Visualizzazione post con etichetta b-movies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta b-movies. Mostra tutti i post

mercoledì 26 novembre 2014

The protector 2

Regia: Prachya Pinkaew
Origine: Tailandia
Anno: 2013
Durata:
104'




La trama (con parole mie): Kham, eroe della liberazione, cinque anni prima, di uno degli elefanti destinati ai sovrani come nell'antica tradizione ormai dedito ad una tranquilla vita in campagna, si trova coinvolto in un complicato affare che lega interessi di guerra internazionali, il nuovo rapimento del suo elefante e la vendetta delle figlie di un boss locale ucciso e per l'omicidio del quale è ritenuto responsabile. 
Giunto in città sulle tracce del suo animale, Kham dovrà convincere le ragazze in cerca dell'assassino del padre che non è lui il bersaglio giusto, impedire un colpo di stato pronto a provocare un conflitto e sgominare l'organizzazione di LC, boss incaricato dai militari di sistemare le cose in modo che i progetti stabiliti nell'ottica della corsa agli armamenti facciano il loro corso.
Riuscirà l'uomo, con l'aiuto del vecchio amico Mark, a farcela ancora una volta?






Avete presente quei film dai quali non vi aspettereste nulla, se non una clamorosa sequela di schifezze messe in fila, e che, al contrario, finiscono per sorprendere in positivo?
Un buon esempio tra le mie visioni più o meno recenti è stato il primo The Protector, che da anni giaceva nel dimenticatoio ed ha finito, principalmente grazie alle evoluzioni del protagonista Tony Jaa - uno dei grandi poeti attuali del Cinema di botte, come già sottolineavo ieri -, per esaltarmi neanche fossi tornato ad avere dodici anni e sognare di essere un supereroe o un action hero: spinto dall'entusiasmo, ho dunque recuperato a traino il sequel, giunto quest'anno in sala e, considerata la sorpresa del primo film, preceduto da una discreta aspettativa.
Purtroppo per me, per Tony Jaa - sempre e comunque notevole - e per il divertimento e la goduria che i film di botte dovrebbero sempre garantire, le cose non sono andate affatto come avrei voluto: perchè nonostante un minutaggio finalmente rispettoso delle scelte originali del regista, una confezione forse più curata, una trama assurda e roboante, un RZA ospite d'eccezione più tamarro che mai - e non posso non volergli bene, considerati i suoi trascorsi musicali, l'esperienza da regista con L'uomo dai pugni di ferro e la partecipazione a Californication -, The protector 2 rappresenta il classico sequel al quale si poteva facilmente rinunciare, pronto a far rimpiangere tempi migliori a chi aveva amato la pellicola originale nonchè a far pensare ai radical chic che odiano questo tipo di operazioni proprio quello che pensano con ragione.
Ma non è finita qui, perchè ho anche un aneddoto, rispetto a quest'ultima fatica firmata Prachya Pinkaew: più o meno un paio di mesi fa - giorno più, giorno meno - alla notizia della sua uscita in sala, decisi di cogliere l'occasione per schiaffarmi la coppia di Protector in modo da presentarli in due post gemelli su due giorni di seguito, nel pieno rispetto del regime di programmazione di recensioni che mi permette di avere più o meno trenta giorni di respiro e di vantaggio per qualsiasi evenienza.
Con i due post impaginati, le trame preparate, i voti assegnati e la cornice pronta, ultimai il primo e proseguii nel mio percorso abituale qui al Saloon: almeno fino a ieri pomeriggio.
Riaperto il post per dare la classica occhiata di rifinitura del giorno precedente la pubblicazione, ho scoperto di non avere mai scritto nulla a proposito di The protector 2.
Considerati il Fordino, la vita in famiglia, il lavoro, la mole di film, serie, letture e chi più ne ha, più ne metta che cerco di buttare nel serbatoio della vita giorno dopo giorno, e che, fondamentalmente, si era trattato di una visione dimenticabile e particolarmente assonnata di un titolo decisamente non clamoroso, la scoperta era l'equivalente di una rinuncia alla pubblicazione.
Ma neppure di un film di botte incapace perfino di conquistare un fan di vecchia data dei film di botte come il sottoscritto è sempre completamente da buttare - quell'onore lo riservo davvero a poca immondizia ben peggiore di queste innocue e malriuscite tamarrate -: se non altro ho avuto l'occasione di rivelare qualche retroscena della vita del Saloon e del "processo creativo" dietro la creazione dei post - o la mancata creazione, come in questo caso - portando anche a casa il risultato.
Certo, Tony Jaa non sarà contento, e probabilmente potrebbe aver voglia di rendere pan per focaccia con un paio di ginocchiate delle sue - equivalente delle bottigliate all'interno di questo tipo di prodotti -, ma penso che incasserò il colpo e aspetterò di vedere il nostro alle prese con i due banchi di prova fondamentali di Fast 7 e The raid 3.
Sperando che non si rivelino sequel privi di carattere ed incapaci di lasciare il segno - anche in una memoria labile come quella del sottoscritto - come questo.



MrFord



"Now I am calling
hoping you'll hear me
we all need somebody
to believe in something
and I won't fear this
when I am falling
we all need somebody
that can mend... These broken bones."
Rev Theory - "Broken bones" - 



venerdì 10 ottobre 2014

Io sto con gli ippopotami

Regia: Italo Zingarelli
Origine: Italia
Anno: 1979
Durata:
108'




La trama (con parole mie): il burbero e corpulento Tom vive nel cuore dell'Africa cercando di sbarcare il lunario accompagnando i turisti in safari organizzati decisamente alla buona, e vive in compagnia della sua vecchia balia Mama. Quando il fratellastro Slim fa il suo ritorno e gli propone di mettersi in affari insieme, i due si troveranno in men che non si dica nel mirino dello spietato imprenditore Ormond, ex campione di boxe divenuto bracconiere e trafficante di animali deciso a costruire un parco a suo nome ed esportare esemplari catturati in quelle terre.
Tom e Slim, dal canto loro, sapranno riportare le cose alla normalità sistemando Ormond e i suoi come si conviene a suon di grandi botte, concedendosi nel mentre le consuete mangiate e le schermaglie da grandi amici e rivali.






Ero in terza elementare quando nell'allora casa Ford entrò per la prima volta un videoregistratore, prodigio della tecnica destinato a cambiare per sempre l'esistenza del sottoscritto, sancendo, di fatto, l'inizio della passione per il Cinema che continua ad esistere ancora oggi.
Ai tempi non avevo ancora avuto l'incredibile e rivoluzionario incontro con Paolo e la sua videoteca, dunque le prime esperienze di noleggio non diventarono mitiche per chi le veicolava quanto per i titoli recuperati: oltre al Robin Hood della Disney, infatti, ricordo che approfittai per rivedere praticamente l'intera filmografia di Bud Spencer e Terence Hill, che avevo imparato ad amare grazie a mio nonno e che tornavo a rivedere con grandissimo piacere, una botta dopo l'altra, quasi fosse una sorta di antipasto per quelli che sarebbero stati gli anni degli action heroes e della pre-adolescenza.
Come per questi ultimi, il periodo che mi vide in pieno fervore radical chic ed orientato al solo Cinema d'autore portò nel dimenticatoio tutte le perle della mitica coppia, riscoperte solo di recente e già prenotate per una serie di maratone in compagnia del Fordino appena sarà un pò più cresciuto: Io sto con gli ippopotami sarà dunque il primo di un discreto numero di recuperi che dedicherò a Carlo Perdersoli e Mario Girotti, che fecero fortuna rappresentando, di fatto, gli stessi personaggi - uno il burbero invincibile, l'altro lo scaltro belloccio - rendendoli immortali a suon di cazzotti.
Per quanto, parafrasando Maude Lebowski, "la trama sia quantomeno risibile", dunque, mi sono goduto oltremodo questo tuffo nel passato, dai giochi di prestigio, di parola e di mano di Terence Hill ai pesantissimi pugni sulla nuca di Bud Spencer - indubbiamente il mio preferito del duo -, condito come al solito da una colonna sonora memorabile in pieno stile seventies, risse a profusione e perfino un sottotesto "ecologico" che potrebbe addirittura classificarlo come film impegnato, pur restando collocato all'interno di un genere assolutamente ludico e senza pretese.
In questo senso, sono ancora irresistibili le gag come il braccio di ferro con lo sgherro di Ormond vissuto prima nello stile Hill e dunque in quello Spencer, entrambi comunque destinati a finire allo stesso modo, così come l'approccio da spacconi dei due protagonisti, perfetti nel ritagliarsi ognuno il suo spazio sullo schermo definendo il proprio charachter senza troppi giri di tecnica o parole: del resto erano i tempi di un Cinema italiano che sapeva divertire e prendersi in giro senza la spocchia e la volgarità attuali, e che tornare ad assaporare ora, a più di trent'anni di distanza, finisce per non essere solo amarcord, ma un'operazione di rivalutazione di quella che era considerata settima arte "bassa", che se confrontata con i cinepanettoni e le schifezze del nuovo millennio rischia perfino di assumere i connotati di grindhouse d'alta scuola.
Ma una polemica di questo tipo non renderebbe giustizia a prodotti come Io sto con gli ippopotami, che semplicemente vanno goduti così come sono, un pranzo senza posate gustato dall'antipasto al dolce, con tanto di ammazzacaffè.
E fischiettando il motivetto che è alla base della soundtrack, ritmare le botte che Bud Spencer e Terence Hill puntualmente finiranno per rifilare con una serie di rutti da competizione.



MrFord



"Some people aren't nice to lions
some people aren't nice to hippos
we better think twice let's try it be nice
grau grau grau."
Oliver Onions - "Grau grau grau" - 




martedì 19 agosto 2014

Transformers 4 - L'era dell'estinzione

Regia: Michael Bay
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 165'




La trama (con parole mie): Cade Yeager, meccanico ed inventore, e sua figlia Tessa, vengono casualmente in contatto con il "cadavere" di un camion che si rivela essere Optimus Prime, leader degli Autobots ferito gravemente ed autoesiliatosi a seguito degli eventi dell'ultimo episodio della loro saga, intento ad avvisare i suoi compagni del pericolo incombente. Nonostante, infatti, la caduta di Megatron e dei Decepticons, cacciatori di taglie provenienti dal loro pianeta d'origine ed un accordo con gli stessi stipulato da una multinazionale e dalla CIA rischiano di mettere a repentaglio non solo le loro vite, ma anche quelle di chiunque deciderà di aiutarli e, forse, degli abitanti della Terra. 
Riusciranno Yeager e Prime a tenere in piedi un'alleanza traballante e rimettere i pezzi del puzzle al loro posto? E riuscirà Michael Bay a spremere le creature della Hasbro per un quinto film?








Di norma, l'estate non regala mai troppe soddisfazioni, agli amanti della settima arte.
Non che possa dirmi totalmente in disaccordo, rispetto a questa regola non scritta: in fondo, anche il più radical tra i cinefili ha bisogno - per quanto rifiuterà sempre di ammetterlo - di mettere a riposo i neuroni, e dunque, approfittando di ferie e bella stagione, un periodo "off" anche in sala mi è sempre sembrato più che legittimo.
Peccato che, di fatto, quest'anno l'estate - che metereologicamente ha finto di non esserci - della settima arte sia iniziata a fine aprile e ancora rifiuti di lasciare il campo, consentendo a proposte come la qui presente quarta fatica di Michael Bay - uno degli antiCinema per eccellenza, fatta eccezione per Pain&Gain - legata ai robottoni trasformabili targati Hasbro e protagonisti negli anni ottanta di fumetti e cartoni animati che io stesso seguivo con grande interesse di prendersi tutto il possibile nell'ambito delle sale e degli spettatori.
In tutta onestà, speravo che la novità rappresentata dall'arrivo di Marc Wahlberg - un fordiano fatto e finito - potesse dare una svolta action tamarra tendenzialmente ridicola al brand finendo per rivitalizzarlo come fu per Fast&Furious con l'arrivo di The Rock, ma mi sono dovuto ricredere: certo, il buon Marky Mark e Stanley Tucci ce la mettono tutta per strappare due risate all'audience, e di sicuro non ci sono secondi fini - se non quello di fare cassa - dietro l'operazione gestita da Bay, ma a conti fatti il risultato è assolutamente uno dei più bassi raggiunti quest'anno dal Cinema pur nella sua accezione più popolare e blockbuster.
Marchette scandalose a nastro - da Tom Ford a Victoria's secret, senza contare quella vergognosa alle Beats, già sopravvalutate nel mercato dell'audio come cuffie e presenti con il pessimo diffusore bluetooth in una sequenza che pare essere stata inserita ad hoc -, logica non pervenuta - quasi peggio di un film horror di quelli che paiono girati apposta per essere sbeffeggiati nelle recensioni -, interpretazioni - esclusi i già citati Wahlberg e Tucci - oltre il limite dei cani maledetti ed un minutaggio che dovrebbe comportare sanzioni penali per sceneggiatori e produttori della pellicola: ora, io capisco che gli anni ottanta siano alle spalle e che i buoni, cari, vecchi film action della durata di un'ora e mezza scarsa non vadano più tanto di moda, ma vorrei capire come cazzo è possibile che una troiata gigante con robottoni trasformabili che si inseguono da una parte all'altra del mondo lottando per la salvezza dello stesso senza badare ai presunti milioni di morti considerati danni collaterali degli scontri - problema già ravvisato nel recente e pessimo Man of steel - tutto effetti speciali e poco altro debba costringermi a rimanere davanti ad uno schermo per la bellezza di centosessantacinque minuti sonanti senza per questo riuscire a fornire uno script degno almeno della scuola elementare.
Scandaloso davvero.
Giuro che, giunti al traguardo - per nulla semplice da conquistare - dell'ora e mezza, in casa Ford ci siamo chiesti se non fossimo stati vittime di una sorta di complesso meccanismo in grado di dilatare il tempo, e come fosse possibile che di fronte a noi si aprisse una finestra di un'altra settantina di minuti: un'Odissea, credetemi.
Certo, ci sono Marc Walhberg, i robottoni, le esplosioni, le sparatorie, le battutacce da film pseudo-macho, le astronavi, il cattivo gusto ed io sono un inguaribile tamarro: ma a tutto c'è un limite.
Michael Bay l'ha superato.
Ampiamente.
E per centoquaranta di questi centosessantacinque incredibili, assurdi minuti, ho pensato che l'estinzione cui si faceva riferimento nel titolo fosse la mia.



MrFord



"That I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go
I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go."
Imagine Dragons - "All for you" - 



mercoledì 13 agosto 2014

Welcome to the jungle

Regia: Rob Meltzer
Origine: USA, UK, Puerto Rico
Anno: 2013
Durata: 95'





La trama (con parole mie): Chris, giovane e timido account in un'agenzia di pubblicità, è costantemente vessato dal prepotente responsabile Phil, che coglie ogni occasione possibile per farsi beffe di lui e, all'occorrenza, prendere i meriti del lavoro che il ragazzo svolge.
Quando, a seguito di un'iniziativa del Presidente dell'azienda, i dipendenti vengono precettati per una due giorni di corso legato al lavoro di squadra e alla formazione del carattere su un'isola sperduta coordinato dal duro - almeno all'apparenza - Storm, il rapporto tra i due si incrina ulteriormente: Chris, infatti, ex boy scout razionale ed organizzato, finisce per scontrarsi apertamente con Phil, cui non importa nulla del buon senso e del comportamento da tenere in una situazione "estrema".
Quando Storm, attaccato da una tigre, verrà dato per morto ed il gruppo si considererà ufficialmente disperso, le due visioni provocheranno una frattura che potrebbe portare alla salvezza o alla morte questi civili in gita nel cuore della Natura.









La prima volta che vidi il trailer di Welcome to the jungle coltivai la speranza di trovarmi di fronte ad una versione demenziale di Expendables 2, e, dunque, ad una nuova incarnazione comedy ed autoironica del mito dell'action anni ottanta Jean Claude Van Damme, che ha un posto speciale da sempre nel cuore di questo vecchio cowboy subito dietro a Schwarzenegger e Stallone, addirittura davanti a gente del calibro di Bruce Willis o Kurt Russell.
Purtroppo per me, e per tutti gli appassionati del mitico JCVD, il risultato della visione del lavoro decisamente televisivo firmato da Rob Meltzer è stato decisamente al di sotto delle aspettative, di fatto qualificandosi come una sorta di risposta americana alle baracconate che, tra gli anni ottanta e novanta, proposero in salsa italica anche i Vanzina: certo, i riferimenti sono molto più alti - Il signore delle mosche su tutti -, l'idea di mescolare la volgarità di cult dei tempi come Weekend con il morto ad esperimenti più o meno riusciti nello stile di Severance ha il suo perchè, eppure il risultato è decisamente sotto il livello della decenza, e perfino la piccola parte affidata a Van Damme finisce per assumere i connotati dell'autoparodia triste piuttosto che della goliardata nello stile di Sly e soci.
Un vero peccato, perchè un personaggio come Storm mostra in una certa misura i lampi di sentita partecipazione che l'attore belga portò sullo schermo per la prima volta con il sorprendente JCVD, forse il più grande film cui abbia preso parte uno dei paladini della settima arte "bassa" degli ultimi trent'anni: perfino nel momento della sua perla finale, il characther affidato all'esperto di arti marziali diviene in qualche modo come una comparsa in una commedia Apatow-style, un omaggio neppure troppo sentito ad un'epoca che, inesorabilmente, è tramontata e alla quale la mia generazione resterà sempre legata, sperando in qualche modo in un suo ritorno anche nel momento in cui i suoi protagonisti non potranno fisicamente più reggere il confronto con le botte che la stessa richiede.
Senza dubbio, comunque, la profonda antipatia dell'irritante Phil e la sua influenza inspiegabile sul gruppo - quanti individui di questo infimo livello ognuno di noi avrà conosciuto sul luogo di lavoro!? - e la progressiva rivalsa dell'outsider Chris - che pare uscito da un film anni ottanta, in quanto eroe positivo tendenzialmente goonie, nerd e dato per perdente in partenza - finiscono per fare da motore alla curiosità soddisfatta senza colpo ferire da un titolo benedetto da un minutaggio innocuo, che finisce per farsi voler bene nonostante il livello scarsissimo di qualsiasi suo aspetto, sia esso tecnico o di contenuti: personalmente mi aspettavo decisamente di più - e sicuramente una porzione ben più consistente dedicata solo ed esclusivamente all'action hero vero catalizzatore dell'attenzione dell'attenzione del pubblico -, ma nonostante mi pianga il cuore osservando il tempo logorare inesorabilmente il look ed i calci rotanti del mitico Jean Claude e questo film risulti obiettivamente una schifezzuola senza ritegno, non ho saputo voler male a Welcome to the jungle, perfetto per intrattenermi nel pieno di un pomeriggio casalingo e come sottofondo per i giochi nei quali mi coinvolge l'ormai scatenato ed incontenibile Fordino, già assoluto padrone di casa e casinista di prima categoria.
I radical chic e gli appassionati di Cinema vero, comunque, si astengano, mentre saranno i benvenuti gruppi di amici pronti a consacrare una serata alle stronzate e all'alcool così come i fan senza più ritegno di Van Damme, determinati a rimanere accanto al loro vecchio eroe come se fosse la prima volta, avessero ancora dodici anni e sognassero di iniziare il loro percorso nel mondo delle arti marziali per imparare a fare la spaccata, sparare calci rotanti a profusione e sconfiggere, un giorno, "piccola palma".




MrFord




"Welcome to the jungle 
we got fun n' games 
we got everything you want 
honey, we know the names 
we are the people that can find 
whatever you may need 
if you got the money, honey 
we got your disease."
Guns 'n roses - "Welcome to the jungle" - 





sabato 2 novembre 2013

Dead in Tombstone

Regia: Roel Reinè
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): Red Cavanaugh, bandito liberato dalla temibile gang di Blackwater ormai sull'orlo del patibolo, offre ai suoi compagni un colpo in una piccola città mineraria scarsamente protetta. Quando la rapina ha successo, però, Red si libera del leader del gruppo, il fratellastro Guerrero, in modo da affermare il suo potere sui loro uomini e sulla città stessa, che ribattezzerà Tombstone.
Condannato alla dannazione eterna, Guerrero convincerà Satana in persona a rimandarlo sulla Terra in modo da consegnargli le anime dei suoi sei ex compagni, Red compreso, ed avere in cambio la salvezza: la sua missione vedrà sparatorie e spargimenti di sangue, nonchè una rivolta della gente del posto stanca dell'egemonia dei membri della banda, ma nasconderà anche un inganno degno del Diavolo.





Probabilmente, se un buono sceneggiatore ed un grande regista si fossero messi al lavoro su una pellicola con protagonista Danny Trejo ambientata nel West più sordido e sanguinoso agli ordini di un Satana interpretato da Mickey Rourke in grado di mescolare il Clint Eastwood de Lo straniero senza nome e Il cavaliere pallido all'horror videoludico di Undead nightmare, nato da una costola del Capolavoro targato Rockstar Games Red dead redemption, probabilmente mi sarei trovato di fronte ad uno dei più grandi cult mai passati da queste parti: peccato che Dead in Tombstone sia firmato dal misconosciuto - e decisamente poco grande - Roel Reinè e sceneggiato con un piglio da dilettanti, finendo nel complesso per assumere le ben poco interessanti dimensioni della cagatona buona solo per i fan hardcore del genere e di Trejo.
Non che mi aspettassi di più, da un titolo uscito - per una volta sensatamente - in Italia direttamente per il mercato dell'home video e del quale non avevo praticamente sentito parlare, che sono riuscito a godermi principalmente come se si trattasse di un diversivo da merenda stravaccato sul divano in un giorno di riposo solo per la stima nell'attore messicano e che riconosco assolutamente lontano dal gusto di tutti quelli che non amano non solo le tamarrate, ma anche il Western e gli horror pseudo pulp di finta serie z che dai tempi del progetto Grindhouse hanno finito per proliferare in ogni dove - e spesso e volentieri senza che ce ne fosse davvero il bisogno -.
Certo, vedere Danny Trejo redivivo nel ruolo di cazzutissimo angelo vendicatore mandato dal Diavolo in persona su questa Terra nel ruolo di giustiziere, oltre che di parzialmente horror, ha tutto il sapore di quelle care, vecchie stronzate delle quali non riesco proprio a fare a meno, ed è un piacere osservare il grande amico del mitico Edward Bunker - si conobbero in carcere, ai tempi delle loro turbolente giovinezze - massacrare i suoi ex compagni traditori uno dopo l'altro e rivaleggiare con un Mickey Rourke più gigione che mai nel ruolo del sempre intrallazzone Lucifero - qui trasformato in una sorta di versione che incrocia l'Efesto classico al wrestler moderno -, ma al contempo è giusto sottolineare che il decisamente scarsino Reinè dietro la macchina da presa non ne sa certo una più del Demonio, e che il montaggio volutamente nervoso della pellicola risulta non solo fastidioso, ma anche ben poco interessante dal punto di vista tecnico - probabilmente se lo vedesse Thelma Shoonmaker avrebbe un collasso cardio circolatorio -.
Nel caso in cui, però, non siate troppo schizzinosi e cerchiate una trashatona da patatine e rutto libero, allora Dead in Tombstone potrebbe decisamente fare per voi in questi pomeriggi a cavallo di Halloween per trasportare la tradizione horrorifica di questo periodo in un contesto che, di norma, si mantiene lontano da tutto quello che è fantastico e oltre quelli che sono "sangue e merda", per usare un linguaggio pulp, e pure troppo: un'occasione da sbronza allegra accompagnata da un gruppo di brutti ceffi da competizione in grado di solleticare il testosterone e la voglia di attaccarsi alla propria console di gioco per rispolverare le pistole e dispensare una vagonata di sana giustizia da Frontiera.
Del resto anche il Diavolo ben sa che lungo certi confini viaggiano sempre più anime perdute.



MrFord



"I'm like evil, I get under your skin
just like a bomb that's ready to blow
'cause I'm illegal, I got everything
that all you women might need to know."
AC/DC - "Shoot to thrill" - 



mercoledì 4 settembre 2013

Hatchet 3

Regia: BJ McDonnell
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 80'



La trama (con parole mie): siamo nel cuore delle paludi della Louisiana, e Marybeth, sfuggita al massacro operato dal mostruoso Victor Crowley, convinta di aver messo la parola fine all'esistenza del terrificante essere, giunge al posto di polizia più vicino in stato confusionale finendo per essere arrestata come sospettata principale della carneficina cui è sopravvissuta.
Quando, però, le forze dell'ordine ed i paramedici mandati sul luogo dei delitti cominciano ad essere letteralmente massacrati uno dopo l'altro, il dubbio che la ragazza possa aver ragione a proposito dell'esistenza del leggendario Crowley si fa strada nel cuore dell'ex moglie dello sceriffo, pronta a convincere uno dei vice ad accompagnare lei e Marybeth in una missione disperata: recuperare le ceneri del padre di Victor ed usarle per chiudere finalmente i conti con l'inquietante presenza.



Fin dai tempi della mia infanzia, le calde nottate estive sono state sinonimo di horror in qualsiasi accezione dello stesso: in particolare, ricordo che uno dei filoni che ai tempi andava per la maggiore non solo quando a schiaffarci un bel film da seconda serata eravamo io e mio fratello, ma anche quando in gruppo si approcciava una pellicola sulla quale si costruivano poi scherzi o atmosfera in modo da riuscire a spaventare qualcuno per non provare paura noi stessi, era senza dubbio lo slasher.
Nato sotto il segno di Non aprite quella porta e sviluppatosi grazie a franchise - anche se allora non esistevano termini di questo genere - come Venerdì 13 o Halloween, il classico film d'orrore con il mostro terrificante pronto ad uccidere i malcapitati protagonisti uno dopo l'altro in modi spesso e volentieri piuttosto trucidi fino ad essere a sua volta sistemato di solito da un'eroina è da sempre un cult, qui al Saloon, e qualche tempo fa, spinto da un passaparola, decisi di affrontare la doppietta Hatchet/Hatchet 2, spinti entrambi dal popolo della rete spesso con pareri molto positivi.
E finì che trovai il primo molto deludente, mentre il secondo riuscì a colpirmi in positivo per l'ironia con la quale il creatore della serie Adam Green riuscì a riproporre il suo mostro: a distanza di tre anni tre ecco che Green torna a giocare con Victor Crowley, questa volta nelle vesti di produttore esecutivo, affidando la regia al giovane BJ McDonnell, operatore di steady veterano di prodotti ben più importanti e ben realizzati di questo - come Jack Reacher o Star Trek Into darkness -, e lo fa pescando - giustamente - dal secondo e più riuscito capitolo, premendo il pedale dell'acceleratore sul trash voluto, lo splatter selvaggio di serie b - e forse qualcosa in più - ed un'ironia di fondo che fa sempre piacere in opere come questa, che quando finiscono per prendersi sul serio risultano davvero indigeste.
Dunque, se l'impianto del primo e del secondo capitolo partivano dallo standard eighties del gruppo di ragazzi maciullati dal mostro cattivo, in questo caso abbiamo addirittura intere squadre di polizia, SWAT e paramedici mandate letteralmente al macello contro uno scatenato Victor Crowley, sempre più brutto e sempre più somigliante al wrestler dei tempi Hillbilly Jim, che ricordo aver avuto anche come pupazzetto da bambino: funzionale, per dare respiro ai continui massacri - divertentissimi, tra l'altro, i siparietti con il giovane vice ossessionato dalle armi e membro della NRA e con il capo della SWAT -, l'utilizzo parallelo dell'indagine dell'ex moglie dello sceriffo accompagnata dal riluttante vice Winslow e dalla protagonista dei primi due capitoli, Marybeth, che porta il disunito terzetto anche ad un confronto spassoso con Sid Haigh, l'indimenticato Captain Spaulding de La casa dei mille corpi e La casa del diavolo.
Le curiosità, a questo punto, la fanno da padrone: dalla giovane agente Dougherty che nel secondo capitolo interpretò Victor Crowley da bambino allo sceriffo Fowler, nientemeno che il fu Billy protagonista di Gremlins e padrone del mitico Gizmo, ed intrattengono lo spettatore tra una colonna vertebrale strappata dallo stomaco ed un inutile tentativo di fermare la forza dirompente di Crowley.
Onestamente siamo di fronte a Cinema davvero di bassa lega, eppure portato sullo schermo con una camionata di panesalamismo, tanta passione ed uno spirito che, seppur con risultati decisamente più alti, in tempi ormai troppo lontani guidò gente come Sam Raimi e Peter Jackson agli inizi delle loro carriere.
Personalmente preferisco una visione estiva di questo tipo che qualsiasi tronfio tentativo da presunti artistoni dall'approccio radical chic.


MrFord


"They show you no mercy
they just show you a line
call it a chaos, a curse, or a crime
call it what you will but I call it genocide."
Gwar - "Hail, genocide!" -


mercoledì 24 luglio 2013

The last exorcism - Liberaci dal male

Regia: Ed Gass-Donnelly
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Nell, giovane scampata all'entità demoniaca che l'aveva tormentata nel primo episodio, ricompare in stato confusionale e viene condotta ad una casa per giovani sopravvissute ad abusi e traumi dove pare poter finalmente cominciare una nuova vita.
Grazie alle attenzioni del proprietario del luogo Merle, un nuovo lavoro, l'amicizia che nasce con alcune delle sue coinquiline e l'attrazione per il giovane Chris, la ragazza può cominciare finalmente a nutrire una speranza per il futuro.
Ma l'incubo è sempre dietro l'angolo, e quando Nell scopre che il demone è tornato non per darle la caccia, ma perchè innamorato di lei e pronto a scatenare l'Apocalisse dopo averla sedotta, sarà costretta a chiedere aiuto ad un gruppo di esorcisti e guardiani che si impegnano per tradizione a tenere il Male lontano dal nostro mondo.





Spesso e volentieri, ultimamente, mi è capitato di citare la necessità estiva di staccare la spina grazie a tamarrate action senza pretese o horror che possano riportare - almeno idealmente - il sottoscritto all'atmosfera delle seconde serate passate con mio fratello tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, quando a farla da padroni erano film che effettivamente riuscivano a smuovere più di un brivido lungo le schiene di noi giovani spettatori pronti a scoprire un genere nuovo e terrificante.
Il tempo è poi finito per passare - triste consuetudine, a volte -, ed epoche come quella sono divenute una sorta di miraggio: al momento, infatti, riuscire a pescare un buon film d'orrore è un evento che ha le stesse probabilità di verificarsi rispetto a quelle che ha trovare un film italiano degno di nota.
Molto basse, dunque.
Questo The last exorcism - Liberaci dal male, secondo capitolo di un titolo che onestamente non ricordo se sia passato oppure no dalle parti di casa Ford ai tempi della sua uscita nel 2010 - anche se l'idea che io e Julez ci siamo fatti propende per la seconda opzione -, rientra perfettamente nel novero di quei titoli nati per essere destinati al cestino una volta visionati senza alcuna pretesa e con una soglia di attenzione che tende ad abbassarsi minuto dopo minuto nello stile dei pessimi The Wicked e Non aprite quella porta 3D, altre due porcatone di qualità di molto sotto lo zero che ho avuto il piacere - per il mio cervello, che ha ringraziato per la serata libera in entrambi i casi - di ospitare da queste parti di recente.
Occorre ammettere che, tutto sommato, questa robetta senza arte ne parte risulta totalmente innocua, e almeno nella prima mezzora riesce in un paio di occasioni a creare un'atmosfera degna di un paio di salti sulla sedia, e senza dubbio è decisamente lontana da merde galattiche del calibro de L'altra faccia del Diavolo, sempre per rimanere in tema di esorcismi.
Definito il suo status di "schifezzina innocua", resta davvero poco di un film girato, interpretato e scritto a livello ben più basso che amatoriale, che non ha nulla a che vedere con effettive possessioni o atmosfere demoniache inquietanti nello stile di Classici come Rosemary's baby o L'esorcista e che riesce a regalare almeno un paio di sequenze in grado di andare ben oltre il ridicolo involontario - la protagonista che esce da una chiesa dopo l'ennesimo incontro con il suo spasimante demone pronta pronta per essere riconosciuta da un turista con problemi di obesità dall'altro lato della strada che al volo la riconosce come la ragazza posseduta del video che gira su Youtube, giusto per citarne una -, abbastanza noioso nonostante il minutaggio piuttosto ristretto ma ugualmente in grado di concedere al pubblico un finale almeno non buonista.
Se siete in cerca di un film di genere di livello o di emozioni forti, comunque, state pure tranquilli che non troverete nulla di cui sopra: parliamo infatti di un prodotto di riciclo buono giusto per qualche ragazzino bisognoso di una scusa per portarsi in sala la ragazza conosciuta in vacanza e sperare che questa gli si stringa addosso facilitando la prima limonatona della stagione.
Per il resto, questi demoni del nuovo millennio hanno ben poco di minaccioso per noi ragazzi old school abituati alle notti horror.



MrFord


"Do not cry in underwater
I can't get down any farther
all my drowning friends can see
now there is no running from it
it's become my cross of me
I wish that I could rise above it
but I stay down, with my demons
I stay down, with my demons."
The National - "Demons" - 


 

sabato 13 aprile 2013

John dies at the end

Regia: Don Coscarelli
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 99'




La trama (con parole mie): la salsa di soia, una nuova, potentissima droga, apre le porte della percezione, del Tempo e delle dimensioni a chiunque ne faccia uso, quasi fosse il catalizzatore di un potere che ancora il nostro mondo non è in grado di comprendere.
John e Dave, amici di vecchia data, grazie alla stessa sostanza di colpo si ritrovano al centro di una vicenda di invasioni di creature figlie delle ricerche di uno studioso geniale in un mondo gemello rispetto al nostro e morto qui, tra poliziotti posseduti da insetti, armi da fuoco e ragni giganti, senza contare un viaggio attraverso le dimensioni ed una "cosa" senziente dalle pretese quasi dittatoriali.
Ed uno scenario da fan di Eyes wide shut.
Vi pare di non capirci più nulla e di essere al centro di un vortice senza un senso preciso? 
Non preoccupatevi: non siete voi a scegliere la salsa di soia, ma la salsa di soia a scegliere voi.






Non è affatto una cosa facile, riuscire a confezionare un pastrocchio grottesco apparentemente senza capo ne coda facendolo sembrare una cosa divertente e cool ma non menosa e pseudo-autoriale di quelle in grado di farmi prudere le bottiglie: di recente, in ambito cinematografico, erano riusciti nell’impresa – almeno in parte – soltanto Gregg Araki con il suo spassosissimo Kaboom ed Evan Glodell con il piccolo cult Bellflower.
Don Coscarelli, però, è un tipo che la sa più lunga di quanto non si creda, e sfruttando una vena assolutamente trash sfodera una pellicola sorprendentemente scombinata e divertente, un cocktail di generi dal gusto di b-movie così spiccato da far apparire il suo precedente – e mitico – Bubba Ho Teep praticamente come un serioso film da salotto bene.
Proprio a quest’ultimo lo lega – anche se soltanto idealmente – la mitologia che Joe Lansdale – autore del racconto che originò proprio Bubba Ho Teep – sfruttò nel realizzare una delle sue opere più famose, La trilogia del drive in che, seppur non amata quanto la saga di Hap e Leonard, è stata comunque una lettura che qui in casa Ford ci si è goduti alquanto qualche anno fa: il gusto per l’eccesso che tracimava dalle pagine del romanziere texano è molto simile a quello che il buon Don getta avidamente come benzina sul suo fuoco, arricchendolo con nonsense, mostri figli di effettacci indimenticabili – il pasticcio di carni protagonista di una delle prime sequenze è già un mio idolo – ed un gusto che oserei definire cronenberghiano per la mutazione fisica ed una violenza quasi gommosa, decisamente più virata al simpatico disgusto che non all’offesa e all’attacco stessi.
E proseguendo in questo senso passiamo dall’horror al thriller, dalla dipendenza dalle droghe ai viaggi tra dimensioni parallele, dai ragni giganti che sanno di giocattoloni a divertite citazioni di Eyes wide shut, da un nemico che pare uscito da Futurama a richiami a cult totali come Grosso guaio a Chinatown: certo, il lavoro di Coscarelli non è per tutti, e potrebbe sembrare talmente assurdo da essere bollato come sgangherato e ridicolo.
Ma il segreto è questo: John dies at the end è sgangherato e ridicolo.
La questione è che, se presi da un’altra angolazione, questi due aggettivi possono finire addirittura per suonare lusinghieri, in barba a tutte le convinzioni che i protagonisti ed il loro eroico alleato a quattro zampe si divertono a rompere e scavalcare dal primo all’ultimo minuto.
In fondo, appurato che “non sei tu a scegliere la salsa di soia, ma è la salsa di soia a scegliere te”, tutto apparirà più chiaro, quasi le porte della nostra percezione possano spalancarsi come quelle di David Wong, e godere del divertimento fin oltre quello che parrebbe il finale, lasciando come scia una voglia neanche troppo sotterranea di caramelle gommose e cucina cinese, peperoncino piccante e qualche bibita dal sapore dolciastro ed esotico.
John dies at the end è un piccolo gioiellino che avrebbe fatto impazzire tutti i registi grindhouse – per dirla “alla Tarantino” -, Ed Wood e Mario Bava, e che senza dubbio è destinato a diventare un cult per gli appassionati disposti ad accettare tutti i suoi scombinatissimi disequilibri: poco importa che non tutto quadri, che Giamatti gigioneggi – in fondo, è anche produttore, ci può stare – e che alcuni attori del cast non siano propriamente all’altezza, il risultato è un trip che se preso bene e dal verso giusto potrebbe regalarvi più soddisfazioni di quanto non si possa credere, e senza dubbio due ore scarse di intrattenimento senza ritegno che potrete seguire in scioltezza anche se doveste concedervi una bevuta importante.
Anzi, in quel caso forse assumerebbe contorni anche più incredibili.
La prima regola, comunque, è lasciarsi trasportare neanche ci trovassimo di fronte ad una grande pellicola fondata sulla Meraviglia che è la linfa vitale della settima arte: l’unica differenza starà nel fatto che, invece della stessa linfa, qui si tratterà della già citata salsa di soia.
Ricordate bene, però, che è lei a scegliere voi, e non voi a scegliere lei.
John dies at the end è un film dal quale farsi scegliere, allergico ad ogni regola che gli si possa imporre in quanto spettatori e, dunque, in qualche modo critici: perdetevici senza troppe preoccupazioni, e tanto basterà.
Qui al Saloon, anche per questo, gli si vuole già tanto bene.


MrFord


"I am still the skeptic yes you know me
been best friends and will be till we die
I got an injection
of fear from the abduction
my best friend thinks I'm just telling lies."
Blink 182 - "Aliens exist" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...