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venerdì 10 giugno 2016

The art of rap

Regia: Ice-T, Andy Baybutt
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 106'







La trama (con parole mie): dalle strade di New York alle nuove frontiere della West Coast, il fenomeno del rap analizzato da uno dei suoi più importanti esponenti, Ice-T, pronto a ripercorrere le tappe fondamentali di un'arte divenuta iconica attraverso le rime e le voci dei suoi interpreti più importanti di allora e di oggi, in un viaggio che possa mostrare le radici non tanto sociali, quanto musicali e "magiche" di una realtà nata come espressione di una rivolta furiosa e cresciuta come una sorta di nuova interpretazione della cultura popolare.
Nessun secondo fine, dunque, nessuna ricerca di risposte, solo tanti grandi artisti e tonnellate di talento buttate in rima a seconda dello stile, del passato, delle esperienze e del background dei singoli esponenti di una corrente che ha soltanto iniziato a manifestare il suo enorme potenziale.












Fin dagli anni della scoperta del mondo musicale a trecentosessanta gradi - coincidenti con il periodo mitico tra i banchi del Virgin Megastore a Milano - la cultura hip hop, per quanto distante per molti versi dalla mia anima molto rock e molto cowboy, ha sempre solleticato curiosità ed interesse nel sottoscritto principalmente per la sua natura di espressione urbana e musicale della Poesia nel senso paradossalmente più classico in cui la si possa intendere: con ogni probabilità, e citando Lou Reed, probabilmente se Rimbaud fosse nato e cresciuto oggi, sarebbe stato un artista hip hop, una specie di novello Eminem francese pronto a sputare una parola dietro l'altra al microfono, sfidando il sistema e, chissà, forse anche i colleghi.
Ed è proprio la sfida - in termini positivi e di rime, Ice-T sta bene attento a non scivolare negli stilemi classici dei gangsta rapper pronti a regolare i conti a suon di pistolettate - ed il confronto con Maestri, compagni ed avversari - nelle classifiche da milioni di copie o nelle battle agli angoli delle strade - a buttare benzina nel motore di questa grande macchina, che spesso e volentieri dal desiderio di emergere, di essere il primo o uno dei primi o dalla rabbia del riscatto porta illustri sconosciuti alla ribalta internazionale, che si tratti di New York - patria dei primi, grandi maestri dell'hip hop - o Los Angeles, mostrando una carrellata che gli appassionati non potranno non gustarsi dalla prima all'ultima linea - dai Run DMC a Eminem, passando per Kanye West, Dre, Snoop Dogg, i Cypress Hill, il Wu Tang e tutti i più grandi che possiate ricordare, conoscere o voler conoscere dopo aver visto questo documentario -: di contro, è quasi doveroso affermare che questo The art of rap rischia di rimanere, purtroppo, un lavoro ad uso e consumo degli appassionati del genere, e forse ancora troppo lontano dal pubblico occasionale per poter davvero rompere qualche muro sia in termini di pregiudizi in merito sia rispetto alla parte più autoriale e tosta dell'hip hop, negli ultimi anni forse fin troppo commercializzato anche in Italia.
Ad ogni modo, superata qualche difficoltà iniziale, qualunque appassionato di Musica anche non abituato al ritmo forsennato che questi ragazzi - o ex ragazzi, quando parliamo dei mostri sacri che hanno dato origine al fenomeno - non potrà che rimanere affascinato, stupito e stimolato dagli esperimenti vocali, grammaticali e di velocità d'esecuzione portati avanti di continuo dagli artisti hip hop, a prescindere dal fatto che con le loro parole cantino la rivolta popolare, i problemi razziali, le pose da macho o le follie della rockstar, che scrivano in compagnia di qualche donzella - Snoop Dogg su tutti - o chiusi nei loro studi senza interferenze esterne, allietandosi soltanto con dosi massicce di marijuana.
Per chi, invece, non vede i ruoli dell'MC o del producer come qualcosa di alieno e strambo, The art of rap rappresenta un'occasione per osservare i propri idoli alle prese con qualche rima che vada oltre il loro repertorio classico, rinforzare la stima per alcuni di loro o stimolare la curiosità per scoprirne o riscoprirne altri: in fondo, nella Musica come nel Cinema non si finisce mai di imparare, ed il bacino della cultura hip hop è solo al principio del suo fermento.
Con ogni probabilità, infatti, questo genere così giovane - benchè le sue radici peschino a fondo nel blues, nel jazz o nel soul - diverrà un riferimento sempre più importante nei prossimi decenni, raccogliendo, chissà, un giorno, il testimone proprio dal rock che ha cresciuto il sottoscritto: e se l'omaggio a tutti i "caduti" del rap sui titoli di coda ha il sapore amaro di tutte le pagine più oscure della storia di quest'arte, l'energia che sprizza ed esplode letteralmente in ogni rima pronunciata nel corso del documentario fa associare l'hip hop a qualcosa di estremamente stimolante, vivo e ribollente.
Una di quelle energie che, se giustamente incanalata, rischia davvero di cambiare il mondo.
Anche se a modo suo.






MrFord






"Ticket to ride, white line highway
tell all your friends, they can go my way
pay your toll, sell your soul
pound for pound costs more than gold
the longer you stay, the more you pay
my white lines go a long way
either up your nose or through your vein
with nothin to gain except killin' your brain."
Grandmaster Flash - "White lines" -






martedì 17 marzo 2015

Vizio di forma

Regia: Paul Thomas Anderson
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
148'





La trama (con parole mie): Larry "Doc" Sportello, detective privato nella Los Angeles del settanta dal regime di droghe piuttosto massiccio riceve la visita inaspettata di una sua ex, la seducente Shasta, che gli rivela essere coinvolta in un complicato intrigo legato a doppio filo alla figura di un vero e proprio re dell'immobiliare che la moglie, lei stessa ed alcuni complici vorrebbero mettere fuori gioco ricoverandolo in un manicomio privato per ricchi impadronendosi del patrimonio accumulato dall'uomo nel corso della sua carriera.
Peccato che, neppure il tempo di mettere insieme i pezzi, ed ecco che il suddetto re di appartamenti e palazzi finisce per scomparire insieme alla stessa Shasta, e che i pezzi del puzzle pronto a comporsi - o scomporsi - proprio davanti agli occhi di Sportello si moltiplichino, in bilico tra agenti della polizia fin troppo precisi e schematici, sassofonisti infiltrati nelle organizzazioni sovversive dall'FBI, dentisti evasori di tasse e dediti al sesso con giovani fuggiasche appena maggiorenni e chi più ne ha, più ne metta, compresa la misteriosa Golden Fang.
Riuscirà il buon Doc a far combaciare ogni tessera del mosaico e dare al cerchio una sua personalissima quadratura?








Per quanto chiunque abbia incrociato il cammino del qui presente vecchio cowboy negli ultimi dieci anni della sua vita, magari grazie al legame del sottoscritto con l'alcool, potrebbe obiettare, non mi sono mai considerato, fin dai tempi dell'adolescenza, un "fattone": adoro la sperimentazione, così come l'esperienza sulla pelle, eppure sono sempre stato ad un tempo troppo disciplinato, in qualche modo intimorito dall'idea di lasciar crollare tutti gli argini e legato - soprattutto nel passato recente - alla pratica sportiva per abbandonarmi a dipendenze di sorta. 
Piuttosto, ammetto di aver frazionato il desiderio in modo da goderne da prospettive diverse, che si parli di sesso, Cinema, alcool, viaggi, letture e tutto quello che cerco di non perdermi giorno dopo giorno.
Eppure, quando mi trovo di fronte personaggi come il Drugo o Doc Sportello, sento istintivamente di provare una sensazione di profonda empatia rispetto al loro approccio: non è una cosa semplice gestire la Libertà, avere la faccia tosta di affrontarla con il coraggio che si deve necessariamente coltivare in modo da averla come compagna di viaggio ma non di vita.
Eppure, una volta fatta, è fatta per sempre. Soprattutto per quelli come loro.
E in un certo senso, li capisco.
Perchè è come se fossimo tutti una sorta di specie protetta di coccodrilli, e non ci fosse nulla in grado di farci estinguere. 
Semplicemente, ci esprimiamo in lingue differenti, attraverso canali di comunicazione e regimi di "droghe" altrettanto differenti. Ma la direzione è sempre quella.
Paul Thomas Anderson, probabilmente, è giunto con questo film alla mia stessa conclusione, e non solo è riuscito a rispettare in pieno lo spirito del romanzo che ha ispirato questo titolo, ma a raccontare lo stesso come se una macchina del tempo avesse il potere di trasportare l'audience indietro di oltre trent'anni anche in termini di stile ed approccio: niente piani sequenza, ampi spazi, Cinema corale.
Vizio di forma è un mosaico di dialoghi e situazioni solo apparentemente grotteschi ed improvvisati che lascia spazio ad istanti di malinconia struggente, quasi fossimo alla fine dell'estate e dovessimo lasciarci alle spalle quello che crediamo sia un grande amore: e dalle risate nell'osservare straniti Bigfoot che mangia la banana mentre guida ad un finale perfetto per il genere, passiamo attraverso ad un cocktail perfetto che mescola Classici come Chinatown e Il lungo addio a cult moderni del calibro di Paura e delirio a Las Vegas e Il grande Lebowski, senza in tutto questo dimenticarsi autori come Chandler - per l'appunto - o Spillane.
Sinceramente, poco importa che i fan della prima ora del regista siano rimasti spiazzati dal caotico modo di procedere di Sportello, e da una vicenda che non porta sullo schermo davvero un briciolo della pulizia delle opere precedenti del buon P. T., o che ad alcuni il tutto sia apparso come un sogno da indigestione o sbronza pesante troppo denso da gestire: Vizio di forma è un elegante fiume in piena che manca di poter essere definito un riferimento assoluto semplicemente perchè preceduto da opere cui è chiaramente debitore - oltre alle già citate, mi sento quantomeno di ricordare enormità come Il mistero del falco o Un bacio e una pistola -, un fulmine a ciel sereno in un inizio anno che ha regalato ben poche soddisfazioni davvero cult al Saloon e alla settima arte in toto, un esercizio di stile sia attoriale che registico e tecnico che riesce ad apparire sincero e diretto come il suo protagonista.
In un certo senso, questo "vizio" va accolto come uno dei più ostici, quelli che vanno conquistati, e dai quali occorre farsi conquistare: è un viaggio in cui perdersi e ritrovarsi, come l'onda pronta a travolgere e riportare a galla di Point Break, lo spirito dell'oceano e dell'esperienza.
Trattenersi non porterà bene, Bigfoot docet.
E' come se l'estate fosse arrivata in anticipo.
E a prescindere da quello che effettivamente sarà, o dal fatto che "questo non significa che si possa tornare insieme", godersela è la cosa migliore che si possa fare.
Lo può garantire anche Doc.
Fa bene alla salute.
Nonostante la malinconia.




MrFord




"Twisting and turning
your feelings are burning
you're breaking the girl
she meant you no harm
think you're so clever
but now you must sever
you're breaking the girl
he loves no one else."
Red Hot Chili Peppers - "Breaking the girl" - 




 

mercoledì 10 dicembre 2014

Lo sciacallo - Nightcrawler

Regia: Dan Gilroy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
117'





La trama (con parole mie): Lou Bloom è un uomo ossessionato dal successo e dall'affermazione, nutrito dalla rete e dalla cultura "fai da te", protagonista di una sorta di american dream per il momento realizzato solo nella sua testa che vive di espedienti. 
Quando, per caso, si ritrova testimone di un incidente stradale, decide di gettarsi a capofitto nel mondo del giornalismo d'assalto, reinventandosi reporter per le strade di una Los Angeles abbracciata dalla notte.
Assunto un collaboratore ed avviato un proficuo rapporto con un canale televisivo locale, Lou si dedica con tutte le forze alla ricerca di servizi sempre più vicini al limite imposto dall'etica mettendo la sua realizzazione davanti ad ogni cosa, ad ogni costo: quando, una notte, giunge sul luogo di un omicidio prima della polizia riprendendo i due assassini, la posta in gioco si alza come non era mai capitato prima.








Una delle caratteristiche fondamentali di un'opera - sia essa letteraria, cinematografica, musicale o artistica in genere -, almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy, è sempre stata il cuore, quella scintilla che permette allo spettatore - parlando ovviamente di pellicole - di entrare in sintonia con quello che si trova di fronte: non è un mistero, in fondo, che quando un autore finisce per raccontare qualcosa che ben conosce, imbocca una sorta di corsia preferenziale rispetto a chiunque sia "dall'altra parte".
E non è un caso che i miei favoriti - i cosiddetti "fordiani" - siano tutti legati a questi concetti, da Eastwood - il rapporto tra padri e figli - a Cash - il conflitto tra la parte oscura e quella sacra -, da Nesbo - il fascino della dipendenza e la presenza per chi amiamo, sempre e comunque - a persone portate sullo schermo ma assolutamente reali - il Jean Dominique di The agronomist -.
Jonathan Demme, che firmò lo straordinario documentario appena citato, portò sullo schermo anche uno dei grandi Capolavori del Cinema USA moderno, Il silenzio degli innocenti: e perfino lì, in quella cella, o nell'agghiacciante telefonata che chiudeva la pellicola, si finiva quasi per empatizzare con il genio terrificante di Hannibal Lecter.
Come nella camminata claudicante divenuta fiera di Kaiser Soze.
O nella follia innevata di Tony Montana.
Tutti i grandi "cattivi" finiscono, in qualche modo, per affascinare almeno una piccola parte del "cattivo" che è in noi.
L'unica eccezione che ho potuto riscontrare nel corso della mia vita è rappresentata da Grenouille, protagonista indimenticabile dell'altrettanto indimenticabile Il profumo di Patrick Suskind, uno dei romanzi più importanti della mia storia di lettore e, probabilmente, uno dei dieci che porterei su un'isola deserta: le vicissitudini dell'assassino alla ricerca del profumo perfetto evocano ancora oggi immagini straordinarie, nonostante, ai tempi, per la prima volta mi accorsi del desiderio irresistibile di prendere le distanze da quel main charachter così rivoltante e disgustoso, tanto da comprendere il fastidio che lo stesso finiva per generare negli altri che incontrava pagina dopo pagina.
Dan Gilroy, al suo esordio dietro la macchina da presa - non proprio giovanissimo, considerata la classe cinquantanove -, è riuscito a farmi sentire per la seconda volta in quel modo con una sicurezza ed una padronanza del mezzo cinematografico spaventose, talmente salde da far dubitare non solo dell'esistenza di un concetto di fiction, ma di materializzare quello di giornalismo - ovvero cronaca dei fatti, non partecipazione - sostituendo, di fatto, con esso la magia del Cinema.
Lo sciacallo è un film profondamente odioso e disturbante, grottesco e caricaturale, forse perfino troppo facile nella cinica crudeltà di certi passaggi - i confronti tra Lou ed il suo aiutante Rick, l'ascesa dello stesso Lou -, che molto probabilmente non amerò mai e poi mai come un altro grande ritratto in notturna di L. A., Collateral, fotografato altrettanto bene eppure gelido come una scossa dritta nel cervello avendo ingoiato un boccone troppo grande di gelato, eppure a suo modo indimenticabile, rispetto alla stagione che volge al termine.
E dalla strepitosa performance di Jake Gyllenhaal - mai così bravo e diverso dalle sue incarnazioni precedenti, capace di rendere alla perfezione il lato quasi psicopatico, e non solo voyeuristico del suo personaggio, in bilico tra composta e falsa cortesia ed aggressività da predatore - a sequenze da brividi - l'inseguimento per le strade nel finale -, tutto pare ricondurre ad un'unica, terribile conclusione: Lo sciacallo non è Cinema, non è cuore, non è quella scintilla, ma resta e resterà clamorosamente grande.
Da fan del lato oscuro e da persona pronta spesso e volentieri a farsi tentare dallo stesso, onestamente non sono felice che sia così: perchè sapere che esistono pellicole come questa, in giro, e che in qualche modo finiscono per fotografare la realtà, riesce a fare paura più di qualsiasi horror.
Nello sguardo oltre la macchina di Lou che s'incrocia con quello del killer appena uscito dall'auto ribaltata c'è l'incontro di due predatori, neanche fossimo nel cuore della giungla (urbana) della vita: uno stringe una pistola, è coperto di sangue, è senza dubbio un carnivoro, ed aggredisce qualunque cosa rappresenti per lui un ostacolo, mantenendo il suo status di leone alfa; l'altro brandisce lo strumento principe della comunicazione moderna, vive tra le ombre, mangia quello che gli conviene mangiare, e quando vede un ostacolo, tiene ben salde le zampe che gli permetteranno di saltare all'ultimo secondo, da buono sciacallo.
Uno ha il cuore, pur se nero. L'altro no.
Uno scaglia fulmini e saette dalla sua arma, l'altro illumina il mondo che vuole sia mostrato al mondo per poterlo indirettamente controllare.
"Al mondo ci sono due tipi di uomini: quelli che hanno la pistola e quelli che scavano. Tu scavi.", recitava Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo.
Ma quello è Cinema.
Lo sciacallo è più simile a quello che troviamo quando le luci si spengono, usciamo dalla sala e veniamo vomitati nel mondo.
Niente più sogni.
Due predatori.
Chi pensate avrà vinto?




MrFord




"Straight out of hell
one of a kind
stalking his victim
don't look behind you
nightcrawler
beware the beast in black
nightcrawler
you know he's coming back
nightcrawler."
Judas Priest - "Nightcrawler" - 




 

venerdì 4 luglio 2014

Collateral

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 120'





La trama (con parole mie): Max, un meticoloso e sognatore tassista notturno di Los Angeles, all'inizio del suo turno di lavoro carica per caso Vincent, misterioso individuo che, in cambio di un cospicuo pagamento, richiede il suo servizio per tutta la notte, in modo che possa scarrozzarlo attraverso cinque fermate di lavoro prima del ritorno in aeroporto.
Max, seppur riluttante, accetta, salvo poi scoprire sulla sua pelle che l'uomo che ha preso a bordo è in realtà un sicario assoldato dai cartelli della droga per eliminare una serie di bersagli che potrebbero danneggiare uno dei boss incontrastati del narcotraffico in un imminente processo: il confronto tra i due, ed il loro viaggio attraverso la notte di L. A., diviene una metafora del rapporto che entrambi hanno con la vita, il passato, il presente ed il futuro, così come sul lato "collaterale" del Destino.








Rivedendo Collateral per l'ennesima volta - di fatto, si tratta di uno dei miei film cult legati all'estate -, oltre ad ammirare la tecnica pazzesca di Michael Mann, la fotografia da urlo, i momenti che rimarranno impressi nella Storia del Cinema recente, ho pensato a quanto sarà bello poter raccontare al Fordino, tra quindici o vent'anni, guardando questo film insieme, che ai tempi lo vidi in sala, insieme a suo zio, entrambi esaltatissimi per il ritorno sul grande schermo di uno dei registi action più importanti dell'Occidente cinematografico, vero erede della tradizione di pietre miliari come Vivere e morire a Los Angeles ed unico a raccogliere il testimone di gente come Melville per rispondere ai Maestri d'Oriente come Johnnie To.
Questo cult magistrale - tecnicamente ed emotivamente parlando - presterebbe il fianco ad analisi infinite e critiche dettagliatissime, legate al montaggio, alle riprese di una Città degli angeli mai così viva, ad un crescendo che riesce nell'impresa di trovare un punto d'incontro praticamente perfetto tra il Cinema d'autore e quello mainstream, alla tensione, ad una delle migliori interpretazioni della carriera di Tom Cruise, e chi più ne ha, più ne metta.
Ma non voglio svilire Collateral in questo modo.
Sarebbe come cercare di catalogare il jazz, e le meraviglie di Miles Davis, o Charles Mingus.
O tentare di decifrare i significati delle esistenze che viviamo, così piccole ed insignificanti al cospetto del disegno dello spazio infinito eppure clamorosamente importanti nel microcosmo che affrontiamo un giorno dopo l'altro, fosse anche l'ultimo.
Collateral, per me, è quel giorno con mio fratello, seduti ammirando il nuovo lavoro di quel vecchio figlio di puttana che ci lasciò - e lascia - a bocca aperta con The Heat - che vedrò di recuperare presto, magari entro la fine dell'estate -, lui con l'occhio ancora pesto per l'incidente in motorino ed io alla ricerca del perchè quel cineasta così legato all'azione - che allora non aveva la stessa importanza di oggi, per il sottoscritto - riuscisse a trasformare la materia grezza del genere in qualcosa che andava oltre perfino alla filosofia.
Oppure, tre anni dopo, nella casa gigantesca da studentessa di Julez, la visione del dvd in cucina, con lei che quasi crollava dal sonno, il Jameson ed uno dei pompini da urlo che resero ancora più da urlo quel periodo.
Ed ogni visione da quel momento in avanti, fino a questa sera - che non so quando sarà, rispetto alla pubblicazione del post -, con la stessa Julez a dormire il sonno dei giusti - meritatissimo - e Ale nella sua cameretta, ed io di fronte alla tv ancora con gli occhi spalancati, patatine, whisky e coca.
Gli occhi. Specchio dell'anima oppure no, sono la chiave di volta di questo film.
Sono quelli scuri ed appassionati di Max, che come la maggior parte di noi, tira avanti aggrappandosi ad un sogno che sa già in partenza non riuscirà a realizzare, finendo per svegliarsi, un giorno, vecchio e malinconico, parlando dei tempi andati.
Quelli di Vincent, che si specchiano nella sua stessa espressione predatoria, capaci di rassegnarsi e salvare una vita, provare l'invincibilità del caso e la meraviglia della passione, l'ironia nera delle esecuzioni nel vicolo e la forza dirompente di un animale senza perdono - per dirla alla Clint - nel cuore di una discoteca.
Sono quelli di due coyotes che vagano, neanche fossero fantasmi, per le strade deserte - o quasi - della notte losangelina: i riflessi brillanti lasciano un segno, si specchiano nei nostri pronti a guardarli come l'abisso di Nietzsche, o la macchia solare del pezzo degli Audioslave in sottofondo.
Dove stiamo andando, tutti quanti?
Dove corriamo?
Quale significato avranno i nostri progetti nell'arco di uno, cinque, dieci, vent'anni, quando non sappiamo neppure dove saremo domani?
Lottiamo davvero per nulla come il Detective Fanning, o per essere dimenticati a bordo di una vettura della metropolitana come Vincent?
La notte che ci porta al confronto con il lato oscuro della Natura e del Destino, con il "collaterale" di noi stessi, è davvero l'antefatto di un'alba di speranza?
O i sogni rimarranno una cartolina buona giusto per un pò di nostalgia in ritardo?
Nessuno può saperlo.
Max o Vincent che sia.
E' questo l'aspetto collaterale della vita.
E a noi non resta che viverlo, per scoprire, se non domani, almeno cosa ci riserva l'oggi.



MrFord



"When the hills of los angeles are burning
palm trees are candles in the murder wind
so many lives are on the breeze
even the stars are ill at ease
and Los Angeles is burning."
Bad Religion - "Los Angeles is burning" - 




lunedì 8 aprile 2013

L. A. Confidential

Regia: Curtis Hanson
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Los Angeles, primi anni cinquanta. L'impero di Mickey Cohen è crollato lasciando un vuoto di potere che avrebbe condizionato per anni la lotta per il predominio del lato oscuro della Città degli angeli, tra scandali, droga, uccisioni e pornografia di lusso.
In questo contesto dalla doppia faccia - quella pulita e degli spot pubblicitari e delle serie televisive e quella degli affari loschi da seppellire nella notte - si muovono il sergente Jack Vincennes - abituato a ricevere puntualmente mazzette per offrire servizi scandalistici ed arresti "illustri"-, l'agente Budd White - segnato dalle violenze subite ad opera del padre e strenuo difensore delle donne in difficoltà dai modi brutali - e la promessa del corpo di polizia Edmund Exley, preciso e fedele alle regole nonchè abile politico.
A seguito di un vero e proprio massacro commesso in una caffetteria, le vicende professionali e le vite private dei tre si troveranno ad sovrapporre finendo per scatenare un vero e proprio caos all'interno del dipartimento di Hollywood: riusciranno a risolvere lo spinoso caso e mettere fine ad un cancro che si sta propagando in città?




La recente visione del mediocre seppur ben confezionato Gangster squad, ed il fatto che Julez non aveva ancora affrontato quello che è da considerarsi come uno dei cult meglio confezionati del Cinema noir anni novanta, hanno contribuito al concretizzarsi del recupero di L. A. Confidential, titolo che anno dopo anno e visione dopo visione acquista una sempre maggiore credibilità ponendosi come uno dei più solidi e convincenti esempi di Classico moderno - almeno per quanto riguarda gli States - da grande schermo.
Costruito a partire da un romanzo di James Ellroy - uno dei nomi di riferimento del genere - e basato su uno script ad orologeria - firmato anche dal veterano Brian Helgeland -, quello che, ad oggi, è il lavoro migliore dell'artigiano Curtis Hanson è un poliziesco a tinte fosche nella migliore tradizione dei suoi capisaldi - da La fiamma del peccato a Il mistero del falco - orchestrato sfruttando un cast in forma smagliante ed in grado di inchiodare alla poltrona dall'inizio alla fine, riservando ben più di una scena memorabile ed un paio di twist da manuale.
Ai tempi della sua uscita ricordo la fama che conquistò praticamente da subito, riuscendo a mettere d'accordo sia gli spettatori radical chic - e allora, purtroppo, ero anche io nel novero - e quelli di grana grossa, giocando sul fascino di un terzetto di protagonisti a dir poco perfetto - trovo che Budd White sia uno dei personaggi migliori, se non il migliore, che Russell Crowe abbia avuto la fortuna di interpretare - ed una trama avvincente in grado di richiamare sia elementi cardine dell'hard boiled che un pizzico di violenza quasi pulp nel pieno rispetto di quello che era, ai tempi, il nuovo volto della settima arte statunitense sconvolta dalla tempesta tarantiniana.
Occorre ammettere, inoltre, che uno dei grandi pregi di questa pellicola risiede nella sua compattezza, talmente importante da non cedere rispetto alla tensione neppure all'ennesima visione concessa, con il sottoscritto che ancora si emoziona in quello che è il passaggio simbolo della storia, quel "Rollo Tomasi" che dimora nell'Olimpo dei momenti da ricordare di quel decennio cinematografico.
Per il resto, oltre ad una messa in scena rispettosa dell'epoca ed ottimamente realizzata - al timone del comparto tecnico, del resto, troviamo un certo Dante Spinotti, uno dei migliori di tutti i tempi per quanto riguarda la materia del production design -, sono interessanti tutti i temi trattati dentro e fuori la storia principale, dal razzismo - emblematico l'episodio dei tre giovani delinquenti di colore - alla brutalità delle forze dell'ordine, dalla condizione della donna - costretta a sognare un futuro costruito a suon di concessioni al "sesso forte" - all'equilibrio di potere che viene gestito all'interno della polizia così come in una famiglia criminale, con silenzi, spiate, spalle più o meno coperte e crisi di coscienza che si mescolano con il rispetto - oppure no - delle regole.
In questo senso i tre main charachters forniscono ottimi spunti per la riflessione, dal ligio fino al risultare odioso - e tendenzialmente arrivista - Exley al disequilibrato White, semper fidelis nel bene e nel male e mente sottovalutata celata da un braccio troppo spesso in movimento, senza contare il controverso Vincennes, sornione ed abile nel riuscire in qualunque modo a galleggiare in mezzo a tutta la merda che la Los Angeles per bene delle cartoline cerca di nascondere sotto un tappeto troppo corto.
E proprio questo pare il senso dell'intero lavoro: una sorta di Viale del tramonto di una città che è stata ed è il sogno di migliaia di persone a qualsiasi latitudine, una delle capitali del Cinema e delle stelle, e che nel corso dell'ultimo secolo ha segnato la fine di carriere e vite sacrificate sul suo altare di Eldorado di rampe di lancio che spesso e volentieri rivelano dietro il loro sipario un finale tragico.
Dunque occhi aperti e zitti zitti, perchè non si sa mai chi potrebbe pugnalarvi alle spalle, e soprattutto perchè la Città degli angeli è una puledra selvaggia e per nulla disposta ad andare per il sottile: dunque, se vorrete domarla, dovrete essere disposti a qualche sacrificio.
"A qualcuno la gloria, a qualcun'altro una puttana ed un paesino di campagna", sentenzia Lynn.
E nessuna delle due strade si presenterà ai vostri piedi come un tappeto rosso senza chiedere qualcosa in cambio.


MrFord


"Hush, hush
I thought I heard her calling my name now
hush, hush
she broke my heart but I love her just the same now
hush, hush
thought I heard her calling my name now
hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now."
Deep Purple - "Hush" -


sabato 2 febbraio 2013

Kiss kiss bang bang

Regia: Shane Black
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 103'




La trama (con parole mie): Harry Lockhart è un modesto ladruncolo dalla faccia come il culo che per sfuggire alla polizia nel corso di una fuga dopo un colpo andato male si presenta ad un'audizione per la parte di detective in un film riuscendo addirittura nell'impresa di essere scritturato.
Eccolo così ad Hollywood, con al suo fianco un vero occhio privato - l'elegante Gay Perry - che ha il compito di addestrarlo in modo che la sua interpretazione risulti più realistica possibile, pronto a gettarsi a capofitto in un'indagine che prevede tradimenti, morti ammazzati, inseguimenti, misteri e chi più ne ha, più ne metta che coinvolge il suo ritrovato primo grande amore - l'aspirante attrice Harmony Faith Lane - e ricorda i misteriosi casi della grande tradizione chandleriana.
Riuscirà Harry a risolvere il mistero? 
E soprattutto: ce la farà a portare a casa la pelle senza collezionare troppe figuracce?




Ci sono momenti in cui mi sento di ringraziare dal profondo del cuore gli anni passati a fare lo snob del cazzo tutto Cinema d'autore e il resto è merda. Dal profondo del cuore.
Se non avessi passato, infatti, tutto quel tempo completamente preso soltanto dalle pietre miliari e dalle proposte più alternative possibili non soltanto mi sarei ritrovato senza una certa formazione, ma non avrei neppure potuto rivalutare alcuni generi ed i loro registi ed attori come, poi, ho fatto con somma goduria.
Dagli anni ottanta che furono la mia culla di spettatore, infatti, ho progressivamente recuperato dapprima tutta la componente tamarra - soprattutto rappresentata dai filmacci di Sly, Schwarzy, Willis e Van Damme -, dunque tutti quegli autori che si celavano dietro i volti dei miei eroi di bambino: ultimamente è stato così per Tony Scott, compianto fratello del più altisonante Ridley che di recente ha fatto spesso capolino da queste parti, ed è ora per Shane Black.
E chi sarà mai, voi direte, questo Shane Black? 
Effettivamente potrebbe non dirvi nulla il suo nome, principalmente perchè non noto per esibizioni memorabili davanti o dietro la macchina da presa, ma di fronte a quella da scrivere: dalla sua penna, infatti, uscirono due dei più grandi cult action del passaggio tra eighties e nineties, Arma letale e L'ultimo boy scout, che qui in casa Ford godono di stima pressochè infinita.
Quando il mio fratellino Dembo, poco tempo fa, in uno dei nostri scambi di chiavette, mi propose Kiss kiss bang bang, non avrei dato a questo titolo due lire, oltre al fatto che non sapevo fosse non soltanto scritto, ma anche diretto, per l'appunto, dal buon Shane: la visione è stata dunque piacevolmente rivelatoria oltre che assolutamente divertente, e mi sono ritrovato ad essere ben felice di aver piazzato un altro tassello nel recupero di un autore che ora cercherò di prendere decisamente più sul serio - in senso metaforico, ovviamente -, un pò come è stato per il già citato Tony Scott.
Black inserisce in una cornice losangelesiana dal sapore noir dei romanzi di Chandler - tutti uno più bello dell'altro - una vicenda che strizza l'occhio agli anni del pulp, di Tarantino e di Guy Ritchie, sfruttando la voce narrante del protagonista - un Downey Jr in ottima forma - per giocare con riavvolgimenti, pause, ricostruzioni e sequenze al limite del grottesco che, a conti fatti, contribuiscono a creare un piccolo film dal risultato assicurato.
Grande merito va dato, oltre alla scoppiettante sceneggiatura e al protagonista, anche alla spalla di quest'ultimo, un Val Kilmer versione quasi bolso in grado di portare in scena alcuni botta e risposta con l'incontenibile Downey Jr da sbellicarsi dalle risate - se penso alla pisciata sul cadavere durante la telefonata ancora mi vengono le lacrime agli occhi -, in bilico tra allusioni sessuali ed amicizia virile nella migliore tradizione dell'action più sfrenata: come se non bastasse, fotografia, colonna sonora e ritmo rendono la visione estremamente piacevole anche da un punto di vista tecnico, per un risultato che è il classico titolo da visione con gli amici da colpo sicuro e che, tendenzialmente, non ci si stanca mai di rivedere quando si vuole mantenere in qualche modo alto lo spirito.
Certo, non saremo di fronte alla pellicola più innovativa della Storia - e del suo genere -, ma tutto funziona - e bene -, il coinvolgimento è assicurato e l'intrigo è, per l'appunto, intrigante, tra cadaveri nei laghi e nei box doccia, dita mozzate e specchietti per le allodole: una goduria di quelle sane e robuste come piacciono a noi pane e salame, e che tendenzialmente riuscirà a venire incontro ai gusti sia maschili che femminili - interessanti i personaggi di Michelle Monaghan e Shannyn Sossamon - regalando il giusto equilibrio tra grana grossa e tocco di stile.
In una parola: godetevelo.
E basta.
Con alcuni film, non si può fare altro.


MrFord


"Sweet seduction in a magazine,
endless pleasure in a limousine,
in the back shakes a tambourine, 
nicotine from a silver screen.
In the music,
say the word,
see the light,
join the herd, 
levit comes, 
levit goes,
diamond memories,
go with the flow."
Felix Da Housecat - "Silver screen" -


martedì 27 novembre 2012

End of watch - Tolleranza zero

Regia: David Ayer
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Bryan Taylor e Mike Zavala sono due compagni di pattuglia, agenti che lavorano ogni giorno in uno dei distretti più violenti di Los Angeles. Per loro passare i momenti più tranquilli della giornata scherzando in macchina come due vecchi amici è normale quanto trovarsi coinvolti in una sparatoria, e le scene che si ritrovano davanti agli occhi sono spesso e volentieri di quelle che tutti vorrebbero evitare.
Il loro spirito d'iniziativa e la voglia di mettersi in mostra li porta, a volte, ad entrare in conflitto con colleghi, superiori, agenti federali e, ovviamente, i "cattivi": dall'ultimo galoppino da strada ai boss, infatti, tutti sanno che non si scherza con i pesci grossi dei cartelli della droga, pena il rischio di finire stecchiti prima ancora di scoprire di avere una taglia sulla testa.
Quando i due agenti scopriranno che una trappola li attende, potrebbe essere troppo tardi.





Avete presente quei film che vi danno soddisfazione neanche fossero un kebab di quelli piccanti da sentire le lacrime agli occhi, con la carne calda e saporita al punto giusto, pronti a riempirvi lo stomaco e darvi la carica per una bella bevuta?
Ecco: End of watch - e mi rifiuto di citare l'assurdo e ridicolo sottotitolo italiano - è uno di questi.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore di Training day, che già mi aveva sorpreso in positivo con Harsch times - solido noir metropolitano con un Christian Bale in grandissimo spolvero di qualche anno fa -, suo esordio alla regia, questa tostissima via di mezzo tra un mockumentary ed un action movie mostra la vita di una pattuglia di poliziotti in un quartiere a rischio di Los Angeles, una delle metropoli più turbolente dal punto di vista della criminalità - organizzata e non - degli States.
Ayer, che scrive e dirige tagliando con l'accetta ed è palesemente dalla parte dei ragazzi in blu, dipinti di fatto come persone perbene al massimo dedite a qualche scherzetto da caserma, confeziona una sorta di thriller urbano dal ritmo serratissimo, un fratello cinematografico di quello che fu per il piccolo schermo The Shield, interpretato alla grande dai due protagonisti e reso sempre più credibile e profondo ad ogni minuto che passa, accelerando sempre più fino alla clamorosa sequenza che vede la coppia Gyllenhaal/Pena affrontare la trappola che i boss del cartello hanno in qualche modo organizzato per loro decidendo che si erano spinti troppo oltre per rimanere ancora in vita.
Sicuramente lo spirito dell'operazione è molto ammeregano, lo stile volutamente grezzo - la macchina da presa a spalla, che soprattutto nelle prime sequenze mette molto in difficoltà lo stomaco dello spettatore, non è proprio la più amata dall'audience - e molte prese di posizione potenzialmente discutibili, tanto che molti potrebbero storcere il naso di fronte al prodotto finito, eppure tutto funziona che è una meraviglia, e per una volta si ha la netta impressione di assistere alla versione più vera e realistica possibile di un film d'azione di quelli che normalmente tutti noi cazzoni cui piace fare i duri - o presunti tali - adoriamo, completi di sparatorie ed esplosioni varie in cui, ovviamente, a farsi male sono sempre e soltanto i bad guys.
In questo caso, però, non siamo all'interno di un Die hard o di un Arma letale, ma per le strade di una città che pare non fare sconti proprio a nessuno, e così finisce che ragazzi come Bryan e Mike, che in fondo non sono tanto diversi da noi - o forse noi non saremmo tanto diversi da loro, se facessimo quel tipo di lavoro -, si ritrovano a dover lottare con le unghie e con i denti per riportare a casa la pelle ogni giorno nella speranza di evitare che la propria moglie - o marito, o figlio - riceva la telefonata che nessun parente di poliziotto vorrebbe ricevere.
Senza dubbio, considerato il rapporto "qualità/prezzo", quello del piedipiatti è un mestiere ingrato a qualsiasi latitudine, specie se tradotto in un servizio prestato in strade ad alto potenziale di rischio: in questo senso, il lavoro di Ayer rende decisamente bene l'idea del culo che chi lo sceglie deve farsi ogni giorno - se si ha la sfortuna, o il coraggio, di pattugliare quartieri come quelli che frequentano i due main charachters della pellicola -, prendendosi comunque il tempo che serve anche per mostrare la quotidianità e la normalità degli stessi agenti, nei pregi e nei difetti, dalle piccole rivalità interne al senso di fratellanza che, inutile negarlo, cementa i rapporti di chi è costretto - volente o nolente - ad imparare a coprire le spalle del proprio partner confidando nel fatto che lui - o lei - faccia lo stesso per non finire dritto dritto all'obitorio.
Il regista e sceneggiatore, inoltre, riesce nella non facile impresa di non scadere nell'eccesso di retorica, e giunto all'apice drammatico del suo lavoro decide di chiudere mostrando quella stessa quotidianità che è andato fotografando istante per istante dal primo minuto della pellicola, il mondo che questi ragazzi spesso troppo avventati o troppo fragili - come quelli che tentano di fargli la pelle dall'altra parte - vogliono così disperatamente, e fieramente, difendere.
Quello che li vede sognare un matrimonio, o una figlia che possa non soltanto non frequentare mai un poliziotto, ma nessun uomo in generale.
Ragazzi come noi, insomma. Solo con il potere di una pistola e un distintivo.
Che possono essere i più difficili da gestire ed i più pericolosi da portare addosso in una vita tra le più difficili che abbiamo il potere di scegliere.


MrFord


"Hey love (hey love)
turn your head around (turn your head around)
take off that frown
your in love
wake up (wake up)
open the door (open the door)
don't cry no more
your in love."
Delfonics - "Hey Love" -


 

sabato 12 maggio 2012

La notte non aspetta

Regia: David Ayer
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 109'



La trama (con parole mie):  Tom Ludlow, un detective dai metodi decisamente sopra le righe della Squadra Speciale della polizia di L. A. protetto dal Comandante Wander, è tallonato dagli Affari Interni a causa delle sue azioni spesso e volentieri ben oltre la legge.
Quando decide di affrontare Washington, suo ex partner che collabora alle indagini che lo vedono come un obiettivo, quest'ultimo viene ucciso da due comuni rapinatori: ma quello che è nascosto sotto il tappeto del Dipartimento è ben più di un fatto di sangue casuale, e Tom scoprirà di dover lottare da solo - o quasi - contro un sistema che ormai appare inesorabilmente corrotto dall'interno.
La strada per la verità sarà dura, terribile e costellata di cadaveri, ma Ludlow non è disposto a venire a compromessi: del resto, la sua vita ed il suo gioco sono sempre stati votati all'estremo.




Ormai sapete bene quanto in casa Ford si apprezzino storie noir e torbide con un sacco di morti ammazzati, intrighi e corruzione come se piovessero, sparatorie ed un gusto per l'action spiccato, pur se messo al servizio di uno script che va oltre quello stesso concetto: La notte non aspetta - pessimo adattamento italiano per l'originale Street kings - rispecchia appieno queste caratteristiche.
Scritto da James Ellroy e portato sullo schermo da David Ayer - sceneggiatore di Training day e già regista del solido Harsh times -, interpretato da manuale dalle garanzie Keanu Reeves e Forest Whitaker, questo film avrebbe tutte le carte in regola per sfondare una porta già spalancata ed entrare a testa bassa trovando un posto tra i preferiti del genere del sottoscritto.
Eppure, come avrete già notato dal voto, la visione non porta a nulla più che una striminzita sufficienza ed una visione giusta giusta per riempire una giornata di relax, andando a contraddire di fatto tutto quello che ho scritto in proposito fino ad ora: cosa, dunque, porta un film potenzialmente di culto ad essere soltanto un riempitivo, pur se ben realizzato?
Principalmente il tempismo.
Infatti, questo lavoro di Ayer giunge con colpevole ritardo rispetto ad altri più o meno capisaldi del genere come L. A. Confidential - sempre targato Ellroy -, il sorprendente e misconosciuto Narc, il già citato Training day ed anche il sottovalutato Copland: il tema della corruzione nel corpo di polizia con l'outsider pronto a riscattare il buon nome - più o meno - del Corpo facendo piazza pulita delle mele marce è un concetto ormai ben noto agli amanti di questo filone, che ha già trovato il meglio del suo meglio anche nell'ambito televisivo grazie a quella meraviglia che fu The Shield - che ha molti punti in comune con questa pellicola -, visione peraltro decisamente più pessimista di quelle fornite dai film appena segnalati.
Nonostante, dunque, il grande mestiere messo al servizio di un film che pare non perdere un colpo, dalla prima all'ultima sequenza la sensazione è quella del deja-vù persistente che tende a sminuire il valore finale dell'opera, rendendola niente più di un normale poliziesco a tinte forti a confronto di precendenti pietre miliari della stessa pasta da duri ammazzacristiani.
Un peccato, tutto sommato, perchè le premesse del piccolo "must see" ci sono tutte, soprattutto se non si bazzica molto da queste parti - cinematografiche o letterarie che siano - e non si è abituati ad un certo tipo di evoluzione della trama, che per il sottoscritto è stata una sorta di libro aperto dall'inizio alla fine, se non per qualche dubbio rispetto all'identità dei due killer dell'ex collega del protagonista - interpretato, tra l'altro, da Terry Crews, già visto alla corte di Sly e dei suoi Expendables -, vicenda gestita peraltro in maniera tutt'altro che perfetta: per il resto la fanno da padroni il cast - numerosissimi i volti noti, e oltre a quelli già citati spiccano Hugh Laurie e Chris Evans, tra gli altri - e la stessa L. A., praticamente un protagonista a se stante, rovente anche nella notte più oscura e sempre pronta a celare un segreto dietro ogni svolta di strada.
Resta comunque interessante la parentesi - che pare una neppure troppo ironica denuncia - dedicata alle lamentele della gente di strada rispetto ai maltrattamenti subiti dai poliziotti, rinforzata dal commento di Ludlow che laconico spiega alla sua donna che in quanto tali loro sono autorizzati a fare quello che vogliono, perchè la verità è e sarà sempre quella che sono loro stessi a scrivere sul verbale.
Insomma, se siete veterani di questo tipo di visione, tenetevi La notte non aspetta come riempitivo di lusso in attesa di serate migliori, mentre se normalmente il noir in pieno stile "Dirty Harry" non è il vostro pane quotidiano, potreste addirittura pensare di essere di fronte ad un nuovo termine di paragone per il genere.
Almeno fino a quando non scoprirete quelli che sono venuti prima di lui.


MrFord


"It's a house arrest - everybody run
I gotta plead guilty havin' - too much fun
this is a house arrest - up against the wall
we can't stop rockin' justa havin' a ball - one and all."
Bryan Adams - "House arrest" -


 
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