Bridgers, alle prese con un personaggio decisamente scomodo e non facile - e di suo figlio Brian, esporando territori che passano dalle parti di Haneke per giungere all'escalation gore conclusiva, narrata splendidamente e resa - nonostante l'inequivocabile violenza - un atto di emancipazione straordinario più di cuore che non di pancia.
Ma di pancia e solo di pancia ci si dovrebbe perdere nella visione di questo sorprendente film - uno dei migliori nel suo genere degli ultimi anni, simbolo di una finalmente più presente sugli schermi, pur se non italiani, corrente di horror autoriale -, lasciandosi cullare dalla clamorosa colonna sonora e da una vicenda in parte già sentita ma mai portata sullo schermo - specialmente da un regista di sesso maschile - con questo coraggio e questa forza.
A prescindere dalla naturale inclinazione a parteggiare per la prigioniera, resta evidente quanto coinvolgente riesca a rendere lo script McKee, scegliendo di non cadere nel facile ed eccessivo ricorso alla violenza sbattuta in faccia all'audience - anzi, spesso e volentieri giocando d'astuzia e sottrazione per mostrare il meno possibile, o lasciare allo spettatore il disagio di immaginare - per prendere il largo con un finale letteralmente esplosivo, legato a doppio filo a quella sensazione di liberazione - profondamente fisica, ma non solo - di cui parlavo sopra: e la chiusura, se vogliamo forse perfino troppo simbolica, pare la conclusione perfetta di una battaglia che vede la protagonista scontrarsi non soltanto con l'Uomo, ma anche con chi se ne rende vittima e nell'accettazione della sua condizione involontariamente complice - il faccia a faccia finale con Belle ha la stessa intensità di quelli con Brian e Chris -.
Vorrei, onestamente, essere in grado di rendere tutta la prorompente fisicità di questo lavoro, ma forse l'ideale sarebbe che a parlarne fosse proprio una donna, con la pulsante sensibilità di cui noi dell'altra metà del cielo saremo sempre sprovvisti: perchè questo film è una vera forza della natura, un concentrato di istinti e voglia di vivere una libertà ancestrale, e crescere nel proprio ventre quella del futuro.
E nessuno più di una Donna è in grado di comprendere e decifrare questi sentimenti confusi alle sensazioni.

MrFord

"And the thing that gets to me
is you'll never really see
and the thing that freaks me out
is I'll always be in doubt.
It is a lovely thing that we have
it is a lovely thing that we
it is a lovely thing, the animal
the animal instinct."
The Cranberries - "Animal instinct" -

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