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mercoledì 7 ottobre 2015

Everest

Regia: Baltasar Kormakur
Origine:
UK, USA, Islanda
Anno:
2015
Durata:
121'






La trama (con parole mie): il dieci maggio del novantasei le spedizioni congiunte guidate da Rob Hall e Scott Fischer diedero inizio alla scalata volta alla conquista dell'Everest, il tetto del mondo, la cima più alta della Terra.
Responsabili delle vite di uomini e donne pronti a pagare profumatamente per vivere l'avventura alpinistica della loro vita, i due capigruppo, pur con approcci differenti, raggiungono il loro obiettivo nonostante le difficoltà organizzative e fisiche e la sfida ardua rappresentata dalla montagna: quando, però, all'inizio della discesa, una violentissima ed inaspettata tormenta coglie di sorpresa i gruppi di scalatori, la situazione finisce per delinearsi subito come drammatica.
L'impresa più ardua, a quel punto, non apparirà più quella di aver raggiunto - o aver tentato di farlo - la vetta, bensì riuscire a riportare la pelle al campo base e poter tornare a casa sani e salvi.











Per quanto sia profondamente attaccato e dedito alla vita, il confronto con la Natura e le sfide in grado di portare al limite l'Uomo hanno sempre finito per esercitare un fascino particolare, sul sottoscritto: e la montagna, così come le espressioni più impressionanti della forza e presenza del mondo rispetto a noi che lo popoliamo, ne sono una perfetta rappresentazione.
Da Alive a Cliffhanger, passando per La morte sospesa, dall'action tamarro al documentario, l'ambientazione alpinistica ha sempre stuzzicato e non poco l'emozione di questo vecchio cowboy, nonostante, di fatto, a parte la prova di scalata di parete agli Universal Studios in quel di Orlando o l'escursione al limite del grottesco ai tempi del liceo in Trentino quando ci ritrovammo riparati in un rifugio, tutti in pantaloncini e maglietta, con una mini bufera di neve all'esterno in pieno giugno, non mi sia mai cimentato in alcuna ascesa di vetta.
Everest, firmato dallo stesso Baltasar Kormakur che apprezzai per il discreto Contraband qualche anno fa, criticato sia alla Mostra di Venezia che dal pubblico più radical, ha reso bene il servizio a questo stesso fascino, portando sullo schermo una vicenda senza dubbio romanzata a favore di Hollywood e della resa finale del prodotto ma ugualmente efficace ed in grado di mantenere alta l'attenzione dell'audience dall'inizio alla fine, complici le suggestive riprese della montagna e la curiosità di scoprire - per chiunque non si fosse documentato in precedenza - il destino dei partecipanti alla drammatica ascesa di quel dieci maggio novantasei.
Nonostante, infatti, l'Everest non rappresenti la cima più minacciosa del pianeta - primato che spetta all'Annapurna, che vanta il terrificante record di un morto ogni quattro aspiranti conquistatori del traguardo, contro la statistica della vetta più alta del mondo che vede un decesso ogni trendadue -, il confronto con la furia che la Natura può scatenare contro noi peccatori è decisamente impari, e forse proprio per questo frutto di ispirazioni, imprese o tentativi di compierne altrettanto folli: sfruttando un cast di prim'ordine ed effetti in grado di rendere alla grande l'impressione che uno spettacolo di quel genere può suscitare Kormakur guida tutti noi dall'altra parte del grande schermo all'interno di un'epopea per nulla eroica e tremendamente umana, pronta a farci fare il tifo per i partecipanti alla spedizione e ad un tempo immaginare come ci saremmo comportati noi, al loro posto.
Certo, le caratterizzazioni sono delineate con l'accetta - fatta eccezione, forse, per Rob Hall e Beck Weathers, i due veri protagonisti della pellicola, rispettivamente interpretati dal sempre più presente Jason Clarke e dalla vecchia conoscenza del Saloon Josh Brolin -, l'escalation finale ottima per i fazzoletti e l'emozione facile, alcuni passaggi fin troppo veloci ed al servizio della conclusione, eppure l'idea è resa con grande efficacia, così come la tensione e la percezione che, in situazioni limite come quella descritta, non esistano passione, determinazione o voglia di imporsi che tengano, perchè l'ultima risposta è quella, di condanna o grazia, data dalla Natura stessa.
Non che con questo abbia intenzione di sminuire la titanica impresa umana, che nel successo come nel fallimento porta i contorni della leggenda e del mito, quasi potessimo tornare ai tempi dell'Antica Grecia, ma nonostante i nomi altisonanti del cast la vera protagonista di Everest è, sulla carta e nel concetto, proprio lei, la montagna.
La spinta che, anche a rischio della vita, ci porta a raggiungere la vetta, sacrificando tutto quello che possiamo, o ad abbandonarci.
E ci pone una domanda da non sottovalutare: è preferibile raggiungere la vetta a costo della propria vita, o non avercela fatta, e con tutti i limiti del caso, aver portato a casa la pelle?
Onestamente, una mia risposta ce l'ho.




MrFord




"From the depth of the Pacific
to the height of Everest
and still the world is smoother
than a shiny ball-bearing."
Ani DiFranco -"Everest" -






domenica 7 aprile 2013

Nanga Parbat - La montagna del destino

Regia: Joseph Vilsmaier
Origine: Germania
Anno: 2010
Durata: 104'




La trama (con parole mie): nell'estate del 1970 Karl Herligkoffer organizzò una spedizione volta a conquistare la parete più difficile del mondo per ogni scalatore, il volto più terribile del Nanga Parbat, una delle cime più temute ed ostili agli alpinisti, costata la vita in numerose occasioni a chi tentava l'impresa.
Al gruppo si aggregano i due fratelli Messner, Reinhold e Gunther, spiriti ribelli e veri e propri artisti dell'arrampicata cresciuti in Sud Tirolo: i rapporti complicati con lo stesso organizzatore ed i compagni non mineranno l'intraprendenza dei due, che saranno i primi a raggiungere l'obiettivo ignorando le regole e rischiando così tanto da ritrovarsi a lottare con la morte nel corso della discesa.
La cronaca drammatica dei fatti che videro un'impresa di successo divenire la cornice di una tragedia umana che nessuno dei suoi protagonisti avrebbe più dimenticato.




Al grande pubblico televisivo e forse anche cinematografico Reinhold Messner è noto principalmente per lo spot divenuto tormentone qualche anno fa di una certa quale nota acqua altissima e purissima, nonostante si tratti di fatto di uno dei grandi pionieri - se non il più grande - dell'alpinismo mondiale: lo scalatore sud tirolese, infatti, è stato uno dei padri fondatori delle imprese in quota senza l'ausilio di ossigeno e con un'attrezzatura più leggera, spesso e volentieri in solitaria, un esploratore delle vette come raramente sono vissuti, soprannominato "il re degli ottomila" per le sue numerose spedizioni sull'Himalaya, il tetto del mondo.
Nel 1970 Reinhold era giovane e poco conosciuto anche nel suo ambiente, e con il fratello Gunther sognava, un giorno, di poter vivere conquistando una vetta dopo l'altra, perfino la più terribile al mondo, quella del Nanga Parbat, una delle due peggiori sul pianeta per quanto riguarda la percentuale di mortalità rispetto ai tentativi di ascensione effettuati: la pellicola firmata da Joseph Vilsmaier ripercorre proprio gli eventi che condussero i fratelli Messner sulla vetta del Nanga dopo una scalata estenuante e rischiosa giocata sul metodo di "stile alpino" introdotto dal primo uomo ad averla conquistata un ventennio prima, l'austriaco Hermann Buhl, e alla discesa che costò la vita proprio a Gunther.
Onestamente, pur non essendo un appassionato di arrampicata, sono sempre stato affascinato dal confronto Uomo/Natura legato a questo tipo di impresa - mi accade lo stesso rispetto alle grandi traversate nautiche -, e nonostante in questo caso non ci si trovi al cospetto di un'opera solida come La morte sospesa, ma di un prodotto decisamente più televisivo nel taglio e nel target, devo dire di essermi decisamente goduto il racconto della sfida raccolta dagli uomini della spedizione organizzata da Karl Herlingkoffer e di aver affrontato il suo svolgimento senza patire troppo la mancanza di spettacolarizzazione che sarebbe stata tipica di un prodotto ad alto budget o una regia più "artistica".
Inoltre, il fatto che il fulcro della narrazione risieda nel rapporto tra i fratelli Messner ha reso il coinvolgimento del sottoscritto più intenso, considerata la familiarità con i sentimenti che si vivono rispetto a fratelli e sorelle ed ai legami di sangue che, spesso e volentieri, possono essere davvero compresi solo ed esclusivamente da chi sente pulsare quello stesso sangue nelle vene.
All'ossessione che Reinhold sviluppò per il Nanga Parbat e la volontà di ritrovare il corpo di suo fratello - perduto sotto una valanga sul ghiacciaio della parete Diamir e resistuito soltanto nel 2005 al mondo dopo almeno una dozzina di spedizioni di ricerca condotte da Reinhold stesso nel corso degli anni settanta - evidenziate dal finale si unisce un ritratto ottimo delle rivalità e delle dinamiche di potere all'interno del gruppo di alpinisti, diretti troppo rigidamente da Herlingkoffer e preda della sete di gloria per la conquista dell'ambita vetta - fratelli Messner inclusi, ovviamente -.
Certo, non è possibile parlare di pietra miliare del Cinema - il taglio è decisamente più adatto al piccolo schermo, una sorta di fiction di lusso -, eppure gli appassionati di questo sport troveranno sicuramente pane per i loro denti, ed anche il grande pubblico potrebbe apprezzare se non altro per la cronaca di eventi sicuramente emozionanti ed un ritmo che non lascia troppo spazio a pause che avrebbero minato la resa finale dell'opera: un lavoro da artigiani ben congeniato, assolutamente lontano da ogni velleità artistica eppure godibile e coinvolgente, e soprattutto in grado di mostrare un altro lato dell'eterna volontà dell'Uomo di superare continuamente i propri limiti pur giocandosi la vita in un duello estremo con la Natura.
Certo non sarà per tutti, ma del resto neppure scalare una cima di più di ottomila metri lo è.


MrFord


"That either way he turns - I'll be there
open up your skull - I'll be there
climbing up the walls."
Radiohead - "Climbing up the walls" -


martedì 15 maggio 2012

Assassinio sull'Eiger

Regia: Clint Eastwood
Origine: Usa
Anno: 1975
Durata: 123'



La trama (con parole mie):  Jonathan Hemlock è un professore di storia dell'arte appassionato di alpinismo che, in passato, ha condotto una doppia vita come assassino al soldo dei servizi segreti americani. Quando un suo vecchio commilitone viene ucciso, quella che inizialmente era una missione accettata per un ricatto del suo superiore - il misterioso Dragone, un albino rinchiuso in un bunker e vulnerabile alla luce - diviene una questione personale: dovrà dunque riprendere i suoi vecchi attrezzi, rimettersi in forma e tentare per la terza volta la scalata dell'Eiger, che già in passato era risultata troppo anche per un esperto come lui.
Tra i suoi compagni di cordata si annida l'uomo che dovrà eliminare: riuscirà Hemlock nell'impresa? E soprattutto: porterà a casa la pelle dopo averla portata a termine?
In questi casi, infatti, l'avversario più duro è sempre la Natura.




Mi sento come se si fosse chiuso un cerchio.
Dopo anni di recuperi, dvd, bluray e colpi di mulo, anche Assassinio sull'Eiger è passato sugli schermi di casa Ford.
In particolare, si trattava dell'unico film di Eastwood regista che ancora mancava all'appello delle mie visioni, quindi mi pare quasi giusto e doveroso sentire una sorta di malinconia, attorno a questo particolare passaggio nel mio lettore.
Ricordo che il primo fu Gli spietati, registrato da mio fratello in seconda serata e ancora oggi uno dei miei film del cuore e favoriti in assoluto: vennero poi gli anni della produzione forse migliore del regista - quella dalla metà degli anni novanta a Mystic river e Million dollar baby -, il ritorno ai primi western e, alla fine, dei titoli al momento non reperibili sul mercato home video italiano.
Certo, Assassinio sull'Eiger è tutto tranne un film memorabile: tratto da un romanzo del mitico Trevanian - già autore di Shibumi -, è un thriller senza particolari picchi di ritmo o tensione impreziosito principalmente dalle riprese vertiginose realizzate dal vecchio Clint tra i canyon statunitensi, ma che per il resto non aggiunge nulla ad un genere che ha offerto prodotti decisamente più avvincenti e tecnicamente più d'impatto.
Da fan del granitico Callahan, ho comunque apprezzato il gigionismo della sua interpretazione, che senza dubbio ha fruttato più divertimento all'autore che non una vera e propria prova d'attore memorabile da consegnare al pubblico, tanto da muovere paragoni - almeno nel sottoscritto - con i suoi charachters da vecchio West, scritti con l'accetta e definiti più dai gesti che dalla loro profondità.
Ottimi invece i duetti da cameratismo selvaggio con George Kennedy, l'(auto)ironia che pervade l'intera pellicola e la scalata finale dell'Eiger, ostica cima delle Alpi svizzere: quello che resta, però, soprattutto rispetto ai veri Capolavori eastwoodiani, è davvero pochino, tanto da far pensare ad un recupero di questo film soltanto da parte degli appassionati di nonno Clint, dei residuati degli anni settanta legati alle spy-stories di stampo classico o degli amanti dell'alpinismo.
In questo senso, si potrebbe quasi pensare ad Assassinio sull'Eiger come ad una versione d'autore - anche nella tamarraggine - di Cliffhanger, perla stalloniana da sempre amata qui nel pieno dei territori fordiani, finendo per decidere di gustarselo senza aspettarsi troppo, come una versione più datata di Firefox o La recluta, giusto per non risparmiarsi nessuno dei titoli meno convincenti - ma ugualmente pane e salame ed assolutamente godibili - firmati da Eastwood.


MrFord


"And either way you turn
I'll be there
open up your skull
I'll be there
climbing up the walls."
Radiohead - "Climbing up the walls" -


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