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giovedì 27 dicembre 2018

Ford . Awards 2018: del peggio del nostro peggio



Come ogni anno, inizia nel pieno delle Feste la carrellata dei Ford Awards, che dai tempi dell'apertura del Saloon ha perso per strada un paio di categorie - videogiochi e libri, che per questioni di tempo purtroppo ora hanno molto meno spazio a causa degli impegni che si moltiplicano - e a questo giro di giostra si presenta in una versione sicuramente più ridotta, complice il fatto che, soprattutto negli ultimi sei mesi, tra famiglia, lavoro e palestra - ed uscite non proprio esaltanti - il Cinema ha subito una forte ridimensionata nelle gerarchie di casa Ford.
Non potevo comunque mancare un appuntamento cui tengo particolarmente, e sperando di essere più presente nel duemiladiciannove inizio come di consueto dalla categoria del peggio, quest'anno dedicata - per carenza di candidati particolarmente brutti - più alle delusioni che non a titoli effettivamente ed oggettivamente brutti. 
Con ogni probabilità, date le scelte, questa potrebbe essere la classifica potenzialmente più chiacchierata.


MrFord


N°10: HELL FEST

Hell Fest Poster

Apre la carrellata Hell Fest, visto in una serata relativamente di recente ed emblema di quelli che possono essere considerati film brutti ed inutili incapaci di lasciare il segno anche in termini di incazzatura. Di norma questa decina sarebbe infarcita di cosette come questa, ma quest'anno, complice anche il ristretto numero di visioni, sono mancate anche loro. E poco male.


N°9: JUSTICE LEAGUE

Justice League Poster

Ennesima dimostrazione che i tentativi cinematografici di casa DC non sono neppure lontanamente all'altezza di quelli Marvel e del suo Cinematic Universe giunge la risposta della scuderia di Superman agli Avengers, pessima praticamente sotto ogni punto di vista se non per la presenza della Wonder Woman di Gal Gadot, unica a salvarsi dal tracollo. 


N°8: THE GREATEST SHOWMAN

The Greatest Showman Poster

Presentato neanche fosse una sorta di novello Moulin Rouge!, la storia di Barnum e della nascita del suo circo è un "abile" mix di tutto il peggio che ci si possa aspettare da una produzione su larga scala: retorica, forzature, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. 
E meno male che, sulla carta, si dovrebbero esaltare la diversità ed il suo fascino.


N°7: JURASSIC WORLD - IL REGNO DISTRUTTO

Jurassic World - Il regno distrutto Poster

Tanto mi aveva sorpreso e divertito il rilancio del brand di Jurassic Park qualche anno fa, tanto è suonato inutile e deludente questo sequel: serioso e troppo poco fracassone, ambientato sulla terraferma e non sulla classica isola tropicale che ospita il parco dal quale inesorabilmente fuoriescono dinosauri come se piovesse, mi ha colpito in negativo soprattutto per la firma di Bayona, che usciva dal bellissimo Sette minuti dopo la mezzanotte dello scorso anno. Uno spreco.


N°6: END OF JUSTICE - NESSUNO E' INNOCENTE

End of Justice - Nessuno è innocente Poster

Altro titolo, altro regista promettente clamorosamente scivolato: Gilroy, autore dell'ottimo The Jackal, affronta un legal drama supportato dal mitico Denzellone risultando più che altro tronfio e freddo, presentando uno script che ha moltissime lacune ed un prodotto patinato ma assolutamente incapace di emozionare, far riflettere o, molto più banalmente, mostrarsi come un bel film.


N°5: IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE

Il giustiziere della notte Poster

Inutile, potenzialmente dannoso, prevedibile ed implausibile.
Il remake del classico con Charles Bronson firmato da Eli Roth ed interpretato da Bruce Willis - pure due fordiani ad honorem - delude sotto tutti i punti di vista, e rappresenta una delle visioni più dimenticabili dell'anno, oltre che pericolosa rispetto ad un certo tipo di pubblico influenzabile e sensibile - per così dire - a determinati temi "giustizialisti".


N°4: A BEAUTIFUL DAY 

A Beautiful Day - You Were Never Really Here Poster

"Ora cominciano gli incontri seri", si recitava in Senza esclusione di colpi.
A beautiful day, osannato dalla critica ed accolto come una sorta di manna dal cielo da molti appassionati, è stato per me uno dei film più sbagliati dell'anno: a partire dal titolo italiano - in inglese ed assolutamente inutile - fino ad un ritmo che definire soporifero è un eufemismo, si salva solo per la consueta ottima interpretazione di Joaquin Phoenix. 
Per il resto, un'accozzaglia di belle immagini che lo qualifica in tutto e per tutto come il Drive dei wannabe cult.


N°3: HEREDITARY - LE RADICI DEL MALE

Hereditary: Le radici del male Poster

Avrei potuto fare copia/incolla delle righe scritte per A beautiful day cambiando il nome di Joaquin Phoenix con quello di Toni Collette e non sarebbe cambiato praticamente nulla.
Ottimo prodotto, buone idee, un paio di sequenze notevoli, sulla carta un potenziale cult e poi tutto che scompare come una bolla di sapone minuto dopo minuto, vanificando speranze e aspettative: questo, probabilmente, passerà alla storia del Saloon come l'anno in cui mi sono trovato più contro all'opinione della critica dai tempi del mio massacro a The tree of life.


N°2: A STAR IS BORN

A Star Is Born Poster

Ecco un altro titolo che, potenzialmente, sulla carta avrebbe potuto dimostrarsi come uno dei più fordiani dell'anno: musica a partire dal country, alcool, storia d'amore tormentata, il testimone passato da Eastwood a Bradley Cooper. Insomma, un mix da cocktail indimenticabile.
E invece la versione di A star is born firmata dal Cooperone all'esordio in regia è un vero e proprio concentrato di drammi sparati ad alto volume neanche fossimo dentro a Studio Aperto, in un crescendo che rende il tutto fastidioso ed eccessivo.
Neppure Lady Gaga, tanto esaltata, mi è parsa così incredibile. E lo dico da fan del suo lavoro come cantante.


N°1: LA FORMA DELL'ACQUA

La forma dell'acqua Poster

Non poteva esserci altro titolo in cima alla classifica del mio personale peggio del duemiladiciotto: il film di Del Toro non è certo brutto, è ottimamente realizzato e portato in scena, e cattura l'attenzione dall'inizio alla fine. Peccato che sia smielato, derivativo, retorico, fastidioso: una sorta di versione fantasy di Amelie fuori tempo massimo.
Incredibile quanto, considerati tutti questi difetti, sia riuscito nell'impresa di raggirare un sacco di quei cinefili "duri e puri" che, di norma, con le storie d'amore strappalacrime sono sempre pronti a prodigarsi in fiumi di insulti: ogni volta che ripenso a quella visione, mi sento come Michael Shannon nel film, unico, peraltro, a rivelarsi interessante.


I PREMI

Peggior regista: J. A. Bayona per Jurassic World - Il regno distrutto
Peggior attore: uno qualsiasi dei protagonisti maschili, Hell Fest
Peggior attrice: Amy Forsyth per Hell Fest
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: il cyborg di Justice League
Effetti "discount": Hell Fest
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: il cyborg di Justice League
Stile de paura: Lynne Ramsey per A beautiful day
Premio "veline": Lady Gaga per A star is born
Peggior scena d'amore: una qualsiasi tra quelle de La forma dell'acqua
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": la masturbazione nella vasca da bagno, La forma dell'acqua

martedì 25 settembre 2018

Hereditary - Le radici del male (Ari Aster, USA, 2018, 127')




- Quando un horror o presunto tale giunge da queste parti spinto da recensioni entusiastiche anche al di fuori del bacino degli appassionati di genere, sono sempre molto preoccupato: trovare titoli degni di nota in un panorama così difficile, infatti, è un'ardua impresa. Hereditary ha aperto le porte del Saloon con le stesse premesse.

- La regia di Ari Aster è interessante, viene piazzata una sequenza davvero notevole - quella dell'incidente d'auto - davvero da brividi ed inaspettata, tutto si appoggia su una Toni Collette come al solito estremamente valida in un ruolo che le è congeniale, il messaggio non è banale, eppure Hereditary è, a conti fatti, un film che di incisivo ha davvero poco o nulla.

- Nonostante le premesse che l'avevano dipinto come un film angoscioso ed inquietante, credo di non aver avuto mezzo brivido neppure per sbaglio, ripensando per tutto il tempo all'effetto opposto che mi fece quel gioiellino purtroppo nascosto di Lake Mungo, che scavava nel dramma di una famiglia trasmettendo decisamente più terrore di quanto si possa sperare di trovare qui.

- Perfino quella che dovrebbe essere una sorta di nuova promessa dei bimbi spaventosi da horror Milly Shapiro pare più che altro una sorta di versione triste e depressa del piccolo protagonista di Wonder, e poco più. Il Danny di Shining è davvero tutta un'altra storia.

- Alcune idee funzionano, altre sono troppo presto abbandonate, altre ancora - la medium - solo potenzialmente interessanti: di certo tutto si sviluppa troppo in fretta nonostante il minutaggio nella parte finale, che pare una corsa a perdifiato verso la troppa carne messa sul fuoco.

- Quando introdussi i voti nel blog e di conseguenza le bottigliate, pensavo proprio ad occasioni come questa: titoli con un grande potenziale, un buon cast e trovate non banali - come i modellini creati dal charachter di Toni Collette -, spinti a dismisura e chissà per quale motivo dalla critica anche al di fuori del genere che, alla fine, si rivelano inconsistenti e privi di carattere.

- Con più di due ore di visione alle spalle, mi sono reso conto di quanto poco Hereditary avesse lasciato, proprio come, per citare il mitico Maestro Miyagi, se non avesse radici abbastanza forti per reggere l'albero che avrebbe voluto mostrare e la casa costruita tra i suoi rami. E senza radici forti, si sa, non si resta in piedi a lungo.



MrFord



venerdì 3 febbraio 2017

xXx - Il ritorno di Xander Cage (D.J. Caruso, USA, 2017, 107')




Ricordo bene quando il mio cammino incrociò quello del franchise di xXx.
Ero in Portogallo, nel settembre del duemilatre, alla scoperta di uno dei Paesi che ho più amato nella mia vita da turista, e in un locale vuoto di Coimbra, città universitaria ancora semideserta a causa delle vacanze, con una lista di chupiti di varietà incredibile per le mani, vidi trasmesso sulle tv del posto in inglese sottotitolato in portoghese - per l'appunto - proprio xXx.
Una vera merda, in tutta onestà.
C'è anche da ammettere che, forse, quello fu l'anno più tosto del mio periodo da radical, talmente tosto da farmi rinnegare o dimenticare le gioie che gente come Stallone, Schwarzenegger o Van Damme mi aveva regalato durante l'infanzia, e dunque con ogni probabilità ero addirittura prevenuto.
Fatto sta che, quando qualche anno dopo vidi di striscio il secondo, rimasi orripilato e ringraziai la buona sorte di quella sera a Coimbra, pensando che non ci sarebbe stata altra occasione per affrontare la questione.
E invece, al contrario di ogni previsione, ecco giungere in sala un terzo capitolo che non solo rilancia il charachter di Xander Cage sul mercato, ma strizza l'occhio anche ad un ipotetico quarto episodio della saga - nonostante al botteghino non stia andando niente bene -, arricchendola di personaggi noti agli spettatori del grande - Ice Cube - e piccolo - Ruby Rose, Rory McCann - schermo ed aggiungendo al cocktail grandissimi esperti di Cinema di botte come Donnie Yen e Tony Jaa: il risultato, a conti fatti, è a tutti gli effetti un film di fantascienza a livello di logica ed esecuzione, una tamarrata trash di livelli così alti ed assurdi da non poter risultare antipatica, scomodando paragoni importanti come quello con il primo Sharknado.
Vin Diesel e soci, in barba alla plausibilità ed al fatto di essere potenzialmente fuori tempo massimo - questa è una pellicola che avrebbe fatto furore negli anni ottanta dei Commando e dei Cobra - portano in scena una baracconata talmente assurda da far accendere immediatamente la lampadina del cult, ed accompagnare i Ford tutti, tra giochi, urla, casini da famiglia con due figli e via discorrendo in un normale pomeriggio di follia quotidiana e goduria da sfogo del cervello, quasi lo stesso avesse vinto due settimane pagate in uno dei villaggi più esclusivi della Polinesia in compagnia di almeno tre o quattro donzelle ben disposte - in pieno stile Xander Cage -.
A conti fatti, questo terzo capitolo di xXx è una porcata fatta e finita, una roba di grana così grossa da fare venire un infarto a qualsiasi radical nel raggio di un paio di chilometri, eppure risulta talmente prevedibile, implausibile, eccessivo da essere irresistibilmente divertente e godurioso, di quei film che sono come il pompino della buonanotte, il fast food quando avete il frigo vuoto, il bicchiere dell'oblio al termine di una serata da sbronza totale.
Anzi, dirò di più: nell'anno che vede già l'hype del sottoscritto per Fast 8 toccare livelli astronomici, la sorpresa inaspettata di questo terzo xXx è praticamente un aperitivo per quello che mi aspetta e che non vedo l'ora di godermi.
Questi sono i porno del Cinema.
Senza se e senza ma.
Almeno qui al Saloon.
E come ogni porno che si rispetti, contano la goduria e i pochi pensieri, più che la trama o la credibilità.



MrFord



 

sabato 21 maggio 2016

Krampus

Regia: Michael Dougherty
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno:
2015
Durata:
98'








La trama (con parole mie): Max Engel è un ragazzino da sempre affascinato dallo spirito del Natale e dalla figura di Santa Claus, pronto a difendere la stessa da chiunque voglia sminuirne l'importanza. Quando le Festività portano a casa sua gli zii e le ingombranti presenze dei cugini, l'atmosfera pesante e gli sgradevoli ospiti uniti ai problemi attraversati di recente dai suoi genitori a causa del lavoro del padre che porta quest'ultimo spesso ad essere impegnato e fuori casa ed il rapporto sempre più distante tra lui e la sorella maggiore, inducono Max, per la prima volta nella sua vita, a rinnegare tutta la fiducia da sempre nutrita nel venticinque dicembre.
Quello che, però, Max non sa, è che la sua "ribellione" finirà per smuovere uno spirito malvagio da tempi immemori pronto a fare irruzione sulla Terra, per prendere, e non per dare, ogni volta che si manifesta la volontà di qualcuno di non voler vivere, e non voler credere in uno spirito animato da sacrificio, generosità e desiderio di calore e felicità: il Krampus.
La famiglia Engel dovrà quindi fare fronte comune per poter riportare, se possibile, le cose alla normalità.











Ricordo ancora come se fosse ieri la prima visione di Gremlins: correvano gli anni ottanta, ero ancora alle elementari ed uscito dalla meraviglia per Labyrinth, quando mio padre tornò dalla mitica videoteca di Paolo - che periodicamente torno a citare come uno dei luoghi più importanti e formativi della mia infanzia - proprio con la vhs del lavoro di Joe Dante, affermando che, a quanto detto dallo stesso, se il labirinto del Duca Bianco mi aveva conquistato, allora lo avrebbe fatto anche quello.
Il risultato fu una vera e propria rivelazione, passata dal desiderio di avere un Gizmo tutto mio alla tensione della lotta contro quegli spiritelli malvagi e spietati da parte di un'intera comunità proprio a cavallo delle festività natalizie, che da sempre rappresentano i momenti più felici o più tristi di chi li vive, spesso a seguito dei ricordi e delle esperienze che ci si è costruiti.
Michael Dougherty, fino ad ora più noto come sceneggiatore che come regista, classe settantaquattro, probabilmente deve aver avuto esperienze simili nel corso dell'adolescenza, e mescolando le stesse, il gusto del macabro e delle favole nere a quello irriverente ed ironico di popcorn movies dell'epoca come Mamma, ho perso l'aereo ha finito per regalare al pubblico questo Krampus, giunto al Saloon clamorosamente - purtroppo - fuori stagione grazie al tam tam di numerosi blog tenuti da vere e proprie autorità del settore horror che ha finito per essere una delle sorprese più liete che il genere abbia regalato al sottoscritto negli ultimi mesi.
Costruito grazie ad uno spirito che mescola il gusto della favola nera alla trasposizione della realtà, Il Canto di Natale al Tim Burton dei tempi migliori, Krampus pesca a piene mani dall'immaginario tipico del racconto accanto al fuoco costruito per terrorizzare i più piccoli senza dimenticare le lezioni del survival movie, delle suggestioni del suggerito prima che mostrato - le creature, tutte bellissime, vengono rivelate soltanto nel corso dell'ultimo terzo di pellicola - e dal rispetto per quello che, di fatto, è l'approccio dei grandi film per ragazzi del decennio che ha prodotto le cose migliori in questo senso di sempre, i già citati eighties: a partire dalla splendida sequenza d'apertura, parodia di quello che accade - e che mi è capitato di vivere sulla pelle, da una parte e dall'altra della barricata - nei giorni dell'isteria da regalo dell'ultimo minuto, fino alla lotta all'ultimo respiro di una famiglia che pare più disgregata che mai pronta ad unirsi a fronte delle difficoltà e di una battaglia per la sopravvivenza, passando attraverso le suggestioni dei vecchi racconti - e film, perchè no - dell'orrore ed un finale beffardo ed amarissimo, Dougherty regala agli appassionati una chicca fatta e finita, e pone il nome del regista e sceneggiatore tra i più quotati per l'immediato futuro di un genere che, nel passato recente, non ha certo vissuto le sue stagioni migliori.
Come se poi non bastassero una cornice azzeccatissima - immagino quella che deve essere l'atmosfera nel vedere un titolo di questo tipo proprio nei giorni delle Feste - ed una serie di antagonisti difficilmente dimenticabili, troviamo una galleria di protagonisti pressochè perfetti con un cast in gran forma - per quanto mi riguarda, vincono la certezza Toni Collette ed il caratterista David Koechner - e charachters mitici come la vecchia nonna e la zia che metteresti volentieri sotto con la macchina più e più volte nel vialetto di casa, assicurandoti che i passaggi possano essere lenti e decisi.
Personalmente, credo nella stagionalità del Cinema, e non amo concedermi visioni di questo tipo in periodi stimolanti e dal sottoscritto molto amati come la primavera, ma Dougherty ed il suo Krampus hanno saputo farmi dimenticare tutto, trasportandomi in un mondo che mescola amarcord ed evergreen, realtà e sogno, divertimento e terrore come se di colpo fossi ancora quel ragazzino quasi timoroso ad inserire nel videoregistratore la vhs di Gremlins, senza sapere cosa aspettarmi se non un'ora e mezza di nerissima evasione dalla realtà.
E di magia della settima arte.





MrFord





"I'm dreaming of a white Christmas
with every Christmas card I write
"May your days be merry and bright
and may all your Christmases be white.""
Bing Crosby - "White Christmas" - 






venerdì 13 luglio 2012

United States of Tara - Stagione 2

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2010
Episodi: 12



La trama (con parole mie): da mesi, ormai, Tara Gregson non ha più alcuna transizione, e i suoi alter ego paiono ormai sopiti da qualche parte nelle profondità della psiche della donna. 
Le cose con Max funzionano, Marshall continua ad andare bene a scuola e Kate è alle prese con un nuovo lavoro. Tutto, insomma, pare scorrere nella più tranquilla e pacifica normalità.
Quando, però, il vicino di casa dei Gregson si toglie la vita e Max decide di comprare la sua casa, Tara comincia a manifestare di nuovo segni di squilibrio, con Buck che addirittura avvia una relazione con la cameriera di un locale dei dintorni: sarà soltanto l'inizio di una vera e propria lotta che vedrà coinvolti tutti i membri della famiglia in modo da riuscire a rimanere uniti e non crollare sotto i colpi degli alti e bassi di ogni membro della stessa.




Qualche mese fa, la scoperta di questa piccola eppure apprezzabilissima serie fu una delle valvole di sfogo - insieme, ovviamente, al ritorno a Barcellona - di un periodo decisamente pesante al lavoro, in cui più di una volta ho rischiato di lasciare che le bottigliate facessero il loro a scapito del mutuo che puntualmente la banca mi ricorda dovrò pagare a fine mese per parecchi anni ancora.
La penna di Diablo Cody, la simpatia travolgente di Toni Collette e le incredibili trasformazioni di Tara nei suoi alter ego contribuirono ad alleggerire le visioni "da tavola" di casa Ford riuscendo a trovare un punto d'incontro tra una certa autorialità indie ed una spontaneità pane e salame di quelle come piacciono dalle mie parti, permettendomi di godere di quella che era di fatto una sorpresa divorando di fatto le dodici puntate della prima stagione.
Il banco di prova del secondo anno - fondamentale per ogni prodotto televisivo di questo tipo - era importante per un titolo giocato principalmente sui suoi elementi comedy, e devo ammettere che, pur venendo a mancare la verve della Cody - meno presente nella stesura delle sceneggiature rispetto alla stagione precedente -, la virata grottesca ed intimista della serie è stata in grado di rendere questi nuovi episodi profondi abbastanza da far - almeno momentaneamente - dimenticare personaggi del calibro di T e Gimme - praticamente assenti -, Buck - presente in misura molto minore rispetto alla prima stagione, seppur protagonista della prima parte e di una vera e propria perla a seguito del perdono elargito a Max da parte di Tara - ed Alice, lasciando spazio alla sola Shoshanna, nuovo alter ego dalle inclinazioni psicanalitiche.
A guadagnare in spessore in questo cambiamento - anche se non radicale - dell'approccio degli autori non è ovviamente solo Tara, ma anche il resto della famiglia Gregson: Max, finalmente, appare vulnerabile e soggetto agli errori come mai prima d'ora, Marshall affronta passo dopo passo la sua omosessualità, Kate il cambiamento dal voler apparire al voler essere, senza contare il rapporto tra Sharmaine e Neil, che assume una dimensione decisamente più matura ed apre nuovi, interessanti scenari per l'ultima stagione.
Proprio rispetto a quella che sarà la prossima annata vengono gettate basi insolitamente - per quello che ci si aspetterebbe - drammatiche grazie al segreto che lega Tara e la sorella ad un'infanzia e ad avvenimenti rimossi da troppo tempo, probabilmente causa primaria dell'instabilità della protagonista, che registrò, ancora bambina, i primi disagi che portarono alla formazione degli alter ego che il pubblico ha imparato a conoscere ed amare: in questo senso, è interessante osservare quanto una situazione resa mantenendosi in bilico tra il grottesco ed il comico abbia potenzialità al contrario legate a sofferenza e disagio, e a vicende che non vorremmo mai dover affrontare, specie rispetto alle persone che amiamo.
Addirittura - pur se con le dovute proporzioni - l'atmosfera da analisi che avvolge i Gregson e Tara in versione Shoshanna rifugiatisi nello scantinato a causa di un tornado in quello che è a mio parere l'episodio cardine della stagione mi ha ricordato quello che è uno dei film più importanti di questo duemiladodici, una meraviglia che purtroppo non ha ancora trovato una collocazione nella distribuzione italiana: Take shelter.
E proprio come nella straordinaria opera di Jeff Nichols il rifugio più importante - a dispetto del dolore e delle ferite che ci arreca, a volte - finisce per essere proprio la famiglia, disfunzionale o no che sia.
Tara lo scopre a partire dalle ferite della sua anima, Max da quelle sul corpo e nel cuore, Sharmaine dalla sua instabilità relazionale, Neil nel futuro di una figlia che non avrebbe voluto e potrebbe diventare la cosa più importante della sua esistenza, Marshall e Kate nel non affidarsi agli stereotipi e a quello che ci si aspetterebbe da loro, ma soltanto in quello che vogliono e sentono davvero.
E nonostante le scelte, i disastri naturali e non, i litigi ed i sogni infranti, eccoli tutti lì, uno accanto all'altro.
Come una famiglia.
Come un rifugio, per l'appunto.
Resta solo da vedere per quanto resisterà prima che alla pentola dalle multiple personalità salti di nuovo il coperchio.


MrFord


"Twenty-twenty-twenty four hours to go I wanna be sedated
nothin' to do no where to go-o-oh I wanna be sedated
just put me in a wheelchair get me on a plane
hurry hurry hurry before I go insane
I can't control my fingers I can't control my brain
oh no no no no no."
Ramones - "I wanna be sedated" -


lunedì 9 aprile 2012

United States of Tara - Stagione 1

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2009
Episodi: 12



La trama (con parole mie): Tara Gregson è felicemente sposata con il premuroso Max, ha due figli - la ribelle sedicenne Kate ed il quattordicenne studioso Marshall - ed una vita che molte donne potrebbero invidiarle, prima fra tutte la sorella perennemente single Charmaine.
L'unico problema è che dai tempi del college, Tara ha sviluppato un disturbo della personalità multipla che, nei momenti di stress - e non solo -, libera quattro alter ego dai differenti caratteri e personalità: la casalinga quasi disperata Alice, la teenager tutta sesso T, il reduce del Vietnam Buck e l'animalesco Gimme.
Questi differenti lati della donna mettono alla prova tutti i membri della famiglia ogni giorno, ma sono anche la forza che li lega e li rende presenti l'uno per l'altro.



A volte è un vero piacere riscoprire film - o, come in questo caso, serie televisive - che si erano snobbati senza alcuna pietà rivelarsi prodotti freschi e divertenti, ben recitati e realizzati: è il caso di United States of Tara, fortemente voluta sugli schermi di casa Ford da Julez e fin dal primo episodio divenuta una piccola chicca anche per il sottoscritto.
Prodotta da Steven Spielberg ed ideata dall'ottima Diablo Cody - una delle migliori sceneggiatrici attualmente sulla piazza, nonostante la sua inclinazione ad un certo gigionismo indie -, questa serie si presenta da subito come una sorta di variabile impazzita nell'ambito del concetto di sit-com in famiglia, sorprendendo il pubblico grazie all'interpretazione ottima di Toni Collette - una delle protette fordiane dai tempi de Il sesto senso, confermatasi grazie a perle come Little Miss Sunshine e A japanese story -, che libera tutte le sue doti interpretative facendo esplodere sullo schermo la verve della succitata Cody, responsabile di aver creato quattro alter ego della protagonista dallo spessore così importante da risultare dei personaggi indipendenti, in grado di portare il pubblico a dare la sua preferenza all'uno o all'altro - nel mio caso, la scelta è ricaduta immediatamente sul redneck reduce del Vietnam o presunto tale Buck, grazie alla sua scazzottata con l'inguardabile primo fidanzato di Kate -.
Fortunatamente, non è soltanto Tara con le sue personalità a farla da padrona, ed ogni membro della famiglia Gregson contribuisce in egual misura al successo di un prodotto che non farà gridare al miracolo ma che diverte, rilassa e coinvolge quanto basta per divenire un piccolo cult, malgrado negli episodi non firmati dalla sceneggiatrice di Juno non si respiri lo stesso brio - soprattutto negli scambi tra Tara e gli alter ego -: dal "cowboy" Max, uomo tutto d'un pezzo e dotato di incredibile ironia - ho già nel cuore il suo "momento del gentiluomo" - alla tostissima eppure fragile Kate, protagonista di una sottotrama tra il grottesco e l'inquietante legata al suo posto di lavoro e al suo capo, passando attraverso la spesso poco sopportabile Charmaine per chiudere con il fantastico Marshall, nerd all'ultimo stadio, gay - spassosissima ed assolutamente realistica la sua storia con Jason -, vero e proprio "casalingo" nonchè amante viscerale del Cinema - soprattutto se Classico, in barba alle scelte del mio antagonista Cannibale -.
Ma a poco valgono recensioni o discorsi troppo tecnici sullo svolgimento della serie: United States of Tara è una di quelle proposte che vanno accettate completamente e così come sono, facendosi travolgere dalla carica di ogni alter ego, pronti a ridere fino a farsi mancare il fiato e l'attimo seguente a riflettere a proposito di quello che, a tutti gli effetti, è un dramma terribile per chi lo vive così come per chi, accanto alla persona malata - perchè di malattia si tratta - deve fronteggiare quotidianamente tutti gli effetti collaterali del caso.
Dunque mollate gli ormeggi, e tuffatevi nell'oceano che pare essere la psiche di questa donna dai molteplici volti che, in fondo, altro non è se non una madre, una moglie e un'amica: niente di più normale di questo.
Se poi il tutto passerà attraverso la rozza seduzione di T, i dolci di Alice o la birra di Buck, poco importa.
State solo attenti a non farvi pisciare a letto da Gimme.


MrFord


"Personality crisis, 
you got it while it was hot
But now frustration heartache 
is what you've got."
New York Dolls - "Personality crisis" -


martedì 13 settembre 2011

Fright night

Regia: Craig Gillespie
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 106'



La trama (con parole mie):  Charley  vive con la madre in un sobborgo di Las Vegas, la tipica cittadina dormitorio nel mezzo del deserto del Nevada, ha una ragazza cotta di lui ed una nuova vita lontana dagli anni in cui era soltanto un nerd come l'ex amico Ed. Charley ha anche un nuovo vicino, Jerry.
Un tipo cool, selvaggio, particolare, dal fascino magnetico. Ed anche parecchio pericoloso.
Perchè Jerry è in realtà un vampiro di quattrocento anni che si diverte a rapire ed uccidere, trasformando spesso e volentieri le sue vittime in schiavi senz'anima pronti ad obbedirgli.
Quando Ed cerca di convincere Charley della realtà dei fatti e sparisce, il ragazzo decide di investigare, finendo per incorrere nelle ire del vampiro, intenzionato a non lasciar passare sotto silenzio tutte le attenzioni ricevute: con l'aiuto del sedicente Peter Vincent - star di uno spettacolo in stile David Copperfield che si spaccia per un cacciatore di vampiri - il protagonista sarà così costretto a mettere da parte le paure e lottare fino in fondo per la propria vita - e non solo -.



Come poco tempo fa si diceva nel corso dell'amarcord sugli horror anni ottanta che hanno visto la mia generazione crescere e farsi le ossa - cinematograficamente parlando - con Newmoon, uno dei titoli che, seppur nebulosamente, ricordo con più affetto, è senza dubbio Fright night, tradotto ai tempi nel poco calzante Ammazzavampiri.
Stranamente rispetto al solito, per questo remake del nuovo millennio è stato mantenuto il titolo originale della pellicola, cambiando le atmosfere in modo da renderlo più vicino agli adolescenti di oggi - sarebbe curioso fare un parallelo tra il dark di allora, giocato tutto sull'atmosfera e la paura dell'uomo nero, e quello di oggi, legato indissolubilmente all'immagine, dalle scelte "sociali" di Charley al look di Jerry, senza dimenticare lo show tutto apparenza di Peter Vincent - senza approfondire troppo, confezionando un film certo non memorabile eppure estremamente godibile, soprattutto se pensato rispetto all'estate che va via via concludendosi.
Se, infatti, la parte dello script è decisamente carente - ma, del resto, nell'ambito horror si tratta ormai praticamente quasi di una regola -, il ritmo tiene la durata ed i personaggi catturano l'attenzione e le simpatie - o antipatie - dello spettatore con una discreta facilità, dal vorace e non troppo velato Jerry all'ormai sempre mitico Christopher "McLovin" Mintz-Plasse passando per la "madre da combattimento" Toni Collette.
Certo, l'impressione è che dal regista di Lars e una ragazza tutta sua ci si sarebbe potuti aspettare molto di più, e che se il rapporto tra Charley e Jerry si fosse giocato più sulla sospensione che non sulla quasi immediata scoperta dell'identità del vampiro l'intera opera avrebbe goduto di quell'aura di intrattenimento intelligente in grado di distinguerla dalla stragrande maggioranza delle proposte da visione senza pensieri, ma considerata l'atmosfera tutto sommato piacevole - soprattutto con l'inizio della vera e propria sfida tra Charley e la sua nemesi - direi che possiamo senza troppi problemi pensare di farcela andare bene così, godendoci il duello tra l'outsider adolescente ed il tenebroso vampiro ben conscio di godere di un vantaggio anche quando non gioca "in casa" - e sappiamo quanto, in materia di succhiasangue, le mura domestiche possano essere importanti -.
Una lancia va inoltre spezzata in favore di David Tennant/Peter Vincent, personaggio eccentrico e molto poco equilibrato che pare l'incarnazione di un ironico punto di vista preso rispetto alle personalità dello spettacolo, nonchè di un antieroe di quelli che, in casa Ford, suscitano immediata simpatia.
Una visione dunque totalmente e completamente senza pensieri, assolutamente lontana dall'essere cinematograficamente interessante, eppure piacevole e divertente: non sarà lo spauracchio inquietante cui noi ex ragazzini degli eighties anelavamo disperatamente in quelle notti di terrore estivo, ma del resto, con le mode, sono cambiate anche le confezioni.
E a volte è giusto che il tempo faccia il suo corso, e che noi si lasci spazio al look delle nuove generazioni.

MrFord

"Look through yourself there's a mystery full of you
always condemn though you never understand
why you resist never knew how to fight
you touch the light
it's Fright Night
it's Fright Night."
Stratovarius - "Fright night" -




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