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mercoledì 19 novembre 2014

Jersey Boys

Regia: Clint Eastwood
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 134'






La trama (con parole mie): nel cuore del Jersey della mala e della tradizione di origine italiana, Tommy De Vito accoglie, nel pieno dell'epoca d'oro a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta il giovane e promettente cantante - nonchè parrucchiere - Frankie Valli nel suo gruppo, con la speranza di trasformare in una professione effettiva la passione che guida lui ed i ragazzi che non vorrebbero dover scegliere tra una carriera criminale ed una da cittadino qualsiasi.
Quando Bob Gaudio, compositore e strumentista, entra nella band ed inizia il sodalizio creativo con Frankie, le cose cambiano: puntando il tutto per tutto su un nuovo nome, i giovani cantanti danno inizio ad una carriera che li condurrà dritti alla Hall of fame del Rock un successo dopo l'altro.
Ma il prezzo dell'immortalità e della fama dei Four Seasons sarà almeno in parte alto: le strade dei suoi quattro componenti, infatti, finiranno per prendere binari così diversi da dubitare che possano aver mai davvero costituito un gruppo.








Nel corso delle ultime stagioni cinematografiche, l'appuntamento con le nuove produzioni firmate dall'idolo fordiano Clint Eastwood è sempre stato un must per il quale annullare impegni e precipitarsi in sala, spinto dalla curiosità rispetto a quello che sarebbe stato il lavoro dietro e davanti alla macchina da presa del "texano dagli occhi di ghiaccio".
E in fondo, da Gran Torino ad Invictus, fatta eccezione per Changeling - che, per quanto ben realizzato, è stato l'unico film del vecchio Clint a non conquistarmi particolarmente -, tutto si è sempre concluso con un vero e proprio sentimento di ammirazione per questo grande Maestro del Cinema USA, il John Ford dei nostri tempi, un assetato di esperienza e di vita pronto a mettersi in gioco ogni volta come fosse la prima: rispetto a Jersey Boys, tratto da un musical di grandissimo successo a Broadway ispirato alla carriera ed alla vita di Frankie Valli, il timore di trovarsi di fronte  ad una sorta di progetto su commissione ha finito per prolungare oltre misura l'attesa, quasi temessi di affrontare una nuova esperienza come quella legata al già citato Changeling.
E, devo ammetterlo, almeno per i primi venti minuti di pellicola, ho temuto che potesse essere davvero così: Eastwood, ormai, muove la macchina come pochi altri, e conosce benissimo il suo mestiere, arrivando a confrontarsi anche con generi lontani da quelli che lo hanno formato riuscendo a settare standard qualitativi altissimi, scomodando paragoni con grossi calibri che, almeno sulla carta, dovrebbero a dispetto dell'età e per esperienza da cineasti metterlo comunque all'angolo - come Martin Scorsese, al quale lo "spietato" Clint pare essersi ispirato parecchio per la messa in scena di questo lavoro -, eppure l'impressione che si trattasse di un'operazione commerciale della Warner dirottata sulla mano esperta di Eastwood dopo il naufragio del primo progetto che avrebbe dovuto essere firmato da Jon Favreau era davvero ingombrante, almeno per il sottoscritto.
Ma l'ex pupillo di Siegel e Leone - che si concede perfino un'autocitazione dei tempi di Rawhide - sa come gestire il Tempo, e dunque, senza fretta, sequenza dopo sequenza, finisce per impadronirsi di una materia senza dubbio non sua - quella del musical - sfruttando l'esperienza recente nell'ambito del biopic - J. Edgar - ed omaggiando la Hollywood dei Grandi Studios con una classe impareggiabile, concedendosi nella seconda parte un crescendo clamoroso sia dal punto di vista della narrazione, sia rispetto alla profondità della riflessione sul Tempo, la Famiglia, le origini ed i valori americani - ma non solo - che da buon repubblicano non ha mai nascosto di rispettare.
In un certo senso, si potrebbe associare al regista la figura del sempre magnifico Christopher Walken, che come un vero boss d'altri tempi segue, protegge e cerca di aggiustare tutte le faccende che riguardano il suo favorito Frankie, uno dei cantanti più importanti della Storia della Musica americana, interprete unico e conosciuto dal grande pubblico anche quando le canzoni hanno finito per superare la fama del loro autore - sinceramente, io stesso sono rimasto a bocca aperta nello scoprire che brani coverizzati da generazioni di band ed artisti solisti siano eredità dello stesso Frankie e dei Four Seasons -: eppure, nonostante il denaro, il successo, la fama, la vita di Valli e dei suoi compagni non è stata semplice quanto potrebbe apparire.
Ed è proprio nel momento delle difficoltà che Clint sfodera le sue zampate migliori, riflessioni sull'esistenza e sul quotidiano che, inesorabilmente, formano caratteri e vite, e sull'amicizia, sulla capacità tutta umana di vedere le cose esclusivamente secondo il proprio punto di vista, sulle cadute ed i ritorni che rendono ogni esistenza speciale, unica, degna di una grande storia e di una grande colonna sonora.
E mentre i Four Seasons cantano "Walk like a man", Eastwood prende per mano lo spettatore e racconta cosa sono la crescita, la voglia di imparare sulla propria pelle e dai propri errori e quella di raccontare, di tramandare, di lasciare qualcosa a qualcuno - che si spera siano i propri figli -, il coraggio di accettare le sconfitte ed alzarsi, sempre, con la testa alta ma ugualmente pronti ad inchinarsi per ringraziare di quello che abbiamo avuto e chi ci sta, in una misura o nell'altra, applaudendo.
Ed anche di quello che, del resto è inevitabile, perdiamo lungo la strada.
Perchè siamo tutti Jersey Boys.
Qualcuno ce la fa, e qualcun'altro no.
Ma non per questo una storia - o un punto di vista della stessa - è meno importante di un'altra.



MrFord



"He said walk like a man
talk like a man
walk like a man my son
no woman's worth
crawling on the earth
so walk like a man my son."
The Four Seasons - "Walk like a man" - 




mercoledì 18 settembre 2013

Una fragile armonia - A late quartet

Regia: Yaron Zilberman
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
105'




La trama (con parole mie): un quartetto d'archi di fama mondiale, The Fugue, affiatato ed al lavoro da quasi trent'anni, deve affrontare l'inizio delle prove per la nuova stagione di concerti sotto i peggiori auspici. Il suo membro più anziano, infatti, dopo la perdita della moglie, deve affrontare le prime fasi del Parkinson, e prima di decidere di ritirarsi ufficialmente cerca di essere pronto per la prima esibizione del gruppo, che sarà anche la sua ultima.
Con l'annuncio della sua defezione, si crea una spaccatura nel cuore di quella che pareva una squadra assolutamente affiatata e che porta ad un confronto drammatico celato da decenni di musica suonata sempre uno accanto all'altro.
Scritta in questo modo la trama di Una fragile armonia può sembrare una vera palla, ma sono sicuro che la recensione riuscirà a tirarvi su il morale: anche perchè, a grande richiesta, torna a firmare un pezzo del Saloon nientemeno che Julez.


Late Quartet o Il Quesito della Susi

- La bionda wannabe Scarlett Johannson è figlia di chi siede a sx di quello con la barbetta scura
- Juliette è il nome della suonatrice di viola
- Chi siede all'estrema sinistra ha la faccia da killer dell'Est Europa ed è credibile nel ruolo del musicista come Berlusconi lo è in quello del casto samaritano
- Chi ha il Parkinson ha perso la moglie mezzo-soprano un anno prima. E ha anche una certa dose di sfiga
- Il quartetto rischia di sciogliersi parte prima
- Noia noia noia
- A quanto pare creare un quartetto è molto più difficile che creare un trio
- Così a cazzo, dopo anni di vuoto cosmico, fa una comparsata nel ruolo di chissà... mhhh.... un musicista? Il Vizzini de La Storia Fantastica
- Il secondo violino si scopa una ballerina di flamenco con un gran bel culo
- La viola non è sposata con il primo violino ma con quello che vorrebbe esserlo
- Noia noia noia
- La 131 di Beethoven è una lagna mortale, come tutte le musiche proposte nel film
- Juliette ha i capelli scuri ed è interpretata da un'attrice che ha fatto qualcosa come 250mila film (tra cui Cyrus, Synecdoche New York e 40 anni vergine) e di cui vi sfido a ricordarne il nome senza ricorrere a IMDB
- Le donne di questo film sono un invito all'omosessualità maschile o all'autoevirazione
- I musicisti sono pazzi
- Daniel sembra uno zingaro e tutti e 3 gli attori del quartetto (più Vizzini) possono entrare di diritto nei best of puzzacazzi
- Nonostante ciò Philip Seymour Hoffman è un sempre molto bravo attore
- Non so l'italiano
- Noia noia noia
- Lo zingaro-non zingaro ha una vita di merda (come quella che canti. cit.)
- Quante storie si possono fare per un quartetto che si scioglie. E noi che ci preoccupiamo per lo spread
- Non avevano già fatto un film che si intitolava QuartetT? Ah sì era una palla pure quello. Nomen omen
- La figlia di quello che vuole fare il primo violino vuole farsi il primo violino
- A ME LA MUSICA CLASSICA PIACE MA QUI SI ESAGERA
- Amadeus je fa 'na pippa a 'sto film
- Sedute di psicanalisi tra zingaro- non zingaro e wannabe Scarlett Johannson
- Sedute di ginnastica per vecchi spacciate per riabilitazione per malati di Parkinson
- Ma un "Volo del Calabrone", un "Bolero", un "Requiem", un pò di "Carmina Burana" o qualcosa di un pò più vivo no? Mi va bene pure Fabri Fibra
- Noia noia noia
- La viola è frigida
- La figlia della viola è un'attizzacazzi
- 25mila DOLLA per un violino? Che sia almeno amore lungo lungo!
- Quanto dura il film? 105 minuti???????????????????
- Ad un certo punto a nessuno frega più un cazzo del vecchio col Parkinson
- Daniel (lo zingaro-non zingaro, primo violino) sta un cesso di merda e bacia la figlia di violino 2 come se avesse l'herpes genitale spalmato su tutta la faccia
- Il quartetto rischia di sciogliersi parte seconda
- Chi ha scritto la sceneggiatura non ha una vita sociale umanamente accettabile
- La vita dei musicisti sucks. Sono noiosi anche i loro litigi
- Quanto si può arrivare ad essere moralisti dopo 185 anni di suonamento di violoncello?


Il quesito della Susi è:

Chi è Peter?

Sarei stata più felice se avessi scopato per 105 minuti invece di guardare questo film?



VOTO: PALLA AL CAZZO, GATTO ATTACCATO AI MARONI e anche CAZZO DOMATTINA ALELEO SI SVEGLIA ALLE 7 E IO SONO QUI A SCRIVERE LA RECENSIONE DI UN FILM DI MERDA



"Eravamo quattro amici al bar 
che volevano cambiare il mondo 
destinati a qualche cosa in più 
che a una donna ed un impiego in banca 
si parlava con profondità di anarchia e di libertà 
tra un bicchier di coca ed un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò."
Gino Paoli - "Quattro amici" -


giovedì 11 luglio 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite e nuovo confronto tra me e quello scellerato del mio indisponente collega Peppa Kid, che passati i fasti di Spring breakers torniamo a darcele di santa ragione a proposito di quello che sarà con ogni probabilità uno dei grandi cult dell'estate e non solo.
Di cosa stiamo parlando? Del nuovo film di Clint? Del ritorno degli Expendables? Del definitivo e documentato ritiro di Lars Von Trier dalle scene? Purtroppo nessuno dei tre, ma in tempi di vacche magre come questo ci facciamo bastare anche quella ficata pazzesca che promette di essere l'ultimo lavoro di Del Toro.

 
RoboFord pronto ad abbattere i mostruosi Cannibali.

 
Pacific Rim di Guillermo del Toro


Il consiglio di Cannibal: non sono Pacific né nei confronti di Ford, né nei confronti di questo film
Guillermo del Toro per me è una delle figure più sopravvalutate oggi a Hollywood. Vive di rendita sull’unico buon film che ha fatto, Il labirinto del fauno, comunque nemmeno un capolavoro assoluto, ma ha anche girato porcherie come Mimic e Blade II, mentre Hellboy non è niente di che. Poi gli hanno affidato la realizzazione de Lo Hobbit e non è manco riuscito a portarla a termine e i suoi due nuovi progetti si preannunciano come dei gran flopponi: una nuova versione di Pinocchio (tremo al solo pensiero) a breve, e intanto se ne esce con questo Pacific Rim. Già dal trailer, mi sembra una delle cose peggiori che abbia mai visto in tutta la mia vita. Una cagata robotica al cui confronto la già pessima saga di Transformers sembra una prelibatezza per intenditori.
Se non si rivela uno dei film peggiori dell’anno, potrei seriamente considerarmi deluso. Così come potrei restare deluso se il mio nemico Ford non lo considererà una delle migliori pellicole nella storia del cinema…
Il consiglio di Ford: impossibile essere Pacific nei confronti del mostruoso Cannibal
Dai tempi del primo trailer, questo Pacific Rim è entrato immediatamente a far parte della schiera dei film più attesi dell'anno dal sottoscritto, che come la maggior parte di chi è stato bambino all'epoca dei robottoni giapponesi sogna da trent'anni una cosa fantastica come questa.
Ovviamente il mio rivale la bollerà di antico o roba simile, ma per il sottoscritto si tratta senza dubbio della tamarrata della stagione, e del giocattolone numero uno dell'estate e non solo.
Senza contare che Del Toro è un signor regista quando si parla di fantasy - Il labirinto del fauno e i due Hellboy ne sono la prova -, che le immagini viste finora sono da urlo e, effetti speciali a parte, vedere uomini alla guida di robot giganti fare a cazzotti con mostri enormi venuti da chissà dove in stile Cloverfield è un supercult anche solo sulla carta.

Cannibal Kid dopo aver digerito (male) l'ultimo pippone di Malick.

Now You See Me - I maghi del crimine di Louis Leterrier


Il consiglio di Cannibal: Now you can see this
In mezzo a tante porcatone commerciali in arrivo dall’America, c’è un film che senza tanti clamori si è rivelato uno dei successi dell’estate USA a sorpresa e che potrebbe anche non essere male. Una magia?
Proprio così. Il film parla infatti di un gruppo di maghi che, in tempi di crisi, si reinventano ladri, per il colpo del secolo. Riuscire a chiudere una volta per tutte il blog WhiteRussian?
Purtroppo no. Cercheranno di rapinare una banca di Parigi. Anche se io preferivo un colpo ai danni di Ford, il divertimento dovrebbe comunque essere garantito e il cast è di quelli pieni di idoli cannibali come Jesse Eisenberg, Woody Harrelson e Mélanie Laurent. Sarebbe un crimine ignorarlo.
Il consiglio di Ford: Cannibal can't see Ford
Film che si prospetta caruccio, un divertimento buono giusto per la stagione meno impegnata dell'anno ma che certo non rappresenterà il meglio del meglio di questo duemilatredici, e neppure, in tutta onestà, il meglio del discreto intrattenimento.
Comunque, visto anche il cast, proprio da buttare via non dev'essere, anche se nella settimana di Pacific Rim solo Stallone o Clint avrebbero avuto una chance di scavalcare la tamarratona di Del Toro.

"E così quello è il Cucciolo eroico!?" "E' anche peggio di quanto pensassi!"

Parental Guidance di Andy Fickman


Il consiglio di Cannibal: Fordental Guidance
Questo sembra il classico film per Ford.
Una pellicola action trash su un wrestler travestito?
Ma no, quello sarebbe stato per il vecchio Ford. Il nuovo Ford ha bisogno di una Parental Guidance, una guida a fare il genitore, e chi può dargliela se non due vecchie glorie e suoi quasi coetanei come Billy Crystal e Bette Midler?
Per quanto mi riguarda, di questa commediola famigliare bimbominkiosa ne posso anche fare a meno, sebbene potrebbe non risultare nemmeno troppo malaccio come visione disimpegnata.
Il consiglio di Ford: Parental guidance, ovvero il simbolo che non serve a Pensieri cannibali, il blog giusto giusto per i bimbiminkia.
Seconda commedia senza pretese della settimana, che pare una versione cinematografica della marea di trasmissioni in stile Real Time che negli ultimi anni hanno letteralmente invaso il piccolo schermo.
Onestamente Billy Crystal mi è sempre stato simpatico, ed il risultato non dev'essere neppure così pessimo, ma dovessi scegliere qualcosa da mettere in coda a Pacific Rim opterei per i maghi prima di questo.
Il Cannibale, invece, lo lascio sempre in fondo. Del resto, come fanalino di coda sta proprio alla grande.

Peppa Kid mentre cerca di infastidire il vecchio Ford.

Uomini di parola di Fischer Stevens


Il consiglio di Cannibal: sono un uomo di parola e dico che mi batterò contro Ford fino alla morte!
Ed ecco un altro film perfetto per Ford. Dopo il trash dei robottoni e la commedia famigliare, una pellicola crime action old style con tre attori old school. Se Alan Arkin a livello di carriera ultimamente è messo meglio che mai, lo stesso non si può dire per Al Pacino e Christopher Walken che negli ultimi tempi non sono sempre garanzia di qualità, quindi chissà cosa ne sarà venuto fuori…
Questo Uomini di parola mi attira pochino, ma potrebbe tornarmi utile per massacrare in allegria qualche altro vecchino, visto che prendermela solo con Ford non mi basta!
Il consiglio di Ford: guardatelo, e non ve ne pentirete. Parola di Ford!
Film che, nonostante la pessima traduzione italiana, è una piccola chicca old school giocata sull'amicizia virile ed i vecchi leoni come non ne fanno più, interpretata benissimo dalla premiata ditta Arkin, Pacino e Walken ed incentrata su un'ambientazione che mescola Una notte da leoni, Lock&stock e Gran Torino.
Non sarà il capolavorone del secolo, ma è una pellicola da godersi dal primo all'ultimo minuto, certo non esplosiva o innovativa ma tremendamente tosta e di cuore.
Meglio di così non si potrebbe chiedere.
In caso, poi, voleste saperne di più, qui trovate la mia recensione: http://whiterussiancinema.blogspot.it/2013/04/stand-up-guys.html.
E lasciate perdere l'orrido titolo italiano, che deve aver giusto inventato quel tordo di Peppa Kid!

"E così quello è il Cannibale!?" "Già. Possiamo sistemarlo senza neppure rovinarci il vestito."
Oggetti smarriti di Giorgio Molteni


Il consiglio di Cannibal: Cinema smarrito, quello italiano
Anche questa settimana, non manca il filmetto italiano che nessuno si filerà ma che per obbligo sono costretti a distribuire e io e Ford costretti a commentare. Dopo aver visto l’ennesimo agghiacciante amatoriale trailer, non sto a filarmelo più di tanto nemmeno io, anche perché la mia voglia di cinema italiano, se mai l’ho avuta, ormai è andata smarrita da lungo tempo.
Un po’ come il senno di Ford.
Il consiglio di Ford: gusto per il Cinema smarrito, quello di Cannibal Kid.
Non poteva mancare, tra le uscite della settimana, l'agghiacciante film italiano di turno che non mi sforzo neppure a bersagliare.
Il trailer ci pensa da solo.
Un po’ come il Cucciolo eroico quando snocciola i suoi "illuminati" pareri cinematografici.

"Cannibal, vieni a fare un giro: ti prometto che non guido come Ford!"

giovedì 25 aprile 2013

Stand up guys

Regia: Fisher Stevens
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
95'




La trama (con parole mie): Val, ex ma non troppo criminale incallito, esce di galera dopo aver scontato ventotto anni per una rapina andata male. Ad attenderlo fuori dalle porte del penitenziario trova Doc, vecchio socio ormai ridotto a vivere solo in uno squallido appartamento dipingendo le albe sulla città in attesa proprio del giorno che l'amico torni in libertà.
Questo perchè Claphands, boss locale, perse il figlio proprio nel corso dello sciagurato colpo che costò la libertà a Val, e da allora ha mantenuto saldo il proposito di far uccidere il suddetto proprio dall'amico una volta uscito di prigione: ma le sue minacce varranno ben poco a fronte di un legame durato una vita intera, e i due stagionati casinisti, una volta recuperato il loro terzo moschettiere, il guidatore Hirsch, si daranno ad una notte di baldoria prima dell'alba - questa da vivere, e non da dipingere - che segnerà il loro destino.




Fortunatamente il Cinema riesce ad offrire, di tanto in tanto, pellicole senza pretese, easy, pane e salame ma comunque ottimamente realizzate in grado di raddrizzare giornate e far stare meglio neanche ci si trovasse nel posto e nel momento giusto: nelle ultime settimane, il titolo che più ha rappresentato la categoria è stato senza dubbio Stand up guys.
Segnalato dal sempre valido Frank Manila, questo lavoro onestissimo di Fisher Stevens - che molti conoscono più come caratterista che non come regista, considerate le parti interpretate di recente in serial come Lost - è stato una piacevole sorpresa per gli occupanti di casa Ford, riuscendo nell'intento facile soltanto sulla carta di unire le aspettative del sottoscritto e quelle di Julez portando in scena una vicenda a metà strada tra la crime story ed il buddy movie - sulla scia del modello Hap/Leonard dei romanzi di Joe Lansdale - in grado di stuzzicare corde e sentimenti senza mai per questo diventare retorico o involontariamente ridicolo.
La strada per questo discreto successo è costruita principalmente su uno script che non avrebbe sfigurato nelle mani del Guy Ritchie di The snatch e Lock&stock portato in scena con eleganza - ottima la fotografia -, supportato da una colonna sonora con le palle in equilibrio tra Bon Jovi e il soul old school ed interpretato finalmente - almeno per quanto riguarda Pacino, negli ultimi tempi sulla pericolosa china che ha reso imbarazzante il suo collega e rivale DeNiro nel corso delle ultime stagioni - alla grandissima da tre leggende del calibro del suddetto Pacino, Christopher Walken - dai tempi de Il cacciatore uno dei preferiti fordiani in assoluto - ed Alan Arkin, di fatto al centro di una seconda giovinezza a seguito della mitica interpretazione del nonno eroinomane di Little Miss Sunshine.
L'atmosfera da rimpatriata tra vecchi compagni d'armi e di merende dal sapore dolceamaro risulta piacevole sia nei suoi risvolti più divertenti - l'episodio del viagra - e di piacevole gigioneria - il rimorchio delle ragazze nel locale, la scoperta delle doti di amatore di Hirsch - sia in quelli tendenzialmente drammatici - la condizione degli ospiti della casa di riposo, il climax finale in pieno stile Butch Cassidy -, il ritmo sostenuto e la riflessione sulle occasioni da cogliere prima che la vita giunga a chiedere il conto - il rapporto tra Doc e la nipote - non è banale o fuori tempo massimo, e l'idea di poter invecchiare con la consapevolezza di avere ancora qualche cartuccia da sparare risulta quantomeno confortante, specie per un vecchio cowboy come il sottoscritto che da sempre sogna di vedersi ottantenne sul portico con lo sguardo arcigno e la battuta pronta del Walt Kowalski di Gran Torino, conscio dei segni che la vita e l'età inevitabilmente lasciano dentro e fuori di noi ma ugualmente in grado di fronteggiare la stessa esistenza, che sia una serata fuori con i vecchi amici dei tempi andati, un ultimo tango da letto o un confronto da chiudere nel rispetto di legami che nessuno che non li avrà mai vissuti potrà spezzare.
E se c'è chi storcerà il naso di fronte a quella che pare l'ennesima - pur se ben confezionata - operazione vecchie glorie, qui dalle parti del Saloon cose come Stand up guys troveranno sempre il loro posto d'onore dall'apertura fino al bicchiere della staffa.
Non vorrei certo che qualcuno di questi vecchi ragazzacci potesse avere il rimpianto di non essersi goduto a fondo l'ultima sbronza.


MrFord


"I got a black cat bone
I got a mojo too
I got the Johnny Concheroo
I'm gonna mess with you
I'm gonna make you girls
lead me by my hand
then the world will know
the hoochie coochie man
but you know I'm him
everybody knows I'm him
oh you know I'm the hoochie coochie man
everybody knows I'm him."
Muddy Waters - "(I'm your) Hoochie coochie man" -


venerdì 16 settembre 2011

Man on fire - Il fuoco della vendetta

Regia: Tony Scott
Origine: Usa
Anno: 2004
Durata: 146'



La trama (con parole mie): Creasy, ex assassino al soldo della Cia e di numerose altre formazioni militari si ritrova, una volta lasciato il mestiere, solo, depresso e alcolizzato, e giunto in Messico per rivedere un vecchio commilitone finisce per essere ingaggiato da una famiglia in cerca di una guardia del corpo per la piccola Pita, figlia di un giovane industriale locale e di una donna americana.
Il rapporto con la piccola apre una breccia nel cuore chiuso e ferito dell'uomo, che torna a provare sentimenti e sviluppa un senso di protezione paterno per la bambina: quando un commando di poliziotti corrotti organizza il rapimento di Pita e nell'attuarlo non riesce ad eliminarlo, Creasy, una volta rimessosi in piedi, decide che è giunto il momento di rispolverare le sue vecchie abilità per vendicarsi dell'accaduto.
Gli uomini dell'organizzazione, dagli sgherri di strada agli insospettabili mandanti, hanno a quel punto i giorni contati.


Tony Scott è da sempre noto per essere il fratello sfigato del ben più blasonato e talentuoso Ridley, e questo è un dato di fatto praticamente inconfutabile per ogni spettatore, appassionato di Cinema oppure no.
Il suddetto individuo è anche responsabile di alcune proverbiali schifezze quali Unstoppable, che io e la sempre caustica Cybsix abbiamo felicemente demolito non molto tempo fa nella nostra Bettola.
Detto questo, occorre anche spezzare una lancia a favore del buon Tony, che dietro lo stile forzatamente  videoclipparo e adrenalinico della sua regia ogni tanto regala anche pellicole discrete, come fu Domino.
Ora, perchè tutta questa introduzione a proposito dei pro - obiettivamente pochi - e dei contro - decisamente in numero maggiore - di Tony Scott e dei suoi film?
Presto detto: Man on fire rappresenta il giusto punto d'incontro tra i due film succitati.
Supportato da una sceneggiatura molto funzionale di Brian Helgeland - autore, tra le altre cose, di L. A. Confidential e Mystic river, mica roba da quattro soldi -, come di consueto girato con perizia, fotografato alla grande e confezionato per ricordare il lavoro ben più raffinato di Michael Mann, questo film parte decisamente bene, confezionando una prima parte - quella concentrata sul legame che si instaura e rafforza tra Creasy e Pita - decisamente buona, dimostrando quanto anche un film d'azione possa essere efficace nella caratterizzazione dei personaggi, costruendo ad un tempo un crescendo di tensione in attesa dell'inevitabile in grado di tenere alto il ritmo nonostante la staticità - momentanea - del racconto per poi sprofondare nei clichè a ripetizione della seconda parte, che trasforma la vendetta del protagonista in una sequenza prolungata di esecuzioni più o meno efferate dei responsabili di quanto accaduto a Pita.
La cosa più evidente, osservando la pellicola sprofondare nella banalità, è che, in mani migliori - Eastwood, il già citato Mann, lo Scott con la s maiuscola -, asciugato dai fastidiosissimi ralenty e dalle sequenze ad effetto, con una sceneggiatura così accorta questo sarebbe potuto diventare un cult dell'azione d'autore, sfruttanto appieno gli ispirati protagonisti - ottimi sia Washington che l'allora giovanissima Dakota Fanning, ma una menzione va spesa anche per Christopher Walken e Giancarlo Giannini - e divenendo di fatto un riferimento anche per il pubblico di nicchia - cosa che puntualmente accade quando si parla di perle come Heat, Collateral o Miami vice -.
Il risultato, dunque, resta a metà strada divenendo niente più di un normale intrattenimento per il pubblico più avvezzo alle fatiche di gente, per l'appunto, come Mann, ed una di quelle pellicole consigliatissime perchè toccanti e "girate da dio" del pubblico da una visione la settimana, cui manca un termine di paragone effettivo nel giudizio di un film come questo, senza nulla togliere alla capacità di giudizio stessa dello spettatore occasionale.
Ammetto, a tal proposito - e Julez lo sa bene, data la quantità di film che le propino -, di essermi sostanzialmente goduto - e non poco - la visione in barba a quello che dovrebbe essere il mio "sapere" cinematografico, pur senza riscontrare i guizzi creativi che mi avevano fatto apprezzare molto il già citato Domino, e di considerare Man on fire un ottimo prodotto di stile blockbusteriano, forse in qualche modo addirittura troppo coraggioso per essere additato come una sorta di novello Traffic - denuncia del problema dei sequestri di persona in America Latina, e non dello spaccio di droga, in questo caso - e sicuramente molto più interessante di una schifezza moralista e finto autoriale come il Crash di Paul Haggis.
Dunque, se volete un film solido e sostanzioso ma ugualmente non richiedente un impegno eccessivo - che alla fine di una giornata di lavoro potrebbe risultare soporifero -, con il quale non fare brutta figura con gli appassionati - fidatevi, l'hanno visto e se lo sono goduto anche loro - e menarvela con chi appassionato non è spacciandovi per uno con l'occhio fino per i registi ad effetto che tanto alla fine tutto porta a Tarantino, allora avete trovato pane per i vostri denti.
Con un sacco di salame, se volete saperlo.
E come ben saprà chi frequenta il saloon abitualmente, questa non può che essere una buona cosa.

MrFord

"I want vengeance and I want it now
I want vengeance, gonna get it somehow
I'm gonna hit him, I'm gonna kill him
I'm gonna really make him pay for what he's done
I'm gonna hit him, I'm gonna kill him
nobody spoils my fun."
Dropkick Murphys - "Vengeance" -


venerdì 29 luglio 2011

Il tesoro dell'Amazzonia

Regia: Peter Berg
Produzione: Usa
Anno: 2003
Durata: 104'

La trama (con parole mie): The Rock - che si fa chiamare Beck, sperando di portare la genialità del musicista in cucina e coltivare il sogno di aprire un ristorante - viene incaricato dalla versione miliardaria di Piney dei Sons of anarchy di recuperare il figlio, scapestrato avventuriero, che si è stabilito in una remota zona dell'Amazzonia dove impazza Hatcher, proprietario di una miniera e vero e proprio padrone di luoghi e persone lì residenti - o almeno questo è quello che gli piace pensare -.
Dopo un primo approccio piuttosto complicato, il giovane Travis e il suddetto The Rock dovranno unire le forze per cercare di sopravvivere, aiutare i rivoluzionari del posto a spodestare Hatcher e recuperare un antico manufatto: il tutto, con la promessa che, alla fine, Beck porterà a termine il suo compito. Ovviamente.
Inutile aggiungere che, per farlo, dovrà propinare una serie non indifferente di calci nel culo dei cattivi di turno.

A volte, è necessario poco perchè ci si senta soddisfatti di una visione.
Nel caso di questa incredibile, inqualificabile tamarrata, sono bastate la comparsata di Schwarzy ad inizio pellicola che incrociando The Rock regala un "Divertiti!", la presenza stessa del People's champion - come veniva chiamato ai tempi dell'apice della carriera come wrestler - e l'incredibile momento magico, così incredibile da riportarmi dritto dritto a quando avevo dodici anni e d'estate andavo a panini al prosciutto, Coca cola e filmacci di questo genere già dal mattino, della sequenza che vede il protagonista armato di due fucili a pompa rigirare le armi sulle dita, bloccarle sotto le ascelle, ricaricarle e rigirarle di nuovo prima di fare fuoco. 
Senza parole. 
Una cosa così non l'avrebbero osata neppure ai tempi d'oro dell'action movie, e nel pieno della calura estiva, l'amarcord suscitato non poteva che compensare tutti i clamorosi ed evidenti limiti della pellicola, a tratti davvero imbarazzante, seppur mai supponente come i blockbusteroni cui ci hanno abituati Michael Bay e soci negli ultimi anni.
Certo, vedere Christopher Walken imperversare in film di questo genere provoca la stessa sgradevole sensazione di necessità di bottigliate che ultimamente suscita De Niro nel sottoscritto, ma l'indimenticabile protagonista di Fratelli e Il cacciatore pare prendersi sul serio almeno quanto il film stesso, diretto da un Peter Berg che pare ben conscio dei suoi limiti e comincia a sperimentare quello che gli riuscirà senza dubbio meglio in Hancock e The losers, pellicole in cui l'azione appare subordinata ad una vena di comicità grottesca tipica del nuovo trend made in Usa figlio dell'Apatow style.
Fondamentalmente, oltre che ad un sano spegnimento di cervello tipico dei giorni di soffocante calura di luglio, Il tesoro dell'Amazzonia rappresenta un ritorno alla commistione avventura/azione che fece la fortuna di tanti personaggi divenuti ormai feticci personali del sottoscritto, e pur non raggiungendo le vette cui mi hanno abituato nel corso dell'infanzia Sly o Van Damme, offre qualche sana risata, Rosario Dawson nelle vesti di ribelle - doppiata malissimo con un ridicolo accento portoghese -, un paio di sequenze di lotta davvero niente male - soprattutto quella nella foresta - e tutti i classici tormentoni di genere, dai cazzotti che The Rock rifila con cadenza quasi rituale a Travis al rapporto tra i due, dall'alternanza battuta/cazzotto/battuta tipica di questo tipo di prodotto, per giungere fino al telefonatissimo ed autoimposto divieto del protagonista di non usare mai armi da fuoco ovviamente infranto nel momento in cui la situazione comincia a surriscaldarsi.
Una perla del trash riscoperta grazie a Dembo, che sta diventando un punto di riferimento per quanto riguarda le pellicole tamarre che mi sono perso negli anni in cui mi sono dedicato quasi esclusivamente alla scoperta del Cinema autoriale, e non vedevo nient'altro che mattonazzi a ripetizione pensando che cose come questa non mi servissero più.
Poco male, sbagliando si impara.

MrFord

"Whoa, thought it was a nightmare,
lo, it's all so true,
they told me, "Don't go walkin' slow
'cause Devil's on the loose.
Better run through the jungle,
better run through the jungle,
better run through the jungle,
woa, Don't look back to see."
Creedence Clearwater Revival - "Run through the jungle" -
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