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lunedì 17 agosto 2015

Il diamante bianco

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania, Giappone, UK
Anno:
2004
Durata:
88'





La trama (con parole mie): Werner Herzog segue nella foresta pluviale della Guyana, nei pressi delle cascate mozzafiato di Kaieteur il dottor Graham Dorrington, ingegnere appassionato di volo che sognava di essere un astronauta da tempo legato ad imprese compiute con dirigibili da lui stesso progettati e realizzati.
Legata a doppio filo alla tragica fine dell'amico documentarista dello stesso Dorrington Dieter Plage, scomparso una decina d'anni prima, ed all'idea di dare una maggiore manovrabilità al dirigibile, da sempre considerato un mezzo "statico", l'impresa del "Diamante bianco" è quella di sorvolare la foresta, con le sue leggende, i misteri e la popolazione, pronta ad ispirare ed attrarre con le proprie storie la troupe di Herzog.










Una delle cose che mi ha sempre conquistato del Cinema di Herzog, che si parli di fiction o documentari, è la capacità del regista tedesco di raccontare con un piglio unico la sfida dell'Uomo all'ignoto, alla Natura.
Il superamento del limite come filosofia di vita, più che come concetto.
L'idea che, probabilmente, stava dietro alle imprese dei grandi esploratori dei secoli scorsi, o di viaggi indimenticabili di tempi più recenti come quello del Kon-Tiki, ben raccontato pochi anni fa da un'altra pellicola legata a doppio filo a questo tipo di scelte, sfide, bisogni.
Da Aguirre a Fitzcarraldo, pare che Herzog abbia deciso di trasformare il suo Cinema in una sorta di inno alla follia ed all'istinto tutto umano di muovere un passo oltre, scoprire tutto quello che, all'apparenza, l'occhio non vede, o non riesce a vedere, che si parli di Natura, Tempo, Spazio, fisicità o spirito.
Il diamante bianco, appartenente alla "trilogia" del ritorno al documentario del Maestro tedesco - insieme a L'ignoto spazio profondo e Grizzly Man, che conto di proporre qui al Saloon il più presto possibile -, riprende appieno questi concetti: l'impresa di Graham Dorrington, fin da bambino spinto verso l'oltre dal desiderio di diventare astronauta - che, come testimoniano il suo corpo ed il racconto legato alla costruzione del razzo artigianale, non è sempre stato facile -, è paragonabile a quelle dei grandi (anti)eroi herzoghiani, e la potenza delle immagini che raccontano la sfida del Diamante bianco alla foresta pluviale della Guyana ed alle cascate di Kaieteur rendono al meglio questo stesso concetto.
Come sempre, poi, l'autore si prende il tempo necessario - nonostante il minutaggio assolutamente abbordabile anche da parte dei meno avvezzi al genere - per scoprire il mondo attorno all'impresa stessa, dalla bellezza mozzafiato del paesaggio al crudele e magnifico distacco delle creature figlie dei luoghi "invasi" dall'Uomo, concedendosi ben più di una parentesi anche rispetto alle storie dei lavoratori locali assunti per l'assistenza tecnica - dal ballerino al saggio che conosce erbe mediche e sogna di volare con la mongolfiera fino a ritrovare i suoi parenti perduti a Malaga, in Spagna -.
Lo stesso tempo che permette a Dorrington di ripercorrere, con le lacrime agli occhi, gli istanti più drammatici dell'incidente occorso all'amico Dieter Plage, regista che l'aveva seguito da vicino, proprio nel corso di un volo, e la cronaca della morte dello stesso, o al pubblico di immaginare cosa potrebbe mai celarsi dietro il muro d'acqua dalle correnti impetuose di Kaieteur, ove milioni di rondoni volano per nidificare, prosperare, scoprire, vivere prima di riprendere il loro viaggio, e le migrazioni.
La poesia delle immagini degli uccelli che scendono in picchiata oltre la cascata è da brividi, tra le più potenti cui abbia assistito in un documentario, e non solo, così come assolutamente condivisibile è la scelta di Herzog e della sua troupe di non divulgare il girato del medico ed esperto di arrampicata sceso lungo i margini delle cascate stesse, alla ricerca di uno scorcio del mondo oltre.
Ma nessun post, interpretazione o visione trasmessa attraverso gli occhi di qualcun'altro potrebbe rendere giustizia al senso de Il diamante bianco, dalla semplicità in grado di trasformarsi in epica alla tecnica che diventa di colpo potenza tutta istintiva: in fondo, nel cuore di ognuno di noi alberga la curiosità di spingersi oltre, di scoprire la brace che ci arde dentro, la stessa in grado di renderci folli, appassionati, vivi.
La stessa che ha guidato, nonostante gli insuccessi e la fatica, ogni grande esploratore al culmine della propria ricerca.
La stessa che mosse Dieter Plage fino all'ultimo istante di vita.
E Dorrington ed il suo Diamante bianco.
E Marc Anthony Yhap, con i suoi sogni di ricerca della madre in Spagna.
E Herzog con ogni suo folle protagonista.
E noi. 
Tutti quanti.
Anche chi resta fermo tutta la vita in attesa dello stimolo giusto per poter andare oltre.




MrFord




"And just like a burning radio
I'm on to you (you’re spell I’m under)
in the silver shadows I will radiate
and flow you
what you see and what it seems
are nothing more than dreams within a dream
like a pure white diamond
I’ll shine on and on and on and on and on."
Kylie Minogue - "White diamond" - 





martedì 15 gennaio 2013

Jack Reacher - La prova decisiva

Regia: Christopher McQuarrie
Origine: USA
Anno:
2012
Durata: 130'




La trama (con parole mie): l'ex soldato Barr, tiratore scelto, mette in atto l'omicidio senza apparente motivo di cinque apparenti innocenti, finendo per essere arrestato e posto di fronte alla scelta di confessare in cambio della condanna a morte oppure andare incontro ad un processo.
Ma proprio mentre lo stesso Barr viene ridotto in fin di vita a seguito di un pestaggio avvenuto nel corso del suo trasferimento in carcere, Jack Reacher, ex membro della polizia militare in cerca di Giustizia esce dal suo volontario anonimato per scoprire se la ricostruzione delle forze dell'ordine corrisponda oppure no a verità.
Aiutato dall'avvocato della Difesa Helen, l'investigatore dovrà dare spazio a tutte le sue abilità per poter chiudere il caso, identificare i colpevoli e fare in modo che i torti vengano riparati, anche a scapito di quello che è l'ordine costituito.




A volte ci starebbe proprio di ringraziare per l’esistenza di film come Jack Reacher ed affini: roba di grana grossa – ma neppure troppo, a ben guardare – lineare e semplice, senza pretese, con quel giusto equilibrio che passa tra divismo tamarro ed una robusta dose di attrazione che, neanche ci trovassimo nel più serrato dei thriller, calamita allo schermo dal primo all’ultimo minuto.
Non che avessi dubbi, rispetto a quest’ultima fatica di Tom Cruise che, come al solito, nelle produzioni cui prende parte non in mano a registi di nome e di carattere, assume un controllo pressoché totale sull’intera opera, finendo per esaltarne il lato “cruisiano”, per l'appunto, ai massimi livelli: eppure, nonostante Scientology ed un ego che può tranquillamente rivaleggiare con quello del Cannibale, il buon Tom continua a non riuscire a darmi sui nervi o crearmi problemi a godermi tutto il suo lavoro, in parte perché è indubbia la sua professionalità, in parte perché questo suo fare perennemente sopra le righe pare in qualche modo divertito e divertente.
E così, nel pieno di una pellicola che ha più il sapore dell’intrigo anni settanta che non dell’action anni ottanta, scopriamo che il Nostro – che non va propriamente fortissimo in altezza – pare sempre aggirarsi attorno al metro e novanta, lo osserviamo sfoderare un paio di momenti al limite del trash che fanno sorridere – il petto nudo di fronte alla procace avvocatessa Rosamund Pike è già un piccolo cult – ed un’aura a metà tra gli Expendables e Jack Bauer, il tutto comunque senza far risultare ridicolo o al limite dell’assurdo un personaggio tosto e cazzutissimo – come, del resto, il genere vuole – evitando figuracce come quella di Liam Neeson nel recente, e pessimo, Taken 2.
Ma lasciando per un momento da parte l’ingombrante Tom, la riflessione più importante rispetto a Jack Reacher va riservata allo script – oltre al sempre mitico Robert Duvall, che porta sullo schermo un personaggio fordiano fino al midollo -, che a dispetto delle aspettative e nonostante una certa linearità a tratti telefonata risulta intrigante quanto basta per ricordare, per l’appunto, più Il giorno dello sciacallo – quello originale, non la schifezza colossale che fu il remake – che non Die hard – tanto per citare due pellicole con protagonista un altro simbolo del Cinema d’azione che una ventina d’anni fa sarebbe stato perfetto nel ruolo di un Reacher meno rigido e più scombinato – anche se, a ben guardare, il passato da militare del protagonista rende quasi più adatto Cruise a prestare corpo ed anima a questo spaccaculi tutto d'un pezzo -: l’intrigo che ruota attorno all’ex soldato Barr – colpevole, tra l’altro, di una serie di omicidi a sangue freddo compiuti sotto le armi nella stessa modalità di quelli che aprono il film e che vanno a toccare un nervo decisamente scoperto per quanto riguarda la società USA –, che piuttosto che essere incriminato e schiaffato sul tavolo dell’iniezione letale preferisce rivolgersi a quella che, di fatto, è la sua nemesi – Reacher, per l’appunto – in modo che la verità venga a galla risulta funzionale e sicuramente efficace, benchè non tamarro quanto ci si potrebbe aspettare.
Nonostante questo non mancano i momenti sopra le righe, entrata ad effetto del protagonista compresa: l’invisibile – se vuole, altrimenti molto visibile ed ovviamente molto alto – uomo d’acciaio ed ex investigatore della polizia militare prende in questo modo e da par suo a cuore la difesa di un individuo che lui stesso aveva consegnato alla Giustizia proprio in nome della stessa, nel pieno rispetto di quei valori tutti a stelle e strisce che prevedono, di fronte ai massimi sistemi, un piuttosto evidente sprezzo delle regole e delle strutture che potrebbero impedire la riuscita dell’impresa stessa.
In questo senso, Jack Reacher è un antieroe profondamente statunitense, una sorta di “reazionario positivo” simile ai pistoleri senza macchia dei vecchi western che prende il pubblico per mano grazie all’attore che lo interpreta e lo conduce attraverso una vicenda che non avrà gli acuti dell’instant cult ma che risulta assolutamente una goduria dall’apertura ai titoli di coda, una proposta senza pretese, realizzata con ottima perizia e perfetta per la tipica serata d’intrattenimento che possa impegnare solo parzialmente il cervello e regalare il numero giusto di passaggi che possano anche solleticare l’esaltazione del pubblico – maschile o femminile poco conta -.
Dovesse dunque capitarvi per le mani, buttatevici a capofitto senza troppa preoccupazione: in fondo, a guidarvi ci sarà qualcuno che, in un modo o nell’altro – sempre poco ortodossi, ma sicuramente efficaci – saprà condurre l'audience intera alla risoluzione della vicenda senza che ci siano dubbi sul fatto che, quando lui entra in gioco, non ci sono cazzi per nessuno.
Soprattutto per chi è parte della squadra sbagliata.
E allora, beh, non vorrei proprio essere nei loro panni.


MrFord


"Fight fight fight
just push it away
fight fight fight
just push until it breaks
fight fight fight
don't cry at the pain
fight fight fight
or watch yourself burn again."
The Cure - "Fight" -


domenica 30 dicembre 2012

Ford Awards 2012: i film che non vedrete nelle sale italiane


La trama (con parole mie): come fu lo scorso anno, inauguro le classifiche dedicate ai miei adorati film e a quello che è l'argomento principe del Saloon con i dieci migliori titoli passati su questi schermi nel corso del 2012 che non hanno ancora visto - e molto probabilmente non vedranno mai - una distribuzione qui nella Terra dei cachi. 
Gli argomenti saranno molti, così come i generi esplorati, ma di sicuro si tratta di pellicole che valgono almeno una visione ed una ricerca che vada oltre quella dei titoli presentati nelle sale nostrane.
E' stata, lo ammetto, una selezione molto più dura rispetto a quella dei distribuiti regolarmente, sconvolta proprio nell'ultimo periodo da una visione che è volata dritta dritta sul gradino più alto del podio sbaragliando la comunque più che agguerrita concorrenza.
Quale sarà questo titolo? E quali altri si saranno battuti fino all'ultimo giorno?


N° 10: Coriolanus di Ralph Fiennes

 
Con il vecchio Bill il bardo allo script, difficilmente si sbaglia: Ralph Fiennes, attore di razza che non è nuovo alla materia shakespeariana, porta in scena un dramma bellico potente e di pancia, che costruisce sulle spalle sue e di un sorprendente Gerard Butler.
Gli ingredienti della tragedia ci sono tutti, così come un'ambientazione moderna che riporta alla mente le guerre civili che hanno dilaniato - e dilaniano - molti paesi in ogni angolo del globo: alla fine, quando la polvere si posa, è difficile trovare un vero vincitore.




N° 9: Bellflower di Evan Glodell


Evan Glodell, sorprendente nuovo volto del Cinema indipendente made in USA, regala una perla che unisce le apocalittiche atmosfere della trilogia di Mad Max, la passione per la settima arte e tutta la carica di pulsioni e sentimenti che nasconde l'amore, una delle trappole più pericolose in cui si rischia di cadere almeno una volta nella vita.
Un film non perfetto, eppure ribollente e vitale, come quando al principio della sbronza ci si sente di poter compiere qualsiasi impresa.



N° 8: Cave of forgotten dreams di Werner Herzog


A dire il vero quest'ennesima meraviglia firmata Herzog - che ha conosciuto una vera e propria seconda giovinezza da quando si è dedicato al format del documentario - non è propriamente non uscita nelle nostre sale, ma resta una di quelle proposte destinate a perdersi tra Festival e mercato dell'home video, quindi ho deciso di inserirla ugualmente in questa classifica per renderle il giusto omaggio e lo spazio che merita.
Evoluzione della specie, e del Cinema.



N° 7: Red di Lucky McKee, Trygve Allister Diesen 

 
Per il secondo anno consecutivo il tostissimo Lucky McKee piazza una sua creatura nella top ten dei titoli non distribuiti nella Terra dei cachi, ancora decisamente troppo poco matura per affrontare la forza di questo Cinema da provincia profonda made in USA fatto di speranze infrante e lotta contro il destino.
Una storia struggente che scava dentro lo spettatore provocando sconforto e rabbia, frustrazione e voglia di avere la forza - ma anche l'equilibrio - per cercare, almeno una volta, di non far pendere le bilance del potere in favore di chi ne abusa.

 
N° 6: Rundskop di Michael R. Roskam


Candidato all'Oscar per il miglior film straniero - premio andato allo splendido Una separazione - questo lavoro venuto dal Belgio più cupo e piovoso è uno spaccato in grado di mescolare il realismo dei Dardenne, la freddezza pungente di Haneke e lo struggimento di Audiard.
Una pellicola pazzesca da sudore, lacrime e sangue, che ha il potere di lasciare senza parole lo spettatore, che assiste al viaggio verso l'inevitabile conclusione di un protagonista indimenticabile.


N° 5: Lake Mungo di Joel Anderson


La vera, clamorosa, grande sorpresa horror degli ultimi dodici mesi: recensito benissimo in rete, questo misconosciuto lavoro made in Australia è riuscito a fare provare al sottoscritto la tensione che non bussava alle porte del Saloon dai tempi di Twin Peaks.
Un mockumentary profondo ed inquietante, realizzato con pochissimi mezzi eppure efficace sotto tutti i punti di vista: visto di notte, da soli, crea un'atmosfera unica.


N° 4: Tyrannosaur di Paddy Considine


L'esordio dietro la macchina da presa dell'attore Paddy Considine è un pugno nello stomaco così forte da far rimpiangere i peggiori colpi proibiti menati dalle pellicole più struggenti e senza speranza firmate da Ken Loach.
Un Peter Mullan superlativo porta in scena un protagonista profondamente drammatico, un outsider in lotta contro la vita di quelli che non si dimenticano facilmente: i mostri della quotidianità combattuti con la determinazione di chi è abituato ad allargare le spalle e portare il peso dell'esistenza. Una bomba.


N° 3: Synecdoche, New York di Charlie Kaufman


Con il podio i grossi calibri cominciano a sparare le loro cartucce più clamorose: iniziamo con il dramma portato in scena da Charlie Kaufman, geniale autore in grado di ribaltare l'esistenza come un calzino per poi farci credere che quello stesso calzino, in realtà, non esista.
Grazie ad un Philiph Seymour Hoffman da antologia, il regista prende per mano l'audience conducendola letteralmente attraverso il suo mondo interiore.


N° 2: The raid - Redemption di Gareth Evans


Il film d'azione che tutti i fan del genere - e non solo - sognavano dal profondo degli anni ottanta.
Botte da orbi, sequenze mozzafiato, adrenalina e ritmo vertiginoso senza dimenticare una profondità insolita per un prodotto di questo genere.
Se non ci fosse stato un miracolo in extremis di questo 2012 ormai agli sgoccioli, sarebbe stato il preferito fordiano tra i non distribuiti in Italia a mani basse. Clamoroso.


N° 1: Holy motors di Leos Carax


Proprio quando i giochi per questa classifica parevano fatti, ecco che Leos Carax tira fuori dal cilindro un vero e proprio colpo di genio, uno di quei film che compaiono come per miracolo ogni dieci anni e riescono a strabiliare qualsiasi tipo di pubblico e critica.
Un'opera complessa eppure semplicissima, ipnotica ed assolutamente magica: l'incarnazione del Cinema per come tutti noi lo amiamo, e continueremo a farlo, ritmata da un'interpretazione oltre ogni giudizio del metamorfico Denis Lavant. Una meraviglia.

 
I PREMI

Miglior regia: Leos Carax per Holy motors
Miglior attore: Denis Lavant per Holy motors
Miglior attrice: Samantha Morton per Synecdoche, New York
Scena cult: lo scontro tra i due fratelli dalle parti opposte della barricata e Mad Dog, lo sgherro del boss, The raid - Redemption
Fotografia: Holy motors
Miglior protagonista: Joseph, Tyrannosaur
Premio "lo famo strano": Woodrow e Milly, Bellflower
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": Rama, The raid - Redemption
Migliori effetti: Holy motors
Premio "profezia del futuro": Cave of forgotten dreams

 

sabato 6 ottobre 2012

My son, my son, what have ye done

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania/USA
Anno: 2009
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Brad Macallam ha vissuto un'intera esistenza all'ombra della madre, e nonostante il suo impegno con il teatro ed il legame con la fidanzata Ingrid è sempre rimasto fedele alla genitrice. Quando, durante un viaggio in Perù con gli amici, ha una sorta di "illuminazione", perde progressivamente il contatto con la realtà: una mattina la polizia è chiamata ad intervenire nel suo quartiere perchè Brad, nel bel mezzo di un caffè preso con i vicini, si è presentato armato di una spada ed ha ucciso proprio sua madre, asserragliandosi dunque in casa armato di fucile con due ostaggi.
Gli agenti, sconvolti dal comportamento dell'uomo, cercano di ricostruire la sua vita attraverso una serie di interrogatori sul posto in modo da avere un quadro il più delineato possibile prima di organizzare una qualsiasi azione d'intervento.






Lynch produce, Herzog gira.
Detto così, in casa Ford sarebbe quasi quasi parso un sogno.
Due dei registi che più ho amato nel corso della mia vita di spettatore, autori di Capolavori quali Una storia vera, Inland empire, The elephant man, Aguirre furore di dio, L'enigma di Kaspar Hauser, Grizzly man, in qualche modo insieme per raccontare una storia - ispirata a fatti reali - in grado di unire la cornice onirica e surreale del primo al confronto con la Natura e l'ignoto del secondo.
Una sorta di mix da sballo di LSD e fede, alcool e ragione scientifica.
Il tutto aggiungendo al cocktail la presenza del sempre incredibile Michael Shannon, ormai uno degli idoli assoluti del Saloon.
Eppure, il risultato è ben lontano dall'essere perfetto.
Ad essere del tutto onesti, considerato il mio sempre sbandierato panesalamismo, questo potrebbe addirittura risultare uno di quei film in grado di farmi incazzare oltremisura, spocchioso ed autoreferenziale, poco comprensibile e decisamente ostico per tutti gli spettatori che non si professino critici o aspiranti registi incapaci di sfondare sempre per responsabilità altrui.
Eppure, questo incantesimo pur non del tutto ben riuscito ha qualcosa che definire magico sarebbe riduttivo: la vicenda di Brad e la sua ricerca di vendetta rispetto ad una madre che gli ha condizionato l'esistenza legata a doppio filo ad un viaggio in grado di aprire nell'uomo una nuova dimensione - e nel Perù che si porta via lungo il fiume gli amici del protagonista si sentono ancora gli echi del già citato ed incredibile Aguirre - e alla leggenda di Oreste, sulle cui spalle pesa la responsabilità di porre fine all'hybris che da Tantalo ad Atreo è giunta fino ad Agamennone e a lui, con il suo progressivo allontanarsi dal mondo, dagli amici, dalla compagna, è in grado di portare un respiro mistico ed anche incredibilmente attuale alla visione, tanto da lasciare più di uno spiraglio aperto su una rappresentazione volutamente oltre le righe - e non sopra, badate bene - degli States e del loro approccio politico e sociale - i detectives che paiono figurine su un palcoscenico, la scelta di Brad di professarsi musulmano ribattezzandosi Farouq, il tentativo di dialogo tra il "terrorista" e le forze dell'ordine, l'osservazione del Canada e del suo essere "futuristico" -.
Certo, il tutto non è esente da rischi - decidere di raccontare una storia che solo nella sua struttura di indagine pare avere un senso logico che nei racconti e nel personaggio principale viene volontariamente abbandonato non è quello che si definirebbe una scelta razionale e sensata per un regista che voglia raggiungere almeno uno tra pubblico e critica -, ma sia Lynch che Herzog non si sono mai avveduti troppo di quello che si sarebbe potuto pensare di loro, dedicandosi a progetti che sono specchio di sensibilità assolutamente personali ed a tratti anche scomode: dunque, charachters come quello dello zio interpretato da Brad Dourif o del nano paiono un omaggio del cineasta tedesco all'autore di Eraserhead, mentre il rapporto madre/figlio e quella casa in colori pastello - per non dimenticare i due ostaggi -, il ruolo della polizia ed il viaggio responsabile del cambiamento e del salto interiore di Brad un personale appunto di Herzog agli States che lo stesso non risparmiò neppure nel sottovalutato Il cattivo tenente - Ultima chiamata: New Orleans.
Non me la sentirei mai di consigliare una visione come questa a cuor leggero, e di certo se dovete iniziare il vostro percorso rispetto alle carriere di questi due miti del grande - e non solo - schermo, sono altri i titoli sui quali dovreste concentrare le vostre attenzioni ed i vostri sforzi: eppure, allo stesso modo in cui si ricomincia a bere dopo una sbronza andata male che vi ha portati a giurare che mai e poi mai l'alcool sarebbe tornato in circolo nel vostro corpo, questo film ha il potere di entrare dentro ad occhi e cuore dell'audience, scavando più a fondo di quanto non sembri rimanendo in attesa del momento giusto per farvi saltare sulla sedia.
Come una palla da basket lasciata ad attendere il ragazzino di talento.
Come il Perù delle sensazioni.
Come l'hybris che finisce, dopo fin troppe generazioni.
O una spada che si dovrà trovare il coraggio di imbracciare, o lasciare cadere a terra.
 


MrFord


"Flamingo, Flamingo...
da quanto tempo sono qui...
Flamingo, Flamingo
perché ci guardano così...
Coi tuoi santi da juke-box
freschi di lavanderia...
Ma è la rumba d'altri film
che ci fa volare via... 
E le foto senza flash
fra le braccia del via vai... 
E quei ritmi di bayon
che sbagliare mi fai."
Sergio Caputo - "Flamingo" -


domenica 16 settembre 2012

Cave of forgotten dreams

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania
Anno: 2010
Durata:
90'
 



La trama (con parole mie): nel 1994, nel cuore della valle dell'Ardeche, in Francia, venne scoperta per caso da tre esploratori una caverna destinata a cambiare la storia dell'archeologia e dell'arte rupestre. 
La Grotta di Chaveau, dal nome di uno dei tre scopritori, infatti, a seguito di una frana che la richiuse rendendone impossibile la scoperta circa millenni or sono, conserva ancora in condizioni perfette scheletri di animali e segni di pitture risalenti addirittura a trentacinquemila anni fa, i più antichi mai scoperti al mondo.
Ottenuto un permesso speciale dal Governo francese, Werner Herzog ed una troupe limitatissima per numero e mezzi si inoltrano nelle sue profondità per scoprire la meraviglia di una Terra ormai scomparsa, tracciando un ideale parallelo misto di Fede e Scienza in grado di superare il Tempo e lo Spazio.





Da anni ormai, uno dei grandi del Cinema del Vecchio Continente, quel Werner Herzog responsabile di Capolavori quali Aguirre furore di dio, Fitzcarraldo o L'enigma di Kaspar Hauser, ha deciso di concedere molto del suo tempo e del suo talento al documentario, regalando di conseguenza al pubblico vere e proprie magie quali Grizzly man, Il diamante bianco e L'ignoto spazio profondo, degni eredi della grande tradizione che lo stesso Herzog creò con Apocalisse nel deserto e Kinsky: il mio nemico più caro.
Nonostante queste meraviglie, nell'ultimo paio d'anni - complice una distribuzione come sempre avversa - avevo perso la strada del cineasta di Monaco e delle sue opere, lasciando passare quasi come se non fosse esistito un gioiellino come questo Cave of forgotten dreams, una perla in grado di incollare allo schermo dall'inizio alla fine, finendo per far esplodere nel cuore dell'audience domande da più che massimi sistemi.
Girato con mezzi pressochè di fortuna, una troupe ridotta ed un approccio quasi amatoriale, questo documentario rende possibile anche all'occhio del radical chic pù sfrenato la grandezza del Cinema di Herzog, come sempre intento ad indagare il rapporto tra Uomo e Natura, Fede e Scienza: le interviste agli studiosi quotidianamente al lavoro nella grotta, i dettagli del loro lavoro ed il rapporto tra le considerazioni tecniche e le sensazioni - interessante il caso del giovane archeologo che, dopo un primo periodo di permanenza nella grotta e strani sogni, sceglie di studiare e mappare l'area solo dall'esterno -, gli interrogativi che sorgono nel momento in cui ci si trova di fronte al silenzio di una "bolla" rimasta sigillata per ventimila anni, di fronte a disegni tracciati da un uomo con un dito più piccolo e arcuato decisamente alto per l'epoca - circa uno e ottanta, assicurano gli studi - autore della maggior parte delle pitture all'interno della Chaveau, quasi avesse firmato i suoi lavori, sono tutte testimonianze di una ricerca che va oltre il Cinema e le sue forme, e riducendo praticamente all'osso lo stile e tutto quello che ne consegue traccia una via in grado di offrire ad un tempo meraviglia e commozione, terrore ed un brivido di fronte a quella che, di fatto, è la grandezza di questo tutto di cui facciamo parte.
Senza soffermarci troppo sulla storia della caverna e sui progetti che stanno fiorendo nell'area attorno alla scoperta - non ultimo quello di un parco tematico che permetterebbe grazie ad una replica perfetta anche ai turisti di osservare la conformazione della Chaveau, altresì interdetta all'accesso dei non addetti ai lavori in modo da preservarne le condizioni climatiche interne -, alle ricerche e al lavoro incredibile che questo team di studiosi - così come la troupe del regista - hanno svolto e svolgono in una situazione che richiede attenzione e cura particolari in condizioni assolutamente uniche, la cosa più straordinaria della visione nasce dal confronto con il volto dell'Uomo di allora, il pittore che, in un'epoca così straordinariamente lontana e per noi inimmaginabile, segnava con i palmi delle mani una caverna che sarebbe giunta intatta fino a noi, un'istantanea fuori dal tempo per noi "prigionieri del tempo", come afferma lo stesso Herzog.
E sfiorando vette di poesia da pelle d'oca - il concetto del doppelganger ed il pensiero sulle orme affiancate di quelli che dovevano essere un bambino ed un lupo, che forse entrò nella grotta accanto al piccolo, o chissà, per sbranarlo, o ancora, a distanza di millenni - ed altre di quasi comicità - la dimostrazione dell'utilizzo dei giavellotti che le tribù di umani sfruttavano per cacciare -, l'uomo dietro la macchina da presa prova ad immaginare un mondo che non è il nostro almeno quanto il nostro non sarà quello del futuro, in un'epoca così lontana che ora non ci parrebbe neppure possibile.
E con il post-scriptum conclusivo, con un occhio sullo sfruttamento delle centrali nucleari ed un altro sui cambiamenti climatici che coinvolgono molti ecosistemi sul pianeta, passiamo ad osservare da vicino grazie ad immagini incredibili due coccodrilli albini cresciuti in un ambiente tropicale nato proprio a seguito della costruzione di uno degli impianti più grandi di Francia a poca distanza dalla caverna di Chaveau, quasi fossero loro i prossimi abitanti di quella insolita capsula del tempo, come del nostro mondo.
O almeno, del mondo che crediamo possa essere nostro, ma che, di fatto, appartiene soltanto a qualcosa che tentiamo di rappresentare e che, chissà, forse qualcuno osserverà tra trentamila anni mutandolo attraverso il suo sguardo.


MrFord


"You can see it and you can almost hear it too,
you can almost taste it, it's nought to do with you
and there's still nothing that you could do.
So come in my cave
and I'll burn your heart away
come in my cave,
and I'll burn your heart away."
Muse - "Cave" -


 
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