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sabato 20 ottobre 2018

Saturday I'm in late child



Per il piacere del Cannibale e a causa degli impegni lavorativi, arrivo all'appuntamento con la rubrica delle uscite in clamoroso ritardo: accanto a questo vecchio cowboy ed al suo istituzionale rivale a questo giro una vecchia conoscenza del sottoscritto - e sottolineo vecchia, così impara -, Giorgia Stargirl, che si è rivelata radical quasi quanto Peppa Kid.


"E questi chi sarebbero?" "Sono quei pupazzi dei tre bloggers che hanno tentato di parlare del nostro film."

Soldado

"Cannibal, indossa un giubbotto antiproiettile. Pare sia in giro Ford."

Stargirl: Il debutto americano di Stefano Sollima in un film duro, violento, maschio e pure un po’ coatto, che racconta la lotta tra la CIA e il narcotraffico sul confine fra Messico e Stati Uniti, battaglia inaspritasi ora che i cartelli hanno iniziato a infiltrare terroristi oltre la frontiera americana.
Benicione del Toro e Josh Brolin (sempre più pacioccone), la fanno da padroni, trasudando testosterone a ogni inquadratura. Avete presente Cannibal e Ford? Ecco, l’opposto.
Ford: il debutto americano di Sollima è stato, a mio parere, buono. Il nostrano Stefano non avrà rinverdito fino in fondo i fasti dello stupendo Sicario di Villeneuve dal quale ha ereditato i main charachters ma ha tirato fuori un solidissimo prodotto di genere. L'ho visto da poco e posso garantire. Per Cannibal, invece, non garantisco neanche per sbaglio.
Cannibal Kid: Sicario è di gran lunga il film di Denis Villeneuve che mi è piaciuto di meno e questo sequel, che di Villeneuve manco vede l'ombra, soprattutto dopo la promozione di Ford mi attira quanto la politica di Trump. In questo caso però potrei seguirla e costruire un muro tra me e la pellicola. Quello tra me e James Ford invece l'ho costruito già da un pezzo.


Pupazzi senza gloria

"E così quello è il Cucciolo Eroico? Ford l'ha ridotto proprio male, poverino."

Stargirl: Pupazzi e umani indagano su una serie di efferati omicidi in quel di Los Angeles.
Detto così sembra serio, ma no, non lo è. A essere sterminati sono infatti i pupazzi della Happytime Gang, show anni Ottanta amatissimo dai bambini. A indagare sul misterioso caso, Sookie St. James di Gilmore Girls (all’anagrafe Melissa McCarthy) e un pupazzo di nome Phil, doppiato in Italia da quel genio di Maccio Capatonda.
Un film irriverente, a tratti demenziale, volgare e senza filtri.
Il mix perfetto che potrebbe o renderlo un capolavoro o ridurlo a un flop pazzesco.
Comunque andrà, io sto con Maccio.
Ford: mai piaciuto Maccio Capatonda, e questo Pupazzi senza gloria mi puzza di potenziale sòla di quelle che piacciono tanto a Cannibal che per fare il figo anti-disneyano dirà che è una figata imperdibile. Lieto di essere smentito, meno di scoprire che anche Giorgia va in visibilio per certi personaggi.
Cannibal Kid: Io sto Maccio e sto con Stargirl. E naturalmente sto contro Ford. Detto ciò, i film con i pupazzi non li sopporto e sono delle bambinate buone giusto per il mio rivale. Per una volta mi attira di più la versione doppiata in italiano piuttosto che quella originale, giusto per Capatonda, ma dubito che darò gloria a 'sta robaccia.

Searching

"Mettere d'accordo Ford e Cannibal è talmente sconvolgente che penso di ritirarmi dalle scene."

Stargirl: Quando sua figlia scompare misteriosamente, David Kim decide di cercare indizi per ritrovarla nel laptop della ragazza, dando inizio a una storia ricca di colpi di scena inaspettati, in un thriller già definito dalla critica americana “mozzafiato”.
Ho grandi aspettative per questo film, sia perché adoro John Cho dai tempi di Flash Forward, sia perché trovo molto originale e interessante l’idea di raccontare un film dal punto di vista di un computer e di uno smartphone.
Certo la domanda sorge spontanea: se scomparissero Ford o Cannibal, quanti di voi sarebbe disposti a guardare nei loro laptop? Io no! Ho troppa paura di cosa potrei trovarci dentro…
Ford: cos'è un laptop!? Ahahahahahah! Scherzi a parte, Cho non mi dispiace affatto e un buon thriller è sempre ben accetto da queste parti. Peccato che il sospetto che questo non rientri nel novero è piuttosto concreto. Ma anche in questo caso, sarei ben lieto di essere smentito dalla pellicola.
Cannibal Kid: FlashForward ben presto si rivelava una discreta porcata, nonché la brutta copia di Lost. Che i suggerimenti telefilmici di Stargirl non siano poi così affidabili?
John Cho comunque si è riscattato recentemente con lo splendido indie movie Columbus (recuperatelo, gente, recuperatelo!) e questo promettente thriller spero si riveli davvero mozzafiato. Se così non fosse, potrei mozzare delle dita a qualcuno tipo il mio blogger nemico. Quelle dita che sono sempre impegnate a digitare sul suo laptop...
Ford con un laptop???
Cos'è? Un nuovo inquietante episodio di Black Mirror?



The children act - Il verdetto

"Solo guardando l'immagine di questa scena, ho rischiato di addormentarmi."

Stargirl: Che noia che ansia, che ansia che noia. Adoro Stanley Tucci alla follia (indimenticabile ne Il Diavolo veste Prada) ritengo che Emma Thompson sia un’attrice stratosferica, ma decisamente questo film non fa per me. Ha tutte le carte in regola per farmi addormentare o annoiare, quindi grazie, ma no grazie. Però se lo vedete, fatemi sapere com’è!
Ford: ho accumulato talmente tanti titoli in lista in queste ultime settimane di semi-inattività cinematografica da essere arrivato ad operare una selezione dei titoli in uscita. Questo, inesorabilmente, finirà in fondo e forse verrà recuperato con molta, molta calma. La stessa che manifesta Peppa Kid quando si tratta di rispolverare un action anni ottanta.
Cannibal Kid: che noia... e basta. Stanley Tucci ed Emma Thompson mi fanno sbadigliare al solo vederli, la trama pure, Ford anche. Il mio verdetto: lo recupererò insieme a tutti gli action anni '80. Ovvero negli anni '80. Del prossimo secolo.

In viaggio con Adele

"Non sono la nuova fidanzata di Cannibal. Ma il nuovo Cucciolo Eroico."

Stargirl: Partiamo dal presupposto che appena sento “True Colors” io piango, qualsiasi versione sia, in qualunque contesto venga inserita. In questo film la canzone è presente, per cui già so che piangerò.
Sara Serraiocco (Non è un paese per giovani) è Adele, ragazza problematica, che indossa una tuta rosa da coniglio, gira con una gabbietta (rosa) per gatti con all’interno un gatto immaginario, attacca in giro post-it (il più delle volte rosa) con scritti sopra i suoi pensieri.
Alessandro Haber, che interpreta un attore sull’orlo del fallimento, scopre di essere suo padre e parte con lei per un viaggio on the road nel sud Italia. Conoscendomi, saranno lacrime assicurate.
Per ridere, penserò a Ford o Cannibal con la tuta rosa da coniglio. Per forza.
Ford: la tuta rosa da coniglio potrebbe essere un costume perfetto per Cannibal nel caso in cui dovesse decidere di intraprendere una carriera nel wrestling. Per il resto, questo mi pare il classico film italiano finto indie che potrebbe irritarmi come fece ai tempi Basilicata coast to coast. Fondalmentalmente, ho più riserve di approcciarlo rispetto al tentare la visione di un teen movie suggerito dal finto giovane.
Cannibal Kid: Una ragazza problematica che indossa una tuta da coniglio, gira con una gabbietta per gatti e scrive i suoi pensieri cannibali su dei post-it?
Non so se è la protagonista del mio film ideale, considerata la presenza di Alessandro Haber di recente pessimo in Youtopia, ma di sicuro è la mia ragazza ideale.


Nessuno come noi

"Non sei felice? Siamo finti giovani anni ottanta come Cannibal!"

Stargirl: La dilagante nostalgia canaglia per gli anni Ottanta torna prepotente nel nuovo film di Volfango De Biasi, tratto dal romanzo di Luca Bianchini.
Un Alessandro Preziosi sempre più impostato e una Sarah Felberbaum sempre più bella, vivono una storia d’amore sdolcinata e prevedibile (un po’ come quella tra Ford e Cannibal) che si incrocia con quella di due adolescenti, in un mix tra commedia romantica e teen drama da fiction Rai.
Colonna sonora e font dei titoli di testa tipicamente anni Ottanta.
Ford: film italiano che tenta di scimmiottare il ritorno alla ribalta degli eighties nelle produzioni oltreoceano? Grazie, ma no grazie.
Cannibal Kid: Commedia romantica, teen drama da fiction Rai, revival degli anni '80?
Guilty pleasure della settimana e forse dell'anno!

Piccoli brividi 2 – I fantasmi di Halloween

"Ammazza, questi sono più mummie di Ford, Cannibale e Stargirl!"

Stargirl: I capelli bianchi incombono, l’età avanza e per quanto io sembri decisamente più giovane di Cannibal e Ford, direi che sono parecchio fuori target per questo film. Beh, lo ero anche per Piccoli Brividi, il primo capitolo della saga (se così si può cambiare).
Lascerò quindi ai più giovani lo spazio per i commenti in merito. Io mi ritiro a fare la maglia, che è meglio.
Ford: cara Giorgia, che tu possa sembrare più giovane di me anche se non ci vediamo da un pò è tutto da vedere, mentre su Cannibal scommetto che non ci sono dubbi. Sarà ormai ridotto come l'Unabomber di Manhunt. Per quanto riguarda il film, invece, penso lo guarderò volentieri, dato che il primo mi aveva a sorpresa garbato molto.
Cannibal Kid: Sequel non richiesto da nessuno di un filmetto che già non è che fosse stato tutto 'sto successone. In sala ci saranno solo James Ford e bambini di non più di... 8 anni. A essere ancora larghi. E poi il finto ggiovane bimbominkia sarei io...

lunedì 22 febbraio 2016

Il caso Spotlight

Regia: Tom McCarthy
Origine: USA, Canada
Anno: 2015
Durata:
128'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli Anni Zero quando la redazione investigativa di Spotlight, che fa capo al quotidiano Boston Globe, spinta dal nuovo redattore capo Marty Baron, si muove per scoprire la verità celata da un caso di molestie denunciate all'indirizzo di un prete locale.
Quando, indizio dopo indizio, i giornalisti di Spotlight si trovano a comporre un mosaico che pare decisamente più grande ed inquietante di quello che si erano immaginati in partenza, l'indagine assume una portata enorme, finendo per porre il Globe ed i suoi reporter nel mirino dell'ostruzionismo della Chiesa dell'Arcidiocesi di Boston: quello che infatti pare, è che gli ordini per i religiosi scoperti in comportamenti di questo tipo siano quelli di insabbiare le vicende, impedire le denunce e spostare gli stessi "uomini di dio" in un'altra parrocchia come se nulla fosse, e che le vittime - e di conseguenza i molestatori in abito talare - siano molti più di quanti non si sarebbero aspettati.
La redazione di Spotlight, a questo punto, ha in mano tutte le carte per realizzare un servizio destinato a fare la Storia.








Per quanto abbia sempre adorato scrivere, ed adori il giornalismo investigativo, non ho mai coltivato il sogno di tentare una strada come quella del reporter d'assalto: eppure, l'idea di lavorare con la testa e la penna soprattutto per mettere all'angolo chi pensa di averla fatta franca anche e soprattutto agli occhi della società è una delle cose più esaltanti che possa immaginare.
Se, poi, chi pensa di averla fatta franca è la Chiesa, e l'oggetto della discordia sono molestie operate dai religiosi su bambini e bambine, allora dalle mie parti si sfonda una porta aperta.
Personalmente, ho sempre trovato l'argomento pedofilia molto delicato, specialmente se legato a figure apparentemente autorevoli pronte a sfruttare la loro posizione ed il loro status - ed il senso di colpa radicato nella cultura cattolica - per approfittare di vittime troppo giovani per poter avere gli strumenti effettivi per affrontarli: onestamente, quando penso a determinate situazioni, finisco spesso a pensare che, forse, occorrerebbero misure decisamente più drastiche di una pena detentiva, per chi si macchia di reati simili.
Ma questa è un'opinione personale, ed un'altra storia.
Quella, al contrario, narrata da Il caso Spotlight, portato sullo schermo con il piglio dei grandi film d'inchiesta della New Hollywood anni settanta - su tutti il Capolavoro Tutti gli uomini del Presidente di Pakula, un vero gioiello - da Tom McCarthy, uno dei protetti del Saloon in materia di Cinema indie americano fin dal suo esordio con il piacevolissimo The station agent con un Peter Dinklage che ancora nessuno conosceva, passando poi per l'ottimo L'ospite inatteso e l'altrettanto efficace Win win - Mosse vincenti, è una vittoria civile e professionale contro il Sistema - per dirla come il redattore capo Marty Baron - di quelle indimenticabili, che portò alla ribalta il Boston Globe ed a galla una sequela di schifezze perpetrate nel nome della Chiesa per decenni.
Affidandosi ad un taglio che ricorda quasi più l'inchiesta documentaristica e ad un gruppo di attori affiatato, affidabile ed in gran forma - ottimi tutti, da Ruffalo a Tucci, passando per la McAdams e Slattery, con una menzione particolare per Keaton e soprattutto Liev Schreiber, lontano anni luce dall'apparenza che, di norma, è "costretto" anche fisicamente a dare ai suoi personaggi - McCarthy porta a casa un risultato convincente e solido, che forse non farà gridare molti al miracolo considerata la forse eccessiva uniformità - pare di stare a bordo di un treno comandato elettronicamente, di quelli che partono e arrivano in perfetto orario e non hanno sbavature di alcun tipo - ma che delinea alla grande quella che è una delle incarnazioni migliori del Cinema di denuncia americano, la stessa che non esagera con le stelle e strisce - concedendo soltanto un paio di sequenze alle suddette come il confronto tra Keaton e la sua fonte e la presa di coscienza dello stesso ex Birdman nella riunione di redazione nel finale - ma punta a sensibilizzare il pubblico senza ruffianerie e colpi bassi.
Certo, non è la Boston spietata di Mystic River, ma vedere questi uomini e donne assolutamente normali, armati solo della propria coscienza sociale e professionale - molto efficaci, in questo senso, il faccia a faccia tra Ruffalo e Keaton a proposito dei tempi di pubblicazione dell'inchiesta, e la crisi di D'Arcy James alla scoperta che la residenza di uno dei preti della loro lista risieda nel suo stesso quartiere - lottare tra documenti, ostacoli burocratici, intimidazioni più o meno celate, chiusura di chi è stato vittima delle violenze o chi quelle violenze ha colpevolmente nascosto è un esempio di Cinema civile come non ne passavano sul grande schermo da parecchio tempo, almeno per quanto riguarda la grande distribuzione.
Potrà dunque non essere uno scoop assoluto, un fulmine a ciel sereno, qualcosa di particolarmente geniale o innovativo: ma Il caso Spotlight è un film appartenente ad un genere che, forse, in una società pericolosa come la nostra, finisce per essere addirittura più importante.
Quello dei film necessari.






MrFord






"If the heavens ever did speak
she's the last true mouthpiece
every Sunday's getting more bleak
a fresh poison each week."
Hozier - "Take me to the Church" -












mercoledì 26 agosto 2015

Joker - Wild card

Regia: Simon West
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): Nick Wild è un tuttofare nell’ambito della sicurezza anglosassone trapiantato malvolentieri a Las Vegas che sogna di mollare tutto per cinque anni, comprare una barca e navigare dalla Corsica in tutto il Mediterraneo.
Quando una giovane prostituta d’alto bordo sua amica finisce per chiedergli aiuto dopo essere stata violentemente percossa dal figlio di un boss locale, e Nick, da buon cavaliere, accetta di sistemare le cose per lei, le carte sul tavolo della guardia del corpo cambiano: ritrovatosi con nuovi nemici, uno strano cliente e venticinquemila dollari, con una notte ancora da trascorrere nella Città del Peccato, decide di giocarsi il tutto per tutto al tavolo di Blackjack.
Riuscirà a guadagnare abbastanza da abbracciare il suo sogno lontano dagli States?
O l’alcool, la predisposizione alla sconfitta e la minaccia del padre del rampollo che ha contribuito a sbatacchiare intralceranno i suoi piani?








Tendenzialmente, la mia inguaribile nostalgia per il Cinema action anni ottanta rispetto alla penuria di proposte in grado di reggere il confronto attuale mi porta a considerare assolutamente imperdibile ogni proposta che garantisca la presenza nel cast di Jason Statham.
Se, poi, dietro la macchina da presa si trova Simon West, parte integrante della figata estrema che è stata la saga degli Expendables, i dubbi finiscono per scendere sotto zero: Wild Card, gioco di parole legato alle carte ed al cognome del suo protagonista, è un prodotto atipico, rispetto a quello che ci si aspetterebbe considerate le premesse, ovvero una sequela infinita di botte rifilate dal nostro inglese spaccaculi preferito ai suoi rivali di turno.
La vicenda di Nick Wild, infatti, è più una sorta di nostalgica riflessione sulla natura di outsiders che non il classico prodotto tamarro e sopra le righe che ci si aspetterebbe considerati i nomi sul cartellone, e che, paradossalmente, proprio in questa sua diversità mostra un fascino perso, ancor più paradossalmente, proprio nelle sequenze action a tutti gli effetti, appesantite da ralenti stile Matrix decisamente superati ed evidentemente accessorie rispetto alla vicenda principale narrata dagli autori.
La posizione del protagonista, loser nonostante le potenzialità, e perfino nella vittoria – si veda il suo ruolo nel confronto tra il boss e la sua amica, o la sequenza d’apertura, prevedibile eppure inaspettata, quantomeno rispetto ai fan di Statham – destinato alla polvere, rappresenta lo spunto più interessante di un action assolutamente atipico, non nuovo all’attore – era già capitato con il sottovalutato Homefront, che spiazzò anche questo vecchio cowboy, scritto, tra l’altro, da Sly in persona – e decisamente più legato all’aspetto crepuscolare di un certo tipo di eroe che non al suo essere un “buono”, o un “vincente”.
La parte di pellicola ambientata nel casinò, con Nick intento a giocarsi tutte le sue carte, i soldi ed i sogni sul tavolo verde alzando sempre di più la posta, infatti, è indicativa rispetto a quello che, probabilmente, West e soci vanno ricercando fin dai tempi dell’operazione Expendables già citata: purtroppo, una certa epoca è inevitabilmente tramontata, e per quanto noi si possa sognare e sperare di no, dobbiamo accettare il fatto di essere destinati a perdere la partita, probabilmente perché guidati da sogni che, in una certa misura, desideriamo rimangano tali proprio perché perfetti per spingerci un giorno dopo l’altro ad inseguirli.
Le presenze di Sofia Vergara, Milo Ventimiglia – un vero cane – e Stanley Tucci fanno, come Las Vegas, da sfondo ad una parabola da tramonto di fine estate incentrata – come è giusto che sia in questi casi – su un protagonista che è impossibile non amare, un lone wolf d’altri tempi in grado di ricordarci, purtroppo, che il West e la Grande Frontiera sono tramontati, e con loro i tamarri sopra le righe figli degli eighties, destinati ad una nostalgia che non potrà mai essere placata, come una sete dagli appetiti insaziabili, o la ricerca di chi non si accontenta di sopravvivere, ma finisce per voler vivere sempre di più, sempre un passo oltre.
E’ il grande limite ed il grande pregio di prodotti come questo, che segnano la fine di qualcosa eppure, in qualche modo, ne officiano l’immortalità: perché tutti quelli guidati da una certa passione, continueranno a sognare una barca nel cuore del Mediterraneo, ad anni lontani da tutte le quotidianità del mondo.
Che si riescano, oppure no, poco importa.
Quello che farà la differenza, sarà l’aver tentato, l’aver vissuto, l’aver lottato.



MrFord



"My odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
my odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
(baby I'd lose it all)."
The Overtones - "Gambling man" - 





martedì 19 agosto 2014

Transformers 4 - L'era dell'estinzione

Regia: Michael Bay
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 165'




La trama (con parole mie): Cade Yeager, meccanico ed inventore, e sua figlia Tessa, vengono casualmente in contatto con il "cadavere" di un camion che si rivela essere Optimus Prime, leader degli Autobots ferito gravemente ed autoesiliatosi a seguito degli eventi dell'ultimo episodio della loro saga, intento ad avvisare i suoi compagni del pericolo incombente. Nonostante, infatti, la caduta di Megatron e dei Decepticons, cacciatori di taglie provenienti dal loro pianeta d'origine ed un accordo con gli stessi stipulato da una multinazionale e dalla CIA rischiano di mettere a repentaglio non solo le loro vite, ma anche quelle di chiunque deciderà di aiutarli e, forse, degli abitanti della Terra. 
Riusciranno Yeager e Prime a tenere in piedi un'alleanza traballante e rimettere i pezzi del puzzle al loro posto? E riuscirà Michael Bay a spremere le creature della Hasbro per un quinto film?








Di norma, l'estate non regala mai troppe soddisfazioni, agli amanti della settima arte.
Non che possa dirmi totalmente in disaccordo, rispetto a questa regola non scritta: in fondo, anche il più radical tra i cinefili ha bisogno - per quanto rifiuterà sempre di ammetterlo - di mettere a riposo i neuroni, e dunque, approfittando di ferie e bella stagione, un periodo "off" anche in sala mi è sempre sembrato più che legittimo.
Peccato che, di fatto, quest'anno l'estate - che metereologicamente ha finto di non esserci - della settima arte sia iniziata a fine aprile e ancora rifiuti di lasciare il campo, consentendo a proposte come la qui presente quarta fatica di Michael Bay - uno degli antiCinema per eccellenza, fatta eccezione per Pain&Gain - legata ai robottoni trasformabili targati Hasbro e protagonisti negli anni ottanta di fumetti e cartoni animati che io stesso seguivo con grande interesse di prendersi tutto il possibile nell'ambito delle sale e degli spettatori.
In tutta onestà, speravo che la novità rappresentata dall'arrivo di Marc Wahlberg - un fordiano fatto e finito - potesse dare una svolta action tamarra tendenzialmente ridicola al brand finendo per rivitalizzarlo come fu per Fast&Furious con l'arrivo di The Rock, ma mi sono dovuto ricredere: certo, il buon Marky Mark e Stanley Tucci ce la mettono tutta per strappare due risate all'audience, e di sicuro non ci sono secondi fini - se non quello di fare cassa - dietro l'operazione gestita da Bay, ma a conti fatti il risultato è assolutamente uno dei più bassi raggiunti quest'anno dal Cinema pur nella sua accezione più popolare e blockbuster.
Marchette scandalose a nastro - da Tom Ford a Victoria's secret, senza contare quella vergognosa alle Beats, già sopravvalutate nel mercato dell'audio come cuffie e presenti con il pessimo diffusore bluetooth in una sequenza che pare essere stata inserita ad hoc -, logica non pervenuta - quasi peggio di un film horror di quelli che paiono girati apposta per essere sbeffeggiati nelle recensioni -, interpretazioni - esclusi i già citati Wahlberg e Tucci - oltre il limite dei cani maledetti ed un minutaggio che dovrebbe comportare sanzioni penali per sceneggiatori e produttori della pellicola: ora, io capisco che gli anni ottanta siano alle spalle e che i buoni, cari, vecchi film action della durata di un'ora e mezza scarsa non vadano più tanto di moda, ma vorrei capire come cazzo è possibile che una troiata gigante con robottoni trasformabili che si inseguono da una parte all'altra del mondo lottando per la salvezza dello stesso senza badare ai presunti milioni di morti considerati danni collaterali degli scontri - problema già ravvisato nel recente e pessimo Man of steel - tutto effetti speciali e poco altro debba costringermi a rimanere davanti ad uno schermo per la bellezza di centosessantacinque minuti sonanti senza per questo riuscire a fornire uno script degno almeno della scuola elementare.
Scandaloso davvero.
Giuro che, giunti al traguardo - per nulla semplice da conquistare - dell'ora e mezza, in casa Ford ci siamo chiesti se non fossimo stati vittime di una sorta di complesso meccanismo in grado di dilatare il tempo, e come fosse possibile che di fronte a noi si aprisse una finestra di un'altra settantina di minuti: un'Odissea, credetemi.
Certo, ci sono Marc Walhberg, i robottoni, le esplosioni, le sparatorie, le battutacce da film pseudo-macho, le astronavi, il cattivo gusto ed io sono un inguaribile tamarro: ma a tutto c'è un limite.
Michael Bay l'ha superato.
Ampiamente.
E per centoquaranta di questi centosessantacinque incredibili, assurdi minuti, ho pensato che l'estinzione cui si faceva riferimento nel titolo fosse la mia.



MrFord



"That I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go
I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go."
Imagine Dragons - "All for you" - 



mercoledì 2 maggio 2012

The Hunger Games

Regia: Gary Ross
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 142'



La trama (con parole mie): in un imprecisato futuro prossimo, a seguito di una ribellione, i dodici distretti che compongono un'unica nazione sono tenuti a pagare un tributo di sangue annuale, consegnando un ragazzo ed una ragazza pronti a battersi negli Hunger Games, una manifestazione che prevede la vittoria di un solo elemento tra i ventiquattro partecipanti destinandolo alla gloria e alla ricchezza, consegnando al contempo gli altri alla morte.
Katniss Everdeen, giovane ed abile cacciatrice, si offre volontaria per sostituire la sorellina Primerose, sorteggiata per partecipare ai giochi: a lei si affiancherà il coetaneo Peeta Mellark, segretamente innamorato della ragazza: una volta preparati ed addestrati, i due adolescenti saranno pronti a congiungersi al resto dei sorteggiati e battersi sperando di tornare a casa ed abbracciare i propri cari.
Ma le insidie non si limiteranno alla minaccia dei loro avversari sul campo.





I fenomeni di massa mi hanno sempre messo tendenzialmente sul chi vive, in ambito cinematografico così come in generale: ricordo, nell'ambito della settima arte, i clamorosi exploit de Il corvo - che ho rivalutato negli anni -, Blairwitch Project - pessimo -, Donnie Darko - carino, ma eccessivamente sopravvalutato -, ed ogni volta il mio approccio è sempre stato piuttosto cauto.
The Hunger Games, interessante ma in più di un senso incompiuta pellicola tratta da un'opera per ragazzi già caso editoriale, è l'ultimo membro di questo club: negli States ha fatto sfracelli al botteghino, sbaragliando la concorrenza di titoli ben più noti e blasonati, imponendosi come il primo vero boom di questo 2012, e potrebbero esserci possibilità che il successo sia bissato anche qui in Italia, sempre che la distribuzione lo veda come una potenziale macchina da soldi da sfruttare con il pubblico più giovane.
In casa Ford la reazione a questo solo apparente cult è stata piuttosto tiepidina, nonostante la presenza di Jennifer Lawrence - una delle protette del sottoscritto dai tempi dello splendido Winter's bone - ed un'idea di fondo interessante, specialmente nell'ambito di quelli che nella normale quotidianità sono i reality shows, sempre in bilico tra messa in scena e finzione: partendo dunque dall'aspetto più interessante di questo film occorre regalare almeno una riflessione al rapporto tra Katniss e Peeta, in bilico su un filo sottile e reso ottimamente nel suo gioco di specchi tra la tv, la presentazione dei due come coppia agli occhi del pubblico degli Hunger Games e il loro legame effettivo.
Il dialogo in treno che mette a confronto la volontà di dimenticare di Katniss e quella di ricordare di Peeta è un ottimo ritratto di quella che è la deformazione del mondo attraverso il grande palcoscenico della finzione e della tv: cosa del loro rapporto è vero, e cosa invece è costruito apposta affinchè i rappresentanti del Distretto 12 divengano i personaggi più cool dello show?
Messa da parte, però, quest'unica idea realmente azzeccata - che comunque ha dei precedenti anche lontani dal Cinema d'autore, come L'implacabile - poco resta del lavoro del trascurabile Gary Ross - regista assolutamente mediocre, come dimostrano le pessime scelte di montaggio delle scene d'azione ed i suoi trascorsi, leggasi Seabiscuit - e di The Hunger Games, se non un'eco lontana della potenza di Battle Royale e de Il signore delle mosche ed un tentativo di portare la sci-fi ad una dimensione più vicina alla nostra realtà, come fu per l'ottimo I figli degli uomini di Alfonso Cuaron.
A remare contro il risultato finale è principalmente una sceneggiatura assolutamente non all'altezza della fama conquistata, tagliata spesso e volentieri con l'accetta e troppo legata ad un personaggio che appare troppo vincente fin dal principio - sarà anche una colpa del romanzo, ma poco importa -, e non riesce di fatto a creare un legame emotivo con l'audience, scatenando nel sottoscritto un'ira di quelle che già da piccolo stimolavano i personaggi dei cartoni animati con la strada sempre spianata: Katniss e le sue potenzialità vengono bruciate dalle soluzioni dello script, nessuna esclusa.
Volontaria al posto della sorella, abilissima con l'arco, ribelle ma amata, presa in simpatia da tutti - anche da chi, in fondo, vedrebbe nel suo interesse una sua sconfitta -, perseguitata dagli avversari brutti e cattivi, destinata ad essere sempre e comunque al centro dell'attenzione e protagonista assoluta: troppo facile.
Così facile da avere quel retrogusto dal sapore fasullo che tanto solletica le bottiglie pronte a colpire.
Tutto questo senza contare la scelta di proporre una prima ora di preparazione agli Hunger Games che dovrebbe avere il compito di approfondire lo spessore dei personaggi e che, al contrario, risulta soltanto bolsa e lenta - si salva giusto Woody Harrelson, ma di lui non potrò mai parlare male -, prima di tagliare di fatto alcune parti potenzialmente interessanti - il rapporto di Katniss con l'amico rimasto a casa, la ribellione stimolata dalle gesta della ragazza, le crepe nel sistema di potere della Capitale - a scapito di un crescendo d'azione mai davvero coinvolgente, che ha il suo culmine con il ridicolo passaggio che porta al termine dei giochi e la dichiarazione del vincitore - un saggio di retorica buonista di quelli da incazzatura selvaggia -, patetico quanto l'arzigogolata barba del deus ex machina Crane.
Di fatto non mi sentirei di affermare che The Hunger Games sia un brutto film, o qualcosa di così orripilante da non poter essere preso in considerazione per una bella visione da relax: da questo punto di vista ci sta con tutte le scarpe.
Il fatto è che la fama ed i cult - quelli veri - dello stesso genere che l'hanno preceduto sminuiscono - e di molto - la sua qualità e le sue ambizioni, trasformando un potenziale "vincitore" nell'ultima delle comparse.
E questa volta, non ci sarà una Katniss pronta a ricevere una mano ad ogni piè sospinto soltanto perchè un copione dice che dovrà averla vinta.
Benvenuto nel mondo, Ross.
Qui, gli Hunger Games, non vanno incontro a nessuno.
Tantomeno a te.


MrFord


"Everybody's waiting for you to breakdown
everybody's watching to see the fallout
even when you're sleeping, sleeping
keep your eyes open
keep your eyes open
keep your eyes open."
Taylor Swift - "Eyes wide open" -


lunedì 9 gennaio 2012

Margin call

Regia: J. C. Chandor
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'


La trama (con parole mie): siamo nel ventre di una grande banca dedita agli investimenti in un tempo che è l'oggi, ma potrebbe anche essere ieri o domani.
Un veterano della compagnia è cordialmente invitato a farsi da parte, ma prima di fare in modo che tutto il suo lavoro scompaia, lascia in eredità a un giovane genio della finanza il lavoro sul quale da tempo stava spremendo le sue meningi: questo semplice gesto apparentemente di rivolta contro la grande azienda scopre in realtà il nervo di una crisi annunciata che i protagonisti della storia - nonchè i vertici della banca stessa - dovranno fingere di non arginare, arginandoli, prima che tutto il sistema crolli.
Una cosa già sentita? 
Certo, succede ogni giorno. E' un furto legale. E noi non ci accorgiamo quasi mai di nulla.
Tranne per il fatto di restare con le pezze al culo.




Margin call è un film ostico, e molto, molto tosto.
Sarei un vero ipocrita se non ammettessi di essermi perso più di una volta dietro ai complessi discorsi legati al mondo dell'alta finanza e alle crisi che, periodicamente, scuotono i mercati globali finendo per giocare sui destini di chi, come noi, vive ben lontano dai paradisi fiscali e dalle partite di uno sport pericolosissimo che ha sostituito, di fatto, molti dei traffici illeciti del vecchio secolo.
Eppure il senso c'è, ed è tutto lì.
E cosa ancor più importante, tende ad assumere una dimensione più seria e potente mano a mano che il tempo dalla visione passa, finendo per lasciare una cicatrice neanche fosse il più spinto ed inattaccabile dei documentari verità: Margin call è il ritratto di quello che gli yuppies anni ottanta vivevano come un modo per fare i soldi senza i rischi dell'essere gangsters e trafficanti di droga o l'esposizione di sportivi ed attori e cantanti ed ora è divenuto una sorta di oceano da camera all'interno del quale si muovono squali in grado di gestire come e più che mai i destini del mondo, conosciuto e non.
Un film a suo modo piccolo, eppure devastante ed enorme nelle implicazioni, di quelli che necessitano più visioni per essere compresi a fondo, e ad ognuna di esse rispondono con nuove riflessioni indotte nel pubblico: grazie ad un cast a dir poco perfetto ed in stato di grazia - anche rispetto ad attori ritenuti ormai universalmente sul viale del tramonto come "Polpetta" Bettany o attrici mai davvero considerate tali come Demi Moore -, una sceneggiatura ottima giocata sul tempo, il ritmo e la parola ed una regia che lascia al resto lo spazio che necessita per farsi strada sotto la pelle dello spettatore, Margin call diventa inesorabilmente il corrispettivo, più che di Wall street e decisamente in misura maggiore rispetto a Wall street - Il denaro non dorme mai di Americani per gli anni zero.
Se la pellicola di James Foley rappresentava tutti i lati oscuri del lascito degli eighties nella cultura della vendita anni novanta, Margin call ne eredita il pessimismo di fondo affidandosi ad una sorta di sinfonia da camera che ne ripropone i temi a tutti i livelli - da chi è licenziato a chi, al contrario, prospera sotto ombrelli di miliardi di dollari ai vertici della compagnia - lasciando ben poco spazio all'umanità, relegata ad un cane moribondo e alla speranza di un futuro - di coppia o riferito ai giovani che crescono nell'isolamento o nell'illusione di status symbol - che tanto roseo non è.
Anzi, tutt'altro.
Certo, le praterie della finanza e gli squali della borsa sono quanto di più lontano possa esistere dal saloon e da questo vecchio cowboy, eppure resta indiscutibile il valore di una produzione non così piccola da apparire autoriale quanto basta per essere apprezzata dai radical chic frequentatori di Festival e non abbastanza grande da fare breccia nel cuore del grande pubblico, ma clamorosamente intelligente e sorprendentemente coinvolgente sia a livello cinematografico - pare più un thriller da morti ammazzati che non una sorta di trattato semplificato sulle manovre aziendali nei mercati azionari ad alto livello - che emotivo - ogni personaggio, o quasi, ha qualcosa in grado di stuzzicare la curiosità e la partecipazione dell'audience -.
Non sarà facile approcciarlo - soprattutto nell'ambito specifico della materia trattata - eppure, con i dovuti sforzi richiesti da ogni cosa per cui vale la pena farsi un pò di culo, risulterà una visione in grado di sedimentare e tornare in superficie quando meno ve lo aspetterete, tra le più interessanti che il genere - e non solo - abbiano al momento da offrire.
E questo, in barba alla borsa e agli spot, non ha prezzo.

MrFord

"If I was a wizard of finance
speculating every day on Wall Street
my dividends would be so tremendous, baby
even Dow Jones would find it hard to believe."
Parliament - "Wizard of finance" -
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