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venerdì 20 marzo 2015

Non sposate le mie figlie!

Regia: Philippe De Chauveron
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata:
97'





La trama (con parole mie): i Verneuil sono una coppia di vecchi signori benestanti e cattolici legati ai valori ed alla realtà della Francia passata, con quattro figlie delle quali tre finite in spose rispettivamente ad un ebreo, un arabo ed un cinese. Già messi in crisi da questi legami e continuamente provati dalle difficoltà di riuscire a costruire un rapporto equilibrato senza che qualche commento di troppo - da una parte e dall'altra - porti a degenerare, i due anziani "suoceri" si troveranno ad affrontare la loro prova più dura quando la figlia minore ed ultima a doversi accasare deciderà di convolare a nozze con un attore di origini ivoriane.
L'organizzazione del matrimonio, le tensioni tra le sorelle - ed i rispettivi mariti - e l'arrivo in Francia per l'occasione della famiglia di Charles - questo il nome dell'ultimo arrivato in casa Verneuil - scateneranno una serie di fraintendimenti che potrebbero costare la cerimonia: riusciranno proprio i padri degli sposi, inizialmente su fronti opposti, a mettere una pezza?








Ricordo bene la sera in cui, qui in casa Ford, approcciammo questo Non sposate le mie figlie!.
Ero nel pieno di una delle influenze peggiori degli ultimi anni, probabilmente Julez ragionava pensando a farmi un favore lasciando che mi schiaffassi un film dietro l'altro per bilanciare la pausa forzata dagli allenamenti, ed entrambi non nutrivamo aspettative alte per una pellicola che, dal canto suo, in Francia si era rivelata campione d'incassi della stagione invernale.
Certo, i bei tempi di Quasi amici paiono lontani anni luce, ed i nostri cugini d'Oltralpe non sembrano mostrare lo smalto di qualche anno fa, eppure il lavoro di Philippe De Chauveron funziona, entro certi limiti, diverte quanto deve e risulta essere sicuramente più coraggioso ed ironico - soprattutto a fronte di un tema delicato come l'integrazione - di quanto non potrebbe mai essere un suo epigono italico, attento a non calcare troppo la mano per evitare di offendere questo o quell'altro.
Fortunatamente i dal sottoscritto tanto detestati francesi non sono afflitti dagli stessi problemi, e dunque seppur appoggiandosi ad una sceneggiatura piuttosto esile, il buon De Chauveron confeziona un prodottino garbato e spassoso, che tocca temi universali come i rapporti tra genitori e figli e mariti e mogli così come l'attuale realtà dell'integrazione a tutto tondo senza risparmiarsi colpi bassi all'indirizzo di tutti, dai bianchi, agli ebrei, agli arabi, ai cinesi fino agli africani, neanche ci si trovasse all'interno di una barzelletta vecchia scuola.
Dunque, azzeccando alcune sequenze effettivamente molto divertenti - il primo litigio tra i mariti delle Verneuil, il rapporto tra i due padri scettici divenuti progressivamente amici sotto il segno di Charles De Gaulle sul finale - e mantenendo un ritmo abbastanza sostenuto, la visione scorre senza troppi patemi, proponendo un tema attuale senza affondare nella retorica o richiedere, allo stesso tempo, un impegno eccessivo da parte del pubblico: un esperimento riuscito premiato dagli incassi e, chissà, aperto anche ad un sequel che potrebbe vedere i due vecchi Verneuil visitare le città d'origine delle famiglie dei loro generi, dalla Costa d'Avorio a Israele, dal Marocco alla Cina.
Un titolo da gustare in famiglia, e forse un modo per trovare un dialogo con genitori vecchio stampo ancora piuttosto refrattari non solo alla cucina etnica ma anche ad una cultura che corre - fortunatamente - nella direzione di una multiculturalità totale già a partire dai principali centri urbani - in questo senso, il riferimento alla possibilità di una società messa in piedi dai primi tre mariti per la distribuzione di prodotti bio Halal è fantastico -, e che sta vedendo nascere figli e nipoti di immigrati che cresceranno e studieranno da italiani - nel nostro caso - portando al contempo un bagaglio legato alle origini dei loro padri o nonni.
C'è da sperare, in questo senso, che l'Italia sia davvero pronta ad un passo simile, e che non faccia la figura del rigido borghesuccio bigotto in crisi perchè la figlia ha deciso di sposare "lo straniero": in quel caso l'ideale sarebbe liberare la battuta facile e sparare a zero, pur sapendo che qui nella Terra dei cachi alcuni riferimenti religiosi o più biecamente legati ai luoghi comuni ed usati per provocare non sarebbero mai passati ad una produzione nostrana.
Ma poco importa: si può sempre fare tesoro della lezione di cose esiline ma efficaci - a loro modo - come questa, e cercare di guardare al futuro mantenendo la mente elastica e la battuta pronta.
In fondo, lo scambio culturale può tranquillamente avvenire attraverso un bel duello verbale che non risparmia colpi bassi a nessuno: e dopo essersele cantate di santa ragione, non ci sarebbe niente di meglio che una bella mangiata e bevuta con reciproco scambio di ricette per accorciare le distanze.
In fondo, a prescindere dalla latitudine, ci sono passioni che accomunano tutti gli uomini: quelle legate agli appetiti e alla pancia, che parlano una lingua universale e paiono abbracciare senza alcuna distinzione di razza, credo, sesso o colore della pelle.





MrFord





"But I see your true colors
shining through
I see your true colors
and that's why I love you
so don't be afraid to let them show
your true colors
true colors are beautiful,
like a rainbow."
Cindy Lauper - "True colors" - 




lunedì 2 marzo 2015

Selma - La strada per la libertà

Regia: Ava DuVernay
Origine: USA, UK
Anno:
2014
Durata:
128'
 




La trama (con parole mie): Martin Luther King, leader afroamericano fondamentale nella lotta per la conquista di diritti civili fino ai primi anni sessanta negati alla sua gente dai salotti della Casa Bianca e dal rapporto con Lyndon Johnson fino alle marce di protesta, ritratto in uno dei momenti cruciali della sua carriera politica ed esistenza.
A Selma, in Alabama, si visse infatti nel sessantacinque una delle stagioni più importanti della lotta per il voto degli afroamericani ed alcuni dei drammi più terribili legati alla conquista di diritti che ogni uomo dovrebbe acquisire alla nascita: sostenuto da gente comune, avversari politici come Malcolm X, il suo entourage e la famiglia, il Dottor King dovrà fare fronte alle difficoltà organizzative, personali, politiche e legate all'ignoranza manifestata dagli estremisti bianchi in modo da portare a termine quello che sarà ritenuto un atto dimostrativo pacifico fondamentale per conquiste che ancora oggi hanno importanza nella società.








In quello che, con ogni probabilità, sarà ricordato come l'anno dei biopic - almeno rispetto ai film candidati nelle categorie principali degli Oscar -, una proposta come Selma era davvero un rischio: trattando una tematica importante ma potenzialmente pericolosa - in termini di resa finale e trabocchetti legati alla retorica - come quella dei diritti civili passando attraverso una delle figure cardine legate agli stessi, Martin Luther King, Ava DuVernay di fatto ha deciso di scommettere sulla sua capacità di narratrice mettendo probabilmente in conto di finire, in caso di fallimento, per essere ricordata come la conciliante regista del The butler di questa stagione.
Fortunatamente per noi la coraggiosa donna dietro la macchina da presa è riuscita nell'impresa di trovare il giusto equilibrio e consegnare all'audience un film artigianale e privo di chissà quali spunti "alti" eppure solido e potente, sobrio e di pancia, interpretato alla grande da tutti i i suoi protagonisti e pronto a raccontare le vicende legate a Selma, Alabama - uno dei centri nevralgici della lotta di quegli anni - senza essere schiacciato dagli stessi e dai loro interpreti - Tim Roth, Tom Wilkinson e David Oyelowo su tutti -: la presenza, infatti, nel ruolo di protagonista, di Martin Luther King - e, seppur solo per una breve parentesi, di Malcolm X - non inficia la narrazione che resta legata a doppio filo ad una città e ad una zona, quella del profondo Sud, che ancora oggi mostra di avere problemi legati alla gestione dei rapporti tra bianchi e neri.
Una narrazione che non solo non patisce le oltre due ore di durata, ma che ha il potere di intrattenere il pubblico come il più riuscito dei blockbuster d'autore hollywoodiani e ad un tempo soddisfare quantomeno in parte il desiderio di una certa asciuttezza di fondo del pubblico più di nicchia e della critica: interessanti, in questo senso, il confronto tra l'approccio assolutamente passionale del Dottor King e del suo entourage contrapposto a quello degli organismi di controllo statunitensi, ben rappresentati dai report "battuti a macchina" all'inizio di ogni sequenza dai riscontri storici documentati, neanche ci trovassimo all'interno di un file della CIA o dell'FBI fino ad ora secretato e rivelato all'opinione pubblica nella sua interezza.
Dovendo pensare a quello che dovrebbe essere il classico blockbuster artigianalmente di livello superiore che si finisce per vedere e rivedere sempre con grande piacere - come fu The Help tre anni or sono - traendo una lezione importante anche in termini di contenuti, Selma sarebbe un ritratto perfetto, senza dubbio superiore agli spenti The Imitation Game e La teoria del tutto ed in linea con uno stile ed un approccio che riescono a mescolare il piglio del documentario, o della serie tv di qualità a quello del Cinema in grado di riunire lo spettatore occasionale e l'appassionato.
Tutte qualità non da poco, che si traducono al loro meglio più che nelle scene madri - la marcia nei suoi due tentativi, l'uccisione del ragazzo nella caffetteria - in quelle apparentemente marginali e legate al mondo più privato del Dottor King - il suo rapporto con Mahalia Jackson, le difficoltà con la moglie - ed alle incertezze che il Presidente Johnson ebbe rispetto all'appoggio dato al grande leader afroamericano.
Da questo punto di vista - ma non solo - il lavoro della DuVernay si può considerare un grande successo, ed un importante sguardo su una cittadina che, per quanto piccola e geograficamente lontana dai veri luoghi di potere USA, rappresentò il fulcro di una rivoluzione fondamentale per quella che, con tutte le sue imperfezioni, è la società attuale: la marcia di King e la sua lotta, unite, seppur distanti per ideologia, a quelle di Malcolm X, ebbero il compito di formare le nostre coscienze di bianchi prima ancora di quelle degli afroamericani, giunti alla vigilia di un cambiamento sacrosanto ed epocale nella loro vita sociale.
E forse, a ben vedere, una Selma - almeno in termini astratti, o di coraggio - servirebbe a volte anche oggi, non fosse altro che per sensibilizzare una società che troppo spesso si maschera dietro un finto progressismo.



MrFord



"One day when the glory comes
it will be ours, it will be ours
one day when the war is won
we will be sure, we will be sure
oh glory."
John Legend - "Glory" - 




mercoledì 26 giugno 2013

Paulette

Regia: Jerome Enrico
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 87'




La trama (con parole mie): Paulette è una vecchia signora che vive alla periferia di Parigi, inacidita dalla vita e dalle vicissitudini che l'hanno portata a vendere il ristorante in cui ha lavorato fin da ragazza accanto al marito e passare il tempo a rifiutare quasi ogni contatto con l'esterno diffidando degli immigrati, dei vicini e perfino della figlia, sposata con un commissario di polizia di origini africane che le ha dato un nipote che Paulette si rammarica non sia bianco.
Ritrovatasi alle strette con la pensione troppo bassa e venuta per caso in contatto con il boss del quartiere, la donna finisce per reinvertarsi dapprima spacciatrice di hashish e dunque pasticcera di torte "speciali": di colpo, aiutata dalle sue più care amiche, il suo "giro" si allargherà tanto da impressionare - e preoccupare - perfino il boss del suo boss.




I nostri cugini transalpini da me tanto detestati, occorre ammetterlo, vivono un momento di grazia per quanto riguarda la settima arte che dura ormai da due stagioni piene, praticamente una situazione agli antipodi rispetto a quella in cui versa il Nostro Paese, sprofondato in un oblìo cinematografico capace di destare quasi più preoccupazione di quello politico o sociale.
Tra i molti grandi prodotti distribuiti, però, capita anche che perfino loro facciano qualche passo falso, seppur decisamente meno grave di quelli che siamo in grado di mettere in piedi noi della Terra dei cachi, quando ci mettiamo di buona lena: uno di questi è senza dubbio Paulette, commedia nera carina giusto per intrattenere un'ora e mezza scarsa ma assolutamente lontana non solo dai migliori standard del genere - e rispetto allo stile "geriatrico", decisamente meglio hanno fatto Irina Palm, Svegliati Ned e L'erba di Grace -, ma anche dalle proposte francesi cui ci siamo fin troppo ben abituati di recente.
Certo, gli spunti non mancano, le battute divertenti ed irriverenti ci stanno tutte, gli elementi dell'integrazione e del razzismo sono giocati bene, Bernadette Lafont - acidissima protagonista - e la sua spalla Carmen Maura - vecchia conoscenza dei fan di Pedro Almodovar - funzionano benissimo, eppure tutto viaggia su binari fin troppo facili, e all'interessante riflessione sull'arte di arrangiarsi nei tempi della crisi - ma in questo senso non ci sono paragoni con opere monumentali nello stile di Breaking bad - si contrappone un'aura fin troppo consolatoria da fiaba finto alternativa, che priva la protagonista con il suo gruppetto di irriducibili compagne - mitica Alzheimer! - di quella scintilla in grado di tracciare un confine tra la proposta d'autore da "Sundance style" europeo e la pellicola buona giusto per dare l'illusione di aver assistito alla proiezione di un film diverso dal solito ad un pubblico per nulla abituato al genere.
Da un lato mi dispiace anche, essere così duro con un titolo che mi ha comunque soddisfatto, con tutti i suoi limiti, e che è stato cornice di un pomeriggio "father&son" passato con il Fordino a farmi compagnia in assenza di Julez - stranezze della cassa integrazione -, ma nonostante ci abbia provato, in bilico tra il ricordo della famigerata serata post tortino magico ad Amsterdam di qualche anno fa e l'idea che ormai l'approccio di Quasi amici abbia lasciato il segno nella settima arte transalpina, o almeno nella sua componente più irriverente, non sono riuscito a voler bene ad un film che non ha davvero nulla che lo differenzi da molte altre proposte di medio livello che, seppur senza colpe, finiscono per essere dimenticate prima che il pubblico stesso possa accorgersi di essersele perse per strada.
Un peccato di certo, perchè senza dubbio l'idea che un anziano possa reinventarsi spacciatore per fronteggiare la crisi è interessante almeno quanto il fatto che la nuova professione possa finalmente ed una volta per tutti abbattere i muri tra le frontiere - niente male il rapporto tra Paulette ed i giovani del vicinato -, anche perchè sono certo che non è stata solo una vecchia vedova della periferia parigina a pensare ad una carriera di questo tipo per fronteggiare il disagio economico, eppure sono mancate, al lavoro di Enrico, la cattiveria e le scintille necessarie per compiere il passo che separa un filmetto da pomeriggio in relax da un titolo destinato a diventare un piccolo cult.


MrFord


"No hay chinas, no hay chinas hoy.
No hay chinas, no hay chinas hoy.
¡LEGA LEGALIZACIÓN!
CANNABIS de calidad y barato.
¡LEGA LEGALIZACIÓN!
CANNABIS basta de prohibición."
Ska P - "Cannabis" -



mercoledì 12 settembre 2012

Monsieur Lazhar

Regia: Philippe Falardeau
Origine: Canada
Anno: 2011
Durata: 94'




La trama (con parole mie): quando l'amatissima insegnante Martine si toglie la vita impiccandosi in una classe di una scuola pubblica di Montreal, l'istituto si trova in grave difficoltà rispetto alla sua sostituzione e all'assistenza agli studenti, sconvolti per l'accaduto.
Appresa la notizia dai giornali Bachir Lazhar, immigrato algerino in attesa del riconoscimento del suo status di rifugiato politico che ha perduto la moglie anch'ella insegnante ed i figli in un incendio, si improvvisa docente nascondendo il suo passato da gestore di ristorante e viene assunto: superate le difficoltà iniziali con gli allievi, Lazhar diviene una figura fondamentale per l'assimilazione del dolore dell'intera classe, ma quando la verità sulla sua condizione viene a galla, l'uomo si troverà costretto ad abbandonare l'incarico ricoperto con professionalità e passione.





Non troppi mesi fa, ricordo quanto mi fece incazzare - e quante bottigliate scatenò - Detachment, pellicola che avevo atteso moltissimo firmata da Tony Kaye rivelatasi una delle delusioni più cocenti dell'anno: al centro della stessa era posta la figura dell'insegnante, una delle più importanti con le quali ci si possa confrontare nel corso della propria vita, genitori esclusi.
Il ruolo del docente, infatti, oltre alla responsabilità di affidare agli studenti tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare meglio del loro maestro, prevede anche l'accettazione di responsabilità considerevoli, dato che ogni scelta potenzialmente sbagliata potrebbe ripercuotersi sui giovani allievi per tutta la durata della loro vita: accanto alla delicatezza di questo compito vi è la triste realtà che vede un numero decisamente esiguo di professori davvero portati per il loro mestiere, in grado di non scaricare frustrazioni o proiezioni distorte sui giovani che hanno di fronte e di traghettare gli stessi ad una nuova età senza troppi colpi ferire.
Monsieur Lazhar, produzione canadese figlia della delicatezza del Cinema d'oltralpe - la vicenda è ambientata a Montreal, nella parte francofona del territorio "cugino" degli States -, riporta sotto i riflettori proprio la figura dell'educatore con una leggerezza di tocco ed una disarmante sincerità da fare impallidire tutte le produzioni pseudo autoriali con ambizioni spropositate e "divineggianti" come il già citato lavoro di Kaye: il suo protagonista, insegnante improvvisato, è un uomo che ha fatto dell'esperienza e della voglia di conoscere ed apprendere due delle sue qualità più importanti - il suo passeggiare nei corridoi della scuola ed i tentativi di ispirarsi al meglio degli altri insegnanti per migliorare la sua inesperienza sul campo hanno qualcosa di quasi magico -, come i suoi studenti segnato da un lutto improvviso e terribile - l'uccisione di moglie e figli in un incendio appiccato dai sostenitori del potere in Algeria - e proprio in memoria di esso e della sua compagna - lei, effettivamente, cresciuta professionalmente all'interno delle istituzioni scolastiche - determinato ad affrontare - e superare - il dolore senza alzare la voce, lottando con grande equilibrio e nel rispetto dell'altro.
E nonostante il valore complessivo della pellicola risulti minore rispetto ad un altro cult del genere come L'attimo fuggente, Lazhar appare come un Keating più equilibrato e dunque meno incline ad esporre - pur se involontariamente - i suoi studenti al mondo e alla sua ingombrante presenza, ad un tempo cosciente del fatto che l'esternazione dei sentimenti - in questo caso la presa di coscienza effettiva della morte della collega che proprio lui ha sostituito, Martine - sia necessaria affinchè la crescita possa comportare un effettivo costuire.
Il rapporto con la piccola Alice - la cui madre è interpretata dall'autrice della pièce dalla quale è tratto il film - è l'esempio perfetto del tatto mostrato dal regista nel raccontare una vicenda intima e toccante, leggera eppure profondamente drammatica, attuale - vengono analizzati aspetti controversi del ruolo, come il non poter neppure sfiorare gli studenti in alcun modo - e magica, che ha nel climax conclusivo e nella fiaba scritta per i suoi alunni da Lazhar il suo picco emotivo e poetico: e nella rottura delle convenzioni, dal rapporto complesso con Simon - che pensa di essere responsabile del suicidio di Martine - e Boris - chiuso in un mutismo al limite dell'autismo - a quell'abbraccio sincero e liberatorio che non ha bisogno di discorsi o autoreferenzialità, c'è tutto il bello di questa figura mitica che tutti i bambini - e non solo - sognano di incontrare.
Quella che vede unite l'autorità dei genitori, la saggezza di un mentore e la presenza di un amico: l'insegnante.


MrFord


"Cause I know the way to break your heart 
the way to tell a lie
like you do
oh yes I know
the way to make you cry
the way to give you doubts
like you do."
Anggun - "Chrysalis" -


martedì 1 maggio 2012

Miracolo a Le Havre

Regia: Aki Kaurismaki
Origine: Finlandia
Anno: 2011
Durata: 93'



La trama (con parole mie):  Marcel Marx è un ex scrittore bohemienne divenuto lustrascarpe per le strade della città marittima di Le Havre, sposato alla silenziosa Arletty e frequentatore del porto e del quartiere dei pescatori, dove si incontrano tutti gli individui al margine della società come lui.
Quando il giovane Idrissa, in viaggio da clandestino verso Londra alla ricerca della madre, fugge alla polizia ed incontra per caso l'anziano esploratore di vita, tra i due nasce una complicità che farà da motore ad un'impresa che vedrà tutti gli abitanti del piccolo quartiere darsi da fare in modo che il ragazzo possa raggiungere l'altra parte della Manica.
Nel frattempo, per Marcel e Arletty verrà il momento di affrontare la malattia e la solitudine, ritrovando grazie a questa nuova battaglia il gusto ed il sapore della primavera.




A volte il paragone più azzeccato che mi viene in mente è quello con il calcio.
Esistono registi che, con un singolo - e chissà, magari anche così delicato da apparire praticamente impercettibile - tocco continuano ad essere in grado, anno dopo anno, di incantare le platee neanche potessero completare magie come ad avere a disposizione i più clamorosi tra gli effetti speciali pur mantenendo, di fatto, un'aura da quasi invisibili: Aki Kaurismaki è senza dubbio uno di essi.
Come se non bastasse, questo curioso esponente del Cinema finnico riesce ad ogni sua opera - anche le più amare e disperate - a passare oltre gli occhi ed arrivare al cuore neanche fosse una sorta di personificazione della bella stagione, trasformando la semplicità di storie che in mani altrui finirebbero per diventare banali e stantìe in qualcosa di leggiadro e magico, quasi come se la lanterna di Bergman incontrasse la vitalità soltanto apparentemente sommessa di Chaplin.
Miracolo a Le Havre - terribile adattamento italiano dell'ovviamente più azzeccato Le Havre originale -, pur non arrivando a toccare le vette del Cinema di Kaurismaki - che restano, a mio parere, ancora La fiammiferaia e L'uomo senza passato - è l'ennesima conferma di un cineasta dalla mano delicatissima ma dall'anima profondamente rock - stupenda la sequenza dedicata a Little Bob, l'Elvis dei quartieri del porto della città francese, praticamente un vero e proprio personaggio del film -, in grado di accennare a drammi quali l'immigrazione ed il suo sfruttamento, la crescita ed i suoi dolori, la vecchiaia, la solitudine e la malattia, senza perdere per un solo istante il suo gusto impareggiabile per il grottesco ed una vena di lieta malinconia in grado di sollevare a qualche centimetro da terra gustando praticamente in stereo i piccoli piaceri di una vita che potrà anche essere semplice ma non per questo banale o priva d'importanza - ed in questo senso Marcel e Arletty, gli avventori del bar ed i negozianti del quartiere, senza dimenticare l'ispettore, diventano all'istante charachters di culto -.
E come se il set fosse avvolto da un incantesimo, lo stesso tipo di approccio coinvolge la parte più tecnica della pellicola: al grigiore di una vicenda profondamente drammatica e della presenza minacciosa dei poliziotti alla ricerca del giovane Idrissa si contrappone una fotografia satura di colori pastello, che completa con le consuete scenografie minimal ogni scena rendendola una sorta di piccolo quadro in cui perdersi nei momenti di sconforto, siano essi quotidiani o più "universali": e così un panino lungo la strada, un bicchiere accanto a marinai ed ex galeotti, un paio di scarpe lucidate alla stazione coccolati dalla saggezza di un uomo "senza identità" diventano parentesi in grado di far guardare oltre, e pensare - e sperare - che la Manica non sia un confine invalicabile, ed il suo superamento non un atto criminale, bensì l'inizio di una nuova vita per un ragazzo che, forse, in un altro luogo ed in un altro tempo sarebbe stato destinato ad una realtà ben peggiore di quella di un container, o della stiva di una nave da pesca.
Kaurismaki, però, non pare farsi tutte queste domande: il nostro è un esploratore come il suo Marcel, e prima di interrogarsi su quello che va fatto finisce per agire, mosso da un cuore agitato che solo i veri navigatori possiedono.
Lo stesso che pare regalare ai suoi piedi quel tocco magico da fuoriclasse silenzioso.   


MrFord


"The lights In the harbor 
don't shine for me
I'm like a lost ship adrift on the sea 
sea of heartbreak
lost love and loneliness
memories of your caress
so divine I wish you were mine
again my dear
I am on this sea of tears 
sea of heartbreak."
Johnny Cash - "Sea of heartbreak" -


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