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lunedì 15 ottobre 2018

White Russian's Bullettin

 



Il ritorno al Bullettin è stato segnato da una settimana piuttosto smorta, in termini di visioni, che ha significato come spesso nell'ultimo periodo recupero di serie televisive perfette per minutaggi ad incastrarsi con gli impegni lavorativi, quelli della palestra e le quotidianità di ogni genere: spero, con i prossimi giorni, di rimediare almeno in parte alla mia latitanza dalla settima arte, mentre scorre quello che è passato dal Saloon negli ultimi giorni.

MrFord


SEVEN SECONDS (Netflix, USA, 2018)


Nata dalla creatrice di cose qui molto apprezzate come The Killing, Veena Sud, Seven Seconds è giunto in casa Ford trainato da recensioni positive e dall'ottimo Manhunt: Unabomber, rispolverando il noir di prodotti amatissimi da queste parti come The night of. 
A partire da un incidente del tutto casuale si sviluppa una vicenda a tinte fosche e nerissima, all'interno della quale le sfumature di grigio sono proprie di tutti i personaggi, e nessuno finisce per uscire davvero salvo, o pulito: in grande spolvero il charachter del detective Fish, diventato in brevissimo tempo uno dei preferiti fordiani dell'anno, e di grande impatto la riflessione sulla Giustizia che aleggia su tutta la storia e soprattutto sulla sua conclusione come una pesante coltre di nebbia.
Forse non è graziato da un ritmo serrato da thriller, ma Seven Seconds resta senza dubbio uno dei prodotti più interessanti degli ultimi mesi per quanto riguarda il piccolo schermo e non solo: in vista delle consuete classifiche di fine anno, occorrerà tenerne conto.


 


SOLDADO (Stefano Sollima, USA/Messico, 2018)




Curioso incrocio, quello di Soldado: da una parte uno dei registi più "internazionali" del panorama italiano,  Stefano Sollima, e dall'altro i charachters - interpretati da Josh Brolin e Benicio Del Toro - che erano stati tra i protagonisti dello splendido Sicario di Denis Villeneuve.
Se, da un lato, la parte lirica ed emotivamente potente del lavoro del canadese si affievolisce di molto, il nostrano Sollima compie un ottimo lavoro sulla componente action, tirando fuori dal cilindro un prodotto solido e convincente, che regala passaggi notevoli - l'attentato nel supermarket è incredibilmente spaventoso e realistico - e due ore di intrattenimento di genere di alto livello.
Certo, il divario con il Cinema d'autore prestato all'action è ancora piuttosto importante, ma non si cade in tranelli da retorica facile o grande distribuzione: un primo passo nel grande mondo hollywoodiano decisamente interessante.


 


ULTIMATE BEASTMASTER - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2017)


 
Partita come un guilty pleasure tamarro da seguire in solitaria e divenuta una chicca per tutta la famiglia, Ultimate Beastmaster rappresenta il prodotto perfetto per questo periodo così pieno di impegni e poca voglia e tempo da dedicare alle visioni impegnate: prodotto da Stallone - già una garanzia - la gara ad ostacoli che vede protagonisti atleti e atlete di tutto il mondo provenienti dalle più disparate discipline - arrampicata, parkour, crossfit, sollevamento pesi, arti marziali e via dicendo - ha conquistato tutti in casa Ford, da noi vecchi ai più piccoli, che ora dichiarano entrambi di volersi allenare per diventare, da grandi, degli Ultimate Beastmaster.
La prima stagione, che ha visto i vincitori delle nove puntate contendersi il titolo - oltre agli USA padroni di casa, partecipavano alla competizione Brasile, Messico, Giappone, Germania e Corea del Sud - ha talmente divertito tutti gli abitanti del Saloon da dare immediatamente il via alla seconda - che vedrà protagonista anche l'Italia - in barba alla sfilza di serie tv che abbiamo ancora in lista d'attesa. Una delle sorprese più goduriose dell'anno.


venerdì 14 aprile 2017

Perfect Day (Fernando Leon De Aranoa, Spagna, 2015, 106')




Senza dover tornare con la memoria ai telegiornali, alle canzoni ed alle terrificanti notizie che giungevano da questa parte dell'Adriatico ai tempi del conflitto in seno all'ex-Jugoslavia, i miei ricordi più vividi rispetto a quello che accadde sui Balcani all'inizio degli anni novanta hanno radici più recenti, con la scoperta del cinema di Kusturica - che, in coda al conflitto, realizzò alcuni dei più grandi film di fine Millennio, su tutti il Capolavoro Underground - ed il rapporto di amicizia e professionale che mi legò ad un paio di disegnatori provenienti da quelle zone con i quali lavorai nel mio periodo da sceneggiatore di fumetti, più o meno tra il duemiladue ed il duemilasei.
Uno di loro, Zoran, accanto al quale pubblicai il mio lavoro più "lungo" in termini di pagine per una casa editrice di Novara, Lo Sciacallo Elettronico, originario di Sarajevo e fuggito prima in Svizzera e dunque in Italia all'inizio della guerra, era un personaggio curioso: puntuale allo sfinimento - ricordo le scenate che faceva per i miei ripetuti ritardi agli appuntamenti -, cinefilo accanito, fisicamente ed apparentemente innocuo eppure con una carica quasi violenta dentro da fare spavento, gelosissimo della sorella, grande bevitore almeno per me che, ai tempi, quasi non toccavo alcool.
Proprio questa sera, ricordando i vecchi tempi grazie a questo post, l'ho googlato giusto per capire che cosa stesse combinando, ma non avendo Facebook ho potuto solo constatare che fisicamente non è cambiato, baffi a parte.
Sinceramente, non so se potrebbe apprezzare fino in fondo un film come Perfect Day, senza dubbio un lavoro che, inevitabilmente, essendo frutto di una produzione "straniera" - il regista è quello dell'ottimo I lunedì al sole, ma il cast è assolutamente eterogeneo, tra Europa e USA -, mantiene sul conflitto dei Balcani un'ottica che, probabilmente, i locali e chi l'ha vissuto sulla pelle non potranno mai concepire fino in fondo, e viceversa, eppure, con tutti i suoi limiti, appare funzionale e quantomeno non eccessivo nel raccontare una guerra da un punto di vista - quello degli operatori umanitari - per l'appunto "internazionale" e da stranieri ma non per questo non coinvolto da quanto accadeva ai tempi nelle città ed in provincia nelle zone più calde della fu Jugoslavia.
L'alternarsi di momenti grotteschi e quasi comici - il rapporto "sentimentale" tra Del Toro e la Kurylenko - ed altri assolutamente drammatici - la visita alla casa del piccolo Nikola -, culminati con un finale legato da un lato alla "sconfitta" degli operatori e dall'altro alla rivincita della Natura e del caso rispetto ai civili vere vittime di conflitti come quello che percorse l'ex-Jugoslavia, funziona e coinvolge pur mantenendosi su livelli discreti di artigianato cinematografico, consegnando all'audience un prodotto che non rivoluzionerà o sarà destinato all'eterna memoria ma che riesce a rendersi umano proprio nel suo essere piccolo e vissuto.
Guardandolo, nel corso di un sabato pomeriggio travolto dalle sessioni di gioco con entrambi i Fordini, e godendomelo almeno in parte, ho ripensato con piacere al fatto che Zoran ce l'abbia fatta a scamparla, ed a quanto si sarebbe lamentato di questo titolo, così come quanto mi sarebbe piaciuto provocarlo fino a farlo arrivare al limite - ricordo quando, una volta, dopo averlo stuzzicato a dovere rispetto al suo idolo Tarantino, minacciò di spaccarmi un boccale di birra in faccia -.
Ed è bello sapere che, qualche volta, anche nel peggiore dei momenti, possa arrivare un "perfect day" a regalare un pò di speranza.




MrFord




mercoledì 14 settembre 2016

Escobar - Paradise lost (Andrea Di Stefano, Francia/Spagna/Belgio/Panama, 2014, 120')

Risultati immagini per escobar paradise lost

Con ogni probabilità, se si cercasse una versione nella realtà di un personaggio cult del mondo della settima arte come Tony Montana, il primo nome a venire a galla sarebbe quello di Pablo Escobar, padrino incontrastato del narcotraffico colombiano nel corso degli anni ottanta fino ai primi novanta che non solo modificò, nel bene o nel male, la Storia del suo Paese, ma anche la cultura popolare planetaria: allo stato attuale tutti conoscono "El patron" grazie al gioiello che è Narcos, serie dell'anno qui al Saloon nel duemilaquindici pronta a far tremare il bancone di questo vecchio cowboy anche con la seconda stagione - in corso di visione ed a breve pronta a tornare anche tra queste pagine -, nonostante già in precedenza fosse stato presentato questo insolito biopic - anche se, tecnicamente, non possiamo definirlo in questo modo - con Benicio Del Toro pronto a vestire i panni del controverso criminale.
Ora, l'approccio, il tipo di opera ed il risultato sono ben lontani dal raggiungere le vette di Narcos, eppure devo ammettere che, soprattutto nella seconda parte, quando si abbandona la componente biografica per concentrarsi sull'elemento thriller, il lavoro di Andrea Di Stefano non funziona affatto male nonostante il protagonista scelto per interpretare lo straniero venuto suo malgrado a contatto con Escobar e costretto a far fronte alle sue attenzioni così come ai suoi ordini, nientemeno che il buon Peeta Bread orfano di Hunger Games: Josh Hutcherson, infatti, tutto mi pare tranne un atletico surfista canadese pronto a fare breccia nel cuore della giovane e caliente colombiana nipote proprio del vecchio Pablo ritrovandosi in seno alla "Famiglia" e costretto a seguirne le regole.
Ingoiati, comunque, i bocconi amari dati dal main charachter e dal target romanzato della pellicola, la stessa prende a lavorare discretamente bene, regalando quantomeno un crescendo finale interessante ed una chiusura che ricorda quella de Le belve - più il romanzo, che non il film -: la riflessione a proposito dell'ombra che personaggi del calibro di Escobar gettano su chi vive - forzatamente o no - al loro fianco è inoltre interessante, dai discorsi del Patron stesso a proposito della responsabilità di colpa - che, nel caso del "parente acquisito" Nick, avvengono nel corso della partita che vide, ai tempi, il Medellin affrontare il Milan di Sacchi per la Coppa Intercontinentale, ricordo molto caro al sottoscritto in ambito calcistico - al passaggio dal godere dei vantaggi di essere sotto l'ala protettiva del settimo uomo più ricco del mondo nonchè criminale ricercato ad ogni latitudine a diventare una potenziale minaccia per la libertà dello stesso.
Dunque, se decideste di farvi un ulteriore viaggio cinematografico nella Colombia dei tempi, scordatevi il termine di paragone di Narcos e considerate questo Escobar - Paradise lost come un discreto thriller in grado di suonare come un monito per chi, venuto da una vita normale, finisce per trovarsi nella gabbia delle tigri in compagnia dell'esemplare più feroce della specie: in quel caso, potreste addirittura ritrovarvi ad immaginare quanto stretto sarebbe il vostro culo se Pablo Escobar vi chiedesse senza troppi fronzoli e per la Famiglia di fare fuori qualcuno a sangue freddo, sapendo che non si aspetta certo un "no" come risposta.




MrFord




martedì 13 ottobre 2015

Sicario

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 121'






La trama (con parole mie): Kate Macer, agente FBI specializzata in sequestri, da sempre sul campo, indipendente ed idealista, a seguito di un'agghiacciante scoperta nel corso di una missione, viene selezionata dai suoi superiori per entrare a far parte di una squadra speciale che dovrebbe smascherare e porre un freno alle azioni orchestrate dai leader del Cartello messicano appena oltre frontiera.
Kate accetta, finendo a lavorare accanto allo spiccio Matt Graver ed al suo segugio Alejandro, misterioso messicano dal passato oscuro: la donna, lavorando accanto a quelli che scoprirà essere agenti della CIA, verrà a contatto con una realtà dura e terribile, in aperto contrasto con il concetto di Legge che ha cercato di difendere nel corso della sua carriera.
Come affronterà questi cambiamenti? E quale sarà il suo vero ruolo nella missione?








Denis Villeneuve è uno che la sa lunga. E parecchio.
Partito dai meandri del Cinema d'autore e giunto senza snaturarsi a quello mainstream, il regista canadese è da sempre uno dei nomi di punta, per il sottoscritto, legato alla settima arte nordamericana: i suoi lavori, da La donna che canta a Prisoners, passando per Polytechnique, da queste parti hanno sempre raccolto elogi e critiche ben più che positive, fino all'ormai penultimo lavoro Enemy, che pareva, nonostante l'ennesima grande prova di Jake Gyllenhaal, mostrare un'involuzione radical del buon Denis.
Fortunatamente, con questo Sicario, Villeneuve non solo riconferma quello che ho sempre pensato di lui, ma rafforza la stima nei suoi confronti regalando un film dolente ed oscuro, in grado di mescolare le atmosfere della seconda stagione di True Detective, del miglior Michael Mann e di prodotti action "in rosa" come Zero Dark Thirty, presentando il tutto in una cornice tecnicamente impeccabile, finendo per regalare una sequenza in questo senso da capogiro - l'assalto notturno al tunnel scavato attraverso le frontiere di USA e Messico, girato in gran parte attraverso i visori notturni della squadra d'assalto americana - che rimanda al già citato Zero Dark Thirty - ed impreziosisce ancor di più un film dalle palle d'acciaio, con personaggi ottimamente caratterizzati anche se solo accennati, una vicenda giocata in equilibrio tra l'idealismo della protagonista ed il cinismo del mondo attorno alla stessa, filtrate attraverso brevi ma profondamente liriche parentesi legate ad una famiglia messicana inconsapevolmente partecipe della vicenda principale narrata - ma lasciata in disparte fino all'intensa e tesissima parte conclusiva -.
Il confronto tra la Kate di Emily Blunt, abituata a sfondare porte ed agire in prima linea nel nome della Legge - nel senso più puro del termine -, idealista e convinta di poter fare del mondo un posto migliore, il sornione Matt Graver di Josh Brolin e l'enigmatico Alejandro di Benicio Del Toro, abituati a lavare i panni sporchi dei governi senza farsi troppi problemi, fornisce benzina ad una pellicola capace di trovare - come era già stato, del resto, con Prisoners - la via per convogliare l'autorialità ed il bisogno di eroi del Cinema mainstream, senza per questo svalutare l'uno o l'altro aspetto: i tre confronti tra Kate e Alejandro, dall'appartamento di lei, al tunnel fino al faccia a faccia che, di fatto, chiude la pellicola, mostrano una donna che crede ancora nell'umanità ed un uomo al quale è stato tolto tutto, e per sopravvivere, vendicarsi, rapportarsi al mondo ha deciso di portare in superficie tutto quello che di predatorio e glaciale può esistere nella nostra Natura.
E quando si finisce a parlare di lupi, di un piccolo mondo all'interno del quale è possibile cercare il Bene e di uno grande e senza confini - nel senso fisico e politico del termine - che è, di fatto, una continua espressione del Male, non solo vengono mossi i massimi sistemi, ma si finisce per chiedersi, quasi attoniti, se davvero abbia ancora un senso che questi due principi antichi come il mondo possano essere considerati privi di sfumature come quando, da bambini, sognavamo di cambiare davvero le cose, e fare la differenza.
Se lo chiede Kate, incapace di premere un grilletto, partita alla ricerca di un sogno e finita quasi a perdere se stessa.
Se lo chiede il bimbo messicano che, un giorno, abituato a svegliare il padre poliziotto per chiedergli di accompagnarlo alla partita di calcio, trova il letto fatto, e forse pensa già che il genitore non farà più ritorno.
Matt Graver e Alejandro, invece, non si chiedono nulla.
Hanno un lavoro da fare, e sanno di farlo bene.
Un lavoro da lupi al servizio di una Legge diversa da quella di Kate, e di tutti noi.
Almeno all'apparenza.
Ma forse, più antica.
La Legge della giungla.




MrFord




"Don't fool yourself
your eyes don't lie, you're much too good to be true
don't fire fight
yeah I feel you burning, everything's burning
don't fly too high
your wings might melt, you're much too good to be true
I'm just, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you
I'm just bad, bad, bad for you."
Kanye West - "Wolves" - 







martedì 17 marzo 2015

Vizio di forma

Regia: Paul Thomas Anderson
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
148'





La trama (con parole mie): Larry "Doc" Sportello, detective privato nella Los Angeles del settanta dal regime di droghe piuttosto massiccio riceve la visita inaspettata di una sua ex, la seducente Shasta, che gli rivela essere coinvolta in un complicato intrigo legato a doppio filo alla figura di un vero e proprio re dell'immobiliare che la moglie, lei stessa ed alcuni complici vorrebbero mettere fuori gioco ricoverandolo in un manicomio privato per ricchi impadronendosi del patrimonio accumulato dall'uomo nel corso della sua carriera.
Peccato che, neppure il tempo di mettere insieme i pezzi, ed ecco che il suddetto re di appartamenti e palazzi finisce per scomparire insieme alla stessa Shasta, e che i pezzi del puzzle pronto a comporsi - o scomporsi - proprio davanti agli occhi di Sportello si moltiplichino, in bilico tra agenti della polizia fin troppo precisi e schematici, sassofonisti infiltrati nelle organizzazioni sovversive dall'FBI, dentisti evasori di tasse e dediti al sesso con giovani fuggiasche appena maggiorenni e chi più ne ha, più ne metta, compresa la misteriosa Golden Fang.
Riuscirà il buon Doc a far combaciare ogni tessera del mosaico e dare al cerchio una sua personalissima quadratura?








Per quanto chiunque abbia incrociato il cammino del qui presente vecchio cowboy negli ultimi dieci anni della sua vita, magari grazie al legame del sottoscritto con l'alcool, potrebbe obiettare, non mi sono mai considerato, fin dai tempi dell'adolescenza, un "fattone": adoro la sperimentazione, così come l'esperienza sulla pelle, eppure sono sempre stato ad un tempo troppo disciplinato, in qualche modo intimorito dall'idea di lasciar crollare tutti gli argini e legato - soprattutto nel passato recente - alla pratica sportiva per abbandonarmi a dipendenze di sorta. 
Piuttosto, ammetto di aver frazionato il desiderio in modo da goderne da prospettive diverse, che si parli di sesso, Cinema, alcool, viaggi, letture e tutto quello che cerco di non perdermi giorno dopo giorno.
Eppure, quando mi trovo di fronte personaggi come il Drugo o Doc Sportello, sento istintivamente di provare una sensazione di profonda empatia rispetto al loro approccio: non è una cosa semplice gestire la Libertà, avere la faccia tosta di affrontarla con il coraggio che si deve necessariamente coltivare in modo da averla come compagna di viaggio ma non di vita.
Eppure, una volta fatta, è fatta per sempre. Soprattutto per quelli come loro.
E in un certo senso, li capisco.
Perchè è come se fossimo tutti una sorta di specie protetta di coccodrilli, e non ci fosse nulla in grado di farci estinguere. 
Semplicemente, ci esprimiamo in lingue differenti, attraverso canali di comunicazione e regimi di "droghe" altrettanto differenti. Ma la direzione è sempre quella.
Paul Thomas Anderson, probabilmente, è giunto con questo film alla mia stessa conclusione, e non solo è riuscito a rispettare in pieno lo spirito del romanzo che ha ispirato questo titolo, ma a raccontare lo stesso come se una macchina del tempo avesse il potere di trasportare l'audience indietro di oltre trent'anni anche in termini di stile ed approccio: niente piani sequenza, ampi spazi, Cinema corale.
Vizio di forma è un mosaico di dialoghi e situazioni solo apparentemente grotteschi ed improvvisati che lascia spazio ad istanti di malinconia struggente, quasi fossimo alla fine dell'estate e dovessimo lasciarci alle spalle quello che crediamo sia un grande amore: e dalle risate nell'osservare straniti Bigfoot che mangia la banana mentre guida ad un finale perfetto per il genere, passiamo attraverso ad un cocktail perfetto che mescola Classici come Chinatown e Il lungo addio a cult moderni del calibro di Paura e delirio a Las Vegas e Il grande Lebowski, senza in tutto questo dimenticarsi autori come Chandler - per l'appunto - o Spillane.
Sinceramente, poco importa che i fan della prima ora del regista siano rimasti spiazzati dal caotico modo di procedere di Sportello, e da una vicenda che non porta sullo schermo davvero un briciolo della pulizia delle opere precedenti del buon P. T., o che ad alcuni il tutto sia apparso come un sogno da indigestione o sbronza pesante troppo denso da gestire: Vizio di forma è un elegante fiume in piena che manca di poter essere definito un riferimento assoluto semplicemente perchè preceduto da opere cui è chiaramente debitore - oltre alle già citate, mi sento quantomeno di ricordare enormità come Il mistero del falco o Un bacio e una pistola -, un fulmine a ciel sereno in un inizio anno che ha regalato ben poche soddisfazioni davvero cult al Saloon e alla settima arte in toto, un esercizio di stile sia attoriale che registico e tecnico che riesce ad apparire sincero e diretto come il suo protagonista.
In un certo senso, questo "vizio" va accolto come uno dei più ostici, quelli che vanno conquistati, e dai quali occorre farsi conquistare: è un viaggio in cui perdersi e ritrovarsi, come l'onda pronta a travolgere e riportare a galla di Point Break, lo spirito dell'oceano e dell'esperienza.
Trattenersi non porterà bene, Bigfoot docet.
E' come se l'estate fosse arrivata in anticipo.
E a prescindere da quello che effettivamente sarà, o dal fatto che "questo non significa che si possa tornare insieme", godersela è la cosa migliore che si possa fare.
Lo può garantire anche Doc.
Fa bene alla salute.
Nonostante la malinconia.




MrFord




"Twisting and turning
your feelings are burning
you're breaking the girl
she meant you no harm
think you're so clever
but now you must sever
you're breaking the girl
he loves no one else."
Red Hot Chili Peppers - "Breaking the girl" - 




 

domenica 6 gennaio 2013

The hunted - La preda

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2003
Durata:
94'




La trama (con parole mie): Aaron Hallam, specialista di armi bianche e sopravvivenza dell'esercito, dopo anni di addestramento e missioni top secret, ha un crollo psicotico che lo porta alla fuga e a rifugiarsi nelle foreste dell'Oregon ammazzando cacciatori di cervo che crede agenti giunti per liquidarlo.
L'FBI annaspa, così per dargli la caccia viene richiamato dal Canada il suo vecchio addestratore, lo scout L. T. Bonham, un uomo solitario che ha insegnato ad uccidere ad un'intera generazione di agenti speciali senza avere lui stesso mai tolto la vita ad un uomo.
Stuzzicato dal senso di colpa, Bonham affiancherà gli agenti nella caccia al ragazzo cui consegnò proprio lui gli strumenti per diventare un'arma perfetta: l'inseguimento - attraverso la città di Portland e la campagna limitrofa, costerà vite e sacrifici estremi, e porterà L. T. al confronto finale con il suo allievo.





Di recente, dopo la clamorosa illuminazione che è stata Killer Joe, ho deciso di tornare indietro e recuperare quello che ancora mi mancava del Cinema di William Friedkin, già regista di culto in casa Ford grazie a due pietre miliari quali Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles.
Come per tutti i cineasti di una certa età e con una produzione corposa alle spalle, avevo messo in conto che avrei incontrato anche, sulla strada, pellicole minori e decisamente trascurabili: così è The hunted, thriller d'azione confezionato quasi più per mantenersi in esercizio che per stupire le platee e che, paradossalmente, ebbe un successo di distribuzione - almeno qui nella Terra dei cachi - di molto superiore ad altri lavori più interessanti del regista - si veda il più recente Bug - probabilmente grazie alla presenza dei due protagonisti Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro, indiscutibilmente più noti dell'autore de L'esorcista, almeno ai non cinefili.
Da un certo punto di vista è un vero peccato che, di fatto, The hunted si riduca, nel corso della sua durata, ad un mero action d'inseguimento impreziosito da un combattimento finale all'arma bianca violento ed ottimamente congegnato, perchè le tematiche alla base dello script ed un'attenzione maggiore alla parte più introspettiva dello stesso avrebbero spalancato porte decisamente più interessanti per il suo destino e, ovviamente, per pubblico e critica: l'idea di sfruttare la figura dell'addestratore come se fosse un padre - ottimo l'incipit con l'attualizzazione della storia di Abramo e Isacco -, il senso di colpa che muove L. T., che mai ha tolto la vita ad un essere umano, uomo solitario e di coscienza, alla ricerca di Hallam a seguito dei delitti compiuti da quest'ultimo, il ripetuto confronto tra i due, avrebbero potuto fornire una materia decisamente più sostanziosa rispetto al reiterato duello che vede il giovane assassino dell'esercito mettere in ginocchio il nucleo dell'FBI di Portland e fuggire alla cattura in più modi ed occasioni fino al decisivo incontro/scontro con il suo mentore Bonham.
Probabilmente una scelta di questo tipo, mutuata dalla produzione e da una sceneggiatura non all'altezza del soggetto, è da intendersi come volontà di "andare sul sicuro" senza rischiare che una pellicola già di suo destinata al mercato di genere non diventasse, di fatto, un cult misconosciuto che soltanto i più fanatici sono in grado di rispolverare nei negozi specializzati gestiti da altri fanatici come loro.
Dunque, con molta semplicità, un titolo che passa e va senza colpire particolarmente l'immaginario dell'audience, utile come scelta action di matrice non tamarra, apprezzabile per il già citato duello finale e per i continui confronti ed inseguimenti tra i due protagonisti nei più disparati ambienti - la foresta, il centro di Portland, un ponte, le parti sotterranee di un cantiere, per tornare all'immersione nella natura - nonchè per la scelta di porre in chiusura The man comes around di Johnny Cash, ormai sfruttatissima al Cinema ma sempre funzionale e tosta - del resto, parliamo del Man in black, mica di uno qualsiasi -.
Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro eseguono il compitino senza neppure troppa fatica, il primo mantenendo quell'aura da vecchio leone coriaceo vista in seguito anche in Non è un paese per vecchi e Le tre sepolture - per citare i due più riusciti - ed il secondo sfoderando il suo lato da psicopatico quasi andando ad unire idealmente i personaggi interpretati ne I soliti sospetti e La promessa.
Friedkin tiene un profilo basso e si limita a piazzare qualche colpo dei suoi di tanto in tanto - tecnicamente ho già indicato la sfida finale così tante volte che vi parrà quasi di averla vista, ma il suo meglio è dato, a mio parere, dal beffardo sorriso del commilitone di Hallam quando quest'ultimo viene insignito della Croce d'argento per aver ucciso a sangue freddo un boss serbo ai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia durante un vero e proprio eccidio di civili "per il bene della pace" -: in fondo, uno come lui non si smentisce mai, neppure all'interno di una pellicola che non è certo destinata ad essere ricordata come una delle sue più memorabili.


MrFord


"I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but I don't know when."
Bjork - "Hunter" -


lunedì 5 novembre 2012

Le belve

Regia: Oliver Stone
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
131'




La trama (con parole mie): Ben e Chon sono due amici inseparabili, imprenditori a capo di un'impesa milionaria legata alla coltivazione e distribuzione di marijuana che li ha resi noti in tutta la California. Il primo è un pacifista plurilaureato che con i guadagni gira il mondo aiutando popolazioni in difficoltà, il secondo è un ex navy seal, un killer. Il primo si perde in notti da letto e carezze, il secondo scopa dove capita esorcizzando il male che porta dentro.
Ben e Chon condividono tutto, anche l'amore della loro vita: Ophelia detta O, devota ugualmente ad entrambi, come se fosse possibile essere innamorati in tre, contemporaneamente.
La vita da sogno dei ragazzi è però bruscamente interrotta con l'arrivo di un'offerta del Cartello messicano diretto con pugno di ferro da Helena e coordinato dal suo braccio armato, Lado: Ben pensa di poter semplicemente rifiutare la collaborazione, Chon sa già che la situazione precipiterà.
Prima di riuscire ad attuare il piano di dileguarsi facendo perdere le proprie tracce, infatti, O viene rapita dagli uomini di Helena: i due amici inseparabili non potranno, a quel punto, più tirarsi indietro dalla guerra.





Qualche anno fa, quasi per caso, acquistai in libreria un romanzo che mi avvinse già dalla trama in quarta di copertina, e che - questo ancora non lo sapevo - mi avrebbe rivelato uno degli autori destinati ad entrare nell'Olimpo letterario di casa Ford, un signore di nome Don Winslow: L'inverno di Frankie Machine era il titolo in questione.
Raccontava il ritorno in azione - molto poco voluto - di un ex killer della Mafia che figurai nella mia testa durante la lettura come una sorta di Michael Madsen un pò più vecchio, sognando già l'ipotetica trasposizione cinematografica - finora rimasta nel limbo - firmata da Michael Mann con De Niro protagonista.
La lettura fu ottima, tanto da ricordarmi uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi - Come una bestia feroce di Edward Bunker -, e quando tempo dopo recuperai Il potere del cane realizzai di avere tra le mani l'opera di uno scrittore assolutamente incredibile.
Come se non bastasse, i lavori di Winslow che lessi di seguito mi stupirono tutti in positivo, almeno fino a Le belve: per la prima volta, infatti, quello che stringevo tra le mani aveva l'aspetto dell'opera finta e posticcia, cool e alla moda abbastanza da stuzzicare immediatamente l'appetito di Hollywood che pronti via avviò la macchina della produzione coinvolgendo un regista discontinuo eppure decisamente potente, Oliver Stone, nell'operazione.
In questo senso, ammetto di essere partito discretamente prevenuto a proposito dell'operato del regista di Platoon - altra enorme delusione per il sottoscritto -, che speravo si rivelasse più una tamarrata dai colori sgargianti che non una prova da "ambizione molto superiore al talento" quale era stata, di fatto, quella del romanzo: purtroppo per me, Le belve - sarà anche per la collaborazione alla sceneggiatura di Winslow - mantiene lo spirito del libro alla grandissima, cosa che sarebbe stata particolarmente apprezata se il punto di riferimento fosse stato in grado di farmi gridare al miracolo - come i già citati Come una bestia feroce e Il potere del cane, ad esempio - ma non nel caso di uno scritto ipertrofico e pompato che probabilmente il vecchio Don ha partorito in un momento di profonda e radicata crisi di mezza età sperando di poter tornare giovane, muscoloso, con i capelli e vivere un'avventura incredibile accanto ad una tipa mozzafiato pronta a soddisfarlo in tutto e per tutto.
Da questo punto di vista, forse, Stone è riuscito in un'impresa non da poco - soltanto i Coen con Non è un paese per vecchi, di recente, ce l'avevano fatta conservando lo stesso rispetto per il romanzo d'ispirazione -, tra l'altro ritrovandosi a maneggiare una materia che già conosceva, e addirittura il finale - reso più morbido rispetto a quello disperato e definitivo del libro - pare quasi non stonare all'interno dell'economia di una visione che fa dell'eccesso la sua parola d'ordine, quasi si stesse parlando di una versione aggiornata di U-Turn, uno dei film di Stone meno amati dal sottoscritto, tra le altre cose: il montaggio frenetico e videoclipparo, i protagonisti scelti principalmente per la loro fisicità - anche se, occorre ammetterlo, Taylor Kitsch in originale pare assumere uno spessore maggiore, a livello attoriale -, il gusto dell'estremo che filtra attraverso le figure sopra le righe - e a tratti irritanti - di Del Toro e Travolta sono tutto il fumo negli occhi di una pellicola che vorrebbe fotografare le sfumature dell'essere selvaggi - interessante notare il parallelo secondo il quale gli uomini del Cartello da una parte e Ben, Chon e O dall'altra ritengano gli avversari, per l'appunto, tali - ma che, di fatto, si preoccupa soltanto dell'impatto creato in superficie.
Quasi come se, per uscire a farci una bella bevuta, affittassimo una Hummer per andare a parcheggiarla in doppia fila, invece che entrare in sordina nel locale e riuscire a bere più di chiunque altro: troppo facile, caro Oliver.
Come era stato troppo facile per il caro Don.
Resta, dunque, con lo scorrere dei titoli di coda, la sensazione di aver assistito ad uno spettacolo che non sarà stato così male ma decisamente non si ritroverà destinato a rimanere impresso nella memoria, quasi come una conquista in una serata di baldoria: il mattino dopo, più della stessa, sarà la presenza dell'hangover ad occupare tutti i nostri pensieri.
Forse Winslow e Stone sono più e troppo simili di quanto non sarebbe stato utile al romanzo - e al film -.
Forse ci sarebbe voluto un Rodriguez, per raccontare le gesta leggendarie di un terzetto che, invece di uscire dalla pagina e dallo schermo come la sua leggenda vorrebbe, finisce per essere il ritratto senza spessore di una generazione che bada solo ed esclusivamente alla copertina.



MrFord


"Here comes the sun, doo doo doo doo
here comes the sun, and I say
it's alright
little darling
it's been a long, cold, lonely winter
little darling
it feels like years since it's been here."
The Beatles - "Here comes the sun" -


venerdì 21 settembre 2012

Fearless - Senza paura

Regia: Peter Weir
Origine: Australia/USA
Anno: 1993
Durata: 122'




La trama (con parole mie): Max Klein, architetto di San Francisco, sopravvive per miracolo ad un disastro aereo nel quale perde la vita il suo socio e migliore amico, passando per eroe dopo aver portato in salvo alcuni tra i sopravvissuti ed attraversando un periodo legato alla sensazione di invulnerabilità data dall'aver portato a casa la pelle dopo un simile evento.
Monitorato dallo psicologo Perlman, inviato dalla compagnia aerea per controllare la sua salute mentale, l'uomo pare incapace di tornare all'esistenza che aveva tranquillamente vissuto fino al fatidico giorno dell'incidente, e finisce per allontanarsi dalla moglie e dalla famiglia per legare sempre più con Carla, una donna che nello schianto ha perduto il figlio: tra i due si stabilirà un legame che condurrà entrambi ad un nuovo confronto con la vita.





A volte, ma solo a volte, capita anche che grazie ad alcuni passaggi in tv - ovviamente non sui canali principali, intasati normalmente di porcate inenarrabili - si vengano a scoprire piccoli gioiellini nascosti che erano sfuggiti alla visione: è il caso di questo Fearless, uno dei pochissimi lavori di Peter Weir che ancora mancavano all'appello in casa Ford e certamente non uno dei suoi titoli più noti, scovato da Julez - poi pentitasi di avermi suggerito di recuperarlo - grazie al fascino di una delle prime sequenze, dedicata ad una parte dell'incidente aereo che da origine alla vicenda.
Weir, da sempre affascinato dalla Natura e dall'idea di smarrimento dell'Uomo - il giovane Neil Perry nel supercult L'attimo fuggente, o le ragazze di Picnic ad Hanging Rock -, si dedica con la consueta passione alla sceneggiatura firmata dallo stesso autore del romanzo cui è ispirata, Rafael Yglesias, una vera e propria indagine sulla solitudine che attanaglia i sopravvissuti ad eventi straordinari e catastrofici.
Appoggiandosi quasi completamente sulle spalle di un ottimo Jeff Bridges, la vicenda si sviluppa a partire da una sorta di delirio di onnipotenza divenuto una vera e propria difesa da un mondo che non riesce più a capire del protagonista Max Klein, architetto di successo che pare trovare nell'incidente aereo una sorta di nuova visione della vita e della quotidianità: a farne le spese è principalmente il rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie - una come sempre poco sopportabile Isabella Rossellini -, quasi l'incapacità di comunicare le sensazioni legate alla sua nuova condizione di sopravvissuto "immune alla morte" si trasformi di fatto in un muro invalicabile in grado di mettere a rischio anche sentimenti da sempre rispettati.
Lo svilupparsi, parallelamente, del rapporto con Carla - distrutta dal senso di colpa per la morte del figlio della quale si crede responsabile e per il fatto di essergli sopravvissuta - permette a Max di sviluppare un ulteriore allontanamento dalla realtà che fino al giorno prima dell'incidente aveva vissuto ed amato, una realtà che non ha più significato, dalla quale l'uomo riesce a proteggersi quasi avesse sviluppato un'effettiva invulnerabilità - ottimo l'utilizzo dell'allergia alle fragole come espediente narrativo -: peccato che, nella parte centrale della pellicola - la stessa che ha originato il pentimento di Julez, da sempre avversa a tutti quei film nel corso dei quali "non succede niente" -, il rapporto tra Max e Carla rallenti, di fatto, l'interessante questione posta dallo scrittore e dal regista legata al trauma dei sopravvissuti rischiando di spingere l'intero lavoro sui binari del dramma romantico nella tradizione di quel periodo - la pellicola che mi è tornata più alla mente è stata il buon Paura d'amare -, genere che non mi pare sia congeniale alla mano di Weir, sicuramente troppo visionario per una comune storia d'amore.
Fortunatamente, proprio nel punto in cui tutto pareva risolversi in un complicato triangolo tra Max, sua moglie e Carla, Weir preme sull'acceleratore - in tutti i sensi - e regala un'escalation conclusiva da urlo, con due pezzi di grandissimo Cinema - la dimostrazione in auto di Max a Carla e le immagini dell'incidente aereo, da far invidia anche al miglior Lost o a Cast away - ed emozioni a profusione, veicolate da un Bridges in grandissimo spolvero e dalla sensazione che l'amore per la vita e la voglia di godersela tutta, e fino in fondo, non sia questione di sopravvivenza o rischi, quanto di presenza.
Venti minuti che sono veri e propri lampi di un regista sempre in grado di emozionare, capace di arrivare al cuore dello spettatore portando con la genuinità del Capitano Keating riflessioni profonde e toccanti: un climax che va ben oltre il valore complessivo dell'opera - solo discreta, e certo non all'altezza delle migliori del regista australiano - e riesce a chiudere in bellezza permettendo allo spettatore - soprattutto se appassionato - di ringraziare che esista il Cinema.
E registi in grado di amarlo così tanto.
Senza limiti e senza paura.



MrFord



"I'm learning to fly, but I ain't got wings
coming down is the hardest thing
well some say life will beat you down
break your heart, steal your crown
so I've started out for God knows where."
Tom Petty - "Learning to fly" -


domenica 5 agosto 2012

The fan - Il mito

Regia: Tony Scott
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Bobby Rayburn, star del baseball e tre volte MVP della lega, approda ai San Francisco Giants, squadra del cuore del venditore di coltelli Gil Renard, appassionato tifoso dal piglio decisamente maniacale.
Tutto pare coronare il sogno dell'uomo, che vede il giocatore più forte del momento divenire il primo battitore del suo team preferito, pronto a portare la squadra ai vertici e al successo: peccato però che la stagione assuma per Rayburn connotati decisamente negativi fin dal principio, e che l'ascesa del nuovo astro Juan Primo eclissi la fama di Bobby fino a farlo apparire agli occhi dei sostenitori come una sorta di soprammobile di lusso acquistato per una cifra spropositata ed eccessiva dalla società.
Renard, però, non è d'accordo, e con l'intento di proteggere il suo idolo si spingerà oltre ogni confine, in bilico tra lo stalking e la psicopatia da serial killer.




Trascinato dalla riscoperta di quelli che erano i piatti forti delle "liste estive" di film che con mio fratello ai tempi della scuola ci sparavamo a ripetizione riempiendo le nostre vacanze in attesa del mare, torno su uno dei titoli passato più volte in assoluto sugli schermi dell'allora casa Ford, quel The fan che ogni adolescente con un certo tipo di background - parlo di tamarrate action, sostanzialmente - cinematografico avrà visto e rivisto fino allo sfinimento nel pieno degli anni novanta, un thriller troppo spesso sottovalutato eppure funzionale e decisamente divertente, perfetto per questo periodo e senza dubbio uno dei lavori migliori dello Scott minore - insieme a Domino, senza dubbio -.
Costruito su un impianto abbastanza classico e giocato sul concetto di stalking - che ai tempi non appariva così d'attualità come ora -, poggiato sulle spalle di quello che è stato l'ultimo, vero, grande Robert De Niro prima dell'infilata di pseudo horror e commedie imbarazzanti degli ultimi anni, il lavoro del regista di Man on fire risulta credibile ed appassionante, e sfodera anche una parentesi interessante sulla scaramanzia che incombe sul mondo del baseball professionistico - ma football e basket non sono da meno -, all'interno del quale giocatori, allenatori e tifosi sono quasi patologicamente legati a rituali, numeri di maglia, gesti propiziatori visti, di fatto, come responsabili in buona misura degli eventuali successi.
Da questo punto di vista è interessante riflettere sul personaggio di Bobby Rayburn - che già con Wesley Snipes ad interpretarlo raccoglie punti a profusione -, così ossessionato dal numero conservato negli anni dei suoi più grandi trionfi da indossare una casacca che porta lo stesso sotto quella ufficiale in modo da preservare il "fluido" per battute sempre vincenti: prima che Renard invada, di fatto, la sua vita pubblica e privata, la prima minaccia per il giocatore risulta essere se stesso, limitato nell'inserimento all'interno di un nuovo spogliatoio - uno degli aspetti più complessi di ogni sport di squadra - proprio per le difficoltà originate dal suo status - e dall'atteggiamento - di superstar.
A fare da antagonista sul campo e in ambito sportivo del buon Snipes, un Benicio Del Toro ai tempi ancora quasi sconosciuto ai più nel ruolo di Juan Primo, giocatore dal talento esplosivo, in rampa di lancio rispetto al già affermato Rayburn, spocchioso e sbruffone eppure, di fatto, vittima sacrificale del gioco al massacro orchestrato da Renard a seguito del suo progetto di riportare al top il suo giocatore favorito.
Ed è qui che entra in campo il vecchio leone De Niro, mai così in forma dai tempi delle sue migliori fatiche scorsesiane: prestando ghigno ed incedere ad uno psicopatico che pare una sconcertante via di mezzo tra Max Cady ed un cattivo di stampo hitchcockiano, il Bob scatenato sfodera una serie di sequenze assolutamente cult - la sua presentazione del set di coltelli è da antologia -, nonchè un crescendo di follia nella parte conclusiva della pellicola che rende bene l'idea del climax di violenza tipico dei serial killers giunti al punto di rottura a seguito dell'esplosione del loro fattore scatenante - nel suo caso, il rapporto andato progressivamente incrinandosi con Rayburn -.
Una pellicola che non scontenterà i fan dell'action abituati alle esibizioni più tamarre di Tony Scott e che potrebbe perfino riuscire a soddisfare i palati più fini, regalando una serata senza troppo impegno intellettuale ma decisamente portata a casa con successo grazie ad un ritmo ben equilibrato ed una struttura tutto sommato solida impreziosite da una colonna sonora pazzesca.
Inoltre - ed è cosa da non sottovalutare - The fan rappresenta, di fatto, un'occasione non così nota al grande pubblico di riscoprire un'interpretazione da urlo di quello che, di fatto, può essere ormai - e tristemente - considerato un ex grande attore.


MrFord


"If you start me up
if you start me up I'll never stop
if you start me up
if you start me up I'll never stop
I've been running hot
you got me ticking gonna blow my top
if you start me up
if you start me up I'll never stop
never stop, never stop, never stop."
The Rolling Stones - "Start me up" -


 
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