Visualizzazione post con etichetta nazismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazismo. Mostra tutti i post

sabato 1 agosto 2015

Il segreto del suo volto

Regia: Christian Petzold
Origine: Germania
Anno: 2014
Durata: 98'





La trama (con parole mie): Nelly, sopravvissuta ai campi di sterminio dal volto sfigurato, torna nella Berlino devastata del Dopoguerra grazie all'amica Lene, forte dell'eredità raccolta dalla famiglia, interamente sterminata dai nazisti. Ossessionata dall'idea di ritrovare il marito, Johnny, Nelly ignora le proposte dell'amica di trasferirsi in Palestina per affrontare faccia a faccia l'uomo, che potrebbe essere responsabile della sua denuncia al Reich, e dunque della sua detenzione nei campi.
Johnny, incapace di riconoscere Nelly a seguito della ricostruzione facciale, sfruttando comunque la somiglianza della stessa con quella che crede la defunta moglie, orchestra un piano attraverso il quale recuperare l'eredità cospicua di quest'ultima: Nelly, dunque, si trova ad un bivio.
Dovrà assecondare quello che credeva l'uomo della sua vita innamorandosi come la prima volta, o dare spazio ad un desiderio di vendetta?








Difficilmente, nel corso della Storia, il mondo intero ha dovuto fare i conti con una cicatrice profonda come quella lasciata dalla Seconda Guerra Mondiale, in termini sociali, culturali e di vite spezzate nell'arco di neppure un decennio tra campi di battaglia, di sterminio e situazioni al limite della sopravvivenza: il Cinema, come tutte le forme d'arte, ha finito per legarsi a doppio filo al bacino di storie ed emozioni che questo dramma ancora oggi fornisce, e nel corso degli ultimi cinquant'anni pellicole prettamente belliche o più legate all'Olocausto, d'amore o di morte, hanno finito per toccare nel profondo anche il pubblico che, per sua fortuna, ai tempi del conflitto non era ancora nato.
Il segreto del suo volto, firmato da Christian Petzold, propone un punto di vista relativamente nuovo per raccontare il dramma dei campi di sterminio e le difficoltà ed i segni lasciati dal conflitto in tutta Europa - ed in particolare nella semidistrutta Berlino, vero e proprio cuore del Reich -: sfruttando un incedere lento, una fotografia molto elegante ed una messa in scena fortemente teatrale - più volte, nel corso della visione, ho avuto la sensazione di essere appena sotto un palco, e non comodamente stravaccato sulla poltrona davanti al computer - il regista trasforma il dramma da sopravvissuta della sua protagonista Nelly - un'ottima Nina Hoss - in un melò a tinte fosche che sarebbe piaciuto a Hitchcock, forse non illuminato da un ritmo serrato ma ugualmente affascinante e reso speciale da un finale splendido, una delle sequenze più forti, emotivamente parlando, degli ultimi mesi di Cinema, che di fatto ridisegna, e alla grande, il concetto di vendetta senza per questo scivolare nel clichè.
La doppia identità di Nelly, del resto, ed il rapporto vissuto due volte con il marito Johnny, che potrebbe essere il responsabile della denuncia che l'ha portata ad essere imprigionata, forniscono ottimo materiale per una storia intensa e profonda, che Petzold racconta senza fretta, seguendo la progressiva trasformazione dalla Nelly sopravvissuta alla Nelly che Johnny crede morta e della quale vuole far sua l'eredità: ad aggiungersi al rapporto decisamente anomalo costruito una volta ancora con il compagno, quello con l'amica e per molti versi salvatrice Lene, che, scampata alla prigionia, pare patirne i postumi ben più della stessa Nelly, e mostra la volontà, più che di superare quello che è accaduto, di fuggire per costruire un sogno che possa scacciare gli incubi degli anni bui dell'Olocausto.
In questo senso Il segreto del suo volto mostra due diverse angolazioni dell'elaborazione del dolore del popolo ebraico, legate alla rabbia una ed al tentativo di comprensione l'altra, capaci di portare, paradossalmente, a due estremi opposti, incarnati dai destini di Lene e Nelly, che proprio con l'epilogo mostra il volto della sua completa rinascita - non a caso, il locale in cui si esibiva prima della guerra è chiamato Phoenix, come il titolo originale della pellicola - ed un'uscita di scena - e di nuovo tornano i riferimenti al Teatro - da antologia, priva della retorica e della prevedibilità della maggior parte delle pellicole legate a doppio filo al dramma dell'Olocausto.
La vicenda e la storia di Nelly e Johnny, e quella di Nelly rispetto alla vita, appaiono, a prescindere dal contesto storico e dalla cornice, profondamente, disperatamente, tristemente, prepotentemente umane, come un canto che, ad un tempo, può apparire liberatorio o disperato, una dichiarazione d'amore e una condanna, più che a morte, ad una vita di consapevolezza rispetto ad una ferita che promette di essere più profonda di qualsiasi abbia potuto patire questa piccola, segnata fenice.



MrFord



"Look in the eyes
the face of love
look in her eyes
oh, there is peace
no nothing dies
within pure light
only one hour
of this pure love
to last a life
of thirty years."

Eddie Vedder - "The face of love" - 






mercoledì 5 marzo 2014

The Monuments men

Regia: George Clooney
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 118'




La trama (con parole mie): sul finire della Seconda Guerra Mondiale l'esperto d'arte Frank Stokes, preoccupato per la sorte delle opere trafugate dai nazisti negli anni di conquista della Francia e dell'Europa centrale, ottiene dal Presidente degli Stati Uniti il permesso di costituire una squadra che si occupi di recuperare le stesse opere e restituirle ai legittimi proprietari, siano essi privati o musei pubblici.
L'improvvisato team di architetti e restauratori dovrà riadattarsi alla vita militare ed affrontare gli orrori della guerra in prima linea, pur se in misura minore e legato alla ritirata verso Berlino dei tedeschi: sacrificare tutto, vita compresa, per mettere in salvo Capolavori importanti per la Storia dell'umanità varrà davvero la pena?
E riusciranno Stokes ed i suoi a recuperare tutte le meraviglie sottratte dal Reich?






Fin dai tempi di E. R., George Clooney mi è sempre stato simpatico: quell'aria da Cary Grant un pò più gigione e bastardo - in senso buono - ha sempre esercitato un certo fascino vintage sul sottoscritto, quasi il volto del Giorgione ormai italianizzato potesse rispolverare le atmosfere dei Classici che, di fatto, mi hanno cresciuto - cinematograficamente parlando -.
Il passaggio alla regia di qualche anno fa, inoltre, aveva mostrato al mondo della settima arte talenti che non ci si sarebbero aspettati da un attore spesso e volentieri divenuto un riferimento come sex symbol per il pubblico femminile adulto e poco altro: da Confessioni di una mente pericolosa a Good night and good luck, senza contare il piacevolissimo In amore niente regole e l'ottimo Le idi di marzo, invece, Mr. Nespresso è riuscito nell'impresa di convincere perfino i suoi critici più agguerriti, riuscendo nella non facile impresa di trovare l'accordo tra l'audience mainstream e le ristrette platee dei Festival.
Con queste premesse giungiamo a The Monuments men.
Clooney è senza dubbio un professionista, un uomo che conosce bene il suo mestiere ed un artigiano di buon livello, eppure il salto di qualità che ci si sarebbe potuti aspettare non è, di fatto, avvenuto: quest'ultimo lavoro, infatti, ricorda più gli spavaldi exploit del "suo" Danny Ocean che non il definitivo salto di qualità di un aspirante Autore con la a maiuscola, a partire dal cast - che pare una superband messa insieme giusto per un concerto che possa portare il massimo in termini di incassi - fino ad arrivare allo sfruttamento di una retorica quasi spielberghiana che potrebbe addirittura finire per irritare i meno avvezzi all'approccio più sguaiato del Cinema americano.
Delusione - pur se parziale - smaltita in corso di visione, personalmente mi sono sentito nel mezzo, conquistato da alcune trovate decisamente ad effetto - la morte di Donald a Bruges, momento di grande emozione sapientemente sfruttato - e soprattutto nella prima parte annoiato da un ritmo clamorosamente blando, che finisce per promettere senza mai, di fatto, permettere di consumare, un pò come la storia d'amore rimasta "in fieri" tra i personaggi interpretati da Matt Damon e Cate Blanchett.
In tutta onestà, dunque, occorre ammettere di trovarsi di fronte al punto più basso della carriera del Clooney regista, ma allo stesso tempo ad un solido prodotto commerciale, diretto con mano esperta da un furbo cialtrone in grado di sedurre senza mai davvero giungere alla conclusione che si vorrebbe: resta interessante, comunque, la riflessione sul fatto che un'opera d'arte possa oppure no valere la vita di un uomo, e quanto si finisce per essere disposti a sacrificare per qualcosa cui si è consacrata la propria vita - perfino improvvisarsi soldati quando non si è certo un manipolo di action men spaccaculi -.
In uno scenario come quello, terribile, della Seconda Guerra Mondiale, non credo che avrei dato troppo peso alle opere - seppur grandi - che i geni dell'arte avevano regalato al mondo intero, quanto più alla sopravvivenza mia e di chi amo, ma allo stesso modo l'insolita lotta condotta da Stokes e dai suoi uomini è stata, a posteriori, una delle più importanti a livello sociale e culturale degli ultimi decenni, tanto da influenzare anche i bambini che, al giorno d'oggi, in gita scolastica o accompagnati da un parente, finiscono per trovarsi faccia a faccia con un Capolavoro che qualcuno ha pagato con la vita per portare in salvo senza neppure saperlo.
Un film dalla doppia anima, dunque, questo The Monuments men.
Come il suo regista.
Un simpatico cialtrone da non prendere troppo sul serio.
Giusto per evitare di restare troppo delusi.



MrFord



"Some days I feel like my shadow's casting me
some days the sun don't shine
sometimes I wonder why I'm still running free
all up and down the line."
Warren Zevon - "Dirty life and times" - 




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...