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lunedì 31 agosto 2015

Ant-Man


Regia: Peyton Reed
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 117'





La trama (con parole mie): Scott Lang, informatico dal grande talento ma dall'inclinazione criminale, appena uscito dal carcere dopo tre anni di detenzione e con una figlia da riconquistare, con alcuni complici mette a segno un furto nella villa del dottor Hank Pym, che sul finire degli anni ottanta riuscì a sintetizzare speciali particelle in grado di mutare dimensioni e forma di chi vi è esposto, elaborando in parallelo un sistema per dialogare con gli insetti, in special modo le formiche.
Frodato dalle Stark Industries e messo alle strette dal suo ex allievo Darren Cross, il vecchio studioso si affida dunque alla figlia Hope ed al riluttante Scott per mettere a punto un piano che prevede il recupero dei suoi progetti originali prima che siano divulgati e sfruttati come armi da chi non ha a cuore la salvaguardia del mondo: il nuovo Ant-Man, però, affronterà la vicenda con un approccio decisamente diverso da quello del suo mentore.










Sono stato per anni - quasi venti, a dirla tutta - un assiduo lettore di fumetti, appassionato di tutta la produzione americana, europea, italiana, giapponese e chi più ne ha, più ne metta: proprio con la Marvel ed i suoi eroi colorati e dotati di superproblemi ebbe inizio, nel lontano novantuno, il mio percorso da fan delle nuvole parlanti, e per quanto assolutamente dedita al commercio ed alle vendite, sono rimasto legato alla grande M anche dopo aver abbandonato gli acquisti regolari.
Ai tempi, però, ricordo che il grosso degli eroi di respiro più ampio - come gli stessi Avengers - facevano fatica ad entrarmi nel cuore rispetto ai più "sfigati" Spider Man, Devil o X-Men, così come, tra i suddetti Vendicatori, consideravo assolutamente minori charachters come Ant-Man, che raggiungeva per il rotto della cuffia, ai miei occhi, lo status effettivo del supereroe.
Alla luce di questo, e dell'abbandono di Edgar Wright - autore della mitica Trilogia del Cornetto - in cabina di regia, mi aspettavo davvero poco o nulla dal lavoro di Peyton Reed, approcciato come fosse la più disastrata delle proposte da spiaggia in questa fine estate. 
Fortunatamente, ero in torto.
Ant-Man, infatti - per merito anche del lavoro dello stesso Wright sulla sceneggiatura e di effetti speciali assolutamente all'altezza -, non solo ha finito per superare l'esame con simpatia e cialtronaggine, ma di fatto è riuscito perfino a ricordare al sottoscritto il primo e decisamente valido Iron Man, creando un abile mix tra l'approccio fracassone dei Vendicatori - ottimo il crossover con la lotta tra Ant-Man e Falcon, preludio di quello che saranno i prossimi lavori legati al Marvel Cinematic Universe - e quello scanzonato eppure drammatico di Spider Man.
Come se non bastasse, le vicende di Scott Lang e della premiata ditta Hank Pym e figlia - un'affascinante Evangeline Lilly versione Valentina di Crepax -, per quanto decisamente lontane dalla reale storia del personaggio sulla pagina, richiamano e non poco le atmosfere dei gloriosi eighties e portano in scena senza prendersi troppo sul serio un eroe per caso in grado di tenere benissimo il palcoscenico alternando simpatia, faccia di culo e sentimenti - gestito alla grande il legame con la figlia - regalando al pubblico momenti in grado di intrattenere al meglio perfino i nerd che si sarebbero probabilmente aspettati un maggiore rispetto di quelle che sono state le vicende originali del charachter: in questo senso, perfino Michael Douglas nel ruolo del Pym mentore funziona alla grande, nonostante si discosti molto da quello che è il suo corrispettivo degli albi a fumetti, decisamente più controverso e meno paterno.
Perfino i comprimari come Michael Pena e soci, sfruttati come spalle comiche di Rudd/Lang prima e del gruppo Ant-Man poi, funzionano, così come il Calabrone nel ruolo di nemesi ed i richiami a tutto quello che, probabilmente, ha ai tempi affascinato Edgar Wright e Peyton Reed come Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, più volte citato nelle prime recensioni di questo lavoro: nel complesso, dunque, assistiamo ad un viaggio divertito e divertente che non pretende di assurgere ai livelli dei Batman di Nolan ma che conferma l'altissima qualità media delle produzioni Marvel del mondo Avengers, conducendo gli spettatori un altro passo verso quella che sarà la tanto attesa "fase tre" del progetto degli Studios legati al mondo del Fumetto.
Nel frattempo, e nell'attesa, le formiche hanno detto, eccome, la loro.




MrFord




"Walk down the street
I'm thinking:
look at all the ants in a farm
I've got a sad-hearted feeling
to harm."
Eels - "Ant farm" - 







mercoledì 7 gennaio 2015

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2014
Durata: 144'





La trama (con parole mie): alle pendici di Erebor si prepara uno scontro di proporzioni epiche. Smaug, il drago liberato dai nani guidati da Thorin Scudodiquercia, è finalmente libero e pronto ad assaltare gli uomini che diedero asilo proprio alla compagnia alla quale si è aggregato Bilbo Baggins, mentre gli orchi preparano un'offensiva da due fronti attratti dai tesori della montagna.
Gli elfi, dal canto loro, paiono pronti a tutto per avere una parte del bottino, mentre nell'ombra Sauron, l'Oscuro Signore, prepara il suo ritorno trovandosi opposto alle forze congiunte di Saruman, Gandalf e Galadriel.
La battaglia ai piedi della montagna sacra dei nani si concluderà con un massacro o Thorin rinsavirà in tempo dalla sua sete di ricchezze per salvare il proprio mondo, e forse la Terra di mezzo?
E quale sarà, in tutto questo, il ruolo di Bilbo?







Erano i primi anni novanta e facevo le medie quando conobbi Peter Jackson ed il suo Cinema oltre ogni misura grazie a quella chicca che è ancora oggi Splatters - Gli schizzacervelli.
Venne poi il tempo di Creature del cielo - forse, ad oggi, il suo film effettivamente più completo - dei primi ingaggi americani e de Il signore degli anelli, che in un primo momento osteggiai e dunque finii per considerare l'equivalente moderno di Star Wars: e quell'ex paffuto regista neozelandese divenne, di fatto, una stella.
L'operazione legata ad una seconda trilogia ispirata a Lo hobbit, fin dal principio giudicata come una sorta di maxi marchetta, invece, finì per istillare il dubbio - ancor prima che nel sottoscritto - nei fan più hardcore del buon Peter, contraddetti da un primo capitolo assolutamente all'altezza ed un secondo meno efficace ma comunque valido se non altro grazie al contributo fondamentale del charachter di Smaug, reso magistralmente.
Con La battaglia delle cinque armate Jackson era dunque chiamato a dimostrare che questo suo secondo e certo non fortunato esperimento - la regia era stata destinata, di fatto, a Guillermo Del Toro, che abbandonò il progetto in corso d'opera - non fosse una semplice operazione commerciale, ma un'opera magica e coinvolgente quanto quella che l'ha preceduta: da questo punto di vista, e purtroppo, il risultato è stato senza dubbio fallimentare, figlio di una prima parte troppo raffazzonata e confusionaria, con Smaug relegato ad una decina di minuti di soli effetti speciali ed una coesione non pervenuta, quasi come se la vicenda di Thorin e della compagnia, quella degli umani, di Galadriel e soci intenti a contenere Sauron, degli orchi e degli elfi fossero entità distinte, ed il loro rispondere all'appello del regista fosse solo un mero compitino da portare a casa per conquistare una pagnotta decisamente ricca e saporita.
Con l'evoluzione della vicenda e della battaglia le cose finiscono per migliorare, dando vita ad una parte finale intensa e coinvolgente come avrebbe dovuto essere l'intero film, senza pensare a dover forzare necessariamente un legame con la precedente trilogia - inutile, in questo senso, ad esempio, il riferimento ad Aragorn - e valorizzando sia i personaggi legati all'opera letteraria - Thorin su tutti -, sia quelli inventati a favore del pubblico - l'elfa Tauriel -: la parte dei leoni spetta, paradossalmente, agli orchi di Manu Bennet e soci e ad un Legolas in piena forma action anni ottanta, così come ad un finale in bilico tra malinconia e ricordo dell'ineguagliabile precedente trilogia.
Ma non basta una mezzora di fuoco a ribaltare le sorti di quello che è senza dubbio il capitolo meno soddisfacente dell'intero affresco tolkeniano di Jackson, un'opera che resta valida ed ottima per l'intrattenimento ma che, di fatto, continuerà a rappresentare il rimpianto di qualcosa rimasto di traverso al pubblico come ai suoi autori, un'entità scomoda, più che un veicolo pronto a trasportare audience e non solo in direzione della magia che solo il Cinema può regalare.
Un plauso va, invece, alla chiusura decisamente decisa e tagliata con l'accetta, pronta a creare un legame con il principio de La compagnia dell'anello, lontana dai "duecento finali" che resero noto il pur riuscitissimo Il ritorno del re: onestamente, superata una prima parte in grado di mettere a dura prova dopo una giornata di lavoro, ammetto di essermi comunque molto divertito, e di aver goduto quantomeno delle parti migliori di quello che resta un giocattolone ed uno sfizio - forse inutile, va ammesso - per gli amanti di Tolkien e del fantasy, ma anche della settima arte nella sua accezione più legata all'intrattenimento ed all'utilizzo delle nuove tecnologie.
L'importante è che l'avidità, come insegna Thorin, non entri in gioco.
Perchè in quel caso, si continuerà a perdere tutti, inesorabilmente.



MrFord



"I'll give you all I got to give if you say you'll love me too
I may not have a lot to give but what I got I'll give to you
I don't care too much for money, money can't buy me love."
The Beatles - "Can't buy me love" -



lunedì 10 novembre 2014

Lost - Stagione 1

Produzione: ABC
Origine: USA
Anno:
2004
Episodi: 25





La trama (con parole mie): il volo Oceanic 815, diretto da Sidney a Los Angeles, perde la rotta nel pieno del Pacifico e precipita su una misteriosa isola in una posizione imprecisata. I sopravvissuti si ritrovano a dover lottare non soltanto con la loro nuova condizione di esuli, ma anche con minacce apparentemente inspiegabili che paiono in qualche modo avere avuto un ruolo nel loro stesso passato, come se il presente di "naufraghi" fosse il culmine di un Destino già definito.
Così il medico Jack Shepard, i criminali Kate Austen e James "Sawyer" Ford, il milionario infelice Hugo "Hurley" Reyes, il musicista Charley Pace, la coppia in crisi dei Kwon, la giovane in dolce attesa Claire Littleton, l'ex soldato Sayid Jarrah ed il paraplegico ritornato miracolosamente a camminare John Locke divengono i protagonisti di un'avventura che cambierà per sempre le loro esistenze. E non solo.








Ricordo benissimo il periodo in cui approcciai per la prima volta Lost.
Era il maggio del duemilasei, in Italia era già diventata un fenomeno la prima stagione e negli States si avviava alla conclusione la seconda, ancora non mi allenavo, avevo un solo tatuaggio e vedevo la storia che mi aveva accompagnato stare per essere sgretolata da un desiderio di libertà totale ed incondizionata che fino a quel momento avevo vissuto segretamente, come una seconda vita.
Fu un mio collega - l'equivalente di Jack della quotidianità lavorativa - a passarmi i dvd, affermando che mi sarebbe piaciuta: ricordo che rimasi colpito dalla grande tecnica e dal taglio cinematografico del pilota, dai misteri di un'isola che, ancora non lo sapevo, avrebbe in qualche modo segnato la mia esistenza, ma che seguii per le prime puntate con un certo distacco.
Fu Confidence man, il primo episodio dedicato a Sawyer, a cambiare le carte in tavola: vedere quello che sarebbe diventato non solo il mio alter ego per i lostiani che mi frequentavano allora - "Sei proprio stronzo come Sawyer", mi fu detto da una fanciulla all'epoca - ma uno dei personaggi che più avrei amato nella Storia del piccolo e grande schermo fare carte false e subire addirittura una tortura soltanto per il gusto di essere il primo a rubare un bacio alla "bella e maledetta" Kate, prendendosi perfino colpe non sue, fu una vera svolta.
Da quel momento, Lost divenne una droga, una Fede - come direbbe l'indimenticabile John Locke -, qualcosa che, come il Destino pronto a legare i suoi protagonisti, definì alcuni degli anni migliori, più intensi e divertenti della mia vita, cui ancora oggi guardo con una certa malinconia e struggimento: decidere di rivedere l'intera serie una stagione all'anno come se fosse uscita una seconda volta era una vera e propria scommessa, ma per celebrare i dieci anni dalla prima messa in onda negli States qui in casa Ford non abbiamo saputo resistere, memori delle schermaglie che fecero non solo Sawyer del sottoscritto, ma Ana Lucia di Julez.
E la seconda visione è stata magica ed intensa almeno quanto la prima: osservare l'intera storia dei sopravvissuti dell'Oceanic 815 dopo aver assistito al termine delle loro avventure - tanto controverso tra i fan e rispetto alla critica - non solo ha portato alla luce una progettualità incredibile degli sceneggiatori - perfino nei piccoli particolari insignificanti l'impressione è che fosse tutto chiaro fin dal pilota, per Abrams e soci - ma ha finito per ridare lustro a sentimenti mai davvero sopiti per il cast of charachters più incredibile, azzeccato e clamorosamente perfetto mai pensato per un serial televisivo.
Del resto, come fu Twin Peaks un decennio prima e come sarà Breaking bad quasi un decennio dopo, Lost rappresenta senza ombra di dubbio un prodotto inarrivabile, rivoluzionario, magico anche nei suoi momenti peggiori: momenti che, di fatto, non riguardano la prima stagione, una delle più riuscite non solo di questa serie, ma del panorama della televisione in toto, dal già citato pilota alle puntate dedicate ai singoli personaggi, dal ritrovamento della famigerata botola alla morte di Boone, dalla partenza della zattera - forse il momento più commovente, che ha stretto il cuore dei Ford anche a distanza di tanto tempo - fino al climax del season finale, che probabilmente se avessi visto in contemporanea con la prima messa in onda avrebbe causato uno scompenso nel sottoscritto in attesa della visione della season two - ricordo che, invece, ebbi giusto il tempo della parentesi meravigliosa del viaggio a Barcellona in solitaria prima di tornare sull'isola, all'epoca -.
Non troppo tempo fa, parlando di questa nuova avventura con uno dei compagni di viaggio dell'epoca che si è dichiarato incapace di affrontare una volta ancora le vicissitudini dei superstiti dell'incidente aereo più importante della tv, ha finito per rimanermi impressa una sua frase: "Lost è una religione".
Ed è vero.
Con tutte le sue luci e le sue ombre, Lost ha, come nessun'altra serie, cambiato il mio modo di guardare al piccolo schermo, assotigliando la distanza che lo separava dal grande, legandosi a doppio filo non solo alla mia vita di spettatore, ma all'esistenza reale, di tutti i giorni.
Dal "sorriso all'arancia" di Locke ai soprannomi inventati da Sawyer, dagli orsi polari alla Black Rock, dal confronto tra Fede e Scienza dello stesso Locke e Jack, dal "walking the line" di Charlie al rigore di Sayid, dai rapporti pronti ad evolversi di Sun e Jin e Michael e Walt, c'è tutta la magia della vita e el Destino, del karma e dei significati che persone apparentemente estranee e lontane da noi possono assumere in particolari momenti della nostra vita, diventandone di fatto i protagonisti.
Questa è stata la magia di Lost.
Lo è ancora, e lo sarà per sempre.
Tutti sono protagonisti.
Tutti siamo protagonisti.
Perchè il Destino non fa sconti, e ha ben chiari i suoi numeri.
E noi possiamo solo giocarli al nostro meglio, sperando di non aver preso in mano il biglietto sbagliato.



MrFord



"Just a castaway
an island lost at sea
another lonely day
with no one here but me
more loneliness
than any man could bear
rescue me before I fall into despair."
The Police - "Message in a bottle" - 



 

sabato 12 luglio 2014

Freddy VS Jason

Regia: Ronnie Yu
Origine: USA
Anno: 2003
Durata: 97'



La trama (con parole mie): costretto all'Inferno e dimenticato dagli abitanti di Springwood a seguito di una pesantissima campagna di condizionamento che prevede l'isolamento degli adolescenti ancora legati a lui, Freddy Krueger si ritrova senza poteri e lontano dai bagni di sangue cui era abituato. L'unica possibilità di riacquistare l'antico splendore pare essere Jason Voohries, essere immortale e letale almeno quanto lui che viene da Freddy manipolato ed inviato lungo Elm Street in modo da risvegliare il timore di un suo ritorno. Peccato che Jason, commessi i primi delitti, si lasci prendere la mano, e che il redivivo Freddy si trovi a dover fare i conti anche con l'omone dalla maschera da hockey oltre che con gli ultimi teenagers sui quali ha messo gli occhi.






La maratona dedicata alla serie di Nightmare ed al suo indimenticabile protagonista Freddy Krueger giunge al termine con il più recente, di maggior successo - parliamo di incassi che sfiorano quelli dell'indimenticabile primo film - e momentaneamente ultimo capitolo del brand - escludendo il pessimo reboot di qualche anno fa -, crossover che regala al pubblico patito di horror uno degli incontri più incredibili e desiderati fin dagli esordi dei due charachters: quello tra Freddy, per l'appunto, e Jason Voohries, star della serie Venerdì 13 - che a questo punto potrei prendere in considerazione per una nuova maratona di genere - e punto di riferimento dello slasher degli anni ottanta, noto anche ai non avvezzi principalmente per la maschera da hockey indossata da questo immortale ragazzone specializzato in giovani educatori da campeggio.
Ricordavo ben poco della visione di questo film firmato da Ronnie Yu - lo stesso de La sposa di Chucky, per restare in tema -, passato sugli schermi dell'allora Saloon nel periodo appena successivo all'uscita in sala, e devo ammettere di essermi parecchio divertito nel riscoprirlo: rispetto agli ultimi capitoli del brand, infatti, non solo vengono omaggiate due figure cardine del Cinema d'orrore di tutti i tempi ed una struttura tipica dello slasher anni ottanta con tanto di quadretto liceale e mondo degli adulti ostile - addirittura trova spazio come comparsa per una manciata di secondi anche un'allora sconosciuta Evangeline Lilly nel periodo antecedente a Lost -, ma il tono generale resta divertito e divertente, gli effetti interessanti e, per quanto l'evoluzione della storia resti prevedibile e legata ad uno script di bassa qualità, le schermaglie crescenti tra Freddy e Jason rendono la visione decisamente piacevole, regalando un intrattenimento con la giusta dose di volgarità, sangue e violenza decisamente superiore alla maggior parte dei film che hanno fatto parte della saga, esclusi i due firmati dal creatore Wes Craven.
Certo, sono ben lontani i tempi in cui Krueger incuteva timore, ed il personaggio è ormai divenuto una sorta di versione visivamente più impressionante di Chucky - spassoso il suo continuo intercalare "bitch" -, eppure l'incontro/scontro con Jason funziona alla grande, i due si completano come una coppia inossidabile - uno sempre intento a parlare, l'altro muto come un pesce, uno legato al fuoco e l'altro all'acqua, uno sadico e predatorio, l'altro una sorta di macchina da guerra mossa dal rancore - e riescono a tirare fuori il meglio anche dai protagonisti umani presi nel mezzo del loro confronto - perfetto il climax che vede Kelly Rowland fare allusioni sessuali sulle "lamette" di Freddy confrontate al machete di Jason -: in questi termini, l'attesissimo faccia a faccia che di fatto dona un significato all'ora abbondante precedente di pellicola è una vera manna per tutti i fan di genere, che si saranno divertiti - o si divertiranno - a scegliere di quale dei due mostri prendere le parti - personalmente, nonostante abbia sempre adorato la favella di Krueger, la Natura dello stesso di assassino di bambini mi fa pendere dalla parte del corpulento Jason, che all'origine dei suoi eccidi conserva pur sempre un torto subito - e gustarsi uno scontro all'ultimo sangue che regala ben più di una sorpresa e conduce ad un epilogo che potrebbe sfociare, prima o poi, in un secondo round, e che lascia aperta ben più di una porta ad operazioni di questo genere, grazie alle quali leggende dell'horror potrebbero interagire regalando ai fan soddisfazioni anche più grandi rispetto a quelle dei loro massacri "convenzionali".


MrFord


"I'm friends with the monster
that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me
stop holding your breath
and you think I'm crazy
yeah, you think I'm crazy (crazy)."
Eminem feat. Rihanna - "The monster" - 



mercoledì 30 novembre 2011

Real steel

Regia: Shawn Levy
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 127'



La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro, e la boxe umana è stata completamente sostituita da quella robotica, in cui combattenti comandati da programmatori si giocano il titolo assoluto battendosi fino a finire in pezzi. 
Charlie Kenton è un ex pugile da sempre in cerca della grande occasione che, nel corso della vita, ha lasciato alle sue spalle più macerie che altro, dal cuore di Bailey, figlia del suo defunto allenatore, a quello del figlio undicenne Max, che morta la madre si ritrova a dover passare con Charley un'intera estate prima di essere affidato alla zia.
Il rapporto tra i due è problematico, e non lo aiuta il pessimo karma di Kenton senior, che inanella una serie di affari sbagliati, debiti e sconfitte dei suoi robot da record: eppure, quando in una discarica il giovane Max recupera il vecchio Atom - un prodotto della generazione precedente a quella del campione in carica Zeus - la fortuna ed il destino paiono cominciare a girare a favore dell'improvvisata famiglia.
Sarà l'occasione per entrambi di crescere e provare l'ebbrezza di una rivincita "del popolo".



Parliamoci chiaro fin da subito: Real steel è un film totalmente, inesorabilmente americano - nell'accezione peggiore del termine -, ruffianissimo, telefonato come pochi - i riferimenti a Rocky e Over the top sono così evidenti che sono stato convinto fino all'ultimo che dal buon Atom facesse capolino il vecchio Sly, troppo a digiuno di pugilato per resistere alla tentazione di salire di nuovo sul quadrato -, a tratti retorico ed elementare nell'esecuzione, nella messa in scena e nello sviluppo della storia.
Senza se e senza ma.
Eppure mi è piaciuto da pazzi.
Posso dire anzi che, in qualche modo, e con tutti i suoi palesi limiti, il lavoro di Shawn Levy è stato tutto quello che mi sarei aspettato da Warrior, rispettando quanto più poteva le analogie con il Balboa de noartri che hanno fatto la parte del leone nella campagna pubblicitaria della pellicola: certo, il mio parere è assolutamente personale, di parte e di pancia, eppure l'intera operazione mi ha ricordato lo spirito che ha guidato Abrams nella realizzazione dell'ottimo Super 8, ovvero una sorta di omaggio a quello che erano i film "di formazione" nel decennio d'oro che furono in questo senso gli eighties.
Seguendo le vicende di Charlie e Max Kenton - per quanto "facile" risulti lo script, a tratti quasi disneyano - ho avuto per tutto il tempo davanti agli occhi l'immagine di me seduto in sala a casa dei miei, con il panino al prosciutto, la Coca Cola, le patatine, mio fratello sul tappeto a squartare qualche giocattolo e la mia immaginazione che correva tra l'immedesimazione con i protagonisti più giovani ed il desiderio, una volta cresciuto, di diventare tosto e forte come i padri o i mentori di turno - e torniamo al discorso del già citato Over the top -: ai tempi, le vecchie vhs contribuivano ad alimentare la fantasia come fossero il libro di Bastian ne La storia infinita, e lo spirito che mi ha attraversato nel corso di questa visione è stato esattamente, clamorosamente lo stesso.
Riconosco che, a mente fredda o guardandolo con altri occhi, questo non risulterà nient'altro che l'ennesima baracconata - pur realizzata con artigianale accuratezza - a stelle e strisce, ma nonostante abbia provato in tutti i modi a ridimensionare le imprese di Atom e dei suoi due manager non sono proprio riuscito a frenare il mio entusiasmo: dalla danza improvvisata di Max agli occhi blu di un robot tra i più umani passati sul grande schermo fino alla "modalità ombra" con Charlie a mostrare all'automa ogni movimento da eseguire, ogni colpo da portare a segno, tutto in questo film mi è parso un'emozione pura come quelle che solo da bambini si possono prevare, "giovani e innocenti", come si potrebbero definire in ambienti più altezzosi del mio saloon.
L'undicenne protagonista si fa carico della tradizione che fu di Sly e Ralph Macchio portando sui due ring - quello sportivo e della vita - tutto il bagaglio di cui i losers si fanno carico nel corso della loro quotidiana lotta per guadagnarsi un centimetro alla volta quello che ad altri piove addosso, ed il suo Atom rappresenta al meglio la categoria: come il Rocky del primo film della saga dello Stallone Italiano il piccolo robot figlio della discarica, grande incassatore perchè progettato per l'allenamento dei modelli da combattimento, diviene progressivamente l'incarnazione dei sogni di Max e del riscatto di Charlie, giunto ad un punto della sua vita in cui tutto pare essere alle spalle, eppure nulla - o quasi, Max docet - pare rimasto a testimoniare il suo passaggio in questo mondo.
E nell'escalation che porta l'insolito sfidante ed il suo curioso team padre/figlio a fronteggiare l'imbattuto Zeus, macchina da guerra in grado di annichilire ogni avversario al primo round torna prepotentemente tutta quell'innocenza guascona e bonaria tipica del Made in Usa, che sarà retorica, scontata e tutto quello che volete, ma azzecca un incontro e una chiusura divertenti, coinvolgenti e tutte clamorosamente dalla parte - seppur con criterio - di questo nuovo "campione del popolo", un Atom che ricongiunge un potenziale Randy the Ram ad un figlio che non sarà più solo, e negli occhi di quel "piccolo" robot - un pò come fu per il bellissimo Il gigante di ferro di Brad Bird - troverà la stessa emozione e gli stessi sogni che, ormai parecchi anni fa, provavo anche io, quando immaginavo di essere protagonista della mia vita, e passavo dallo sperare di essere il miglior figlio possibile al sognare di diventare il più tosto padre possibile.
E ora che mi trovo quasi nel mezzo, me ne frego di quanto pacchiano possa sembrare Real steel, e mi godo un brivido che arriva da entrambe le parti.
Senza contare Atom, che è un piccolo robot outsider e incassatore pronto rialzarsi ad ogni colpo subito, e chissà, un giorno arrivare a mettere l'indiscusso campione con il culo per terra.
La posizione in cui lui ha passato gran parte della sua vita.


MrFord


"There's this love that is burning
deep in my soul
constantly yearning to get out of control
wanting to fly higher and higher
I can't abide
standing outside the fire
standing outside the fire
standing outside the fire
life is not tried, it is merely survived
if you're standing outside the fire."
Garth Brooks - "Standing outside the fire" -


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