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mercoledì 8 novembre 2017

Narcos - Stagione 3 (Netflix, USA, 2017)





Uno degli ostacoli più difficilmente valicabili per le serie televisive di grande valore è incarnato, senza dubbio, dalla qualità garantita da una prima stagione - a volte accompagnata da una seconda - in grado di trasformare un titolo in un instant cult destinato inesorabilmente a "sfiorire" anno dopo anno: sono infatti pochissimi - ricordo solo Breaking Bad - a compiere il percorso inverso, mentre molti mostri sacri, da Lost a Dexter, passando per True Blood, hanno finito, pur se in misura differente, per proporre stagioni non al livello di quella d'esordio, o ad ogni modo a presentare un calo vistoso nella parte finale delle loro "esistenze".
Narcos, al terzo giro di giostra, era chiamata a superare una non facile prova: alle spalle due stagioni clamorose, infatti, questa serie dal sapore di docufilm doveva per la prima volta ritrovarsi a fare a meno del carisma del suo protagonista, l'eccezionale Pablo Escobar interpretato da Wagner Moura.
Senza dubbio, occorre sottolinearlo immediatamente, il "vuoto di potere" lasciato da un charachter di quella portata si è fatto sentire, e la componente più romanzesca e lirica della narrazione ha lasciato spazio più al thrilling ed alla cronaca - spesso nera - dell'ascesa e della caduta del Cartello di Cali, che ai tempi sostituì in cima alla catena alimentare del narcotraffico quello di Medellin che Escobar aveva costruito nel corso degli anni ottanta.
Il risultato è un'altra ottima stagione da fiato sospeso dall'inizio alla fine, grazie ai giochi di potere dietro a grandi imperi criminali come quelli descritti dagli autori, al lavoro spesso sporco operato dagli agenti statunitensi atto a mettere all'angolo i trafficanti, per giungere al ruolo scomodo e senza dubbio non simpatico di traditori, spie ed informatori, che per mera sopravvivenza, indole o situazioni sfavorevoli finiscono sempre, in questi casi, per fare da ago della bilancia anche in situazioni incredibilmente più grandi di loro.
In questo senso le vicende di Pallomari e Salcedo, cardini dell'offensiva della DEA orchestrata dall'agente Pena - più deciso, serio e convincente di quanto non fosse da spalla caotica del collega interpretato da Boyd Holbrook nelle prime due stagioni -, divengono episodio dopo episodio una vera e propria corsa all'ultimo respiro, alimentando una tensione a tratti quasi insostenibile non tanto per coinvolgimento emotivo quanto per la riflessione legata al peso di qualsiasi scelta e via si possa immaginare di prendere nel momento in cui si intraprende una strada che, nella realtà come nella fiction, sappiamo bene pur se non "del mestiere" sia sempre quasi impossibile abbandonare indenni.
Lo stesso percorso dei boss del Cartello di Cali, diversi per estrazione sociale, metodo ed ambizioni da Pablo Escobar, che punta ad un "ritiro" costruito a tavolino, organizzato nel dettaglio, lastricato d'oro, passo dopo passo mostra che anche in un piano perfetto, o quando si pensa di avere il dominio assoluto, è sempre in agguato la variabile impazzita, e che in un ambiente come quello criminale, termini come resa o ritiro trovano davvero pochi riscontri.
Le differenze che passano tra i "gentiluomini di Cali" ed Escobar si riflettono, dunque, anche sul prodotto finito, che passa dall'essere una sorta di biografia a suo modo "romantica" - nel senso drammatico del termine - di un "cattivo" esplosivo, estremo e sopra le righe ad una cronaca più fredda ma anche più serrata e tesa all'interno della quale si muovono predatori forse meno d'impatto ma ugualmente pericolosi - personalmente, sono rimasto molto colpito dalla figura e dall'interpretazione di Chepe, davvero da brividi -, quasi lo spettatore fosse passato dall'affrontare il grande squalo bianco del crimine ad un banco di squali toro, singolarmente meno insidiosi ma non per questo pronti a rinunciare al loro pezzo di carne fresca.
La cornice e la qualità, dunque, non sono calate nonostante la perdita di una pedina importante e di carisma in senso generale, e se il finale può apparire quasi anticlimatico, dal probabile ritiro dell'agente Pena alla fine spesso e volentieri ingloriosa dei padrini di Cali, l'attesa di un nuovo confronto, di una nuova lotta, di un nuovo spaccato di questo mondo terribile e selvaggio, continua a salire.
E se il Messico dovrà essere, noi saremo pronti.
Specie se il risultato continuerà ad essere questo.





MrFord





 

lunedì 27 febbraio 2017

The Great Wall (Zhang Yimou, Cina/USA, 2016, 103')





Quando penso a Zhang Yimou, la mente corre sempre ad uno dei titoli che hanno dato inizio alla grande scoperta del sottoscritto come spettatore rispetto al Cinema orientale, Lanterne rosse: erano gli anni a cavallo dell'inizio del Nuovo Millennio, ed alle spalle l'infanzia passata a macinare un film dopo l'altro con mio fratello cominciavo a cercare un'identità come spettatore partendo dalla scoperta dei Classici e dei film "d'autore", che avrebbero dominato le mie visioni per almeno cinque o sei anni.
Lanterne rosse, per l'appunto, oltre a rivelare al mondo la bellezza straordinaria di Gong Li, portava alla ribalta un autore tra i più influenti del panorama cinese, che nel corso delle stagioni riuscì a raccontare storie molto semplici - da Keep Cool a Mille miglia lontano - ed altre legate alla tradizione, alla magnificenza ed alla meraviglia visiva - Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita -: dunque era lecito, nonostante una certa discontinuità venuta a galla negli ultimi anni e malgrado una produzione imponente e senza dubbio "ingombrante", aspettarsi qualcosa di quantomeno interessante da questo The Great Wall, pubblicizzato, va detto, più per la presenza di Matt Damon - con Pedro Pascal a fargli da spalla - che non per quella del cineasta cinese.
Peccato che, visione alle spalle, questo non solo risulti il film peggiore di Zhang tra quelli che ho visto finora, ma anche uno dei più brutti del duemiladiciassette: un'accozzaglia priva di identità subordinata al desiderio - presumo sempre della produzione - di portare in sala un potenziale blockbuster che mostra quanto dannosa può essere l'impronta ammeregana rispetto ad un lavoro che dovrebbe attingere alla tradizione popolare di un altro paese - a prescindere da quale sia -, all'interno della quale un praticamente perfetto, invincibile, infallibile e finto cattivo Matt Damon mostra alla popolazione locale quanto è semplice per lui sgominare un'orda di mostri che paiono un incrocio di tutti i meno riusciti della categoria della Storia recente del Cinema, conquista il cuore - pur non consumando - della generalessa d'acciaio e rinuncia - SPOILER - al bottino per salvare il compagno ed amico.
Una porcata fatta e finita, dunque, dal primo all'ultimo minuto, recitata per piacere del portafoglio - Willem Defoe imbarazzante, ma non fanno tanto meglio i due protagonisti -, pessima dal punto di vista degli effetti e della ricostruzione, scritta da cagnacci maledetti e costruita per giustificare una scena d'azione - prevedibile - dopo l'altra fino ad una battaglia finale che mi ha ricordato World War Z - e non è un bel complimento -.
Sinceramente spero davvero che la responsabilità di questa robaccia sia tutta da imputare alla già citata e bistrattata produzione, perchè in caso contrario significherebbe aggiungere un altro nome alla purtroppo nutrita lista degli ex grandi registi finiti bolliti per scarsità di idee, passione e voglia, e se così fosse sarei davvero dispiaciuto, non fosse altro per l'amore che nutro per il Cinema orientale e per il grande merito che ha avuto Zhang Yimou nel processo che ha portato il suddetto sugli schermi e nel cuore di questo vecchio cowboy.
Nel frattempo, almeno in parte, posso consolarmi: se la Grande Muraglia, infatti, resta una delle opere architettoniche più impressionanti della Storia, destinata ad essere ricordata per sempre, questo The Great Wall finirà nel dimenticatoio in tempi brevissimi, per tornare a mostrarsi giusto in tempo per la classifica del peggio di quest'anno, per fare ritorno poi all'abisso di pochezza dal quale pare essere uscito.




MrFord




 

mercoledì 21 settembre 2016

Narcos - Stagione 2 (Netflix, USA, 2016)




Quando, da cinefili ed appassionati di serie televisive, si incontra un prodotto in grado di fare la differenza, esistono sempre molti modi di porsi rispetto allo stesso, di trasmetterne il valore una volta deciso di scriverne, o raccontarne: lo scorso anno, quando la prima stagione di questo clamoroso prodotto targato Netflix giunse a sconvolgere la blogosfera e non solo, puntai più sul raccontarne le qualità in un certo senso tecniche, dalla ricostruzione di un'epoca alle scelte perfette di cast, regia e produzione, fino alla resa di un crescendo di tensione notevole seppur legato ad una vicenda della quale praticamente tutti gli spettatori conoscevano già l'epilogo.
A questo secondo giro di giostra, però, le cose sono cambiate: nel corso di quello che è un lungo, intenso, travolgente racconto di una caduta quasi shakespeariana, ho visto mescolarsi la consapevolezza e la malinconia del Michael Mann di Heat - La sfida ad un ritratto umano di rara potenza, pronto a mostrare le contraddizioni di tutti i partecipanti ad un gioco al massacro che è tipico dell'Uomo fin dall'alba dei tempi, filtrato attraverso le passioni, il potere, l'amore, il desiderio e l'ambizione, il rapporto con i nostri amici o nemici, quello con noi stessi e con chi ci ha generato.
Il lento sprofondare di Pablo Escobar, più rassegnato che pronto ad accettare che gli eccidi, le violenze, le scelte ed i ricatti operati chiedano il loro tributo, mostra grazie agli autori al pubblico le sue diverse nature, da quella di uomo attaccato alla Famiglia all'assassino spietato, dal rapporto quasi morboso con la moglie ed i figli al confronto drammatico con il padre - stupendo il penultimo episodio, Nuestra finca, incentrato proprio sul genitore del criminale -, passando attraverso un velo di malinconia che si traduce in un declino non solo di posizione, ma anche fisico e sentimentale, legato alla figura del cugino nonchè primo, grande socio in affari, pronto quasi ad accompagnarlo come un fantasma incontro al suo destino.
Ma non deve e non vuole essere un'opera di umanizzazione di Pablo Escobar l'assassino, il trafficante, il criminale, Narcos: più che altro, pare una presa di coscienza di tutti i limiti propri dell'essere umano.
Perchè quest'epopea non ha segnato e caratterizzato solo il suo indiscusso e discutibile protagonista, ma anche e soprattutto chi l'ha amato ed odiato, combattuto, chi è morto per sua mano o per causa sua e chi l'ha ucciso, chi l'ha spalleggiato, tradito, affrontato, chi gli ha dato la caccia, chi l'ha considerato un idolo o la rappresentazione del Male su questa Terra.
Perchè Pablo Escobar, in misura ovviamente estrema e diversa, siamo tutti noi, con le debolezze, le contraddizioni, i giochi di potere piccoli o grandi e la ricerca di quella tranquillità che passa dal sogno di una fattoria ad una panchina in un parco, con fragole e panna, nella nostra città.
Non è la ricerca di un'empatia improbabile con quello che è stato un efferato omicida, quanto un incredibile tentativo di mostrare anche il peggiore degli uomini come un Uomo, nel bene e nel male, nell'essere l'espressione animale - in quale senso, positivo oppure no, dipende dai momenti e dalla prospettiva - che siamo: del resto, il confine che separa pose dei militari sorridenti che lo uccisero con il cadavere del re della cocaina ai loro piedi alle dichiarazioni della madre pronta a negare l'evidenza della natura spaventosa del figlio è davvero molto, molto labile.
Spesso e volentieri, uomini come Carrillo ed Escobar stanno solo dai due lati della barricata, ma in fondo, manifestano esattamente le stesse pulsioni, le stesse passioni.
E noi, che viviamo ad un volume più basso la vita, sappiamo bene che sarebbe difficile, con tutto quel potere tra le mani, non esplodere nel cercare di maneggiarlo.
Siamo umani, del resto: e non c'è dipendenza più pericolosa di questa.
Alla faccia di qualsiasi droga e qualsiasi narcotrafficante.




MrFord





 

mercoledì 18 novembre 2015

Narcos - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10





La trama (con parole mie): siamo in Colombia nel pieno degli anni ottanta quando Pablo Escobar, trafficante locale, inizia la sua ascesa al trono di re dei narcotrafficanti, divenendo anno dopo anno non solo uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, ma anche un modello per generazioni intere di criminali. La sua influenza, che passa dalla strada alla politica, la violenza della sua organizzazione ed il suo distorto progetto di diventare, un giorno, Presidente della Colombia, vengono narrate attraverso il punto di vista degli agenti della DEA Javier Pena e Steve Murphy, distaccati all'Ambasciata americana in modo da contrastare la progressiva acquisizione di potere da parte dei narcos guidati da Escobar grazie all'aiuto dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine locali come Carrillo.
Una cronaca spietata e terribile di una delle epoche più importanti per il crimine e la lotta di pochi uomini disposti a tutto affinchè lo stato delle cose possa cambiare.









A dispetto del fatto che si tratti di uno dei più grandi criminali del ventesimo secolo, penso che il nome di Pablo Escobar sia noto anche a chi non ha mai avuto niente a che fare con qualsiasi droga e non sia appassionato di storie legate al mondo oltre la Legge.
Il trafficante colombiano, tra gli anni ottanta e novanta, è stato di fatto l'equivalente reale - e forse anche più grande - di tutti gli Scarface cinematografici pensabili, al vertice di un impero che mise in ginocchio un intero Paese e gli garantì un "tesoro" che lo pose tra i dieci uomini più ricchi del mondo perfino per la storica rivista Forbes: Netflix - una realtà sempre più interessante soprattutto per quello che riguarda il piccolo schermo -, affidandosi ad una produzione con due palle d'acciaio, ad un cast semplicemente perfetto - magnifico Wagner Moura, già protagonista di Tropa de elite, proprio nel ruolo di Escobar - e ad atmosfere che ricordano pietre miliari del genere come Il potere del cane di Don Winslow, regala al pubblico una delle sorprese più liete ed uno dei titoli imperdibili di questo duemilaquindici televisivo, sfruttando la narrazione esterna dell'agente della DEA Steve Murphy e mescolando abilmente eventi reali e fiction, confezionando dieci episodi serratissimi, emozionanti, violenti, i più vicini, forse, di questa stagione che volge al termine, alla qualità più alta del grande schermo.
La scalata al potere di Escobar ed il suo tentativo di conquistare letteralmente la Colombia - tentativo che, di fatto, segnò anche l'inizio della fine del suo impero -, sviluppato in parallelo agli sforzi degli agenti americani e dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine colombiane di arrestarlo o ucciderlo, porta in scena non solo una storia così clamorosa da apparire effettivamente fiction, ma anche tutte le sue sfumature più umane, a partire dal legame di Escobar con la sua famiglia fino alle evoluzioni nel carattere di Murphy e Pena - sarà interessante scoprire come decideranno di orientare il loro approccio in proposito gli autori con la seconda stagione -, o la vera e propria ossessione di figure come quella di Carrillo, disposto a tutto pur di mettere le mani su Escobar e vendicarsi delle morti di compagni ed amici persi negli anni.
Un altro aspetto portato a galla alla grande dagli sceneggiatori è rappresentato dalla tipica sete di potere di chi detiene il potere stesso, che aumenta progressivamente fino a diventare la rovina di chi la sente crescere e pensa di poterla dominare: le scelte dell'incontentabile Pablo, da trafficante locale a boss del giro della cocaina nel mondo, determinato a farsi eleggere regolarmente nel Parlamento sognando un giorno di diventare Presidente, finiscono per rispecchiare quelle di tanti personaggi che abbiamo visto salire al "trono" e cadere in anni e anni di cult dedicati al mondo del crimine - e non solo, si intenda -, ed ancora una volta stuzzicare l'interrogativo principe legato a questi casi: "Perchè non scegliere, un giorno, ricchi ed appagati, di fermarsi?".
Forse la sete di vita, forse quella di potere, o più semplicemente la ferocia che contraddistingue noi uomini che in alcuni è sicuramente più ingombrante che in altri: gli stessi Murphy, Pena, Carrillo, pronti a sacrificare quasi tutto per arrivare a completare la loro missione, paiono affetti dalla stessa malattia che divorò Pablo Escobar e gli costò tutto quello che aveva costruito.
In tutto questo, Narcos fornisce un ritratto che tiene il giusto equilibrio e finisce per mostrare, più che parteggiare per qualcuno, quasi volesse, di fatto, fornire un esempio di quello di cui siamo capaci di fare: non dimentichiamo che, a prescindere dal campo, dalla Legge, dalla scelta di stare da una parte o dall'altra della barricata, dal molto piccolo al molto grande, non c'è animale più feroce, vorace e spietato dell'Uomo.
E senza scomodare esempi come quello di Escobar, se ci guardiamo attorno anche in questo momento, guardando chi incontriamo, incrociamo, viviamo giorno per giorno, proveremo senza dubbio la sensazione che solo la Legge - quella della giungla - può trasmettere: quella della lotta per l'imposizione e la sopravvivenza.




MrFord




"If you got bad news, you wanna kick them blues.
Cocaine.
When your day is done and you wanna run.
Cocaine."

Eric Clapton - "Cocaine" - 






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