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venerdì 11 marzo 2016

The end of the tour

Regia: James Ponsoldt
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): quando, sul finire del duemilaotto, David Lipsky, scrittore e giornalista, riceve una telefonata attraverso la quale apprende della morte per suicidio di David Foster Wallace, torna con la mente ai cinque giorni di intervista che Rolling Stones gli concesse nell'inverno del novantasei, quando sia lui che lo stesso Wallace erano ancora giovani ed instabili ed Infinite Jest, romanzo che consacrò lo stralunato Foster, era stato appena lanciato, osannato dalla critica e portato alla ribalta anche dal pubblico.
Il rapporto costruito dai due David nel corso di quell'intervista, compiuta nel corso degli ultimi giorni del tour promozionale del romanzo, segnerà profondamente le anime di entrambi, e lascerà un ricordo indelebile di un viaggio prima vissuto che compiuto, pronto a diventare, proprio a seguito dell'ondata di ricordi, un libro firmato dallo stesso Lipsky in memoria dell'amico scomparso.











Se non di nome o di fama, o a seguito della notizia del suo suicidio - che ricordo più che altro per l'aura di autore leggendario che già lo circondava -, non conosco per nulla David Foster Wallace.
Non ho mai seguito la sua carriera, e non ho letto alcun suo lavoro.
La visione di The end of the tour, dunque, è arrivata a mente fresca, senza alcuna aspettativa o pregiudizio "del giorno prima".
E, prima ancora di parlare del film o della sua realizzazione, posso assegnare allo stesso un grande merito: prima ancora di solleticare la voglia di recuperare Infinite Jest - che, comunque, ho immediatamente pescato in formato ebook - The end of the tour mi ha messo addosso una gran voglia di scrivere.
Certo, non è affatto detto che questo si traduca in qualcosa di concreto - in fondo ho sempre nel cassetto il famoso romanzo che sono anni che intendo pubblicare online, e nel frattempo ho iniziato ed abbandonato almeno altri tre o quattro progetti -, ma il brivido che scuote chiunque sia abituato a buttare "su carta" i propri sentimenti e pensieri quando si pensa anche solo alla lontana di mettersi al lavoro già di suo assume un valore comunque importante.
Ad ogni modo, a prescindere da quelle che sono e saranno le mie scelte in ambito letterario, devo ammettere di essermi molto volentieri lasciato travolgere da questo road movie dal sapore molto indie che, più che raccontare la ribalta del David Foster Wallace scrittore di culto mondiale, porta sullo schermo la storia di un'amicizia atipica che rimbalza tra l'invidia di Lipsky delle doti e del talento di Wallace e quella di Wallace per la spigliatezza di Lipsky, decisamente più abile di lui nel destreggiarsi nel mondo e nei rapporti sociali.
In questo senso il lavoro di James Ponsoldt riesce a rendere molto bene l'idea del disagio che perfino un genio è in grado di provare nel momento in cui si sente fuori posto in qualsiasi contesto che non sia quello scelto e dominato dalle proprie stranezze e ritmi, quasi soffrisse di una versione solo emotiva di autismo che finisce per indurlo ad essere percepito come un matto da prendere come una mascotte, un furbo dalle mille pose o, più semplicemente, un mezzo sciroccato, finendo divorato da fama e talento prima che davvero lo si possa percepire per quello che è.
La cosa più interessante pronta ad uscire dal film, però, è data dal fatto che non sembra che la condizione di divinità della Letteratura contemporanea di Wallace sia necessaria per provare un certo tipo di disagio o sentimenti, e di quanto, a volte, la natura umana sia in grado di farci del male o di renderci piccoli e meschini o grandi e altruisti grazie a semplici sfumature pronte a perdersi di fronte ad una Natura - quella vera - che appare sempre troppo grande per noi e tutto quello che facciamo su questa Terra - splendido, in questo senso, il momento di silenzio di fronte al paesaggio innevato prima della partenza di Lipsky -.
Ma a prescindere dall'atmosfera indie stile Sundance nella versione che piace al sottoscritto, dalle buone prove di Segel ed Eisenberg - il primo supera il secondo, sempre un pò troppo uguale a se stesso -, dall'idea che il confronto ed il viaggio hanno il potere di costruire sempre qualcosa, nonostante eventuali apparenze distruttive, sarò per sempre grato alla pellicola di Ponsoldt per una sequenza in particolare, nel corso della quale Wallace spiega a Lipsky, la sera prima della sua partenza, quello che è da sempre il disagio della sua esistenza, quasi fosse un'anticipazione di quello che si tradurrà nel suo suicidio dodici anni più tardi: "un dolore spirituale più forte di qualsiasi dolore fisico tu possa provare", la sensazione di trovarsi in palazzo in fiamme e pensare che la soluzione migliore e preferibile a quella che ci circonda sia il salto nel vuoto - un'immagine, tra l'altro, che rievoca quelle dell'undici settembre -, il dubbio di avere avuto un'intuizione più profonda e geniale rispetto al resto del mondo ma, allo stesso tempo, la consapevolezza di avere qualcosa in meno del mondo stesso che impedisce di vivere non tanto secondo le sue regole, ma di goderne come gli altri.
Per una persona ingorda ed affamata di vita come il sottoscritto, frasi di questo genere appaiono lontane anni luce, e forse difficilmente comprensibili, eppure sono riuscite, per un momento, a farmi pensare da un'altra prospettiva alla scelta compiuta poco più di un anno fa dal mio amico Emiliano: forse anche lui, pur non avendo mai scritto un best seller osannato dalla critica, si sentiva prigioniero dello stesso palazzo in fiamme di David Foster Wallace, o di uno tremendamente simile.
E come Lipsky con il grande autore, io sono contento di aver viaggiato e vissuto con il mio amico.
Anche perchè non ci sarà mai nessun romanzo, film o opera in genere in grado di sostituirsi davvero alla vita.





MrFord





"Cause the love that you gave that we made wasn't able
to make it enough for you to be open wide, no
and every time you speak her name
does she know how you told me you'd hold me
until you died, till you died
but you're still alive."
Alanis Morissette - "You oughta know" - 






mercoledì 22 ottobre 2014

Sex tape - Finiti in rete

Regia: Jake Kasdan
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
94'





La trama (con parole mie): Annie e Jay sono sposati da una decina d'anni, vivono felicemente con i loro due figli e portano avanti le loro carriere - lei mommy blogger di successo, lui nel settore musicale - ricordando quasi ironicamente i tempi in cui il sesso era la parte più importante delle loro giornate e del rapporto.
Quando, proprio per rinverdire i fasti del passato, i due decidono di sfruttare una nottata di solitudine per dedicarsi ad una maratona di sesso riprendendosi con il nuovissimo Ipad di Jay, ha inizio il dramma: tramite una app che permette di condividere contenuti e playlist il video viene spedito in lungo e in largo a parenti ed amici, costringendo la coppia a vivere una vera e propria avventura per cercare di impedire che il filmato con loro protagonisti divenga un must a partire dalla cerchia dei conoscenti.
Riusciranno nell'insolita impresa senza cedere all'ansia e sfruttando la situazione per ritrovare l'intesa tra le lenzuola dei tempi d'oro?








Nell'ambito del Cinema usa e getta, quello da multisala il sabato o la domenica pomeriggio, esistono, di fatto, due grandi tipologie di film in grado di raccogliere il grande pubblico e fornire l'alibi giusto per il cervello degli "intenditori" nelle serate di stanca eccessiva: i popcorn movies e i titoli spazzatura.
I primi, tendenzialmente tamarri e sopra le righe, finiscono per essere una sorta di segnale inviato ai neuroni che dichiara la chiusura momentanea delle attività cerebrali per una serata senza impegno, nel corso della quale le preoccupazioni maggiori consisteranno nello scegliere l'alcolico che accompagnerà la visione e se sarà più il caso di buttarsi sul gelato o le patatine.
I secondi, invece, sono putroppo quello che sono.
Titoli buoni giusto per sfogare la propria "ira critica" o pensare che, se fossimo aspiranti registi, ci sarebbe davvero speranza per tutti.
Purtroppo per il sottoscritto e la sua volontà di cercare un pò di riposo a seguito di giorni pieni tra lavoro, l'inizio dell'esperienza al nido del Fordino e gli impegni quotidiani, Sex tape - Finiti in rete finisce senza neppure pensarci due volte nella seconda categoria.
Considerato che dovrebbe trattarsi di una commedia romantica in stile Apatow e che avrebbe almeno in parte pretese rispetto all'essere divertente, la pellicola diretta dal figlio d'arte Jake Kasdan si rivela un fallimento su tutta la linea: banale, prevedibile, mai divertente, pseudo alternativa con strizzate d'occhio al concetto di famiglia disfunzionale tanto caro al Cinema indie - soprattutto USA -, questa robetta è stata un vero e proprio patimento che neppure l'ironia rispetto ad una fase della vita che in casa Ford si sta vivendo in prima persona - gli impegni genitoriali e lavorativi che finiscono per togliere spazio all'irruenta passionalità selvaggia dei primi tempi che si passano insieme a quella che si pensa sia e si spera poi diventi la persona della propria vita - ed un paio - ma giusto un paio - di battute divertenti potevano sperare di salvare.
In effetti, non ce l'avrebbe fatta neppure un porno amatoriale della sempre in forma protagonista Cameron Diaz gentilmente offerto per il piacere del pubblico maschile a rendere credibile e piacevole questa versione in minore e totalmente inutile di Questi sono i 40, la cui visione potrebbe essere paragonabile ad uno di quegli appuntamenti in cui non vedi l'ora che sia tutto finito per andartene a casa o rimanere in giro da solo per essere te stesso e goderti davvero la nottata.
Perfino le piccole parti di Rob Lowe - che dopo i recenti Behind the candelabra e A normal heart pareva diventato una garanzia - e di un'ormai sbiadita copia di se stesso Jack Black riescono a salvare un titolo tra i più tristi di questa seconda parte dell'anno, incapace di trovare un significato sia come divertissement che come spunto per una qualche riflessione sui rapporti di coppia o in famiglia celata dietro una maschera da commedia slapstick Anni Zero.
Non mi pare neppure giusto scrivere che sia stato un peccato, anche perchè le aspettative erano basse e la blogosfera aveva già parlato - e con una certa coesione, in merito al giudizio - bocciando pienamente l'intera operazione: più che altro resta l'ennesima conferma di un anno cinematografico decisamente fiacco, partito con grandi prospettive e finito, dalla primavera in poi, in una palude di proposte delle quali si sarebbe fatto francamente a meno.
Un pò come di questa solo apparentemente simpatica ricerca priva di logica e mordente dei due improvvisati attori porno casalinghi.



MrFord



"Let's go, don't wait, this night's almost over
honest, let's make this night last forever
forever and ever, let's make this last forever
forever and ever, let's make this last forever."
Blink 182 - "First date" - 



lunedì 8 luglio 2013

This is 40

Regia: Judd Apatow
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Pete e Debbie sono ormai prossimi a compiere quarant'anni, un traguardo importante nella vita di ognuno di noi che spesso significa fare i conti con il passato e tracciare un bilancio della propria vita. I due, insieme praticamente da sempre, hanno cresciuto due figlie che adorano anche nei momenti di inevitabile conflitto, e stanno cercando da tempo di trovare la realizzazione lavorativa in proprio, il primo grazie ad un'etichetta discografica, la seconda con un negozio di abbigliamento.
Le vicende della vita, i problemi e gli impegni, però, li hanno allontanati molto, portandoli addirittura al punto di detestarsi, oltre al fatto di scaricare sull'altro le colpe dei problemi che vanno dal sesso alla gestione del tempo.
Sarà proprio il confronto con il giro di boa dei quaranta a portare entrambi a riflettere sulla loro condotta e ritrovare le forze per costruire il resto della vita insieme.






Judd Apatow ed il suo nutrito clan sono divenuti, nel corso degli ultimi anni, fordiani onorari, sempre ben accetti per le serate più easy qui al Saloon.
Unico neo nella produzione del Nostro - se di neo si può parlare, dato che comunque risultò piacevole - fu Molto incinta, pellicola acclamata - nel suo genere - praticamente ovunque nella blogosfera e non che ho trovato forse meno coinvolgente o esplicitamente cazzara rispetto alle altre: dunque l'idea di una sorta di spin off della stessa, inizialmente, non mi fece impazzire rispetto al ritorno sul grande schermo del buon Judd.
E invece con cosa mi sono trovato a visione ultimata?
Semplicemente con il fatto compiuto che This is 40, con Funny people, finisce per essere il lavoro più maturo - se così vogliamo definirlo - e personale del regista, una riflessione sincera, divertente e a tratti amara del cambio di decina forse più importante della nostra vita, quello che, di fatto, sancisce in qualche modo la fine della "giovinezza" e ci traghetta alla seconda metà della nostra esistenza, che lo si voglia oppure no.
Mescolando un'atmosfera che è a metà strada tra le commedie da famiglia disfunzionale in stile Sundance al romanticismo pop di Alta fedeltà, Apatow porta sullo schermo quelli che, probabilmente, sono anche suoi problemi filtrandoli attraverso le vite di Paul e Debbie, coppia solidissima, genitori sempre presenti - pur se alle prese con i primi problemi da figli adolescenti -, sognatori mai dimentichi dei turbamenti che avevano scosso - e per certi versi continuano a scuotere - anche loro un ventennio prima nel corso della loro prima "crisi di mezza età".
Da persona che vede avvicinarsi un pezzettino per volta proprio lo stesso fatidico compleanno - il 2019 non è poi così lontano - devo ammettere di essermi profondamente goduto - anche nelle parti più difficili - questo ritratto di una normale e scombinata coppia alle prese con il passaggio definitivo all'età adulta - se così vogliamo chiamarla -, dai problemi che nascono anche all'interno di un rapporto rodato - o forse proprio perchè rodato - al tempo che finisce con le vicissitudini della quotidianità per risucchiare l'ispirazione e la passione dei tempi in cui si trovava sempre il momento giusto per fare qualche stronzata  a cuor leggero, dal lavoro che inghiotte i sogni anche quando li rappresenta alla presenza sempre maggiore della tecnologia nelle nostre vite - interessante notare, infatti, quanto Ipad, Ipod, smartphone e surrogati ormai siano parte integrante dei rapporti sociali, soprattutto per chi, almeno fino alla generazione del sottoscritto, ha vissuto la propria adolescenza ai tempi dei walkman e dei telefoni a gettone -.
Andando oltre le riflessioni "profonde", comunque, all'interno di This is 40 non mancano spassosissime sequenze prettamente ludiche - la ricerca dell'emorroide di Paul o il concentrarsi delle attenzioni di qualsiasi uomo sulla commessa del negozio di Debbie interpretata da Megan Fox e dai suoi sempre più terribili pollici - o citazioniste - da antologia il botta e risposta tra Paul e la figlia adolescente a proposito della rivalità delle loro visioni da piccolo schermo, rispettivamente Mad men e Lost, chiuso con una geniale "quello che ha passato  Don Draper il tuo Jack con la sua isola se lo sogna" - in grado di rendere la visione più morbida nei momenti in cui si rischierebbe di immedesimarsi un pò troppo con i due protagonisti ed i loro travagli assolutamente comuni.
Ottimi il cast - comprese le due eredi di Apatow, praticamente perfette nei ruoli delle figlie di Paul e Debbie - e la colonna sonora, l'atmosfera ed il ritmo - considerato che, parlando di fatto di una commedia "romantica", due ore e dieci sono parecchie -, per un prodotto che fila via liscio, diverte e coinvolge, appassiona e riesce a smuovere decisamente più di quanto ci si aspetterebbe, specie se osservato a distanza ravvicinata come molti tra noi finiranno per fare.
Certo non si parlerà della pellicola dell'anno, eppure possiamo tranquillamente pensare di essere di fronte all'ennesimo colpo messo a segno da una delle personalità più importanti della commedia made in USA degli ultimi dieci anni, di fatto erede ormai maturato del tanto caro - al sottoscritto e non solo - Kevin Smith.
E scusate se è poco.


MrFord


"Oh mamma ho quasi quarant'anni
che cazzo ho fatto fino adesso
ho avuto il modo ed anche il tempo di cambiare
e l'ho passato a improvvisare
ma mi vuoi bene lo stesso."
Tiromancino - "Quasi 40" -




mercoledì 3 ottobre 2012

The five-year engagement

Regia: Nicolas Stoller
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 124'




La trama (con parole mie): un anno dopo averla conosciuta, Tom dichiara a Violet il suo amore e chiede alla ragazza di sposarlo. Lei accetta al volo, ma quando tutto pare pronto per essere organizzato, iniziano i guai: prima la sorella della ragazza, Suzie, rimane incinta del migliore amico di Tom, conosciuto alla loro festa di fidanzamento, e si sposa a sua volta "rubandole" la scena, poi l'opportunità di carriera all'Università del Michigan della stessa Violet costringe Tom a rinunciare ad un incarico prestigioso di chef a San Francisco per trasferirsi al Nord, dunque il disagio di quest'ultimo porta la coppia alla crisi e alla rottura.
Soltanto cinque anni e due storie sbagliate dopo, i due capiranno di essere fatti l'uno per l'altra e riusciranno, finalmente, ad organizzare, in un modo o nell'altro, le agognate nozze.



La firma di Apatow - che sia regia o produzione - è ormai una garanzia di visione e divertimento assicurati in casa Ford, una sorta di appuntamento comunque imperdibile a prescindere dalla qualità delle pellicole che la stessa presenta: spinto da recensioni in rete sorprendentemente positive, The five-years engagement prometteva di essere uno dei film sorpresa dell'anno prodotti dal clan che ha, di fatto, reinventato la commedia made in Usa dell'ultimo decennio.
E non posso dire che non sia una discreta visione da relax, questa commedia romantica firmata da Nicolas Stoller in grado di regalare alcuni momenti decisamente esilaranti - il salto sull'idrante nascosto dalla neve ha generato cinque minuti buoni di risate totalmente scomposte sul divano di casa Ford -, eppure non nascondo di aver provato, al termine della stessa, un moto di delusione rispetto a quelle che erano le aspettative andate a crearsi proprio a seguito del tam tam positivo giunto alle mie orecchie da più parti: senza dubbio, infatti, il livello di risata sguaiata è decisamente inferiore a quello che mi aspettavo, e la sceneggiatura - firmata dal regista con il protagonista Jason Segel - pare non trovare un'effettiva direzione mantenendosi pericolosamente in bilico tra la commedia romantica nel senso più classico del termine e la dissacrazione del genere che ci si aspetterebbe da gente come il già citato Apatow o Kevin Smith, e ad aggravare la situazione giunge un minutaggio decisamente importante che finisce, a tratti, per risultare troppo ampio.
Messa da parte la - comunque parziale - delusione, occorre però affermare che il lavoro di Stoller si colloca decisamente ad un altro livello - nonostante il voto - da cose patinate pronte per l'incasso grosso al botteghino come Cosa aspettarsi quando si aspetta - che pur non avevo trovato così pessimo come credevo -, si lascia guardare in scioltezza ed offre una buona vetrina ad una coppia di protagonisti che senza dubbio funziona.
Segel, in particolare, porta in scena un personaggio più profondo di quanto ci si potrebbe aspettare da una commedia sguaiata e pane e salame, in perfetta sintonia con l'analisi di un rapporto di coppia che lo stesso attore ed il regista cercano di orchestrare grazie agli alti e i bassi dei loro due protagonisti - e del loro lavoro -: certo, non stiamo parlando di stracult come Io e Annie o Manhattan, quanto piuttosto di un tentativo maldestro di creare un nuovo standard come fece il più che discreto Alta fedeltà negli anni novanta, ma alcuni passaggi - i rapporti con la famiglia, i nonni morti nell'attesa delle nozze, l'ottimo dialogo con i genitori di Tom tornato a San Francisco e buttatosi in una storia con una ragazza di una ventina d'anni più giovane di lui, forse il pezzo di sceneggiatura migliore dell'intero script - fanno pensare che, con un pò di attenzione in più e qualche minuto in meno, ci saremmo trovati di fronte ad un piccolo cult da segnalare come quasi imperdibile.
Se volete, comunque, passare una serata in compagnia della vostra metà e trovare spunti interessanti - nella buona e nella cattiva sorte - per chiacchierarci su e magari avere una scusa buona per risolvere le questioni in sospeso in camera da letto, e nel frattempo divertirvi almeno un pò, allora questo è il titolo giusto per voi.
Tra l'altro, le pellicole costruite sulla materia "amorosa" in grado di mettere d'accordo entrambe le metà del cielo si contano sulla punta delle dita: quindi, in caso, non consideratene troppo i difetti, e godetevi The five-years engagement senza pretese, per quello che è.
In questi casi è sempre la cosa migliore.


MrFord


"Dicen que por las noches 
no más se le iba en puro llorar
dicen que no comia
no mas se le iba en puro tomar
juran que el mismo cielo
se extremecia al oir su llanto
como sufria por ella
que hasta en su muerte la fue llamando."
Caetano Veloso - "Cucurrucucu paloma" -


venerdì 27 aprile 2012

I Muppet

Regia: James Bobin
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 103'



La trama (con parole mie): Walter è un muppet alla nascita, proprio come i pupazzi eroi della sua infanzia, ed insieme al fratello umano Gary ha mantenuto, negli anni, un'ammirazione sconfinata per Kermit e soci.
Quando, nel corso del viaggio di Gary e della sua fidanzata Mary per il loro decimo anniversario in California, a Los Angeles Walter visita gli studi ormai in rovina della vecchia serie dei Muppets, scopre che un magnate del petrolio vuole mettere le mani sul terreno per demolire un pezzo della storia della televisione.
Inizia così un viaggio della speranza in modo che la vecchia banda si riunisca ed allestisca uno spettacolo in grado di portare nelle casse del gruppo i dieci milioni di dollari che serviranno ad estromettere il minaccioso nuovo acquirente dalla proprietà.
Il tutto con tanta, troppa Disney e tanto, troppo miele.




Io ce l'ho messa proprio tutta.
Ricordo quanto, da piccolo, adorassi i Muppets, con le loro curiose canzoni e le strane movenze, quell'ironia che non sempre riuscivo a cogliere e le follie dei miei due preferiti in assoluto, Animal e Gonzo.
Quando venne annunciata l'uscita del film, in testa ad un'operazione amarcord come spesso e volentieri è capitato negli ultimi anni, ricordo rimasi con più di una perplessità di fronte all'idea di riesumare Kermit e soci negli anni zero, con tutta la loro mancanza d'innocenza e gusti ormai completamente diversi rispetto a quei fantastici primi anni ottanta: poi, recensione dopo recensione, finii per risultare molto incuriosito dal lavoro di James Bobin, definito splendido da molti, omaggio perfetto allo spirito che animava i pupazzi più popolari del piccolo schermo di trent'anni fa.
Così, ho finalmente dato fuoco alle polveri e I Muppet è approdato in casa Ford.
Risultato: un'ecatombe dei miei bellissimi ricordi di questi pupazzi pazzi.
Dagli anni ottanta ad oggi sarò stato io a cambiare fino a divenire un vero e proprio bruto, oppure Bobin e soci sono riusciti nella non facile impresa di rendere gli acutissimi Muppets un prodotto per una massa di utenti degni di Teletubbies ubriachi di melassa?
Purtroppo per me e per il pubblico, la seconda che ho detto.
Tolte, infatti, un paio di idee metacinematografiche non disprezzabili ed il rap del malvagio Tex Richman - per il quale si finisce a fare il tifo dall'inizio alla fine -, il resto è qualcosa di così indigesto e sdolcinato, retorico e squinternato da far apparire operazioni meglio riuscite ma dello stesso stampo - su tutte, il recente Come d'incanto - praticamente dei pulp dal taglio nerissimo e senza speranza.
Irritanti all'inverosimile i due protagonisti umani Gary e Mary - interpretata da Amy Adams, già protagonista dell'appena citato Come d'incanto -, che avrei preso a bottigliate selvagge fin dalla prima sequenza per le strade di Smalltown, pessimo il pupazzoWalter, che pare la versione Mickey Mouse di Casa Muppet, letteralmente agghiaccianti gli adattamenti italiani delle canzoni - ma per quale motivo non sottotitolare le parti cantate!? -, per nulla divertenti le scenette, fuori luogo i riferimenti cinematografici "cool" - tutta la cestinabile parte in Il diavolo veste Prada style di Miss Piggy a Parigi -, Muppets importantissimi lasciati ai margini - Gonzo su tutti -, per non parlare delle apparizioni di personaggi dello spettacolo allo sbando come Selena Gomez, Whoopi Goldberg e soprattutto Jack Black - che ormai pare sempre più simile alla caricatura di se stesso - letteralmente uno più ridicolo dell'altro.
Una pellicola in grado di appiattire l'originalità che fu marchio di fabbrica dei Muppets, svilire il loro mito e presentarsi come un irritante quadretto ad alto tasso retorico che neppure sotto tortura proporrei a dei bambini - ma neppure ai nostalgici del periodo nonchè fan della prima ora -: fortunatamente esiste ancora lo Studio Ghibli, che anno dopo anno continua a produrre favole dallo spirito magico in grado di toccare i cuori di grandi e piccini senza far sentire in imbarazzo gli uni o gli altri - si veda il recente, e splendido, Arrietty -, perchè se dovessimo fare affidamento a queste discutibili operazioni commerciali, finiremmo davvero a rimpiangere i tempi in cui la meraviglia pareva davvero una realtà possibile.
Un pò come i mondi che i veri Muppets sarebbero stati in grado di farci esplorare.


MrFord


"But now its getting started
why don't you get things started?
Its time to get things started
on the most sensantional
inspirational
celebrational
muppet-ational
this is what we call The Muppet Show!"
Muppets - "The Muppets theme" -


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