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lunedì 4 marzo 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle la parentesi degli Oscar, torna il Bulletin nel suo formato standard, e che prosegue con il recupero di serie e titoli che nell'ultimo periodo hanno fatto parlare di loro sempre in riferimento alla nottata principe della settima arte: ancora siamo lontani dai tempi d'oro del Saloon in cui passavano almeno una o due pellicole al giorno, ma è sempre meglio qualche piccolo passo di un nulla cosmico e radical, giusto?


MrFord



THE PUNISHER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

The Punisher Poster

L'ultimo dei Marvel Knights targati Netflix chiude una parentesi con luci ed ombre legata al mondo dei supereroi parallelo allo spettacolare Cinematic Universe visto sul grande schermo, mostrando ancora una volta le potenzialità di un charachter controverso come quello di Frank Castle, giustiziere hard boiled che ha rappresentato, tra le pagine delle sue storie, uno degli antieroi più oscuri di un mondo di norma colorato e magico. Ottimo come sempre Jon Bernthal, perfetto sia fisicamente che come impostazione, interessante l'evoluzione della vicenda, violenta e tosta la cornice, ben scandito il timing. Peccato che, come per Devil, questo titolo sia destinato ad essere dimenticato nell'ambito del passaggio da Netflix a Disney di tutto il grande calderone di Mamma Marvel. 
Personalmente, sarebbe stato un titolo che avrei continuato molto volentieri a seguire.




COPIA ORIGINALE (Marielle Heller, USA, 2018, 106')

Copia originale Poster


In uno degli anni meno affascinanti della Storia della settima arte, tra i titoli candidati agli Oscar Copia originale era senza dubbio uno dei più interessanti: una storia (vera) all'apparenza dai toni dimessi che in realtà tocca tematiche importanti con sensibilità e mestiere, dall'amore, all'amicizia, al ruolo dell'arte e dell'artista, senza mai dimenticare la cosa più importante tra tutte, la vita.
Attorno ai due protagonisti - splendidi sia Melissa McCarthy che Richard E. Grant -, emarginati dal mondo "comune" così come da quello "elitario", si costruisce una geografia dei sentimenti dalla voce bassa ma in grado di toccare nel profondo: e in bilico tra una New York malinconica come in un Allen d'annata, gatti che sono specchi dell'anima e bugie che sanno più che altro di grida d'aiuto, due losers mitici lottano con le unghie e con i denti per vedere riconosciuto un posto che spetta a tutti noi, in quanto semplicemente e caoticamente umani.




UN AFFARE DI FAMIGLIA (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2018, 121')

Un affare di famiglia Poster


Nonostante abbia sempre amato il Cinema giapponese, non avevo ancora approcciato alcuna pellicola firmata da uno dei cineasti più celebrati del Sol Levante che il passato recente ricordi, Hirokazu Koreeda. Vincitore a Cannes ed idolo indiscusso del mio buddy Steve, è giunto finalmente da queste parti a prendersi tutti i complimenti che merita: Un affare di famiglia, storia di stampo neorealista che strizza l'occhio al Kurosawa di Una meravigliosa domenica e all'approccio del Kim Ki-Duk "di strada" dei primi tempi, riesce a mostrare allegria, malinconia, risate e lacrime con la stessa naturalezza dei giorni e delle stagioni che si susseguono per ognuno di noi quasi si trattasse di un ricordo, o di un film pensato e costruito per chi lo sta guardando.
Come se tutto questo non bastasse, Koreeda regala almeno due sequenze da brividi e pelle d'oca, di quelle che soltanto i grandi Capolavori sono in grado di consegnare al pubblico: ora, chi passa da queste parti ricorda quanto rimasi colpito da ROMA, ma tra le immagini di Un affare di famiglia c'è un cuore che è troppo grande per qualsiasi sfoggio di tecnica.


venerdì 2 marzo 2018

Wild Lake



Oggi (anzi, ieri, a dirla tutta) per me è un giorno speciale.
Perchè si affaccia sul mercato editoriale, nonostante ai tempi in cui ci siamo conosciuti affermasse il contrario rispetto alla scrittura, quella che non solo è stata la protagonista della mia vita negli ultimi dieci anni - Fordini esclusi -, ma anche un'amica, qualcuno su cui contare, qualcuno da considerare come un punto fermo, un riferimento, una magia.
La vita non sempre è facile, e ancor meno è in grado di regalare soddisfazioni, ma pensare che Julez possa avere la possibilità di pubblicare un suo romanzo e vivere la vita da autrice in prima persona non può che rendermi felice.
Non voglio che questo post sia una celebrazione forzata, una recensione o qualcosa che possa essere in qualche modo male interpretato, perchè non lo è.
Wild Lake ha trovato la via per coinvolgere anche uno come me, che con il romance o una certa materia ha ben poco a che spartire, e si ritrova ad inviare da ubriaco sms che citano Hurt nella versione di Johnny Cash.
Ad ogni modo, leggetelo.
Lo trovate su Amazon e su tutti i principali store online come e-book, ed entro un paio di settimane nella versione in cartaceo.
Se ci deve essere una scrittrice in Famiglia, è giusto, ed assolutamente giusto, che sia lei.



MrFord




venerdì 6 ottobre 2017

Premi e piattaforme




Era l'inizio di maggio quando Julez, al termine di un lavoro ai fianchi - in senso positivo - di mesi, mi ha visto capitolare all'idea di riprendere a scrivere dopo anni passati solo dietro il blog, attratto dalla passione per il Cinema e dalla soddisfazione di un riscontro immediato a fronte dei numerosi tentativi poco interessanti o falliti accumulati nel corso degli anni tra sceneggiatura e ricerca di pubblicazioni serie e soprattutto non autofinanziate: dunque, proprio mentre il romanzo che scrissi dieci anni fa finiva finalmente in valutazione presso una casa editrice - e ancora attendo e incrocio le dita - ho deciso di iscrivermi alla piattaforma di Wattpad e rimettere mano ad un lavoro che giaceva nel computer ormai da almeno sette anni.
Quello che è accaduto dopo è stato quasi miracoloso: sotto i continui incitamenti della signora Ford ho ripreso piano piano confidenza con un mezzo decisamente diverso dalla recensione, e seppur con un bacino di pubblico ancora ridotto - del resto, un western in cui violenza e morte sono di casa su una piattaforma dedicata principalmente ai romanzi d'amore trova un terreno piuttosto arido - ho cominciato ad avere piccole soddisfazioni una dopo l'altra, ed inaspettatamente mi sono trovato - sempre spinto dalla mia insostituibile compagna - nella rosa dei candidati per i Wattys, l'equivalente degli Oscar di Wattpad.
Passata la prima selezione, qualche giorno fa ho scoperto di aver vinto il premio per la categoria "Gli originali", dedicata a tutte quelle storie pronte a diversificare l'offerta e le alternative ed offrire qualcosa di nuovo ai lettori: inutile dire che, per quanto poco in termini economici o di fama possa significare, la soddisfazione è stata molta, che devo praticamente tutto a Julez, ma condividerlo anche qui mi è parso un buon modo per ringraziare anche la blogosfera che in questi ultimi anni mi ha sostenuto e fatto tenere alta la guardia per non mollare la passione per la scrittura, in qualsiasi forma essa venga presentata.
Dunque, dovesse venirvi voglia o curiosità, vi invito a scaricare l'applicazione di Wattpad, o iscrivervi dal vostro bravo computer, e dare un'occhiata a quello che ha prodotto e sta producendo questo vecchio cowboy.



MrFord

domenica 27 luglio 2014

Californication - Stagione 6

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): abbiamo lasciato Hank in preda all'attacco omicida/suicida di Carrie, sua ex dei tempi del ritorno a New York, e lo ritroviamo sprofondato nel senso di colpa per essersi salvato, al contrario della donna. Spedito in comunità di recupero da famiglia ed amici, lo scrittore più scombinato del piccolo schermo non solo ritroverà se stesso, ma anche un nuovo impiego che lo vedrà alle prese con la stesura di una rock opera basata sul suo primo best seller, God hates us all.
E mentre Charlie Runkle dovrà fare fronte alla sua parte gay, ecco che Moody troverà nuova ispirazione grazie a Faith, una groupie specializzata nel riuscire a tirare fuori il meglio da ogni talento cui si dedica.
Inutile dire che la stessa avrà filo da torcere con questo vecchio bastardo dedito al sesso e all'alcool.








Se questo fosse stato un "normale" post giunto al termine di una "normale" stagione di Californication, avrei attaccato con la consueta sviolinata su quanto voglio bene a quel vecchio bastardo di Hank Moody, a quanto la vita che sto vivendo grazie a Julez e al Fordino mi tenga di fatto - alcool escluso - lontano dagli scombinamenti caotici di questo tipo, a quanto questo e a quanto quello.
Peccato che la sesta non sia stata davvero una "normale" stagione di Californication.
Per la prima volta, infatti, dalla sua messa in onda nell'ormai discretamente lontano 2007, il serial dedicato allo scrittore ispirato a grandissimi come Warren Zevon - non a caso le citazioni del suddetto fioccano come neve, in tutti i sensi la si voglia intendere - segna un'involuzione, un passo falso, una crisi creativa e di idee che pare quasi trovare lo specchio nei suoi episodi centrali, dedicati proprio alla possibilità che anche un grande scrittore possa attraversare una fase calante nella propria carriera.
Questo non è dovuto tanto al sempre grande Moody - e ad un Duchovny che è assolutamente nato per interpretarlo -, ad una spalla impareggiabile - il magnifico Charlie Runkle, sempre più l'idolo ed il motore della serie - e ad una nuova compagna decisamente interessante - come giustamente ha fatto notare nel corso della visione la signora Ford, Maggie Grace per la prima volta appare decisamente brava, e non solo un corpo buttato davanti alla macchina da presa -, quanto ad una mancanza di direzione che non permette ai protagonisti di crescere o confrontarsi con qualcosa di nuovo, ripetendo uno schema già affrontato nel corso delle annate precedenti senza la verve delle stesse, reso ancora meno incisivo da comprimari assolutamente non all'altezza di quelli passati dalle parti di casa Moody - il posticcio Atticus è lontano anni luce da gente come Ashby, così come dallo spassoso Samurai Apocalypse della penultima stagione - ed episodi che scorrono via intrattenendo alla grande senza lasciare, però, un segno effettivo nel cuore degli spettatori, oltre che nelle parti basse.
Senza dubbio sequenze come il viaggio aereo da Los Angeles a New York sul jet privato di Atticus o sottotrame dominate da zucca pelata Runkle in versione finto gay entrano di diritto nel meglio che questa dal sottoscritto amatissima serie abbia mai offerto al suo pubblico, eppure nel complesso potrei paragonare la stagione numero sei dedicata alle gesta di Moody ad una sveltina neppure troppo divertente in una notte di baldoria paragonata a mesi - se non anni - di scopate royale.
Lo stesso personaggio di Becca, fondamentale durante la season five per stimolare la crescita di padre di Hank, appare sbiadito e senza uno scopo, riciclata come se volesse a tutti i costi ripercorrere le orme del genitore ed addirittura apparentemente accantonata dagli autori: un vero peccato, perchè personalmente avrei trovato il tentativo di rendere Moody almeno in parte più "saggio" davvero interessante, fornendo per una volta un punto di vista differente dai consueti duelli tra ragione e sentimento che continuano a ripetersi tra lui e la più o meno compagna di una vita Karen.
Uno scivolone può capitare anche ai migliori, e onestamente non mi preoccupo più di tanto di una stagione così sottotono: me la sono goduta comunque.
La speranza, però, è che con il nuovo anno Hank torni a brillare come ha sempre fatto, almeno prima che possa diventare troppo ingombrante il dubbio se non fosse stato meglio chiudere quando ancora si era al massimo.
In fondo, quelli come Moody sono così, sempre con il piede sull'acceleratore.
O come raccontava e cantava il grande Warren, "I enjoy every sandwich", o se non vi basta, con "I'll sleep when I'm dead".



MrFord



"I can saw a woman in two 
but you won't want to look in the box when I do
I can make love disappear 
for my next trick I'll need a volunteer."
Warren Zevon - "For my next trick I need a volunteer" - 


martedì 25 giugno 2013

Richard Matheson (1926 - 2013)

So long, Leggenda.

MrFord

"Qualche volta aveva indugiato nel sogno a occhi aperti di incontrare qualcuno.
Più spesso, però, aveva cercato di adattarsi a ciò che gli pareva sinceramente inevitabile: l'idea di essere rimasto solo al mondo. Almeno nella porzione di mondo che poteva sapere di conoscere."
da Io sono leggenda (1954)

lunedì 29 aprile 2013

Californication - Stagione 5

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): dopo due anni passati a New York ed un nuovo libro di successo pubblicato, Hank Moody fa ritorno a Los Angeles, dove tutto è iniziato - più o meno - e molto è cambiato. La sua adorata ex moglie Karen si è infatti risposata con Richard Bates, curioso individuo che aveva già incontrato il cammino del nostro scrittore, sua figlia Becca ormai divenuta una piccola donna lo detesta cordialmente e frequenta un aspirante scrittore che presenta tutti i peggiori difetti moodyani, il suo agente e migliore amico Charlie Runkle deve fare i conti con il figlio avuto dall'ex moglie Marcy che ancora non ha detto una parola ed il rapper e produttore nonchè aspirante attore Samurai Apocalypse pare proprio intenzionato ad ingaggiarlo come sceneggiatore per la sua personale eddymuphata, Santa Monica Cop.
Il tutto senza contare Carrie, donna frequentata da Hank nella Grande Mela per un anno e scaricata giusto prima della partenza.
Riuscirà lo scrittore più scombinato del piccolo schermo a sopravvivere al suo personale inferno sfoderando una saggezza insperata, o sarà tutto inutile?





Scrivere di Hank Moody, in qualche modo, riesce ad essere sempre terapeutico, per me.
Come, infatti, chi mi conosce bene - Julez in primis - ben sa, molti dei difetti che lo scombinato scrittore affronta lottando con se stesso sono gli stessi che anche io manifesto e manifesterei se, come lui, fossi in balìa della fama, della scrittura e dei soldi - senza contare le donne e l'alcool, ambiti che conosco decisamente più di quelli appena citati -.
Californication, che iniziai a seguire più per curiosità legata a titolo ed ambientazione che non per effettivo hype nei confronti del lavoro di Tom Kapinos, è diventato negli anni uno dei cult imperdibili di casa Ford, appuntamento fisso per il sottoscritto per un confronto con una serie che riesce ad entrarmi dentro come pochissime altre, a sollevare lo spirito e colpire a fondo pur non sguazzando nel dramma o nei massimi sistemi: la stessa quinta stagione, in una certa misura gestita in maniera decisamente più easy delle due precedenti, è riuscita a conquistarmi sia nei suoi momenti più grotteschi - l'episodio della ronda di Moody, Samurai e Runkle è già da antologia - che in quelli legati al cuore spezzato del vecchio Hank, che pur essendo uno stronzo ed un casinista mostra mai come prima d'ora il fianco agli anni che passano e alla solitudine in cui, inevitabilmente, sguazza - il confronto con Carrie nel corso della cena a casa di Karen e Richard, il meraviglioso ultimo episodio -, che se da un lato gli garantisce la possibilità di essere in una certa misura apparentemente invincibile, dall'altro rivela tutto il romantico destino da loser sentimentale del Nostro.
Come al solito spettacolare la colonna sonora, perfetto l'inserimento nel cast di RZA - un cazzo di grandissimo artista, tra musica, regia ed interpretazioni - con il suo decisamente autoironico grande nome venuto dai bassifondi dell'hip hop pronto a mettere mano al cannone quando le cose non vanno per il verso giusto - ovvero il suo -, fantastici i siparietti con lo Stu di Stephen Tobolowsky ed il sempre più grande Charlie Runkle interpretato da Evan Handler - chi non vorrebbe un amico come questo cazzone pelato!? -, e ottima la scelta di portare Hank Moody sui binari di un approccio più maturo e meno schiavo di alcool e sesso rispetto alle annate precedenti - nella misura che lo scrittore può permettersi, ovviamente -, così come il legame piuttosto turbolento con Tyler, giovane fidanzato di Becca nonchè stronzo da competizione, che io stesso - sarà stata la fresca paternità - ho finito per detestare praticamente dalla prima apparizione, approvando ogni stoccata - fisica e morale - che Moody è riuscito a rifilargli in modo da metterlo in condizione di crescere e godersela, con e soprattutto senza la sua giovane e sempre più adolescente - in quanto a refrattarietà - bambina.
Interessanti anche l'apparizione del compianto Lew Hashby ed il ribaltamento del ruolo della bomba sexy Kali, donna di Samurai Apocalypse nonchè protagonista di un cambiamento che la porta da "vittima" del rapper/produttore/attore a vera e propria manipolatrice del cuore dello stesso.
Ma il bello di Californication, andando oltre la freschezza, i dialoghi, la capacità di ridere di se stessa e della vita godendosela sempre e comunque fino in fondo, per questo vecchio cowboy, è sempre dato dalla quantità di sentimenti che le vicende di Hank riescono a smuovere: potrei quasi pensare che questo caotico protagonista del piccolo schermo sia uno dei più "veri" punti di riferimento che un caotico di nessuno schermo come me possa avere.
Ebbene sì: io amo alla follia quel cazzone bastardo di Moody, perchè non riesco a non pensare di essere in qualche modo fatto della stessa pasta.
E ho amato alla follia anche questa quinta stagione perchè è stata la prima che ho seguito quasi "in stereo" con mio fratello - che ha recuperato le precedenti quattro nel giro di un paio di settimane associando come me le nostre scorribande alcooliche ad una personale californicazione fordiana -, quella legata ad una mia sempre più evidente hankizzazione - Julez, santa donna, lo sa bene -, e soprattutto ad un rapporto con me stesso che è e sarà sempre lo stesso che porta il protagonista di queste avventure letterarie, alcoliche e sessuali a combinare una cazzata dietro l'altra non tanto per mostrarsi più figo o selvaggio degli altri, quanto per proteggere in qualche modo quegli stessi altri dal se stesso che è il primo a temere.
E quanto cazzo lo capisco.


MrFord


"Cuddle up baby
keep it all out of sight
cuddle up baby
sleep with all out of sight
cuddle up baby
keep it all out of sight
undercover
undercover
undercover
keep it all out of sight
undercover of the night."
Rolling Stones - "Undercover of the night" -



domenica 15 luglio 2012

Californication - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  avevamo lasciato Hank Moody in balìa della polizia a seguito dell'arresto legato all'aggressione all'agente e fidanzato di Mia, la ragazza colpevole di avergli "rubato" il nuovo romanzo, nonchè della notte di sesso che coinvolse lui e la ragazza - ai tempi minorenne - ancora nel pieno della prima stagione.
Ora lo scrittore in perenne crisi sentimentale e creativa si ritrova a dover affrontare un processo per corruzione di minore che rischia di significare la galera, proprio mentre la sua carriera è rilanciata dalla verità sul libro che Mia ha firmato al suo posto, sul punto di diventare il film indipendente della stagione grazie alle star Eddie Nero e Sasha Bingham.
Nel frattempo, il suo fedele agente ed amico Charlie è intento a raggiungere il traguardo delle cento donne portate a letto, l'amore della sua vita Karen è ormai decisa a mollarlo, sua figlia Becca si da al rock e, all'orizzonte, compare la possibilità di una nuova storia con l'avvocatessa Abby.
Sempre che il vecchio Hank non finisca per rovinare tutto. Di nuovo.




Chi frequenta il saloon da un pò sa bene che quel vecchio bastardo di Hank Moody è, di fatto, uno dei personaggi figli del piccolo schermo che amo di più, un pò per affinità spirituali, un pò perchè la strada verso la sua perdizione pare il destino - con molti meno soldi e scopate occasionali, ovviamente - che si sarebbe profilato per il sottoscritto se Julez non mi avesse tolto da una strada fatta da un pò troppi incontri iniziati sotto la benedizione dell'alcool e finiti in clamorose fughe del giorno dopo, conditi da quella solitudine che si finisce per cucirsi addosso quando, in realtà, si vuole semplicemente chiudere ogni spazio all'esterno e vivere sempre e comunque alla giornata.
Moody, charachter che ha segnato una vera e propria seconda giovinezza per David Duchovny - che tutti, qualche anno fa, pensavano sarebbe rimasto imprigionato nei suoi X-Files figli dei più profondi anni novanta - acquista spessore neanche fosse un whisky invecchiato con il passare delle stagioni, e Californication, inizialmente piuttosto osteggiata dalla parte in rosa di casa Ford, ora è un piccolo cult che affrontiamo sempre più che volentieri, in attesa di scoprire quali saranno i nuovi sviluppi delle avventure del casinista Hank: in questa quarta annata il lato comedy che tanto bene aveva fatto alla terza tiene un profilo molto più basso, concedendosi soltanto qualche sparata di tanto in tanto - l'episodio del miliardario e della scimmia, ad esempio, clamorosamente grottesco ed incredibilmente spassoso - ed incarnandosi principalmente in Eddie Nero - un completamente imprevedibile Rob Lowe -, l'attore designato per interpretare Hank nel film tratto dal suo romanzo rubato dalla giovane Mia ed attribuito dopo numerose vicissitudini al suo autore, "Scopate e cazzotti".
L'attrazione principale, infatti, del consueto circo di sesso, alcool e sentimenti di questo nuovo giro nella "californicazione", è il vuoto creatosi progressivamente nel cuore di Hank, un uomo che aveva tutto - una carriera da scrittore affermato, l'amore della sua vita ed una figlia cui è legatissimo - finito per lasciare che il fiume in piena della sua istintività - vizi, pregi e soprattutto difetti compresi - lo travolgesse rendendolo un ribelle fuori tempo massimo ormai in bilico sulla linea sottile che separa la ricerca del riscatto dall'autodistruzione più completa: se, infatti, il suo inseparabile amico ed agente Charlie Runkle può accontentarsi - più o meno - del sogno di arrivare a cento donne portate a letto per dimenticare i tempi andati, Moody pare non riuscire a liberarsi dalle catene delle sue dipendenze e cercare di fare qualche passo indietro per trovare un suo posto nel mondo che non sia una camera d'albergo dalle notti movimentate o il bancone di un bar dove farsi scivolare in mano il bicchiere con il solito senza neppure doverlo più chiedere.
Da questo punto di vista, questa quarta stagione ha sicuramente rappresentato il momento del confronto con la maturazione del protagonista della serie, divenendo di fatto il primo, grande spartiacque della produzione Showtime a partire dal processo per corruzione di minore con Hank sul banco degli imputati, la rocambolesca cena per festeggiare l'inizio delle riprese del film ispirato dal già citato "Scopate e cazzotti" e la partenza di Becca e Karen per un lungo viaggio: con la quinta stagione ancora inedita in Italia - ma che non vedo l'ora di affrontare - e la sesta e la settima già confermate, chissà che lo scriteriato scrittore non trovi una sua dimensione - pur se completamente caotica - e una strada che lo porti da qualche parte lungo una costa che pare bagnata da un oceano di cocktails serviti da cameriere sempre pronte a saltarti nel letto, scimmie dedite a pratiche estreme ed attori schizzati, soltanto con la sua macchina da scrivere e la consapevolezza di aver trovato, comunque, uno spazio nel mondo.
Io, naturalmente, tifo per lui: da stronzo a stronzo - come scrissi anche in chiusura del post dedicato alla stagione precedente -, non posso non pensare che, nonostante quelli come lui - e un pò come me - siano destinati a cadere spesso e volentieri, la voglia di vivere sia sempre così grande da sollevarsi e ricominciare: un pò come quando, nel pieno dell'hangover, giuriamo a noi stessi che quella sarà davvero l'ultima volta, e appena ripresi stiamo già pensando a quale sarà il prossimo aperitivo spaccafegato da organizzare.
Senza dimenticare, in queste esplorazioni da "walking the line", la passione che guida ogni gesto, dagli errori e le cadute di stile ad una presenza che non è mai messa in discussione: perchè chi ama quelli come il vecchio Hank sa bene che in ritardo, sbronzi o vestiti nella maniera meno adeguata possibile, gli stronzi di quella risma non mancheranno mai di essere presenti, quando avremo bisogno di loro.
E gli Stones - che incarnano perfettamente lo stile Moody - ad intonare You can't always get what you want in chiusura dell'ultimo episodio sono tutto quello che serve perchè i vecchi ribelli abituati al caos e alla sconfitta cerchino una volta ancora il momento della rivincita: chissà che non sia quella buona.


MrFord


"You can't always get what you want
You can't always get what you want
You can't always get what you want
But if you try sometimes well you might find
You get what you need."
Rolling Stones - "You can't always get what you want" -


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