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lunedì 21 novembre 2016

Trolls (Walt Dohrn&Mike Mitchell, USA, 2016, 92')




Credo che per ogni appassionato dei film Pixar o più in generale del Cinema d'animazione "alto", il fenomeno del "trailer che esaurisce tutto quello che potrebbe esserci di interessante in un film" sia piuttosto noto, specie quando si approccia una pellicola targata Dreamworks: la casa di produzione di origine spielberghiana, infatti, malgrado alcune idee ottimamente coltivate - i due Dragon Trainer, la saga di Shrek, quella di Kung Fu Panda - ha anche prodotto una serie piuttosto cospicua di titoli che, passando dal minuto scarso del trailer - per l'appunto - ai novanta circa di visione finiscono per tramutarsi da prodotti apparentemente spassosi ed interessanti a schifezze atomiche che fanno rimpiangere il tempo perduto.
A nutrire le fila di questa categoria già tendente all'obesità è Trolls, colorata, pacioccosa e buonista ultima opera Dreamworks incentrata sul rapporto tra i simpatici, ottimisti e canterini Troll - che poi, non erano creature spaventose piuttosto che una sorta di versione fluo dei nani da giardino!? - e gli spietati Bergen, perennemente arrabbiati e depressi con la speranza di provare la felicità soltanto nel momento in cui divorano un Troll neanche fosse un acido: quello che, dal trailer, nonostante le apparenze poco rassicuranti per il sottoscritto prometteva di essere un titolo fresco, musicale e quantomeno divertente si è trasformato in una visione noiosa, grondante banalità da favoletta, adattato in italiano in modo imbarazzante - ma perchè tradurre necessariamente i pezzi originali se non si pensa di portare a casa un risutato come quello di Nightmare before Christmas? - e come se non bastasse infarcita di hit del passato - e fin qui niente di male - messe insieme come a realizzare la soundtrack più inflazionata della Storia del Cinema recente.
Una robetta con i fiocchi ed i controfiocchi, insomma, che alimenta la repulsione del sottoscritto per i trolls dai capelli luminescenti che andavano forte se non ricordo male negli anni novanta e per i film d'animazione come questo che alimentano l'astio dei radical per le proposte buoniste o buone indipendentemente dalle stesse e l'ignoranza dei distributori che assegnano alle sale qualsiasi - e sottolineo qualsiasi - pellicola animata alla sola fascia pomeridiana: complimenti di conseguenza alla Dreamworks per l'ennesima trovata vuota e senza senso buona giusto per la vendita di merchandise - che probabilmente andrà fortissimo - e per il portafoglio di Justin Timberlake, che oltre a prestare la voce al protagonista maschile Branch piazza anche la sua recente hit Can't stop the feeling come pezzo di traino della campagna pubblicitaria e dello stesso film.
Unica consolazione, almeno per ora, è data dal fatto che pare che gli incassi non abbiano dato così tanta ragione - almeno al botteghino - al lavoro di Walt Dohrn e Mike Mitchell, segno che forse, una fuffa dopo l'altra, il film d'animazione che funziona solo con il trailer comincia a mostrare il fianco perfino al pubblico occasionale.
Non ci resta, a questo punto, che confidare nel futuro.




MrFord




 

lunedì 17 febbraio 2014

A proposito di Davis

Regia: Joel ed Ethan Coen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 104'





La trama (con parole mie): Llewyn Davis è un giovane cantante folk senza dissa dimora che si muove quasi perduto nell'inverno del Greenwich Village newyorkese dei primi anni sessanta, intento a costruirsi una carriera da solista a seguito della tragica scomparsa del suo vecchio partner di palcoscenico. Passando di casa in casa e di divano in divano, Davis sogna una grande occasione per salire sul treno giusto barcamenandosi come può tra un gatto smarrito ed i sensi di colpa per le reazioni provocate nelle persone che, almeno in apparenza, potrebbero essere quelle a lui più vicine.
Quando, per colpa o per destino, finisce per non avere più una speranza che lo spinga, Llewyn decide di tornare al lavoro nella marina mercantile, impiego già sperimentato sulla propria pelle ai tempi in cui cercò di seguire le orme di suo padre: ma anche in questo caso le cose non andranno come previsto, e Davis si ritroverà in men che non si dica all'ennesimo punto di (ri)partenza.








Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
Forse perchè, come il buon Llewyn, protagonista di quello che è, di fatto, il meno coeniano tra i film dei Coen, ben so che finirò sempre per essere quello nel vicolo del locale, piuttosto che la futura superstar giunta quasi in sordina a calcare il palco per chiudere una serata che i presenti potrebbero ricordare come mitica, e non soltanto memorabile.
Poco importa, poi, che sia per via di una donna, di botte prese o date, di una sbronza o di un gatto smarrito la cui Odissea pare inseguire la sua stessa coda.
Perchè Llewyn Davis è uno di quegli stronzi - in senso buono e non - dei quali mi sento orgogliosamente parte e che difficilmente si troveranno, per colpa o destino, a vivere la grande occasione che hanno sognato, accarezzato, sfiorato, tenuto ben lontana per alimentare la loro fama di maledetti o duri e puri oppure sentito sfuggire tra le mani come il Tempo che, inesorabilmente, scorre e chiede un tributo al portafogli come al cuore.
Llewyn Davis è uno che, seppur a suo modo - e per non essere di parte dichiaro di essermi trovato, spesso, a non condividerlo -, tiene i cavalli e si dibatte.
Un Ulisse del folk che affronta ciclopi - John Goodman, di nuovo nel ruolo di un Polifemo come fu per Fratello dove sei? -, sirene - Carey Mulligan, che continuo a non comprendere come possa ammaliare qualcuno, con quella sua espressione da perenne morta in piedi ed insoddisfatta, resa ancora meno sopportabile da un personaggio di rara ipocrisia -, bufere e sfide agli dei - il padre, il rappresentante del sindacato della marina mercantile, il marito della cantante che finisce per insultare - conscio del suo destino di viaggiatore eterno, uno da "au revoir" più che da "so long".
Uno che passa, ma che pare proprio non avere intenzione di andarsene - un pò come le canzoni folk -.
Proprio come la pellicola che ne racconta una settimana di sopravvivenza, pronta a mordersi la suddetta coda e con sorniona agilità felina a rapire pigramente, quasi con svogliatezza, lo spettatore mettendolo di fronte ad una delle più amare verità dell'arte e della vita: i cambiamenti epocali, la ribalta destinata a rivoluzionare la vita non soltanto di chi la sperimenta sulla pelle, ma il mondo, sono riservati ad un esiguo numero di avventurieri e navigatori selezionati, possessori non si sa come e non si sa perchè, per merito o per un fato "benedetto", proprio come Davis nella sua inesorabile sconfitta, del biglietto vincente.
Per un Bob Dylan che entra sullo sfondo, neppure fosse un protagonista, in un club fumoso del Greenwich Village e si prepara a cambiare le regole della Musica, chissà quanti Llewyn - senza contare il suo più sfortunato ex partner di scena - sono dovuti passare a preparare il terreno, prima di uscire, come già scritto, per tenere i cavalli.
Restano pochi rifugi, per tutti questi viaggiatori stanchi.
Un divano, un felino tra le braccia, un rapporto di coppia che possa salvare dal silenzio che resterà quando saranno finiti gli applausi.
E una chitarra.
Mi ha fatto proprio venire voglia di suonare, la visione di A proposito di Davis.
E anche di continuare a viaggiare.
Perchè sarò pure uno stronzo, ma non mollo di certo.
Come ogni Ulisse che si rispetti.
Per tornare a casa. Anche quando casa è dove e con chi scelgo di stare in quel momento.



MrFord



"Oh ev'ry girl that ever I've touched
I did not do it harmfully
and ev'ry girl that even I've hurt
I did not do it knowin'ly
but to remain as friends we need the time
and make demands and stay behind
and since my feet are now fast
and point away from the past
I'll bid farewell and be down the line."
Bob Dylan - "Farewell" - 



martedì 4 dicembre 2012

Di nuovo in gioco

Regia: Robert Lorenz
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 111'




La trama (con parole mie): Gus è uno scout di baseball sotto contratto con gli Atlanta Braves, un uomo la cui passione per lo sport giocato sul diamante ha divorato vita, tempo e rapporto con la figlia Mickey, chiamata così in memoria del campione Mickey Mantle.
L'evoluzione della tecnologia e del baseball stesso, però, trascinano il vecchio leone - ormai quasi cieco - sull'orlo del baratro della pensione, con il contratto in scadenza ed un giocatore che tutte le squadre vorrebbero da visionare in vista del draft imminente: Pete Klein, direttore degli scout dei Braves ed amico di lunga data di Gus, chiede a Mickey di stare vicina al padre in quei giorni decisivi, sperando che l'esperimento possa portare al successo sia la loro famiglia che la squadra.
Riusciranno padre e figlia a coesistere e venire in qualche modo a capo del complesso rapporto che li ha destabilizzati per tutta la vita? E come entrerà a far parte dell'equazione l'ex giocatore ed ora a sua volta scout Johnny, inesorabilmente attratto dalla figlia dell'uomo che fu il suo scopritore?




Io davvero non posso, non posso non voler bene a Clint Eastwood.
Anche quando non si parla di lui dietro la macchina da presa - dove da il meglio, senza dubbio -, quando a ottantadue primavere suonate riesce ancora a sorprendermi arrivando a piangere in una scena, quando decide contro tutti i pronostici di tornare al mestiere dell'attore facendo un favore al collaboratore di lunga data Robert Lorenz, al suo esordio come regista dopo anni passati a fargli da ombra sul set.
Anche quando è protagonista di un film che più classico e telefonato non si potrebbe, e che nell'ambito del baseball perde nettamente il confronto con lo splendido Moneyball uscito ad inizio anno, ma che riesce ad entrarti dentro senza bisogno di altro che non sia semplicità, come un vecchio amico con il quale non abbiamo bisogno di parlare, ma solo sederci e bere qualcosa, senza alcuna spiegazione di sorta.
Di nuovo in gioco è una dichiarazione d'amore che passa attraverso regia, interpretazioni, script e pubblico come una palla lanciata nel momento clou di un match e finita dritta dritta nel guantore del ricevitore: strike decisivo e tutti a casa.
E' come un atto di fede, che non si preoccupa troppo del fatto che il vecchio Clint riproponga quasi completamente il suo indimenticabile Walt Kowalski di Gran Torino - e che riesce comunque a sfoderare nuove perle come quel "vattene prima che mi venga un infarto cercando di ammazzarti" all'indirizzo del tizio pronto a provarci con sua figlia dopo aver perso con lei a biliardo -, che le dinamiche dei problemi tra Gus e Mickey o la storia della stessa con il solare Johnny - un uomo diverso in tutto e per tutto da quello che era il suo genitore, ma mosso da una passione simile per il baseball e la vita - non siano approfondite come se dietro la macchina da presa ci fosse l'attore "dalle due espressioni", che anche quando le cose cominciano a mettersi davvero male saremo sempre sicuri di un lieto fine che possa rimettere tutto a posto: Di nuovo in gioco va preso così com'è, e goduto dal primo all'ultimo minuto come i film che passavano in tv quando eravamo bambini ed eravamo liberi di emozionarci e sentirci partecipi di qualcosa di più grande della quotidianità, anche se era quotidianità, di fatto, anche quella che ci veniva mostrata sullo schermo.
Uno di quei titoli che, se fosse stato girato vent'anni fa, avrei visto e rivisto in videocassetta fino a consumarne il nastro, immaginandomi Gus come un nonno solo apparentemente terribile, e poi di essere il Rigo che lancia quella palla curva pronta a creare tanti problemi al borioso avversario di Clint nella lotta per quella scelta sul draft, o Johnny, proiettato con irruenza e faccia di bronzo verso la conquista di Mickey, una donna cazzuta e tosta come quelle che mi sono sempre piaciute, e così via.
Ora, che sono cresciuto e posso solo pensare che, un giorno, potrò essere un vecchio dedito al peperoncino, all'alcool e alle parolacce come il protagonista della pellicola e mi sentirò libero di dire quello che penso e come lo penso sempre e comunque, Di nuovo in gioco mi arriva dritto dentro come un massaggio all'anima, di quelli che fanno sperare che, nonostante tutto, prima o poi ognuno dei "giusti" avrà la possibilità di dimostrare che quel "problema con la curva" - traduzione del titolo originale, a dire il vero e come al solito decisamente più sensato dell'adattamento italiano - è la conclusione che ci vorrebbe un pò più spesso nella vita.
Quella conclusione che permette agli stessi giusti di prendersi il loro tempo di pensare, e di stare loro, per una volta, con il coltello dalla parte del manico.
O più semplicemente, godersi la vita o andare a prendere il bus.


MrFord


"You are my sunshine, my only sunshine
you make me happy when skies are gray
you'll never know dear, how much I love you
please don't take my sunshine away."
Johnny Cash - "You are my sunshine" -


 

lunedì 27 febbraio 2012

In time

Regia: Andrew Niccol
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 109'



La trama (con parole mie):  siamo in un imprecisato futuro in cui le esistenze di tutti si fermano a venticinque anni, quando un timer che segnala il conto alla rovescia fino al momento della morte parte con un anno di bonus. Da quel momento, il tempo diviene la moneta di scambio per poter sopravvivere nei ghetti delle città controllate da un'elite ricchissima che arriva a portare sul groppone centinaia - a volte migliaia - di anni.
A fare da arbitri nella contesa bande di criminali a caccia di tempo ed un corpo di polizia con il compito di preservare lo status quo della società.
Quando Will Salas, giovane potenzialmente ribelle, incontra un ricco centenario che gli dona il suo tempo prima di morire, ha inizio una vera e propria rivoluzione destinata a sconvolgere il mondo.



Andrew Niccol è un regista in grado di stupire, in un senso o nell'altro.
Nel corso della sua carriera è riuscito - come un suo collega che spesso e volentieri finisco per accostargli, Richard Kelly - a lasciare a bocca aperta i suoi spettatori grazie a trovate potenzialmente geniali così come a scatenare le ire più funeste con altre decisamente pessime.
In time, in qualche modo, è una sintesi perfetta di questi due aspetti del suo lavoro.
Basato su un'idea di fondo decisamente interessante e chiara metafora del mondo in cui viviamo ora - una società in cui la moneta di scambio sia il tempo dominata da pochi potentissimi ricchi da far schifo che potranno vivere millenni sfruttando l'economia per portare alla morte i poveracci succhiando loro fino all'ultimo istante - e partito discretamente, il film finisce per avvitarsi su se stesso cedendo alla tentazione della sua componente più tamarra divenendo una sorta di versione "rapfuturistica" di Bonny e Clyde, finendo per perdere di vista quello che poteva essere lo spunto in grado di fare la differenza in uno script come questo.
Incrociando un gusto per il kitsch molto eighties - come sottolineato da Julez, che ha apprezzato questo lato dell'opera di Niccol -, effetti onestamente bruttini ed un incedere che mi ha riportato alla mente I guardiani del destino in una versione più action, posso dire che In time rappresenta certo una visione innocua e assolutamente inoffensiva, ma da una sceneggiatura almeno sulla carta molto ambiziosa ci si poteva aspettare certamente un impatto maggiore.
Un pò come per il cast, che scopre il suo punto debole proprio con i suoi protagonisti: per la prima volta Justin Timberlake - che ho sempre difeso come attore molto più che come performer - mi è parso fuori ruolo e decisamente monocorde, così come la sua partner Amanda Seyfried - che imparruccata ed impacchettata in versione bladerunneriana decisamente perde molto del suo fascino -.
A tenere in piedi la baracca in questo senso pensano Cillian Murphy - il suo personaggio, il poliziotto Leon, certo rappresenta il più riuscito dell'intero lavoro - e Vincent Kartheiser, che già si era fatto notare nel ruolo di Pete Campbell, uno dei volti più importanti del riuscitissimo Mad men.
Ma il fatto che i bad guys siano il motore del crescendo dell'azione non aiuta la pellicola, che ad alcune idee decisamente interessanti - la società costituita da giovani che non lo sono, i prestiti ed i tassi in continua ascesa,  le zone temporali, il tempo regalato - alterna momenti decisamente al limite del trash - la morte della madre di Will, la facilità con la quale lo stesso protagonista trova la strada spianata ad ogni impresa, anche la più improbabile -, e a poco servono l'appeal da bastardo naturale del succitato Kartheiser o l'aspetto da duro e lupo solitario di Murphy, che sfrutta al meglio il ruolo di effettivo guardiano del suo personaggio: l'inesorabile discesa nel già visto con la storia d'amore a correre in parallelo alla carriera di Robin Hood del tempo della coppia da copertina trasforma un potenziale piccolo cult in una visione assolutamente non memorabile, innocua produzione da multisala nel weekend dalla grana grossa giusta per accontentare qualsiasi tipo di pubblico e ad un tempo attraversata da quella vena di piccola autorialità che permetterà anche ad alcuni di considerare il lavoro di Niccol come un film assolutamente da vedere.
Ora, non sarà male come lo dipingo, e sicuramente è molto meglio investire due ore scarse per un intrattenimento di questo genere che perdersi dietro ad esperimenti autoriali spocchiosi e malriusciti, ma decisamente ci si sarebbe potuti aspettare di più da un regista che, nel pieno degli anni novanta, era considerato uno dei talenti emergenti pronti a raccogliere il testimone del Ridley Scott migliore.
Evidentemente il tempo, con Niccol, non è stato così clemente.


MrFord


"If you're lost you can look and you will find me
time after time
if you fall I will catch you I will be waiting
time after time."
Cyndi Lauper - "Time after time" -


 

lunedì 24 ottobre 2011

Amici di letto

Regia: Will Gluck
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 109'



La trama (con parole mie): Dylan è un blogger di successo di Los Angeles, legatissimo al padre ex giornalista malato di Alzheimer che ora vive con la sorella; Jamie una giovane cacciatrice di teste in cerca di un nuovo art director per la sede newyorkese di GQ. 
Entrambi, alla fine di una storia, sono stati giudicati dai rispettivi ex emotivamente instabili.
Così, quando Jamie convince Dylan ad accettare il lavoro ed una sistemazione a New York e i due diventano amici per la pelle, decidono di dedicarsi al sesso giurandosi di non cadere nella consueta trappola dei sentimenti per evitare conseguenze per entrambi: ma le buone intenzioni conteranno poco, e quando i due decideranno di darci un taglio per cercare altrove una storia seria finiranno per scoprire che forse la persona di cui hanno davvero bisogno è quella che hanno già accanto.



Considerato come è nato il rapporto tra me e Julez - grande complicità, racconti delle rispettive avventure, uscite a bere nel corso delle quali io finivo a dormire a casa sua completamente sbronzo e lei mi guidava, completamente sobria, confessioni e risate, sboccatissimi resoconti delle nottate passate con altre/i per poi finire quasi a non parlarsi più, e dopo ancora arrivare a sposarsi -, devo dire di essere in qualche modo estremamente vulnerabile alle commedie romantiche legate alla classica situazione dei due amici che, inevitabilmente, scoprono di provare sentimenti che vanno ben oltre l'uscita da pacche sulle spalle e sguardi rivolti altrove: personalmente, mi sento di affermare con una discreta sicurezza che è decisamente più utile iniziare una storia quando la vostra partner conosce già a menadito i vostri difetti, piuttosto che dover fingere per i primi appuntamenti in attesa speranzosa che la ragazza di turno si decida a darvela e scoprire soltanto in seguito manie o difetti che potrebbero rovinare una sorta di "aura mitica" sviluppata nel corso dell'attesa, e finire per scappare quasi senza salutare finendo per ritagliarsi il ruolo del vero stronzo - che ha definito una buona parte del mio passato, peraltro -.
Pur non raggiungendo certo i livelli di Zack&Miri, dunque, Amici di letto diverte ed intrattiene come si conviene, confermando la già buona impressione che il regista Will Gluck mi aveva fatto con l'ancor più convincente Easy A, una delle commedie meglio riuscite passate la scorsa primavera sugli schermi di casa Ford: lo stesso incipit - titoli di testa e montaggio alternato della sequenza del "doppio scaricamento" - di questa pellicola risulta a dir poco folgorante, e prova la freschezza di scrittura di un autore che, almeno in questo genere, potrebbe rivelarsi come uno dei volti più interessanti del panorama statunitense recente, e trova in Justin Timberlake - sono sempre più convinto di vederlo decisamente meglio in questa sua veste da attore, piuttosto che da cantante - e Mila Kunis due spalle perfette sulle quali appoggiare l'intero script - con l'ausilio forse troppo limitato ma ugualmente efficace di un sempre grande Woody Harrelson, che addirittura torna a calcare i campi di pallacanestro di strada a vent'anni di distanza da Chi non salta bianco è -, giocando sulla tipica sincerità tra amici che trova risvolti ovviamente sessuali e ovviamente molto divertenti quando gli stessi amici sono un uomo ed una donna - anche se, occorre ammetterlo, spesso e volentieri la Kunis appare più mascolina dell'apparentemente gay Timberlake -: spassosi, in questo senso, sono i continui riferimenti a Harry Potter e i doppi sensi per nulla velati sparati a raffica da Harrelson all'indirizzo del suo art director.
Non manca qualche piccolo scivolone o momento tirato per i capelli, e forse con una decina di minuti in meno il film avrebbe complessivamente guadagnato in efficacia, ma non lamentiamoci troppo: tra un flash mob ed una sana scopata, molte risate spontanee ed una certa predisposizione dei due protagonisti all'autoironia, questa pellicola dal terribile titolo italiano - molto più convincente l'originale Friends with benefits - appare perfetta per una serata di coppia, e finisce per essere in grado di soddisfare le aspettative delle Jamie sempre in cerca della commedia romantica perfetta e del principe azzurro - Pretty woman, quanti danni hai fatto! - e dei Dylan che, prima di arrivare a capire di essere innamorati, hanno bisogno di pensare di essere duri, fighi, tosti ed inattaccabili. 
Harry Potter permettendo.
Il tutto senza dimenticare che nonostante un panesalamismo diffuso e più che generoso, non c'è una scena volgare neppure a volerla cercare a forza, e le parolacce ed il sesso appaiono quanto di più genuino possa trovarsi in un rapporto di coppia: i benefici di partire dall'amicizia.
Che poi, a ben guardare, offre una tradizione decisamente favorevole: Harry e Sally ne sanno qualcosa.

MrFord

"Your lipstick stains on the front lobe of my left side brains
I knew I wouldn't forget you, and so I went and let you blow my mind
Your sweet moon beam, the smell of you in every single dream I dream
I knew when we collided, you're the one I have decided who's one of my kind."
Train - "Hey soul sister" -

 

martedì 20 settembre 2011

Bad teacher

Regia: Jake Kasdan
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 92'


La trama (con parole mie): Elizabeth è un'insegnante alla strenua ricerca di un buon partito da sposare per sistemarsi, godersi vizi e vestiti ed avere come principale preoccupazione il massimale della carta di credito del malcapitato consorte. 
Quando pare sia ad un passo da mettere nel sacco la sua vittima sacrificale, però, il suo fidanzamento viene rotto, e la donna è costretta a tornare tra i banchi di scuola: così, in piena lotta con la perfezionista collega Amy, dovrà battersi per avere il predominio sul corpo insegnanti e sul preside, guadagnare quello che le servirebbe per operarsi al seno, trovare l'uomo della sua vita e capire cosa davvero potrebbe essere importante per lei.
Il tutto, ovviamente, seguendo strade non sempre alla luce del sole.



La commedia made in Usa, sempre più influenzata dal successo di Kevin Smith e, soprattutto, Judd Apatow, negli ultimi anni pare aver virato con decisione verso la demenzialità al limite e puntato su protagonisti non sempre "di bucato" come se fossimo ancora negli anni cinquanta o nel più smielato dei film Disney: eppure, così come accade parallelamente per l'horror, in un vero e proprio oceano di proposte e visioni, sono poche quelle che riescono a presentare idee originali e divertire il pubblico senza che le trovate più "di pancia" risultino solo volgari, invece che clamorosamente divertenti.
Senza troppi dubbi, posso affermare che Bad teacher non appartiene certo alla categoria dei più stupefacenti film di questo genere, e certo è ben distante dalle produzioni migliori di Smith ed Apatow, pur scorrendo e strappando qualche risata senza essere bottigliato selvaggiamente come la peggiore delle pellicole.
Certo, se l'ottima Lucy Punch non fosse della partita e Cameron Diaz difettasse in autoironia il tutto risulterebbe certamente più scialbo, dunque non abbiamo che da ringraziare e pensare di dedicare all'opera di Jack Kasdan - ben lontano dagli standard paterni - una serata con il minor numero di pretese possibili, se possibile in compagnia femminile in modo da poter trovare un punto d'incontro nei gusti e nelle personalità - che siate più simili all'accoppiata dei perfettini Squirrel/Delacorte o ai panesalamissimi Elizabeth e Russell poco importa - e, chissà, chiudere in bellezza la nottata, in barba ad una visione certo non memorabile.
Tornando al cast, una menzione va certo spesa per Justin Timberlake - che, continuo a pensarlo, come attore è sicuramente più interessante che come musicista -, in grado di dare corpo ad un personaggio che pare una versione irritante e priva di carattere del Will Shuester di Glee.
Poco resta da dire a proposito dello script e del film stesso, che riprende in una versione sporca il filo conduttore delle zuccherose commedie che sul finire degli anni ottanta diedero origine ad un vero e proprio fenomeno assolutamente simile a quello che ora si cavalca in sala con l'Apatow-style, ovvero "un buon prodotto ogni dieci tentativi (se va bene)": molto meglio, dovendo fare confronti recenti, Le amiche della sposa, sicuramente meno politicamente corretto, più divertente e tagliente nella sua visione "in rosa" del mondo.
Vanno segnalate, giusto per non essere troppo cattivi, una colonna sonora discreta ed una riflessione che nasce rispetto alla scorrettissima protagonista, che spesso e volentieri giunge al successo attraverso giochi sporchi che, in una condizione di realtà, provocherebbero certo un odio immediato - e valanghe di bottigliate - rispetto ad una vera e propria arrampicatrice in grado di giungere furbescamente in cima approfittando di scorrettezze così plateali da risultare quasi incredibili.
Ma, giusto per non essere troppo buoni, di Bad teacher restano soltanto, a ben guardare, i tentativi fallimentari di Lucy Punch di affermarsi sulla rivale, la natura doppiogiochista e la faccia da culo - come si diceva poco sopra - della Diaz ed almeno un paio di sequenze tranquillamente in grado di strappare più di una risata - le pallonate da apprendimento ed il petting selvaggio con Timberlake -, degne di una pellicola decisamente migliore di quella firmata dal Kasdan "minore", in tutti i sensi.


MrFord

"Gotta break it loose
gonna keep 'em movin' wild
gonna keep a swingin' baby
I'm a real wild child."
Iggy Pop - "Real wild child" -

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