Visualizzazione post con etichetta realismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta realismo. Mostra tutti i post

martedì 11 aprile 2017

Io, Daniel Blake (Ken Loach, UK/Francia/Belgio, 2016, 100')




Alla fine della scorsa estate, in attesa del momento in cui Julez sarebbe tornata al lavoro dopo il periodo di maternità, mi preparavo a darle il cambio per passare qualche mese a casa con i Fordini così come avevo fatto nell'estate del duemilatredici, che si rivelò, difficoltà economiche a parte - decidere di mettersi in maternità o paternità facoltativa è decisamente tosto, considerato che si percepisce il trenta per cento del proprio stipendio -, la più bella della mia vita.
Per correttezza ed evitare qualsiasi ripercussione successiva, lavoravo il mio capo ai fianchi da mesi cercando di fargli digerire il fatto che sarei mancato nel periodo più caldo dell'anno - quello invernale -, lottando contro le sue neppure troppo velate speranze che potessi essere presente a dicembre: il giorno in cui gli comunicai che sarei sicuramente rimasto a casa almeno fino al trentuno gennaio, la sua reazione fu straordinariamente pacata, tanto che pensai "devo aver fatto proprio una bella opera di convincimento".
Peccato che, lo scoprii soltanto dopo, dai piani alti gli avessero comunicato il giorno prima di me che avremmo chiuso proprio con la fine dell'anno, e che dunque, di fatto, non sarei più tornato in quello che era stato il mio posto di lavoro - nonostante i cambi di gestione - dal novembre del duemilaquattro.
Trascorsa la paternità, dunque, dal dodici di gennaio scorso sono ufficialmente senza lavoro.
Niente drammi, per carità: ho vissuto ogni istante di questa nuova "avventura" come un'opportunità per ricominciare e reinventarmi, magari tentando di percorrere una strada che possa essere più vicina a quelle che sono le mie passioni.
Ma non è questo, quello di cui volevo parlare: in Italia al momento non esiste più la mobilità come la si conosceva, ma, in caso di licenziamento per cause indipendenti dalla volontà del lavoratore, si utilizzano piattaforme studiate affinchè il lavoratore stesso percepisca un'indennità di disoccupazione subordinata ad un patto di servizio stipulato dallo stesso con un'agenzia di collocamento o un ente che si occupi di ricollocazione che di mese in mese diminuisce fino allo scadere del periodo per il quale è diritto riceverla.
Il diciotto gennaio scorso, seguendo il percorso che lo Stato ha tracciato per il sottoscritto, ho fatto partire questa procedura, dovendo affrontare tutte le piccole e grandi menate burocratiche che anche online si fanno sentire - il sito della Regione Lombardia, in questo senso, è una vera merda, sappiatelo -, inviando i documenti di rito all'INPS e sottoscrivendo il suddetto patto di servizio.
Sono passati quasi tre mesi, da quel momento.
Tre mesi in cui ho fatto progetti alternativi per il mio futuro, oltre a godermi i Fordini, la casa ed il tempo a disposizione, e migliorare molto come casalingo.
Tre mesi in cui, dall'INPS e dallo Stato, non ho visto arrivare ancora nulla.
Tre mesi in cui il massimo sforzo dell'agenzia sono stati due incontri da due ore e mezza per aiutarmi a compilare per l'ennesima volta il curriculum ed inviarlo sfruttando le piattaforme assurde di alcuni siti molto noti di ricerca di lavoro ed un'offerta per un colloquio per un posto non certo di rilievo in una grande azienda al quale sarebbero seguiti due contratti da una o due settimane, ed in caso uno da tre o sei mesi.
E nel frattempo, se posso permettermi di percorrere le strade alternative di cui parlavo, posso farlo solo grazie ai soldi arrivati dal mio ex datore di lavoro, lo stesso per il quale ora mi ritrovo disoccupato.
Se non fosse che sono un ottimista, un ingordo di vita e abbia voglia davvero di cambiare, per me e per la mia famiglia, ci sarebbe quasi da piangere, nel pensare al grottesco di certe situazioni.
Dev'essere per questo, o perchè sono cresciuto in una famiglia in cui si è sempre lavorato, o perchè, semplicemente, come ai tempi del post dedicato all'ultima stagione di Spartacus, "non sono nato Romano", che Ken Loach mi arriva senza scorciatoie dritto al cuore.
Io, Daniel Blake è stato un colpo profondo e sofferto, di quelli come fu per My name is Joe.
Ed ancora una volta al termine di un film firmato dal più comunista tra i grandi registi europei - e non solo - mi sono ritrovato con il fiato corto e le lacrime agli occhi.
Io non sono un uomo tutto d'un pezzo come Daniel Blake: nella mia vita ho tradito, mentito, rubato, ho fatto in modo, con i mezzi che avevo ed ho avuto, di ritornare i colpi che ricevevo.
Non sono un puro. Anzi.
Ma so cosa significa aver voglia di far sentire la propria voce, così come avere la sensazione che nessuno, a parte chi ti ama davvero, farà nulla affinchè questo possa accadere.
Anche quando afferma il contrario.
So cosa significa farsi il culo, ed avere una dignità.
So cosa significa vederla in chi ci sta di fronte e magari, in quel momento, sta lavorando per noi.
Ma come cantava De Andrè, "Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza, fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza, però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni".
E quando i "poteri buoni" ci mettono alle strette, è importante, giusto, vitale far sentire quella voce.
La stessa che dice "Io sono Daniel Blake".
Fosse anche l'unica e l'ultima cazzo di cosa che facciamo.


 


MrFord 




 

domenica 24 gennaio 2016

Non essere cattivo

Regia: Claudio Caligari
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata:
100'






La trama (con parole mie): siamo a Ostia, nel pieno degli anni novanta. Cesare e Vittorio, cresciuti insieme ed abituati ad una realtà difficile e degradata, passano le loro giornate rimbalzando tra la piccola criminalità e le serate tra alcool e droga, fino a quando, per caso, Vittorio conosce Linda, che vive mantenendo un figlio tentando di stare lontana dalle zone d'ombra, e decide di mollare tutto, ripulirsi e ricominciare come operaio in cantiere.
Cesare, invece, resta ancorato agli eccessi ed al vecchio mondo dei due amici, rimbalzando tra l'amore per la madre e la piccola nipote malata, i tentativi di reinventarsi un'esistenza normale proprio accanto a Vittorio ed una storia con la ex di quest'ultimo, Viviana, che vorrebbe coronare trovando una casa dove, chissà, un giorno o l'altro potrebbe formare una famiglia.
Quando, però, i nodi di una realtà troppo dura verranno al pettine, Cesare dovrà affrontare il suo destino.





Questo post partecipa alle celebrazioni nostrane ribattezzate Cinema Italiano I love you!





"Bruno, tu ci sei mai salito, su una barca come quella?"
"No."
"Mi sa che non ci saliremo mai."
Recita più o meno così il confronto nell'ombra tra Cesare e Bruno, pronti ad osservare un pezzo grosso - che sia criminalità, politica o chissà cos'altro poco importa - allontanarsi dopo la loro consegna con una donna al seguito su uno yacht di lusso, mentre a loro non resta altro che tornare alla quotidiana desolazione del litorale ostiense.
Potrebbe essere quasi tutto qui, il senso dell'ultimo, potentissimo film di Claudio Caligari, uno che ha dovuto lottare con le unghie e con i denti ad ogni sua produzione - questa compresa - solo per finire "a morire come uno stronzo avendo fatto solo due film", come confessò all'amico Valerio Mastandrea, grazie all'impegno del quale è riuscito ad arrivare in sala postumo anche Non essere cattivo.
Ma nella storia di Cesare e Vittorio - interpretati straordinariamente da Luca Marinelli e Alessandro Borghi - c'è molto di più: tutta l'energia della gioventù bruciata, della voglia di riscatto, della condanna sancita dal luogo in cui si nasce, dello scoramento che porta ad una candela che brucia dai due lati o ad una quotidiana lotta pronta a logorarci - e ancora una volta un altro dialogo, quello tra Vittorio e la sua compagna a tavola nel finale, risulta quasi agghiacciante, con lei che quasi scocciata domanda a lui, che proprio per starle accanto ha rinunciato al crimine ed alle droghe per guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ed i calli sulle mani, se quello che hanno davvero gli basta -, la potenza del Pasolini di Accattone e, in tempi più recenti, dei Loach e dei Dardenne, le risate e le lacrime, la tristezza senza possibilità di appello ed anche, perchè no, una speranza.
E chissà se Cesare guarderà a Vittorio come ad un modello, e lotterà per uscire da una periferia così grande da fagocitare anche più della grande città, o se il destino di suo padre segnerà per lui un percorso definito, come è stato per la cugina che non conoscerà mai, quella che abbraccia un orso di peluche e vede un Cesare che nessun'altro può vedere, al quale può chiedere, implicitamente, di non essere cattivo, e guardare al futuro con la speranza di qualcosa di meglio di quello che hanno.
Nessuno dei ragazzi di Ostia ha una risposta, probabilmente, non ce l'ha Bruno, che assicura a Vittorio che quello che considera come il figlio di quest'ultimo non avrà posto tra i suoi uomini, perchè non vorrebbe mai vedere il sangue del sangue di un amico entrare nel giro, non ce l'ha lo stesso Vittorio, che probabilmente si sentirà, nella sua vittoria contro l'ovvio fato che pareva prestabilito, come il peggiore degli sconfitti, non ce l'ha chi resta, e chi se n'è andato.
Non da un'altra parte, migliore.
Ma sottoterra.
Forse, ad averla, è solo Cesare.
Il Cesare del futuro, che sorride a quello che per suo padre è stato come un fratello, e che deve ancora costruire tutta la sua vita.
E può sognarla senza dover per forza lottare.
Senza dover essere per forza cattivo.





MrFord





"Se scoppio questo è un ciao 
non è un addio 
se hai un fratello che ti vuole bene quello sono io 
un nuovo giorno nasce 
blu come la sorte 
io inseguo i miei fantasmi 
e ti abbraccerò due volte 
uno è per l'amore 
uno per la forza 
perderò la strada e troverò la mia salvezza 
staccarsi non è facile per niente ma va bene 
il mondo sconosciuto è il mondo che mi appartiene."

Assalti frontali - "Va tutto bene" -




Partecipano alla festa made in Italy anche:

Solaris: Io sono l'amore
Pensieri Cannibali: Non essere cattivo
Director's Cult: Il volto di un'altra
Mari's Red Room: Shadow
Non c'è paragone: Basilicata Coast to Coast
In Central Perk: Maicol Jecson
Bollalmanacco: Almost Blue
Delicatamente perfido: Italiano medio





martedì 24 novembre 2015

Accattone

Regia: Pier Paolo Pasolini
Origine: Italia
Anno: 1961
Durata: 120'






La trama (con parole mie): Vittorio Cataldi detto Accattone è un giovane ladro ed approfittatore della periferia romana che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, appoggiato alla moglie di un compare cui ha voltato le spalle finito in galera e ad una prostituta, Maddalena, sua protetta.
Quando quest'ultima finisce in galera proprio a causa di Accattone, Cataldi torna alla vita di strada ed ai piccoli raggiri, sempre pronto a salvarsi la pelle a tutti i costi, fino a quando incontra Stella, una giovane donna lontana dal mondo nel quale è abituato a sguazzare: deciso a far prostituire anche lei, l'uomo si prodiga per piegarla e convincerla delle sue ragioni solo per scoprire di essersene innamorato, e decidere di cambiare vita arrivando addirittura a cercare un impiego.
Ma il fascino che il crimine esercita su Accattone è troppo forte, e quest'ultimo non potrà fare a meno di tornare alla vecchia vita.









Questo post partecipa alle celebrazioni del Pier Paolo Pasolini Day.





Esisteva un tempo in cui il Cinema italiano era indiscutibilmente il migliore che si potesse immaginare al mondo: un tempo in cui la necessità di raccontare storie ispirate alla realtà o di pura fiction rappresentava la ricerca di un'identità che si era perduta negli anni della guerra e ritrovata a partire dal boom economico, in cui De Sica, Visconti, Fellini, Monicelli, Risi, Rosi e Pasolini lasciavano un segno indelebile nella Storia della settima arte.
Erano gli anni de Il sorpasso e La dolce vita, ma anche di Accattone, opera prima di uno degli intellettuali più poliedrici del tempo - e della cultura italiana dell'ultimo secolo -, Pier Paolo Pasolini, che di fatto, attraverso questo film disperato e dolente, ancora attuale da molti punti di vista raccontò il lato amaro proprio di quella dolce vita felliniana che si viveva negli ambienti più borghesi ed alternativi di Roma: quasi fosse un antesignano della poetica di autori come i Dardenne, Pasolini porta sullo schermo la vicenda di Accattone, giovane truffatore della periferia profonda della Capitale destinato a lottare per la sopravvivenza e la sua convinzione di vivere senza mai doversi "abbassare" al lavoro - esemplare, in questo senso, la figura del fratello del protagonista, dedito al contrario agli impegni di un'esistenza normale, regolare e regolata, e sbeffeggiato proprio per questo dagli amici di Accattone - e ad un tempo ad un Destino amaro, legato alle scelte alle quali il crimine - piccolo o grande che sia - inesorabilmente porta, e delle cadute che altrettanto inesorabilmente si succedono alle ascese.
E nonostante siano passati più di cinquant'anni, e l'Italia, almeno in apparenza, sia cambiata profondamente, la potenza delle immagini brucia negli occhi e nel cuore, e pur essendo consci del fatto che il personaggio di Vittorio sia senza dubbio alcuno sgradevole e negativo, si finisce quasi per voler bene a questo ragazzo perduto che lotta senza quartiere, destinato alla sconfitta e ad essere schiacciato non tanto dal Sistema, quanto da una vita contro la quale ha ingaggiato una battaglia persa in partenza: nelle sue ultime parole, quel "ora sto bene", c'è tutta la disperazione di chi attraversa questo mondo ai margini, e vede la parte più grande ed apparentemente bella dello stesso e la già citata "dolce vita" solo da lontano, sfiorandola solo quando, per spacconeria, sfida la sorte - le scommesse con gli amici, i tuffi dal ponte -, una presa di coscienza non gridata, quanto accolta come una liberazione, una resa pacifica che è come un lento addormentarsi.
Di fatto, dunque, non solo Accattone si afferma come uno dei film italiani più importanti dell'epoca e più in generale della Storia del nostro Cinema, ma un manifesto proletario della settima arte, un racconto viscerale delle viscere della società, una fotografia dell'uomo della strada come l'avrebbe cantata un altro grande della cultura popolare italiana, Fabrizio De Andrè, ed una testimonianza del grande Cinema che partì con i Lumiere e continua nella sua tradizione con i già citati Dardenne, Loach o Cantet.




MrFord









"Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento 
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi, non serve a niente
tanto all'Inferno ci sarò già."
Fabrizio De Andrè - "Il testamento" - 





mercoledì 11 novembre 2015

La legge del mercato

Regia: Stephane Brizè
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 93'





La trama (con parole mie): Thierry, padre di famiglia impiegato per una vita in un'azienda tessile, perde il lavoro e si ritrova intrappolato nel circolo vizioso degli impieghi a tempo determinato, i corsi di formazione senza futuro ed una condizione economica sempre più precaria.
Quando, finalmente, riesce a trovare un impiego fisso come guardia di sicurezza presso un centro commerciale, scopre l'altro lato della medaglia della crisi: piccoli furti perpetrati da anziani pensionati o insospettabili, controlli serrati su cassiere e dipendenti, momenti di durezza anche rispetto ai colleghi richiesti da un ruolo che non è suo ma che, di fatto, diventa una vera e propria necessità.
Luci e ombre del mondo del lavoro e di una realtà che rende l'impiego una lotta per la sopravvivenza.








Il mondo del lavoro è davvero una brutta bestia.
Considerato che, di fatto, il luogo di lavoro è quello che viviamo maggiormente - spostamenti compresi - nel corso di una giornata standard, e che spesso vediamo i nostri colleghi più tempo di quanto non ci capiti con famiglia ed amici, la tranquillità e, di contro, lo stress provati nel quotidiano in ufficio, in negozio, in fabbrica o qualunque cosa sia, finiscono per incidere in misura decisamente importante sulla nostra vita.
Nel corso degli anni, almeno in un paio di occasioni mi è capitato di provare sulla pelle la spiacevole sensazione data dal timore di rimanere senza lavoro, ed in casa Ford abbiamo sperimentato - questa volta rispetto a Julez - cassa integrazione e mobilità per periodi di tempo decisamente importanti: personalmente, inoltre, ammetto di aver attraversato i miei momenti peggiori - e quelli che hanno tirato fuori il peggio di me - proprio a seguito di problemi avuti nell'ambito lavorativo.
La legge del mercato, uscito in sordina nonostante il premio - meritatissimo - ricevuto da Vincent Lindon come migliore attore all'ultimo Festival di Cannes, ed accolto tiepidamente - almeno sulla carta - anche dal sottoscritto, si è rivelato uno dei racconti più lucidi delle ultime stagioni proprio rispetto alle problematiche economiche, sociali e personali legate alla nostra identità d'impiego, che nel caso del protagonista della pellicola assumono dimensioni ancora più preoccupanti legate all'età anagrafica: il supplizio degli inutili corsi di formazione, dei contratti a tempo determinato, dei colloqui senza oggettive possibilità di assunzione, la ricollocazione professionale, la preoccupazione pratica rispetto ai conti da pagare - quasi agghiacciante la sequenza in cui la consulente della banca suggerisce a Thierry di vendere la casa, e sentendosi rispondere negativamente, vira sulla proposta di un'assicurazione sulla vita da considerare in caso di decesso dell'utente, ovvero Thierry stesso - ed infine, una volta raggiunto lo scopo e ritrovato un posto fisso, il confronto con la spigolosità dell'incarico - addetto alla sicurezza in un centro commerciale, che all'apparenza potrà sembrare una cosa da poco, ma che in realtà si rivela una cartina tornasole della realtà della crisi - "Un ladro non ha colore, non ha età, o stato sociale", avvisa un collega di Thierry, concetto espresso alla grande dalla sequenza legata al fermo del pensionato che non si può permettere la spesa intera, o il controllo rispetto alle cassiere del centro, a tutti gli effetti colleghe -.
Una pellicola, dunque, durissima e spietata ma non per questo drammatica a tutti i costi, quasi una versione "light" delle tragedie inseguite dai Dardenne, che farà storcere il naso al pubblico occasionale - che, con ogni probabilità, definirà il lavoro di Stephane Brizè noioso nonostante il minutaggio limitato ed una scorrevolezza che io ho trovato notevole per l'argomento trattato - e che potrebbe, proprio per la mancanza di grandi scene madri ed a causa di una struttura che vede susseguirsi lunghi piani sequenza legati ai dialoghi tra gli attori con inquadratura spesso fissa, scontentare perfino i radical.
Non che questo mi spaventi, o che debba spaventare chiunque possa essere incuriosito dalla visione: La legge del mercato è Cinema sociale puro e semplice, diretto come la vita, e proprio come il suo quotidiano senza acuti: ma l'insieme, quello sì, che è potente.
Come un collettivo vincente a fronte di un singolo formidabile ma incapace di regalare la vittoria alla squadra.




MrFord




"L’inferno e’ solamente una questione temporale
a un certo punto arriva punto e basta
a un certo punto anch’io uso l’ingresso principale e
hanno detto avete perso il posto
e’ vero il mio lavoro e’ sempre stato infame
ma l’ho chiamato sempre il mio lavoro
e c’han spostato sempre un po’ più avanti la pensione
ma quello adesso e’ l’ultimo pensiero."

Ligabue - "Non ho che te" - 






domenica 21 giugno 2015

A touch of sin - Il tocco del peccato

Regia: Jia Zhangke
Origine: Cina, Giappone, Francia
Anno: 2013
Durata: 133'




La trama (con parole mie): un operaio in perenne lotta contro il Potere rappresentato dai padroni e la loro corruzione, solo e provato dai soprusi, decide di porre fine con la violenza all'ingiustizia che ha dominato la sua vita; un giovane padre con una passione quasi incontrollabile per le armi da fuoco viaggia tra la Cina e la Birmania lasciando dietro di sè una scia di sangue all'insaputa della famiglia; una giovane receptionist di un centro massaggi, segnata dalla fine della storia con un uomo sposato e molestata da un cliente, reagisce nel modo più estremo possibile, ed è costretta a fuggire; un giovane si barcamena tra un lavoro e l'altro cercando di mantenere una vita dignitosa ed inviare soldi alla madre, ma le difficoltà quotidiane ed emotive rendono l'impresa di difficile realizzazione.
Quattro storie per quattro spaccati di violenza nella Cina di provincia attuale.








Questo post partecipa alle celebrazioni del China Day: inside the tradition, through the revolution.




Da parecchio tempo, qui al Saloon, non si tornava a viaggiare per le strade tracciate dal Cinema orientale, e di quello d'autore, che come spesso mi capita di scrivere quando parlo di qualche tamarrata di valore, è stato ed è una parte importante della mia vita di spettatore, in grado di regalare emozioni e riflessioni diverse ma ugualmente potenti - se non di più - rispetto a tutto quello che è puro intrattenimento.
Avevo scoperto Jia Zhangke quasi per caso, anni fa, in occasione della sua vittoria al Festival di Venezia con lo strepitoso Still Life, e per troppo tempo avevo rimandato la visione di questo celebratissimo A touch of sin, uscito un paio d'anni or sono, che ho approfittato per recuperare in occasione del Day dedicato al Cinema cinese organizzato dalla nostra compare Alessandra, promotrice di un'iniziativa che ho amato dal primo istante.
Tornare per le strade della Cina di provincia, lontana dall'immaginario che noi stranieri e potenziali turisti coltiviamo rispetto ad una delle terre e delle culture più affascinanti del mondo è stato decisamente intenso, nonostante debba ammettere mi sia mancato e non poco l'approccio grottesco che aveva letteralmente illuminato, a tratti, il già citato Still life.
Le quattro storie raccontate quasi fosse un esponente del nostrano neoralismo da Jia Zhangke sono espressione di un disagio nascosto sotto il tappeto da quella che è considerata una delle potenze economiche emergenti mondiali, di un'inquietudine e di una violenza che si consumano spesso senza possibilità di scampo o di ritorno, e che sono legate ad un background sociale che mostra ancora numerose zone d'ombra sia in materia di diritti che di condizioni di vita: cornici di imponenti ed agghiaccianti strutture architettoniche, palazzi formicai e condizioni igieniche precarie, treni ad alta velocità di nuova generazione accanto a motorini che paiono usciti dagli anni sessanta europei, una vita che separa i nuovi ricchi - ovviamente pochissimi - ad una moltitudine di sconfitti, derelitti, outsiders, minoranze destinate ad essere schiacciate da un peso enorme che continua ad aumentare.
E dalla vicenda dell'operaio pronto ad imbracciare il fucile per raddrizzare i torti - che rimanda, con una spettacolarizzazione pari a zero, al concetto espresso anche da noti cult hollywoodiani come Un giorno di ordinaria follia - al lavoratore pronto a rimbalzare tra un impiego e l'altro giusto per vedersi negare l'amore ed una vita dignitosa, passando attraverso la violenza cieca del giovane padre appassionato di pistole e della vendetta della receptionist vessata emotivamente e fisicamente dal genere maschile, ci troviamo di fronte ad un affresco dolente e terribile, che neppure nel finale - con il rimando al Teatro cinese tradizionale che in passato amai anche in Addio mia concubina - dal sapore di monito al Paese, più che alla gente che lo abita, pare trovare una qualche consolazione o seppur fioca speranza per il futuro.
Jia Zhangke non si preoccupa di piacere troppo, o di fare concessioni al grande pubblico, nonostante una cura notevole di tutti gli aspetti tecnici della pellicola - bellissima, a mio parere, la fotografia, ed almeno in paio di occasioni i movimenti di macchina lasciano a bocca aperta -, eppure, e nonostante non raggiunga le vette di Still Life, A touch of sin scava dentro mano a mano che trascorre tempo dalla visione, radicandosi e sedimentando, quasi rappresentasse l'abisso che si dovrebbe temere di guardare perchè potrebbe decidere di ricambiare lo sguardo.
E credetemi, quello di Zhangke e della sua Cina "nascosta" fa davvero paura.



MrFord



Mi accompagnano in questo viaggio lungo la Grande Muraglia:


China: inside the tradition.

Storia di fantasmi cinesi (Siu-Tung Ching, 1987) sul Bollalmanacco di Cinema
The Killer (John Woo, 1989) su Director's Cult
Lanterne rosse (Yimou Zhang, 1991) su Scrivenny 2.0

China: through the revolution.

I love Beijing (Ning Ying, 2000) su The Obsidian Mirror
Infernal Affairs (Wai-Keung Lau e Alan Mak, 2002) su Non c’è paragone
Life without principle (Johnnie To, 2011) su Solaris
Closed Doors Village (Xing Bo, 2014) su Mari's Red Room
Mountains may depart (Zhangke Jia, 2015) su Montecristo



"It comes down to this.
Your kiss.
Your fist.
And your strain.
It get's under my skin.
Within.
Take in the extent of my sin."
Nine inch nails - "Sin" - 





lunedì 24 novembre 2014

Due giorni, una notte

Regia: Jean Pierre e Luc Dardenne
Origine: Francia, Belgio
Anno:
2014
Durata: 95'





La trama (con parole mie): Sandra, giovane madre di due figli reduce da un periodo di malattia molto lungo legato a problemi di equilibrio psicofisico, scopre che nell'azienda in cui lavora è stata proposta una votazione ai suoi colleghi diretti che prevede l'assegnazione di un bonus di fatto in cambio al benestare degli stessi per il licenziamento della donna.
Convinto il proprietario dell'impresa a ripetere la votazione senza che il responsabile di reparto possa influenzare e pilotare la stessa attraverso pressioni ed intimidazioni, Sandra si ritrova ad avere un weekend di tempo non soltanto per superare la depressione sempre più difficile da affrontare, ma anche mettersi alla ricerca delle persone che hanno lavorato fianco a fianco con lei in modo da convincere le stesse a ribaltare il risultato del primo responso, di fatto conquistando una nuova possibilità di mettersi in gioco e guadagnare una stabilità economica così come un'affermazione personale.
Peccato che, dall'altra parte, soldi e timori possano essere un deterrente decisamente importante rispetto alla decisione di sostenere Sandra.








Sono passati ormai più di quindici anni dal mio primo, vero impiego.
Doveva essere una sorta di riempitivo tra una lezione e l'altra all'Università, e invece significò la fine del mio rapporto con le istituzioni scolastiche, e l'inizio di quello con gli anni di sfruttamento incondizionato e totale di tutto quello che veniva depositato sul conto, goduto tra film, viaggi, uscite e qualunque cosa mi smuovesse allora.
Per quanto sia rimasto più o meno nello stesso settore, le esperienze accumulate non hanno ancora - e probabilmente, non lo faranno mai - finito di stupirmi, dai momenti più piacevoli a quelli più bui: ricordo bene, ad esempio, il trauma che fu il periodo appena precedente alla chiusura del Virgin Megastore, qui nel cuore di Milano, un negozio che aveva iniziato a far germogliare i semi del mio lato wild - anche se ancora non lo sapevo - svuotato non solo della merce, ma del suo carattere.
Amici e colleghi separati di colpo dalla paura di rimanere senza un lavoro, gli uni a coprire con gli straordinari gli scioperi degli altri, in una lotta fratricida e tra poveri che non portò nulla di buono a nessuno.
Il mondo del lavoro, del resto, riesce come pochi altri a tirare fuori il meglio - ed il peggio - del nostro essere umani.
I Dardenne, idoli dei grandi Festival e campioni di un Cinema neorealista legato a doppio filo a tematiche di questo tipo, tornano alla ribalta con una pellicola pronta ad appoggiarsi sulle spalle di una paladina per una volta mainstream, Marion Cotillard, tornando, di fatto, alle atmosfere che avevano caratterizzato i loro primi ed incredibili lavori - La promesse su tutti -: personalmente temevo molto il confronto con questa loro ultima fatica, accolta discretamente bene quasi ovunque, memore del fatto che non sempre il mio rapporto con un Cinema a tutti i costi legato alle cronache di vite di tutti i giorni ai margini della società è stato idilliaco in passato.
Invece, pur non realizzando certo la loro opera migliore, i Dardenne sono riusciti senza dubbio ad uscire rafforzati, ai miei occhi, da questa visione: sfruttando un paragone che, a prima vista, potrebbe risultare quantomeno fantascientifico, mi sento di affermare che i due fratelli belga dediti al neorealismo abbiano gettato il cuore oltre l'ostacolo almeno quanto Nolan con il suo Interstellar.
Due giorni, una notte, infatti, nonostante racconti una storia triste e senza dubbio impossibile da poter pensare al di fuori di un concetto di margine del mondo, di losers e speranze costruite con il sudore della fronte ogni giorno che arriva in terra, rappresenta una sorta di dichiarazione d'intenti ad uno pseudo ottimismo per il futuro dei Dardenne, neanche fossero capi di stato pronti ad assicurare una ripresa economica improbabile ai propri concittadini.
Un film passionale, dunque, ed imperfetto ma cui è impossibile non voler bene, costruito attorno ad una protagonista fragile ma determinata come solo chi è abituato a lottare può essere a mantenere quello che, al giorno d'oggi, è diventato un vero e proprio lusso: un posto di lavoro fisso.
Il confronto con i colleghi alla vigilia della seconda votazione - curioso notare, osservavamo io e Julez nel corso della visione, come tutti gli interpellati come prima domanda rivolgano a Sandra il quesito: "In quanti hanno accettato di sostenerti rinunciando al bonus?", come se l'opinione altrui fosse più importante di una decisione a suo modo fondamentale rispetto al bilancio di una famiglia comune - è senza dubbio uno spaccato non soltanto della società attuale, quanto dell'essere umano decisamente ben riuscito ed importante, nonostante, di fatto, la struttura della pellicola porti ad uno svolgimento fin troppo schematico.
Un lavoro, dunque, forse non perfettamente riuscito, eppure fondamentale per la carriera dei Dardenne ed il loro modo di guardare al Cinema, almeno quanto la camminata di Sandra che chiude la pellicola: e cosa ancora più importante, un lavoro in grado di liberare i sentimenti e le passioni dell'audience, perchè pronto a parlare di dinamiche che potremmo aver vissuto sulla pelle, direttamente oppure no.
Personalmente, e senza sapere cosa se ne possa pensare all'esterno, sto dalla parte di Sandra e della sua battaglia contro i mulini a vento.
Il mio voto va a lei. E ai Dardenne.
Al loro ritrovato cuore e ad un rivoluzionario ottimismo.




MrFord




"They hurt you at home and they hit you at school
they hate you if you're clever and they despise a fool
'til you're so fucking crazy you can't follow their rules
a working class hero is something to be
a working class hero is something to be."
John Lennon - "Working class hero" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...