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venerdì 13 luglio 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): settimana piuttosto scarna, questa che va dritta al cuore del torrido luglio che chi ancora non ha goduto delle ferie si sta sciroppando tra lavoro ed afa da città.
Certo, il fatto che i titoli siano contati non significa che i vostri antagonisti preferiti della blogosfera non ci daranno dentro in modo da scaldare i motori in vista della prossima Blog War.
Dunque preparatevi all'ennesimo capitolo della faida che vede coinvolti il piccolo Cannibaldineve ed il perfido Re cattivo Ford.

"Cannibal Kid? Tagliategli la testa!"

Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders



Il consiglio di Cannibal: s’è aperta la stagione della caccia, la caccia al Ford
A Hollywood ormai la tendenza è quella di non fare una sola, bensì due pellicole sullo stesso personaggio o sulla stessa storia a botta. Lo vedremo anche la prossima settimana quando arriverà la prima di due pellicole dedicata ad Abraham Lincoln contro creature soprannaturali! Dev’esserci qualche spia negli studios cinematografici che appena sente della lavorazione di un progetto va a comunicarlo alla concorrenza.
Fatto sta che io tra le due Biancaneve confidavo più in quella favolistica di Tarsem, poi rivelatasi una discreta boiata, figuratevi quindi quale sia la mia fiducia in questa versione con Kristen Stewart…
Le favolette in salsa pseudo action come queste le lascio al twi-hard Ford che già era volato alla premiere di Londra del film per farsi autografare il DVD di Twilight da KStew e dall’immancabile RPattz che l’accompagnava.
Il consiglio di Ford: morto un Tarsem, non se ne fa un altro!
Continua la curiosa tendenza favolistica di quest'anno, dopo il successo della discreta Once upon a time -
-, e devo dire che il risultato è meno peggio del previsto: nonostante la sciapissima Stewart - idolo segreto del mio antagonista - si lascia guardare come ogni pellicola estiva, ricordando a tratti anche cose
decisamente buone come il Robin Hood di Ridley Scott. Senza esagerare, ovviamente.

"Cannibaldineve, stai dietro di me: quel bruto di Ford ti cerca per farti assaggiare la sua torta di mele!"
Lo spaventapassere di David Gordon Green



Il consiglio di Cannibal: lo spaventapassere, stiamo parlando di Ford, vero?
Già visto e recensito (http://pensiericannibali.blogspot.it/2012/04/la-babysitter-meno-sexy-del-mondo.html), questo Lo spaventapassere, titolo italiano agghiacciante di The Sitter, è una piacevolissima commedia con Jonah Hill che strizza l’occhio ai tutto in una notte anni ’80 come Tutto quella notte di Chris Columbus.
Una visione estiva assolutamente consigliata che lascia con un sorriso. Cosa che invece capita di rado quando si passa dal triste e serioso blog WhiteRussian, uahahah!
Il consiglio di Ford: il Cannibale non spaventa proprio nessuna, perchè passa il tempo chiuso nella sua cameretta.
Un film che, nonostante il discreto parere del mio antagonista, mi sento di consigliare un pò per il periodo fracassone e un pò per Jonah Hill, uno dei favoriti di casa Ford. Per non parlare dell'atmosfera eighties, che è un pò come il pane e salame. Insomma, piuttosto che sciropparvi qualche visione da festivalieri
radical chic come quelle che piacciono tanto al Cucciolo Eroico, molto meglio un pò di relax di questo genere.

"Cannibal Kid, è inutile che insisti! Qui i bambini come te non possono entrare!"
Freerunner di Lawrence Silverstein


Il consiglio di Cannibal: free me from Ford!
Già visto pure questo, ma ancora in attesa di una recensione vera e propria. Non che ci sia molto da dire su un film del genere. È chiaramente un B ma diciamo pure C o D-movie, una trashata guardabile e piuttosto godibile. Al contrario di finte tamarrate prodotte dalla Disney come John Carter o Real Steel, buone giusto per i bimbetti Ford.
Freerunner è insomma un action così palesemente scemo cui alla fine è impossibile voler del male, al contrario dei tamarri che si prendono troppo sul serio. A qualche mio blogger rivale stanno per caso fischiando le orecchie in questo momento?
Il consiglio di Ford: si ok free Mandela ma free anche mio cuggino Ford
Il problema dei radical chic come il mio rivale, è che non riescono davvero a comprendere la sottile non finezza delle tamarrate come John Carter o Real steel, o tornando indietro nel tempo, i cultissimi
targati Sly. Questo perchè preferiscono merdine inguardabili come questa per fare finta di fare quelli di larghe vedute nei loro happenings da brunch della domenica, ridendo mezzi sbronzi di sequele di immagini senza senso messe una dopo l'altra. Invece io ve lo dico alla maniera di Joe Bastianich, tanto per tornare
un pò su binari culinari: "Questo film fa schifo". Piuttosto, rispolverate un sonorissimo Over the top d'annata.

"Signore, ma lei chi è?" "Sono Ford, caro Cannibal, e sono tuo padre."

lunedì 12 marzo 2012

John Rambo

Regia: Sylvester Stallone
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 92'


La trama (con parole mie): John Rambo vive ormai da anni nel cuore della Thailandia, guadagnandosi il pane come barcaiolo e cacciatore di serpenti, dimenticato dal mondo dal quale si è allontanato come in una sorta di esilio. Quando un gruppo di volontari cattolici lo convince ad accompagnarli oltre il confine, nel cuore della Birmania dilaniata dalla guerra civile, l'ex soldato si troverà ad affrontare i fantasmi della sua vecchia esistenza: e proprio quando quelle visioni parranno chiamarlo ancora più forte, la notizia del rapimento degli stessi volontari lo porterà, al seguito di un gruppo di mercenari, di nuovo al centro dell'azione, pronto a prendere una decisione rispetto al suo futuro riflettendo tra un massacro e l'altro delle spietate milizie birmane.





Siamo dunque giunti all'ultimo capitolo della memorabile quanto trash saga di Rambo, dopo Rocky il personaggio di maggior successo portato sullo schermo dal mitico Sly, che per l'occasione - come fu per l'ottimo Rocky Balboa a chiudere il ciclo dedicato allo Stallone italiano - si prodiga da entrambi i lati della macchina da presa in una produzione che fu difficoltosa sia per gli inconvenienti tecnici - piogge e clima sfavorevole in Thailandia - che per l'organizzazione - una troupe gigantesca e multietnica -: il risultato è certamente meno efficace di quello dedicato alle gesta del pugile di Philadelphia, funzionale a livello tecnico - decisamente superiore, sia per regia che per fotografia e montaggio, al secondo e al terzo capitolo della sua avventura cinematografica - eppure privo dell'ironia che avrebbe caratterizzato il successivo supercult The Expendables, finendo per attestarsi a metà strada tra il trash di culto ed un tentativo più autoriale di tornare alle origini del personaggio.
Le responsabilità della mancata riuscita dell'operazione sono da imputare principalmente ad una sceneggiatura elementare quanto quelle dei due film precedenti priva però del mordente necessario a sopperire ai suoi limiti soprattutto nella prima parte, decisamente televisiva in quanto a qualità soprattutto per quanto riguarda, per l'appunto, lo script: con il rapimento dei volontari, però, la pellicola cambia marcia, liberando una violenza spropositata - in questo senso, molto coraggioso Stallone a mostrare senza troppe cerimonie anche le esecuzioni dei bambini o dei malati -, i fantasmi del protagonista - ho molto apprezzato la sequenza onirica, simile a quella che risvegliò Rocky durante la rissa al termine del quinto capitolo della sua storia - ed un crescendo che porta in dono allo spettatore un vero e proprio massacro operato dal Nostro ai danni delle milizie birmane da far sembrare tutte le precedenti battaglie di Rambo una partita di volano tra signore di mezza età impegnate nella merenda ed il the pomeridiani.
Anche questa volta il reduce del Vietnam confeziona la sua frase di culto pronta ad essere ricordata in eterno dai suoi fan - "Vivere per niente, o morire per qualcosa", mitico -, e c'è spazio, nel finale, anche per un momento clamorosamente in equilibrio tra il trash più clamoroso ed il commovente, quando il vecchio John, definitivamente - chissà? - messi da parte i suoi demoni, fa ritorno negli States vestito quasi come all'inizio del primo film, giungendo di fronte al ranch dove nacque, nella speranza di ritrovare suo padre, unico legame rimasto con il Paese per il quale ha sempre combattuto.
Prima, però, che la commozione tocchi il cuore di ogni fan di Sly che si rispetti, c'è spazio per un momento di ilarità pura, legato ad un avvenimento di quelli più unici che rari nel mondo del Cinema: l'incontro mai più ripetuto del parrucchino di Nicholas Cage - eccezionalmente in prestito al buon Sylvester - ed il labbro di Stallone.
Una sequenza dunque in grado di fare Storia anche senza contare la malinconica camminata verso casa che vede lasciare il grande schermo uno degli eroi più importanti del Cinema action di tutti i tempi, capace di regalare sogni e fior di nemici sbaragliati come se niente fosse ad almeno due generazioni di spettatori - anche lui, come Rocky, a testa alta -.
Dimenticato dall'elite della settima arte, dai radical chic, da Dio e da chissà chi altro, Rambo resta un vero e proprio mito per tutti quelli che l'hanno saputo apprezzare per quello che era senza mai davvero dimenticarlo, rendendo di fatto possibile la sua esistenza da sempre negata - prima come riflessione sociale, dunque come ironico tormentone - che lo portò a combattere per la prima volta, trent'anni fa e più, di ritorno da una guerra che l'avrebbe cambiato per sempre.


MrFord



"It's been so long since I've been gone
another day here might be too long for me
I've travelled around and I've had my fill
of broken dreams and dirty deals
a concrete jungle surrounding me
many nights I've slept out in the streets
I paid my dues and I changed my style
seen hard times ... over now."
Lynyrd Skynyrd - "Comin' home" -


domenica 11 marzo 2012

Rambo III

Regia: Peter MacDonald
Origine: Usa
Anno: 1988
Durata: 102'


La trama (con parole mie): Rambo, ormai lontano dal mondo occidentale, passa il tempo nei dintorni di Bangkok ospitato da una comunità di monaci per i quali svolge lavori manuali tenendosi come attività extra il combattimento clandestino.
Rintracciato dal Colonnello Trautman, suo vecchio istruttore e comandante in Vietnam, verrà invitato a partecipare ad una missione in Afghanistan volta a liberare il paese dalle truppe sovietiche: da principio John rifiuterà, ma quando lo stesso Trautman cadrà in mano ai russi, il Nostro sarà immediatamente pronto a partire per scatenare un altro dei suoi memorabili conflitti.
A farne le spese, ovviamente, saranno tutti i suoi avversari.




Ormai è ufficiale: ho completamente, pienamente, inesorabilmente rivalutato Rambo e la sua saga come trash di culto assoluto.
Nonostante la tamarraggine che ormai mi contraddistingue, ammetto infatti che all'appello fordiano mancavano ancora le ultime due pellicole dedicate al reduce più famoso della settima arte - o almeno della settima meno artistica -: riscoprire questa terza è stato un vero e proprio tripudio in salsa eighties condita da guerra fredda, russi malvagi fatti fuori a dozzine, scenari politici d'altri tempi, inquadrature e scelte "artistiche" completamente al servizio dell'ego stalloniano nonchè una certa ironia di fondo e riflessioni che allora sarebbero state inutili ed ora divengono addirittura profetiche.
Passata, infatti, una prima parte che è un vero e proprio inno del trash dalla bruttezza inenarrabile e proprio per questo immediatamente giunta al livello dei maggiori cult del genere - le prime inquadrature di Sly che si prepara al combattimento clandestino con il montaggio alternato rispetto all'arrivo di Trautman sono da antologia della serie b cinematografica, andatevi a rivedere la sequenza -, si parte con una vera e propria epopea che all'epoca poteva considerarsi il classico action d'avventura con incasso certo al botteghino e schiere di fan in delirio che ora diviene uno specchio distorto di quello che, soprattutto nel nuovo millennio, è stata la Storia: vedere, infatti, Rambo ascoltare e prendere parte alla lotta per la libertà dei mujaheddin contro i russi invasori è praticamente un paradosso, considerate le vicende che hanno visto gli States passare dall'essere fornitori d'armi dei ribelli locali nel corso della Guerra Fredda ad avviare le campagne che hanno segnato una lotta senza quartiere contro gli stessi prima e soprattutto dopo l'undici settembre.
A volte è davvero curioso quanto un film di bassa lega e prospettive come questo possa, pur se involontariamente, diventare una cartina tornasole per un ben preciso periodo storico, arrivando all'essere addirittura oltre il tempo - come nella spiegazione della conformazione del territorio oltre il confine pakistano, tutto grotte da sfruttare per i combattimenti, o nell'elogio del popolo afghano dipinto come un manipolo di uomini e donne incapaci di arrendersi e pronti a lottare fino alla morte contro qualsiasi invasore - e stimolare pensieri che, di sicuro, sono ben lontani dalla filosofia tutta esplosioni e buoni contro cattivi di Rambo.
Un Rambo come al solito in grande spolvero, che dopo aver sperimentato la spalla femminile nel secondo capitolo passa a quella del bambino - cui verrà infine regalato proprio il portafortuna che fu della sua bella - neanche fosse Indiana Jones, che da solo si introduce in un forte russo impenetrabile per liberare il suo vecchio comandante ovviamente riuscendo nell'impresa spedendo all'altro mondo un numero indefinito di soldati sovietici, in grado di superare perfino il momento mitico dell'autosuturazione cauterizzando una ferita - dopo aver estratto con le dita il corpo estraneo dal fianco - con la polvere da sparo. Una vera bomba.
Il tutto senza contare un paio di momenti addirittura ironici del personaggio, che ormai pare avere definitivamente lasciato alle spalle il charachter "serio" del primo capitolo per diventare un eroe action in tutto e per tutto, regalando al pubblico anche una battuta finale degna delle chiusure dei film precedenti, nonchè richiamo al suo progressivo "ammorbidimento" legato alla vecchiaia, curioso soprattutto se constatato dopo l'ennesimo massacro compiuto da questa macchina da guerra su gambe.
Un film d'altri tempi nella migliore tradizione possibile del suo genere, divertente, fracassone e scandalosamente brutto, tanto brutto da essere irresistibile.
"Rambo is a pussy!", dichiarava Sly in Tango&Cash.
Sarà pure così, ma io vorrei sempre averlo dalla mia parte della barricata.


MrFord


"Fate will take control of your heart and your soul
it'll never let you go
don't you know the feelings are real that you show?
I'll never let you go."
Bill Medley - "It is our destiny"- 


sabato 10 marzo 2012

Rambo II: la vendetta

Regia: George P. Cosmatos
Origine: Usa
Anno: 1985
Durata: 96'



La trama (con parole mie): Rambo sta scontando la sua pena a seguito degli sfracelli provocati nella lotta contro le forze dell'ordine che lo perseguitarono nel primo capitolo della saga quando Trautman, suo vecchio comandante ed istruttore, gli propone un lavoro per il governo da svolgere nel Nord del Vietnam in cambio della libertà. La missione consiste nell'infiltrarsi in una zona che lui conosce a menadito per provare l'esistenza di prigionieri di guerra americani ancora in mano alle forze locali, fotografarli e rientrare alla base: guidato da un'affascinante guida del luogo, Rambo ovviamente non si limiterà ad immortalare i suoi vecchi compagni d'armi per la copertina di "Esercito illustrated", ma farà partire una personale missione di salvataggio in modo da poter salvare più prigionieri possibili.
Questo provocherà l'ira del coordinatore americano Murdock, dei russi coinvolti, ma soprattutto di Rambo.




La prima cosa che mi sono chiesto, rivedendo dopo anni e anni il secondo capitolo delle avventure di Rambo, è come sia possibile che, al giorno d'oggi, non esistano più personaggi di questo stampo.
So già che il mio detestabile antagonista Cannibale gongolerà dicendo che è solo che un bene e che sono il solito vecchio dinosauro ancorato al passato, eppure trovo davvero triste che al giorno d'oggi lo spettatore ancora in erba non abbia la possibilità di confrontarsi con le versioni del nuovo millennio dello stesso Rambo, o Indiana Jones, o Rocky Balboa, con tutta la loro carica tendenzialmente naif che permetteva a chi era ragazzino ai tempi di sognare ad occhi aperti e vedere proiettate sullo schermo avventure che, ai tempi, finivano per essere replicate al parco, con gli amici o in solitaria, sfruttando i giocattoli per trasformare un pomeriggio in una potenzialmente infinita serie di evoluzioni delle trame.
Personalmente, ricordo di aver visto Rambo II in sala, nel pieno delle scuole elementari, e di essere uscito completamente divertito dallo scontro tra il buono rigorosamente in solitaria ed un nugolo di malvagi senza nomi che finivano abbattuti come mosche senza averne una percezione distorta in stile anni zero con bombardamenti di Call of duty tradotti - nei casi limite, ovviamente - dai drammi in stile Elephant.
Non che prima non esistessero problemi di squilibri o disadattamento, eppure pare che la patina di innocenza - anche in lavori "da combattimento" come per l'appunto questa saga - si sia persa clamorosamente per strada lasciando tutti - giovani o vecchi nostalgici come il sottoscritto - in balìa di sottoprodotti di valore nullo come Transformers o dello sparatutto di turno dagli incassi anche superiori a quelli di un blockbuster al Cinema.
Terminata questa filippica che ha rischiato di ammorbare anche me, cerco di tornare  sulla retta via parlando di quello che è stato un ritorno all'action anni ottanta clamorosamente fracassone, divertente e liberatorio, che onestamente non mi aspettavo da una pellicola che era finita - colpevolmente - nel dimenticatoio di casa Ford: Rambo II, infatti, è una vera goduria per gli occhi perfetta per una qualsiasi serata tamarra al punto giusto, nonchè un compendio di scene indimenticabili ridicolmente involontarie che ogni vero fan del genere dovrebbe religiosamente imparare a memoria.
Costruito su una sceneggiatura che definire risibile è praticamente un complimento e dominato da un'interpretazione titanica del labbro di Stallone, il ritorno di John Rambo sul grande schermo è il tipico filmaccio di serie b di epoca reaganiana, in cui l'eroe americano cazzuto e solitario si diletta a fare pulizia di schiere di nemici comunisti e cattivissimi - dai vietnamiti agli immancabili russi - e non contento trova anche il tempo di prendere a calci in culo anche qualche compatriota non proprio pulito: in questo senso, il personaggio di Murdock offre spunti indimenticabili che portano ad una delle mie sequenze preferite in assoluto nell'ambito del trash, con Rambo nelle mani dei russi che, comunicando con il suddetto Murdock, dichiara "Non sei tu che vieni a prendermi, sono io che vengo a prendere te", dando il via all'evasione e alla sarabanda di culi fatti a strisce per sua stessa mano. Roba da brividi.
Come se non bastasse, a rendere preziosissimo questo secondo episodio troviamo il contributo di Martin Kove, l'indimenticabile John Cleese di Karate Kid, e l'introduzione di un personaggio femminile nell'universo tutto sudore e sangue di Rambo, protagonista dell'imbarazzante momento pseudo romantico che da inizio alla vendetta del protagonista innescando la sua furia e definendo quello che sarà il suo look tipico nell'immaginario collettivo, con la benda rossa attorno alla fronte e la collanina con il Buddha smeraldo al collo.
Tra un'uccisione e l'altra - sono rimasto stupito dal fatto di ricordare ancora l'intera sequenza alla perfezione - ed il celeberrimo scontro tra elicotteri arriviamo al finale, quando la vera bomba della pellicola viene sganciata grazie al monito infarcito di retorica che il Nostro snocciola a Trautman poco prima del famoso botta e risposta "Rambo, come vivrai ora?", "Giorno per giorno" che chiude in bellezza una delle pellicole più incredibili di un decennio troppo spesso sottovalutato ed ormai oggetto di culto assoluto in casa Ford.
Non sarà roba per tutti, ma se da tempo non vi capita di incrociare il cammino del buon John, concedetegli una revisione: sarà qualcosa più di un amarcord, addirittura un'epifania.
Del trash tamarro della peggior specie, ma pur sempre un'epifania.
E in questi tempi di profonda crisi, non si può certo buttare via.


MrFord


"Peace in our life
remember the call
oh, a cheer for my brothers
think of them all
home of the brave
we'll never fall
the strength of our nation
belongs to us all."
Frank Stallone - "Peace in our life" -

venerdì 9 marzo 2012

Rambo - First blood

Regia: Ted Kotcheff
Origine: Usa
Anno: 1982
Durata: 93'



La trama (con parole mie): John Rambo è un reduce del Vietnam tornato a casa segnato dalle sofferenze e dalle esperienze della guerra, in cerca dell'ultimo suo commilitone rimasto in vita. 
Venuto a sapere della morte di quest'ultimo per malattia, l'uomo comincia a vagare senza meta per finire in una cittadina di provincia ed essere preso di mira da uno sceriffo poco ospitale rispetto ai vagabondi.
Inizia così una vera e propria guerra tra Rambo e le forze dell'ordine locali, che degenera fino a coinvolgere la Polizia di Stato e l'esercito, causando l'arrivo in loco dell'uomo che ha addestrato John facendolo diventare una macchina da guerra su gambe: il Colonnello Trautman.




Tra i grandi cult della mia infanzia e prima adolescenza, Rambo era forse l'unico che ancora mancava all'appello, qui al saloon: il ritardo nella sua apparizione - dovuto principalmente al confronto da sempre perso con il suo antagonista stalloniano diretto Rocky - cominciava a diventare davvero enorme, e complice una revisione che mancava da anni in casa Ford ho deciso di riesumare questo personaggio indimenticabile interpretato dal vecchio Sly e dal suo labbro.
Superato lo shock iniziale legato alla presa di coscienza che si tratti ormai di un film di trent'anni fa - e mi pare davvero incredibile anche solo immaginare che questo sia possibile -, occorre da subito sottolineare quella che resta l'associazione più importante tra Rambo e l'appena citato Balboa, protagonista a parte: il primo capitolo di quella che diverrà una saga, infatti, risulta essere un film ben lontano dalla tamarrata, motivato da riflessioni sociali legate ad un periodo ben preciso - il post Vietnam che diede vita a Capolavori come Il cacciatore, che per quanto distante anni luce da questo lavoro di Ted Kotcheff mantiene basi molto simili - nonchè decisamente interessante.
Il disagio sociale del reduce accolto come un colpevole dal Paese per il quale ha combattuto è un tema caro a molto del Cinema made in Usa prodotto a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, e benchè qui rappresentato in una versione certo molto terra terra - o pane e salame, come si usa dire da queste parti - risulta evidente la ricerca degli sceneggiatori - più che del regista - di mostrare un antieroe malinconico e solitario, un loser da Frontiera che si è visto portare via tutto e trova nel concetto di lotta - e di guerra - l'unica via per dimostrare di essere ancora vivo, o più che altro, per sopravvivere ad un'esistenza che ha tolto e continuato a togliere, più che regalare qualcosa.
Nonostante questo background "serio", Rambo resta comunque ed inesorabilmente una sorta di antologia di scene cult neppure fosse il più tamarro degli action movies - aspetto che verrà amplificato con i capitoli successivi -: dal montaggio che rievoca le torture subite in Vietnam nel corso dell'arresto all'autosuturazione - qualche anno fa uno dei tizi più tosti che abbia mai incontrato, Peter, mi disse che anche lui si dilettava in quel campo, all'occorrenza: l'aveva imparato nel corso del periodo che trascorse nella Legione Straniera, ma ci vorrebbe un post intero dedicato a lui per rendere bene l'idea -, dall'arrivo di Trautman - "Io non sono venuto per salvare Rambo da voi, ma per salvare voi da lui", impacabile - all'indimenticabile monologo finale in cui Sly ed il suo leggendario labbro regalano al pubblico una delle loro prove più convincenti, tutto in questo film è pervaso dall'atmosfera dei grandi cult, e ad oggi credo rappresenti uno degli ultimi esempi di Cinema action ancora in bilico tra la coscienza sociale degli anni settanta ed il fracassonismo reaganiano eredità degli eighties.
Per quanto, dunque, il buon John non riuscirà mai a trovare nel cuore dei fan lo stesso spazio dello Stallone italiano e in quello dei critici l'importanza che meriterebbe come personaggio simbolo di un'epoca, è e resterà un riferimento per generazioni di spettatori che hanno parteggiato - e parteggiano - per lui - a ben vedere una scheggia impazzita, un protagonista totalmente antisociale - nella sua lotta contro l'oppressione di una legge amministrata da un branco di rednecks con fare da bulli neanche fossimo tornati ai tempi degli indiani d'america in rivolta contro i soprusi delle giacche blu: in questo senso, il film di Kotcheff diviene una pietra miliare in grado di trascendere dal genere, chiedendo a gran voce un posto nell'Olimpo dei cult per eccellenza.
Non sarà il primo, questo è sicuro, ma di certo neanche l'ultimo.
Perchè Rambo lotta, combatte, se necessario uccide.
Ma, in fondo, cerca solo il posto che merita.


MrFord


"It's a long road
when you're on your own
and it hurts when
they tear your dreams apart
and every new town
just seems to bring you down
trying to find peace of mind
can break your heart
it's a real war."
Dan Hill - "It's a long road" -

mercoledì 30 novembre 2011

Real steel

Regia: Shawn Levy
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 127'



La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro, e la boxe umana è stata completamente sostituita da quella robotica, in cui combattenti comandati da programmatori si giocano il titolo assoluto battendosi fino a finire in pezzi. 
Charlie Kenton è un ex pugile da sempre in cerca della grande occasione che, nel corso della vita, ha lasciato alle sue spalle più macerie che altro, dal cuore di Bailey, figlia del suo defunto allenatore, a quello del figlio undicenne Max, che morta la madre si ritrova a dover passare con Charley un'intera estate prima di essere affidato alla zia.
Il rapporto tra i due è problematico, e non lo aiuta il pessimo karma di Kenton senior, che inanella una serie di affari sbagliati, debiti e sconfitte dei suoi robot da record: eppure, quando in una discarica il giovane Max recupera il vecchio Atom - un prodotto della generazione precedente a quella del campione in carica Zeus - la fortuna ed il destino paiono cominciare a girare a favore dell'improvvisata famiglia.
Sarà l'occasione per entrambi di crescere e provare l'ebbrezza di una rivincita "del popolo".



Parliamoci chiaro fin da subito: Real steel è un film totalmente, inesorabilmente americano - nell'accezione peggiore del termine -, ruffianissimo, telefonato come pochi - i riferimenti a Rocky e Over the top sono così evidenti che sono stato convinto fino all'ultimo che dal buon Atom facesse capolino il vecchio Sly, troppo a digiuno di pugilato per resistere alla tentazione di salire di nuovo sul quadrato -, a tratti retorico ed elementare nell'esecuzione, nella messa in scena e nello sviluppo della storia.
Senza se e senza ma.
Eppure mi è piaciuto da pazzi.
Posso dire anzi che, in qualche modo, e con tutti i suoi palesi limiti, il lavoro di Shawn Levy è stato tutto quello che mi sarei aspettato da Warrior, rispettando quanto più poteva le analogie con il Balboa de noartri che hanno fatto la parte del leone nella campagna pubblicitaria della pellicola: certo, il mio parere è assolutamente personale, di parte e di pancia, eppure l'intera operazione mi ha ricordato lo spirito che ha guidato Abrams nella realizzazione dell'ottimo Super 8, ovvero una sorta di omaggio a quello che erano i film "di formazione" nel decennio d'oro che furono in questo senso gli eighties.
Seguendo le vicende di Charlie e Max Kenton - per quanto "facile" risulti lo script, a tratti quasi disneyano - ho avuto per tutto il tempo davanti agli occhi l'immagine di me seduto in sala a casa dei miei, con il panino al prosciutto, la Coca Cola, le patatine, mio fratello sul tappeto a squartare qualche giocattolo e la mia immaginazione che correva tra l'immedesimazione con i protagonisti più giovani ed il desiderio, una volta cresciuto, di diventare tosto e forte come i padri o i mentori di turno - e torniamo al discorso del già citato Over the top -: ai tempi, le vecchie vhs contribuivano ad alimentare la fantasia come fossero il libro di Bastian ne La storia infinita, e lo spirito che mi ha attraversato nel corso di questa visione è stato esattamente, clamorosamente lo stesso.
Riconosco che, a mente fredda o guardandolo con altri occhi, questo non risulterà nient'altro che l'ennesima baracconata - pur realizzata con artigianale accuratezza - a stelle e strisce, ma nonostante abbia provato in tutti i modi a ridimensionare le imprese di Atom e dei suoi due manager non sono proprio riuscito a frenare il mio entusiasmo: dalla danza improvvisata di Max agli occhi blu di un robot tra i più umani passati sul grande schermo fino alla "modalità ombra" con Charlie a mostrare all'automa ogni movimento da eseguire, ogni colpo da portare a segno, tutto in questo film mi è parso un'emozione pura come quelle che solo da bambini si possono prevare, "giovani e innocenti", come si potrebbero definire in ambienti più altezzosi del mio saloon.
L'undicenne protagonista si fa carico della tradizione che fu di Sly e Ralph Macchio portando sui due ring - quello sportivo e della vita - tutto il bagaglio di cui i losers si fanno carico nel corso della loro quotidiana lotta per guadagnarsi un centimetro alla volta quello che ad altri piove addosso, ed il suo Atom rappresenta al meglio la categoria: come il Rocky del primo film della saga dello Stallone Italiano il piccolo robot figlio della discarica, grande incassatore perchè progettato per l'allenamento dei modelli da combattimento, diviene progressivamente l'incarnazione dei sogni di Max e del riscatto di Charlie, giunto ad un punto della sua vita in cui tutto pare essere alle spalle, eppure nulla - o quasi, Max docet - pare rimasto a testimoniare il suo passaggio in questo mondo.
E nell'escalation che porta l'insolito sfidante ed il suo curioso team padre/figlio a fronteggiare l'imbattuto Zeus, macchina da guerra in grado di annichilire ogni avversario al primo round torna prepotentemente tutta quell'innocenza guascona e bonaria tipica del Made in Usa, che sarà retorica, scontata e tutto quello che volete, ma azzecca un incontro e una chiusura divertenti, coinvolgenti e tutte clamorosamente dalla parte - seppur con criterio - di questo nuovo "campione del popolo", un Atom che ricongiunge un potenziale Randy the Ram ad un figlio che non sarà più solo, e negli occhi di quel "piccolo" robot - un pò come fu per il bellissimo Il gigante di ferro di Brad Bird - troverà la stessa emozione e gli stessi sogni che, ormai parecchi anni fa, provavo anche io, quando immaginavo di essere protagonista della mia vita, e passavo dallo sperare di essere il miglior figlio possibile al sognare di diventare il più tosto padre possibile.
E ora che mi trovo quasi nel mezzo, me ne frego di quanto pacchiano possa sembrare Real steel, e mi godo un brivido che arriva da entrambe le parti.
Senza contare Atom, che è un piccolo robot outsider e incassatore pronto rialzarsi ad ogni colpo subito, e chissà, un giorno arrivare a mettere l'indiscusso campione con il culo per terra.
La posizione in cui lui ha passato gran parte della sua vita.


MrFord


"There's this love that is burning
deep in my soul
constantly yearning to get out of control
wanting to fly higher and higher
I can't abide
standing outside the fire
standing outside the fire
standing outside the fire
life is not tried, it is merely survived
if you're standing outside the fire."
Garth Brooks - "Standing outside the fire" -


giovedì 28 luglio 2011

The principal - Una classe violenta

La trama (con parole mie): Rick Latimer, insegnante dall'alcool facile e dal temperamento focoso, viene licenziato dalla scuola d'alto bordo in cui lavora dopo aver assalito in un locale il nuovo fidanzato dell'ex moglie, e trasferito in qualità di preside a Brandel, liceo dei bassifondi dominato da futuri boss del crimine come Victor Duncan, che controlla lo scenario scolastico grazie a droga, minacce, violenza e chi più ne ha, più ne metta.
Dopo un inizio difficile, il buon vecchio Rick, aiutato da Jake Phillips - capo della vigilanza interna - e da alcuni degli studenti più volenterosi, si dedicherà a mettere in pratica il suo piano per rendere Brandel una scuola come si deve.
Un piano semplice che si può riassumere in due parole: "Ora basta".

Esistono alcuni film che credo di aver visto un numero di volte tendente all'infinito, e che, ugualmente, riescono a non stancarmi mai, sostituendo alla sorpresa e alla tensione della prima visione il piacere totalmente irrazionale dell'appassionato di sapere ogni battuta a memoria, e rivivere ogni scena quasi si fosse preso parte ai ciak originali: The principal è uno di questi film.
Mito assoluto delle mie visioni d'infanzia, cult tra i favoriti dell'allora casa Ford, fulcro di scambi di citazioni tra me e mio fratello, ancora oggi scuote ricordi e sensazioni mai davvero sepolte, e quando - come nel caso della sera in questione - Julez riesce a spolverarmelo a caso facendo zapping, diviene da subito l'oggetto dell'attenzione cinematografica della serata, dimentico, come al solito in questi casi, di ogni riferimento alla tecnica o alla perfezione stilistica, quanto più inno alla becera tamarraggine degli anni ottanta nonchè ai film dell'epoca, ritmati dagli indimenticabili "momenti videoclip".
La moto di Rick Latimer, le sue battute a mezza voce - ottimo Belushi, in una delle sue parti più azzeccate dopo quella di Danko -, la sfida ad un sistema sovvertito dagli studenti, le scene cult inanellate una dietro l'altra, tanto improponibili quanto esaltanti ad ogni visione sono ancora oggi una calamita irresistibile: la scena nel locale in apertura, l'arrivo a Brandel con il tentativo di espulsione di Zack il bianco ed Emil - il dialogo con "il signor Fottiti e il signor Bianco di merda" è da antologia -, la moto lanciata sulle scale per fermare lo stupro di Miss Orozco, la lotta finale nelle docce degli spogliatoi, per non parlare di quel "le vuoi le patatine?" gridato a Duncan in una scena replicata ed imitata almeno un paio di milioni di volte nei contesti più disparati sono nel mio cuore al pari delle migliori sequenze di Grosso guaio a Chinatown.
L'atmosfera del film modello Sly, dunque, trasportata in un contesto urbano e forse troppo sociale per il nostro mito dal labbro da una vita propria, rielaborata attraverso un protagonista taciturno, disordinato, scombinato, infantile eppure responsabile, dalla battuta prontissima, capace di non tirarsi mai indietro eppure perfettamente umano nelle sue paure, coraggioso ma, come spesso gli capita di ripetere all'amico Jake, "molto stupido".
Inutile dire quanto piacere e quanto bene faccia, ogni tanto, al sottoscritto, respirare a pieni polmoni grazie ad una sana visione di questo tipo, capace di azionare la macchina del tempo, riportarmi all'età dell'innocenza e, al contempo, mostrare quanto l'intrattenimento di allora resti un modello ad oggi insuperato in quanto a provvidenziali spegnimenti di cervello nei giorni più intensi, o in quelli in cui, al contrario, non si vuole proprio pensare a nulla.
Quasi a voler dire a tutta voce: "Ora basta".
Rick Latimer aveva proprio ragione.


MrFord


"Well we got no choice
all the girls and boys
makin' all that noise
'cause they found new toys."
Alice Cooper - "School's out" -

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