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venerdì 9 dicembre 2016

Batman - The killing joke (Sam Liu, USA, 2016, 76')




Ai tempi in cui ero un vorace lettore di fumetti - per la maggior parte statunitensi -, per quanto riguardava le proposte seriali non ho mai avuto alcun dubbio che la Marvel surclassasse senza pietà in termini di qualità dei personaggi prima ancora che degli autori o delle storie la sua rivale di sempre, la DC Comics, alla quale non sono mai stato particolarmente legato.
Due characthers in particolare riuscivano a rompere questo schema: Batman e Lobo.
Il primo, amato molto - Joel Schumacher a parte - dal sottoscritto anche al Cinema, è senza dubbio una vera e propria miniera d'oro per ogni scrittore che ne approcci i tormenti interiori, le luci della ribalta di Wayne ed i demoni dell'Uomo Pipistrello: quando, poi, l'autore in questione è Alan Moore, forse il più grande sceneggiatore di Fumetti di tutti i tempi, il gioco è fatto.
Batman: The killing Joke è infatti da sempre considerata dagli appassionati come una delle storie più interessanti dell'Uomo Pipistrello soprattutto per il lavoro strepitoso fatto sulla sua nemesi, il Joker, uno dei villains più profondi e carismatici che qualsiasi appassionato di supereroi potrebbe mai incontrare.
Venuto a sapere che da questa piccola ma grande graphic novel era stato tratto un lungometraggio, la mia curiosità a proposito della trasposizione della stessa ha finito per solleticare la curiosità e riportare il Batman animato al Saloon per la prima volta dai tempi in cui, ragazzino, seguivo la serie trasmessa su Italia Uno, una delle cose migliori dei cartoni animati di allora: peccato che, a conti fatti, il lavoro di Sam Liu non sia a mio parere all'altezza di quello che ai tempi aveva operato il mitico Moore, complici un comparto tecnico decisamente non all'altezza, una prima parte incentrata su Batgirl che ha il sapore del brodo allungato giusto per raggiungere un minutaggio da sala, dosi di follia e violenza che mi ricordi edulcorate rispetto all'albo e solo un finale che riesce, almeno in quel caso, a rendere davvero omaggio al senso ironico, cattivo e distorto che il diabolico Moore diede alla storia originale.
Un peccato senza dubbio per i fan del Pipistrello e di Alan Moore, un intrattenimento dal gusto gotico tipico delle avventure dell'antieroe di Gotham per il pubblico occasionale, per quanto ce ne possa essere in questi casi: probabilmente la produzione avrebbe dovuto tenere più conto del fatto che un prodotto di questo genere a così tanti anni dalla pubblicazione originale - parliamo dell'ottantotto - avrebbe dovuto avere come unico target lo zoccolo duro dei fan nerd, e dunque osare decisamente di più di quanto non sia stato fatto.
Resta, quantomeno, un modo per ricordare lo spessore dell'Uomo Pipistrello - anche se, in questo film, appare più evidente il suo lato spigoloso e monolitico da giustiziere che non il mondo dentro Wayne - e quello della sua nemesi, che culmina con quello che è uno dei finali più belli sella Storia del Fumetto, qui fortunatamente ripreso praticamente pari pari.
Se avete amato il Batman di Burton e Nolan, e soprattutto i Joker di Nicholson e Ledger, quantomeno un'occhiata a questo film - fosse anche solo per l'epilogo - andrebbe data, considerato che, senza la pesante eredità data dalla lettura del classico di Moore, forse potrebbe assumere una dimensione meno riduttiva.




MrFord




venerdì 13 marzo 2015

Il killer del Green River

Autori: Jeff Jansen, Jonathan Case
Origine: USA
Anno: 2013
Editore:
Bao Publishing





La trama (con parole mie): Jeff Jensen, ripercorrendo il ventennio di indagini del padre Tom, detective della omicidi di Seattle e colonna del Team assegnato a quello che è considerato come uno dei serial killers più prolifici degli States, mostra il percorso che gli agenti responsabili si trovarono ad affrontare dopo l'arresto di Gary Ridgway, ormai ufficialmente riconosciuto come l'assassino, che patteggiò in modo da ottenere l'ergastolo evitando la pena di morte rivelando informazioni sulle posizione di corpi non ancora recuperati o identificati.
Un viaggio nella mente di un killer ma anche e soprattutto nel cuore di chi si è visto strappare i propri cari, e degli uomini che hanno lottato affinchè le vittime non fossero dimenticate.








Sarebbe bastata la dedica di Jeff Jansen al padre, per farmi amare questa graphic novel.
Una dedica sentita, di quelle che ogni padre vorrebbe leggere scritte dal proprio figlio.
Io per primo.
Neppure il tempo di commuoversi, ed ecco uno degli incipit più spaventosi che mi sia capitato di trovare quando si parla di Fumetto, ma anche di Cinema: poche pagine serrate, fredde, micidiali, degne di quello che era l'orrore suscitato da un personaggio come il Bob di Twin Peaks, o dai racconti di Lucarelli in Blunotte, o dai primi minuti di Mystic River.
Da un certo punto di vista, è un peccato che il resto dell'opera non sia all'altezza del suo antefatto, perchè altrimenti di fronte avremmo finito per avere una delle cose più clamorose mai prodotte dai tempi di Preacher: invece, ci troviamo "solo" tra le mani quella che, di fatto, è la versione a fumetti dello Zodiac cinematografico, una ricerca che parte dalla fine, dalla cattura di quello che a tutt'oggi è considerato il killer del Green River, uno dei più prolifici della Storia degli States, e che vede la squadra di detectives impegnata per quasi un ventennio nella sua ricerca sperare che quell'individuo confuso o forse soltanto furbo possa essere il mostro inseguito per così tanto tempo, in modo da avere gli strumenti non solo per poter donare la pace che meritano le vittime e soprattutto le loro famiglie, ma anche di trovare una spiegazione che possa giustificare atti motivati dal semplice, ancestrale, oscuro desiderio di uccidere per il gusto "di sapere cosa si prova".
Un percorso che è la cronaca di un dolore, e di un mosaico di dolori, ma anche una testimonianza dell'ammirazione che un figlio che ha visto - o non ha visto - la presenza del genitore finisce per sentire, una volta cresciuto, rispetto all'impegno che lo stesso ha profuso nella missione di una vita, per quanto la stessa dovrebbe essere, di fatto, quella di crescere e proteggere la propria famiglia.
In fondo, come insegna anche il giustamente incensato True Detective, per rivedere le stelle occorre immergersi negli abissi più profondi dell'animo umano, capace delle peggiori crudeltà e figlio dei più biechi istinti così come delle azioni più nobili ed altruiste si possano immaginare: in fondo, uomini come Tom Jensen ed i suoi colleghi finiscono per lottare in modo che il mondo possa essere un luogo almeno vagamente migliore per le loro famiglie e loro stessi e dunque, di riflesso - o forse è il contrario? - per tutte le famiglie e le persone che giorno dopo giorno cercano in tutti i modi di preservare.
Dall'altra parte, Gary Ridgway, al quale il tratto pastoso eppure non troppo definito di Jonathan Case si adatta perfettamente, sconfitto da qualcosa che non si potrà mai conoscere a fondo, dall'istinto primordiale e predatorio che porta individui come lui a trovare la propria realizzazione nella caccia e in quel dolore causato, eppure considerato e giudicato sempre all'esterno della propria esistenza.
Chi è, dunque, Gary Ridgway?
Il lato oscuro di ognuno di noi? Il terrore che opere come Twin Peaks alimentano? L'incredulità rispetto a quello di cui come genere umano siamo capaci?
E chi è Tom Jensen?
Chi siamo noi?
L'egoismo trova rifugio nel seguire i propri istinti o nel placarli mettendo fine al viaggio di chi non ha controllo sugli stessi?
Forse in entrambi i percorsi. O forse in nessuno.
Quello che conta, leggendo queste pagine intense e mai oltre misura, è che esiste un lascito del quale ognuno di noi, da figlio, può fare tesoro.
E tramandare in quanto padre.
Onestamente, io spero di trovarmi sempre dalla parte giusta del fiume.
E un giorno, di leggere una dedica come quella di Jeff Jensen.



MrFord



"Now I taught the weeping willow how to cry,
and I showed the clouds how to cover up a clear blue sky.
and the tears that I cried for that woman are gonna flood you Big River.
then I'm gonna sit right here until I die."
Johnny Cash - "Big river" -



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