- Ho recuperato quasi per caso Good Time, produzione firmata da Benny e Josh Safdie, dopo averne letto - e molto bene - in rete grazie a Netflix, sempre più una realtà con la quale fare i conti per ogni appassionato di Cinema e serie televisive.
- La cornice da periferia alla deriva, la disperazione di fondo, l'atmosfera senza troppe speranze condita dalla fallibilità dei protagonisti sono riuscite a riportare alla memoria il modello del primo Scorsese, quello di Mean Streets e delle luci dei bar malfrequentati all'ombra della grande città.
- Più che discreto Robert Pattinson, un altro di quegli attori rovinati per sempre da un ruolo che difficilmente - Daniel Radcliffe docet - riusciranno mai davvero a scrollarsi di dosso.
- Nonostante il contesto abbia evocato memorie dei lavori del giovane e mitico Marty, Good time mostra il fianco come qualsiasi opera di artisti ancora acerbi, o forse semplicemente e solo "bravi" e non indimenticabili.
- Connie Nikas, charachter borderline, egoista e disperato, pare uscito da quei noir duri, sporchi e cattivi che hanno fatto la fortuna del genere, e riesce proprio nel suo essere in qualche modo viscido e scomodo a catturare l'attenzione dello spettatore.
- Dovendo sottolineare un difetto principale al lavoro dei Safdie direi che, disagio sociale a parte, non si ha ben chiaro - o quantomeno, io non l'ho percepito - quale direzione avrebbero voluto dare alla pellicola, e con quale spirito hanno deciso di portarla sullo schermo. Good time non presenta tanto una mancanza "caratteriale", quanto di intenti che hanno reso grandiosi titoli ascrivibili alla stessa categoria come il già citato Mean Streets o il più recente Victoria.
- Pur lasciandolo sedimentare per diversi giorni, emotivamente non pare essere rimasto granchè, e forse la stanchezza che ai tempi della visione mi suggerì di riprenderlo il giorno successivo non fu così determinante nel considerarlo in qualche modo incompleto.
- I Safdie, nonostante le incertezze, meritano comunque la possibilità di crescere e di farsi conoscere, considerato che, seppur non perfettamente riuscito, Good time è un film che in molti si sognano di portare sullo schermo anche all'apice della loro carriera: l'importante è che non si perdano come i loro protagonisti, o come registi usciti da background simili inesorabilmente smarritisi lungo la strada come Dito Montiel.
La trama (con parole mie): siamo a Ostia, nel pieno degli anni novanta. Cesare e Vittorio, cresciuti insieme ed abituati ad una realtà difficile e degradata, passano le loro giornate rimbalzando tra la piccola criminalità e le serate tra alcool e droga, fino a quando, per caso, Vittorio conosce Linda, che vive mantenendo un figlio tentando di stare lontana dalle zone d'ombra, e decide di mollare tutto, ripulirsi e ricominciare come operaio in cantiere.
Cesare, invece, resta ancorato agli eccessi ed al vecchio mondo dei due amici, rimbalzando tra l'amore per la madre e la piccola nipote malata, i tentativi di reinventarsi un'esistenza normale proprio accanto a Vittorio ed una storia con la ex di quest'ultimo, Viviana, che vorrebbe coronare trovando una casa dove, chissà, un giorno o l'altro potrebbe formare una famiglia.
Quando, però, i nodi di una realtà troppo dura verranno al pettine, Cesare dovrà affrontare il suo destino.
Questo post partecipa alle celebrazioni nostrane ribattezzate Cinema Italiano I love you!
"Bruno, tu ci sei mai salito, su una barca come quella?"
"No."
"Mi sa che non ci saliremo mai."
Recita più o meno così il confronto nell'ombra tra Cesare e Bruno, pronti ad osservare un pezzo grosso - che sia criminalità, politica o chissà cos'altro poco importa - allontanarsi dopo la loro consegna con una donna al seguito su uno yacht di lusso, mentre a loro non resta altro che tornare alla quotidiana desolazione del litorale ostiense.
Potrebbe essere quasi tutto qui, il senso dell'ultimo, potentissimo film di Claudio Caligari, uno che ha dovuto lottare con le unghie e con i denti ad ogni sua produzione - questa compresa - solo per finire "a morire come uno stronzo avendo fatto solo due film", come confessò all'amico Valerio Mastandrea, grazie all'impegno del quale è riuscito ad arrivare in sala postumo anche Non essere cattivo.
Ma nella storia di Cesare e Vittorio - interpretati straordinariamente da Luca Marinelli e Alessandro Borghi - c'è molto di più: tutta l'energia della gioventù bruciata, della voglia di riscatto, della condanna sancita dal luogo in cui si nasce, dello scoramento che porta ad una candela che brucia dai due lati o ad una quotidiana lotta pronta a logorarci - e ancora una volta un altro dialogo, quello tra Vittorio e la sua compagna a tavola nel finale, risulta quasi agghiacciante, con lei che quasi scocciata domanda a lui, che proprio per starle accanto ha rinunciato al crimine ed alle droghe per guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ed i calli sulle mani, se quello che hanno davvero gli basta -, la potenza del Pasolini di Accattone e, in tempi più recenti, dei Loach e dei Dardenne, le risate e le lacrime, la tristezza senza possibilità di appello ed anche, perchè no, una speranza.
E chissà se Cesare guarderà a Vittorio come ad un modello, e lotterà per uscire da una periferia così grande da fagocitare anche più della grande città, o se il destino di suo padre segnerà per lui un percorso definito, come è stato per la cugina che non conoscerà mai, quella che abbraccia un orso di peluche e vede un Cesare che nessun'altro può vedere, al quale può chiedere, implicitamente, di non essere cattivo, e guardare al futuro con la speranza di qualcosa di meglio di quello che hanno.
Nessuno dei ragazzi di Ostia ha una risposta, probabilmente, non ce l'ha Bruno, che assicura a Vittorio che quello che considera come il figlio di quest'ultimo non avrà posto tra i suoi uomini, perchè non vorrebbe mai vedere il sangue del sangue di un amico entrare nel giro, non ce l'ha lo stesso Vittorio, che probabilmente si sentirà, nella sua vittoria contro l'ovvio fato che pareva prestabilito, come il peggiore degli sconfitti, non ce l'ha chi resta, e chi se n'è andato.
Non da un'altra parte, migliore.
Ma sottoterra.
Forse, ad averla, è solo Cesare.
Il Cesare del futuro, che sorride a quello che per suo padre è stato come un fratello, e che deve ancora costruire tutta la sua vita.
E può sognarla senza dover per forza lottare.
Senza dover essere per forza cattivo.
MrFord
"Se scoppio questo è un ciao non è un addio se hai un fratello che ti vuole bene quello sono io un nuovo giorno nasce blu come la sorte io inseguo i miei fantasmi e ti abbraccerò due volte uno è per l'amore uno per la forza perderò la strada e troverò la mia salvezza staccarsi non è facile per niente ma va bene il mondo sconosciuto è il mondo che mi appartiene."
Assalti frontali - "Va tutto bene" -
La trama (con parole mie): Bob Saginowski è un solitario e timido barman che da anni lavora fianco a fianco con il cugino Marv nel locale una volta di proprietà dello stesso Marv, da anni passato in mano alla mala cecena, sempre pronta ad amministrare i passaggi di denaro legati alle scommesse.
Quando una rapina che pare improvvisata provoca un ammanco di cinquemila dollari ed i boss chiedono conto degli stessi a Marv e Bob, la tranquilla monotonia dei due è sconvolta: e mentre Marv rivela i suoi scheletri nell'armadio, Bob, grazie al ritrovamento di un cucciolo di pitbull picchiato selvaggiamente, stringe un legame con Nadia, senza sapere che un suo ex nonchè padrone del cucciolo, l'instabile Eric Deeds, è disposto a prenderlo di mira spingendolo al limite, ed anche oltre.
Quando i nodi verranno al pettine la notte del Superbowl cosa accadrà ai due gestori del piccolo bar?
Sarebbe davvero una gran cosa se film come The Drop - e caliamo un velo pietoso sull'orrido titolo italiano Chi è senza colpa - uscissero ogni settimana: prodotti tosti, solidi, di pancia, pane e salame come piacciono al sottoscritto, ben scritti ed interpretati, pronti a trasportare lo spettatore in un mondo che, di colpo, pare quasi diventare il suo: del resto, nonostante l'esportazione in terra statunitense non sempre porti bene ai registi promettenti approdati alla corte di Hollywood da ogni parte del mondo, avrei dovuto sospettare che Michael R. Roskam, già autore dell'ottimo Rundskop, non avrebbe fallito, specie se supportato da uno script firmato Dennis Lehane - che molti di voi conosceranno per cose come Gone baby gone o Mystic river - e da un'interpretazione come sempre notevole di Tom Hardy, che passa dall'apparenza minacciosa cui ci ha abituati in passato ad una dimensione quasi dimessa, e dall'accento profondamente inglese di Locke ad uno slang americano invidiabile.
The Drop è un classico film di genere che pesca a piene mani dall'immaginario noir metropolitano, che non inventa nulla di nuovo - sarebbe esagerato definirlo un cult, o un filmone, nonostante mi senta di sostenerlo e mi sia davvero piaciuto dal primo all'ultimo minuto - ma che porta sullo schermo passione e voglia di raccontare, una tensione per dosata - e decisamente notevole in almeno un paio di sequenze - e soprattutto una storia che non fa sconti, legata alla bassa manovalanza del crimine ed ai losers di un mondo che vede giungere in cima alla catena alimentare solo pochi predatori.
In questo senso, è interessante notare i diversi atteggiamenti di Marv e Bob, ex piccoli criminali finiti il primo a rimpiangere i vecchi tempi della propria "grandezza" ed il secondo a tenere un profilo così basso da rischiare di scomparire anche di fronte alle angherie di un bullo senza arte nè parte - ed è stata una piacevole sorpresa ritrovare nella parte dell'irritante ed inquietante Deeds Matthias Shoenaerts, protagonista del già citato Rundskop e dello splendido Un sapore di ruggine e ossa -: il climax della parte finale, che vede i due main charachters tornare in una certa misura al passato, mantiene sul filo quel tanto che basta per ricordare quanto il genere abbia ancora da dare al pubblico, e nel caso di The Drop, quanto a volte un lavoro onesto e solido possa a visione conclusa lasciare sensazioni più forti e ricordi di titoli blasonati ed autoriali privi dello stesso spessore.
Ma il lavoro del regista belga non si limita a raccontare una fosca vicenda criminale: il legame tra Bob e Nadia, mostrato per sottrazione, sottovoce come i suoi protagonisti, evita i clichè della classica storia d'amore e mostra un aspetto profondo e per nulla scontato del corteggiamento e dell'avvicinarsi di due persone abituate ad essere estremamente selvatiche e refrattarie al mondo esterno.
I passi compiuti dai personaggi interpretati da Hardy e Noomi Rapace, simili a quelli che ci permettono di conquistare l'amore e la fiducia di un animale, risultano così credibili da non rendere fastidiosa neppure una chiusura che ha decisamente il sapore della concessione alla grande distribuzione, e che in condizioni normali avrebbe causato uno scivolone dell'intera pellicola proprio al suo apice.
A conti fatti, dunque, e nonostante certo non si tratti di un titolo pronto a raccontare la storia di una vittoria, quanto più di un pareggio risicato, la scommessa di The Drop, da queste parti, è senza dubbio vinta.
E un brindisi all'operato di Roskam e Lehane ci sta come il bicchiere della staffa in un bar fumoso della periferia.
MrFord
"This man so humble, this man so brave. a legend to many, he fought to his grave. saved family and friends from the hardship and horror, in a land of depression he gave hope for tomorrow."
La trama (con parole mie): Jesse, giovane appena diplomatosi, vive in periferia ed è da sempre affascinato dai misteri che ruotano attorno ad una vecchia vicina di casa che si dice possa essere una strega. Quando gli viene regalata una videocamera, con il suo migliore amico inizia ad investigare sulla donna solo per arrivare ad essere quasi testimone del suo omicidio per mano di un altro ragazzo suo ex compagno di scuola.
Introdottosi nell'abitazione della donna in modo da capirne di più rispetto al gesto del giovane assassino, Jesse pare venire a contatto con un'entità demoniaca che dal principio si manifesta come una sorta di "superpotere" e passo dopo passo inizia a cambiare radicalmente la Natura ed il comportamento del ragazzo.
Riusciranno la sorella ed il suo migliore amico a salvarlo, o verranno anch'essi travolti dal segreto legato a doppio filo al suo passato?
Ricordo
quando, non troppi anni fa, scoppiò di colpo il fenomeno Paranormal activity, prodotto di bassissima qualità che divenne un vero e proprio
caso allo stesso modo del capostipite della sua genìa, Blair witch
project, che impazzò all'inizio del Nuovo Millennio e che, già ai tempi,
mi convinse decisamente poco e l'unica cosa che portò al sottoscritto a
seguito della visione in sala fu un gran senso di nausea.
Il segnato, prodotto nato come costola della trascurabile creatura di
Oren Peli, rientra pienamente nella categoria degli inutili pseudo
horror girati in stile mockumentary con l'aggiunta di una spruzzata di
atmosfera teen anni ottanta - in fondo Christopher Langdon, il regista,
deve aver vissuto gli eighties allo stesso modo del sottoscritto, in
quanto a formazione di genere -: quello che più colpisce, però, è il
fatto che il risultato finisca per essere pressochè innocuo, lontano
dalle incazzature che schifezze realizzate sulla stessa lunghezza d'onda
sono state in grado di suscitare nel sottoscritto nel corso delle ultime stagioni cinematografiche - L'altra faccia del Diavolo docet -.
Questa robetta,
infatti, per quanto nulla se associata alla settima arte ed assolutamente
inutile, non risulta pessima quanto avrei creduto, finendo addirittura
per avvicinarsi ad un paio di buone intuizioni soprattutto nella prima
parte - con il protagonista Jesse impegnato a scoprire i poteri pronti a
manifestarsi come conseguenza della sua possessione, in un'escalation
che ricorda quella dei poco equilibrati protagonisti di Chronicle -,
impreziosite dalla chicca costituita dall'utilizzo di Simon, mitico
gioco elettronico da tavolo residuato sempre degli anni ottanta divenuto
la "voce" del demone in sostituzione della tavola da seduta spiritica
standard.
Dovendo ricercare qualche altro dettaglio non completamente trascurabile, si finiscono a citare l'incontro con i bulli di ritorno dal campo da basket ed il - divertente, devo ammetterlo - riferimento proprio a Paranormal activity che precede il finale: una sorta di chicca quasi metacinematografica in grado di rendere Il segnato uno dei più sopportabili prodotti di bassissima lega usciti di recente.
Peccato che, di
fatto, il lavoro nel suo complesso risulti dozzinale e per nulla
spaventoso, iscrivendosi senza troppi sforzi al grande club delle
schifezzone: non potrà ambire, però, al Ford Award dedicato al peggio
del duemilaquattordici.
Troppo scarso e
privo di carattere, di fatto, anche per lasciare il segno in negativo:
resta una visione ludica buona per essere anche facilmente ignorata nel
corso della sua ora e venti scarsa, roba che se avessi una quindicina di
anni in meno potrebbe essere sfruttata come pellicola da limonata
selvaggia, o qualcosa da lasciare giusto in sottofondo in una serata
dalla stanchezza troppo pronunciata per poter lottare davvero con il
sonno.
Gli horror veri
stanno da tutt'altra parte, ma a conti fatti, anche i titoli davvero,
davvero degni di essere massacrati come solo le peggiori tempeste di
bottigliate possono fare.
MrFord
"Cursed, since your birth dear
and your worst fears have all come true
babe you're not the first here on earth dear
'cause I'm still here and I'm cursed too, cursed like you."
Robbie Williams - "Cursed" -
La trama (con parole mie): Joseph, un vedovo figlio della periferia estrema, della violenza e del rancore, dedito ad alcool e scatti d'ira, si rifugia nel negozio della devota Hannah, una donna legata ai principi cristiani che ha un background molto lontano - apparentemente - da quello rabbioso dell'uomo.
I due, nonostante le ferite infertesi reciprocamente ed eredità delle vite che li hanno condotti fino a quell'incontro, troveranno il modo di divenire l'uno la salvezza dell'altra, lottanto soli ma con la consapevolezza di avere qualcuno che, pur in modo singolare, guarderà sempre loro le spalle.
Una storia quasi d'amore atipica e straziante, una rinascita che, più che di seconda occasione, sa di presa di coscienza di tutti i limiti di questo mondo e dell'altro.
Sempre che ci sia.
A volte capita di incrociare il cammino di alcuni film durissimi e "spietati", per usare un paragone eastwoodiano di quelli che saranno sempre benvoluti da queste parti.
Veri e propri pugni in faccia, che paiono giunti appositamente per far sanguinare.
Paddy Considine, figlio della scuola "hard rock" inglese dei Ken Loach e degli Shane Meadows - fu il protagonista dell'ottimo ed altrettanto potente Dead man's shoes - si iscrive a pieno titolo nella categoria con un esordio clamoroso, una storia dalle tinte fosche, drammatica e violenta che riporta alla mente le immagini del miglior - e già citato - Loach, quello del mio favorito My name is Joe.
Proprio con questo titolo Tyrannosaur condivide il protagonista, quel Peter Mullan che con Magdalene vinse qualche anno fa anche un Leone d'oro come regista, letteralmente gigantesco nel portare sulla scena il ringhiante Joseph, un uomo figlio di una vita che non è e non sarà mai abituata a lesinare colpi che lui pare pronto a restituire uno per uno.
A volte anche senza che sia necessario.
Al suo fianco Olivia Colman, interprete praticamente sconosciuta sulle scene internazionali eppure altrettanto brava nel rendere il charachter di Hannah, vittima designata dello stesso mondo cattivo che quelli come Joseph combattono senza guardare in faccia a nessuno.
Hannah non è come lui. Hannah porge l'altra guancia. Hannah che prega per chi la insulta anche se il suo Dio non le ha mai dato la possibilità di avere un figlio. Lei, che più di ogni altra cosa avrebbe desiderato essere madre. Hannah oppressa dai sogni, e da un marito che sfoga su di lei le frustrazioni di un'esistenza che non sarà mai come l'avremo sognata.
Hannah che pare destinata a soffocare in silenzio.
Ed è qui, che entra in scena Joseph.
Un relitto, un combattente, un alcolizzato, un uomo cattivo ed iroso, che non ha nulla a che spartire con la gentilezza e la carità per come Hannah le intenderebbe.
Joseph che colpisce, e ringhia come un cane. Joseph con la bava - e la birra - alla bocca.
Joseph così arrabbiato da allontanarsi da tutto e da tutti, dal suo Bluey all'amico alle soglie della morte.
Joseph, schiacciato dal tirannosauro.
Ma cosa sarà mai, questo predatore dei predatori?
Hannah se lo chiede, perchè vede in Joseph un salvatore.
Il tirannosauro è un ricordo che azzanna alla gola, il rumore dei passi di un amore perduto, e di un senso di colpa che la realtà insiste a cacciare indietro.
Perchè Joseph tratterebbe sua moglie ancora allo stesso modo.
Joseph è un uomo cattivo.
Joseph ringhia, e siede su una poltrona da rigattieri su un cumulo di lamiere abbattute con la testa di un cane in grembo. Un cane che è stato aizzato per troppi anni, come lui. E pare un sanguinario condottiero figlio della strada e della realtà seduto sul trono dal quale sferrerà l'attacco decisivo contro i sogni, e tutte quelle cose che si fermano soltanto in alto, sulle colline, nelle zone benestanti, e a volte non basta neppure quello.
Joseph che protegge e vendica un bambino.
Joseph che compra un vestito buono per il funerale dell'amico, e al pub, nel ricordarlo, pare quasi di stare in famiglia.
Joseph che è una speranza.
La speranza di Hannah.
Forse il tirannosauro non è così terribile come sembra.
E quei bambini asserragliati dentro la macchina in Jurassic Park non sono altro che in fuga da un mondo che pare sempre troppo cattivo, anche per i mastini più agguerriti.
Anche per Joseph.
Forse il tirannosauro è proprio lui.
Pronto a scendere dal suo improvvisato trono, ancora sporco di sangue, per guardare al futuro, nonostante tutto.
E Hannah ne sentirà i passi giungere da oltre quel confine invisibile che la separa dal mondo.
E non avrà paura.
Perchè il predatore più spietato che esista è lì per proteggerla.
Fino alla fine.
MrFord
"If you see him in the subway,
he'll be down
at the end of the car.
watching you move
until he knows
he knows who you are.
when you get off
at your station alone,
he'll know that you are.
know when you see him,
nothing can free him.
step aside, open wide,
it's the loner."
Neil Young - "The loner" -
La trama (con parole mie): Mia ha quindici anni, vive nel profondo dell'Essex e nel disagio delle periferie, sogna di diventare una ballerina, ha una madre ed una sorella minore con le quali convive a fatica ed è in lotta con il mondo e la vita.
Quando proprio la genitrice trova un nuovo fidanzato - il comunicativo e sempre disponibile Connor - e lo invita a trasferirsi da loro, la vita della ragazza viene completamente travolta: uscire dal guscio diviene un'occasione per confrontarsi con se stessa e provare di poter essere migliore di chi l'ha messa al mondo, di fatto relegandola alla lotta cui paiono essere destinate le adolescenti come lei e, in breve, sua sorella.
Ma l'uomo nasconde un segreto che riporterà Mia ed i suoi sogni ad una dimensione decisamente più reale.
E così uno dei film indipendenti più celebrati e premiati degli ultimi anni è giunto - con colpevole ritardo, lo ammetto - anche sugli schermi di casa Ford: praticamente da sempre ho provato una certa simpatia istintiva per il Cinema sociale britannico, anche e soprattutto grazie alla scoperta, ormai parecchio tempo fa, di un certo Ken Loach che è riuscito a crescermi come spettatore e non solo a suon di cazzotti sui denti grazie a perle quali My name is Joe - forse il suo film che preferisco ancora oggi -, che ricordano quanto sia dura vivere sogni e speranze quando si nasce in una periferia che può nascondere mondi e futuri quotidianamente messi alla prova da un presente spesso e volentieri ingombrante e privo di prospettive.
Fish tank - l'acquario dei pesci, per tradurlo liberamente, quasi fosse un'immagine finto poetica -, premiato a Cannes ed osannatissimo in rete e oltre, si inserisce alla perfezione nella tradizione del buon Ken strizzando l'occhio alle generazioni attuali legate ad Mtv e a prodotti più leggeri come Misfits senza dimenticare quanto, ai Festival - e soprattutto sulla Croisette -, vengano apprezzate le pellicole neorealiste di chiara ispirazione dardenniana: un film tosto, che si dibatte e sbatte contro le pareti trasparenti del suddetto acquario sperando di sfondarlo a suon di testate, ben scritto ed interpretato ottimamente da un cast che rende benissimo l'idea della strada trascinato da un come al solito ottimo Michael Fassbender, ormai certezza del Cinema europeo e non solo.
Eppure, nonostante un impatto emotivo non indifferente ed una sorta di partecipazione che cresce nello spettatore a dispetto del fatto che non esista, di fatto, un personaggio con il quale empatizzare fino in fondo, ho trovato Fish tank un ritratto fin troppo simile alla sua protagonista: una pellicola con ottime potenzialità che combatte fino a ritrovarsi sfinita e senza le energie necessarie a sferrare il colpo decisivo per rimanere davvero impressa nella storia da spettatore di chi vi si pone innanzi.
Rispetto a pietre miliari quali This is England - altro titolo associabile al lavoro di Andrea Arnold -, infatti, la vicenda di Mia non riesce a superare il confine dell'incompiutezza che la giovane vive sulla sua pelle, ritratto perfetto della rabbia tutta adolescenziale per una vita che pare sempre - e forse lo è, a ben vedere - ingiusta e dall'altra parte della barricata: un personaggio scomodo, non piacevole, che fa tenerezza nei suoi tentativi di liberare la vecchia cavalla come se fosse il simbolo della sua stessa libertà e rabbia rispetto all'ostinazione di affrontare a muso duro ogni tentativo di entrare nel mondo che lei stessa non vuole altro - e disperatamente - che far conoscere e condividere: in questo senso, il confronto con l'amica ed il suo nuovo gruppo ad inizio pellicola e la gita con Connor, la madre e la sorella dalla pesca del pesce al ballo nel parcheggio rendono perfettamente l'idea, e risultano tra le più efficaci di una pellicola forse discontinua, ma sicuramente interessante anche nei suoi difetti.
Proprio Connor - cui presta presenza e fisicità il già citato Fassbender - è la benzina che accende la miccia della vera rivolta di Mia, iniziata come un atto di emancipazione rispetto alla madre, proseguita come la scoperta dell'amarezza che l'amore - o qualunque cosa sia - può riservare soprattutto quando non si è maturi abbastanza per comprenderne i rischi e conclusa con un confronto che vede sempre i più piccoli ed indifesi - pur se in modo diverso - fuggire dal proprio predatore, nel passaggio più drammatico e terribile della pellicola, risolto alla grande dalla regista - di fatto, il doppio faccia a faccia tra Mia e Keira prima e Mia e Connor poi risulta essere l'unico vero lampo di genio della Arnold -: attorno, una cornice di miseria umana e sociale che ricorda quella affrontata dalla Rosetta dei - di nuovo - Fratelli Dardenne e della sua ispiratrice, la Mouchette di Bresson, che anticipò perfino i malesseri della crescita del Doinel di Truffaut.
Un film da vedere a cuore aperto, senza soffermarsi troppo sui carrelli laterali o le immagini poetiche a volte inserite soltanto per "fare numero", concentrandosi sulla sua poco avvicinabile antieroina lasciando che la memoria riporti anche noi al periodo in cui, con le ossa ancora fragili, ci affacciavamo sulla vita adulta con la voglia di menare le mani senza sapere che, alla fine, le prime vittime di uno scontro saremmo stati proprio noi.
Soltanto quando il presente non sarà più abbastanza e Mia deciderà di muoversi verso il futuro - che non sarà roseo, ma rappresenterà comunque qualcosa - le cose parranno davvero mettersi in moto, e lo stesso abbraccio alla sorella poco prima della partenza diverrà una testimonianza sentita e profonda del cambiamento: verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe se la regista decidesse di legare un'intera storia di crescita e ben più di un lungometraggio alla sua protagonista, portando Katie Jarvis con lei come fece il già citato Truffaut da I quattrocento colpi in avanti.
Forse ci troveremmo al principio di un percorso straordinario.
E anche questo imperfetto punto di partenza assumerebbe un significato ancora più importante.
Un pò come l'adolescenza.
Un pò come la vita.
Uscire fuori dall'acquario e vedere com'è il mondo.
Anche quando potrebbe voler dire finire infilzati dal primo Connor cui si crede di dovere il cuore - e non solo -.
MrFord
"Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa, che sia vera
ogni adolescenza coincide con la guerra
e così sempre sarà."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Ogni adolescenza" -
La trama (con parole mie): Marco è appena uscito di galera, e torna nel vecchio quartiere con la vacua speranza di poter vivere un'altra vita. Sonia in quel quartiere ci è cresciuta, ma studia e lavora per allontanarvisi. Faustino, Federico e Massimo sono giovani e senza direzione, destinati a perdere i propri giorni per le strade in attesa che possa succedere qualcosa che vada oltre.
Tre storie di periferia che si accavallano ai confini della Roma per bene, che i protagonisti possono solo sognare, per poi tornare sulle panchine da dove si sono alzati senza neppure sperare che i loro desideri possano effettivamente avverarsi.
Un esperimento neorealista sulla scia dei Fame chimica e dei Gomorra.
Osservando l'incedere deciso eppure quasi claudicante di Marco nel piano sequenza che apre questa interessante pellicola mi è tornato in mente Edward Bunker con i suoi racconti di vita legati alla realtà di un ex galeotto che tenta un improbabile nuovo inserimento nella quotidianità di chi ancora sta dall'altra parte della legge: un isolamento sociale simile a quello di tutti i prigionieri dei quartieri borderline, che più che lottare e resistere per non affondare non possono fare, in qualche modo posti dalle regole del mondo in un angolo che difficilmente quello stesso mondo avrà voglia di visitare, come un tappeto che si evita di sollevare ben coscienti della polvere che vi è nascosta sotto.
C'è chi si dibatte, e tenta di non arrendersi, come Sofia, e chi ha già mollato da un pezzo accettando regole non scritte come Sergio, oppure chi, come gli inseparabili Faustino, Federico e Massimo pensa ancora che la noia ed il male di vivere che li attanagliano siano un momento, pronto a passare per quando faranno i soldi e potranno comprarsi un macchinone appariscente come quello dell'uomo che passa a prendere Federico di tanto in tanto e che lui spaccia per il padre, celando una realtà pasoliniana che i suoi compagni non riuscirebbero mai e poi mai ad accettare.
Non è un film perfetto, Et in terra pax, eppure arriva dritto al cuore: a metà strada tra l'approccio artigianale di Fame chimica ed il paraculismo d'autore di Gomorra, il lavoro di Botrugno e Coluccini descrive con partecipazione e cognizione di causa la realtà chiusa delle periferie difficili, troppo spesso e volentieri una gabbia sia per chi lotta con tutte le sue forze per uscirne sia per chi, ormai, è rassegnato a restarci.
Per non parlare di quelli che, invece, semplicemente non pensano a nulla che vada oltre il loro limitato orizzonte.
Ed è Marco, ancora una volta, a guidarci e mostrare al pubblico quelle che sono le esistenze comuni nelle quali dalla sua panchina gioca ad identificarsi, siano muratori rumeni al lavoro sotto il sole o una coppia di pensionati dagli orari sempre precisi per il pranzo ed il caffè sul balcone: ha già capito che per quelli come lui uno spazio così resterà sempre un desiderio negato, e l'accettazione di questa responsabilità, da dividere consciamente con una società che per prima non crede nel recupero, funge da anticamera alla terribile presa di coscienza dell'escalation di violenza che chiude l'incrocio di tre vicende fosche e terribili, banali quanto prive di speranza e consolazione.
Nello sguardo di Sofia all'esame - uno dei passaggi più intensi della pellicola - c'è tutto lo sconforto di chi vede chiudersi l'ultima porta per una realtà così lontana dalla propria da apparire finta, neanche ci trovassimo su un set cinematografico - l'università - rispetto alla realtà del giorno per giorno - il quartiere, il bar di Sergio -: Marco ha già lasciato alle spalle quella sensazione, abbandonandosi su quella panchina quasi fosse un relitto alla deriva, in attesa soltanto dell'onda che lo spinga nell'abisso.
E lo stesso abisso, che striscia e fiuta Faustino, Federico e Massimo è pronto a rispondere allo sguardo di chi sa bene che una volta passati dall'altra parte, difficilmente ci sarà ritorno.
Il peso più grande, però, resta quello dell'impressione di essere nati nel posto sbagliato, e nel momento sbagliato: a questo, neanche la consapevolezza di Marco potrà porre rimedio.
Ci sono vite che non possono essere salvate.
Sono il tributo dell'abisso.
La richiesta di una pace da distribuire nella terra della gente perbene.
MrFord
"Ho imparato a sognare
e ho iniziato a sperare
che chi c'ha avere avrà
ho imparato a sognare
quando un sogno è un cannone,
che se sogni
ne ammazzi metà.
Quando inizi a capire
che sei solo e in mutande
quando inizi a capire
che tutto è più grande."
La trama (con parole mie): Billy è un ottimo giocatore di basket che ha fallito la grande occasione e si diverte a girare di città in città scommettendo sulle partite di strada in attesa che la sua donna possa avere la grande occasione in tv e diventare campionessa di un gioco a premi. Arrivato a Los Angeles si imbatte in Sidney, figlio delle realtà delle periferie, sbruffone dall'ego smisurato, e vince con lui una sfida giocando sul suo apparente svantaggio di "uomo bianco": sarà l'inizio di un'amicizia che porterà i due ad iscriversi ad un torneo in coppia per poter guadagnare la cifra utile ad entrambi per far riprendere una direzione sensata alla propria vita. Ovviamente, le cose non andranno proprio da copione.
Personalmente, ho avuto un rapporto davvero curioso con il basket.
Fino ai quattordici anni, essendo alto praticamente un metro e un bluray a fronte di compagni di scuola in diretta dalle periferie dai connotati - e probabilmente anche dalle fedine penali - di quarantenni, il mio rapporto con la pallacanestro è sempre stato piuttosto conflittuale, tanto da lasciarmi ben ancorato al calcio e ai ricordi di quando, da bambino, con le mie scivolate in pieno stile Holly e Benji da terzino destro un pò bastardo facevo volare anche avversari due o tre volte più grossi di me.
Poi arrivò Slam dunk - il fumetto, non il cartone animato -, che, unito ad una crescita vertiginosa nel giro di un'estate - una ventina di centimetri almeno - tra i quindici e i sedici anni, portò una rivoluzione nel mio rapporto con lo sport in quegli anni dominato in lungo e in largo dagli inarrestabili Bulls di Michael Jordan.
Nel fumetto di Takehiko Inoue trovai il consueto riferimento di "cattivo" preferito in Mitsui, che divenne un modello per il mio modo di giocare basato principalmente sui tiri da tre - anche perchè, nonostante l'altezza non fosse più quella di un lillipuziano, con il mio metro e settantacinque non potevo certo pensare di fare della schiacciata il mio punto di forza -, e fu l'inizio di un triennio di campetti di cemento, pesi alle caviglie, tre contro tre selvaggi, un sacco di fatica e altrettanto divertimento.
Ma per quale motivo, starete pensando, mi sono dilungato in questo sproloquio da tempi andati legato al basket "di periferia"?
Semplicemente perchè, pur non essendo affatto un film memorabile, credo che Chi non salta bianco è sia indubbiamente il miglior prodotto legato a questo sport assolutamente entusiasmante nella sua accezione da strada, quella lontana dai parquet e dalle grandi stelle, giocata a suon di provocazioni e qualche spinta di troppo di fronte ad un anello dalla rete metallica - in genere, quelle normali vengono irrimediabilmente strappate a tempi di record, spesso da gente che non gioca e non coglie l'importanza delle stesse per chi le usa come un mirino quando fa partire il tiro - e sempre e comunque fino all'ultimo punto - in questo caso, difficile parlare di secondi -.
Se, infatti, Space Jam si concentra sull'aspetto ludico di questo sport e Voglia di vincere sui sogni di gloria di qualsiasi giovane giocatore, Chi non salta bianco è ci trasporta nell'atmosfera street di quei primi anni novanta a metà tra il "Fight the power" dei Public Enemy e le spacconate in pieno stile amicizia virile che tanto piacciono a noi maschietti sempre in cerca di un buddy con cui aggirarci per i bassifondi a fare culi a strisce a destra e a manca.
Divertente e ben realizzato nelle fasi di gioco, il film si concentra anche sull'aspetto - tipicamente anni novanta anche questo - da commedia romantica destinata a non finire così bene del periodo, risultando tutto sommato abbastanza credibile ed attuale anche ora, nonostante quella che è stata l'epoca della mia adolescenza risulti oggi una scheggia impazzita di un'altra epoca a tratti apparentemente più distante dei precedenti ed incredibili eighties.
Ottima la colonna sonora, che passa da Hendrix ai Cypress Hill, discreti sia Harrelson che Snipes - che risulta più credibile come cazzone in stile Eddie Murphy piuttosto che come duro spaccaculi da film action -, godibile al massimo la vicenda: insomma, un filmetto che intrattiene da scoprire o riscoprire con gli amici più stretti in una serata da sbronza o, perchè no, prima o dopo una bella partita, pensando quasi di essere di fronte ad un fratellino - molto, molto minore, sia chiaro - di Point break.
MrFord
"L. a. Lakers fast break makers
kings of the court shake and bake all takers
back to back is a bad ass fact a claim that remains in tact
m-a-g-i-c see you on the court
buck has come to play his way and his way is to thwart
m-a-g-i-c magic of the buck."