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venerdì 22 aprile 2016

The last ship - Stagione 1

Produzione: TNT
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 10






La trama (con parole mie): l'equipaggio della nave da guerra della Marina degli Stati Uniti Nathan James, capitanata da Tom Chandler, è costretta ad una missione nell'artico di mesi con tanto di silenzio radio, apparentemente motivata dalla sperimentazione di armamenti ma in realtà legata a doppio filo alle indagini della dottoressa Rachel Scott, da tempo al lavoro su un potenziale vaccino per un'epidemia che i governi hanno predetto essere sul punto di scoppiare in tutto il mondo.
Tornati alla "civiltà" alla fine della missione, gli occupanti della Nathan James scopriranno che nel frattempo il virus ha avuto la meglio sulla civiltà, i governi sono crollati e sulla terraferma le comunità rimaste cercano di arrangiarsi lottando per sopravvivere anche le une contro le altre.
Come se non bastasse, all'urgenza di trovare una potenziale cura ed i rifornimenti per rimanere al largo, si aggiunge il pericolo costituito da una nave russa in cerca della dottoressa e dei suoi risultati e la minaccia di un conflitto nato in seno a quello che resta degli States sulla terraferma.
Come se la caveranno Chandler e i suoi uomini?












Ormai è più forte di me: non riesco proprio a farcela, a non subire il fascino del made in USA, specie se un pò tamarro e sopra le righe, che si tratti di Musica, Letteratura, Cinema o produzioni legate al piccolo schermo.
The Last Ship, giunta da queste parti assolutamente per caso, quando ai tempi presi un suggerimento telefonico del mio fratellino Dembo legato all'horror The Last Shift - che passerà a breve da queste parti - per un'imbeccata rispetto alla serie che ha adottato Eric "Dottor Bollore" Dane una volta chiusa la sua esperienza con Grey's Anatomy, prodotto in grado di mescolare le stelle e strisce di Salvate il soldato Ryan ed il survival di The Walking Dead, ho fatto finta di nulla e convinto Julez ad imbarcarci in una visione che, a conti fatti, si è rivelata assolutamente divertente e perfettamente inserita nel filone dei prodotti di puro intrattenimento indicati per questo periodo della nostra vita, considerati i pranzi e cene ormai dominati dalle chiacchiere a getto continuo del Fordino, pronto a chiedere spiegazioni su ogni titolo e scena così come a coinvolgere il sottoscritto in giochi ed evoluzioni pronte a far considerare alla signora Ford l'idea di avere a tavola due bambini di tre anni.
Tornando, comunque, a The Last Ship, devo dire che, pur non inventando nulla di nuovo - il plot è abbastanza classico, così come le atmosfere legate alle epidemie che, di fatto, dimostrano una volta di più che la minaccia più grande, in questi casi, sarebbe di gran lunga quella dell'Uomo, più che della malattia - nel corso delle sue dieci puntate non solo ha finito per affrontare situazioni e temi diversi tra loro grazie alle vicende occorse ai protagonisti, ma anche a lavorare molto bene sugli stessi, proponendo evoluzioni dei rapporti e dei charachters stessi davvero niente male, per un prodotto di grana grossa di questo genere.
E dalle battaglie navali a drammatici confronti nella giungla - inquietante l'episodio legato al boss del narcotraffico rifugiatosi in Costarica soggiogando un gruppo di locali neanche fosse in pieno delirio da film di Herzog -, dai faccia a faccia interni tra i membri dell'equipaggio all'escalation legata alla ricerca del vaccino da parte della dottoressa Scott - la Rhona Mitra divenuta famosa qui al Saloon per il suo ruolo in Doomsday -, per giungere alle drammatiche rivelazioni del season finale legato al primo contatto vero e proprio con il presunto governo - o quel che ne resta - degli Stati Uniti, il risultato è decisamente discreto e perfetto per veicolare una visione senza troppo impegno, impreziosita per quanto mi riguarda da un personaggio come Tex, praticamente da subito il preferito fordiano assoluto della serie.
Non sono certo qui a gridare al miracolo, eppure la curiosità di scoprire cosa attende l'equipaggio della Nathan James nel corso della seconda stagione è ben radicata, le potenzialità del titolo devono ancora essere completamente espresse, e l'impressione che possa rivelarsi una versione più tamarra ma paradossalmente profonda ed interessante del già citato The Walking Dead è ben più di un sospetto.
Speriamo bene, anche perchè tra navi, esplosioni, amicizia virile e momenti assolutamente fordiani, difficilmente troverò un'altra crociera così nelle mie corde.





MrFord






"And oh my love remind me, what was it that I said?
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
Florence + The Machine - "Ship to wreck" - 






sabato 27 febbraio 2016

Chuck - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 13








La trama (con parole mie): dopo anni passati - volontariamente o no - non solo come agente della CIA, ma come contenitore dell'Intersect, Chuck si ritrova con una propria agenzia di sicurezza da gestire - come sempre coperta dal Buy More -, sposato con Sarah e soprattutto privo dei "poteri" che lo stesso Intersect gli garantiva. Il suo migliore amico Morgan, nuovo ricettacolo del software, pare dunque farsi travolgere dalle capacità che lo stesso fornisce, almeno fino a quando Chuck, Sarah e Casey non scoprono che, in realtà, dietro questa nuova versione dell'Intersect c'è un vecchio agente rinnegato che intende vendicarsi del gruppo di amici spie a tutti i costi, lottando per portare via al novello sposo tutto quello che ha.
Ci riuscirà? E riuscirà Chuck ad affrontare le nuove minacce che si prospettano all'orizzonte contando solo sulle sue abilità da nerd e sul suo cuore?











Suona davvero strano, salutare un compagno di viaggio di casa Ford come Chuck.
Non è, infatti, certo la prima volta che da queste parti si alza il bicchiere in onore di una serie tv portata a termine, eppure, per la prima volta - fatta eccezione, forse, per True Blood -, non si tratta di un titolo cult, o che sia riuscito a sconvolgere gli occupanti del Saloon grazie ad episodi indimenticabili o qualità eccelsa, bensì di una sana proposta di sano intrattenimento che ha fatto parte della nostra vita nei momenti di pranzi e cene fin dai tempi in cui con Julez  eravamo ai primi mesi di convivenza nel nostro indimenticabile appartamento da quasi artisti in centro a Milano al presente con il Fordino pronto a chiedere "Stasera c'è Chuck?", legandoci inevitabilmente ai suoi protagonisti e lasciando per questo addio il sapore dolceamaro da fine delle vacanze al quale non si può scampare.
Dunque, seppur limitando il tutto al divertimento puro e semplice senza alcuna pretesa alta, è con grande partecipazione ed affetto che abbiamo accompagnato Chuck - maturato enormemente dai suoi esordi da nerd senza speranza -, Morgan - curioso vederlo nelle vesti di quasi bad guy negli episodi che l'hanno visto preda del fascino maligno dell'Intersect -, Sarah, Casey - che resterà il mio favorito assoluto della serie -, Ellie e Fenomeno, e perfino i sempre pessimi Lester e Jeff - che, nella sua versione "sobria", ha vissuto una vera e propria rivitalizzazione del charachter in quest'ultima stagione - alla fine del loro viaggio televisivo, godendoci gli scontri, i nuovi casi, le partecipazioni eccellenti - divertentissime le comparsate di Stan Lee e Bo Derek - ed il crescendo che ha portato ad un nuovo capitolo nelle vite di tutti i personaggi e del protagonista, pronti a salutare una serie che, comunque, già da un paio di stagioni mostrava il fianco e non avrebbe retto altre annate senza risultare ripetitiva.
Dunque ci siamo goduti quest'ultima carrellata insieme alle follie di Jeff e Lester, i grugniti di Casey, l'evoluzione del rapporto tra Chuck e Sarah, le sempre numerose citazioni - da Star Wars a Die Hard, passando per i fumetti e i videogiochi -, pensando a quanto, nel frattempo, siamo cambiati anche noi: nel duemilasette, agli esordi di questo titolo, con Julez eravamo reduci da un anno molto wild per entrambi, non sapevamo cosa sarebbe stato del nostro futuro e, non ancora trentenni, costruivamo le cose giorno per giorno: ora cominciano ad avvicinarsi i quaranta, stiamo per diventare genitori per la seconda volta, tante prospettive sono cambiate ma, di fatto, l'entusiasmo per la vita è rimasto lo stesso.
Anche perchè, Intersect o no, in fondo siamo noi a rendere emozionanti i giorni e le avventure cui andiamo incontro, e speciali i legami che ci porteremo dentro anche quando faranno parte del passato: e Chuck è stato un ottimo esempio di questo tipo di emozioni e di esperienze, pur se veicolato da un piglio da fumettone per adolescenti nerd e più risate che lacrime o grandi scossoni.
Ma il bello, spesso, è proprio questo: guardare qualcosa che ci fa sentire bene, nella nostra zona di confort, come una coperta o un paio di ciabatte comode.
O come Chuck.





MrFord





"I was always the one behind 
you would run up and keep me in line 
I looked up to you damn this hurts 
all these years of discipline 
just to end up here at the end 
can you tell me what I've learned 
what I've learned."

N.E.R.D. - "Stay together" - 







sabato 26 luglio 2014

Chuck - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 24





La trama (con parole mie): Chuck, Sara, Casey e Morgan, alle spalle le loro ultime imprese al servizio della CIA, si ritrovano in un Buy More trasformato ufficialmente in una base operativa che possa mettere la loro squadra in condizione di porre la parola fine alla minaccia di Volkoff, criminale e trafficante d'armi sovietico che, oltre a creare un vero e proprio impero, ha finito con il tempo per portare dalla sua parte la temibile agente Frost, nientemeno che la madre di Chuck.
Come se le sorprese non fossero abbastanza, ad attendere al varco i nostri ci saranno la gravidanza di Ellie, il legame tra Morgan e la figlia di Casey, la comparsa della depositaria dell'eredità dello stesso Volkoff e la presenza dell'Agente X, il primo, vero esperimento che il padre di Chuck eseguì nel tentativo di perfezionare l'Intersect che ha reso suo figlio quello che è.







Tra le serie televisive che si sono avvicendate negli anni sugli schermi di casa Ford, Chuck è senza dubbio una di quelle che, sulla carta, aveva minori possibilità di resistere alla prova del tempo senza essere abbandonata come fosse una Once upon a time qualsiasi: troppo fumettosa - perfino per me -, troppo nerd, troppo underdog, troppo comedy.
E invece, stagione dopo stagione, le imprese del buon Bartosky e del suo curioso gruppo di amici e parenti sono riuscite a tenersi stretto il loro posto, ironizzando spesso e volentieri perfino su loro stesse e presentando quella che, di fatto, pare una versione giocosa della splendida Alias firmata da Abrams e soci qualche anno fa: con questa quarta stagione, ricca di cambi di fronte e colpi di scena - per quanto un titolo di questo genere possa garantirne -, si è assistito di fatto ad un rilancio pronto a preparare quella che sarà l'ultima annata, con un cambio di ruoli per i protagonisti, nuove prospettive per ognuno di loro - dal matrimonio di Chuck e Sara al legame tra Morgan e la figlia di Casey, senza contare la bambina di Ellie e Fenomeno o l'introduzione del charachter di mamma Bartosky, una Linda Hamilton uscita da un limbo che pareva essersela inghiottita dai tempi di Terminator 2 -, molte apparizioni eccellenti - Dolph Lundgren, la già citata Linda Hamilton, Timothy Hutton e Ray Wise - ed una serie di cambi di fronte sfruttati per evitare che subentrasse il fenomeno degli episodi riempitivo rispetto ad un totale - ben ventiquattro - che attualmente è mantenuto da pochissimi format.
In questo senso, la struttura della season prevede una sorta susseguirsi di minisaghe concentrate che, di fatto, pongono le basi per quello che sarà il finale, a partire dalla scoperta di Chuck del ruolo della madre nel corso di tutti gli anni in cui lui ed Ellie l'avevano data per morta fino alla rivelazione della nuova nemesi dell'eroe, lo spietato Volkoff, passando poi alla marcia di avvicinamento al matrimonio dei due protagonisti per tornare in chiusura al confronto con l'erede del succitato criminale e al leit motiv apparente della quinta stagione, la rivalità con la stessa CIA ed il ruolo del nuovo possessore dell'Intersect, prodigiosa invenzione di Bartosky senior che nel corso di questi anni aveva reso possibile per Chuck quello che un qualsiasi nerd del suo calibro poteva solo ed esclusivamente sognare ad occhi aperti.
Come di consueto viene data molta importanza alla Famiglia e al suo concetto "allargato", e al solito il favorito di queste parti resta il ruvido Casey, protagonista di un'umanizzazione sempre maggiore che, comunque, non scalfisce la sua credibilità o l'aria da duro ben rappresentate da un sempre imponente - fisicità e presenza - Adam Baldwin: un prodotto che certo non fa gridare al miracolo e che senza dubbio provocherà scompensi in tutti i radical chic o i pusillanimi del piccolo schermo come il mio rivale Cannibal Kid, ma che continua a sapersi proporre mantenendo un'aura pane e salame senza dubbio apprezzata da queste parti, una volta messe da parte le pretese di una visione che vada oltre il mero ed assoluto intrattenimento "low cost".
E per quanto, negli anni, Chuck abbia di fatto rappresentato le b-series, già so che, al termine dell'annata conclusiva, sentirò la mancanza di questi scombinati, nerdissimi, sentimentali e divertenti agenti segreti, un pò come quando si salutano gli amici di una vita pronti ad avventurarsi in qualche nuova esperienza, che si tratti di una convivenza o di un viaggio.
Nonostante la malinconia o la tristezza, è già chiaro, infatti, che alla prossima ci si ritroverà a ridere e scherzare come se non fosse passato neppure un secondo.



MrFord



"I'm a spy in the house of love
I know the dream, that you're dreamin' of
I know the word that you long to hear
I know your deepest, secret fear
I'm a spy in the house of love."
The Doors - "The spy" - 



mercoledì 3 aprile 2013

Le strade della paura

Regia: Eric Red
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 86'




La trama (con parole mie): Cohen e Tate sono due sicari a pagamento assoldati dalla mala di Houston per cercare, scovare ed uccidere un testimone importante e sequestrarne il figlio.
La missione, almeno nella sua prima parte, riesce alla perfezione, e i due hanno facilmente la meglio sugli agenti di scorta ed i genitori del bambino, catturato quasi senza fatica: quando, però, si ritrovano da soli con il piccolo sulla lunga strada che dovrebbe riportarli proprio a Houston, i due cominciano a manifestare segni di profondo disaccordo portati ancora più oltre il limite proprio dal loro ostaggio.
A complicare la situazione già delicata, la notizia che il padre - nonchè il bersaglio grosso dell'operazione - pare essere sopravvissuto all'attacco.
Come finirà il viaggio? Riusciranno Cohen e Tate a giungere a destinazione senza rischiare di uccidere il bambino o farsi fuori tra loro?




Praticamente da quando ci siamo conosciuti il mio fratellino Dembo ha colto al volo i miei gusti, che fossero romanzi, serie tv, film o alcool.
Uno degli ultimi recuperi che gli devo è frutto della mitologia dei thriller on the road che tanto fecero per la nostra formazione cinematografica a cavallo degli anni settanta e soprattutto ottanta, a partire da Duel fino a The hitcher, che con l'inquietante performance di Rutger Hauer riusciva, ai tempi, ad inchiodarmi alla poltrona ed inquietarmi come pochi altri film: Le strade della paura è figlio della stessa formazione nonchè della stessa penna, Eric Red, che da sceneggiatore per l'occasione passò dietro la macchina da presa per dirigere questo serratissimo e violento noir a metà tra Cani arrabbiati e l'estetica pulp che sarebbe stata emblema di Tarantino a partire dagli anni novanta, poggiato sulle spalle di un sempre convincente Roy Scheider, spalleggiato per l'occasione da un giovanissimo Adam Baldwin, che in anni più recenti siamo stati abituati a vedere nel serial Chuck.
Prodotto a bassissimo costo e giocato principalmente sulla tensione costituita dall'attesa - dall'incipit ambientato nella casa di campagna assaltata dai due sicari al viaggio in macchina con il giovanissimo ostaggio a fare da ago della bilancia per i rapporti tra i due killer, fino al drammatico e violentissimo finale -, Le strade della paura mostra senza dubbio il fianco al tempo e ad una società ormai abituata a plot decisamente più smaliziati e meno improvvisati e naif di questo, eppure conserva ancora tutto il fascino del cult di genere, complice una massiccia dose di humour nero, esplosioni di sanguinosa ferocia alternate a fasi di sospensione da mozzare il fiato ed un senso di incertezza e quasi impotenza che accompagna lo spettatore dal principio alla conclusione, quasi fosse egli stesso l'ostaggio catturato dai due veri protagonisti della vicenda.
Interessante, in questo senso, scoprire quale potrebbe essere il vostro "favorito" - nel bene o nel male - della coppia di killer: da un lato il pacato e sotto le righe Cohen, veterano della professione, lupo solitario, votato ad una sorta di nichilismo di fondo e pronto al sotterfugio e al dialogo nel momento in cui si presentano opzioni diverse di comportamento rispetto alla bieca aggressione; dall'altro Tate, giovane ed impulsivo, una sorta di bestia da combattimento che non esita a sfogare la sua ira sul piccolo prigioniero così come sugli animali incrociati lungo la lunga cavalcata in autostrada - anche se il grande merito della carica di umorismo macabro passa tutta dalle sue parti -.
Nel complesso, il lavoro di Red risulta secco, asciutto e potente, anche se indubbiamente esposto all'usura del tempo: peccato soltanto che all'epoca dell'uscita fu praticamente snobbato dalla critica illustre finendo per diventare un esponente di quel Cinema di nicchia buono solo per appassionati duri e puri, quando avrebbe potuto segnare decisamente in misura maggiore l'immaginario collettivo e quello di registi allora agli esordi che avrebbero potuto fare tesoro della sua lezione: resta comunque, insieme ai già citati The hitcher e Duel, Punto zero e a Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow - anche in questo caso uno script firmato da Red - uno degli esempi più importanti di cult della strada nella versione più dark e violenta.


MrFord


"I am not your rolling wheels
I am the highway
I am not your carpet ride
I am the sky
I am not your blowing wind
I am the lightning
I am not your autumn moon
I am the night, the night."
Audioslave - "I am the highway" -


domenica 17 marzo 2013

Full metal jacket

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno: 1987
Durata: 116'




La trama (con parole mie): la Guerra del Vietnam impazza, e Joker Davis conosce la follia che ne deriva fin dal suo arruolamento nel corpo dei marines e dall'estenuante e disumano addestramento operato dal rigido sergente Hartman, che mette sotto torchio ogni uomo del suo plotone, accanendosi in particolar modo sul soldato Leonard Lawrence, detto Palla di lardo.
Superato lo shock e pronto per il fronte, Joker continuerà la sua disillusa esplorazione degli orrori del conflitto sul campo, quando ritroverà alcuni suoi compagni di addestramento in prima linea affiancati a vere e proprie macchine da guerra su gambe comandate da ufficiali convinti di essere arrivati in Vietnam per un'allegra scampagnata che regali Libertà e stelle e strisce alla gente del posto.
Ma la guerra riserverà bel altro ai presunti paladini del mondo "civile".




Basterebbero i primi venti minuti, proprio come fu per 2001, per aprire a Full metal jacket le porte dell'Olimpo del Cinema di tutti i tempi.
Niente fronzoli, niente giochetti: presi per mano - per così dire - dal sergente di ferro Hartman, accanto a Joker e ai suoi compagni di addestramento, assistiamo a quello che è il ritratto più lucido sul condizionamento mentale/militare mai portato sullo schermo, capace attraverso un'ironia nerissima di superare tutti i confini posti in precedenza da opere quali Il grande uno rosso di Samuel Fuller o Il dottor Stranamore firmato dallo stesso Kubrick: Full metal jacket, giunto come un fulmine a ciel sereno a sette anni dal lavoro precedente del Maestro, fissa uno standard per quello che è comunemente catalogato come Cinema di guerra che può dirsi eguagliato soltanto da Apocalypse now e La sottile linea rossa, affidando il suo messaggio profondamente antimilitarista alla voce e alla penna di un soldato "nato per uccidere" che porta il simbolo della pace ben appuntato sulla mimetica.
Idealmente suddiviso in due parti ben definite - l'addestramento e la prima linea in Vietnam -, si tratta molto probabilmente del film più completo e maturo del Maestro, in grado di raggiungere il grande pubblico quanto e più di supercult come Shining e Arancia meccanica e quello di nicchia, che vedrà germogliare nelle vicende di Joker e dei suoi commilitoni i semi piantati prima da Orizzonti di gloria e dunque dal già citato Dottor Stranamore: il manifesto "contro" del vecchio Stanley, nel complesso, un'epopea antiepica ed antiretorica dalle sfumature venate da una critica ferocissima al sistema di "aggressione positiva" tipico dell'atteggiamento degli States, bersagliati da questo gigantesco - e si parla di tecnica e di valore - pamphlet nel loro assumersi il ruolo di salvatori del globo nonchè primi e fieri formatori di uomini addestrati per uccidere - clamorose sequenze come quella dell'esposizione di Hartman rispetto alla gente come Lee Oswald, assassino presunto di Kennedy o il confronto tra Joker ed il colonnello di fronte alla fossa comune con le vittime delle lotte intestine tra i vietnamiti sono esemplari in questo senso -, truppe di alienati resi dipendenti dai loro fucili, paragonati a donne sempre fedeli o a prolungamenti di loro stessi.
Per quanto, inoltre, personaggi come Palla di lardo - memorabile l'interpretazione di Vincent D'Onofrio - o Animal - un giovanissimo Adam Baldwin, che in anni più recenti è stato l'idolo fordiano della serie Chuck - catalizzino l'inquietudine dello spettatore con i loro disequilibri, il protagonista con la sua lucida analisi opposta alle follie della guerra e delle strutture che la comandano non risulta meno disturbato di loro, dal desiderio quasi istintivo di polemica a reazioni che sfiorano il grottesco - come con il ladro in stile "kung fu" che approfitta per rubare la macchina del giovane fotografo che gli è affidato come "spalla" -.
In un certo senso, si potrebbe intendere Full metal jacket come un viaggio senza ritorno verso la piena metamorfosi di Joker da pacifista militante - in tutti i sensi - a figlio prediletto delle stelle e strisce, soldato pienamente formato che marcia con il fucile in una mano ed il cazzo nell'altra ben consapevole che non esisterà qualcuno buono e giusto come lui.
Dunque l'incredibile crescendo finale assume le dimensioni di una sconfitta senza possibilità di appello della speranza di Joker di poter trovare un'altra strada, ed una sorta di ammissione di impotenza del Maestro, che neppure attraverso Capolavori assoluti come questo potrà essere in grado - o almeno è il disincanto a prendere il sopravvento - di cambiare quella che è l'arma più terribile di tutte: l'animo umano e la sua indole predatoria.
E scandendo a passo di marcia una vittoria che non c'è mai stata nel cuore del teatro di quello che fu uno dei grandi drammi della modernità, Joker intona fiero l'inno di uno dei simboli universalmente noti della filosofia stars&stripes e ringrazia, con quel grilletto premuto in risposta ad una richiesta di pietà, di essere stato salvato.
Ora è tutto alle spalle, il cambiamento si è compiuto, e Joker non ha più paura.
E noi restiamo lì, accanto al Maestro, a tremare mentre il mondo "si tinge di nero".


MrFord


"I see a red door and I want it painted black
no colors anymore I want them to turn black
I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes."
The Rolling Stones - "Paint it black" -



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