Visualizzazione post con etichetta Jack Black. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jack Black. Mostra tutti i post

lunedì 19 marzo 2018

Jumanji - Benvenuti nella giungla (Jake Kasdan, USA, 2017, 119')




Penso che chiunque sia stato adolescente o pre adolescente negli anni novanta conosca Jumanji, popcorn movie ludico che divenne, grazie anche al compianto Robin Williams, un piccolo cult generazionale: alla notizia di un recupero del brand in una sorta di reboot, ammetto che l'unica cosa in grado di tenere a galla le speranze per qualcosa che non si rivelasse uno spreco di tempo e di energie degli spettatori risultò essere Dwayne Johnson, al secolo The Rock, ex wrestler ormai lanciatissimo attore che da sempre è considerato uno dei fordiani più fordiani che si potrebbero incrociare al Saloon.
Lui e l'entusiasmo di Julez, che non vedeva l'ora di cimentarsi nella visione.
Pur se con colpevole ritardo rispetto all'uscita in sala - inaugurò il nuovo anno lo scorso primo gennaio -, era dunque un dovere per gli occupanti del Saloon affrontare la visione sperando in leggerezza, divertimento, neuroni in vacanza e via discorrendo: ebbene, il Jumanji versione millenial di Jake Kasdan ha rispettato in tutto e per tutto le attese, rivelandosi godurioso, divertente e senza pretese come un film anni ottanta conscio del tempo che è trascorso e pronto ad ironizzare sulle differenze evidenti che passano dai tempi della mia infanzia a quella di chi è nato e cresce nel Nuovo Millennio.
Senza darsi arie o alcuna pretesa, gli autori azzeccano un'idea dopo l'altra, dall'adattamento a videogame del Jumanji versione gioco da tavolo al ribaltamento dei ruoli dato dalla scelta dei personaggi, ben resi dai protagonisti pronti a prendersi in giro vestendo panni inconsueti - almeno al principio -, dal già citato Dwayne Johnson a Jack Black e Kevin Hart: in questo modo l'audience, che si tratti di vecchi nostalgici o di nuove leve, trova tutti gli elementi necessari per godersi una serata in gran scioltezza in grado di unire spiriti di epoche diverse prendendo il meglio da entrambe, forse non brillando per originalità di svolgimento - è ovvio fin dall'inizio che non si assisterà a colpi di scena inaspettati, e con il crescendo finale si perde una fetta della freschezza della prima parte di pellicola - ma affrontando le prove una dopo l'altra senza paura e con tutto l'entusiasmo di chi ha voglia di raccontare e vivere una storia, piuttosto che di proporla come fosse un compitino svolto per gonfiare il portafoglio dei produttori.
Questo Jumanji - Benvenuti nella giungla, dunque, un pò come fu qualche tempo fa per Piccoli brividi, riesce nella non facile impresa di portare l'innocenza che regnava sovrana all'interno delle proposte d'avventura dei tempi in cui ero bambino nel panorama attuale senza che questo possa far apparire il tutto come un'operazione nostalgia o una ruffianata, incontrando al contempo il gusto di chi visse i tempi dei controller con il cavo e le "cassette" e chi, oggi, non concepisce un'esistenza senza internet o lo smartphone, buttando nel calderone riflessioni divertenti ed interessanti a proposito del rapporto con se stessi ed il proprio aspetto ed elementi esotici come ambientazioni da Indiana Jones e animali a profusione - sono sicuro che, dovessi far vedere questo film al Fordino, potrebbe impazzire grazie a coccodrilli, ippopotami, rinoceronti e giaguari, in barba a tutte le sfumature che, per età, ancora non afferrerebbe -.
Un'operazione, dunque, promossa su tutta la linea, in grado di alimentare la voglia di spassarsela a qualsiasi età, e cogliere lo spirito di quelli che, ai tempi, erano i giochi da tavolo - o di ruolo -, e che ora sono i videogames e, in una certa misura, i social: in fondo, proiettare un'immagine ideale di se stessi - o forse, non così ideale - a volte aiuta a comprendere meglio quello che ci portiamo dentro.
E affrontare la bestia, in un certo senso, è un pò come guardare oltre l'immagine che osserviamo ogni giorno allo specchio, prima di uscire di casa ed avventurarci nella giungla.




MrFord




sabato 8 ottobre 2016

Alta fedeltà (Stephen Frears, UK/USA, 2000, 113')



Ricordo benissimo l'istante in cui per la prima volta incrociai il mio cammino con quello del romanzo di Nick Hornby, Alta fedeltà: ai tempi ero solo un ragazzo un pò troppo stronzo più alle prese con se stesso che con l'esterno e le ragazze che frequentava, e l'ex fidanzata - se così si può chiamare - che me lo regalò disse che il personaggio di Rob le aveva fatto pensare a me.
Per curiosità, aprii il libro che mi era stato appena dato e lessi una frase utilizzata anche per la sua trasposizione cinematografica - una delle più azzeccate e brillanti degli Anni Duemila, devo dire -, legata al desiderio proprio del protagonista di liberarsi di "tutti i dischi dalla A alla K, mollare tutto ed andare a lavorare in un Virgin Megastore": non so se perchè in quel periodo cominciò a decollare la mia passione per la Musica o perchè lavoravo effettivamente in uno dei negozi di proprietà di Richard Branson, ma mi ritrovai subito nel buon Rob Gordon, anche se, devo ammetterlo, per background ho sempre finito per rivedermi più nella versione americana di John Cusack che nella cornice di Chicago cita Johnny Cash e Bruce Springsteen che non in quella decisamente più british dell'originale cartaceo.
Con gli anni, e giunto a quella che è effettivamente l'età del main charachter, ammetto di avere poco - se non la passione per le sette note e le donne - del protagonista, eppure ho sempre voluto un gran bene ad una delle commedie romantiche "al maschile" più riuscite della Storia recente della settima arte, che ha fatto parte della mia vita dalle visioni innumerevoli accanto a mio fratello ed al mio amico Emiliano - che era a tutti gli effetti un personaggio da Championship Vinyl - alle sensazioni lasciate dalle prime storie serie ed importanti della mia vita, fino ad arrivare ad oggi, quando guardo Rob e mi pare quasi di vedere un fratello minore, qualcuno che ancora si culla in uno stato di sicurezza apparente tipico dell'adolescenza e degli anni appena successivi e non ha ancora trovato lo stimolo giusto per muovere oltre, a prescindere da quelle che siano le convenzioni sociali e le aspettative di genitori, datori di lavoro e simili.
In questo senso, l'utilizzo delle "top five" e delle compilation per descrivere stati d'animo, aspirazioni e volontà di uscire dal ristagno che a volte ci soffoca nel quotidiano funziona alla grande proprio per la sua semplicità, e per un appassionato di Musica - ma varrebbe assolutamente anche per il Cinema - è un veicolo perfetto per mettere alla prova da un lato la propria conoscenza - meglio se enciclopedica - della materia e dall'altro la creatività di creare le proprie liste o riorganizzazioni dell'ordine dei dischi - o dei film - nel modo più "confortevole" possibile - l'idea dell'ordine autobiografico scelta da Rob è folle, ma incredibilmente affascinante -.
Se, a questo cocktail, aggiungiamo una colonna sonora pazzesca, protagonisti perfetti - quando Jack Black risultava semplicemente irresistibile e non l'ennesima versione fotocopia di Jack Black - ed una scrittura fresca, ironica ed arguta - il passaggio in cui Rob, venuto a sapere che Laura non ha ancora fatto sesso con il suo nuovo compagno, decide felice di correre a scopare con la musicista conosciuta da poco, è fantastica ed assolutamente indicativa del comportamento maschile -, il gioco è fatto.
Per quanto mi riguarda, infatti, continua ad essere impensabile non considerare Marvin Gaye una delle Leggende assolute del soul, e non solo non trovare spazio in una top five delle commedie romantiche per i ragazzi del Championship Vinyl.
Virgin Megastore o no.




MrFord




 

venerdì 29 gennaio 2016

Piccoli brividi

Regia: Rob Letterman
Origine: USA, Australia
Anno: 2015
Durata: 103'






La trama (con parole mie): il giovane Zach, appena trasferitosi in una piccola cittadina del Delaware con la madre vicepreside in cerca di un nuovo inizio dopo la morte del padre, entra in contatto con la figlia del suo vicino, la misteriosa ed affascinante Hannah, che proprio dal genitore pare essere tenuta quasi sotto chiave.
Quando una notte, deciso a capire il perchè dell'ingombrante presenza del padre della teenager, Zach, accompagnato dal nuovo amico Champ, si introduce nella casa di Hannah, scopre che lo spigoloso papà è in realtà il famoso scrittore di romanzi horror per ragazzi R. L. Stine, e che le opere dello stesso sono custodite gelosamente da serrature che, se aperte, hanno il potere di liberare i mostri protagonisti delle fantasie dell'autore nel nostro mondo.
Quando, per una casualità, i mostri troveranno il modo non solo di uscire, ma di ribellarsi, per i ragazzi e Stine inizierà un'avventura che potrebbe costare loro - ed all'intera città - ben più di qualche spavento.











Ricordo bene il periodo in cui i Piccoli Brividi fecero capolino nell'allora casa Ford: mio fratello, tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, si prese una vera e propria cotta per i volumi firmati da R. L. Stine, che il sottoscritto, già nel pieno del turbine dell'adolescenza, snobbò se non nei momenti in cui, mosso da sentimenti da fratello maggiore, chiedevo qualche informazione rispetto agli argomenti trattati.
L'uscita del film in sala, a quasi vent'anni dall'esplosione del fenomeno legato all'opera di R. L. Stine, mi ha lasciato, in un primo momento, piuttosto tiepido, un pò per la scarsa dimestichezza con il prodotto, un pò per la presenza di Jack Black, che negli ultimi anni ha finito per interpretare la caricatura di se stesso neanche fosse Johnny Depp: giunto, dunque, sugli schermi della casa Ford attuale più per dovere di cronaca che altro, Piccoli brividi ha finito per assumere le proporzioni della quasi grande sorpresa.
Scritto e diretto con lo spirito del Cinema d'avventura per ragazzi anni ottanta - nel pieno del movimento revival che ha caratterizzato tutto il duemilaquindici -, citazionista ma mai spocchioso o eccessivo, divertente e ritmato, il lavoro di Rob Letterman non solo è riuscito a tenermi incollato allo schermo dall'inizio alla fine e a solleticare una certa curiosità per la collana che l'ha ispirato, ma anche a sfiorare una valutazione perfino più alta minata soltanto dalla scelta - giusta, considerati i buoni incassi - di tenere aperto il finale regalando al pubblico un paio di concessioni tipicamente hollywoodiane che non stonano ma riportano l'intera operazione su binari più convenzionali di quanto non si possa pensare nel corso della visione.
Nonostante questo, la valutazione dell'intera operazione non può che risultare positiva, ottima per un pubblico più giovane così come per gli eventuali genitori - o fratelli maggiori - pronti ad accompagnare i piccoli nel viaggio accanto agli azzeccati protagonisti Zach, Hannah e Champ - il vero jolly della produzione - e nella battaglia ingaggiata da questi ultimi contro i mostri liberati dai romanzi scritti da R. L. Stine - che trova anche il tempo per una frecciata presumo bonaria a Steven King -: e tra una fuga ed una lotta, un lupo mannaro ed un gruppo di piante carnivore, assistiamo anche ad un paio di momenti decisamente profondi - tanto da riportare alla memoria lo splendido Un ponte per Terabithia - abilmente celati da un'atmosfera easy e scanzonata, all'interno della quale funziona di nuovo e per la prima volta da anni proprio Jack Black.
Una più che discreta sorpresa, dunque, che non solo ha tenuto gli occupanti del Saloon ben incollati allo schermo nonostante la stanchezza del lavoro e delle imprese genitoriali, ma che ha saputo dosare la nostalgia dell'amarcord per i tempi che furono - nel nostro caso, quelli de I Goonies e de La storia infinita, o al massimo di Jumanji, che mi sono ripromesso di recuperare a breve - ed i brividi per una nuova proposta nella quale il Fordino o la sua sorellina in arrivo potranno ritrovarsi in futuro tanto quanto i loro vecchi.
E questo è il bello dell'Avventura.
Quella con la maiuscola, e senza età.
Brividi d'orrore, d'amore o d'emozione, poco importa.
L'importante è sempre il brivido.




MrFord




"Bruh, I can't, I can't even lie
I'm about to be that guy
someone else gon' have to drive me home
la la la
bang-a-rang-rang, bang-a-ring-a-rang-rang
bass in the trunk, vibrate that thang
do your thang, thang, girl
do that thang like la la la."
Jason Derulo - "Get ugly" - 






giovedì 21 gennaio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): prosegue spedito questo gennaio che, fino ad ora, è riuscito a regalare buone soddisfazioni a noi spettatori e perfino a mettere quasi d'accordo questo vecchio cowboy ed il suo acerrimo nemico nonchè co-conduttore della rubrica qui presente Cannibal Kid.
A dire il vero il fine settimana che ci aspetta appare sulla carta molto meno interessante di quelli appena trascorsi, ma non è detto che qualche sorpresa faccia capolino in sala pronta a tenere alta la qualità del duemilasedici, partito decisamente meglio del quindici.
Per quanto riguarda il mio rivale, invece, lasciate ogni speranza o voi ch'entrate: lui, di Cinema, non capirà mai nulla.

Ford e i suoi amichetti alla conquista di Casale.
Steve Jobs

"Cannibal, in galleria, per favore: vedi di tacere una volta per tutte."
Cannibal dice: Sono un po' dubbioso, su Steve Jobs. Non sul fondatore di Apple. Intendo sul film. Da una parte mi aspetto che possa essere quasi un nuovo The Social Network, complice la sceneggiatura del buon Aaron Sorkin. Dall'altra sospetto che possa rivelarsi un biopic valido, spero più di Jobs con Ashton Kutcher, ma non fenomenale. Se non altro l'antitecnologico Ford potrà finalmente scoprire chi era Steve Jobs.
Ford dice: nutro parecchi dubbi, su questa nuova versione cinematografica di Steve Jobs, che potrebbe rivelarsi un cult totale - Boyle+Sorkin+Fassbender - o una delusione su tutta la linea.
Sinceramente, spero che non si riveli una cannibalata sopravvalutata qualsiasi ma, al contrario, una fordata con i fiocchi.



Piccoli brividi

Ford in casa Goi.
Cannibal dice: La saga letteraria di Piccoli brividi (che non ho mai letto) approda sul grande schermo. Occhio Ford a non fartela addosso!
Spero che questo film si riveli una pellicola d'intrattenimento fanciullesco di buon livello magari alla Jumanji, ma mi vengono dei brividi, nemmeno tanto piccoli, che possa essere la solita bimbostronzata che va di moda oggi. Una possibilità però quasi quasi gliela darei...
Ford dice: non ho mai letto nulla della saga dei Piccoli brividi, che ricordo furono una delle prime passioni di mio fratello quando faceva le elementari. Onestamente, ho dubbi anche in questo caso, in bilico tra l'impressione di una bambinata inutile ed un Jack Black sempre interprete della parte di Jack Black.
Eppure a Julez ha ricordato Jumanji, e dunque qualche speranza finisco per nutrirla anche io.



Il figlio di Saul

"Non ti azzardare a parlare male di Birdman in presenza di Cannibal, o finisci dritto in cella d'isolamento."
Cannibal dice: Il grande favorito all'Oscar di miglior film straniero dell'anno approda nei cinema italiani. Sarà la solita pellicola sul tema della Seconda Guerra Mondiale ruffianotta, quindi perfetta per WhiteRussian, oppure una visione originale e coraggiosa, quindi una roba molto cannibale?
Ford dice: superfavorito nella corsa all'Oscar come miglior film straniero, Il figlio di Saul potrebbe rivelarsi il primo film importante del duemilasedici a creare una spaccatura tra il sottoscritto e Cannibal, fino ad ora fin troppo concordi rispetto ai grandi nomi visti in sala nel corso di questo gennaio.
Sarà davvero così? C'è solo da sperarlo.



Ti guardo

"Meglio che mi nasconda, se Ford mi sente parlare male di Stallone, mi sbatte in cella d'isolamento."
Cannibal dice: …e io invece no, non ti guardo.
O magari sì?
Considerando che ha vinto il Leone d'Oro all'ultimo Festival di Venezia, una visione molto radical-chic se la potrebbe guadagnare.
Ford dice: sinceramente, sarei più sul "non ti guardo". Anche perchè il Leone d'oro mi puzza di radicalchiccata cannibalata lontano un miglio. E in questo periodo di Creed-dipendenza io voglio solo tamarrate pane e salame fordiane.




The Pills - Sempre meglio che lavorare

"Se abbiamo fatto un film noi, a breve vedrete in sala anche quei due bloggers inutili."
Cannibal dice: Dei The Pills ho visto poco o niente, quindi non ho ancora capito se mi stiano simpatici o meno. Da quel poco che ho capito di loro comunque mi sembrano dei cazzari eterni Peter Pan come me, quindi bravi! Sui fenomeni di YouTube che sbarcano al cinema rimango scettico, ma magari una visione al loro filmetto prima o poi ci potrebbe stare. Sempre meglio vedere il loro film che lavorare. O leggere il blog di Ford.
Ford dice: dei The Pills non conosco nulla, e non sento certo il bisogno di colmare questa mia lacuna.
Come se non bastasse, i fenomeni web mi solleticano più dubbi perfino di Cannibal Kid. Che è tutto dire.



Se mi lasci non vale

"Te l'avevo detto, di non leggere le cose che scrivono quei due bruti di Ford e Cannibal!"
Cannibal dice: Ford, se mi lasci a condurre questa rubrica da solo, vale. Vale eccome.
Quanto al film di e con Vincenzo Salemme, ovviamente, lo lascio lì dov'è.
Ford dice: se Cannibal lasciasse la blogosfera, varrebbe eccome.
Quanto al film di e con Vincenzo Salemme, lo lascio dov'è. E non lo sfioro neppure con il pensiero.


mercoledì 22 ottobre 2014

Sex tape - Finiti in rete

Regia: Jake Kasdan
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
94'





La trama (con parole mie): Annie e Jay sono sposati da una decina d'anni, vivono felicemente con i loro due figli e portano avanti le loro carriere - lei mommy blogger di successo, lui nel settore musicale - ricordando quasi ironicamente i tempi in cui il sesso era la parte più importante delle loro giornate e del rapporto.
Quando, proprio per rinverdire i fasti del passato, i due decidono di sfruttare una nottata di solitudine per dedicarsi ad una maratona di sesso riprendendosi con il nuovissimo Ipad di Jay, ha inizio il dramma: tramite una app che permette di condividere contenuti e playlist il video viene spedito in lungo e in largo a parenti ed amici, costringendo la coppia a vivere una vera e propria avventura per cercare di impedire che il filmato con loro protagonisti divenga un must a partire dalla cerchia dei conoscenti.
Riusciranno nell'insolita impresa senza cedere all'ansia e sfruttando la situazione per ritrovare l'intesa tra le lenzuola dei tempi d'oro?








Nell'ambito del Cinema usa e getta, quello da multisala il sabato o la domenica pomeriggio, esistono, di fatto, due grandi tipologie di film in grado di raccogliere il grande pubblico e fornire l'alibi giusto per il cervello degli "intenditori" nelle serate di stanca eccessiva: i popcorn movies e i titoli spazzatura.
I primi, tendenzialmente tamarri e sopra le righe, finiscono per essere una sorta di segnale inviato ai neuroni che dichiara la chiusura momentanea delle attività cerebrali per una serata senza impegno, nel corso della quale le preoccupazioni maggiori consisteranno nello scegliere l'alcolico che accompagnerà la visione e se sarà più il caso di buttarsi sul gelato o le patatine.
I secondi, invece, sono putroppo quello che sono.
Titoli buoni giusto per sfogare la propria "ira critica" o pensare che, se fossimo aspiranti registi, ci sarebbe davvero speranza per tutti.
Purtroppo per il sottoscritto e la sua volontà di cercare un pò di riposo a seguito di giorni pieni tra lavoro, l'inizio dell'esperienza al nido del Fordino e gli impegni quotidiani, Sex tape - Finiti in rete finisce senza neppure pensarci due volte nella seconda categoria.
Considerato che dovrebbe trattarsi di una commedia romantica in stile Apatow e che avrebbe almeno in parte pretese rispetto all'essere divertente, la pellicola diretta dal figlio d'arte Jake Kasdan si rivela un fallimento su tutta la linea: banale, prevedibile, mai divertente, pseudo alternativa con strizzate d'occhio al concetto di famiglia disfunzionale tanto caro al Cinema indie - soprattutto USA -, questa robetta è stata un vero e proprio patimento che neppure l'ironia rispetto ad una fase della vita che in casa Ford si sta vivendo in prima persona - gli impegni genitoriali e lavorativi che finiscono per togliere spazio all'irruenta passionalità selvaggia dei primi tempi che si passano insieme a quella che si pensa sia e si spera poi diventi la persona della propria vita - ed un paio - ma giusto un paio - di battute divertenti potevano sperare di salvare.
In effetti, non ce l'avrebbe fatta neppure un porno amatoriale della sempre in forma protagonista Cameron Diaz gentilmente offerto per il piacere del pubblico maschile a rendere credibile e piacevole questa versione in minore e totalmente inutile di Questi sono i 40, la cui visione potrebbe essere paragonabile ad uno di quegli appuntamenti in cui non vedi l'ora che sia tutto finito per andartene a casa o rimanere in giro da solo per essere te stesso e goderti davvero la nottata.
Perfino le piccole parti di Rob Lowe - che dopo i recenti Behind the candelabra e A normal heart pareva diventato una garanzia - e di un'ormai sbiadita copia di se stesso Jack Black riescono a salvare un titolo tra i più tristi di questa seconda parte dell'anno, incapace di trovare un significato sia come divertissement che come spunto per una qualche riflessione sui rapporti di coppia o in famiglia celata dietro una maschera da commedia slapstick Anni Zero.
Non mi pare neppure giusto scrivere che sia stato un peccato, anche perchè le aspettative erano basse e la blogosfera aveva già parlato - e con una certa coesione, in merito al giudizio - bocciando pienamente l'intera operazione: più che altro resta l'ennesima conferma di un anno cinematografico decisamente fiacco, partito con grandi prospettive e finito, dalla primavera in poi, in una palude di proposte delle quali si sarebbe fatto francamente a meno.
Un pò come di questa solo apparentemente simpatica ricerca priva di logica e mordente dei due improvvisati attori porno casalinghi.



MrFord



"Let's go, don't wait, this night's almost over
honest, let's make this night last forever
forever and ever, let's make this last forever
forever and ever, let's make this last forever."
Blink 182 - "First date" - 



sabato 4 agosto 2012

The big year - Un anno da leoni

Regia: David Frankel
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 100'




La trama (con parole mie): ogni anno gli appassionati di birdwatching degli States si concentrano su quella che è la loro più importante sfida e competizione, la Grande Annata.
Basandosi sulla fiducia e sulla parola senza una documentazione obbligatoria gli osservatori, viaggiando da una parte all'altra degli Usa, collezionano avvistamenti delle più disparate specie di pennuti segnalandole agli organi ufficiali in modo che possa essere così redatta una classifica finale.
Il vincitore della gara sarà l'osservatore con il numero più elevato di avvistamenti contati.
Kenny Bostick, ossessionato e decisamente borioso detentore del record - con più di settecento specie in lista -, decide di ritentare l'impresa compiuta qualche anno prima ovviamente senza dichiarare il suo interesse nella competizione.
Stu Preissler, capitano d'industria fresco di pensione, si imbarca nella Grande Annata ed in quello che, di fatto, è il sogno della sua vita da tanto, troppo tempo, cercando di lasciarsi alle spalle il lavoro.
Brad Harris, che del birdwatching ha fatto una passione nonostante il lavoro full time ed un rapporto non semplice con il padre, investirà risparmi ed energie cercando di battere il record apparentemente inarrivabile di Bostick.
Al termine della competizione tutti e tre avranno guadagnato o perso qualcosa.





Da tempo, ormai, si combatte contro i mulini a vento di una distribuzione italiana completamente scriteriata nell'assegnare titoli in grado di fuorviare il pubblico minando la credibilità di film che potrebbero, al contrario, risultare interessanti: Un anno da leoni è soltanto l'ultima di una lunga serie di vittime che, a causa dei suddetti adattamenti, hanno rischiato di passare completamente inosservate in casa Ford, un pò come capitò con Se mi lasci ti cancello, Quando l'amore brucia l'anima o Strafumati - per citare solo alcuni esempi a dir poco eclatanti -.
Fortunatamente per il sottoscritto, la consueta rubrica sulle uscite settimanali che condivido con quello scellerato del mio antagonista Cannibale ha portato alla visione del trailer di The big year, con conseguente curiosità rispetto a ciò che un regista avrebbe potuto tirare fuori da quello che è notoriamente uno degli argomenti più noiosi del mondo per i non appassionati: il birdwatching.
E qui, dopo l'agghiacciante titolo italiano, c'è stata la seconda sorpresa: perchè nonostante la presenza di Jack Black, Steve Martin e Owen Wilson e l'aria da commedia leggera, il lavoro di David Frankel - che firmò Il diavolo veste Prada ed il sottovalutato e da me decisamente gradito Io e Marley - ha più lo spirito della malinconia agrodolce tipico del Sundance, e gioca le sue carte migliori raccontando, di fatto, la storia di tre passioni - e tre solitudini - profondamente diverse tra loro ma che hanno nel birdwatching lo stesso canale di sfogo.
Interessante, in questo senso, il piglio di regista e sceneggiatori rispetto ai protagonisti, descritti con grande equilibrio e mostrati nei loro lati migliori e peggiori con un'affezione insolita, quasi più simile a quella di un romanzo che non al classico lungometraggio senza impegno che si pensa di incontrare nove volte su dieci in sala in questo periodo dell'anno.
Ma oltre alla cura sentimentale dei protagonisti, Frankel e i suoi confezionano un'opera decisamente più che discreta anche rispetto alle ambientazioni - varie e ben fotografate, ottime le sequenze in Alaska - senza mai risultare spocchiosi - del resto, le premesse potevano esserci senza neppure troppa fatica - o tremendamente noiosi - il birdwatching, almeno sulla carta, non pare essere qualcosa in grado di tenere inchiodati alla poltrona per la tensione, per intenderci -: al contrario, invece, The big year riesce a mostrare il lato passionale e decisamente "adrenalinico" di questo curioso passatempo mostrandone anche l'aspetto più antico ed "onorato" - clamoroso, in un'epoca segnata da illeciti sportivi di tutti i generi, che possa esistere una competizione basata tutta sulla parola data, senza obbligo di prove certe degli avvistamenti -, fungendo al contempo da terreno di crescita per i suoi tre curiosi paladini.
Così, mentre Bostick conserverà l'enigmatico approccio in bilico tra l'egoista approfittatore e borioso e l'appasionato all'ultimo stadio disposto a sacrificare tutto - ma proprio tutto - per raggiungere la meta, Preissler sarà in grado di riscoprire la gioia di una vita che gli ha dato ogni cosa - fortuna negli affari, ricchezza, una famiglia numerosa - ma solo in cambio del sacrificio di ogni briciolo del tempo da dedicare ai propri reali interessi, mentre Harris vivrà un nuovo e decisivo confronto con il padre - perfetto il momento nella foresta che vede per la prima volta il genitore prendere coscienza della passione e del talento del figlio - riscoprendosi vincente nonostante premesse assolutamente opposte - trentasei anni, divorziato, tornato sotto il tetto di mamma e papà, legato ad un lavoro che non sarà mai quello della vita -.
Tre realtà differenti per tre crescite differenti eppure ugualmente intense e funzionali, pronte a giocarsi le preferenze del pubblico e la vittoria finale con la consapevolezza di chi, in cuor suo, già sa che potrebbe esserci qualcosa di molto, molto più grande in palio, che non il titolo di miglior birdwatcher degli Usa.
Una quasi fiaba sentimentale ed intelligente, un film onesto e semplice di quelli che si torna sempre volentieri a vedere, un pò come fossero dei vecchi amici, forse troppo lineare per i palati più fini dei circoli radical chic eppure assolutamente efficace e ben più profondo di quanto non si sarebbe portati a credere.
Un film per sognatori, di quelli che da bambini sperano, in cuor loro, di trovare un bel paio d'ali grazie alle quali prendere il volo e sentirsi liberi.
Ma anche per tornare a casa e riscoprire il piacere di essere se stessi.


MrFord


"Like a bird on the wire,
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free.
Like a worm on a hook,
like a knight from some old fashioned book
I have saved all my ribbons for thee."
Leonard Cohen - "Bird on a wire" -



 

venerdì 27 aprile 2012

I Muppet

Regia: James Bobin
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 103'



La trama (con parole mie): Walter è un muppet alla nascita, proprio come i pupazzi eroi della sua infanzia, ed insieme al fratello umano Gary ha mantenuto, negli anni, un'ammirazione sconfinata per Kermit e soci.
Quando, nel corso del viaggio di Gary e della sua fidanzata Mary per il loro decimo anniversario in California, a Los Angeles Walter visita gli studi ormai in rovina della vecchia serie dei Muppets, scopre che un magnate del petrolio vuole mettere le mani sul terreno per demolire un pezzo della storia della televisione.
Inizia così un viaggio della speranza in modo che la vecchia banda si riunisca ed allestisca uno spettacolo in grado di portare nelle casse del gruppo i dieci milioni di dollari che serviranno ad estromettere il minaccioso nuovo acquirente dalla proprietà.
Il tutto con tanta, troppa Disney e tanto, troppo miele.




Io ce l'ho messa proprio tutta.
Ricordo quanto, da piccolo, adorassi i Muppets, con le loro curiose canzoni e le strane movenze, quell'ironia che non sempre riuscivo a cogliere e le follie dei miei due preferiti in assoluto, Animal e Gonzo.
Quando venne annunciata l'uscita del film, in testa ad un'operazione amarcord come spesso e volentieri è capitato negli ultimi anni, ricordo rimasi con più di una perplessità di fronte all'idea di riesumare Kermit e soci negli anni zero, con tutta la loro mancanza d'innocenza e gusti ormai completamente diversi rispetto a quei fantastici primi anni ottanta: poi, recensione dopo recensione, finii per risultare molto incuriosito dal lavoro di James Bobin, definito splendido da molti, omaggio perfetto allo spirito che animava i pupazzi più popolari del piccolo schermo di trent'anni fa.
Così, ho finalmente dato fuoco alle polveri e I Muppet è approdato in casa Ford.
Risultato: un'ecatombe dei miei bellissimi ricordi di questi pupazzi pazzi.
Dagli anni ottanta ad oggi sarò stato io a cambiare fino a divenire un vero e proprio bruto, oppure Bobin e soci sono riusciti nella non facile impresa di rendere gli acutissimi Muppets un prodotto per una massa di utenti degni di Teletubbies ubriachi di melassa?
Purtroppo per me e per il pubblico, la seconda che ho detto.
Tolte, infatti, un paio di idee metacinematografiche non disprezzabili ed il rap del malvagio Tex Richman - per il quale si finisce a fare il tifo dall'inizio alla fine -, il resto è qualcosa di così indigesto e sdolcinato, retorico e squinternato da far apparire operazioni meglio riuscite ma dello stesso stampo - su tutte, il recente Come d'incanto - praticamente dei pulp dal taglio nerissimo e senza speranza.
Irritanti all'inverosimile i due protagonisti umani Gary e Mary - interpretata da Amy Adams, già protagonista dell'appena citato Come d'incanto -, che avrei preso a bottigliate selvagge fin dalla prima sequenza per le strade di Smalltown, pessimo il pupazzoWalter, che pare la versione Mickey Mouse di Casa Muppet, letteralmente agghiaccianti gli adattamenti italiani delle canzoni - ma per quale motivo non sottotitolare le parti cantate!? -, per nulla divertenti le scenette, fuori luogo i riferimenti cinematografici "cool" - tutta la cestinabile parte in Il diavolo veste Prada style di Miss Piggy a Parigi -, Muppets importantissimi lasciati ai margini - Gonzo su tutti -, per non parlare delle apparizioni di personaggi dello spettacolo allo sbando come Selena Gomez, Whoopi Goldberg e soprattutto Jack Black - che ormai pare sempre più simile alla caricatura di se stesso - letteralmente uno più ridicolo dell'altro.
Una pellicola in grado di appiattire l'originalità che fu marchio di fabbrica dei Muppets, svilire il loro mito e presentarsi come un irritante quadretto ad alto tasso retorico che neppure sotto tortura proporrei a dei bambini - ma neppure ai nostalgici del periodo nonchè fan della prima ora -: fortunatamente esiste ancora lo Studio Ghibli, che anno dopo anno continua a produrre favole dallo spirito magico in grado di toccare i cuori di grandi e piccini senza far sentire in imbarazzo gli uni o gli altri - si veda il recente, e splendido, Arrietty -, perchè se dovessimo fare affidamento a queste discutibili operazioni commerciali, finiremmo davvero a rimpiangere i tempi in cui la meraviglia pareva davvero una realtà possibile.
Un pò come i mondi che i veri Muppets sarebbero stati in grado di farci esplorare.


MrFord


"But now its getting started
why don't you get things started?
Its time to get things started
on the most sensantional
inspirational
celebrational
muppet-ational
this is what we call The Muppet Show!"
Muppets - "The Muppets theme" -


mercoledì 21 settembre 2011

Tenacious D e il destino del rock

Regia: Liam Lynch
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 93'



La trama (con parole mie): JB fin da bambino è stato un fanatico del rock allo stato puro, tanto da essere vessato dai religiosissimi e puritani genitori e fuggire di casa alla ricerca della Hollywood ispiratagli da Ronnie James Dio in persona.
Dopo lunghe peregrinazioni attraverso tutte le Hollywood degli States, il giovane giunge in California ed incontra fortuitamente KG, chitarrista mammone e squattrinato con il quale capisce immediatamente di avere un destino in comune: i due, superate le prime divergenze, decidono di mettere in piedi una band e andare alla ricerca del segreto del successo di ogni grande rockstar planetaria, un antico artefatto che si dice essere stato costruito partendo da uno dei canini del Diavolo in persona.
Questo artefatto è il plettro del destino.



Qualche tempo fa, a seguito di una discussione tra i commenti, ho preso l'impegno di essere arbitro di una questione in sospeso tra la tagliente Ciku ed il sorprendente Pesa a proposito di Tenacious D e il destino del rock, film di culto per quasi una generazione di metallari e rockettari di tutto il mondo.
E che posso dire, a visione avvenuta, a proposito di questa pellicola!?
Ok, il rock è forte, il rock è tosto, io amo il rock.
Ok, anche Jack Black è - o sarebbe meglio dire era - forte, Jack Black canta molto bene, Jack Black cerca a tutti i costi di apparire simpatico.
Ok, Kyle Gass suona molto bene, Kyle Gass cerca di stare al passo di Jack Black, Kyle Gass è quello che si potrebbe definire lo "sfigato orsacchiotto" che dovrebbe portare il pubblico dalla parte dei protagonisti.
Ok, c'è Ronnie James Dio - che Dio l'abbia in gloria -, e la parte in stile musical in apertura ambientata nella casa del piccolo JB è mitica.
Ok, ci sono poster di grandissime band che ricordano a tutti quanto è stato grande - ed è ancora, pur se con nomi certo meno importanti - il rock per la Storia della musica e non solo.
Ok tante cose.
Ma posso dirlo, caro Pesa?
Tenacious D e il destino del rock è proprio un film di bassa, bassissima lega.
Battute stanche, protagonisti mai davvero simpatici - mi hanno fatto venire in mente quegli sfigati da rabbia repressa che vorrebbero che la loro invidia verso il mondo non trasparisse così clamorosamente -, regia e comparto tecnico pessimi: a poco serve l'abilità di musicisti di Jack Black e Kyle Gass a sopperire ad una montagna di limiti così enorme.
Qualche risata potrà anche farsi, ma dai tempi di Alta fedeltà e School of rock - certo, Frears e Linklater non sono Liam Lynch, che a sua volta non è certo David - il buon Jack Black pare essere diventato la brutta, bruttissima copia di se stesso, finendo come il De Niro dalla paresi facciale degli ultimi anni senza avere alle spalle nemmeno un briciolo dello spessore del Robert scorsesiano e non solo.
E se ad alcune sequenze si può passare sopra quasi per compassione - tutta la parte legata al passato di KG -, altre, come il trip da funghi di JB ed il conseguente excursus in un mondo in stile Teletubbies propinato come se si volesse ricordare Il grande Lebowski ed i "viaggi" del Drugo o l'assalto al museo per recuperare il plettro sono davvero il peggio che ha da offrire il fondo raschiato del barile.
Ricordando Funny people, mi viene da pensare al momento in cui Adam Sandler consiglia a Seth Rogen di evitare di concentrare le sue battute su scoregge e visione pessimistica di se stesso, perchè in quel modo non troverà mai neanche una ragazza con cui scopare.
Ecco, se penso a Liam Lynch e ai Tenacious D - e sto sorvolando sull'incontro con la versione metal di Tim Robbins, inguardabile, e con il Diavolo in persona, ancora più inguardabile -, penso che la bravura con la chitarra sia uscita fuori da un costante esercizio delle mani.
Perchè altre possibilità "al femminile" mi paiono, a vedere questa roba, ben oltre la loro portata.
MrFord

"Have I fallen too far to rise
been burning too long in the fire
then it all falls down 
tearing the night away."
Ronnie James Dio - "Fever dreams" -


mercoledì 7 settembre 2011

Kung fu panda 2

Regia: Jennifer Yuh
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 91'







La trama (con parole mie): Po, ormai noto in tutte le valli cinesi per essere il leggendario Guerriero Dragone, passa il tempo con i suoi compagni di lotta, i Cinque Cicloni, continuando a sgominare le minacce locali, è alla ricerca dell'equilibrio interiore per raggiungere la perfezione dello stile di combattimento da poco trovata dal suo maestro Shifu e non dimentica mai suo padre ed il ristorante dove è cresciuto.
A turbarlo, però, è il ricordo sepolto del giorno in cui i suoi veri genitori lo abbandonarono al destino perchè braccati dalla folle sete di potere di Shen, un pavone di sangue nobile sostenitore del potere oscuro delle armi da fuoco che una profezia vede sconfitto da un guerriero bianco e nero: da qui la decisione del pennuto di sterminare tutti i panda, che gli valse l'esilio e alimentò un desiderio di vendetta che pare aver trovato modo di esplodere, letteralmente.
Toccherà a Po scoprire le sue origini, se stesso, la via per l'equilibrio interiore ed il modo per salvare la Cina una volta ancora.



Prima di cominciare, occorre che ammetta di aver profondamente detestato il primo film dedicato alle avventure di Po, corpulento panda che si scopre maestro di kung fu, ed il suo deprecabile finale.
Come era stato possibile produrre una pellicola d'animazione zen - nonostante il combattimento e l'azione -, percorsa dai valori più puri delle arti marziali che risultava essere un invito alla tolleranza e all'accettazione del diverso - lo stesso Po nelle insolite vesti di grande combattente - per poi chiuderla con quella che sapeva di una vera e propria esecuzione da parte dello stesso protagonista rispetto al ribelle Tai Lung, come se non bastasse pentitosi delle sue azioni?
Dunque, le mie aspettative per questo secondo capitolo erano piuttosto basse, ed orientate più all'idea di una di quelle visioni riempitive per serate di stanca che non vale mai sprecare per pellicole di un certo livello.
Fortunatamente - è sempre un piacere essere sorpresi in questo senso - sono stato clamorosamente smentito da quella che è stata, a tutti gli effetti, una più che buona pellicola di genere, divertente e ben diretta, visivamente spanne sopra il precedente capitolo, forse un pò classica nel senso disneyano nello svolgimento eppure coinvolgente ed interessante, nonchè in grado di rivalutare, ai miei occhi, un personaggio che pensavo già bruciato ed aprendo le porte ad un terzo capitolo che, a questo punto, mi ritrovo ad attendere con curiosità.
Per cominciare, la scelta di narrare tutte le vicende ambientate nel passato - la storia di Shen, i ricordi dei genitori di Po - con uno stile quasi pittorico e più secco rispetto alle linee tondeggianti del presente di narrazione conferisce alla pellicola un'aura in qualche modo autoriale che, nel campo - almeno negli States - è patrimonio Pixar quasi esclusivo, impreziosito da una fotografia notevole, che cresce parallelamente all'azione e trova il suo momento migliore proprio nel confronto finale tra Po, i Cicloni e Shen con il suo esercito armato fino ai denti. 
A questo si aggiunga il guadagno giunto dal cambio di regista - Jennifer Yuh appare decisamente più sapiente nella gestione di personaggi, azione, risate e ritmo dei suoi predecessori - e lo sfruttamento al meglio possibile della sottotrama legata alle origini di Po, ai suoi veri genitori e al rapporto con il padre putativo, motore emotivo del film e speranza che, finalmente, anche alla Dreamworks comincino a preoccuparsi più dello script in toto piuttosto che delle singole scene - come fu per il bellissimo Dragon trainer -.
Inoltre, il confronto tra un cattivo ardente sostenitore delle armi da fuoco contrapposto al kung fu teso all'equilibrio e alla saggezza trasmesso da Shifu a Po regala alla pellicola e alla bellissima battaglia finale lo spessore ed i contenuti che erano clamorosamente mancati al primo capitolo della saga di questo panda appassionato di cibo almeno quanto di combattimento, risultando a suo modo educativo per i piccoli e non troppo banale per i grandi.
Certo, per poter finalmente produrre pellicole interessanti, alla Dreamworks hanno dovuto tapparsi il naso e strizzare l'occhio al prodotto Disney - soprattutto ai vecchi Classici -, seguendo un iter di sceneggiatura abbastanza convenzionale, ma se questo dev'essere il prezzo da pagare per avere finalmente l'impressione che qualcosa si muova anche dalle parti di Shrek e soci ben venga, specie nell'anno del primo, vero passo falso - che poi passo falso vero e proprio non è stato - Pixar con l'abbastanza insipido Cars 2.
Mi sento anche quasi in dovere, prima di chiudere, di dispensare un consiglio: a me Fabio Volo potrà stare anche simpatico, ma sinceramente, la pellicola in versione originale fa tutto un altro effetto.
Sarà che dietro i personaggi animati, al posto di celebrità della tv, troviamo signori che si chiamano Dustin Hoffman e Gary Oldman. 
E non me ne voglia l'ex "iena", ma Jack Black è un Po di tutt'altro spessore.

MrFord

"You said fight fire with fire, 
fire with fire, fire with fire 
through desire, 
desire, desire, 
through your desire."
Scissor Sisters - "Fire with fire" -




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...