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venerdì 16 agosto 2013

Cruising

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 1980
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Steve Burns, giovane detective newyorkese, è chiamato dal suo superiore diretto a compiere una missione sotto copertura che potrebbe essere la chiave di volta di una carriera pronta a decollare. A seguito di una terrificante serie di omicidi perpetrati nel mondo dei locali gay della città, infatti, i capi della polizia hanno dato priorità alla cattura del serial killer che li ha firmati, il cui modus operandi prevede di pescare vittime simili fisicamente a Burns proprio in quell'ambito.
Lasciate dunque la vita di tutti i giorni e la compagna per alloggiare in un appartamento nel cuore dell'area degli omicidi, Burns entrerà un passo alla volta in un mondo a lui sconosciuto, arrivando a dubitare perfino della propria sessualità nel corso della ricerca del sadico assassino: quando, finalmente, il faccia a faccia tra i due diverrà una realtà, la psiche del detective sarà pericolosamente sul filo di una rottura che potrebbe perfino portarlo a scelte folli quanto quelle della sua "preda".





Dai tempi ormai non più recentissimi di Killer Joe, vincitore del Ford Award come miglior film del 2012, mi ero ripromesso di recuperare progressivamente anche le pellicole precedenti mai passate dalle parti del Saloon firmate da quel figlio di buona donna di William Friedkin, uno dei vecchi leoni meno conosciuti e stimati dal grande pubblico più tosti che il Cinema made in USA abbia mai sfornato.
In cima alla lista c'era uno dei più discussi film dell'autore de L'esorcista, questo urbano e scurissimo Cruising, che all'inizio degli anni ottanta scatenò polemiche in ogni dove e le proteste accese della comunità gay a stelle e strisce, pronta ad opporsi non soltanto ad una vicenda torbida e trattata per certi versi da un punto di vista decisamente repubblicano, ma anche ad un antieroe contrastato e negativo che Pacino riuscì soltanto in parte a portare sullo schermo con la forza di cui avrebbe necessitato: personalmente, seppur venuto a contatto con l'indecente versione italiana edulcorata e gentilmente potata dalla censura per quasi venti minuti di durata complessivi, ho trovato il lavoro del vecchio Will sicuramente incompleto e decisamente non all'altezza di cose enormi come Vivere e morire a Los Angeles, eppure disturbante ed intriso dello spirito che animerà, con l'avvento degli anni novanta, pellicole come Se7en, ispirato ed influenzato chiaramente da Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, che qualche anno prima lanciò Clint Eastwood in uno dei ruoli che lo definì maggiormente come icona della settima arte, ma non dannoso come pare sia stato fatto passare ai tempi della sua uscita.
Onestamente, in un'epoca ancora lontana dalla sensibilizzazione - pur non completa - attuale rispetto alla realtà della comunità gay, perfino un film cattivo e nerissimo come Cruising poteva essere preso come spunto per avvicinarsi ad un argomento allora troppo facilmente accantonato come un residuo dei sessanta e settanta fatti di amore libero e figli dei fiori e macchiato di sangue come fu per la vicenda di Harvey Milk, raccontata qualche anno fa in uno dei film più commerciali - pur se ben realizzato - di Gus Van Sant.
Andando comunque oltre alla cornice e all'atmosfera - peraltro funzionale e molto in linea con lo stile dell'appena successivo I guerrieri della notte, che porterà ben più fortuna a James Remar, futuro padre di Dexter e qui in un ruolo marginale - quello che resta è un film di genere solido e sanguigno, di quelli che non fanno sconti a nessuno e che presentano al pubblico un Cinema cui, di norma, la grande distribuzione non è abituata, completamente privo dell'aura consolatoria che i finali standard hollywoodiani garantiscono quasi per contratto.
Probabilmente i problemi di produzione ed una direzione non ben definita - tradotta con una sceneggiatura che parte alla grande, prendendosi il tempo di definire in tutta calma situazioni e personaggi e che poi perde mordente ed accelera troppo nella seconda parte - finirono per far naufragare un progetto sulla carta ottimo, che comunque ha avuto il merito di seminare il campo dal quale nasceranno i futuri e già citati Vivere e morire a Los Angeles e Killer Joe: film spietati, che non hanno bisogno di guardare in faccia a nessuno, perchè sono pronti a tutto per mostrare anche il lato scomodo che la gabbia dorata della settima arte spesso e volentieri tiene sotto il tappeto come lo zozzo in una casa solo apparentemente pulita.
Ma di pulito non c'è nulla, a prescindere dalla sessualità, dal contesto o dal luogo: soprattutto se quest'ultimo è la mente umana.


MrFord


"I want the lion's share,
gather up the broken chairs,
feed my mind unholy tests,
do me in,
I need to rest."
The Germs - "Lions share" - 


domenica 22 luglio 2012

La prova

Regia: Jean-Claude Van Damme
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata: 95'




La trama (con parole mie): siamo nel 1925, e Chris Dubois, esperto di arti marziali, vive di espedienti a capo di una gang di ragazzi di strada. 
In fuga dalla polizia, finisce a bordo di una nave diretta a Oriente, che una volta attaccata dal bucaniere Lord Dobbs contribuisce all'incontro di due uomini destinati a fare il destino l'uno dell'altro: Dubois, venduto come combattente sull'isola di Muay Thay, finirà per diventare il pretendente americano di un segretissimo torneo che vede affrontarsi i migliori lottatori del mondo con in palio il prestigio ed un drago d'oro di inestimabile valore.
Dobbs, che tenterà di cercare la fortuna vendendo il suo nuovo compagno di viaggio almeno in un paio di occasioni, scoprirà il valore dell'amicizia e troverà nuovi stimoli per un'esistenza sempre sulla cresta dell'onda.
Il tutto, in uno stile Van Damme al quadrato, considerato che JCVD è anche dietro alla macchina da presa.





In principio fu Senza esclusione di colpi.
Jean-Claude Van Damme, uno dei grandi miti del Cinema di botte e di casa Ford, impersonò Frank Dux nella rivisitazione molto libera della sua impresa come unico occidentale a conquistare la vittoria in un prestigioso e almeno sulla carta segretissimo torneo che vedeva fronteggiarsi campioni provenienti da tutto il mondo.
Probabilmente ispirati dalla stessa vicenda, JCVD e Dux si misero al lavoro su quello che rappresentò un tentativo del primo di cimentarsi in una sfida particolarmente ardua nella sua carriera di combattente del grande schermo: quella della regia.
La prova, in questo senso, è un degno rappresentante del gusto profondamente trash che ha reso alcuni dei titoli ci cui è stato protagonista dei must assoluti per una schiera di fan più che hardcore - sottoscritto compreso -, quasi un compendio di tutto ciò che è stato, è e sarà il Cinema made in Vandammelandia.
Aperto da una sequenza già cult - Dubois/Van Damme vecchio intento a dare una sonora ripassata ad una gang di pseudo-punk a suon di colpi di bastone - che introduce la narrazione esterna della vicenda - ambientata nel pieno degli anni venti, in bilico tra le citazioni di C'era una volta in America e Lawrence d'Arabia, per quanto possa suonare quasi una bestemmia contro la settima arte associare titoli di questo genere ad un lavoro originale dell'attore belga -, il film prosegue sul più classico dei binari affiancando a tagli con l'accetta da post produzione scellerata uno spirito che mescola i titoli d'avventura in pieno stile anni ottanta al cinema di combattimento da I tre dell'Operazione Drago in avanti: curiose - e valori aggiunti della pellicola - le presenze di Roger Moore nel ruolo del bucaniere sempre pronto a circuire il protagonista per raggiungere i suoi scopi, una spanna sull'intero cast senza neppure fare troppa fatica, e di James Remar, che abbiamo imparato a conoscere come volto del padre di Dexter più che per il suo ruolo nel supercult I guerrieri della notte.
Il resto è quanto ci si possa aspettare da un solido ed onestissimo Van Damme movie - ora che ci penso, potrebbe essere considerato un genere a parte -, dal tipico avversario praticamente muto ed apparentemente invincibile - come lo erano stati, ai tempi d'oro, Tong Po e Chun Li - al consueto torneo le cui regole vengono in parte sovvertite dall'avvento del Nostro, imbucatosi clamorosamente e divenuto in breve protagonista assoluto, esplosivo non tanto nelle sue esibizioni sul terreno di lotta quanto per la sua capacità di incassare per poi riprendersi - Rocky docet, in fondo -.
Certo, all'appello mancano senza dubbio - ed è un'assenza che si fa sentire - gli ormai leggendari calci rotanti che negli anni ottanta hanno di fatto costruito la fortuna del buon, vecchio Jean-Claude, eppure la pellicola scorre liscia come l'olio - del resto, lo script è molto al di sotto del livello elementare - e riesce a divertire come soltanto chi conosce a menadito questo tipo di pellicole sa che è possibile divertirsi durante una visione.
Onestamente, pensavo addirittura che l'attore fosse anche peggiore di quanto non appaia dietro la macchina da presa, e che la visione si sarebbe ridotta ad una sensazione di amarezza rispetto ad uno dei veri e propri miti della mia infanzia di spettatore, ma nonostante i giganteschi limiti dell'intera produzione non ho trovato il tocco di Van Damme tanto peggiore di quello di molti suoi colleghi decisamente più noti, tanto da essere assalito dal dubbio rispetto ad alcune pellicole da lui interpretate che, forse, non sarebbero state così indecenti se girate sotto la sua guida.
Fossi stato in lui, forse avrei giusto concesso qualche minuto in più e qualche ralenti in meno ai combattimenti, mostrando maggiori dettagli rispetto alle differenze di stili dei contententi - sfilano sumo, capoeira, kung fu, muay thay, pugilato, tra gli altri - e, perchè no, lasciandomi andare con più autoironia possibile.
Ma lungi da me dispensare consigli al mitico JCVD.
Preferisco godermi le sue pellicole migliori - e La prova sicuramente fa parte del novero - come se non ci fosse un domani, o un calcio rotante a mostrarci la via.


MrFord


"Hey! Think the time is right for a violent revolution
'cause where I live the game to play is compromise solution
well, then what can a poor boy do
except to sing for a rock 'n' roll band
'cause in sleepy London town
there's just no place for a street fighting man."
The Rolling Stones - "Street fighting man" -


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