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mercoledì 28 febbraio 2018

Mudbound (Dee Rees, USA, 2017, 134')




Un altro dei grandi temi legati al periodo degli Oscar è senza dubbio quello dei film "etici", titoli pronti a puntare molto sulle sensazioni provocate negli spettatori e sulla sensibilizzazione a temi molto importanti, che nel corso dei decenni ha fruttato - più o meno meritatamente - statuette in quasi tutte le categorie principali.
Curioso quanto nell'anno in cui a farla da padrone per quanto riguarda ruffianeria, retorica e strizzate d'occhio ai sentimenti sia un film d'autore - il sopravvalutatissimo The shape of water di Del Toro - un film passato in sordina ed accolto senza troppi entusiasmi come Mudbound sia riuscito, al contrario, a colpirmi positivamente e con tutta la forza dei titoli che non potranno certo ambire allo status dei grandi cult che faranno la Storia della settima arte ma che riescono in modo molto semplice a farsi voler bene.
Mudbound pare il ritratto di questo tipo di pellicola: prodotto con onestà da Netflix, ambientato nei decisamente poco ospitali e difficili Stati del Sud nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, il lavoro di Dee Rees è dritto come un pugno in pieno viso, pronto a toccare corde sensibili di ogni persona civile ma non per questo smielato o troppo carico, e attraverso la storia di due famiglie mostra le diversità razziali, le difficoltà di fronte alla Natura e al Destino, i desideri, i sogni, la sofferenza e tutto quello che si può immaginare di trovare in vite che paiono vere e vive nel racconto.
Partito come un curioso incrocio di voci off con i personaggi principali pronti a dare la propria versione della storia - o a raccontare la parte di cui si sentivano protagonisti - e pronto a diventare palcoscenico per il duetto di characthers di ritorno dalla guerra in Europa - con tutti gli strascichi che ne conseguono - forse potrà a tratti spiazzare, o non convincere appieno in alcuni passaggi, ma rimane una storia cruda e di grande forza emotiva, ottima nel raccontare l'evoluzione di un'amicizia che nasce dalla diversità, trova terreno fertile nel tentativo di superare un orrore e lotta strenuamente per sopravvivere ad un altro: il legame tra Jamie e Ronsel, il primo bianco e tornato dal fronte con una medaglia ed i ricordi della guerra dal cielo, i gradi e le domande a proposito del perchè soltanto lui si fosse salvato del suo equipaggio, il secondo nero, carrista, che ha visto i compagni perdere la vita allo stesso modo davanti ai suoi occhi ed avanti è andato, aprendo la strada al resto dell'esercito e lasciandosi dietro un figlio avuto da una ragazza tedesca, è quello dei sopravvissuti, di chi si chiede per quale motivo il Destino abbia riservato la salvezza a loro e non a chi, invece, non ce l'ha fatta, e di chi, guardato l'abisso, pensa non valga più la pena di rovinarsi la vita quando non se ne avrebbe motivo, e se non per scelta, non riesce più ad abbassare la testa.
Ed è sconvolgente e triste e fa incazzare, a prescindere dal fatto che al sottoscritto non freghi nulla di guerre ed eserciti, osservare come due ragazzi, per dirla come Ronsel, "accolti in Europa come salvatori", assumano i connotati di emarginati nel loro Paese, costretti a dimenticare la sofferenza con l'alcool e fare i conti con ignoranza, razzismo, vite buttate.
In questo, per quanto mi riguarda, sta il bello di film come Mudbound.
Film che non sono ricattatori nel risvegliare le emozioni.
Che non cercano storie d'amore dalla lacrima facile, e hanno comunque il coraggio di finire a testa alta, in barba alla sofferenza, con l'amore.
Perchè un lieto fine è possibile anche senza comprarselo.
Ed è decisamente più bello e goduto se ce lo si è sudato lottando.



MrFord



 

venerdì 2 dicembre 2016

Go with me (Daniel Alfredson, USA, 2015, 90')


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Avete presente quei film nei quali incappate quasi per caso, e che non avete alcuna voglia di vedere neppure nei momenti morti o legati alla mera distrazione?
Go with me, thriller dal background redneck e dal sapore molto sabato sera su Italia Uno anni novanta, rientrava alla perfezione nella categoria, considerate la prospettiva di mancanza di ironia e di un regista che potesse davvero alimentare almeno in misura minima l'hype del sottoscritto.
Eppure, nonostante questi difetti sulla carta - senza dubbio in gran parte confermati dalla visione - non solo è riuscito a superare quasi indenne la prova del Saloon, ma a confermarsi prodotto artigianale solido e senza pretese, buono per un pubblico occasionale ed innocuo sia rispetto alla memoria che alla visione degli spettatori più navigati.
Quasi ci servissero un mix - anche se piuttosto dozzinale - di Out of the furnace, Winter's bone e Red, white and blue, veniamo catapultati in un'insolita caccia all'uomo sponsorizzata da una ragazza cresciuta in provincia - siamo nella British Columbia, se non sbaglio - e tornata per assaporare le atmosfere dei tempi alla morte della madre perseguitata da un ex vice sceriffo passato dall'altra parte della barricata, vero e proprio lupo cattivo della comunità fatta di boscaioli e poco altro all'interno della quale la giovane trova due insperati alleati nell'ex militare Lester e nel suo giovane amico balbuziente, pronti a sostenere la protagonista - anche per propositi di vendetta personali - nella caccia al villain che, in originale, regala perfino il nome alla pellicola, interpretato da un Ray Liotta che resterà sempre un fordiano ad honorem proprio per le sue fatiche a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.
Ad ogni modo, senza prendere troppo di mira l'atmosfera senza dubbio da piccolo schermo del prodotto, il regista raccomandato ed un Hopkins ormai davvero ridotto all'ombra di quello che fu il mitico Hannibal Lecter, il risultato è credibile e solido, legato alle atmosfere che la provincia profonda degli States suscitano in chi ne racconta ed in chi le vive, fatte di cittadine dimenticate, Natura incontaminata ma anche solitudine, depressione e dipendenze, violenze soffocate e nascoste ed una sensazione di wilderness che purtroppo non ha nulla a che vedere con quella legata all'esplorazione ed alla scoperta, quanto più al crimine e ad una legge della giungla all'interno della quale il più forte schiaccia inevitabilmente il più debole.
In questo senso, finiscono per assumere una grande importanza i flashback legati alla figura di Blackway/Liotta, che imperversa nella piccola comunità come se fosse una sorta di divinità di fronte alla quale tutti finiscono per farsela nei pantaloni, chi per un motivo e chi per un altro: a fare la differenza saranno la voce di una Julia Stiles che torna, dopo i fasti della Lumen di Dexter, a vestire i panni della vittima in cerca di riscatto rispetto ai carnefici, il proposito di vendetta covato dal vecchio Lester e l'istinto puro della sua giovane spalla - che riconosceranno tutti i fan di Vikings -.
Siamo ben lontani non solo dal miracolo, ma anche da livelli accettabili per soddisfare i cinefili di lungo corso, eppure questo Go with me, almeno per un'ora e mezza, fa cedere abbastanza volentieri all'idea di "andare" con lui o lei, o che dir si voglia.
Fosse anche affanculo in un posto in cui la meraviglia della cornice si specchia con la miseria umana.




MrFord






domenica 31 gennaio 2016

Cabin fever

Regia: Eli Roth
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 93'






La trama (con parole mie): cinque universitari freschi di laurea desiderosi di sfogarsi dopo gli anni di studio, tramite la madre di uno di loro, affittano uno chalet per una settimana che intendono dedicare a bevute, sesso e, forse, qualche passeggiata in mezzo alla natura.
Peccato che, poco prima del loro arrivo, un eremita del luogo contragga un misterioso morbo che attacca carne e sangue causando una degenerazione inquietante e terribile, e che un alterco dello stesso con il membro più instabile della compagnia porti ad una serie di circostanze a causa delle quali anche i ragazzi contrarranno la malattia stessa, finendo non solo per dubitare l'uno dell'altro, ma per rischiare di non tornare mai più a casa.
Riusciranno i cinque giovani a trovare un modo per cercare aiuto evitando di lasciarci la pelle o pugnalarsi alle spalle a vicenda senza incorrere nell'ira dei ruvidi abitanti del luogo?










L'uscita in sala del "recente" The Green Inferno ha scatenato, non so neppure io bene per quale motivo, una curiosità a proposito dell'opera di Eli Roth dietro la macchina da presa che, di fatto, non avevo mai avuto: il giovane regista e protetto di Tarantino, infatti, da queste parti era noto solo per la sua mitica partecipazione all'altrettanto mitico Bastardi senza gloria nel ruolo dell'adorato - da Julez, ma anche dal sottoscritto - Orso ebreo.
Dunque, dopo aver archiviato Hostel, il già citato Green Inferno ed il più attuale Knock knock, ho deciso di tornare indietro nel tempo all'inizio degli anni zero, quando il suddetto Roth si affacciava nel panorama della settima arte della grande distribuzione con Cabin fever, horror che richiama le atmosfere di cult come La casa e Non aprite quella porta con una spruzzata di Romero all'interno del quale il regista si divertì anche ad inserire una propria piccola apparizione, e che lo lanciò nel mondo dell'horror come uno dei nomi più caldi legati alla nuova linfa del genere - questo, ovviamente, a prescindere dalla critica più o meno favorevole -.
La visione di Cabin fever, assolutamente divertente - considerato il genere e la mia passione per lo stesso - e disimpegnata, si è rivelata piacevole anche a fronte del fatto di non essere di fronte ad una nuova sensazione dell'horror quanto più ad un ragazzo pronto a portare sullo schermo le suggestioni di migliaia di visioni appassionate di lavori che sono stati, sono e saranno decisamente più validi di quanto potrà mai essere il suo.
Quello, però, che apprezzo e probabilmente continuerò ad apprezzare di Roth è la sua grande onestà nel proporre titoli senza alcuna ambizione "alta" - e non intendo in termini di valutazioni o recensioni, quanto di approccio -, di fatto costruiti solo ed esclusivamente per intrattenere e divertire il pubblico: Cabin fever, per quanto acerbo e derivativo, può essere tranquillamente incluso nel novero, tanto da essere riuscito non solo a far passare una serata distensiva post-lavoro al sottoscritto, ma anche a Julez, per l'occasione riuscita a tenere botta fino alla fine della visione senza crollare addormentata - la gravidanza, del resto, amplifica il già notevole talento naturale della signora Ford per la nanna -.
Doppio merito, dunque, al buon Roth, che con una consistente dose di ironia nera porta al massacro l'ennesimo gruppo di giovani determinati a passare in uno chalet isolato inserito in una cornice impreziosita da rednecks senza ritorno un'intera settimana, ispirando comunque il sottoscritto non soltanto perchè l'idea dello chalet risulta effettivamente affascinante ma anche in materia alcolica - l'idea di bere solo birra durante tutta la vacanza potrebbe risultare una sfida interessante -, portando a galla quello che è il nemico più pericoloso nelle situazioni di sopravvivenza estrema - ovvero chi dovrebbe essere nostro amico - ed arrivando a soluzioni sicuramente valide - il destino di Jeff, autista del gruppo nonchè tramite dello stesso per l'affitto dello chalet -, oltre che divertenti - la figura del vicesceriffo Winston, più strafatto del Drugo dopo una sessione intensiva di White russian -.
Un bel divertissement, dunque, per gli appassionati, che senza dubbio farà storcere il naso a chi, l'horror, non è abituato a masticarlo: e per chi lo adora, come noi qui al Saloon, è una soddisfazione ancora maggiore.





MrFord




"Fever ‘cause I’m breaking
fever got me aching
fever how will you explain
break it down again
fever got me guilty
just go ahead and kill me
fever how will you explain
break it down again."
The Black Keys - "Fever" - 





sabato 19 settembre 2015

Preacher - Mangiatori di uomini

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 1999
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): proseguono le vicende di Jesse Custer, creduto morto tragicamente da Tulip e Cassidy a seguito dello scontro tra il Graal ed il Santo degli Assassini nel cuore della Monument Valley.
Sono passati sei mesi, da quei concitati istanti, e mentre la fidanzata del predicatore si crogiola in alcool, antidepressivi ed autocommiserazione il vampiro irlandese suo migliore amico cerca di sfruttare l’occasione per conquistare finalmente il cuore della ragazza. Custer, invece, che perso l’occhio sinistro ed ha trovato rifugio presso un curioso anarchico che si prodiga per rimetterlo in sesto e sulla strada giusta per tornare ai suoi compagni di viaggio ed alla sua missione.
Nel frattempo, Facciadiculo finisce per confrontarsi con il lato oscuro del successo, e Starr, Alto Padre del Graal uscito anche peggio di Custer e soci dalla battaglia con il Santo, si ritrova tra le mani di tre personaggi a dir poco curiosi, incatenato in un sotterraneo e con una gamba in meno.
Riusciranno i nostri eroi ad uscire sani – più o meno – e salvi e tornare a cercare il loro posto nel mondo?








La saga di Preacher, che lessi per la prima volta nei primi Anni Zero, nel pieno del periodo in cui mi cimentai – senza trovare la via del successo – come sceneggiatore di fumetti, fu una vera e propria pietra miliare nella mia carriera di lettore: Garth Ennis, che come più volte mi è capitato di scrivere può essere considerato il Tarantino delle nuvole parlanti, aveva confezionato una vera e propria bomba atomica in grado di avvincere, divertire, emozionare e chi più ne ha, più ne metta perfino nei suoi volumi maggiormente di raccordo, come questo Mangiatori di uomini.
Forse l’albo che meno preferisco dell’epopea di Custer e soci, anche questo resta comunque una lettura unica per inventiva – la parte dedicata al sogno di Facciadiculo rispetto ad un mondo fatto a sua immagine e somiglianza è assolutamente geniale -, sentimenti – il triangolo sempre più complicato Tulip/Jesse/Cassidy -, grottesco – il percorso di Starr verso la libertà dai mangiatori di uomini – ed un’atmosfera che pare quella della fine delle vacanze, quando si lascia alle spalle qualcosa di unico e ci si tuffa nell’incerto dell’autunno.
Di fatto, Mangiatori di uomini pone le basi per quella che sarà la vera e propria cavalcata degli ultimi tre volumi della serie, senza alzare troppo la voce e focalizzando le sue attenzioni su quelli che sono stati gli “eroi” di Preacher fino ad ora, regalando la sua seconda metà a quello che negli States era stato lo Special dedicato all’antagonista del Nostro, Herr Starr.
Anche in questo caso quel vecchio volpone di Ennis riesce ad incastrare ogni tassello rendendo tridimensionale e decisamente umano anche quello che, di fatto, è il “cattivo” principale della sua creatura, confermando la teoria secondo la quale la fortuna dei grandi eroi è fatta anche – e soprattutto - da grandi nemici: il percorso dell’agente segreto tedesco, dalle drammatiche origini della mancanza dell’occhio destro ai primi contatti con il Graal, fino alla rivoluzione dall’interno dello stesso, sono uno sguardo all’abisso ma anche all’umanità di un sognatore distorto di quelli da leccarsi i baffi, e che confermano il talento cristallino di uno degli autori di fumetti più importanti della Storia – recente e di sempre, negli ultimi quarant’anni forse secondo solo ad Alan Moore e Neil Gaiman, anche se su quest’ultimo non metterei la mano sul fuoco -, che proprio con Preacher ha regalato al pubblico il meglio che quest’ultimo potesse desiderare.
Perfino avendo già presente, ed indelebile nei ricordi, il percorso che condurrà Jesse Custer, Starr, Cassidy, Tulip, Facciadiculo e lo straordinario universo di Preacher alla conclusione della storia, ora che le pedine sono tutte posizionate, e con Mangiatori di uomini, di fatto, Ennis e Dillon finiscono il riscaldamento per concentrarsi su una serie di vicende pronte a rivoltare come un calzino chiunque di noi – anche chi, come il sottoscritto, sa già a cosa andrà incontro – si approcci ad uno dei titoli più rivoluzionari che il Fumetto abbia avuto la fortuna, la passione e la tenacia di presentare, tremo all’idea di iniziare la discesa vertiginosa che avrà inizio con Salvation: perché da qui in poi, dovrete lasciare ogni speranza, o voi ch’entrate.
Perchè Preacher è come sesso selvaggio, una sbronza colossale, un lancio con il paracadute.
Una volta iniziato, non si può più tornare indietro.
E difficilmente si dimentica.




MrFord




"Hey you Mrs I dont know what the fuck your name is 
I'm drawn to you somethings magnetic here 
if I could approach you or even get close to the scent that you left behind Id be fine 
no doubt that (no doubt) you bring out (bring out) the animal inside."
Limp Bizkit - "Eat you alive" - 





domenica 23 agosto 2015

Preacher special 2 - Quei bravi ragazzi

Autori: Garth Ennis, Richard Case, Carlos Ezquerra
Origine: USA, UK
Anno: 1998
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): uno sguardo al passato di alcuni dei personaggi che hanno segnato nel profondo la vita ed il percorso di Jesse Custer, finendo per definire il protagonista della saga di Preacher almeno in parte per quello che è.
Assistiamo dunque al racconto della formazione, adolescenza e origine di Facciadiculo, rockstar improvvisata e ragazzo emarginato da una figura paterna troppo violenta e limitante – lo sceriffo Hugo Root, visto ai tempi di Texas o morte -, seguito a ruota da una “scampagnata” di Jody e T.C., responsabili dell’omicidio del padre di Jesse e carcerieri tuttofare della sua arcigna e terrificante nonna, che il nostro predicatore ha affrontato insieme all’amata Tulip nello splendido Fino alla fine del mondo.
Due spaccati di vite completamente diverse tra loro e nel modo in cui vengono raccontate, ma non per questo meno potenti nel loro personale modo di farsi sentire dal mondo.











E’ curioso quanto, ancor più de Il santo degli assassini, questo secondo Special di Preacher sia ufficialmente considerato come il divertissement per eccellenza del suo geniale e malefico creatore Garth Ennis: di fatto, un personaggio indimenticabile ma palesemente grottesco come Facciadiculo e i due malefici emissari dei traumi del passato di Jesse Custer Jody e T. C. si prestano, in effetti, a questo tipo di operazioni, di norma attuabili, nel Fumetto, solo quando l’opera di un autore riesce ad essere talmente celebrata e di successo da poter permettere allo stesso, di fatto, di fare il bello ed il cattivo tempo con editor e majors.
Eppure, ho trovato questo spin off della serie principale ben più profondo di quanto non si possa pensare ad un’analisi superficiale, o comunque troppo legata alla natura molto pulp, pure troppo di Ennis e delle sue trovate: la prima metà dell’albo, dedicata alle vessazioni che conducono Facciadiculo a divenire Facciadiculo stesso, dal legame con il migliore amico alternativo per forza che si scopre essere più giovane di lui ai problemi con i professori e soprattutto con il padre, il reazionario e fin troppo tutto d’un pezzo Hugo Root, che il nostro Jesse ha sistemato a dovere in uno dei primi episodi della serie regolare, è un ottimo ritratto del disagio e delle insicurezze che nel corso dell’adolescenza ognuno di noi affronta, ed ancora una volta una critica assolutamente non velata a quella che è stata l’influenza di una figura come quella di Cobain rispetto ad una generazione fatta a pezzi dalla voglia di autodistruzione suggerita dal grunge.
I passaggi, poi, che vedono il giovane Facciadiculo fare buon viso – e certo non bello – a cattivo gioco quasi suscitano tenerezza, come quando, di fronte al padre che lo critica rispetto alla posizione del fucile nel tentativo di suicidio, il ragazzo promette di non ripetere più un errore simile.
Altra cosa curiosa è la duplice natura di Ennis a proposito dei “duri”: dal John Wayne ispirazione di Custer a Hugo Root, è interessante notare come la formazione dello sceneggiatore nutra una certa predilezione per figure forti e legate ad un certo tipo di valori e, ad un tempo, non esiti neppure un secondo di fronte all’idea di ridicolizzare e criticare aspramente le stesse.
In questo senso, il racconto che occupa la seconda parte dello special, dedicato a Jody e T. C. alle prese con una coppia di fuggitivi che pare uscita da un action anni ottanta con protagonista uno Stallone o uno Schwarzy – pare che il modello per la resa grafica del personaggio fosse proprio Sly – è indicativo: da una parte abbiamo Jody, che tra le pagine del già citato Fino alla fine del mondo ha reso alla grande il concetto di “padre padrone”, un vero e proprio mastino incapace di mostrare sentimenti ed in grado di esprimersi solo attraverso crudeltà e violenza – come per Hugo Root, in un certo senso – eppure proprio attraverso questi intento a manifestare, paradossalmente, il suo affetto per il “figlio”, e dall’altra uno spocchioso action hero tutto d’un pezzo pronto ad essere smontato senza pietà non solo dallo stesso Jody – che, di fatto, rappresenta il Male – ma anche e soprattutto da Ennis stesso.
Probabilmente all’autore irlandese gli infallibili – almeno sulla carta – piacciono proprio poco, e da peccatore fatto e finito, non posso che sentirmi di dargli ragione, nonostante in questo si caso dei miei tanto adorati action heroes.
Quello che è certo, però, è che grazie a queste due storie non solo si finisce per dare spessore a charachters fondamentali per l’evoluzione della serie, ma anche per suscitare riflessioni non da poco a proposito della crescita e dell’importanza del rapporto con i nostri padri – o chi pensiamo, in un modo o nell’altro, che lo siano -.
Da padre, mi sento personalmente chiamato in causa.
E quasi avrei paura di scoprire cosa Ennis potrebbe pensare di me.
O forse no. Perché in fondo quello tra un genitore ed un figlio è un legame talmente unico da trascendere ogni interpretazione e definizione.




MrFord




"Mama told me when I was young
come sit beside me, my only son
and listen closely to what I say.
And if you do this
it will help you some sunny day.
Take your time... Don't live too fast,
troubles will come and they will pass.
Go find a woman and you'll find love,
and don't forget son,
there is someone up above."
Lynyrd Skynyrd - "Simple man" - 




sabato 24 gennaio 2015

Justified - Stagione 3

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi:
13




La trama (con parole mie): Raylan Givens, impegnato con la sua consueta attività di US Marshall vecchio stile, è alle prese con più problemi di quanti potrebbe pensare di gestire contemporaneamente.
Mentre l'ex moglie è incinta del suo primo figlio e l'amico d'infanzia e criminale incallito Boyd Crowder pianifica un'attività che possa renderlo il boss della regione accanto alla vecchia fiamma dello sceriffo stesso Ava, infatti, da Detroit giunge un cane sciolto delle organizzazioni del Nord pronto a creare scompiglio e lasciare dietro di sè una lunga scia di cadaveri, mentre Arlo, padre di Raylan, comincia a dare segni di squilibrio, oltre a manifestare apertamente l'odio per il figlio ed il legame con Boyd.
Dietro le quinte delle vicende che si incrociano e delle lotte per la conquista del potere nella Contea di Harlan, invece, assume una forma sempre più definita la figura della vera anima nera del luogo, il "custode" Ellstin Limehouse.








Come gli ultimi Ford Awards dedicati alle serie tv hanno chiaramente testimoniato, uno dei titoli che, nel corso dell'anno appena concluso, ha più fatto breccia nel cuore del vecchio Ford è stato indubbiamente Justified, un western fuori dal suo tempo ispirato da un racconto del pioniere del genere Elmore Leonard pronto a regalare due antagonisti degni delle battaglie che vedono protagonisti il sottoscritto e Cannibal Kid: Raylan Givens e Boyd Crowder, amici d'infanzia cresciuti nello stesso contesto - la Contea di Harlan, in Kentucky, dove le possibilità di crescita per un giovane, escluse le fortune sportive, sono molto limitate: un distintivo, il carcere o una vita a spaccarsi la schiena con qualche lavoro duro -, rivali quasi "per contratto" ed ugualmente in grado di portare avanti un rapporto che sconfina in un legame quasi più forte di quello di sangue.
Con la sua terza stagione, la serie compie un ulteriore passo verso la maturità, aggiungendo elementi che saranno fondamentali per la crescita dei suoi protagonisti - la futura paternità di Raylan, il rapporto di Boyd con Ava e Arlo - ed un paio di personaggi che difficilmente gli amanti di questo genere di proposte riusciranno a dimenticare: il killer e psicopatico albino Quarles, forse uno dei più folli e disturbati villains passati sul piccolo schermo di casa Ford dai tempi di Breaking bad e l'eminenza grigia Limehouse, cresciuto ed inserito in un contesto profondamente redneck e campagnolo eppure in grado di trasmettere l'inquietudine e l'aura di potere di un boss da grande metropoli.
I tredici episodi di questa terza season, meno coesi, forse, rispetto a quelli della seconda - incentrata quasi interamente sulla lotta di Raylan e Boyd contro la famiglia Bennet, in grado di trascinare una coda anche a questo giro di giostra -, riescono comunque nella non facile impresa di unire la tensione del thriller all'azione cui Raylan ha ormai abituato il suo pubblico, il rapporto dello stesso con la Legge ed il lato meno in ombra della sua esistenza - i colleghi, il capo, l'ex moglie incinta - e quello, al contrario, del lato oscuro - la volontà di fare spesso e volentieri quello che decide e sente a prescindere dalle regole, il grilletto facile ed una capacità di cacciarsi nei guai ben oltre il livello di guardia -: se, inoltre, le premesse sono quelle che sembrano, pare che il buon Limehouse sia destinato a diventare un personaggio cardine di questo prodotto che pare costruito su misura per chi, come il sottoscritto, ama un certo tipo di atmosfere, da Lansdale ad una sorta di Stand by me per adulti, con tanto di sesso e violenza aggiunti ad un cocktail troppo forte per stomaci da pusillanimi.
Ed è davvero interessante scoprire quanto un'opera che, di fatto, appare tagliata con l'accetta come i suoi protagonisti - gente dura, abituata a crescere battendosi, e senza fare troppe domande sul perchè, come è evidente nei confronti tra Quarles e Boyd, Raylan o Limehouse - basi la sua profondità sulle sfumature, e sul fatto che, nella vita, per quanto possano esistere il bianco ed il nero, finiamo per batterci con il coltello tra i denti nuotando tra i flutti dei grigi, e non ci sono uomini di Legge completamente a norma della stessa, così come criminali privi di qualsiasi moralità - Quarles a parte, ma questo è un discorso che sconfina nell'ambito della psicopatia -.
Il bello di Justified è proprio questo: il carattere, la voglia di lottare.
A prescindere da quale lato della barricata ci si sia trovati, per colpa o per destino, a difendere.
Lo sanno bene Arlo e Raylan, padre e figlio che tutto vorrebbero essere tranne padre e figlio.
Uno con un nuovo protetto per il quale pare disposto a fare tutto quello che non ha fatto per il suo sangue, per "l'uomo con il cappello".
E l'altro con un piccolo Givens in arrivo, e la sensazione che, pur senza essere presente, potrà sempre esserci.
Specie se si tratterà di dover piantare qualche pallottola in corpo a chi vorrebbe minacciarne il futuro.



MrFord



"Nice guys finish last.
You're running out of gas.
Your sympathy will get you left behind.
Sometimes you're at your best, when you feel the worst.
Do you feel washed up, like piss going down the drain."
Greenday - "Nice guys finish last" -



domenica 26 ottobre 2014

Justified - Stagione 2

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2011
Episodi: 13





La trama (con parole mie): lo sceriffo federale Raylan Givens, chiusi i conti ed i sospesi con la mala di Miami che voleva la sua testa, decide di rimanere ad operare nella Contea di Harlan, in Kentucky, sua terra d'origine ed origine, di fatto, di molti dei suoi guai. Riconciliatosi con l'ex moglie Winona, l'uomo si trova ad affrontare non solo il ritorno della sua nemesi Boyd Crowder al crimine - e la nascita del legame tra quest'ultimo e la sua ex Ava -, ma anche l'ingombrante presenza della famiglia Bennett, da generazioni legata al commercio di erba e ad altre attività più o meno legali.
Vecchie ruggini e nuove sfide porteranno Raylan ben oltre i confini della Legge, sia che si parli di protezione di chi ama, sia che si tratti di portare a casa la pelle.
E quando si alzerà la polvere, solo un nome tra Bennett e Crowder potrà contare su un futuro.
Sempre che lo sceriffo Givens non dica la sua.








Negli ultimi anni, spesso mi sono chiesto, considerate le letture, i gusti, gli ascolti e chi più ne ha, più ne metta, come possa essere stato possibile per me nascere a Milano piuttosto che in qualsiasi paesino del Sud degli States, perso tra il nulla e l'addio, come direbbe Clint Eastwood, tra rednecks, sogni infranti, spazi apparentemente sconfinati, alcool e pistole.
Eppure, eccomi qui: dunque non resta che immaginare quello che sarebbe stato del sottoscritto attraverso le gesta di personaggi come Raylan Givens ed il suo rivale eterno Boyd Crowder, rispettivamente interpretati da Timothy Oliphant - perfetto per il ruolo - e Walton Goggins, vecchio idolo fordiano dei tempi di The Shield.
Iniziata decisamente in ritardo rispetto a quanto nelle mie corde sia e grazie ad un suggerimento del mio fratellino Dembo, Justified - nata da un racconto di Elmore Leonard, uno dei padri del racconto Western - è entrata subito nel cuore di casa Ford, con una prima stagione decisamente efficace ed una seconda che non solo ne raccoglie il testimone, ma che, di fatto, porta perfino più in alto il risultato - e le aspettative per la terza -: dai dialoghi che paiono scritti per il piacere del sottoscritto - "Hai una birra?" "Birra? In questa casa beviamo superalcolici!", impagabile - al crescendo finale da dramma di Frontiera tutto funziona alla grande, e finisce per non fare sconti a nessuno da una parte e dall'altra della barricata, come una guerra senza vincitori o vinti.
Del resto, in luoghi come la Contea di Harlan le alternative non sono poi molte: tutore della Legge, criminale o minatore, con aspettative di vita basse in uno qualunque dei tre casi.
In questo senso, l'immagine di Raylan che, durante il funerale della zia, lancia un'occhiata alla sua lapide, già pronta per il giorno in cui una pallottola verrà a chiedere il tributo che la sua professione richiede, la dice lunga rispetto a quello che può offrire un West che ha ben poco dei sogni di gloria e di conquista dei tempi d'oro, quanto più della disperazione operaia e sociale che soltanto le aree dimenticate dalla "civiltà" delle grandi città riservano ai loro abitanti: gli stessi Bennett - di fatto, gli antagonisti principali di questa seconda annata - mostrano tutta la drammaticità e l'ironia del Destino dei luoghi in cui sono cresciuti, dalla dispotica eppure a suo modo sensibile matriarca Mags ai tre figli, lo scatenato Coover, il viscido Dickie e l'arrogante Doyle, pronti a mostrare il peggio dell'umanità ma anche, seppur distorto, un meglio legato ai concetti di famiglia ed affezione alla propria terra, quasi come se Via col vento fosse stato deformato da secoli di lotte operaie, alcool e proiettili pronti a scacciare via gli incubi di una vita ai margini.
Personaggi biechi e discutibili, eppure non meno discutibili di quanto potrebbe essere Raylan con il suo grilletto facile, pronto a mettere l'ultima parola rispetto alla vita di un criminale: il confine tra la Legge e l'Uomo è molto labile, ed io stesso comprendo che, in situazioni di questo genere, non saprei quale strada prendere: in fondo, Raylan e Boyd sono due lati della stessa medaglia, e la loro rivalità altro non appare se non l'espressione di un quasi affetto profondo, ed una semplice scelta rispetto ad una vita che non offre troppe direzioni a chi la vive.
Se fossi nato in una contea come quella di Harlan, in fondo, non so se sarei stato un Raylan, un Boyd o un semplice minatore.
Senza dubbio non sarebbe stato facile, in nessuno dei tre casi: in fondo parliamo di lotta per la sopravvivenza, di luoghi che richiedono un tributo pesante ai loro figli.
Quello che so, però, è che tornare per le strade battute da questi due tostissimi charachters continuerà ad essere un piacere, per quanto doloroso come un tatuaggio, o una cicatrice che diventa fonte di ricordi: del resto, se l'esperienza e la vita sono come benzina, per quelli come me, Justified ne è un'ottima rappresentazione.
Per quanto violenta, di confine e "tra il nulla e l'addio" possa essere.



MrFord



"And be a simple kind of man.
be something you love and understand.
baby, be a simple kind of man.
oh won't you do this for me son,
if you can?"
Lynyrd Skynyrd - "Simple man" -



martedì 21 ottobre 2014

Joe

Regia: David Gordon Green
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
117'




La trama (con parole mie): Joe è un ex detenuto di mezza età dedito all'alcool e al duro lavoro, un uomo tutto d'un pezzo pronto ad aggredire la vita e chi gli mette i bastoni tra le ruote senza pensarci due volte. Quando Gary, un quindicenne dall'incrollabile voglia di scrollarsi di dosso le violenze del padre - il vagabondo alcolizzato Wade - e cercare di costruirsi un futuro chiede un impiego allo stesso Joe, l'uomo si ritrova in qualche modo coinvolto affinchè il ragazzo possa crescere nel migliore dei modi, ed essere premiato per la fatica che è disposto a fare per raggiungere il suo scopo.
Ma la realtà nella provincia perduta non sempre è facile da digerire e cambiare, e dunque Joe e Gary si troveranno a dover fare fronte comune affinchè i danni siano limitati al minimo e possa, una volta che la polvere si sarà posata ed i conti con Wade saranno saldati, ancora esserci una speranza.








Essere d'esempio a qualcuno, che si tratti di un allievo, un amico, un dipendente, una persona che condivide con noi almeno un pezzo di strada, è una delle cose più complicate con la quale confrontarsi.
Ancor di più se l'essere d'esempio riguarda i figli: questo perchè, nonostante di norma e per consuetudine sociale si tende a nasconderli bene, i nostri difetti finiscono e finiranno inevitabilmente per influenzare in una certa misura chi raccoglierà, volente o nolente, la nostra eredità da queste parti.
Fare da padre - o da madre, ovviamente -, inoltre, a qualcuno che figlio nostro non è risulta ancora più difficile: nel corso della mia vita, ho potuto vivere tre esempi di questo tipo di situazione, ed in tutti e tre i casi sono rimasto ammirato e stupito dalla forza che i loro protagonisti hanno mostrato decidendo di portare sulle loro spalle il peso della responsabilità legata alla crescita di figli non propri.
Uno è stato mio nonno, lo stesso dei western, quello cui devo, probabilmente, anche parte dell'amore per il Cinema, una mia suocera ed il terzo un collega e "vicino".
Quando penso a loro, ed alla mia condizione di padre, penso che non tutti sarebbero in grado di avere certe palle.
Joe è un film - ed un personaggio - con queste palle.
Non è il "Killer" predatorio e senza pietà di Friedkin, quanto più - per rimanere legati ad atmosfere molto simili ed allo stesso protagonista, Matthew McConaughey - una versione adulta ma non meno problematica di Mud: l'incontro con il giovane Gary - interpretato dall'intenso Tye Sheridan, che fu spalla del già citato McConaughey sempre in Mud - smuove infatti il protagonista di questa pellicola ruvida e passionale verso territori che, forse, non avrebbe mai pensato di esplorare, abituato a badare fondamentalmente soltanto a se stesso, seppur dotato di un animo da cavaliere improvvisato pronto a soccorrere chiunque ne abbia bisogno, ed abbia il suo rispetto.
Joe - cui presta volto ed una dirompente fisicità un ottimo Nicholas Cage - è una vicenda di confine, ennesimo ritratto dell'America "persa tra il nulla e l'addio" che dal primo Malick ai più recenti lavori di Nichols, passando per le canzoni di Bruce Springsteen è divenuta parte anche dell'immaginario di tutti noi da quest'altra parte dell'oceano, che al contempo ci ritroviamo affascinati da questa sorta di mitologia a metà tra la malinconia e l'esplosività, gli spazi sconfinati e la mancanza di prospettive.
Non è un film perfetto, soprattutto in fase di scrittura e di post produzione, e non può essere considerato all'altezza dei due pezzi da novanta che ho sfruttato per introdurlo, eppure rappresenta senza dubbio uno dei viaggi nel cuore degli USA della provincia profonda più interessanti e coinvolgenti delle ultime stagioni, un cane da battaglia pronto a mordere alla gola lo spettatore con il suo piglio senza fronzoli e legato ad una realtà che non deve avere molto dell'american dream, così come è raccontato anche in pellicole come Out of the furnace, Shotgun stories ed in una certa misura più autoriale nel recente Nebraska.
David Gordon Green, autore dello spassosissimo Strafumati - che è uno dei miei cult assoluti della Apatow generation, nonchè dei buddy movies da serata di sbronza senza ritegno -, pare aver ingranato la marcia in più che potrebbe portarlo tra i volti più interessanti del Cinema indie di confine statunitense, regalando a Nicholas Cage, divenuto negli ultimi tempi simbolo di quasi ovvie tamarrate di grana grossa uno dei ruoli più interessanti degli ultimi dieci anni di carriera che, tra le altre cose, l'attore veste come un guanto dall'inizio alla fine.
Per quanto scostante, iroso, minaccioso, senza dubbio imperfetto, uno come Joe lo si vorrebbe sempre dalla propria parte. Perchè Joe è come un cane, fedele alla sua Natura fino alla fine.
Ed in un certo senso, lo è anche Wade.
E troppo spesso e volentieri, si sa, i cani finiscono per essere decisamente migliori degli uomini.
A meno che non si sia uno come Joe, che "almeno per quanto mi riguarda, era davvero un brav'uomo".



MrFord



"Hey Joe, where you goin' with that gun in your hand?
Hey Joe, I said where you goin' with that gun in your hand?
Alright. I'm goin down to shoot my old lady,
you know I caught her messin' 'round with another man.
Yeah,! I'm goin' down to shoot my old lady,
you know I caught her messin' 'round with another man.
Huh! And that ain't too cool."
Jimi Hendrix - "Hey Joe" - 



martedì 12 agosto 2014

Justified - Stagione 1

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2010
Episodi: 13






La trama (con parole mie): Raylan Givens, US Marshall dal grilletto facile poco ligio alle regole e dai metodi decisamente old school, fredda un uomo di spicco della mala di Miami - suo luogo di lavoro - finendo per essere rispedito a Lexington, in Kentucky, sua terra d'origine, in attesa che si calmino le acque in Florida.
Neppure il tempo di fare ritorno a casa, e Givens comincia a distinguersi proprio grazie agli stessi metodi che l'hanno messo nei guai riportandolo dove è cresciuto: e tra l'ex moglie, la nuova fiamma, i problemi con il padre - un vecchio truffatore incallito - e quelli con la spietata famiglia Crowder, il federale dovrà dare fondo a tutte le sue abilità di affascinante bastardo per mantenersi vivo e riuscire ad avere meno guai possibili con i superiori.






La mia permanenza nella blogosfera, oltre ad un signor nemico - ovviamente sto parlando di Cannibal Kid - è riuscita a regalarmi anche un signor amico, che ancora oggi, nonostante gli impegni di entrambi non permettano di vedersi così spesso, considero molto più vicino a me rispetto a gente che frequento da quasi una vita: Dembo.
Il mio fratellino - che in molti, sempre bloggers, hanno pensato fosse davvero mio fratello, e in un certo senso è come se lo sentissi in questo modo -, ben conscio dell'amore che entrambi proviamo per le ambientazioni e le storie in pieno stile Hap e Leonard - e se non li conoscete, correte immediatamente a recuperare il loro ciclo di avventure firmato da Joe Lansdale - non troppo tempo fa mi ha proposto il recupero di una serie ispirata dalla penna di Elmore Leonard, uno che di Frontiera, West e personaggi fordiani se ne intendeva parecchio - grande romanziere recentemente scomparso ed autore, tra gli altri, di Jackie Brown -: Justified.
Incentrata sulle vicende dello US Marshall Raylan Givens e sul suo nemicoamico Boyd Crowder - interpretato dal mitico Walton Goggins, che da queste parti è amato fin dai tempi di The Shield -, questa serie è entrata immediatamente nel cuore del sottoscritto grazie ad una cornice pressochè perfetta, una sigla che ricorda in maniera quasi scandalosa quella di Sons of anarchy ed un piglio che definire nelle mie corde risulta quasi riduttivo, divenendo di fatto una sorta di versione realistica e plausibile del divertentissimo e tamarro Banshee.
Alcool, pallottole, sesso e situazioni da provincia profonda si mescolano in un cocktail decisamente esplosivo, che non solo tiene benissimo per l'intera durata della stagione, ma riesce a rinnovarsi ed avvincere perfino con gli episodi di raccordo - splendido quello dedicato al detenuto asserragliato nell'ufficio degli sceriffi a Lexington -: tolto, comunque, il più che fordiano main charchter - Raylan pare perfetto per la galleria dei bastardi dal cuore d'oro che tanto piacciono al sottoscritto - la parte del leone è senza dubbio quella di Boyd Crowder/Walton Goggins, che non solo da prova di essere un attore decisamente più interessante di quanto non si direbbe, ma che porta in scena un personaggio controverso e ricco di spunti anche rispetto al futuro della serie, recentemente confermata negli States per la sesta - ed ultima, a quanto pare - stagione.
Il cambiamento radicale di Boyd dal primo all'ultimo episodio, infatti, rende il personaggio di fatto il fulcro delle avventure di Givens e della serie intera, con tutti i suoi estremi ed il passaggio dalla spietata efferatezza del criminale senza scrupoli e rimorsi a quella del pastore/vigilante redento dal Signore.
Accanto alla spalla del protagonista, comunque, troviamo in Givens altrettanti spunti decisamente importanti, legati principalmente all'approccio da Far West dello sceriffo ed alla questione del "Justified" che da il titolo alla serie: gli ultimatum forniti da Raylan ai criminali, tutti rispettati dal federale, rappresentano di fatto un ritorno alle origini - in senso assolutamente comprensibile, eppure clamorosamente negativo - degli States, da sempre figli di una cultura che ha nelle armi da fuoco e nella difesa della propria "zona di sicurezza" dei capisaldi che è sempre meglio non mettere in discussione.
Potrà piacere oppure no, essere discutibile, dal grilletto facile e chi più ne ha, più ne metta, eppure questa serie - ed il suo protagonista con lei - funziona alla grande dall'introduzione al climax finale - che, peraltro, promette scintille rispetto all'annata numero due -, e fin da questo esordio al Saloon si prefigge di diventare uno dei cult fordiani da piccolo schermo.
Alcool, sesso, Frontiera, sparatorie e botte.
In fondo, non potevo chiedere niente di più.
Tranne un bel cappello da cowboy.




MrFord




"On this lonely road, 
trying to make it home
doing it by my lonesome-pissed off, 
who wants some
I see them long hard times to come."
Gangstagrass - "Long hard times to come" - 





lunedì 19 maggio 2014

Devil's Knot - Fino a prova contraria

Regia: Atom Egoyan
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 114'





La trama (con parole mie): all'inizio del maggio millenovecentonovantatre, in una piccola cittadina dell'Arkansas, tre bambini di otto anni scomparvero per essere ritrovati qualche giorno dopo, seviziati ed uccisi. Le indagini della polizia, condotte in maniera piuttosto sommaria, condussero a tre principali sospettati, adolescenti alle soglie o appena oltre la maggiore età dal turbolento passato e dall'evidente disagio mentale e sociale. Il processo che ne seguì, sfruttato dai media e dagli organi di controllo come una sorta di percorso già stabilito, fu messo in discussione dal detective Ron Lax, che indagò accanto alla difesa cercando di scagionare gli imputati ed evitare agli stessi la pena di morte richiesta dall'accusa.
Nonostante lo stesso processo, le indagini di allora e quelle che seguirono, quello che accadde il giorno della morte dei tre bambini non è stato ancora, di fatto, chiarito.








Ammetto che, prima di approcciare l'ultimo lavoro del discontinuo - seppur sempre interessante - Atom Egoyan le recensioni lette in giro per la blogosfera avevano già ridimensionato le possibili aspettative della vigilia lasciando intendere, di fatto, che Devil's Knot si sarebbe rivelato una sorta di Prisoners di serie b.
Detto questo, e ragionando a mente lucida su questo film, posso dire che le suddette recensioni, di fatto, non sbagliavano definendo questo ennesimo Fino a prova contraria - i titolisti italiani devono aver raschiato il fondo del barile delle idee - una sorta di versione molto meno riuscita del grandissimo film di Villeneuve: non che Devil's Knot sia un brutto lavoro, o che manchino gli spunti per renderlo interessante, specie considerato che, dall'arrivo del Fordino, qui al Saloon siamo diventati ancora più sensibili rispetto all'argomento genitori e figli di fronte ai drammi e alle violenze di questo genere, eppure qualcosa, a partire dallo script per continuare con il cast, finisce per non convincere, di fatto ponendo accenti ed attenzione su tutto quello che di ordinario la pellicola avrebbe potuto mostrare - verrebbe quasi da dire la banalità del male - senza degnare di uno sguardo le intuizioni che avrebbero potuto renderla, al contrario, straordinaria: del resto è pur vero che lavori come il succitato Prisoners o la recente, meravigliosa True detective non si girano tutti i giorni, e non è possibile sperare che il brivido che percorre la nuca a fronte di alcune sensazioni possa ripresentarsi ad ogni thriller passato sullo schermo, eppure il risultato di Egoyan pare quello di un'occasione sprecata dietro l'inutile personaggio del dal sottoscritto detestato Colin Firth - di tutt'altra pasta rispetto al Rust Cohle di McConaughey - ed un piglio da film del sabato sera su Italia Uno, piuttosto che sull'esplorazione dell'assurdità della violenza, della barbarie celata dietro l'omicidio - o gli omicidi - di bambini, della caccia alle streghe mediatica e sociale, della critica ad una società che nasconde ben più di quanto non dia a vedere.
In quando a lavoro incompleto, Devil's Knot ricorda molto l'esordio della figlia di Michael Mann con Le paludi della morte, ma se per quest'ultima potevano essere comprensibili alcuni peccati di "gioventù", per Egoyan la scusa decade, anche e soprattutto considerata la clamorosa flessione della qualità delle sue opere, passata da cult come Il viaggio di Felicia a robetta come False verità: un peccato davvero, perchè il regista di origine armena pare manifestare la volontà di scuotersi da un torpore che dura troppo a lungo senza riuscire, di fatto, a trovare l'energia necessaria per compiere la svolta.
In un certo senso, le indagini del protagonista Ron Lax, schieratosi dalla parte dei tre ragazzi ritenuti responsabili del terrificante omicidio dei bambini scomparsi a Devil's Knot finiscono per rappresentare un'ottima analogia con il lavoro del regista: tentativi quasi disperati di cambiare la Storia eppure senza la forza che la stessa disperazione muove, riflessa anche in una misura decisamente troppo blanda dai genitori delle piccole vittime.
Onestamente, credo che lo Hugh Jackman di Prisoners fosse molto più credibile, con tutta la sua rabbia quasi cieca, rispetto ad una quasi innocua serie di figli della provincia persi tra una messa, un battesimo ed una denuncia televisiva: forse, da un certo punto di vista, questo quadro appare anche più reale di quanto non si voglia ammettere, eppure l'impressione è di una desolazione non solo rappresentata, ma anche vissuta dal punto di vista creativo da chi ha deciso di raccontare una storia non facile e complessa come questa, che in mani più salde e coraggiose avrebbe rischiato di diventare una sorta di nuovo Memories of murder, quantomeno.
Dunque, più che pensare alle promesse che il film non ha saputo mantenere, varrebbe forse la pena riflettere su una vicenda torbida ed oscura, resa ancora più agghiacciante dal fatto che sia realmente accaduta: un intrigo non ancora risolto che non ha nulla da invidiare alle atmosfere di Twin Peaks e al terrore che può generare l'animale più spietato di tutti, l'Uomo.
Peccato che, inesorabilmente, Egoyan e la sua creatura debbano invidiare al Capolavoro di David Lynch praticamente tutto il resto.




MrFord




"And she says, 'I swear I'm not the devil,
though you think I am.
I swear I'm not the devil'
he tries to sleep again
and wonders when the pain will end
the cuts, they may run deeper than his cracking outer shell."
Staind - "Devil" - 




sabato 14 dicembre 2013

Figlio di dio

Autore: Cormac McCarthy
Origine: USA
Anno: 1974
Editore: Einaudi



La trama (con parole mie): Lester Ballard, giovane disadattato che vive ai margini di una piccola comunità nel cuore del Tennessee, è privato della casa che occupa e della convivenza "civile" con gli altri abitanti del luogo, e finisce per riparare sulle montagne, difendendosi dalle intemperie con mezzi di fortuna e vivendo in prima persona la coesistenza con il proprio lato oscuro.
Progressivamente divorato dalla violenza e dalla propria psiche distorta, Lester finisce sviluppa l'attitudine all'uccisione e allo stupro, trasformandosi in un grottesco, agghiacciante serial killer dall'aspetto di un uomo nero delle favole, dedito alla necrofilia e alle imprecazioni, prigioniero della solitudine della mente prima ancora che del corpo.
Trovatosi, infine, di fronte alla Legge, Lester dovrà fare appello a tutto il suo istinto di sopravvivenza per poter riguadagnare la Libertà.




Se dovessi considerare l'esistenza di un equivalente di Clint Eastwood nell'ambito letterario, senza dubbio Cormac McCarthy sarebbe il candidato ideale: porta la sua firma uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, l'incredibile Meridiano di sangue, ed il concetto di Frontiera - sia essa umana, sociale, western o etica, poco importa - e la sua esplorazione paiono essere uno dei cardini della sua poetica.
Di recente, spinto dall'impulso de Il collare di fuoco e desideroso di rimettermi sulle tracce del buon Cormac dopo anni - l'ultima mia avventura con lui fu l'ostico, meraviglioso Suttree - ho deciso di dedicarmi ad uno dei suoi primi lavori, Figlio di dio, che definì molti dei tratti riconoscibili nei suoi più inquietanti personaggi successivi, germogliati dai semi del protagonista Lester Ballard.
Onestamente, i primi capitoli di questo pur breve romanzo hanno rischiato di farmi considerare la "giovinezza letteraria" di McCarthy un pò troppo compiaciuta dei mezzi che l'autore di Rhode Island ha sempre manifestato soprattutto nelle potentissime ed evocative immagini descrittive legate alla Natura ed alla durezza non solo della condizione umana, ma anche dell'animo di chi la vive.
Fortunatamente, come fu anche per il già citato Suttree, il vecchio Cormac non pare certo il tipo da farsi distrarre dagli imbellettamenti e dalla prosa, e capitolo dopo capitolo cuce attorno all'inquietante Lester una vicenda cupa e terribile, una favola nera degna delle sue migliori pagine, un viaggio nell'oscurità, nella desolazione e nella solitudine di potenza rara, che fanno di questo disgustoso, cattivo, terrificante eppure fragile main charachter una sorta di Gollum del noir, un serial killer spinto verso il lato più oscuro della sua indole da una società decisamente troppo inadatta alla salvezza - delle anime come dei corpi - per pensare di recuperarlo in qualche modo.
Il progressivo isolamento di Lester e l'accrescere della sua indole predatoria e violenta attraversano, nella seconda parte del romanzo, momenti di assoluto lirismo, immagini così potenti da rievocare non solo le pagine più crudeli di Meridiano di sangue, ma anche esempi cinematografici come Fargo o Henry pioggia di sangue, l'idea di Herzog alla base di Grizzly man a proposito del fatto che la Natura è e resta il nostro più imparziale giudice, e che gli abissi dell'animo umano non conoscono freni una volta oltrepassati i confini sociali che secoli di Storia - siano essi stati giusti, oppure no - ci hanno in qualche modo imposto condizionandoci.
Lester Ballard viaggia come una creatura leggendaria, un uomo nero sporco e curvo, oltre questi confini, e benchè il suo sia un volto sgradevole come quello di Grenouille - senza dubbio il migliore e peggiore "cattivo" che abbia mai affrontato nella Letteratura, nonchè emblema dello straordinario potere del Capolavoro di Suskind, Il profumo - questo ragazzaccio del profondo Sud degli States, cresciuto in un mondo decisamente più duro di lui e al quale non può rispondere altro che con la violenza, perchè altra risposta non conosce, riesce perfino a smuovere una qualche partecipazione nel lettore, che assiste al suo dramma ed accanto alle imprese da serial killer e necrofilo finisce quasi per commuoversi a fronte di un pianto solitario, perso in un'oscurità che neppure la foresta più buia potrà mai eguagliare.
McCarthy conosce bene gli abissi del mostro che portiamo dentro, ed insieme all'ineluttabilità della Natura e del Destino, è quello che ritrae grazie ai suoi agghiaccianti ed oscuri protagonisti, alfieri di una voce che potremo anche continuare a negare, ma che alberga da sempre in ognuno di noi: quella dei predatori.


MrFord


"And be a simple kind of man 
oh, be somethin' ... You love and understand
baby, be a simple ... Kind of man 
oh, won't you do this for me son if you can."
Lynyrd Skynyrd - "Simple man" - 



giovedì 11 luglio 2013

The Baytown outlaws

Regia: Barry Battles
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
98'




La trama (con parole mie): gli Oodie, tre fratelli dal dubbio background, rednecks fino al midollo e normalmente impiegati da uno sceriffo di provincia per eliminare ogni traccia di crimine e criminali neanche fossero degli spazzini legalizzati, vengono assoldati dalla ex compagna di un boss che è intenzionato a sfruttare i soldi pronti a piovergli addosso con l'imminente maggiore età del figlio avuto dalla donna per recuperare il ragazzo e riconsegnarlo a lei.
I tre scombinati cacciatori di taglie, spinti dalla promessa di un lauto compenso, partono così alla volta del Texas per fare quello che sanno fare meglio, senza sapere che il viaggio che si apprestano ad affrontare sarà il più duro, complicato e caotico delle loro vite, e che il destino del giovane Rob farà la differenza anche e soprattutto per il loro.




The Baytown outlaws è entrato nella vita del sottoscritto e al Saloon solo di recente, quando uno dei miei barman di fiducia, che ho scoperto essere un accanito sostenitore del genere nonchè lettore di romanzi noir di quelli che tanto piacciono al sottoscritto, tra una sambuca offerta e l'altra l'ha fortemente caldeggiato per una visione di quelle cazzute e divertenti che tanto bene fanno a cuore e cervello quando si sente la necessità di staccare dalla vita di tutti i giorni, soprattutto quando sentiamo che il lavoro o altre menate di questo genere cominciano a soffocarci.
Onestamente, considerato che il personaggio - il barman reale, non i protagonisti del film - è quantomeno pittoresco, nutrivo qualche riserva rispetto a questa visione, che unita al fatto che in rete come nell'ambito della grande distribuzione non ne avevo praticamente mai sentito parlare mi aveva portato a pensare che il risultato sarebbe stato l'equivalente di un'esperienza ben oltre il limite del trash nel pieno stile di certe tamarrate anni ottanta, se non peggio.
Il risultato, invece, è stato a suo modo sorprendente: perchè The Baytown outlaws è una sorta di fiera del grottesco e del pulp in pieno stile Rodriguez, divertente e scanzonato, ottimo per gustarsi una sorta di happy hour su pellicola in bilico tra scontri a fuoco, ambientazioni profondamente southern, tonnellate di autoironia mescolate ad un'eco dell'epica figlia delle epopee repubblicane d'assalto di registi come John Milius e tre protagonisti spassosissimi, tra i quali spicca lo scombinato McQueen - ottimo omaggio - Oodie interpretato dal Travis Fimmel reso noto di recente da Vikings.
I tre fratelli protagonisti, comunque, riusciranno con le loro diversità a conquistarsi ognuno una fetta dell'audience, pronta sequenza dopo sequenza a fare il tifo per loro nel corso degli scontri che, come in un tamarrissimo videogame da sala giochi in pieno eighties style, li attendono nella via che li separa dal completamento della missione compiuta per conto di Celeste - una Eva Longoria più cagna maledetta del solito - che segnerà un cambiamento anche nelle loro esistenze.
Perchè il giovane e problematico Rob, un ragazzino indifeso e strumentalizzato, in qualche modo, da entrambi i genitori, diverrà in qualche modo più importante del denaro per gli Oodie, cresciuti con un padre violento che li ha resi da un lato quello che sono e dall'altro individui con enormi squilibri emotivi e di integrazione sociale - che detto così fa quasi ridere, considerato che parliamo di charachters dalla fedina penale lunga diverse miglia - pronti ad attuare una sorta di piano che, accanto alla sopravvivenza e alla salvezza del ragazzo, vede una sorta di suo risveglio dal torpore emotivo e dall'apatia cui la sua condizione - fisica e di famiglia - l'ha costretto hanno dopo anno.
La partecipazione di Rob alle peripezie degli Oodie e agli scontri - divertentissimi - con la gang di assassine bellissime e letali - che ricordano le Volpi Forza 5 di Pulp fiction, e che sono capitanate dalla Zoe Bell di tarantiniana memoria -, il commando "all blacks" in stile pirati che paiono usciti da Mad Max e la banda di nativi americani della battaglia conclusiva - violenta, molto seventies e grindhouse - diviene così come un percorso di crescita per il rampollo dello spietato - per così dire - boss interpretato da Billy Bob Thornton ed una chance di redenzione per gli scalmanati fratellini, che hanno in questo modo l'occasione di fare quello che il loro vecchio non ha mai neppure sognato di fare per loro: proteggerli.
Una bella cavalcata on the road, dunque, che passa dalle parti de La casa del diavolo ed Easy rider, e pur mantenendosi sui livelli dell'intrattenimento selvaggio e tamarro più che sulle proposte d'autore conserva fino alla fine una sua dignità uscendo dalla "battaglia" con il sottoscritto decisamente a testa alta, lasciando una scia di interrogativi sul perchè un lavoro decisamente divertente e sguaiato come questo sia stato ignorato dai nostri distributori nonostante le sue effettive potenzialità di mercato - in fondo, con un bel "Quentin Tarantino presenta" sulla locandina, avrebbe sbancato facilmente il botteghino -.
La prossima volta, dunque, che uno dei miei uomini di fiducia da aperitivo mi consiglia qualcosa di questo genere, dovrò essere decisamente meno altezzoso e buttarmi immediatamente a capofitto nell'esperienza, sbattendomene del fatto che potrebbe rivelarsi una sola.
In fondo, sono un esperto di hangover da dimenticare.


MrFord


"Well I heard Mister Young sing about her
well I heard ol' Neil put her down
well I hope Neil Young will remember
a southern man don't need him around anyhow."
Lynyrd Skynyrd - "Sweet home Alabama" -


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