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martedì 12 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana di visioni e nuovo ritardo ormai standardizzato per la pubblicazione del Bulletin, che alterna recuperi da piccolo schermo a novità sul grande, passando per la consueta tappa che prevede una certa dose di Prime o Netflix settimanali.
Nulla che fosse clamoroso, ma visioni oneste e a loro modo solide che hanno accompagnato le sempre più difficili - in termini di capacità di restare svegli - serate da divano in casa Ford: considerate le aspettative della vigilia legate alla maggior parte dei titoli in questione, direi che è andata anche più che bene.


MrFord




THE WALL (Doug Liman, USA, 2017, 88')

The Wall Poster


Pescato praticamente per caso dalla piattaforma di Prime - ultimamente utilizzata come alternativa a Netflix -, firmato dal Doug Liman di Edge of tomorrow e The Bourne Identity, legato a doppio filo al filone dei film di guerra made in USA ispirati ai fatti dell'ultimo decennio figli dell'Undici Settembre e legati a Iraq e Afganisthan nella migliore tradizione di Peter Berg - pur senza essere così spiccatamente patriottico -, The Wall è stata una piacevole sorpresa nonostante sulla carta si presentasse come la più clamorosa delle tamarrate a stelle e strisce.
Strutturato come un thriller di stampo teatrale - due personaggi e la voce di un terzo, uno spazio ristretto -, il lavoro di Liman sfiora, volontariamente o no, tutte le possibili sequenze da retorica a stelle e strisce con cammino già indirizzato verso il più ovvio dei finali per poi diventare una coraggiosa parabola discendente rispetto alla crudeltà della guerra, all'impossibilità ad uscirne davvero, alla sensazione di dover e voler prevalere necessariamente sull'avversario pensando di avere sempre le ragioni e le giustificazioni per farlo.
Con questo non voglio caricarlo di un peso e di un valore forse troppo grande, ma penso si tratti di uno di quei titoli che, erroneamente, finiscono per essere sottovalutati per partito preso.
Un pò come quando, in guerra, credi di essere inevitabilmente dalla parte giusta.





SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK (Andre Ovredal, USA/Canada, 2019, 108')

Scary Stories to Tell in the Dark Poster


L'horror ad Halloween, o nel periodo della Notte delle streghe, è più o meno una tradizione almeno quanto quello da visione estiva, con risultati spesso - purtroppo, per un appassionato del genere come questo vecchio cowboy - ben lontani dai fasti dei cult che hanno popolato gli incubi dei fan negli anni settanta e ottanta.
Per quanto abbia sempre discretamente stimato il lavoro di Andre Ovredal - interessante Autopsy, molto bello The troll hunter -, credevo che, con questo Scary stories to tell in the dark, sarei andato incontro all'ennesimo titolo usa e getta buono per il periodo e per le bottigliate di rito, senza pensare che potesse in qualche modo risultare interessante: al contrario, però, complici una cornice dal sapore vintage ben realizzata ed una struttura che mi ha riportato alla mente quella che fece la fortuna, insieme al suo protagonista, del franchise di Nightmare, ho trovato Scary stories to tell in the dark un valido intrattenimento per il periodo ed i film che si vanno cercando di conseguenza, con la giusta dose di "teen", una parte horror che pare più simile al gusto di Del Toro che non allo scare jump ed un paio di buone idee.
Forse, in alcuni punti, un pò troppo facile in termini di scrittura e legato probabilmente per esigenze di produzione ad un finale che potrebbe essere facilmente agganciato ad un secondo capitolo, ma sono leggerezze che si perdonano ad un titolo che ha più da sorprendere che non da essere bottigliato.
Considerato il genere, è già un successo così.





24: LIVE ANOTHER DAY (FOX, USA, 2014)

24: Live Another Day Poster


Jack Bauer è sempre stato uno degli idoli action di casa Ford fin dai primi tempi della convivenza con Julez: e nonostante 24 fosse un prodotto prettamente action e tagliato con l'accetta come il suo protagonista, nel corso della sua lunga permanenza in televisione è riuscita a regalare alcune stagioni davvero notevoli per intensità, gestione del tempo, colpi di scena e twist narrativi.
A distanza di non so neppure io quanto dalla visione dell'ultima stagione regolare, abbiamo deciso di recuperare la mini che nel duemilaquattordici riportò lo spigolosissimo - per usare un eufemismo - agente segreto sugli schermi, chiudendone in qualche modo la saga senza per questo negarsi lo sfizio di lasciare un'eventuale porta aperta ad un ritorno.
Solo dodici episodi, questa volta, ma la stessa azione di sempre portata in dono dallo stesso Bauer di sempre: reazionario, violento, pronto a fare quello che vuole e quando vuole, additato come un pazzo o un traditore un pò da chiunque e puntualmente portato a sbugiardare chiunque non gli dia credito, se necessario con mezzi non propriamente ortodossi.
Anche in questo caso, tra le vie di una Londra non proprio pronta ad ospitare il furioso agente americano, troviamo colpi di scena, tradimenti, morti, attentati e scontri a fuoco come se piovessero, a dimostrazione che, nonostante un certo appannamento narrativo, il charachter di Bauer era qualcosa di davvero notevole e funzionale per il suo genere e forse non solo, che anche in questo caso, nonostante il tempo si faccia sentire, ricorda a tutti quanti quanto sul piccolo schermo sia difficile - se non impossibile - trovare uno spaccaculi del suo calibro.


lunedì 12 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Per la prima volta nelle ultime settimane - e forse mesi - non solo sono incappato in una settimana di visioni più consistente di quanto non fossi abituato a sostenere, ma anche e fortunatamente di sole visioni soddisfacenti: che si parli di serie tv o di lungometraggi destinati alla sala o alla sempre più importante realtà di Netflix, infatti, non ho memoria di sette giorni così interessanti almeno dalla scorsa primavera. Speriamo sia un segno positivo per la corsa fino alle classifiche di fine anno.

MrFord


HILL HOUSE (Netflix, USA, 2018)

 Hill House Poster
 
Il mio rapporto con Mike Flanagan è da sempre stato discontinuo, avendolo molto apprezzato in alcune pellicole e clamorosamente detestato in altre: giunta sugli schermi di casa Ford grazie al tam tam della rete, Hill House aveva un bel banco di prova da superare per poter essere apprezzata, e nonostante i tempi dilatati dei primi due episodi devo ammettere che l'ha fatto e a pieni voti.
Regia elegante e molto tecnica, stupendi passaggi temporali in termini di script, spaventi ben gestiti ed un sottotesto importante per chiunque "senta" la vita ed abbia trascorsi emotivi importanti con Famiglia e fratellanza.
Un plauso allo stupendo episodio cinque, La donna dal collo storto, che riprende un concetto espresso in modo ancora più spaventoso nel meraviglioso cult "nascosto" Lake Mungo di qualche anno fa, e che accanto all'epilogo giustamente molto emotivo rendono Hill House uno dei titoli più interessanti che il piccolo schermo abbia offerto in questo duemiladiciotto.


 


BLACKkKLANSMAN (Spike Lee, USA, 2018, 135')

 BlacKkKlansman Poster

Ho sempre pensato che, quasi fosse un controsenso, i migliori lavori di Spike Lee fossero i suoi film più "da bianco", quelli in cui riusciva ad abbandonare la grande rabbia per le ingiustizie perpetrate nel nome del razzismo negli States per veicolarla in energia pura toccando, paradossalmente, gli stessi temi: parlo de La 25ma ora e Summer of Sam, senza comunque dimenticare quello che per me resta uno dei film di genere più belli degli ultimi venti o trent'anni, Inside man.
E proprio quando l'idea che mi ero fatto era di un regista ormai alle soglie della pensione, il vecchio Spike tira fuori un cocktail che pare mescolare Scorsese e i Coen e che affronta con acume ed ironia nera - ed un main charachter mitico interpretato dal John David Washington di Ballers - questioni ancora non solo spinose, ma terribilmente reali raccontando una storia a quasi lieto fine prima di consegnare all'audience un pugno nello stomaco in chiusura di quelli che fanno male perchè più veri di qualsiasi storia vera portata sullo schermo.
Fight the power, Spike.

 


OUTLAW KING - IL RE FUORILEGGE (David MacKenzie, UK/USA, 2018, 121')

 Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Nella Scozia fangosa, brutta - si fa per dire, considerati gli scenari naturali - sporca e cattiva dei tempi di William Wallace appena giustiziato da Edoardo I Plantageneto, si mosse negli anni successivi alla morte del condottiero celebrato da Mel Gibson un re "operaio" destinato a diventare il primo monarca riconosciuto della patria del whisky per antonomasia.
David MacKenzie, già da queste parti amatissimo per Hell or high water e Starred Up, torna nella terra natia per raccontare un personaggio importante ma fagocitato nei libri di storia dal già citato Wallace, che mescola il Robin Hood di Ridley Scott ad una versione sanguinosa e cattiva dei Secoli Bui - come dovevano essere, del resto - in pieno stile Game of thrones. 
Il risultato forse non è emotivamente d'impatto come i due titoli che ho citato, ma mostra i muscoli di un regista da continuare a tenere d'occhio, grande schermo o Netflix che sia, in grado di girare passaggi pazzeschi - quello d'apertura, in piano sequenza, è una vera chicca - e senza dubbio capace di raccontare una storia senza avere paura di sporcarsi le mani per farlo.

 

mercoledì 23 novembre 2016

Animali notturni (Tom Ford, USA, 2016, 116')





Ricordo bene quando, nella primavera del duemilasei, iniziai a scrivere quello che, ad oggi, è il mio unico romanzo - e che, prima o poi, non mi dispiacerebbe affatto pubblicare, ma questa è un'altra storia -: era un periodo particolare della mia vita, stavo da tanto tempo con una persona cui ho voluto tantissimo bene ma che, nonostante il lungo percorso fatto insieme, era arrivata a non conoscermi almeno quanto io non conoscevo lei.
Forse ci siamo incontrati quando eravamo troppo giovani, o forse, chissà, non siamo stati pronti, o semplicemente non era destino: fatto sta che in quella primavera, con alle spalle i ricordi dei nostri due viaggi più belli - curioso siano stati gli ultimi -, mi chiesi se volevo continuare a stare con lei e fingere di non essere presente o ricominciare da capo.
Scrissi quel romanzo per ricominciare da capo, perchè avevo bisogno come l'aria di tornare a sentire tutti i lati di me che avevo seppellito da troppo tempo, e diedi inizio alla mia stagione più selvaggia e senza controllo.
Nel corso dei primi paragrafi del romanzo, uno dei tre protagonisti - che poi sono sempre lati di me - uccide con un colpo di fucile la moglie malata da tempo per porre fine alle sue sofferenze e partire con un vecchio e forse odiato compagno d'armi.
Ricordo di averlo fatto non tanto per dare sfogo ad una vendetta nei suoi confronti, o perchè avesse colpe superiori alle mie - e ne avevo, credetemi, molte più io -, ma quel passaggio mi fece respirare così tanto da farmi capire che quella storia era finita.
Ricordo anche quanta sofferenza c'era in lei quando mi chiese perchè "l'avessi uccisa" quando ebbe occasione di leggere il lavoro finito.
In realtà avevo ucciso la nostra storia, ma risponderle non è stato facile.
Pochi anni dopo, quando ebbi l'occasione e la fortuna, grazie al lavoro, di passare un pomeriggio come accompagnatore di Joe Lansdale durante un firmacopie, chiacchierando di scrittura si parlò di quanto finisca per essere importante per chi sta dietro la tastiera il fatto di essere presente nel suo lavoro, di non inventare più del necessario, perchè una pagina scritta e "sentita" è in grado arrivare al cuore di un lettore molto più di una preparata a tavolino.
Prima di essere letteralmente rapito dalla visione di Animali notturni - che è stata quasi metacinematografica, considerato che nel corso della sequenza dell'inseguimento tra le due auto nel nulla delle provinciali del profondo Texas un ragazzino ha perso il controllo della sua vettura nei pressi di casa Ford finendo contro il grande albero di fronte all'ingresso della stessa abbattendo completamente una parte del muro di mattoni che conduce al portone d'ingresso - pensavo, sbagliando, che Tom Ford, tutto stile e grandi cornici, fosse uno da tavolino pieno, e che con il cuore e la pancia c'entrasse poco o nulla.
Anzi, a dirla tutta, mi aspettavo per Animali notturni un destino simile a quello che negli ultimi giorni è toccato a The neon demon o Knight of cups.
Devo invece togliermi il cappello di fronte ad un'opera che senza dubbio è autoriale, stilosa, girata e fotografata con eleganza sopraffina, scritta con il bisturi ed interpretata da tutti i protagonisti impeccabilmente - per una volta Gyllenhaal non riesce a rubare completamente la scena -, ma anche torbida, calda, ipnotica, un cocktail riuscito alla perfezione che unisce Lynch, Jeff Nichols ed un finale che farebbe invidia al Wong Kar Wai dei giorni migliori.
Non è facile scrivere d'amore parlando di violenza e vendetta, e non è facile riuscire a liberarsi di un amore in modo così dirompente come riconoscendo che è finito, mettendolo su carta, venendo a patti con la propria sofferenza, con se stessi e con chi abbiamo avuto accanto.
Animali notturni, opera autoriale, stilosa, girata e fotografata con eleganza sopraffina, scritta con il bisturi ed interpretata da tutti i protagonisti impeccabilmente, è zero tavolino e cento per cento animalesca.
E' tutta la passione che nei primi giorni si mette nel sesso, e negli ultimi nell'odio per tutto quello che una storia può aver significato o significare.
Animali notturni sono denti affondati nel collo e unghie nella schiena.
Ma soprattutto, quel qualcosa che ti entra dentro, cuore e cervello, e sai che non ti lascerà più.
E non è quel qualcosa che vorresti. O che avresti voluto.
E' qualcosa che mostra tutto quello che pensavi non potesse essere vero.
Qualcosa cui puoi rispondere solo diventando cattivo come lei.




MrFord




lunedì 2 giugno 2014

Godzilla

Regia: Gareth Edwards
Origine: USA, Giappone
Anno: 2014
Durata: 123'





La trama (con parole mie): Joe Brody, insieme alla moglie Sandra, sono al lavoro in un impianto in Giappone quando qualcosa provoca un incidente che costa la vita alla donna, lasciando l'uomo solo con il dubbio che la scusa di un terremoto sia soltanto una copertura.
Quindici anni dopo lo stesso Joe coinvolge il figlio ormai adulto Ford - e non è uno scherzo - nella ricerca che conduce alla verità a proposito di creature millenarie celate dagli abissi del nostro pianeta tornate alla luce per distruggere il mondo intero in cerca di cibo e mosse dall'istinto di procreazione. Quando ogni speranza pare pronta ad abbandonare l'Uomo, però, dalle profondità marine giunge un'altra temibile ed incontrollabile creatura che potrebbe fungere da arbitro alla contesa: Godzilla.








E' davvero un peccato che mostri giganti e robottoni abbiano finito per perdere il fascino indiscutibile e sopra le righe che avevano ai tempi dei gloriosi eighties, quando i cartoni animati del pomeriggio erano in grado di trasformare anche la più noiosa delle giornate in un appuntamento imperdibile con il divertimento: dopo la delusione che fu Pacific Rim, onestamente speravo che il buon, vecchio Godzilla potesse in qualche modo risollevare le sorti del genere anche grazie alla presenza di Gareth Edwards, che riuscì a sorprendere non troppo tempo fa con il buon Monsters, dietro la macchina da presa.
Ed ho continuato a sperare anche dopo aver letto le prime - certo non entusiastiche - recensioni.
Forse perchè il cervello, quando la Realtà comincia a pesare troppo, finisce per gettarsi a capofitto nella ricerca di qualcosa che lo intratterrà e farà godere come se non ci fosse bisogno alcuno della sua parte logica e razionale, e che chiami in causa, al contrario, quella più antica, detta rettile - che, tra le altre cose, in questo caso ci starebbe da dio -, lasciando che sia solo il piacere primordiale a prendere il sopravvento.
Peccato che, nonostante gli effettoni strabilianti - così come fu per il già citato Pacific Rim, sono almeno due o tre le sequenze da occhi sgranati -, il cast di prim'ordine - da Aaron Taylor Johnson a Ken Watanabe, passando per Elizabeth Olsen e soprattutto Bryan Cranston -, l'approccio decisamente inusuale per quello che, di fatto, è un monster movie catastrofico - Godzilla protagonista assoluto, con un ruolo da "eroe" più in vista di quello del vero e proprio main charachter, ribattezzato curiosamente Ford, opposto ad una coppia di suoi simili colpevoli, di fatto, semplicemente di voler portare avanti la loro specie -, il giocattolone in questione finisca per non soddisfare tanto chi si aspettava qualcosa di scanzonato e fracassone quanto chi da Edwards pensava di ottenere quello che era già stato ribattezzato il Batman begins del genere.
Non che Godzilla sia brutto da vedere, o uno di quei titoli in grado di scatenare il peggio in quanto a bottigliate, eppure qualcosa non è riuscito a funzionare come avrebbe dovuto - allo stesso modo del mancato supercult così tremendamente simile firmato da Guillermo Del Toro lo scorso anno - e la visione passa da un'ottima prima parte decisamente ben costruita alla più classica delle escalation a stelle e strisce della seconda, priva però del divertimento sopra le righe che prodotti come The Avengers o Expendables 2 portavano in dono garantendo all'audience un completo, inesorabile, spassosissimo coinvolgimento.
La cosa più interessante della visione resta l'interpretazione molto "umana" dei mostri coinvolti, dalla coppia di "distruttori" - in cerca, molto istintivamente e semplicemente, di un luogo in cui procreare e stabilire il loro territorio - a quella dello stesso Godzilla, visto dai personaggi di Cranston e Watanabe come una sorta di divinità in pieno stile manga dalle capacità distruttive immense eppure in grado di scegliere quello che, apparentemente, dovrebbe essere il male minore per il pianeta che in qualche modo finisce per proteggere.
Le espressioni del vecchio Godzy e la sua furia in battaglia regalano uno spessore insperato ad una pellicola purtroppo con troppo poco carattere per rimanere davvero impressa nella memoria, del Saloon e degli spettatori in genere, ma il risultato non cambia.
E alla fine, con la polvere finalmente depositata e quella camminata fiera del mostro gigante di ritorno al suo habitat naturale, si ha l'impressione che, per quanto grande e grosso appaia, il lavoro di Edwards non lo sia, di fatto, fino in fondo.
E neppure in superficie.




MrFord




"Those evil natured robots - they're programmed to
destroy us - She's gotta be strong to fight them -
so she's taking lots of vitamins - cause she knows that
it'd be tragic if those evil robots win - I know
she can beat them -."
The Flaming Lips - "Yoshimi battles the pink robots Part. 1" -
  




martedì 10 settembre 2013

Kick-Ass 2

Regia: Jeff Wadlow
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata:
103'




La trama (con parole mie): il giovane liceale Dave, che diede origine ad una vera e propria rivoluzione di supereroi da strada nei panni di Kick-Ass, è fuori dai giochi da parecchio tempo. Approfittando dell'amica ed ex "collega" Hit Girl, lo stesso adolescente vorrebbe tornare a pattugliare le strade come ai vecchi tempi: quando, però, una promessa fatta all'amico fraterno del padre nonchè suo tutore pone la ragazza fuori dai giochi, il Nostro finisce per legarsi ad un gruppo di privati cittadini nonchè improvvisati supereroi guidato dal Colonnello Stelle e Strisce.
Intanto Chris D'Amico, precedentemente noto come Red Mist, è impegnato ad organizzare un piano che lo porti di nuovo sulla cresta dell'onda come supercriminale e, nei panni di Motherfucker, a vendicarsi del responsabile della morte di suo padre: Kick-Ass stesso.




I sequel non sono affatto una cosa facile, quando si parla di settima arte.
Un pò come non lo sono più i film di e sui supereroi, fino ad una decina d'anni fa una sorta di oggetto misterioso ed ormai divenuti una sorta di gallina dalle uova d'oro che probabilmente Hollywood continuerà a sfruttare fino a quando i guadagni soddisferanno produttori e distributori.
Come se tutto questo non bastasse, avevo letto davvero maluccio di questo secondo capitolo delle avventure di Kick-Ass, eroe decisamente particolare nato - sulla carta - dalla penna di Mark Millar - uno degli sceneggiatori di fumetti più importanti del Nuovo Millennio - e dalla matita di John Romita Jr  - figlio d'arte nonchè colonna della Marvel per più di un ventennio - che qualche anno fa aveva aperto una nuova strada al genere sfruttando l'aspetto underground del fenomeno "uomini mascherati".
Accanto al primo Kick-Ass, infatti, riuscirono a trovare spazio anche pellicole decisamente buone come Defendor e Super, che ebbero il merito di esplorare da un'angolazione certamente differente rispetto a quella dei Batman nolaniani e degli Avengers il concetto di supereroe riportandolo, di fatto, alla dimensione che fece la fortuna delle creature made in Marvel legate alla fine degli anni sessanta e all'inizio dei settanta, dall'Uomo Ragno in avanti, ovvero quello del "supereroe con superproblemi".
Ma in tutto questo fiorire di citazioni di fumetti e film ispirati dagli stessi, cosa ha portato la visione del secondo capitolo di Kick-Ass al Saloon? Direi una sorpresa, rispetto quelle che erano le aspettative - molto basse - della vigilia: certo non una visione illuminante, o qualcosa di effettivamente innovativo e dirompente, eppure un divertente e sentito film d'intrattenimento che, seppur non scritto nel migliore dei modi, riesce a rimanere saldamente ancorato alla riflessione sul concetto che si cela dietro la maschera di un "super" - che sia eroe o criminale, poco importa - ed all'importanza del rapporto che ognuno di noi ha con la propria etica, così come la coesistenza della stessa con la realtà che ci sta attorno e che, quotidianamente, rischia di finire per soffocarci.
Ed è proprio il rapporto con la Realtà a divenire la benzina per questa macchina messa in moto da Matthew Vaughn - qui, purtroppo, presente solo nelle vesti di produttore -, che una volta dato fuoco alle polveri torna a lavorare sul concetto di crescita e di rapporto tra padri e figli regalando al prodotto finito una profondità niente male per quello che, di fatto, è un titolo molto pop, molto pulp e pure troppo, che passa dalla sempre mitica Hit Girl in bilico tra il suo passato accanto al genitore ed il presente legato alle promesse fatte al tutore per toccare lo stesso Kick-Ass nonchè la sua nemesi, l'ex Red Mist ora ribattezzatosi Motherfucker, senza contare quello che, di fatto, è il personaggio più interessante dell'intero lavoro, il Colonnello Stelle e Strisce interpretato da Jim Carrey.
Il resto è tutto un colorato calderone di trovate decisamente trash - dai costumi agli assurdi supercriminali messi insieme da Chris al "Merdomito" -, momenti tra il grottesco ed il comico e qualche scivolone nel cattivo gusto - le inutili aggiunte delle didascalie in stile fumetto -: senza dubbio non siamo di fronte al film dell'anno, e con discreta certezza posso affermare che il lavoro di Wadlow presta il fianco a numerose critiche, eppure resto convinto che, con una concreta dose di ingenuità - voluta o cercata - e la volontà di meravigliarsi ancora, si possa apprezzare Kick-Ass 2 come un piccolo pur se naif inno a quella follia positiva che, decenni or sono, portò un gruppo di autori a creare un genere che avrebbe incantato il mondo - o almeno una parte di esso - e che continua a farlo ancora oggi.
In fondo, una delle prerogative dei supereroi è rendere possibile l'impossibile.


MrFord


"I'm ok
you have that affect on me
but i need you desperatly
you know i need you desperatly
I halted that illusion
I'm not your average guy."
Jane's Addiction - "Superhero" - 


mercoledì 27 febbraio 2013

Anna Karenina

Regia: Joe Wright
Origine: UK
Anno: 2012
Durata: 129'




La trama (con parole mie): Anna Karenina, nobildonna di San Pietroburgo nella prima metà dell'ottocento sposata al politico Karenin, molto più anziano di lei, in viaggio verso Mosca per riconciliare suo fratello con la moglie alle prese con una crisi coniugale, conosce il giovane militare in carriera Vronsky.
Tra i due scoppia una passione travolgente che porterà la donna a stravolgere le regole della società finendo per lasciare il marito in modo da poter vivere l'amore per il nuovo compagno, ed assumere di fatto i connotati della reietta: e mentre Karenin farà di tutto per continuare ad andare incontro alla madre di suo figlio, Anna finirà per crollare sotto il peso del suo nuovo ruolo e di quello che vorrebbe per Vronsky la famiglia di lui.
Un dramma da camera che coinvolgerà, in qualche modo, anche Levin e Kitty, vittime come Anna dell'amore, ma destinati ad un fato ben differente.





Normalmente qui al Saloon non hanno vita facile i film all'interno dei quali la forma ha in qualche modo, sempre e comunque la priorità sulla sostanza: quando non si tratta di proposte radical chic destinate ad essere bottigliate, infatti, è facile che si tratti di blockbuster d'autore che di norma finiscono per essere più noiosi, bolsi e pesanti di titoli effettivamente autoriali ed effettivamente lenti come la più monumentale delle epopee russe.
E proprio con l'epopea russa si cimenta Joe Wright, regista patinatissimo che stando a quello che è il mio panesalamismo sulla carta dovrei detestare e che al contrario ho sempre trovato enormemente talentuoso, in particolare grazie alla prova che fornì con l'eccezionale Espiazione, drammone romantico che ai tempi fece grande scalpore qui in casa Ford, in bilico tra sentimenti, commozione, piani sequenza vertiginosi ed una confezione impeccabile.
Non è da meno questa sua versione di Anna Karenina, romanzo supercult di intere generazioni - che io non ho letto, giusto per metterlo in chiaro - firmato da uno dei nomi di riferimento della Letteratura mondiale, Lev Tolstoj, filtrato attraverso un gusto al limite del kitsch ed una sensibilità che, più che ricordare il dramma spaccacuore da togliere il respiro, strizza l'occhio a Baz Luhrmann e al musical in grande stile: onestamente siamo ben lontani dall'avere di fronte un'opera memorabile o un Capolavoro struggente, ma è inequivocabile che il lavoro di Wright sia impressionante dal punto di vista visivo, a partire dai suoi riferimenti al Teatro fino all'uso dei carrelli, delle scenografie, degli agganci tra le scene, di piccoli squarci di poesia pura ben nascosti da una confezione che pare avere la priorità su tutto il resto - la lettera strappata diventata fiocchi di neve, per quanto scontata possa suonare, mi ha strappato un'espressione di pura meraviglia -.
Anche il cast risulta sorprendentemente azzeccato, nonostante Keira Knightley - ultimamente sempre più insopportabile -, in particolare grazie ad un Jude Law granitico e lontano dal suo vecchio status di sex symbol e a Matthew MacFayden, che con il suo Oblonsky riesce nell'intento di rendere credibile un personaggio fatto macchietta come fosse il più profondo tra i protagonisti del dramma, riportando alla mente del sottoscritto addirittura lo spirito di alcuni degli Ekdal del Capolavoro - quello senza dubbio - di Bergman Fanny e Alexander.
Non so ora se i puristi dell'opera letteraria potranno apprezzare l'approccio decisamente più scanzonato scelto da Wright per rendere probabilmente più fluida ed elegante la narrazione, ma per una volta posso tranquillamente affermare che la forma riesce ad essere di maggiore aiuto rispetto alla sostanza non soltanto per quanto riguarda il ritmo della pellicola, ma soprattutto per quanto concerne il suo "corpo", quasi non fosse possibile scindere il suo lato terreno, la sua apparenza, dai contenuti: in questo senso il buon Joe è riuscito in qualche modo a fornire un ritratto forse fin troppo perfetto della materia che l'ha ispirato, plasmata sui sentimenti e sulla travolgente portata degli stessi ma anche sull'attrazione irresistibile e selvaggia, sul colpo d'occhio come veicolo per i cuori che battono, le pelli che si sfiorano, la voglia che sale, irrefrenabile, a scapito di qualsiasi contesto sociale, regola o senso della ragione e della morale.
Del resto i narratori russi, troppo spesso accusati di una certa qual freddezza di fondo, risultano in realtà tra i più intensi che la Letteratura abbia mai conosciuto: Wright, affrontando una sfida certo non facile, ha scelto di non prendersi così tanto sul serio da risultare spocchioso e raccontare un amore privo di mezze misure senza farsi soffocare dall'epica e dai contenuti, sfruttando la valvola di sfogo dell'occhio che vuole la sua parte per dare una sua interpretazione del "sacro" attraverso un fiume di magnifico "profano" che a volte, come in questi casi, non fa certo male.
In un certo senso, dunque, questa Anna Karenina non sarà la donna della vita, ma senza dubbio causerà turbamenti e lesioni ai muscoli del collo di molti degli spettatori che ne incroceranno il cammino e si troveranno costretti a voltarsi cercando uno sguardo che potrebbe cambiar loro la vita.
Fosse anche solo per una notte.


MrFord


"Hai ragione tu
cosa voglio di più
cosa voglio
Anna
voglio Anna.
Non hai mai visto un uomo piangere
apri bene gli occhi sai perchè tu ora lo vedrai
apri bene gli occhi sai perchè tu ora lo vedrai."
Lucio Battisti - "Anna" -


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