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lunedì 16 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Era dai bei tempi della blogosfera affollata, ribollente e super commentata che non mi capitava di scrivere in anticipo i post da pubblicare sul Saloon, i tempi in cui ogni giorno passava una recensione - e a volte di più - ed ero comunque in anticipo di oltre un mese: grazie alle vacanze e ad un rinnovato fervore rispetto a visioni e letture, mi ritrovo a vivere quella sensazione anche oggi, nonostante i tempi siano cambiati. Ecco dunque una carrellata di recuperi, titoli da grande e piccolo schermo e da pagina che hanno accompagnato il Saloon al rientro nella quotidianità in attesa dell'autunno.


MrFord



BRONX (Robert De Niro, USA, 1993, 121')

Bronx Poster


A distanza di più di dieci anni, è tornato grazie ad un'amica di Julez su questi schermi Bronx, uno dei titoli di culto delle estati in cui mio fratello ed Emiliano si ammazzavano di visioni nella vecchia casa Ford: scritto dal protagonista Chazz Palminteri e diretto da Robert De Niro, Bronx è la tipica storia di formazione solida e ben costruita perfetta per tutti gli amanti della settima arte cresciuti a pane e Scorsese ma anche per il pubblico occasionale, un titolo appartenente alla categoria dei vari Forrest Gump, Le ali della libertà o il più recente Green Book. 
Visto a così tanto tempo dall'ultima volta, oltre a portare alla luce molte similitudini con uno dei miei preferiti indie degli ultimi anni, Guida per riconoscere i tuoi santi, Bronx mi ha ricordato il passato, la crescita, e con gli occhi di oggi ha portato a galla, ovviamente, il ruolo che un padre ha nella vita dei figli: una pellicola forse senza grandi picchi, ma cui non si può non voler bene, come se fosse il quartiere in cui si è cresciuti.




BIG LITTLE LIES - STAGIONE 2 (HBO, USA, 2019)

Big Little Lies - Piccole grandi bugie Poster


Giunta in ritardo rispetto al resto della blogosfera sugli schermi di casa Ford e anticipata da una serie di opinioni non troppo entusiastiche - specie rispetto alla prima stagione -, Big Little Lies si è riuscita, contro ogni probabilità, a ritagliare uno spazio che, al termine dei primi due/tre episodi, non avrei mai pensato si sarebbe riuscita a ritagliare: la vicenda delle madri ricche o quasi di questo piccolo centro della California che tanto aveva avvinto due anni fa era partito con il freno a mano tirato, troppa isteria e analisi, quasi come se autori e regista non sapessero dove andare a parare.
E invece, passo dopo passo, grazie a performance convincenti - ho sempre detestato la Streep, ma ha reso il suo personaggio uno dei più sottilmente odiosi che ricordi degli ultimi anni, grande o piccolo schermo che sia - e ad un ultimo episodio finalmente potente dal punto di vista emotivo, ha finito per convincere, pur rimanendo un gradino più in basso rispetto al primo ciclo.
Un prodotto probabilmente troppo a metà strada, ovvero in grado in qualche modo di scontentare gli intenditori più esigenti ed apparire troppo pesante per il pubblico occasionale, ma che comunque mantiene tutto il fascino di una donna, sfumature difficili comprese.




IL CONFINE (Don Winslow, USA, 2019)


Se da un lato devo ringraziare la crescita dei Fordini, che ora giocano ed interagiscono spesso e volentieri tra loro lasciando più tempo ai vecchi di casa, dall'altro non posso che togliermi il cappello per Don Winslow, che ha risvegliato il sacro fuoco della lettura nel sottoscritto dopo anni di sonnecchiamenti e romanzi portati avanti stancamente per mesi: del resto, dalla chiusura della storia dell'agende della DEA Art Keller dopo i Capolavori Il potere del cane e Il cartello non si poteva attendere di meno.
Novecento e oltre pagine che scorrono come acqua fresca, analizzano - con la consueta profondità, competenza e stile - la situazione del mercato della droga tra Stati Uniti e Messico - anticipando anche situazioni vissute nella cronaca italiana di recente, come l'utilizzo del fentanyl -, rimandano alla politica - chi non riconoscerà nel ruolo di Dennison l'attuale Presidente Trump, probabilmente, è vissuto su un'isola deserta negli ultimi anni - e scrivono una nuova, grandissima pagina per il crime letterario, del quale Winslow è probabilmente il più alto rappresentante statunitense e non solo.
Storie che si sfiorano, incrociano e collidono, personaggi del presente e del passato di questo affresco che a volte appare così grande da chiedersi se, forse, non sarebbe stato necessario un doppio volume, un passaggio dall'altra parte che ricorda quanto importante sia, in questo conflitto, anche il lato "buono", quello ricco, che acquista e sovvenziona il mercato non solo delle sostanze stupefacenti, ma anche della violenza che le circonda.
Winslow, attraverso Keller, lancia un monito rivoluzionario e profondamente democratico, che probabilmente, purtroppo, resterà più fiction della sua fiction ispirata alla realtà.
Forse manca l'intensità emotiva dei due capitoli precedenti, ma del resto io sono un uomo della strada, e quando mi avventuro nei corridoi del potere, sento i brividi di un freddo che rifuggo come il peggiore degli inverni.




CRAWL - INTRAPPOLATI (Alexandre Aja, Francia/Serbia/USA, 2019, 87')

Crawl - Intrappolati Poster


Il mio rapporto con Aja è sempre stato conflittuale: l'ho seguito fin dai suoi esordi con Alta tensione - visto in sala con mio fratello ai tempi dell'uscita -, me lo sono goduto con il remake de Le colline hanno gli occhi e Piranha 3D, l'ho detestato con Riflessi di paura.
Il regista francese, a mio parere, ha un'ottima cultura cinematografica ed un gusto interessante per la fisicità dell'horror senza per questo rinunciare alla tensione, eppure, a distanza di più di dieci anni dalla sua ribalta, non mi pare abbia ancora fatto il vero e proprio salto di qualità, anche nel suo piccolo: Crawl, in un certo senso, mi ha ricordato Alta tensione, con i coccodrilli al posto del killer psicopatico ed un finale che fa perdere molti punti al lavoro nel suo complesso.
L'idea del survival e del setting da tornado - molto attuale -, l'utilizzo di Barry Pepper - che ho sempre trovato solido - ed il confronto tra l'Uomo ed il coccodrillo, di fatto due dei predatori più letali e pericolosi della Terra, sono tutte cose interessanti, eppure pare sempre che la leggerezza, alla fine, la spunti, quasi come se il buon Alexandre fosse troppo pigro per osare quel tanto di più.
Peccato, perchè a prescindere dalla visione estiva senza pensieri, della visione di Crawl resta davvero poco o nulla già dal giorno dopo.


martedì 12 settembre 2017

American Honey (Andrea Arnold, UK/USA, 2016, 163')




Nel corso di questi anni nella blogosfera, il tam tam legato ad alcuni titoli non distribuiti in Italia e considerati - a ragione o a torto - dei potenziali cult ha portato su questi schermi alcune delle visioni più stimolanti - che si trattasse di stroncature o promozioni - che ricordi, pronte a scatenare discussioni e confronti come dovrebbe sempre essere quando si parla di Cinema o di Arte in generale.
American Honey, produzione indie che pare un incontro tra Spring Breakers ed il Van Sant di Belli e dannati, ha bussato alla mia porta con insistenza per mesi prima che riuscissi a trovare il tempo - considerato il minutaggio - e le energie necessarie per affrontarlo, alimentando un hype che alcune critiche entusiastiche non avevano fatto altro che ingigantire: e come spesso accade in questi casi, il risultato è stato, purtroppo, una parziale delusione.
Con ogni probabilità, se avessi incrociato il lavoro di Andrea Arnold una ventina d'anni fa, sarei rimasto molto più colpito perchè più vicino per età ed inquietudine ai suoi protagonisti, mentre ora mi pare di aver assistito ad un tentativo di fotografare la crisi che qualche anno fa aveva colpito gli States e che continua a farsi sentire senza la profondità necessaria per poter toccare davvero il cuore, affidandosi invece spesso e volentieri alla bellezza selvaggia dei ragazzi capitanati da Shia LeBeouf senza riuscire a raggiungere i vertici del lavoro di Korine citato poco sopra.
Quantomeno non pesano durata e ritmo - che erano gli spauracchi maggiori della "vigilia" -, ed alcune immagini risultano incredibilmente potenti, eppure il tira e molla sentimentale tra Star e Jake finisce, più che permettere allo spettatore di empatizzare con i due ragazzi, per considerarli al contrario odiosi e supponenti, stuzzicando il desiderio di grandi calci in culo rifilati fino al sopraggiungere di un'agognata maturità: un vero peccato, perchè l'idea dell'on the road sfruttato per mostrare il benessere di alcune città o fasce di popolazione e l'estremo disagio e povertà di altre, o lo straniamento di chi vive in più di un senso "al confine" - come i lavoranti delle piattaforme - aveva potenzialità enormi che riescono ad esplodere davvero soltanto a sprazzi - si veda la sequenza da brividi del canto di gruppo di American Honey nel furgone, che per me avrebbe dovuto chiudere la pellicola - e finiscono per relegare il titolo in questione al grande bacino di tutti quei potenziali e chiacchierati cult che nel giro di una stagione finiranno per essere inevitabilmente dimenticati e sostituiti da altri pronti a percorrere le stesse orme.
Restano comunque un ottimo approccio da narratrice della regista, una fotografia spettacolare, un'ottima colonna sonora e senza dubbio la volontà di realizzare qualcosa che avrebbe voluto e potuto essere grandioso: il fatto che non ci sia riuscito è un'altra storia, ma del resto American Honey è come un adolescente che vuole tutto il mondo ma per orgoglio non ammetterebbe mai questo bisogno irrefrenabile, o che recita la parte del cattivo anche quando basterebbero uno sguardo ed un bacio, o tenta di stupire uscendo dal seminato anche se la sua bellezza sta nella semplicità dei piccoli gesti.
Chissà se, crescendo, le cose potranno cambiare.
Sinceramente lo spero, per tutti gli American Honey e le Star e i Jake ai quali, se non presi a calci in culo nel modo giusto o sostenuti o forti abbastanza, non resta alternativa se non il perdersi su una via senza ritorno.




MrFord




sabato 30 giugno 2012

Fish tank

Regia: Andrea Arnold
Origine: UK
Anno: 2009
Durata: 123'



La trama (con parole mie): Mia ha quindici anni, vive nel profondo dell'Essex e nel disagio delle periferie, sogna di diventare una ballerina, ha una madre ed una sorella minore con le quali convive a fatica ed è in lotta con il mondo e la vita.
Quando proprio la genitrice trova un nuovo fidanzato - il comunicativo e sempre disponibile Connor - e lo invita a trasferirsi da loro, la vita della ragazza viene completamente travolta: uscire dal guscio diviene un'occasione per confrontarsi con se stessa e provare di poter essere migliore di chi l'ha messa al mondo, di fatto relegandola alla lotta cui paiono essere destinate le adolescenti come lei e, in breve, sua sorella.
Ma l'uomo nasconde un segreto che riporterà Mia ed i suoi sogni ad una dimensione decisamente più reale.




E così uno dei film indipendenti più celebrati e premiati degli ultimi anni è giunto - con colpevole ritardo, lo ammetto - anche sugli schermi di casa Ford: praticamente da sempre ho provato una certa simpatia istintiva per il Cinema sociale britannico, anche e soprattutto grazie alla scoperta, ormai parecchio tempo fa, di un certo Ken Loach che è riuscito a crescermi come spettatore e non solo a suon di cazzotti sui denti grazie a perle quali My name is Joe - forse il suo film che preferisco ancora oggi -, che ricordano quanto sia dura vivere sogni e speranze quando si nasce in una periferia che può nascondere mondi e futuri quotidianamente messi alla prova da un presente spesso e volentieri ingombrante e privo di prospettive.
Fish tank - l'acquario dei pesci, per tradurlo liberamente, quasi fosse un'immagine finto poetica -, premiato a Cannes ed osannatissimo in rete e oltre, si inserisce alla perfezione nella tradizione del buon Ken strizzando l'occhio alle generazioni attuali legate ad Mtv e a prodotti più leggeri come Misfits senza dimenticare quanto, ai Festival - e soprattutto sulla Croisette -, vengano apprezzate le pellicole neorealiste di chiara ispirazione dardenniana: un film tosto, che si dibatte e sbatte contro le pareti trasparenti del suddetto acquario sperando di sfondarlo a suon di testate, ben scritto ed interpretato ottimamente da un cast che rende benissimo l'idea della strada trascinato da un come al solito ottimo Michael Fassbender, ormai certezza del Cinema europeo e non solo.
Eppure, nonostante un impatto emotivo non indifferente ed una sorta di partecipazione che cresce nello spettatore a dispetto del fatto che non esista, di fatto, un personaggio con il quale empatizzare fino in fondo, ho trovato Fish tank un ritratto fin troppo simile alla sua protagonista: una pellicola con ottime potenzialità che combatte fino a ritrovarsi sfinita e senza le energie necessarie a sferrare il colpo decisivo per rimanere davvero impressa nella storia da spettatore di chi vi si pone innanzi.
Rispetto a pietre miliari quali This is England - altro titolo associabile al lavoro di Andrea Arnold -, infatti, la vicenda di Mia non riesce a superare il confine dell'incompiutezza che la giovane vive sulla sua pelle, ritratto perfetto della rabbia tutta adolescenziale per una vita che pare sempre - e forse lo è, a ben vedere - ingiusta e dall'altra parte della barricata: un personaggio scomodo, non piacevole, che fa tenerezza nei suoi tentativi di liberare la vecchia cavalla come se fosse il simbolo della sua stessa libertà e rabbia rispetto all'ostinazione di affrontare a muso duro ogni tentativo di entrare nel mondo che lei stessa non vuole altro - e disperatamente - che far conoscere e condividere: in questo senso, il confronto con l'amica ed il suo nuovo gruppo ad inizio pellicola e la gita con Connor, la madre e la sorella dalla pesca del pesce al ballo nel parcheggio rendono perfettamente l'idea, e risultano tra le più efficaci di una pellicola forse discontinua, ma sicuramente interessante anche nei suoi difetti.
Proprio Connor - cui presta presenza e fisicità il già citato Fassbender - è la benzina che accende la miccia della vera rivolta di Mia, iniziata come un atto di emancipazione rispetto alla madre, proseguita come la scoperta dell'amarezza che l'amore - o qualunque cosa sia - può riservare soprattutto quando non si è maturi abbastanza per comprenderne i rischi e conclusa con un confronto che vede sempre i più piccoli ed indifesi - pur se in modo diverso - fuggire dal proprio predatore, nel passaggio più drammatico e terribile della pellicola, risolto alla grande dalla regista - di fatto, il doppio faccia a faccia tra Mia e Keira prima e Mia e Connor poi risulta essere l'unico vero lampo di genio della Arnold -: attorno, una cornice di miseria umana e sociale che ricorda quella affrontata dalla Rosetta dei - di nuovo - Fratelli Dardenne e della sua ispiratrice, la Mouchette di Bresson, che anticipò perfino i malesseri della crescita del Doinel di Truffaut.
Un film da vedere a cuore aperto, senza soffermarsi troppo sui carrelli laterali o le immagini poetiche a volte inserite soltanto per "fare numero", concentrandosi sulla sua poco avvicinabile antieroina lasciando che la memoria riporti anche noi al periodo in cui, con le ossa ancora fragili, ci affacciavamo sulla vita adulta con la voglia di menare le mani senza sapere che, alla fine, le prime vittime di uno scontro saremmo stati proprio noi.
Soltanto quando il presente non sarà più abbastanza e Mia deciderà di muoversi verso il futuro - che non sarà roseo, ma rappresenterà comunque qualcosa - le cose parranno davvero mettersi in moto, e lo stesso abbraccio alla sorella poco prima della partenza diverrà una testimonianza sentita e profonda del cambiamento: verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe se la regista decidesse di legare un'intera storia di crescita e ben più di un lungometraggio alla sua protagonista, portando Katie Jarvis con lei come fece il già citato Truffaut da I quattrocento colpi in avanti.
Forse ci troveremmo al principio di un percorso straordinario.
E anche questo imperfetto punto di partenza assumerebbe un significato ancora più importante.
Un pò come l'adolescenza.
Un pò come la vita.
Uscire fuori dall'acquario e vedere com'è il mondo.
Anche quando potrebbe voler dire finire infilzati dal primo Connor cui si crede di dovere il cuore - e non solo -.


MrFord


"Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa, che sia vera
ogni adolescenza coincide con la guerra
e così sempre sarà."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Ogni adolescenza" -


 
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