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martedì 8 novembre 2016

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan&Conrad Vernon, USA, 2016, 89')




Sono sicuro di aver scritto in un buon numero di post quanto, a cavallo tra infanzia ed adolescenza, fossi timido ed introverso.
Anche stronzo, da un certo punto in avanti.
Eppure, ai tempi, ero così preso dall'idea della scrittura e di voler esplorare la parte più elitaria e radical della cultura, da non pensare affatto a tutto quello che poteva essere sfruttato nell'ambito del politicamente scorretto, dal linguaggio all'approccio, nonostante i germogli di quella che sarebbe stata poi la mia via da ateo miscredente fossero già stati ben piantati.
Ma, del resto, a quei tempi neppure bevevo, figuratevi.
Dunque, per quello che, esperienza dopo esperienza ed anno dopo anno, sono diventato, un film come Vita segreta di una salsiccia, frutto delle menti deviate della scuderia di Seth Rogen, Evan Goldberg e soci, già responsabili di chicche come Facciamola finita o The interview, non poteva che trovare terreno fertile, da queste parti: del resto, ora bevo, il mio linguaggio è diventato decisamente più scurrile, ho nel frattempo e per fortuna scopato molto più di quanto non avessi fatto allora ed i livelli di scarsa tolleranza all'indirizzo di dogmi e regole - specie se religiosi - sono schizzati alle stelle.
L'incredibile viaggio di Frank la salsiccia, dunque, non poteva che trovare un sostenitore accanito, qui al Saloon, considerato il cocktail decisamente sopra le righe che la scuderia dei ragazzacci nati dal carrozzone di Apatow decide di servire a questo giro, pronto a farsi beffe del concetto di Fede, delle differenze tra razze e visioni - dai nazisti alla disputa tra arabi ed ebrei, senza contare i riferimenti alle diversità sessuali - nonchè del costume da "buon vicinato" tipico anche e soprattutto della cultura ammeregana - e non solo cattolica -, senza dimenticare citazioni e metacinema che, da queste parti, finiscono sempre per essere molto apprezzati.
Dunque, a scanso di qualsiasi equivoco, ammetto fieramente di essermi goduto - in tutti i sensi - il convincente, spassoso e scorretto sberleffo portato in scena da Frank e soci, di aver apprezzato tutti i suoi risvolti - da quelli socialmente interessanti a quelli dichiaratamente e provocatoriamente sboccati - ed averlo trovato davvero solido, nel suo modo strambo - non ci giurerei, ma sono convinto che le idee di Rogen e Goldberg siano frutto di gran serate a suon di bevute e fumate - di ribaltare tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film d'animazione neanche ci trovassimo di fronte ad un'opera d'autore a tutto tondo spacciata per un divertissement per bambini - e qualche imbecille ci sarà stato, in sala, convinto di portare i pargoletti all'ennesima pomeridiana innocua, messo alle strette all'idea di dover spiegare parecchie cose a fine visione -.
La questione, però, cui ho pensato con più convinzione quando ho riflettuto sul post, è stata quella legata ai radical chic, gli stessi pronti per partito preso a bersagliare di critiche i film Disney o Pixar - in special modo - e ad abbracciare come una manna dal cielo - o una salsiccia infilata da qualche parte, che si dia o si riceva - un prodotto sopra le righe come questo: perchè la vicenda di Frank, spogliata dalla componente ammiccante, esplicita, sboccata e chi più ne ha, più ne metta, segue esattamente lo stesso schema.
Perchè la storia di Frank è quella di un sognatore - buono, ovviamente - che in barba alle minacce ed all'ordine costituito finisce per decidere del proprio destino attraverso una serie di imprese ed inseguimenti dal ritmo serrato sbattendosene degli "dei" e di fatto agendo come se fosse una nuova rappresentazione degli stessi. Se non fosse stato per gli espliciti - basti assistere al primo, vero porno cinematografico animato sul finale - riferimenti al sesso ed i colpi bassi alla società, questo Sausage Party sarebbe stato perfettamente a suo agio in un panino targato Pixar.
E non so se, in questo caso, suoni peggio essere della scuderia di chi ci da dentro negandolo, o di chi lo fa giusto per scandalizzare chi non lo dice.
Personalmente, io lo faccio per me.
E devo dire di essere estremamente soddisfatto.




MrFord




 

domenica 22 maggio 2016

Ash VS Evil Dead - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10








La trama (con parole mie): sono passati trent'anni dagli eventi che hanno visto Ash protagonista di una lotta all'ultimo sangue con i semimorti, ed avanti e indietro nel tempo. L'uomo, come allora tamarro e sopra le righe, in possesso del Necronomicon e come allora commesso in un grande magazzino, si diletta con alcool, droghe e giovani disposte a cedere al suo fascino fino a quando una notte brava non lo conduce a recitare una poesia presente sul Libro dei morti creata per risvegliare il Male che, ai tempi, gli era costato una fidanzata, gli amici ed una mano.
Affiancato dai giovani colleghi Pablo e Kelly, Ash dovrà accettare il suo ruolo di eroe, riprendere boomstick e motosega e dare inizio ad una nuova battaglia.
Ma cosa accadrà se il Male, questa volta, dovesse offrirgli qualcosa che non può rifiutare?








Per dare la misura della goduria che una serie come Ash VS Evil dead è in grado di provocare agli abitanti del Saloon basta una misura in termini di tempistiche: per Mr. Robot, sòla del secolo per quanto riguarda il piccolo schermo, osannata inspiegabilmente un pò ovunque, ci sono voluti tre mesi di visioni a singhiozzo prima di decidere di dare un taglio netto ad un'esperienza allucinante per quanto riguarda ritmo, coinvolgimento e trasporto, per Ash sono bastati tre giorni, o poco più, per divorare l'intera stagione e godere di ogni secondo della stessa, dalle reminiscenze dei passati La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre alle risate spese su episodi come Fire in the hole, spontanee e di pancia come non capitava da tempo neppure rispetto al grande schermo.
Il ritorno di Ash - charachter mitico all'origine di un vero e proprio culto dei fan - e del suo interprete Bruce Campbell non potevano, dunque, tra un colpo di boomstick ed uno di motosega, un semimorto che esplode ed un altro che uccide nel modo peggiore possibile il primo malcapitato che gli capita per le mani, che essere un successo, specie se conditi dagli stessi elementi che, ormai trent'anni or sono, resero Evil Dead uno dei titoli di riferimento dell'horror e non solo.
Complimenti, in questo senso, a Starz per aver intuito le potenzialità del prodotto ed aver lasciato mano libera alla produzione, che non si risparmia nulla rispetto a splatter decisamente grindhouse e vintage, colpi bassi, (auto)ironia ed una costruzione in grado di alimentare l'hype degli appassionati in vista di una seconda stagione che promette di essere una delle più interessanti dei prossimi mesi, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.
Ottimi i comprimari, dal timido Pablo alla più aggressiva Kelly, senza dimenticare la poliziotta sexy in pieno stile anni settanta e l'ormai mitica Lucy Lawless, forse in parte penalizzata da un personaggio ancora soltanto accennato ma comunque sempre in grado di rievocare i fasti indimenticati di Xena: per il resto, divertimento, sangue a volontà, allusioni sessuali e hype già a mille per il secondo giro di giostra, che vedrà l'insolito gruppo di cacciatori di semimorti affrontare, di fatto, la decisione di Ash di cedere lo "scettro" al Male stesso in modo che si autocontrolli - e ho seri dubbi in proposito - in cambio di una goduriosa ed assolata pensione - che accetterei volentieri anche io, in tutta onestà, considerato che non ho assolutamente idea di quanti anni mi restino di lavoro, e la cosa mi fa più paura di un esercito di semimorti da squartare con motosega alla mano -.
Un prodotto, dunque, promosso a pieni voti, veloce, diretto, sboccato, insanguinato e divertentissimo, di quelli che sempre più mi convincono ad abbracciare la grande famiglia dei pane e salame senza troppi fronzoli e pensieri, che come il sottoscritto ed Ash pensano che il tempo sia troppo prezioso per sprecarlo in inutili pippe mentali.
Meglio indossare l'abito della festa ed essere pronti a sporcarlo spassandosela al massimo e senza ritegno, anche se questo significa far saltare qualche testa di zombies assetati di sangue.




MrFord





"Raining blood
from a lacerated sky
bleeding its horror
creating my structure
now I shall reign in blood!"
Slayer - "Raining blood" -




 

domenica 20 settembre 2015

Expo-Saloon

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La trama (con parole mie): la scorsa domenica, affidato il Fordino alle mani esperte della mitica suocera Ford, il Saloon si è trasferito per una giornata intensa che ha riportato i suoi occupanti indietro agli anni dei viaggi in coppia all'Expo, evento straordinario che, da milanese, ero quasi in dovere di osservare e vivere da vicino.
Il risultato, per quanto anarchico e decisamente pane e salame - come è giusto che sia per gente come noi -, è stato senza dubbio interessante, pronto ad entrare a far parte del novero di esperienze che è un bene si siano vissute direttamente sulla pelle.


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La prima impressione che io e Julez abbiamo avuto, alle spalle un viaggio in treno di chiacchiere senza alcuna interruzione da parte del Fordino - scoperto il piacere della favella, ormai chi lo ferma più!? -, è stata la stessa avuta nel corso di una delle nostre plurime escursioni a Gardaland di qualche anno fa, quando la pioggia mise in fuga molti dei visitatori del parco permettendoci di godere delle attrazioni acquatiche e non più e più volte di seguito senza alcuna attesa: il diluvio universale, infatti, che ha avvolto Milano domenica scorsa ha trasformato le code per l'ingresso ad Expo 2015 che avevo visto - con un filo di sudore pronto a comparire sulla fronte - nelle foto online in una sorta di deserto - o quasi - dei tartari sferzato da un nubifragio che faceva temere acquitrini nelle scarpe e microclima tropicale sotto le cerate.
Eppure, più che scoraggiati eravamo elettrizzati.
Visitare l'esposizione universale con meno della metà della gente che ci saremmo aspettati di trovare era già un ottimo inizio, reso ancora migliore da un'abbondante dose di patatine fritte belga ingurditate a tempo di record prima della visita al padiglione fiammingo con tanto di sperimentazione dell'ottima birra locale Delirium Tremens, con la sua bottiglia decisamente inusuale per una doppio malto - bianca con etichetta blu ed animali in stile indiano capeggiati da un elefante rosa -: peccato - almeno dal punto di vista del "traffico umano" - che l'illusione del tempo poco clemente abbia finito per durare il tempo del giro nelle "Fiandre", e giusto attraversato il Decumano per approcciare il padiglione di Angola, con il sole che tornava a fare capolino tra le nuvole, e di fatto l'assalto delle folle all'Expo era ripreso a pieno regime.
Anche questo, però, non ha frenato gli entusiasmi: a prescindere dalle visite ai padiglioni - poche, considerato che il meglio era quasi sempre costituito dalle strutture esterne e che avendo solo una manciata di ore a disposizione spararsi quattro o cinque ore di coda per visitare le installazioni più gettonate come Giappone e Italia appariva da suicidi -, abbiamo deciso di goderci questo evento in modo assolutamente randomico ed improvvisato, passando dall'aperitivo in zona Vietnam - gamberi fritti ed involtini vietnamiti, sempre ottimi - al pranzo appena fuori un altro dei settori inaccessibili, quello della Thailandia - pollo al curry in due varianti -, scegliendo i settori con meno turisti pronti all'assedio - Sudan, Irlanda, Brunei, Samoa e via discorrendo -, scoprendo chicche come le sarte artigianali nella zona ungherese o Dracula ed i suoi colleghi cavalieri medievali - uno dei quali battagliava selvaggiamente con uno smartphone - nella zona dedicata alla Romania, buttando nel mezzo un'ottima birra scura allo stand Poretti ed un rapido dietro front al cospetto dell'infighettato ed intasato di francesi bar a tema Martini prima di giungere all'area russa - con tanto di assaggio dell'ottima vodka Beluga, delicatissima e consigliatissima, nonostante il prezzo - e concederci una parentesi splatter appena usciti dal padiglione USA - ma di questo terremo segreti i dettagli io, Julez e la mappa di Expo -.
Il tempo di sconvolgersi per le code assolutamente da fantascienza ai padiglioni di Giappone, Brasile, Nepal e Italia, assistere all'esplosione delle fontane di fronte all'Albero della vita - fortunatamente non quello di Malick - e giocare un pò con le particolarissime sedie rotanti fornite dalla Coca Cola, ed ecco una parentesi cinematografica scovata grazie alla signora Ford, che attratta da un piccolo settore coordinato dall'Unione Europea mi ha convinto ad assistere alla breve ma decisamente piacevole visione de La storia di Sylvia e Alex, corto animato che l'UE ha realizzato con l'intento di sensibilizzare al dialogo che dovrebbe intercorrere tra l'agricoltura e la ricerca scientifica.
E mentre la consapevolezza e la percezione di essere giunti al limite per la giornata, con la mancanza del Fordino a bussare ad ogni rimando ai suoi nuovi modi di dire e di porsi, cominciavano a farsi strada prepotentemente, ecco l'ultima chicca di questa esperienza esplodere di fronte ai nostri occhi: all'esterno del padiglione del Kazakistan, prossimo Paese organizzatore dell'Esposizione universale - ed un altro impossibile da visitare previa coda più che consistente -, un cantante carichissimo con una giacca viola visibile probabilmente già da Malpensa.
Non ho assolutamente idea di cosa si trovi all'interno della struttura, ma già da quell'esibizione, per me i kazaki escono vincitori a mani basse da questa manifestazione.
Una deviazione alla zona patatine belga per la seconda volta, ed il viaggio di ritorno ha assunto una connotazione molto più facile di quanto non potesse sembrare al momento di prendere la decisione di tornare a casa.
A prescindere dai significati politici, economici e sociali di un avvenimento di questa portata, per i Ford la visita all'Expo è stata principalmente una giornata in cui dimenticarsi di tutto tranne che della sensazione di viaggiare insieme, di sapere che c'è qualcuno, nel mondo, che a prescindere dal luogo e dal contesto, riesce a trovare un equilibrio tale con te che lo vivi grazie al quale è possibile superare confini e restare saldi ed al sicuro nel proprio mondo ad ogni latitudine.




MrFord




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martedì 2 settembre 2014

Cattivi vicini

Regia: Nicholas Stoller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Mac e Kelly, una giovane coppia con una bimba di pochi mesi, hanno appena comprato casa nel tipico quartiere da zona residenziale americana. Quando la casa accanto alla loro viene acquistata da una confraternita universitaria, i due freschi genitori rimangono prigionieri del dilemma legato al desiderio di sembrare ancora giovani e cool o alla realtà del bisogno di tranquillità: stretta amicizia con il Presidente della confraternita, il giovane e decisamente cool Teddy, i due si illuderanno di poter gestire la vita da genitori con vicini in piena crisi ormonale da college. Degenerata inevitabilmente la situazione, avrà inizio una vera e propria guerra tra la nuova e la vecchia guardia per la vittoria finale, che porterà a conflitti interni ed esterni e colpi bassi che non saranno risparmiati da una parte e dall'altra.
Chi avrà la meglio? E quale lezione impareranno i protagonisti della lotta?






E' davvero doloroso, per il sottoscritto, iniziare un post dando assolutamente ragione al Cannibale.
Era già successo lo scorso anno, con Spring Breakers, uno dei titoli più discussi e massacrati dalla vecchia guardia - anagrafica ed in materia di approccio - della Storia recente della settima arte, e si ripete quest'anno con Cattivi vicini.
Certo, la sguaiata lotta tra generazioni firmata da Nicholas Stoller non è il cult di Harmony Korine, e non mira neppure lontanamente ad esserlo, eppure qualcosa, sotto sotto, accomuna i due titoli.
Molti, infatti, hanno troppo in fretta liquidato - e con una certa acidità - quella che, a conti fatti, risulta una delle commedie più brillanti e ben riuscite dell'anno, in grado di leggere tra le righe non solo delle motivazioni - chiamiamole così - dei giovani in pieno fermento da feste e sballi vari, ma anche di andare a fondo nella vita senza dubbio stravolta ma ugualmente stupefacente dei novelli genitori, senza dimenticare una delle cose più importanti quando si tratta di prodotti di questo genere: far ridere sguaiatamente - e ci sono stati parecchi momenti, dagli airbag alla mungitura, che ricorderò per molto tempo -.
Proprio di recente, con Julez ci si è trovati ad analizzare e constatare le lampanti e clamorose differenze che si creano inevitabilmente non tanto tra i "giovani" ed i "vecchi", quanto tra i non genitori ed i genitori: dalle cronache delle vicissitudini del Fordino al mare alle uscite con gli amici, è evidente la spaccatura che si crea nel momento in cui si entra nel mondo dall'altra parte della barricata, che come giustamente sottolineano i due protagonisti Seth Rogen e Rose Byrne - anche se sarebbe ingiusto non citare Zac Efron, che ho sempre detestato ma che, in questa particolare occasione, risulta assolutamente perfetto - non permetterà a mamma e papà di lasciare completamente libere le loro parti selvagge almeno fino a quando non saranno "molto vecchi".
Cattivi vicini, in questo senso, riesce ad andare perfino oltre alla patina da casinara commedia da due soldi che si cuce con immenso piacere e grande goduria addosso, divenendo di fatto un ritratto sociologicamente molto interessante del rapporto tra il nostro io da post-adolescente, pronto al divertimento sfrenato e all'emancipazione della sua parte più wild e quello della cosiddetta età adulta, quando si inizia ad imparare dai propri figli credendo al contempo di esserne i maestri.
Dunque, dalle citazioni spassose - Taxi driver e Breaking Bad su tutte - fino alle riflessioni più importanti che non avrebbero sfigurato in una riuscita romcom - il dialogo a letto di Mac e Kelly sul finale -, tutto pare funzionare al meglio alla facciazza di chi, al contrario, ha finito per bollare questo film come volgare ed indigesto, risultando, almeno ai miei occhi, più radical chic del mio acerrimo "cattivo vicino" e già citato Peppa Kid che, al contrario, seppur, forse, da un punto di vista (finto) giovane, è riuscito a cogliere in pieno l'ottima riuscita del prodotto.
Certo, da uomo vecchio e padre di famiglia forse io ho finito per decidere addirittura ad attribuire alla pellicola un significato più profondo di quanto non possa effettivamente essere stato quello che gli autori avevano in mente nel momento della stesura dello script, o forse il momento della vita che stiamo attraversando in casa Ford - con la sensazione di distacco netto da tutti i coetanei e non senza figli, e spesso non per scelta nostra - mi porta a pensare che a volte non ci rendiamo conto degli straordinari cambiamenti che viviamo nella quotidianità e di quanto incredibile, a volte, possa essere viverli per come sono, dal degenero di un periodo ad un degenero diverso di un altro.
Ricordo quando, neppure dieci anni fa, mi capitava di uscire e bere allo spasimo cercando di rimorchiare la ragazza di turno, dormire due ore e poi andare al lavoro, mentre ora, alla prima notte in cui faccio tardi per scrivere un post o il Fordino straordinariamente - perchè sono rarissimi, i casi in cui si sveglia, e di norma ci pensa la santa Julez - ha qualche risveglio agitato, mi porto dietro la stanchezza per tutta la settimana, arrivando perfino ad addormentarmi durante la visione serale - cosa mai accaduta in precedenza -: il tempo ci cambia, e noi non possiamo segnare il tempo, come canterebbe Bowie.
Io, invece, dico di sì.
E come vada, vada.
E se arrivo a citare Changes a partire da un film come questo, beh, signori miei, significa che Stoller e soci hanno centrato in pieno il bersaglio grosso.



MrFord



"Where's your shame
you've left us up to our necks in it
time may change me
but you can't trace time."
David Bowie - "Changes" - 



venerdì 6 dicembre 2013

Facciamola finita

 Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Jay Baruchel vola a Los Angeles - città che non ama particolarmente - per passare un weekend in compagnia dell'amico Seth Rogen, lontani dagli eccessi dello stardom hollywoodiano. Quando il buon Seth, dopo una giornata passata davanti alla tv tra cannoni e videogiochi, propone a Jay di trascorrere la nottata a casa di James Franco, che pare abbia dato una festa destinata a restare negli annali, il secondo accetta a denti stretti solo per ritrovarsi catapultato, insieme a tutti i suoi colleghi attori, in una sorta di Inferno in Terra scatenato da quella che pare proprio essere l'Apocalisse.
E mentre i giusti vengono risucchiati nel cielo dalla luce divina, i nostri si ritrovano a dover lottare per la sopravvivenza proprio nella villa di James Franco, in attesa di scoprire quello che sarà il loro destino eterno.





Finalmente, dopo un'attesa decisamente troppo lunga - avrei voluto vederlo già in sala - è approdato al Saloon Facciamola finita, fatica divertita e divertentissima firmata da Evan Goldberg e Seth Rogen che riunisce sotto un unico cielo - decisamente apocalittico - tutta la banda che, negli ultimi dieci anni, ha reso grande il cosiddetto Apatow-style sfoderando chicche di genere come Funny people, Strafumati o SuXbad, cultissimi assoluti di casa Ford.
Chiusa la meravigliosa Trilogia del Cornetto di Edgar Wright in casa Ford si sentiva il bisogno di respirare un'atmosfera simile - pur se sguaiata come solo gli americani sanno renderla - per colmare il vuoto lasciato nei nostri cuori dalla straordinaria saga inglese, ed occorre ammettere che Rogen e soci riescono nella non facile impresa di consegnare al pubblico una piccola bomba destinata a rimanere impressa nella memoria di chiunque sarà in grado di accoglierla a braccia aperte, senza scandalizzarsi troppo per linguaggio o battutacce e godendosi tutta l'autoironia messa in campo dagli attori chiamati ad interpretare loro stessi - dal divismo "cool" di James Franco alla supponenza di Baruchel, dal finto buonismo di Jonah Hill al meraviglioso e cocainomane Michael Cera, senza contare le fugaci apparizioni di Paul Rudd, Rihanna ed Emma Watson, che con l'accetta in mano fa davvero una porchissima figura - in questo survival da fine dei giorni infarcito di citazioni mai invasive - bellissimi i richiami a Rosemary's baby e L'esorcista - ed alcune trovate assolutamente geniali - il sequel fatto in casa del già citato Strafumati su tutti -.
Considerato l'intento principalmente ludico dell'intera operazione, nata da un'idea dello stesso Rogen, direi che Facciamola finita riesce nell'impresa di imporsi come commedia dell'anno made in USA, colpendo molto basso lo stardom hollywoodiano - letteralmente stupefacente la fugace apparizione di Channing Tatum - così come la fragilità umana pronta ad esplodere in situazioni estreme che comportano la sopravvivenza propria posta spesso e volentieri innanzi a quella altrui: in questo senso, l'escalation finale con i nostri alle prese con il giudizio divino è praticamente perfetta, tanto quanto risultano divertenti le sequenze all'interno della casa - la discussione a proposito dell'eventualità di stupro di Emma Watson, il razionamento del cibo e delle bevande, la pistola di James Franco - e l'inseguimento a montaggio alternato tra Jay Baruchel, Craig Robinson ed un demone da una parte e la premiata ditta Rogen/Franco in fuga dal posseduto Jonah Hill dall'altra, un vero e proprio gioiellino che ha riportato alla mente i fasti di Shaun of the dead.
Ma assolutamente nulla, e proprio nulla, di quello che potrà avervi divertito potrà dare l'idea dell'effettiva portata della chiusura, una delle più divertenti, assurde, sopra le righe e geniali cui abbia assistito quest'anno, impreziosita da una chicca che riporta l'orologio indietro alla metà o poco più degli anni novanta, e rende l'apoteosi della vicenda da Armageddon di Rogen e soci un vero e proprio trionfo, un colpo di coda al limite del trash che è quasi poesia, e finisce per oscurare anche perle come l'erba in Paradiso - "Ma in Paradiso c'è l'erba?" "Certo, altrimenti che Paradiso sarebbe!" - o il desiderio di possedere un sigway.
Voi tenetevi forte, godetevi le risate, il rutto libero, ed aprite le porte del regno dei cieli.
Ad attendervi ci sarà una sorpresa che andrà ben oltre il Giorno del Giudizio.
Roba che ancora adesso sento dentro il desiderio di ritrovarmi di colpo a ballare completamente vestito di bianco.


MrFord


"A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo, che rete è? 
Destra, sinistra, su, giù, centro, fine del Mondo con palle in giramento 
che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro, e fuori TV non sei niente."
Ligabue - "A che ora è la fine del mondo?"



domenica 27 ottobre 2013

Corpi da reato

Regia: Paul Feig
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 117'




La trama (con parole mie): Ashburn, un'agente dell'FBI osteggiata per la sua spiccata antipatia e l'eccessiva applicazione di norme e regole dalla maggior parte dei colleghi, è inviata a Boston per investigare sull'identità di un pericoloso ed ancora senza volto boss della droga.
Mullins, una detective della polizia di Boston, è osteggiata per la sua volgarità, i modi spicci e rudi e la totale noncuranza rispetto alle regole e alle norme dalla maggior parte dei colleghi, conosce le strade della sua città e deve far fronte ai guai che il fratello ha con la Legge a causa dei trascorsi di quest'ultimo legati allo spaccio.
Quando le due si incontrano unendo le forze, nonostante le prime scaramucce e le diversità, per la criminalità organizzata i guai subiranno un'impennata da record.




Un paio d'anni or sono, il territorio della commedia sguaiata e sopra le righe da decenni saldamente in mano alla metà maschile del cielo è stato sconvolto dall'arrivo di uno dei titoli di genere più apprezzati degli ultimi anni, Le amiche della sposa, che riscosse un discreto successo anche qui nella blogosfera, raccogliendo i consensi soprattutto del pubblico non in rosa, piacevolmente sorpreso delle affinità nascoste che si è trovato in grado di (ri)scoprire nel cosiddetto - ed assurdamente così definito - sesso debole.
Paul Feig, regista di quel riuscito esperimento, ritenta dunque sfruttando il traino del suo pezzo da novanta, Melissa McCarthy, esplorando la parte femminile del buddy movie di stampo poliziesco grazie ad una vicenda che ricorda il recente 21 Jump Street: il risultato, come fu per il già citato Le amiche della sposa, è forse al di sotto delle aspettative - e senza dubbio del lavoro precedente del regista - ma ugualmente in grado di intrattenere senza grosse pretese, seppur appesantito da un minutaggio decisamente troppo generoso e da due personaggi destinati a diventare presto macchiette - anche se alcuni siparietti come quello che vede protagoniste le due agenti ed il capo del distretto di Mullins, il fu Biff di Ritorno al futuro, riconosciuto al volo da Julez, è davvero niente male -.
Dunque, passando da una McCarthy che parla come Hancock - devo aver perso il conto delle minacce di schiaffare qualcosa nel culo di qualcuno - ad una Sandra Bullock come spesso e volentieri accade a ricoprire il ruolo della precisina rompipalle, si arriva tutto sommato indenni al termine della visione consci di non essere stati presi troppo per il culo - per l'appunto -, senza aver impegnato troppo il cervello e reduci da un'esperienza da spettatori che riesce a strappare anche qualche onesta risata di grana grossa.
In un periodo certamente non memorabile per le commedie - fatta eccezione per il già mitico La fine del mondo ed il quasi mitico e prossimamente su questi schermi Facciamola finita - made in USA e non solo Corpi da reato finisce per rientrare nella stessa categoria di Come ti spaccio la famiglia, ovvero di quelle pellicole innocue e solo apparentemente "di rottura" per nulla destinate a lasciare il segno ma senza dubbio in grado di compiere il loro dovere al botteghino così come agli occhi degli spettatori: nessuna incazzatura, buon umore, pacche sulle spalle, una volgarità giustificata da un finale che vede i buoni trionfare sempre e comunque, e tutti a casa.
Certo, per questa stessa serie di motivi titoli come questo potrebbero perfino essere odiati da una certa frangia radical chic estrema di spettatori, ma dato che qui al Saloon vige un eloquio McCarthiano direi che me ne sbatterò bellamente, e seppur non soddisfatto dalla visione come se avessi incrociato i bicipiti con i miei fidi Expendables o le bottiglie per un party selvaggio animato da McLovin e la sua cricca, mi godrò il pensiero di essermi concesso una gita in un territorio prevalentemente macho per una volta conquistato da due protagoniste femminili senza alcun impegno ed accompagnandola con una montagna di salatini e rigoroso rutto libero.
Mullins, altrimenti, potrebbe offendersi e dire in giro che da queste parti le palle sono delle stesse dimensioni delle mentine.


MrFord


"Donne
in cerca di guai 
donne a un telefono che non suona mai 
donne 
in mezzo a una via 
donne allo sbando senza compagnia 
negli occhi hanno dei consigli 
e tanta voglia di avventure 
e se hanno fatto molti sbagli 
sono piene di paure."
Zucchero - "Donne" - 


mercoledì 25 settembre 2013

Come ti spaccio la famiglia

Regia: Rawson Marshall Turber
Origine:
USA
Anno:
2013
Durata:
110'




La trama (con parole mie): David Clark è un piccolo spacciatore che opera a Denver, e che fin dai tempi del college si dedica alla vendita al dettaglio di piccoli quantitativi di erba fornitagli dal suo boss, il decisamente scombinato e sopra le righe Brad Gurdlinger. Quando, a seguito di una rapina, perde la merce ed i risparmi di una settimana, è costretto ad accettare un incarico da "mulo" in modo da recuperare una partita di erba dal Messico per poi riportarla negli States.
Per evitare di essere immediatamente classificato come potenziale contrabbandiere e fermato alla frontiera, David organizza così un viaggio "di famiglia" costruendosi un'identità da padre totalmente fittizia: accompagnato dalla vicina spogliarellista in crisi con il fidanzato e completamente in bolletta Rose, "adotta" il decisamente sfigato Kenny, adolescente che vive abbandonato dalla madre nel suo palazzo, e la ribelle più o meno senzatetto Casey, ordinando ai suoi inusuali compagni di viaggio di apparire come una sorta di cloni della famiglia Bradford in modo da destare meno sospetti possibili.
Giunti a destinazione e convinti di potersela cavare facilmente, i "neonati" Miller si troveranno ad affrontare un viaggio di ritorno decisamente travagliato.




Di recente, il tam tam della blogosfera a proposito di quella che si è rivelata - in termini di incassi - la commedia made in USA dell'anno è riuscito a portare Come ti spaccio la famiglia - adattamento pessimo dell'originale We're the Millers - anche al Saloon, nonostante l'iniziale diffidenza del sottoscritto a proposito di quello che avrebbe potuto essere l'effettivo valore del lavoro di Rawson Mashall Turber.
A visione ultimata, devo ammettere che il risultato è stato in qualche modo ambivalente: da un lato ho trovato il film assolutamente divertente, sboccato quanto basta per piacere ad un tipo pane e salame come il sottoscritto nonchè perfetto per intrattenere in una di quelle serate senza impegno nel corso della quale si dovrebbe essere grati per ogni risata sguaiata fatta di pancia e come si deve; dall'altro, seppur sottilmente, mi è parso che questo titolo mancasse della dose di coraggio necessaria per confezionare un lavoro davvero polically scorrect da satira selvaggia ed umorismo nero: in una certa misura, infatti, tutte le situazioni più scomode - che a ben vedere risultano anche le più divertenti, tra l'altro - non osano mai oltre una certa misura, e dall'ipotetico pompino al poliziotto messicano fino allo scambio di coppia la presunta volgarità della pellicola non si spinge mai oltre la linea che avrebbe rischiato di comprometterne la distribuzione da parte di una major, senza contare che il finale "tutto è bene quel che finisce bene" mi ha dato l'impressione di una certa ipocrisia, rispetto alla direzione che pare prendere l'intero film dai primi minuti.
Un peccato, a conti fatti, tanto che soprattutto la chiusura in pieno stile Quei bravi ragazzi - anche se, ovviamente, paragonare i due film risulterebbe praticamente fantascienza - ha in parte rovinato la festa che fino a quel momento era stata la visione, una delle più godibili dal punto di vista della risata incontrollata dai tempi di Sharknado.
Non voglio però fare le pulci a quello che, di fatto, è uno dei titoli più genuinamente sguaiati del periodo passando per il capostipite di quei radical chic cinefili che tanto detesto, quindi archivio la discussione ed affermo senza riserve che Come ti spaccio la famiglia è riuscito nell'impresa di regalare sonore sghignazzate agli occupanti di casa Ford praticamente per tutta la sua durata, che il lavoro degli attori è perfetto - dall'ormai mitico (per il genere) Jason Sudeikis ad una sorprendente Jennifer Aniston, che pare sempre più yeah rispetto alla legnosissima Jolie che, ai tempi, le rubò clamorosamente il buon Brad Pitt da sotto il naso - e che l'idea della famiglia disfunzionale - molto disfunzionale, anzi: da antologia la sequenza delle prove di bacio - in viaggio per contrabbandare una quantità enorme di erba è decisamente interessante - anche se non sviluppata con la stessa profondità e qualità di cose come Shameless o Breaking bad, ennesima prova delle rivelazioni che può riservare il piccolo schermo -.
Detto questo, probabilmente il miglior modo di gustarsi appieno Sudeikis e soci in tutte le tappe del loro road movie è quello di mettere da parte qualsiasi riflessione o approfondimento, agguantare dell'alcool, accompagnarlo con vagonate di patatine e lasciare che questo film faccia quello che gli riesce meglio: far ridere. 
Senza troppi peli sulla lingua e certamente con qualcuno in più sullo stomaco.
Anche perchè essere fighe di legno difficilmente gioverebbe nella fruizione del prodotto.
Sia esso su pellicola, o di natura vegetale.


MrFord


"Don’t go chasing waterfalls
please stick to the rivers
and the lakes that you’re used to
I know that you’re gonna have it
your way or nothing at all
but I think you're moving too fast."
TLC - "Waterfalls" - 


giovedì 11 ottobre 2012

Dutch è molto meglio di papà

Regia: Peter Faiman
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Dutch Dooley, figlio di operai che ha fatto fortuna come costruttore, ha da poco stretto un legame sentimentale con Natalie, ex moglie di un borioso magnate della finanza dal quale ha avuto un figlio ormai adolescente snob, asociale e dall'ego decisamente troppo grande per un ragazzino. All'ennesima buca rifilata al giovane dal padre, Dutch si offre di andare a recuperare il ragazzo nella sua scuola privata in Georgia per riportarlo a Chicago in macchina, in modo da cercare di rompere il ghiaccio con Doyle - questo il nome del figlio di Natalie - e riavvicinarlo alla madre, che lo stesso vede come causa di tutti i problemi della famiglia.
Il panesalamismo di Dutch verrà messo a dura, durissima prova durante un road trip che si rivelerà ben più difficile di quanto l'uomo non potesse pensare.




Alla nutrita schiera di pellicole che fecero la storia delle visioni del piccolo Ford a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta passate dalle parti del Saloon mancava ancora uno dei titoli più consumati dal mio vecchio videoregistratore ai tempi della scuola media, un film decisamente troppo poco conosciuto eppure ancora oggi in grado di divertire il sottoscritto, oltre ad essere in grado di aprire l'ennesimo ponte con un passato più che mitico.
Dutch è molto meglio di papà, scritto dal John Hughes che tutti i fan della commedia ben conoscono e diretto dal Peter Faiman di Mr. Crocodile Dundee, è un ancora piacevolissimo film di formazione giocato sui rapporti tra padri e figli, un road movie dal ritmo sostenuto poggiato sulle spalle dell'Ed O'Neill tornato alla ribalta di recente con Modern family: il suo Dutch, pane e salame almeno quanto il vecchio Dundee, si accolla la "missione" di riportare su binari di sentimenti e vita vissuta Doyle, figlio della compagna Natalie viziato e cresciuto nel mito del ben poco sopportabile padre, che il ragazzo continua a vedere come una sorta di leggenda cui la madre ha fatto un torto dietro l'altro.
Ovviamente, come in tutti i film di questo genere, il rapporto tra i due protagonisti sarà burrascoso fin dal principio, dando libero sfogo alla mano di Hughes rispetto a gags molto fisiche - ricordiamo che il buon John fu padre, tra gli altri, anche di Mamma ho perso l'aereo - con protagonisti i due decisamente poco amichevoli compagni di viaggio, che cercheranno ad ogni occasione di rendere il tragitto dell'altro un vero e proprio inferno neanche io e il Cannibale decidessimo di intraprendere un coast to coast all'italiana per recarci ad un qualche premio ovviamente da conterderci all'ultimo sangue.
A questo punto inizia il tripudio di ricordi e risate in bilico tra i giorni in cui io e mio fratello rivedevamo questo film almeno un paio di volte la settimana ed il futuro, quando penso al momento in cui, chissà, avrò la possibilità di guardarlo insieme a mio figlio: dalla lotta nella camera dello studentato di Doyle ai fuochi d'artificio, dall'incontro con le prostitute - uno dei must dell'allora casa Ford, con le espressioni di Ed O'Neill dopo aver ingoiato la crema per le mani a piegarci dal ridere ad ogni visione - a quello con i guardiani, il rapporto tra Doyle e Dutch è una sorta di educazione da strada che porta il ragazzo a scoprire un mondo fino a quel momento distante anni luce dalla sua condizione di benestante viziato che già avevo amato in Over the top, e che allo stesso modo porta ad una presa di coscienza dell'adolescente protagonista rispetto all'essere uomo e alla crescita, al fare affidamento su se stessi e le proprie forze così come imparare a vedere i sacrifici che soprattutto le madri fanno per assicurarsi la felicità dei figli anche a scapito della loro.
Come in ogni prodotto per ragazzi made in USA che si rispetti, poi, c'è spazio anche per i buoni sentimenti, e ai tiri mancini di Doyle e Dutch si contrappone un crescendo finale decisamente meno casinaro e più votato al "film per tutti": eppure è un "per tutti" che funziona, rispolverando l'atmosfera dei titoli "da pomeriggio" che hanno caratterizzato la mia infanzia e regalando anche un finale impreziosito dall'anello di Dutch, inguardabile eppure assolutamente utile quando si tratta di chiudere questioni in sospeso con boriosi miliardari dalle tendenze megalomani.
Un altro piacevole ritorno, dunque, ai tempi magici in cui tutto pareva possibile, ed uno dei titoli che, in questo particolare momento della mia vita in cui la paternità comincia ad affacciarsi rispetto al quotidiano, mi fanno sognare il momento in cui potrò rivivere quei momenti di cui conservo ricordi così fantastici attraverso gli occhi del piccolo Ford, che forse mi prenderà anche a calci come Doyle fa con Dutch, ma al quale spero il viaggio al mio fianco servirà per capire che questo vecchio cowboy vuole solo insegnargli tutto quello che sa, e che ha amato.
 


MrFord


"I'd get it one piece at a time
and it wouldn't cost me a dime
you'll know it's me when I come through your town
I'm gonna ride around in style
I'm gonna drive everybody wild
'cause I'll have the only one there is a round."
Johnny Cash - "One piece at a time" -


sabato 25 agosto 2012

40 anni vergine

Regia: Judd Apatow
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Andy ha ormai raggiunto il traguardo dei quaranta, vive solo dedicandosi completamente ad una lista infinita di hobbies da nerd e a serate passate con i vecchi coniugi del piano di sopra senza essersi mai concesso una sana, goduriosa, piacevole scopata.
Quando un gruppo di suoi colleghi scopre questa scomoda verità, tutti si prodigheranno per far compiere ad Andy il grande passo: Jay, dedito ad una lunga serie di tradimenti alla sua gelosissima fidanzata, gli consiglierà di dedicarsi alla cura del proprio corpo per fare conquiste, David, distrutto dalla fine di un rapporto, lo asseconderà rispetto alla mancanza di sesso invitandolo a sfogarsi con vagonate di porno, mentre Cal gli caldeggerà l'approccio dell'ascoltatore un pò stronzo che finisce sempre per andare a segno.
Ma le cose per Andy continueranno a non migliorare, ed il suo rapporto con Trish, l'unica che pare interessare davvero all'uomo, rischierà di essere messo in crisi proprio per la reticenza del protagonista nel rivelare il suo passato non passato sessuale.





Negli ultimi anni l'Apatow style ha di fatto reinventato lo stantìo standard della commedia romantica made in Usa o pseudo tale, conciliando le pellicole fino a qualche stagione or sono spesso e volentieri suggerite da mogli e fidanzate e sempre in grado di suscitare l'orticaria al pensiero nelle loro metà maschili allo stile sguaiato e sboccato reso celebre nel pieno degli anni novanta da Kevin Smith.
Personalmente, e pur avendolo scoperto in ritardo rispetto alla sua esplosione, ho apprezzato molto la spinta che il regista e produttore di Molto incinta e Funny people è stato in grado di dare al genere, e tendenzialmente ho quasi la certezza, quando si tratta di passare una serata in relax e scioltezza, che mi basterà scegliere un titolo tra quelli della sua scuderia per andare a colpo sicuro.
40 anni vergine era uno dei pochi film usciti dalla fucina di idee del clan del buon Judd che ancora mancava all'appello in casa Ford, e devo dire che il risultato rientra perfettamente in quello che ho appena scritto a proposito di questo tipo di proposta: leggero, divertente, piacevole come una serata tra amici che si ha profondamente voglia di passare senza troppi patemi o sforzi cerebrali, uno stacco dal lavoro e dalla vita quotidiana conciliante quanto la sensazione che sta tra l'essere brilli e ritrovarsi a vomitare sandwich ai gamberi in faccia alla gente.
Sicuramente al lavoro scritto a quattro mani dal regista e dal protagonista Steve Carell - già amatissimo dalle parti del Saloon per i suoi ruoli in Little Miss Sunshine e Crazy stupid love - mancano la verve e la volgarità di cose come SuXbad o Strafumati, così come le tematiche più profonde affrontate nel già citato Funny people, l'atmosfera è un pò troppo easy, forse circola in eccesso aria da "buoni" e la durata è decisamente importante - due ore piene - per una proposta di questo tipo, eppure 40 anni vergine si lascia guardare e scorre via che è un vero piacere, rivelandosi perfetto per un periodo di scarso impegno autoriale come questo e decisamente in grado di soddisfare sia il pubblico maschile che femminile, dosando al meglio sguaiatezza e romanticismo.
Gran parte del merito è sicuramente del cast, che raccoglie alcuni dei volti più noti ed amati dai fan di Apatow come Paul Rudd e Seth Rogen - curioso che il suo personaggio finisca per mettersi con quello interpretato da Elizabeth Banks, quasi un anticipo per quello che accadrà anche nel bellissimo Zack&Miri - ed un quasi esordiente Jonah Hill, tutti in grande spolvero e sempre pronti a mettersi in gioco con (auto)ironia descrivendo il clima da amicizia virile tra colleghi di lavoro - anche nell'eccesso di zelo, come accade con Andy "vessato" dai consigli dei suoi nuovi coach pronti a portarlo al successo nel rimorchio della sua prima donna - decisamente alla perfezione.
Non mancano le scene esilaranti - dall'uscita nel locale con tanto di vomito ai gamberi, già citata, al colloquio nel consultorio -, eppure l'impressione che ho avuto da questa visione è che Apatow riesca a dare il suo meglio nelle vesti di produttore prima ancora che di regista: probabilmente la sua influenza, specie se rivolta a sceneggiatori e cineasti giovani e cazzoni quanto i protagonisti delle sue opere, ha il potere di scatenare il "peggio" rendendo i risultati finali ancora più divertenti e coinvolgenti.
Ma poco male: il risultato c'è e si sente, e non si potrà dire che la serata possa considerarsi un buco nell'acqua. 
Un pò come quando ci si incontra con i propri buddies più fidati: potranno saltare tutti i programmi, giungere sbronze devastanti e blackout a sopresa, piovere guai e situazioni al limite dell'assurdo, eppure il giorno dopo non si potrà negare di aver vissuto una "notte da leoni".


MrFord


"Cause it's the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment showed in your eyes."
Asia - "Heat of the moment" -


 

domenica 15 luglio 2012

Californication - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  avevamo lasciato Hank Moody in balìa della polizia a seguito dell'arresto legato all'aggressione all'agente e fidanzato di Mia, la ragazza colpevole di avergli "rubato" il nuovo romanzo, nonchè della notte di sesso che coinvolse lui e la ragazza - ai tempi minorenne - ancora nel pieno della prima stagione.
Ora lo scrittore in perenne crisi sentimentale e creativa si ritrova a dover affrontare un processo per corruzione di minore che rischia di significare la galera, proprio mentre la sua carriera è rilanciata dalla verità sul libro che Mia ha firmato al suo posto, sul punto di diventare il film indipendente della stagione grazie alle star Eddie Nero e Sasha Bingham.
Nel frattempo, il suo fedele agente ed amico Charlie è intento a raggiungere il traguardo delle cento donne portate a letto, l'amore della sua vita Karen è ormai decisa a mollarlo, sua figlia Becca si da al rock e, all'orizzonte, compare la possibilità di una nuova storia con l'avvocatessa Abby.
Sempre che il vecchio Hank non finisca per rovinare tutto. Di nuovo.




Chi frequenta il saloon da un pò sa bene che quel vecchio bastardo di Hank Moody è, di fatto, uno dei personaggi figli del piccolo schermo che amo di più, un pò per affinità spirituali, un pò perchè la strada verso la sua perdizione pare il destino - con molti meno soldi e scopate occasionali, ovviamente - che si sarebbe profilato per il sottoscritto se Julez non mi avesse tolto da una strada fatta da un pò troppi incontri iniziati sotto la benedizione dell'alcool e finiti in clamorose fughe del giorno dopo, conditi da quella solitudine che si finisce per cucirsi addosso quando, in realtà, si vuole semplicemente chiudere ogni spazio all'esterno e vivere sempre e comunque alla giornata.
Moody, charachter che ha segnato una vera e propria seconda giovinezza per David Duchovny - che tutti, qualche anno fa, pensavano sarebbe rimasto imprigionato nei suoi X-Files figli dei più profondi anni novanta - acquista spessore neanche fosse un whisky invecchiato con il passare delle stagioni, e Californication, inizialmente piuttosto osteggiata dalla parte in rosa di casa Ford, ora è un piccolo cult che affrontiamo sempre più che volentieri, in attesa di scoprire quali saranno i nuovi sviluppi delle avventure del casinista Hank: in questa quarta annata il lato comedy che tanto bene aveva fatto alla terza tiene un profilo molto più basso, concedendosi soltanto qualche sparata di tanto in tanto - l'episodio del miliardario e della scimmia, ad esempio, clamorosamente grottesco ed incredibilmente spassoso - ed incarnandosi principalmente in Eddie Nero - un completamente imprevedibile Rob Lowe -, l'attore designato per interpretare Hank nel film tratto dal suo romanzo rubato dalla giovane Mia ed attribuito dopo numerose vicissitudini al suo autore, "Scopate e cazzotti".
L'attrazione principale, infatti, del consueto circo di sesso, alcool e sentimenti di questo nuovo giro nella "californicazione", è il vuoto creatosi progressivamente nel cuore di Hank, un uomo che aveva tutto - una carriera da scrittore affermato, l'amore della sua vita ed una figlia cui è legatissimo - finito per lasciare che il fiume in piena della sua istintività - vizi, pregi e soprattutto difetti compresi - lo travolgesse rendendolo un ribelle fuori tempo massimo ormai in bilico sulla linea sottile che separa la ricerca del riscatto dall'autodistruzione più completa: se, infatti, il suo inseparabile amico ed agente Charlie Runkle può accontentarsi - più o meno - del sogno di arrivare a cento donne portate a letto per dimenticare i tempi andati, Moody pare non riuscire a liberarsi dalle catene delle sue dipendenze e cercare di fare qualche passo indietro per trovare un suo posto nel mondo che non sia una camera d'albergo dalle notti movimentate o il bancone di un bar dove farsi scivolare in mano il bicchiere con il solito senza neppure doverlo più chiedere.
Da questo punto di vista, questa quarta stagione ha sicuramente rappresentato il momento del confronto con la maturazione del protagonista della serie, divenendo di fatto il primo, grande spartiacque della produzione Showtime a partire dal processo per corruzione di minore con Hank sul banco degli imputati, la rocambolesca cena per festeggiare l'inizio delle riprese del film ispirato dal già citato "Scopate e cazzotti" e la partenza di Becca e Karen per un lungo viaggio: con la quinta stagione ancora inedita in Italia - ma che non vedo l'ora di affrontare - e la sesta e la settima già confermate, chissà che lo scriteriato scrittore non trovi una sua dimensione - pur se completamente caotica - e una strada che lo porti da qualche parte lungo una costa che pare bagnata da un oceano di cocktails serviti da cameriere sempre pronte a saltarti nel letto, scimmie dedite a pratiche estreme ed attori schizzati, soltanto con la sua macchina da scrivere e la consapevolezza di aver trovato, comunque, uno spazio nel mondo.
Io, naturalmente, tifo per lui: da stronzo a stronzo - come scrissi anche in chiusura del post dedicato alla stagione precedente -, non posso non pensare che, nonostante quelli come lui - e un pò come me - siano destinati a cadere spesso e volentieri, la voglia di vivere sia sempre così grande da sollevarsi e ricominciare: un pò come quando, nel pieno dell'hangover, giuriamo a noi stessi che quella sarà davvero l'ultima volta, e appena ripresi stiamo già pensando a quale sarà il prossimo aperitivo spaccafegato da organizzare.
Senza dimenticare, in queste esplorazioni da "walking the line", la passione che guida ogni gesto, dagli errori e le cadute di stile ad una presenza che non è mai messa in discussione: perchè chi ama quelli come il vecchio Hank sa bene che in ritardo, sbronzi o vestiti nella maniera meno adeguata possibile, gli stronzi di quella risma non mancheranno mai di essere presenti, quando avremo bisogno di loro.
E gli Stones - che incarnano perfettamente lo stile Moody - ad intonare You can't always get what you want in chiusura dell'ultimo episodio sono tutto quello che serve perchè i vecchi ribelli abituati al caos e alla sconfitta cerchino una volta ancora il momento della rivincita: chissà che non sia quella buona.


MrFord


"You can't always get what you want
You can't always get what you want
You can't always get what you want
But if you try sometimes well you might find
You get what you need."
Rolling Stones - "You can't always get what you want" -


venerdì 20 aprile 2012

Modern family - Stagione 1

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2009
Episodi: 24



La trama (con parole mie):  Jay, un uomo benestante ormai non più giovane, ha sposato l'avvenente colombiana Gloria, già madre del decisamente più maturo per la sua età Manny.
Phil e Claire sono sposati ormai da sedici anni, e hanno tre figli: l'adolescente Haley, la studiosa Alex e lo scapestrato Luke.
Mitchell e Cameron sono una coppia gay che ha appena adottato una bimba vietnamita.
Cos'hanno in comune? Sono famiglie fuori dall'ordinario con problemi assolutamente ordinari.
E qualche legame di parentela pronto a complicare le cose a suon di equivoci, coesistenze forzate e gag a ripetizione.
Benvenuti all'interno dei ritratti di tre "famiglie moderne".




Personalmente, non ho mai avuto un'opinione alta delle sit-com in genere.
Ricordo quando, nel pieno dei nineties, spopolavano serie come Friends o Seinfield, che io ho sempre cordialmente snobbato e che su questo tipo di formula hanno costruito la loro fortuna, ma anche lo scoppiare del più recente fenomeno di Big bang theory, passato praticamente inosservato in casa Ford: così, nonostante i premi vinti in questi ultimi anni, ho approcciato con un certo quantitativo di riserve Modern family, serial apprezzatissimo ovunque e vincitore, tra le altre cose, di un Golden Globe, mica proprio bruscolini.
Giunto alla fine della prima stagione, posso dire che la scommessa - principalmente di Julez che me l'ha proposto - è pienamente vinta, e che Modern family è riuscito a divertirmi e non poco, travolgendomi con la sua freschezza, i suoi protagonisti - tutti azzeccatissimi - ed una mancanza di pretese che può solo che fare bene al panesalamismo necessario per essere i benvenuti in casa Ford.
Il tutto, per l'appunto, nonostante mantenga alcune caratteristiche che ricordano - e non poco - il format della sit-com in genere.
La varietà di situazioni e le differenze tra le tre famiglie protagoniste, inoltre, permettono allo spettatore di far scattare il fondamentale meccanismo - per i serial televisivi - della preferenza per uno o l'altro gruppo di personaggi, andando ad alimentare in questo modo l'attesa per l'episodio successivo neanche si trattasse di una serie action o drammatica con risvolti che leghino una puntata alla successiva.
In questo senso, la mia personale preferenza va tutta alla famiglia Pritchett, complici il fare da cowboy di Jay - in assoluto il mio preferito -, lo stile impareggiabile di Manny e la "dirompenza" di Gloria, anche se occorre ammettere che personaggi quali Phil - in assoluto il mattatore della serie - e Cameron - rido ancora al pensiero della gag a proposito di "Cesar Salad" - siano charchters pressochè perfetti: certo, una serie di questo genere difficilmente raggiungerà mai vette particolarmente elevate - in fondo nasce come prodotto di totale intrattenimento -, eppure i margini di ulteriore miglioramento sono netti, così come la curiosità da parte del sottoscritto di scoprire cosa si inventeranno gli strampalati membri di queste tre scombinate famiglie per tenere viva l'attenzione e alto lo spirito degli spettatori con la prossima annata.
Considerato che, in partenza, non avrei scommesso un centesimo su questa visione, direi che il successo è stato clamoroso, e, magari alternandola a titoli più impegnativi, risulta un ingrediente perfetto per una visione leggera eppure intelligente, legata sempre e comunque al concetto di famiglia - che non fa mai male (ri)assaporare - e, cosa fondamentale, assolutamente a suo agio nel prendersi in giro e sfoderare un'ironia che non passava sui miei schermi - parlando di serial - dai tempi di Extras.
Dunque, belli - come direbbe Phil -, cosa aspettate a guardarlo?
In fondo, in questi specchi pur deformati del vecchio concetto di focolare domestico, potreste ritrovare anche un bel pò della vostra immagine.


MrFord


"We are family
I got all my sisters with me 
we are family
get up everybody and sing."
Sister Sledge - "We are family" -


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